Insieme al popolo birmano

”La nostra sofferenza conosce bene la sua causa, noi combattiamo le ragioni della nostra sofferenza attraverso l’eliminazione della causa. Solo così il nostro popolo potrà stare meglio, progredendo lungo la via della vita”. Nello spirito buddista delle parole di Mya Thwe Khaing, la ragazza birmana di vent’anni morta fra le braccia degli amici, colpita al capo da un proiettile sparato dai militari, c’è il progetto per tutti i credenti che si battono per quella democrazia che ogni giorno faticosamente riafferma sé stessa con tutte le sue ferite da curare.

La democrazia che garantisce rappresentanza politica e inclusione sociale; la democrazia che assicura l’universalità nei diritti e l’uguaglianza nelle opportunità; la democrazia che produce legalità e legittimazione; la democrazia che promuove diversità  e pluralismo; la democrazia che è libertà per i cittadini e limite per i poteri. La democrazia che è mediazione permanente e compromesso quotidiano. Tutto questo oggi più che mai è in discussione e spesso negato.

Noi del Coordinamento Interconfessionale Piemontese siamo con il popolo della Birmania. Con le donne e gli uomini che manifestano nelle strade del Myanmar giorno e notte, sfidando apertamente il coprifuoco imposto dalla giunta militare. Siamo soprattutto vicini a quei giovani della generazione Z, cresciuti in sostanziale libertà negli ultimi 10 anni e non più disposti a farne a meno. Con la la forza dei social, unita alla fame di libertà continuano le proteste, nonostante gli arresti, le centinaia di morti, e le torture costantemente documentate online.
La risposta del Myanmar al colpo di Stato è stata corale, il Paese ha dato vita al più massiccio movimento di resistenza civile della storia recente. Partito dal sindacato dei medici di Mandalay, il movimento si è via via allargato a ingegneri, insegnanti, avvocati e a tutta l’amministrazione pubblica, di fatto provocando la paralisi dell’intero Paese. All’interno del movimento, molti sono lavoratori o studenti animati da un forte senso di sacrificio, quasi a voler rendere giustizia ai loro genitori e nonni uccisi e torturati, nel passato, dagli stessi aguzzini di oggi. Raccontano online come i propri familiari vennero portati via con violenza dalle proprie abitazioni, proprio come succede in questi giorni e scendono in strada pronti alla morte, con il gruppo sanguigno tatuato sul polso.
In questa situazione che purtroppo non è solo della Birmania, ma si proietta nel gioco efferato della peggiore geopolitica c’è un convitato di pietra: la Cina. Questi sono giorni delicati per la politica estera cinese per quanto sta succedendo in Birmania: mantenere la tradizionale politica di non interferenza e appoggiare, di fatto, l’esercito che spara sulla popolazione civile e rischiare miliardi di investimenti o allinearsi, per una volta, con (quasi) tutto il resto del mondo, chiedendo il ritorno della democrazia e salvare miliardi di investimenti? Un atteggiamento con non poche contraddizioni tanto che il 9 marzo, quando il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha condannato “fermamente” le violenze contro i manifestanti anti-golpe, la dichiarazione è stata adottata dai 15 membri del Consiglio, e quindi anche da Cina e Russia, tradizionali alleati dei generali birmani.
Ma torniamo a Mya Thwe Khaing. La sua morte si lega idealmente a quello sconosciuto ragazzo cinese che nel 1989 nella piazza Tiananmen di Pechino fermò la colonna di carri armati con la sua sola presenza.
Così come il gest0 di sister Ann Nu Thawng, religiosa delle missionarie di San Francesco Saverio di Myitkyina, dello Stato del Kachin. Le foto che la riprendono inginocchiata davanti alla polizia antisommossa sono forse l’immagine-simbolo che ci deve costantemente ricordare di stare sempre accanto al coraggio di chi vuole cambiare il volto al mondo. A condizione che il mondo non li lasci soli.

Il Coordinamento Interconfessionale Piemontese

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