STORIA- Pagina 4

Il centenario della morte di Giovanni Amendola

La Fondazione a lui dedicata promuove una call forabstracts per studiosi e studenti

C’è tempo fino al 20 aprile prossimo per partecipare alla call for abstracts promossa dalla Fondazione Amendola, in occasione del convegno dal titolo “Totalitarismi, potere e Europa”, che avrà luogo il 13 maggio prossimo presso il Consiglio Regionale del Piemonte.
L’iniziativa si inserisce nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della morte di Giovanni Amendola e intende promuovere una riflessione scientifica sul rapporto tra crisi dello Stato liberale, affermazione dei totalitarismi e costruzione della democrazia europea del Novecento. La call è  rivolta a studiosi e studiose under 40, nonché a studenti universitari e delle scuole superiori, con un approccio interdisciplinare  che coinvolge la storia contemporanea, il diritto, il pensiero politico, le scienze politiche e gli studi europei.

Gli abstract, della lunghezza massima di 2500 battute e accompagnati da una breve biografia, dovranno essere inviati entro il 20 aprile all’indirizzo eventi@fondazioneamendola.it
Il 5 maggio prossimo sarà comunicato l’esito della selezione. I migliori contributi verranno presentati durante il convegno e poi pubblicati in un numero speciale della rivista Il Rinnovamento.
Per studenti e giovani ricercatori sono previsti interventi selezionati durante l’evento e il rimborso delle spese di trasferta, mentre per le scuole superiori sono previsti anche premi in buoni libri.

“Ricordare Giovanni Amendola oggi – sottolinea il direttore della Fondazione Domenico Cerabona – significa interrogarsi sulle radici della nostra democrazia. Amendola fu tra i primi a comprendere la natura totalitaria del fascismo e a opporvisi senza compromessi, pagando personalmente il prezzo di questa scelta. Il suo impegno per la difesa delle istituzioni rappresentative, del pluralismo, dell’equilibrio tra i poteri dello Stato  e della responsabilità politica resta un riferimento fondamentale in un tempo in cui il rapporto tra libertà e potere torna ad essere un tema centrale anche per l’Europa”.

Il convegno costituisce un momento centrale di un più ampio progetto culturale promosso dalla Fondazione, volto a riportare la figura di Amendola, che è stato, oltre che politico, anche giornalista e intellettuale, capace di lottare per la libertà, la democrazia e i diritti, quando queste parole non erano scontate, all’attenzione delle nuove generazioni attraverso linguaggi contemporanei e strumenti divulgativi, tra cui il teatro, le produzioni audiovisive, il fumetto e  i podcast.
L’obiettivo è  trasformare la memoria storica in occasione di confronto attivo, capace di parlare al presente e di stimolare una riflessione critica  nelle scuole, nei luoghi di cultura  e anche online, sui rischi di nuove forme di concentrazione di potere.

Mara Martellotta

L’ospedale, gli antoniani e il fuoco sacro 

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Domenica 1 marzo, ore 15

 

Un viaggio nella cura medievale tra arte, fede e assistenza

 

Alla Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso la cura era un gesto totale: assistenza al corpo, sollievo allo spirito, accoglienza dell’anima. Il percorso narrativo itinerante “L’ospedale, gli antoniani e il fuoco sacro” di domenica 1 marzo è dedicato alla storia dell’assistenza nel Medioevo e al ruolo svolto dagli antoniani nella cura dei malati. Qui, infatti, operarono contro il cosiddetto “fuoco sacro”, trasformando l’ospedale in un luogo di protezione, conforto e speranza per i sofferenti.

Arte e immagini sacre accompagnavano i degenti lungo il cammino di guarigione, rendendo visibile l’invisibile dolore e contribuendo a creare un ambiente di sostegno spirituale oltre che fisico. Nel Medioevo curare voleva dire prendersi cura della fragilità umana nella sua interezza, unendo medicina, fede e comunità in un unico gesto di solidarietà.

 

INFO

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Località Sant’Antonio di Ranverso, Buttigliera Alta (TO)

Costo visita tematica: 5 euro, oltre il prezzo del biglietto

Biglietti: intero 5 euro, ridotto 4 euro

Hanno diritto alla riduzione: minori di 18 anni, over 65, gruppi min. 15 persone

Fino a 6 anni e possessori di Abbonamento Musei: biglietto ingresso gratuito

È indispensabile la prenotazione entro il giorno precedente.

Info e prenotazioni (dal mercoledì alla domenica):

011 6200603 ranverso@biglietteria.ordinemauriziano.it

www.ordinemauriziano.it

MARA MARTELLOTTA

Al MAO i capolavori del maestro Zanabazar, dal cuore della Mongolia

Il MAO, Museo di Arte Orientale, in collaborazione con la galleria Borghese di Roma, dal 27 febbraio al 7 aprile presenta al pubblico per la prima volta in Europa due straordinarie opere del tulku Zanabazar, maestro spirituale e incredibile artista e innovatore del Seicento.
Nato nelle steppe della Mongolia nel 1635, Zanabazar fu una figura di primo piano del buddhismo tibetano in Mongolia,  tanto da essere riconosciuto con il nome di Ondör Gegeen, Sua Santità l’illuminato, e primo Khutuktu Jebtsundamba, massima autorità religiosa della scuola riformata Gelugpa, dai cappelli gialli, del buddhismo tibetano in Mongolia, venerato come reincarnazione di uno dei 500 discepoli originali del Buddha. Dichiarato leader spirituale dei mongoli nel 1639, quando aveva appena quattro anni, fu anche riconosciuto dal V  Dalai Lama ( 1617-1682) come la reincarnazione dello studioso buddhista indiano Taranatha.
Nel corso  di quasi sessanta anni Zanabazar promosse tra la popolazione mongola la scuola riformata Gelugpa, a cui appartiene anche il Dalai Lama, soppiantando  le tradizioni Sakya o “Cappello Rosso”, o scuola antica pre Gelugpa, che avevano precedentemente prevalso nella zona, e influenzò profondamente gli sviluppi sociali e politici della Mongolia del Seicento.

Oltre ad essere un brillante studioso e un’autorità spirituale di rilievo, Zanabazar fu anche un artista molto poliedrico. A noi sono giunte alcune opere firmate da lui stesso, pratica poco frequente nella produzione religiosa buddhista.
Zanabazar è  considerato il più grande scultore mongolo della sua epoca. A lui e ai membri della sua scuola si devono le maggiori opere realizzate in Mongolia in età moderna, fra cui una straordinaria Tara verde e un autoritratto-scultura in bronzo, che lo ritrae assiso in trono.

Esposte dal 20 gennaio al 22 febbraio scorso nel salone d’Ingresso della Galleria Borghese a Roma, i due capolavori sono ora in mostra al MAO all’interno della sezione della collezione permanente dedicata all’Asia Meridionale, centrale e alla zona himalayana, creando un dialogo con i manufatti provenienti dall’Antico Monastero di Densatil, in Tibet Centrale, a cui Zanabazar si ispirò per le sue creazioni scultoree e i suoi dipinti religiosi.

Le opere in prestito in Italia per la prima volta dal museo Nazionale Chinggis Khan di Ulaanbaatar, in occasione delle esposizioni di Roma e Torino, si contraddistinguono per un eccezionale valore estetico e spirituale e sono connotate da un linguaggio innovativo e capace di parlare direttamente allo sguardo e all’animo dei visitatori.
Questo progetto, visitabile con il biglietto per la mostra di Chiharu Shiota, rappresenta per il MAO un’occasione preziosa per presentare, nel contesto di un’istituzione occidentale  che conserva arte asiatica, uno dei più importanti artisti della Mongolia, mettendolo in relazione con le opere del museo e colmando una lacuna nelle collezioni, che presentano alcuni esemplari di tangka e sculture del Tibet orientale con tratti di influenza mongola e cinese, ma prive di opere di provenienza mongola. Nell’estate 2026 è previsto un progetto espositivo che porterà alcuni frammenti provenienti dal monastero di Densatil della collezione del MAO presso il  Chinggis Khaan National Museum.

Mara Martellotta

Premio per la ricerca storica e mostra sulla Regina Margherita 

Mercoledì 4 marzo 2026, nella memoria liturgica del Beato Conte di Savoia Umberto III e nel 178esimo anniversario della proclamazione dello Statuto Albertino, come ogni anno in questa data, l’Associazione Internazionale Regina Elena Odv e il Coordinamento Sabaudo inaugureranno alla Palazzina di Caccia di Stupinigi la loro mostra, che quest’anno sarà dedicata a Margherita di Savoia-Genova, prima Regina d’Italia, nel centenario della sua dipartita.
Il pubblico avrà la possibilità di ammirare magnifiche foto ritraenti la sovrana; preziosi volumi editi tra fine Ottocento ed inizio Novecento; 
una serie di cartoline postali dedicate alla Regina Madre Margherita nei primi anni del XX secolo, alcune con soggetto la Palazzina di Caccia di Stupinigi e un album fotografico della seconda metà del XIX secolo composto da 194 albumine formato “carte de visite” ove sono presenti tutti i componenti della Famiglia Reale Italiana, politici e protagonisti del periodo risorgimentale italiano, membri della Curia di Papa Pio IX e la Famiglia Reale del Regno Unito con la Regina Vittoria, i figli e le personalità del Governo inglese che appoggiarono l’Unità d’Italia.  
Come ogni anno, verrà conferito il “Premio per la ricerca storica Maura Aimar”.
Saranno presenti rievocatori di molti gruppi storici piemontesi.
Questa mostra, visitabile nel pomeriggio del 4 marzo, si inserisce all’interno di un ricco calendario di iniziative denominate “Margherita. Un secolo di storia” in programma alla “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, fino al prossimo luglio. Questo progetto, sviluppato grazie alla collaborazione con il “MAUTO – Museo Nazionale dell’Automobile”, collezionisti privati e altre realtà non solo culturali, ha come obiettivo quello di ricordare, attraverso articolati “passaggi” della sua vita, il centenario della scomparsa della sovrana. Il filo conduttore di tutte queste iniziative è sua la straordinaria voglia di modernità.
Dal 5 marzo al 28 giugno nella “Citroniera di Ponente” sarà allestita la mostra “Sulle strade della Regina. Alle origini dell’automobile moderna”, che permetterà al pubblico di ammirare undici automobili costruite da fine Ottocento ed inizio Novecento e nove carrozze storiche provenienti dalla collezione privata “Nicolotti Furno”. I visitatori potranno scoprire la figura di questo personaggio chiave dell’Italia unita anche attraverso il percorso “Le stanze di Margherita” all’interno dell’Appartamento di Levante, dove lei introdusse nuovi comfort. Tra il 1902 e il 1915, per volontà della sovrana la Palazzina venne infatti dotata di numerosi accessori finalizzati alla sua comodità, tra i quali il potenziamento dell’impianto di riscaldamento; i servizi di ritirata all’inglese con acqua corrente e lavandini con acqua fredda e calda; la corrente elettrica e l’ascensore a pompa idraulica realizzato dalle Officine Meccaniche Stigler di Torino e dotato di una cabina lignea con porta scorrevole, vetri smerigliati nelle otto finestre e pulsantiera in bachelite. L’ascensore è stato recentemente restaurato al Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale, grazie al contributo della Fondazione CRT.
Il pubblico potrà inoltre assaggiare il cioccolatino “Le Perle della Regina”, ideato dal “Museo del Cioccolato e del Gianduja Choco-Story Torino” e realizzato da “Pfatisch”. Si tratta una creazione unica, nata dal cuore di nocciola Piemonte IGP
, avvolto da un delicato guscio di cioccolato bianco, lucido e perlaceo, che richiama le preziose collane di perla tanto amate da Margherita.
Il programma prevede anche il ciclo di quattro conferenze “Margherita a Stupinigi e il suo tempo”, previste il venerdì alle 16 (le prossime saranno il 27 marzo, il 17 aprile e il 22 maggio), che affrontano la figura della prima Regina d’Italia attraverso temi contemporanei (moda, automobili, cucina, design) e le visite guidate “Margherita e Stupinigi”, in programma il secondo venerdì del mese alle ore 15.45.
La “ciliegina sulla torta” sarà la rievocazione storica “I giorni di Margherita” a cura del gruppo storico “Le vie del tempo”, che permetterà al pubblico di immergersi appieno nell’atmosfera della Palazzina di Caccia di Stupinigi nei primi anni nel Novecento.

La sovrana dal 1901 fino alla sua morte avvenuta a Bordighera il 4 gennaio 1926, trascorse l’autunno alla Palazzina di Caccia di Stupinigi e proprio qui la notte del 14 settembre 1904 apprese la notizia della nascita al Castello Reale di Racconigi di suo nipote il futuro Re Umberto II. Nonostante il forte temporale che imperversava, partì in piena notte guidando personalmente l’auto per andare a vedere il piccolo.
Con Margherita di Savoia-Genova la Palazzina di Caccia di Stupinigi visse i suoi ultimi “fasti Sabaudi” e la sua memoria è rimasta viva nei cuori della popolazione.
Per informazioni consultare il sito 
www.ordinemauriziano.it

ANDREA CARNINO

In mostra a Chieri il “Tessile” d’antan

Un pomeriggio al “Museo del Tessile” chierese, per scoprire le preziose donazioni di beni storici da parte di generosi “benefattori” locali

Sabato 28 febbraio, ore 14 – 18

Chieri (Torino)

Attenzione! Il tempo è limitato. Un solo pomeriggio. Quattro ore, dalle 14 alle 18. Tant’è il tempo messo a disposizione dei chieresi (ma non solo) dal “Museo del Tessile” di via Santa Chiara 10, a Chieri, che, sabato prossimo 28 febbraio, spalancherà gratuitamente le sue porte al pubblico al fine di mostrare le “donazioni dei beni storici” pervenute al “Museo” nel corso del 2025 ed esposte all’uopo nell’interna “Sala polifunzionale”.

Sempre più fedele al suo motto, “Tessere il futuro con le trame del passato”, l’ex Convento di “Santa Chiara” (già “Opificio Levi”) da tempo conserva un primo importante nucleo di “oggetti” che hanno fatto la grande storia dell’attività tessile chierese (da filatoi, orditoi verticali ed orizzontali, telai a mano, fino a campionari e a strumenti di misurazione, peculiari della lavorazione di uno dei centri cotonieri più antichi e continuativi – dal Quattrocento ad oggi – in Piemonte) e che ora va significativamente ad implementarsi con nuove storiche donazioni ulteriormente rappresentative di una vocazione propria della “città collinare” e da sempre riconosciuta a livello internazionale.

Durante il “percorso di visita” programmato per sabato prossimo, sarà possibile visionare due “fondi di disegni per tessitura” del Novecento, eseguiti a tempera su carta per “telaio Jacquard”, provenienti dalle manifatture “Ronco” e “Gastaldi Giorgio” di Chieri, ricevuti in dono dal signor Angelo Defilippi. Si tratta di due fondi importanti per la memoria della Città, che fanno da contrappunto ad alcuni “disegni” prodotti dallo “Studio Serra & Carli”, che ha anche omaggiato un “ritorcitoio” ligneo manuale, macchina usata per la ritorcitura dei filati, restaurato da Bruno Eterno e Bruno Zanin. Fra i vari altri attrezzi degni di particolare attenzione, un arcolaio ottocentesco (apparecchio utilizzato per ridurre in gomitoli o in bobine il filato in matasse), lascito del signor Giancarlo Del Martini, una coeva “matassiera lignea manuale” donata dalla signora Donatella Cortassa, e un piccolo “orditoio manuale” (macchina che prepara l’ordito per essere utilizzato sul telaio, attraverso l’operazione detta “orditura”)  in legno e ferro del primo Novecento donato dal signor Guglielmo Mancin.

A completare la mostra una raccolta di quattro “Shadow Box”, ovvero “stampe” di perfetta tiratura, tratte dalle riviste “La Mode illustrée”“La Mode artistique” e “Les Modes Parisiennes” di fine Ottocento, con “resa tridimensionale” degli abiti in stoffa, merletti e accessori, donati dalla signora Biagina Garnero di Nichelino.

Dichiara Melanie Zefferino, presidente “Fondazione Chierese per il Tessile e per il Museo del Tessile”: “A nome del CdA, ringrazio i benefattori per le donazioni liberali a favore del nostro ‘Museo’, dunque in primis della cittadinanza chierese, che da quasi trent’anni a questa parte beneficia della generosità di tutti coloro che hanno voluto custodire e trasmettere la ‘cultura del tessile’ attraverso donazioni materiali, collaborazioni ‘pro-bono’ e volontariato”.

Per info: “Museo del Tessile”, via Santa Chiara 10, Chieri (Torino); tel. 329/4780542 o www.fmtessilchieri.org

g.m.

Nelle foto: “Disegno per tessitura – Gastaldi” e stampe da “La Mode Illustrée”

“MonumenTO, Torino Capitale”. Palazzo Madama “specchio” della scultura monumentale

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Suggestivo “Pantheon” di un secolo di grande Storia italiana

Dal 26 febbraio al 7 settembre

Facciamo un’eccezione. Per meglio capirci, partiamo dal sottotitolo dell’imponente “rassegna” ospitata per oltre sette mesi nella “Sala del Senato” di “Palazzo Madama” a Torino: da quel “La forma della memoria”, sottotitolo appunto, che ben sintetizza gli obiettivi della Mostra “MonumenTO, Torino Capitale”, aperta nel “Museo Civico d’Arte Antica” di piazza Castello, da giovedì 26 febbraio a lunedì 7 settembre prossimo.

Una mostra che vuole, in certo senso, rammentarci e farci con più convinzione partecipi, dell’enorme importanza e ricchezza di quella “pubblica statuaria” che fa del nostro Paese e della nostra Città, in ampia misura, il “più grande museo a cielo aperto del mondo”. Il tutto grazie a “monumenti” e a “statue commemorative” che hanno attraversato i secoli, dall’Umanesimo (e molto prima ancora) al Rinascimento, per “trovare una straordinaria intensità espressiva nei decenni successivi all’Unità d’Italia”. A sottolinearlo, a ragion veduta, sono gli stessi curatori – in collaborazione con la civica Amministrazione – della mostra, Giovanni Carlo Federico Villa e Cristina Maritano (rispettivamente direttore e conservatore di “Palazzo Madama”), il cui lavoro è partito sollecitato, in modo particolare, dalla “capillare campagna fotografica” condotta dal torinese Giorgio Boschetti che, attraverso i suoi visionari scatti notturni (quasi spettri formali scolpiti nei loro tratti di maggiore ed emotiva intensità) riescono alla perfezione non solo a “documentare”, ma a “riattivare” spazi mnemonici da tempo “in disuso”, trasformando la città in un vero e proprio “Teatro della Memoria”. Immagini suggestive, firmate da un vero “poeta” dello scatto, cui fa riscontro l’imponente “mappa di Torino” realizzata a “china su carta” dall’architetto Alessandro Capra, dove (secondo un suo singolare modus operandi) la “veduta zenitale” del cuore antico della città, incentrata su piazza Castello e su Palazzo Madama, lascia gradatamente il posto a una “veduta a volo d’uccello”, che termina all’infinito meridiano sul Monviso. Nella fitta rete di vie e di piazze che compongono il tessuto urbano, si collocano i 79 monumenti pubblici di Torino, numerati in pianta e rappresentati ad uno ad uno in singole formelle lungo i bordi, così da consentire a chi guarda di cogliere l’insieme dei monumenti e la loro distribuzione sul territorio.

 

Il percorso espositivo, che prende avvio dal 1838 con il “Monumento equestre a Emanuele Filiberto”, il celebre “Caval ‘d brons” di piazza San Carlo, capolavoro di Carlo Marochetti e si estende fino agli anni Trenta del Novecento, riunisce in totale circa cento opere, fra modelli in gesso, bronzetti, disegni progettuali, periodici, fotografie e manifesti (provenienti in parte dalla “GAM”, ma anche da altre Istituzioni italiane, pubbliche e private) che illustrano il lavoro degli artisti coinvolti nell’impresa di “monumentalizzazione” della città: in primis, Carlo Marochetti, per l’appunto, e il bolognese (di nascita) Pelagio Palagi, prediletti dal re Carlo Alberto ed esponenti della “Scuola Romantica”, cui subentra dopo il 1850 il ticinese Vincenzo Vela, che con il suo magistero presso l’“Accademia Albertina” seppe imporre la propria “visione verista” al modo di concepire la scultura monumentale. Nutrita la schiera dei suoi seguaci, da Giovanni Albertoni a Odoardo Tabacchi (solo per citarne alcuni), via via fino all’avvento del “Liberty” e ai primi anni del Novecento, con i vari Pietro CanonicaArturo MartiniEugenio Baroni ed Edoardo Rubino, i cui bozzetti in gesso realizzati per il “Monumento al Carabiniere Reale” e appartenenti alle raccolte della “GAM” hanno potuto usufruire, grazie al contributo di “Intesa San Paolo” “CRC”, di un prezioso restauro realizzato dal “Centro di Restauro di Venaria Reale”.  Inoltre, grazie ai fondi messi in campo dalla “Fondazione Torino Musei” in occasione della mostra, sono stati finanziati i restauri dei “Dioscuri” (1846) di Abbondio Sangiorgio (su disegno di Palagi) dei “Musei Civici” di Bologna e di “tre bozzetti” in gesso dei monumenti a Lagrange, Gioberti e Mazzini di proprietà dei “Musei di Varallo Sesia”.

 L’esposizione evidenzia – dato decisamente confortante – come in nessun’altra città europea la “scultura monumentale” legata alla storia patria abbia avuto un “ruolo così centrale” come a Torino, prima capitale dello “Stato sabaudo” e poi, per un breve ma decisivo periodo, del “Regno d’Italia”. Anche per questo la mostra ha trovato la sua ideale sistemazione, e non a caso, a “Palazzo Madama”, già sede del primo “Senato d’Italia”, davanti al quale fu posizionato nel 1859 il primo monumento verista, l’“Alfiere dell’Esercito Sardo” di Vincenzo Vela, la prima “dichiarazione politica in marmo” del nostro Risorgimento. Valida ieri quanto oggi quanto domani. Poiché “è in questa esposizione alla durata e al conflitto – sottolinea Giovanni Carlo Federico Villa – che il monumento conserva, ancora oggi, la sua funzione civile”.

Gianni Milani

Per info: “Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica”, piazza Castello, Torino; tel. 011/4433501 o www.palazzomadamatorino.it

Nelle foto: Carlo Marochetti “Monumento Emanuele Filiberto” (Ph Giorgio Boschetti); Odoardo Tabacchi “Giuseppe Garibaldi”, gesso, 1887;  Abbondio Sangiorgio “Castore, gesso, 1840/42 (Bologna, “Musei Civici d’Arte Antica”)

La Regina Margherita di Savoia nel centenario della sua scomparsa

Mercoledì 4 marzo prossimo, come di consuetudine in questa data, nella memoria liturgica del Beato Conte di Savoia Umberto III e nel 178esimo anniversario della proclamazione dello Statuto Albertino, l’associazione Internazionale Regina Elena ODV e il Coordinamento Sabaudo inaugureranno alla Palazzina di Caccia di Stupinigi la loro mostra , che quest’anno sarà dedicata a Margherita di Savoia Genova, prima regina d’Italia, nel centenario della sua scomparsa.

Il pubblico potrà ammirare magnifiche foto che ritraggono la sovrana, preziosi volumi editi tra fine Ottocento ed inizio Novecento, una serie di cartoline postali dedicate alla Regina Madre Margherita nei primi anni del XX secolo, alcune con soggetto la palazzina di Caccia di Stupinigi e un album fotografico della seconda metà dell’Ottocento composto da 194 albumine formato ‘carte da visita’ ove sono presenti tutti i componenti della famiglia Reale italiana, politici e protagonisti del periodo risorgimentale italiano, membri della Curia di Papa Pio IX e la Famiglia Reale del Regno Unito con la Regina Vittoria, i figli e le personalità del governo inglese che sostennero l’Unità d’Italia.

Come ogni anno verrà  conferito il premio per la ricerca storica Maura Aimar e saranno presenti rievocatori di molti gruppi storici piemontesi.
La mostra , visitabile nel pomeriggio del 4 marzo, si inserisce all’interno di un  ricco programma di iniziative denominate “Margherita. Un secolo di storia “ in programma alla Palazzina di Caccia di Stupinigi fino al prossimo luglio. Questo progetto, sviluppato grazie alla collaborazione con il MAUTO  Museo Nazionale dell’Automobile, collezionisti privati e altre realtà non solo culturali, ha come obiettivo quello di ricordare, attraverso articolati passaggi della sua vita, il centenario della scomparsa della sovrana. Il fil rouge di tutte queste iniziative è  la sua straordinaria voglia di modernità.

Dal 5 marzo al 28 giugno nella Citroniera di Ponente sarà allestita la mostra “Sulle strade della Regina. Alle origini dell’automobile moderna”, che permetterà al pubblico di ammirare undici vetture costruite tra fine Ottocento e inizio Novecento  e nove carrozze storiche provenienti dalla collezione privata “Nicolotti Furno”. I visitatori potranno scoprire la figura di questo personaggio chiave dell’Italia unita anche attraverso il percorso “Le Stanze di Margherita “ all’interno dell’Appartamento di Levante, dove lei introdusse nuovi comfort, tra il 1902 e il 1915, tra cui accessori finalizzati alla sua comodità.  Tra questi si ricordano il potenziamento dell’impianto di riscaldamento, i servizi di ritirata all’inglese con acqua corrente e lavandini con acqua fredda e calda, la corrente elettrica e l’ascensore  a pompa idraulica realizzato dalle Officine Meccaniche Stigler di Torino, dotato di una cabina lignea con porta scorrevole, vetri smerigliati nelle otto finestre e pulsantiera in bachelite.

Il pubblico potrà anche degustare il cioccolatino “Le Perle della Regina”, ideato dal Museo del Cioccolato e del Gianduja Choco Story Torino e realizzato da Pfatish. Si tratta di una creazione unica, nata dal cuore di nocciola Piemonte IGP, avvolto da un delicato gusto di cioccolato bianco lucido e perlaceo che richiama le perle e le collane di perle preziose tanto amate dalla sovrana.

Il programma prevede anche il ciclo di quattro conferenze dal titolo “Margherita a Stupinigi e il suo tempo” previste il venerdì alle 16. Le prossime saranno il 27 marzo, il 17 aprile e il 22 maggio ed affronteranno la figura della prima Regina d’Italia attraverso temi contemporanei come la moda, le automobili, la cucina, il design; seguiranno le visite guidate dal titolo  “Margherita e Stupinigi”, in programma il secondo venerdì del mese alle 15.45.
Il gruppo storico ‘Le vie del tempo’ rievocherà “ I giorni di Margherita”, permettendo al pubblico di immergersi appieno nell’atmosfera della Palazzina di Caccia di Stupinigi nei primi anni del Novecento.

La sovrana dal 1901 fino al 1926, anno della sua morte avvenuta a Bordighera il 4 gennaio, amava trascorrere gli autunni a Stupinigi. Proprio la notte del 14 settembre del 1904 apprese la notizia della nascita al Castello Reale di Racconigi del nipote, il futuro re Umberto II; nonostante il forte temporale che imperversava partì in piena notte guidando personalmente la vettura per andare a vedere il nipote.
Con Margherita di Savoia- Genova la Palazzina di Caccia di Stupinigi visse gli ultimi ‘fasti Sabaudi’ e la sua  memoria è  rimasta viva nei cuori della popolazione.

Per info consultare il sito www.ordinemauriziano.it

Mara Martellotta

Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum

Breve storia di Torino


1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi

1.Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum

Torino è una città che invita al rigore, alla linearità, allo stile. Invita alla logica, e attraverso la logica apre alla follia. Queste le parole del grande intellettuale Italo Calvino, forse un po di parte, certo, ma non per questo meno veritiere.
Così abituati a guardare lontano, intenti ad indagare il mondo oltre i confini visibili, perennemente alla ricerca di qualcosaltro in un laggiù” di labile definizione, spesso diamo per scontato ciò che ci circonda, e talvolta nemmeno ci impegniamo a conoscere i luoghi a noi più vicini.
Rifletto spesso su tale tematica con i miei studenti a scuola, approfittando delle potenzialità della materia che insegno; quando chiedo ai ragazzi di raccontarmi una loro esperienza riguardo a mostre darte, musei o luoghi culturalmente conosciuti, mi rendo conto di quanto poco conoscano il territorio in cui vivono, è più probabile infatti che essi si siano ritrovati per le strade di qualche capitale straniera e non di aver visitato Palazzo Madama, Palazzo Reale, un qualunque museo torinese di arte contemporanea o qualche luogo cittadino che proprio nulla ha da invidiare all esotico estero.
Non ne faccio loro una colpa, anche io tendo spesso a incappare nel medesimo errore, protesa verso il desiderio di prendere aerei e partire, corro per prima il rischio di tralasciare interessanti occasioni di visita di esposizioni darte di artisti che magari apprezzo particolarmente e che si svolgono proprio a Torino.

È secondo questottica che ho deciso di scrivere tale serie di articoli dedicati alla capitale sabauda, per riscoprire e tentare di approfondire la storia e le vicissitudini di quella che è la mia città natale, la stessa che mi pare così lontana anche se abito nei suoi vicinissimi confini, che talvolta mi ha stancato, che non sempre mi ha accolto o confortato, della quale spesso mi sono dimenticata, ma a cui rimango indissolubilmente affezionata.
Torino è così, una città antica che accetta le sfide della globalizzazione e della multiculturalità, attenta alla qualità ambientale, dove da sempre il saper fare si accompagna al saper pensare, è localitàforte delle proprie radici eppure pronta a fronteggiare le numerose riqualificazioni urbane che nei secoli si sono succedute, invasive e necessarie, le medesime che ora stabiliscono laspetto multiforme di quella che è stata la prima capitale dItalia.
Nel capoluogo popoli, culture, tradizioni e differenti consuetudini si sono stratificate nel tempo, a partire dagli usi e costumi degli antichi romani, fino ai cittadini odierni, autoctoni, migranti e tutte quelle etnie in equilibrio tra il mantenere le proprie usanze e limparare il dialetto locale.
La storia di Torino è qualcosa di tangibile, passeggiando per le vie della città infatti ci si imbatte continuamente in testimonianze del passato: le Porte Palatine, gli edifici di Italia 61, le palazzine barocche e le ville liberty, le chiese ed i monumenti, tutti tasselli di ununica grande vicenda che comincia più di duemila anni fa, ai tempi di un piccolo insediamento chiamato Taurasia, distrutto da Annibale nel 218 a.C.  

La nascita e lo sviluppo della città sono indissolubilmente legati alla posizione geografica che essa occupa: Torino sorge sulla sponda occidentale del Po, nella regione chiamata Pedemontium ossia la terra ai piedi delle montagne, uno strategico crocevia assai significativo  per i commerci, sia via terra che via acqua. Fin dai tempi antichi eserciti, mercanti e pellegrini erano costretti ad attraversare il fiume in quel preciso punto geografico, laddove sorgeva il piccolo villaggio Taurasia. Nei secoli sono molti coloro che ambiscono al controllo dello stabilimento, rilevante scalo tattico e commerciale, nonché snodo significativo posto sulla via che collega il Sud della Francia e il Nord dellItalia.
Tuttora Torino sorge lungo la principale articolazione stradale e ferroviaria dellarea alpina, su un percorso che da sempre è ritenuto di considerevole importanza, da qui infatti sono passati, secondo gli studiosi, dapprima Annibale, nella sua marcia verso Roma e successivamente, nel 773, lesercito di Carlo Magno, durante la calata in Italia.
Il tempo conferma la centralità della posizione strategica dellantica Augusta Taurinorum, abbracciata dai fiumi e protetta dal duplice ruolo delle montagne, da una parte le Alpi, dallaltra i Colli del Monferrato, che sia mettono in comunicazione la città con i comuni limitrofi, sia fungono da barriera protettiva naturale; gli stessi Savoia, i custodi dellItalia approfitteranno dellubicazione dellurbe per gestire i propri poteri.
La natura dunque favorisce la nascita di un insediamento destinato ad ingrandirsi nei secoli, ma se da subito le condizioni di vita paiono favorevoli per la cittadinanza, sarà necessario attendere diversi secoli prima che la Storia si accorga della bella Torino, relegata per tempo immemore alla condizione di cittadina di provincia, adombrata dalle limitrofe Asti e Vercelli, infatti solo verso la fine del Cinquecento, grazie ai Savoia che qui sposteranno la propria corte, al capoluogo viene riconosciuto peso politico e comincia a brillare di luce propria.
Ma andiamo per ordine, poiché assai remote sono le origini della nostra città; larea appare abitata fin  dallepoca tardo paleozoica, come testimoniano i numerosi ritrovamenti di utensili in pietra.
Allepoca la regione doveva essere ricoperta di foreste e acquitrini, tuttavia già i coltivatori delletà neolitica erano intervenuti a favore di una repentina trasformazione del paesaggio, processo che continueràattraverso diverse azioni di bonifica dalletà medievale fino alletàmoderna.
I primi abitanti del Piemonte sono i Celto-Liguri, gruppi migranti celtici che mentre si spostano verso il Nord della Penisola si fondono con alcune tribù liguri già presenti sul territorio.
Si tratta di popolazioni dedite allagricoltura, con un livello di organizzazione politica e culturale non molto sviluppata, vivono sparsi per le radure tra le foreste, coltivano segale e granaglie e allevano pecore e maiali. Nello specifico sono gli Insubri e i Taurini ad occupare le sponde del fiume Po.
Come è noto, il destino di Torino risulta legato almeno a livello di nomenclatura-  ai Taurini, da cui deriva lappellativo Augusta Taurinorum, dallanimale totemico attribuito alla tribù, ossia il taurus, -che tuttoggi rimane simbolo indiscusso della moderna cittàpiemontese-.
Ben poco sappiamo di tale popolazione, se non che compare negli annali nel 218 a.C., quando tenta invano di fermare la discesa di Annibale, per poi entrare a far parte delle tribù inglobate nella sfera culturale e politica di Roma che,  a partire dalla metà del II secolo a.C., colonizza la zona subalpina nordoccidentale per aprirsi una piùfacile via verso la Gallia.
Lo spirito decisamente concreto e pratico dei romani fa sì che le cittàfondate nel territorio piemontese rispondessero a precise funzioni: si tratta di avamposti militari  e centri di governo che favoriscono il controllo e la comunicazione lungo il tragitto verso le Alpi.


Tra questi insediamenti spicca per importanza Augusta Taurinorum.
Le leggende prendono il sopravvento sulle sporadiche fonti accreditate riguardanti le origini di Torino, se diverse sono le versioni fantasiose legate alla fondazione del capoluogo, dallaltra sono poche e controverse le notizie degli studiosi dedicate a tale argomentazione.
Lo stesso appellativo apre a diverse ipotesi interpretative: secondo alcuni Iulia Augusta Taurinorum viene fondata da Giulio Cesare durante le sue campagne militari in Gallia, secondo altri invece il nome della cittadina si rifà allimperatore Ottaviano, meglio noto con lappellativo di Augusto.
Vi è poi la versione di una duplice fondazione, suggerita da diversi studi del terreno, dai quali si denota una lavorazione dei campi limitrofi alla città che suggerisce una edificazione svoltasi in momenti differenti.
Quel che invece è noto riguarda la trasformazione del villaggio tribale prima in colonia militare poi in civitas, ossia una città con una propria struttura amministrativa ben definita; allincirca nello stesso periodo viene fondata Augusta Pretoria, lodierna Aosta, con lo scopo di assicurare il dominio romano sulla vallata circostante e sui valichi del Grande e del Piccolo San Bernardo.
Dalle fonti tuttavia si evince che ledificazione effettiva di Augusta Taurinorum avviene nel corso del I secolo a.C.; i lavori di costruzione seguono lo schema prefissato dalla tradizione romana e la colonia si struttura secondo una griglia rettangolare circondata da una cinta muraria di circa 2,5 km.
Lo spazio interno è diviso da due strade principali, il Cardo e il Decumano le attuali via Garibaldi e via San Tommaso -, rimane invece incerta lubicazione del foro, anche se probabilmente doveva occupare lattuale zona in cui oggi si trova il municipio. Allinterno delle mura, le strade secondarie suddividono lo spazio urbano in insulae, isolati residenziali dotati di fognature sotterranee e pavimentazioni regolari e ordinate.
La nuova colonia viene inoltre dotata di un acquedotto per la fornitura idrica, bagni pubblici, templi e un teatro, le cui fondamenta sono ancora visibili accanto a Palazzo Reale.
Lo schema rettilineo rimane alla base della Torino moderna e resta inevitabile punto di partenza per tutti i successivi sviluppi urbanistici eseguiti fino ai giorni nostri.
Altra questione aperta riguarda gli abitanti: molto probabilmente si tratta di immigrati provenienti direttamente da Roma o veterani dellesercito, solo in una minoranza potevano discendere direttamente dalla tribù dei Taurini.
Limportanza della colonia rimane relegata al transito stradale e alla riscossione dei pedaggi; essa  tuttavia è indicata  nei documenti dellepoca come snodo primario allinterno della grande rete di comunicazione costruita dai Romani  per agevolare il transito di merci, truppe e messaggeri imperiali in tutta lItalia settentrionale.
La situazione muta bruscamente nel III secolo a.C., quando la guerra civile, la recessione economica e le incursioni barbariche minano lesistenza stessa di Roma. La crisi colpisce tutto lImpero, ma sono proprio le colonie sorte lungo le rive del Po che devono fronteggiare in prima linea gli invasori germanici.
Augusta Taurinorum rimane per molto tempo, come le altre province, in una situazione instabile, preda del vuoto di potere dovuto al crollo delle istituzioni governative e politiche romane fino allemergere di una nuova autorità: il vescovo, simbolo della Chiesa Cristiana. Per i secoli a venire è questa la figura essenziale a cui tutta la comunità si rivolge e sulle cui spalle pesa il gravoso compito di organizzare la nuova vita cittadina allalba dellavvento del Cristianesimo.
Non si sa molto riguardo alla diffusione della nuova religione in Piemonte, la tradizione si sofferma sullavvento del culto dei tre martiri (Ottavio, Avventore, Solutore), particolarmente apprezzato proprio a Torino, cerimoniale religioso surclassato poi dalladorazione di Giovanni Battista.
Scarse sono le notizie a proposito del primo vescovo di Torino, probabilmente un certo Massimo, pupillo di Eusebio  e forse anche di Ambrogio, arcivescovo di Milano. Massimo era un buon imprenditore edile, a lui infatti si deve ledificazione del primo edificio ecclesiastico locale, una chiesa probabilmente dedicata al Salvatore, ubicata dove ora sorge il Duomo. Attraverso larchitettura egli ritiene di esorcizzare i demoni pagani che albergano tra le rovine dellantica città romana, costruendo chiese e santuari laddove sorgevano gli antichi templi dedicati agli dei. Inoltre egli riveste la figura del principe-vescovo, così come i suoi contemporanei Ambrogio di Milano, Agostino dIppona e Gregorio di Tours. La sua figura austera, severa e forte si fa punto di riferimento per i suoi successori, i quali come lui si adoperano per difendere la città dai barbari, dare asilo ai profughi e riscattare i prigionieri.
Decisamente interessanti sono i sermoni redatti da Massimo, grazie ai quali ci è possibile immaginare come doveva essere la lontana societàtorinese agli albori della diffusione del Cristianesimo.
Allinterno dei testi spiccano le critiche feroci mosse dal vescovo nei confronti dei cittadini, costantemente invitati al pentimento, ad allontanarsi dai beni materiali, sovente accusati di pigrizia e venalità: della prima comunità torinese ne esce un quadro tuttaltro che edificante.
Eppure tali sono le origini di Torino.
Affondiamo le nostre arcaiche radici in una turbolenta cittadinanza ancora legata ai vecchi culti, che tuttavia con fatica e forza si è poi evoluta fino ai giorni nostri, passando per le guerre contro i barbari, la dominazione sabauda fino a Napoleone e oltre.
Complessa e stimolante è la vicenda di Torino e questo è solo linizio.

Alessia Cagnotto 

Inseguendo il Liberty

Oltre Torino: storie miti e leggende del torinese dimenticato

È l’uomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nell’arte

L’espressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo l’uomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare. Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo. Non furono da meno gli autori delle Avanguardie del Novecento che, con i propri lavori “disperati”, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto “Secolo Breve”. Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di “ricreare” la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i “ghirigori” del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa l’edera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di un’arte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che l’arte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso. (ac)

 

Torino Liberty

Il Liberty: la linea che invase l’Europa
Torino, capitale italiana del Liberty
Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
Liberty misterioso: Villa Scott
Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
La Venaria Reale ospita il Liberty: Mucha e Grasset
La linea che veglia su chi è stato: Il Liberty al Cimitero Monumentale
Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

Articolo 5. Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti

Negli articoli precedenti mi sono soffermata su due particolari edifici torinesi assai noti, Villa Fenoglio e Villa Scott, ma, poiché la nostra città è ricca di palazzi e ville in stile Liberty, nei due articoli che seguono vorrei proporre una sorta di “guida turistica” rivolta sia a chi, per caso, si trovi a passare nei dintorni di case e ville Liberty, e sia a chi, per pura curiosità, amerebbe approfondire l’argomento.

Pietro Fenoglio, celebre ingegnere-architetto, figura essenziale per il Liberty torinese, nel 1902 progetta per i fratelli Besozzi il Villino Gardino di corso Francia 12, angolo via Beaumont, dove lo stile floreale si affaccia nelle morbide linee del ferro battuto dei balconi. Nel 1909, sempre per la medesima famiglia, si dedica alla palazzina di via Magenta, e all’ampio isolato situato tra le vie Campana, Saluzzo e Morgari. La Palazzina Ostorero, di via Beaumont 7, del 1900, due piani più sottotetto, è contrassegnata da una raffinata decorazione floreale a graffito, da un tetto a capanna e torrette a tre livelli. La Palazzina Besozzi, di corso Francia 10, ha finestre doppie suddivise da colonne e capitelli, e discrete decorazioni sotto la gronda del tetto in legno. Tra il 1899 e il 1900, l’illuminato costruttore si dedica a Casa Gotteland, di via San Secondo 11. La facciata ha una scansione regolare e simmetrica, le decorazioni si concentrano sul ricco cornicione che corre tra il quarto e quinto piano, sui balconi, sulle finestre, sul portone d’ingresso. Sotto il davanzale, le finestre presentano un motivo decorativo ispirato alle forme di una conchiglia, festoni di fiori ornano i timpani sovrastanti le finestre; un motivo pure a conchiglia si trova nelle ringhiere in ferro battuto dei balconi; il portone d’ingresso in legno e vetri colorati e i fregi dipinti sull’androne ne segnano l’indirizzo apertamente floreale. Nel 1901 l’avvocato Michele Raby commissiona a Fenoglio la propria abitazione privata, da allora conosciuta come Villino Raby, corso Francia 8, vicino a via Beaumont. Una costruzione contrassegnata da un’estrema articolazione degli spazi esterni, a volte arretrati, a volte avanzati, con un originale portico terrazzato utilizzato come ingresso. Di grande rilievo l’originale bovindo angolare decorato da piccole teste di fanciulle. In fondo all’ampio cortile vi è una palazzina di servizio con annesse scuderie, caratterizzata da un tetto conico alla francese. Rimaneggiato nel corso degli anni, il villino nel 2009 è stato acquistato dall’Ordine dei Medici della Provincia di Torino, che si è occupato della sua lunga ristrutturazione. Del 1901 è Casa Boffa Costa, di via Sacchi 28 bis, che doveva necessariamente adeguarsi, per altezza, facciata e dimensioni, agli attigui e omogenei palazzi del tratto del corso porticato. Suggestioni Liberty si evidenziano comunque nelle finestre e nei balconi modellati in pietra artificiale; quattro finte colonne a tutta altezza hanno il compito di snellire il gioco prospettico, armoniosamente ritratto dal tondo dei balconi e il culmine delle finestre. Della vicina Casa Debernardi, via Sacchi 40/42, caratterizzata da due bovindi laterali che si alzano al colmo dei portici, forse Fenoglio ha posto solo la propria firma su di un’opera realizzata da altri. Interessante e aggraziata la facciata che dà sul cortile, con decorazioni Liberty in litocemento. Del 1902 (stesso anno di Palazzo Fenoglio-La Fleur e di Villa Scott) è Casa Pecco, via Cibrario 12, destinata all’affitto di abitazioni e di negozi, che evidenzia un apporto Liberty più modesto e garbato e meno vistoso. Si tratta di un edificio piuttosto imponente, che occupa un isolato trapezoidale nei pressi di via Le Chiuse, contraddistinto al piano terra da un portone in legno, la cui sagoma è ripresa dalle aperture del piano rialzato. Le finestre sono sovrastate da decorazioni geometriche, una cornice con motivi floreali caratterizza il paramento murario del terzo piano. La modellazione del ferro battuto contrasta piacevolmente con i lineari elementi litocementizi dei balconi del primo piano.


Di raffinatissimo stile Liberty è la Palazzina Rossi Galateri di via Passalacqua 14, (una perpendicolare di via Cernaia, alle spalle di piazza XVIII dicembre), segnata da motivi naturali quasi Rococò: tralci di vite, finta corteccia, fiori di grandi dimensioni, bovindi sormontati da terrazzini, e un elegantissimo portone d’ingresso in legno, al di sopra del quale si evidenziano le linee eleganti in ferro battuto del balcone. La costruzione è stata commissionata a Fenoglio dalla contessa Emilia Rossi, figlia del deputato Teofilo Rossi e moglie di Annibale Galatei, conte di Genola e di Suniglia. Squisita la resa armoniosa dei ferri battuti lavoratissimi, i particolari lignei come i telai delle finestre, la luminosa cromia delle vetrate, la morbida decorazione floreale, la bellissima vetrata ovale al piano rialzato e i particolari decorativi della facciata: tutto è studiato nei minimi particolari, ed è reso all’insegna del bello assoluto. Del 1903 è Casa Guelpa, via Colli 4, all’incrocio con corso Vittorio Emanuele 115, in un raffinato Liberty disegnato sui balconi con i motivi a conchiglia (il lato sul corso si richiama, invece, al Neobarocco). Casa Rey, di corso Galileo Ferraris 16/18, risale al 1904. Il palazzo, tra i cinque e i sei piani, ai lati ha due bovindi su tre ordini con vetri colorati e decorazioni floreali; la facciata si distingue per l’alternanza tra intonaco e laterizio in cui qua e là compaiono piccoli mostri su alcune finestre e capitelli su qualche balcone. Le finestre, che più si innalzano e più si alleggeriscono per gioco prospettico e capacità costruttiva, presentano eleganti modanature Liberty. Molto raffinati i quattro portantini in legno scolpito.

Casa Bellia, di corso Matteotti, angolo via Papacino, è caratterizzata da un ampio rosone, con colonnine poste a raggiera nella parte più alta di una simil-torre e cornici a dente di lupo che si alternano a particolari sia orientali che zoomorfi e fitomorfi. Nella parte angolare, un bovindo dalle linee tonde e dalle finestre ad arco, è sormontato da un tetto fatto a cupola piramidale. Particolari i balconi del primo e del terzo piano con finestre a triplice luce. Sempre in via Papacino e ancora con committenza Bellia, nello stesso anno – 1904 – viene edificato un edificio di quattro piani fuori terra, con seminterrati in vista e mansarde laterali a finestre binate. Un bovindo poligonale, chiuso nella parte superiore da un balcone con balaustra in cemento, allaccia due piani. Ornamenti floreali impreziosiscono il portone. Casa Rama, su progetto di Fenoglio, del 1909, in via Cibrario 63, è per noi torinesi del tutto particolare: in questa palazzina Liberty morì Guido Gozzano, il poeta crepuscolare che così ricorda la sua e nostra città: “Come una stampa antica bavarese/ vedo al tramonto il cielo subalpino/da Palazzo Madama al Valentino/ardono l’Alpi tra le nubi accese/È questa l’ora antica torinese,/è questa l’ora vera di Torino”. Cari curiosi e appassionati di Liberty, sarete ormai stanchi e affaticati, allora vi propongo una meritata pausa prima di riprende il tour nel prossimo articolo.

Alessia Cagnotto

Cinque pagine inedite di Mussolini riemergono dal mercato antiquario torinese

Recentemente a Torino sono stati individuati e recuperati alcuni manoscritti originali attribuiti a Benito Mussolini, poi restituiti allo Stato e destinati alla conservazione presso l’Archivio Centrale dello Stato. L’operazione è stata condotta dai Carabinieri – Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Torino, che hanno intercettato i documenti mentre stavano per essere immessi nel circuito del collezionismo privato.

Si tratta di cinque pagine autografe, riconducibili con certezza alla mano del duce, contenenti annotazioni preparatorie per l’incontro del 22 aprile 1944 con Adolf Hitler, avvenuto al Castello di Klessheim. I fogli riportano appunti sintetici su questioni militari, politiche ed economiche, probabilmente utilizzati come traccia in vista del colloquio con il leader nazista.

Non si tratta di lettere personali, bensì di note operative che offrono uno spaccato diretto del clima politico e strategico degli ultimi mesi della Repubblica Sociale Italiana. Il recupero di questi documenti rappresenta un contributo significativo per gli studiosi, poiché consente di approfondire la comprensione dei rapporti tra Mussolini e la Germania nazista nella fase conclusiva della Seconda guerra mondiale.