“Anni di piombo e di tritolo”

in ECONOMIA E SOCIALE

IL LIBRO DI GIANNI OLIVA PER NON DIMENTICARE CIO’ CHE E’ STATO E PER FARLO CONOSCERE A CHI NON C’ERA ANCORA

 

Il 4 novembre scorso l’Associazione Vitaliano Brancati ha presentato, presso Circolo degli Scrittori di Torino, l’ultimo libro di Gianni Oliva: Anni di Piombo e di Tritolo. Oltre all’autore erano presenti il presidente dell’associazione Gianni Firera, l’ex procuratore della Repubblica Armando Spataro e il senatore Giorgio Benvenuto.

E’ dettagliato e drammatico il racconto di Oliva, è una ricostruzione puntuale e minuziosa di ciò che accadde in quel ventennio angoscioso, in quegli anni dolorosamente definiti “di piombo e di tritolo”, dal dicembre 1969 con l’attentato di Piazza Fontana e l’esplosione della Banca Nazionale dell’Agricoltura fino all’assassinio di Roberto Ruffili il 16 aprile del 1988. Due decenni di terrorismo “rosso” durante i quali furono assassinati magistrati come Emilio Alessandrini, operai come Guido Rossa, giornalisti come Walter Tobagi e Carlo Casalegno, condannato a morte il presidente della DC Aldo Moro e di stragi “nere” come quella di Piazza della Loggia, del treno Italicus e della stazione di Bologna, scempi che fecero quasi quattrocento vittime e mille tra feriti e invalidi.

Questo libro non nasce con l’obiettivo di svelare particolari inediti sui fatti accaduti ma con la volontà, come dice l’autore, di raccontare gli anni di piombo a chi non c’era, quegli anni che egli stesso ha vissuto a Torino, un periodo nefasto che vide l’uccisione di 20 persone, molti feriti e gambizzati, vite che portano ancora oggi lesioni indelebili, non solo fisiche.

“In mezzo c’ero anche io, non tra quelli che sparavano, non tra quelli che lanciavano molotov” dice l’autore parlando dei cortei dell’ultrasinistra, “in quegli anni era molto più facile essere radicale che moderato: un insidioso conformismo dell’anticonformismo” dichiara, spiegando poi che questa tendenza condizionava ogni forma di pensiero e comportamento e che l’ideologia era la misura di tutte le cose, una sorta di farmaco che anestetizzava la morale. “Perché mi sono salvato? Mi piacerebbe dire che ho fatto una scelta ragionata, invece credo di non averlo fatto solo per paura” spiega Gianni Oliva “ la paura è una grande protezione”, la paura come filtro, come salvaguardia, quella cosa che non ti fa “varcare il confine tra protesta e crimine” e aggiunge che per commettere il male non è necessario essere cattivi, che non c’è nessun percorso interiore o sociale profondo dietro le azioni criminose che hanno portato assassini ad armarsi e che non ci deve essere nessuna giustificazione alla violenza alla quale non bisogna piegarsi, tollerare o legittimare.

Secondo Oliva, che ha un passato di insegnante di Italiano e latino, la scuola dovrebbe dedicare più tempo all’insegnamento della storia contemporanea e perché non ci sia “un cortocircuito nella memoria collettiva” e per non far perdere senso alla storia stessa, si dovrebbero ricordare con più facilità i nomi delle vittime che quelli dei carnefici, quei carnefici a cui certamente spetta il diritto di parola, come dovrebbe essere in uno stato di diritto, ma che non dovrebbero avere pulpiti nelle università o palchi nelle trasmissioni televisive consentendo così alle loro ragioni di essere affermate senza un contraddittorio. “Chi ha commesso il male può percorrere la strada individuale del pentimento o mantenere la convinzione delle proprie follie, ma deve farlo in privato lontano dalle luci della ribalta” scrive Oliva, invece talvolta assistiamo ad un ribaltamento dei ruoli e chi ha ucciso o usato violenza in nome di una idea diviene un protagonista giustificato. Come disse Andrea Casalegno, figlio di Carlo il giornalista ucciso nel 1977, “uno può diventare un ex-terrorista ma non un ex assassino”, a conferma che la responsabilità morale resta per sempre come chi se ne andato, morto assassinato senza sapere perché.

In questo libro si ripercorre la storia di quei due decenni e si evidenzia come il nostro paese fosse portato avanti a due velocità, una “conservatrice e retrograda” che nel 1954, come ricorda Oliva, condanna al carcere la “Dama Bianca” di Fausto Coppi per adulterio, l’altra più aperta e attenta al processo di modernizzazione, quella del miracolo economico che migliorò lo stile di vita, che innalzò il livello di scolarizzazione, che fece sognare e sperare migliaia di famiglie.

Ricordare e conoscere quindi, fare i conti con un passato che troppo spesso si dimentica, quel passato che ha lasciato alcune zone grigie e suggerisce una domanda sul piano storico: erano davvero necessari 385 omicidi e centinaia di invalidi prima di vincere la guerra?

 

Maria La Barbera