STORIA- Pagina 18

Asti, riapre la Torre Troyana… che toglie il fiato

Era il simbolo del Medioevo astigiano e per secoli ha scandito la vita degli astigiani con i rintocchi per le feste, il lavoro, i pericoli e gli allarmi. Ai battiti della sera si chiudevano le botteghe e ci si ritirava per la notte ma era anche il segnale dell’apertura delle scuole e perfino delle punizioni che venivano comminate sulla pubblica piazza. Narra la storia della città e di una delle famiglie astigiane più potenti del Medioevo. Delle oltre 120 torri che quasi mille anni fa dominavano il paesaggio urbano di Asti, oggi ne sopravvive una decina. Ma è stata anche simbolo di potere e prestigio. È la Torre Troyana, nota come Torre dell’Orologio, che, costruita all’inizio del Duecento, divenne proprietà dei Troya, da cui ha preso il nome, una delle casate nobiliari astigiane più potenti dell’epoca che la sopraelevarono di tre piani con eleganti bifore e cornici marcapiano. Alta 44 metri signoreggia in piazza Medici, accanto al Palazzo Ducale, nel quartiere di San Secondo, nel cuore del centro storico di Asti, e ora è stata riaperta al pubblico dopo la pausa invernale. Si arriva piacevolmente in cima, senza fare troppa fatica, dopo aver superato 199 scalini e da lassù la vista panoramica e spettacolare sulla città e sulle colline monferrine non manca di certo. Estinta la famiglia Troya, nel 1560 la Torre passò al duca di Savoia Emanuele Filiberto che la affidò al Comune di Asti e da allora cominciò a battere le ore con una grande campana, risalente al 1531, ancora oggi collocata e restaurata in cima alla torre. Anche l’orologio è stato aggiunto più tardi, nel Cinquecento, ed è ancora funzionante. Tra le campane che scandiscono le ore della giornata, quella della Torre Troyana è una delle più antiche del Piemonte. Oggi fa parte della rete museale dei Musei di Asti. Il biglietto per visitare i musei cittadini è in vendita a Palazzo Mazzetti in corso Alfieri 357. La Torre è aperta ai visitatori da lunedì a domenica con orario 10-19.
 Filippo Re

“Ricami, merletti e tessuti d’artista” al Polo delle Rosine

270 anni di arti tessili, lavoro e autonomia

Torino celebra una storia lunga quasi tre secoli, che continua a parlare al presente, e lo fa con una mostra dal titolo “Ricami, merletti e tessuti d’artista. Dalle Rosine al presente: 270 anni di arti tessili, lavoro e autonomia”, che sarà aperta al pubblico l’11 e il 12 aprile prossimo negli spazi del Polo Artistico e Culturale Le Rosine.

Il 2026 segna infatti una anno altamente simbolico: ricorrono i 270 anni dall’insediamento torinese dell’Istituto, i 310 dalla nascita della fondatrice Rosa Govone e i 250 anni dalla sua morte. Si tratta di un triplice anniversario che diventa occasione per rileggere una storia pionieristica di emancipazione femminile attraverso il lavoro.

L’Opera delle Rosine venne fondata nel 1742 a Mondovì e si stabilì a Torino nel 1756. Nasceva da un’intuizione semplice quanto rivoluzionaria: offrire alle donne strumenti concreti per costruire la propria autonomia. Il motto “Vivrai dell’opera delle tue mani” sintetizza un modello educativo che unisce formazione, dignità e indipendenza, anticipando di fatto i principi dell’economia sociale contemporanea. All’interno dell’Istituto prende forma fin dall’inizio un vero e proprio opificio femminile, dove scuola, laboratorio e produzione convivono. Le giovani vengono formate alle arti tessili del ricamo, del merletto, della tessitura e della filatura, sviluppando competenze professionali che permettono loro di inserirsi nella società in autonomia. Non si trattava di semplici lavori manuali, ma di arti applicate di alto livello, riconosciute e premiate già all’epoca.

Oggi, a distanza di oltre due secoli, questo patrimonio torna al centro della quarta edizione della mostra itinerante “Ricami, merletti e tessuti d’artista”. L’esposizione riunisce opere antiche e contemporanee, creando un dialogo tra generazioni di artigiane, artiste e insegnanti.

Accanto alla mostra ci saranno dimostrazioni dal vivo e prove gratuite aperte ad adulti e bambini, che offriranno l’opportunità di avvicinarsi alle tecniche del ricamo e del merletto.

“L’evento dell’11 e 12 aprile sarà molto più di una celebrazione: un’occasione per riscoprire un sapere che attraversa i secoli e continua a generare futuro. Un filo, quello delle arti tessili, che unisce tradizione e innovazione, bellezza e lavoro, memoria e autonomia – dichiara il direttore generale, Massimo Striglia”.

L’iniziativa si inserisce anche nel contesto delle celebrazioni francescane dell’Ottavo centenario lungo il ‘Cammino di Pace e della Parola di San Francesco’, rafforzando il legame tra arte, spiritualità e comunità. A completare il programma, un convegno dedicato alle arti tessili contemporanee riunirà esperti del settore per riflettere sulle prospettive future di questi mestieri, oggi sempre più riconosciuti come patrimonio culturale immateriale.

L’istituto delle Rosine non è solo memoria perché, sotto la guida di Madre Ausilia Concas e del direttore generale Massimo Striglia, la Fondazione continua a operare attivamente sul territorio con progetti concreti a sostegno di donne e famiglie, dal “Punto di ascolto” ai percorsi di accompagnamento alla maternità fino all’attività di musico-terapia per bambini audiolesi in collaborazione con l’ospedale Martini.

La mostra si tiene l’11 e il 12 aprile dalle 10 alle 18, presso il Polo Artistico e  Culturale Le Rosine, in via Plana 8/C

Mara Martellotta

“La cordata ideale”, le vite parallele degli alpinisti Gervasutti e Boccalatte

Al Museo Nazionale della Montagna apre oggi la mostra intitolata “La cordata ideale. Giusto Gervasutti e Gabriele Boccalatte nella Torino tra le due guerre”, promossa dal Museo Nazionale della Montagna e curata da Enrico Camanni, con il coordinamento di Veronica Lisino e Marco Ribetti. L’esposizione sarà visitabile fino all’11 ottobre prossimo, con l’aggiunta di una sezione speciale ospitata nella Casa Alpina di Ceresole Reale dal 4 luglio al 4 ottobre prossimo.

Buona parte della riflessione contemporanea sull’alpinismo tende oggi a superare una lettura prettamente individuale ed eroica della montagna, per restituire la complessità delle relazioni umane, culturali e simboliche che ne hanno plasmato la storia. In questo contesto appare necessario rileggere le grandi imprese del passato come esito di legami, sodalizi e visioni condivise, capaci di ridefinire il significato stesso dell’esperienza alpinistica. La mostra offre uno sguardo approfondito sul sodalizio umano e alpinistico tra due figure leggendarie: Giusto Gervasutti e Gabriele Boccalatte. La cordata diventa cosi metafora di un legame basato su fiducia e condivisione del rischio. Frutto di un meticoloso lavoro di ricerca e catalogazione, l’esposizione si basa su un patrimonio documentario recentemente acquisito dal Museo. Il nucleo principale proviene dal fondo Andrea Filippi, a cui si sono aggiunti nel tempo ulteriori materiali, tra cui la donazione della famiglia Gervasutti e quella della famiglia Gagliardone, che aprono il quadro delle testimonianze sull’alpinismo tra gli anni Trenta e Quaranta. A questo insieme si aggiungono gli album fotografici concessi in prestito dalla famiglia Boccalatte, che restituiscono con particolare intensità la dimensione intima e condivisa dell’esperienza alpinistica, includendo anche la figura di Ninì Pietrasanta, protagonista di primo piano di quella stagione, moglie di Gabriele Boccalatte. Attraverso fotografie, filmati, taccuini e attrezzature, la mostra costruisce un ritratto incrociato di Gervasutti e Boccalatte. Il primo era capace di trasferire sulle Alpi occidentali la tecnica del “sesto grado dolomitico”, il secondo, pianista e scalatore raffinato, vedeva intrecciarsi in se stesso forza e sensibilità. Insieme diedero vita a una cordata straordinaria, interrotta tragicamente dalla morte di Boccalatte, avvenuta nel 1938, sull’Aiguille de Triolet. È anche presente il filmato di Gervasutti in arrampicata sulla parete dei Militi, in Valle Stretta, l’unico in cui sia possibile vederlo in azione. Il percorso ripercorre alcune tra le imprese più significative dell’alpinismo novecentesco, nel gruppo del Monte Bianco e oltre, accanto alle attività delle palestre alpine intorno a Torino. Si tratta di un itinerario multimediale che mette in gioco immagini storiche e sguardi contemporanei, interrogando l’attualità di un’eredità ancora viva, attraverso la collaborazione con il Club Alpino accademico italiano, e la Scuola Nazionale di Alpinismo “Giusto Gervasutti” del CAI Torino.

Le ripetizioni delle vie aperte da Gervasutti e Boccalatte diventano così un’occasione per interrogare la persistenza del loro lascito, di un’attività che ha avuto vita breve, ma che ha potuto attingere caratteristiche complementari da due personaggi che hanno saputo realizzare dei percorsi arditi. La mostra si configura come uno spazio di riflessione, in cui la montagna diventa non solo teatro di imprese, ma laboratorio di relazioni, memoria e possibilità.

Il Museo dal 2 aprile cambia orario ed è aperto tutta la settimana dalle 10 alle 18. Un’altra novità è rappresentata dal ritorno del cannocchiale Zeiss, che per decenni fu il cuore della vedetta alpina sul Monte dei Cappuccini, e che dopo ottant’anni sarà esposto in Museo.

Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi” – Club Alpino Italiano Sezione di Torino – piazzale Monte dei Cappuccini 7, Torino – 011 6604104 – posta@museomontagna.org

Mara Martellotta

Una grande mostra su Casa Savoia al Castello di Susa

Venerdì 3 aprile alle ore 17 al Castello della Contessa Adelaide – Museo Civico della città di Susa, verrà inaugurata la mostra “I Savoia. Mille anni di storia e potere”, che inaugurerà la stagione di apertura al pubblico del maniero per il 2026.


Venerdì 3 aprile, alle ore 17, presso il Castello della Contessa Adelaide, sede del Museo Civico della Città di Susa, si aprirà la mostra dal titolo “I Savoia. Mille anni di storia e potere”, che inaugurerà la stagione di apertura al pubblico del maniero per il 2026. L’esposizione, visitabile fino al 24 maggio prossimo, permetterà al pubblico di ammirare la straordinaria collezione di Savoie.live, Associazione fondata ad Annecy nel settembre 2024, che si dedica alla conservazione, alla promozione e alla trasmissione della storia, del patrimonio e delle tradizioni della Savoia, culla di una delle dinastie più illustri d’Europa, artefice dell’Unità d’Italia.

La scelta del luogo non è stata casuale: nel 1046, Adelaide di Torino sposò nel Castello di Susa Oddone di Savoia, quartogenito di Umberto I Biancamano, il fondatore della dinastia sabauda, portandogli in dote il Marchesato di Susa, la Contea di Torino, l’area compresa tra il Po e la Stura di Demonte, le Contee di Albenga e Ventimiglia, Asti, Albenga e molti territori delle Langhe.

I Savoia compirono così il primo passo di un lungo cammino che, il 17 marzo del 1861, portò alla proclamazione del Regno d’Italia. La mostra, curata da Stefano Paschero, diretto del Museo Civico di Susa, e Claude Duffur, fondatore di Savoie.live, è allestita nella sala mostre temporanea del castello. Si articola in sei nuclei tematici che esplorano il potere sabaudo nelle sue forme più concrete e riconoscibili: la cartografia come strumento politico, la legittimità dinastica, il diritto e l’amministrazione dello Stato, la forza militare del Risorgimento, la devozione religiosa come l’identità sociale e la cultura come eredità viva.

Questa collezione, presentata per la prima volta in Italia, racconta come i Savoia abbiano costruito e mantenuto il proprio potere nel tempo, ed è composta da oltre 40 documenti e oggetti originali. Il pubblico potrà ammirare da vicino oggetti di valore inestimabile che abbracciano otto secoli di storia europea, come carte geografiche olandesi del Seicento e Settecento, sigilli medievali in bronzo, codici giuridici, sciabole, libri d’oro miniati, croci alpine in oro e argento, partiture musicali. La visita non si esaurisce nella sala mostre temporanee, in quanto il percorso prosegue nelle sale del Museo Civico della città di Susa, dove la collezione racconta la stessa storia dal punto di vista del territorio: dalla figura di Adelaide alle testimonianze delle fortificazioni alpine, dalla statua del Principe Eugenio di Savoia Carignano alla bandiera risorgimentale, il Museo stesso diventa parte integrante dell’esposizione. La mostra è realizzata in accordo di partenariato tra il Museo Civico di Susa, la Pro Loco di Susa APS, Savoia.live, Revejo e Artemide, con il patrocinio della città di Susa, e rientra nell’ambito del torneo storico dei Borghi di Susa.

Visitabile il lunedì, sabato e domenica dalle 14 alle 18, con apertura straordinaria lunedì 6 aprile nei medesimi orari. L’ingresso alla mostra è incluso nel biglietto d’accesso al Castello.

Info: castello@comune.susa.to.it – prenotazioni e visite: castellosusa@gmail.com

Mara Martellotta

Informazioni: castello@comune.susa.to.it
Prenotazioni visite:
castellosusa@gmail.com
Didattica e scuole:
didatticacastellosusa@gmail.com
Social: Instagram e Facebook @castellosusa

Cultura che unisce. Nel nome di Antonelli un unico grande itinerario piemontese

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Rete Antonelliana: cultura e territorio in un unico progetto

“Rete Antonelliana. Cultura che unisce” è il progetto con cui la Regione Piemonte punta a valorizzare in modo coordinato il patrimonio architettonico di Alessandro Antonelli, creando un itinerario culturale tra Torino e il Novarese. L’iniziativa, curata da Abbonamento Musei insieme alle Fondazioni Fondazione TRG e Piemonte dal Vivo, coinvolge 20 realtà e propone oltre 30 appuntamenti tra visite guidate, aperture straordinarie, esperienze sul territorio, podcast, una mostra e incontri divulgativi.

«Il patrimonio antonelliano rappresenta una delle espressioni più alte dell’ingegno e della creatività piemontese – ha dichiarato l’assessore regionale alla Cultura Marina Chiarelli nel corso della conferenza stampa di presentazione svoltasi nel Grattacielo Piemonte – Con questo progetto la Regione compie una scelta chiara: trasformare la cultura in una leva strategica di sviluppo, mettendo in rete luoghi simbolo della nostra identità e rafforzando la capacità del territorio di attrarre nuovi flussi culturali e turistici. Questa è la prima stagione di un percorso destinato a crescere, coinvolgere nuovi partner e ampliare il numero di siti e di iniziative, anche attraverso la digitalizzazione del patrimonio architettonico».

«La Rete Antonelliana nasce per mettere in relazione luoghi, istituzioni e comunità che custodiscono l’eredità di Alessandro Antonelli – ha aggiunto Simona Ricci, direttrice di Abbonamento Musei – Vogliamo costruire una narrazione condivisa e favorire nuove forme di partecipazione culturale, a partire dal pubblico degli abbonati in Piemonte e Lombardia, rendendo questo patrimonio sempre più accessibile e riconoscibile. Questo primo anno rappresenta un laboratorio di sperimentazione per sviluppare modalità innovative di fruizione e coinvolgimento dei pubblici».

Un patrimonio diffuso tra Novarese e Torino

Figura centrale dell’architettura piemontese, Antonelli – nato a Ghemme nel 1798 – ha lasciato opere iconiche come la Mole Antonelliana, oggi simbolo della città. Il progetto coinvolge anche altri luoghi significativi, tra cui la Cupola di San Gaudenzio, Villa Caccia e il Santuario di Boca, contribuendo a rafforzare una rete culturale capace di unire territori, comunità e istituzioni.

L’iniziativa si inserisce in un più ampio percorso di valorizzazione che, attraverso linguaggi contemporanei come teatro, podcast e strumenti digitali, mira a rendere sempre più accessibile e riconoscibile l’eredità antonelliana, proiettandola anche a livello nazionale e internazionale.

La passione di Cristo secondo Jaquerio 

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso (TO)

5-6 aprile 2026

 

 

A Pasqua e Pasquetta visita guidata agli affreschi del più grande esponente piemontese del gotico internazionale

 

 

La Salita di Cristo al Calvario è il capolavoro del pittore torinese Giacomo Jaquerio, maggior esponente del gotico internazionale, realizzata nella cappella adibita a sacrestia della Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso (TO) nel primo quarto del XV secolo. L’affresco mette in luce l’esperienza figurativa dell’artista nel confronto con i grandi temi della Passione di Cristo, centrali nella cultura artistica europea tra tardo gotico e primo Quattrocento. In questo senso la scena di Ranverso non è solo un racconto pittorico, ma si inserisce pienamente nella spiritualità legata ai riti della Settimana Santa, quando le immagini della Passione – attraverso pittura, predicazione e sacre rappresentazioni – diventavano strumenti di meditazione e coinvolgimento emotivo per i fedeli.

 

Ciò che contraddistingue questa raffigurazione rispetto agli altri affreschi della cappella è la resa dei personaggi che appare più realistica all’interno di una scena drammatica. Per accrescere nei devoti la meditazione e la partecipazione alla sofferenza della Passione di Cristo, Jaquerio ha infatti accentuato i caratteri patetici e drammatici della scena. Lo spazio non è reso con una visione prospettica corretta, ma il senso di profondità è ottenuto disponendo i personaggi ad arco e collocando il volto dei soggetti più arretrati in una posizione più elevata rispetto a quella dei personaggi che sono in primo piano.

Nella folla è evidente la contrapposizione tra il Bene il Male nella scelta di colori e in un certo tipo di gestualità. I personaggi che trattengono la croce o quello che tira Gesù con una corda presentano lineamenti talmente alterati e deformati che sembra abbiano quasi connotazioni non umane. Tra la folla, si riconoscono il fabbro, a cui i giudei si rivolgono per fabbricare i chiodi della croce di Cristo, nell’uomo che tiene in mano tre chiodi e un martello (la sua partecipazione agli eventi della Passione si trova in alcune rappresentazione teatrali popolari diffuse in Francia e Inghilterra) e Giuda con la barba e i capelli rossi (colore che richiama la violenza e le fiamme dell’inferno) e il vestito giallo per evocare il tradimento.

 

INFO

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Località Sant’Antonio di Ranverso, Buttigliera Alta (TO)

5-6 aprile 2026, ore 15

La passione di Cristo secondo Jaquerio

Costo attività: 5 euro, oltre il prezzo del biglietto

Biglietto di ingresso: intero 5 euro, ridotto 4 euro

Hanno diritto alla riduzione: minori di 18 anni, over 65, gruppi min. 15 persone

Fino a 6 anni e possessori di Abbonamento Musei: biglietto ingresso gratuito

Prenotazione obbligatoria

Info e prenotazioni (dal mercoledì alla domenica):

011 6200603 ranverso@biglietteria.ordinemauriziano.it

www.ordinemauriziano.it

Narcisi, templari e l’abito del Titanic al Castello di Piea d’Asti

Migliaia di narcisi e tulipani, giacinti e fritillarie splendono nel parco del Castello di Piea d’Asti ma ci sono anche dame e cavalieri, musica e arte in un crescendo di eventi che accompagneranno i visitatori fino al 3 maggio. “Il narciso incantato”, tradizionale appuntamento di primavera giunto alla XVIII edizione, affianca alla fioritura nei giardini arte, cultura, enogastronomia e tanta storia.
Da trent’anni Silvia Tamietto fa rivivere la storia del castello, sala per sala, e i tanti personaggi nobili che hanno soggiornato tra le mura di questo maniero nel corso dei secoli come i Roero. Lasciata la carriera di insegnante si è trasferita a Piea d’Asti (un’ora d’auto da Torino) nel castello con la famiglia e ogni anno lo apre al pubblico con una lunga serie di eventi. La storica residenza, che fa parte del circuito nazionale delle Dimore Storiche ed è sede di un museo d’arte antica, propone quest’anno interessanti novità tra le quali le note del Rondò veneziano che decanteranno gli abiti della Venezia del Settecento (il 19 aprile), un’esposizione di cimeli e memorie dei Cavalieri Templari con un concilio dell’Ordine e pranzo templare il 26 aprile, una mostra di rare porcellane di Meissen, Dresda e Capodimonte, una collezione di Uova della scuola di Fabergé, reperti di Casa Savoia, una sedia di Giovanni Giolitti, l’abito originale indossato dalla fidanzata di Leonardo DiCaprio nel film “Titanic” (il 25 aprile dame e cavalieri in abiti Liberty) e ancora un’esposizione di auto d’inizio Novecento.
E inoltre la mostra d’arte “Opere, castelli e colori danzanti” a cura di Doriana Doria il 29 marzo durante la quale si esibiranno figuranti in abiti ottocenteschi. Tra le altre iniziative del castello anche aste di antiquariato e la possibilità di sposarsi nell’antica cappella di fine Settecento. Il 1 maggio sarà presentato il libro storico sulla famiglia proprietaria della residenza e il 3 maggio si chiuderà con una rassegna enogastronomica con pranzo e vendita di prodotti locali. Un po’ di storia non guasta mai, il maniero nacque nel 1154 nel cuore del paese e nel Trecento il feudo di Piea venne ceduto ai Roero e ai Riva ma a metà Quattrocento un signore della famiglia dei Roero occupò la fortezza con le truppe del marchese del Monferrato Gian Giacomo Paleologo. Nella prima metà Settecento l’edificio si trasformò da fortezza in palazzo gentilizio con i lavori di restauro fatti eseguire dai conti Filippo Felice e Carlo Maria Roero. All’inizio dell’Ottocento la dimora passò per via ereditaria al marchese Faussone di Clavesana e a fine secolo divenne proprietà della famiglia genovese Bombrini e poi di quella dei Della Croce di Dojola.
Nel 1999 viene venduta agli attuali proprietari che in primavera aprono i cancelli ai turisti. Un solenne scalone d’ingresso realizzato su progetto di Filippo Juvarra e preziosi lampadari di Murano abbelliscono gli eleganti ambienti. La sale affrescate dai fratelli Galliari nel Settecento sono arredate con mobili antichi. Notevoli le ampie cantine, tutte da scoprire, insieme al “giardino all’italiana” risalente al ‘700. E per chiudere…una leggenda romantica che aleggia intorno al castello di Piea: un’attraente fanciulla parrebbe aggirarsi di notte nella sale del maniero, la Dama Bianca smaniosa di ritrovare i cari luoghi della sua pur breve esistenza terrena..
Il biglietto di ingresso al parco costa 5 euro mentre per visitare le sale storiche il prezzo è di 9 euro. Il castello è aperto fino al 3 maggio da lunedì a venerdì dalle 15,00 alle 19.00, sabato, domenica e festivi dalle 11,00 alle 19,00.  Per informazioni: 340.7818231 – 327.7055413
Filippo Re

Torino, la grande storia in Galleria Subalpina con Pier Franco Quaglieni

 

La storia è protagonista alla Galleria Subalpina di Torino: Pier Franco Quaglieni presenta tre volumi delle Edizioni Pedrini. Infatti, domenica 29 marzo, alle ore 11:00, la suggestiva cornice della scalinata della Galleria Subalpina ospiterà un importante appuntamento culturale dedicato alla grande storia e al pensiero liberale italiano.

Lo storico Pier Franco Quaglieni presenterà tre volumi di rilievo pubblicati dalle Edizioni Pedrini“Doveri dell’Uomo”“Matteotti” e “Il liberale Pannunzio”. L’incontro si configura come un viaggio attraverso le figure e i valori che hanno segnato il percorso civile del nostro Paese, dal Risorgimento mazziniano alla strenua difesa della libertà.

A dialogare con l’autore sarà Nicola Gallino, firma del quotidiano la Repubblica. Il confronto tra lo storico e il giornalista offrirà l’occasione per approfondire l’attualità di questi testi e la rilevanza dei loro protagonisti nel panorama culturale odierno.

L’evento, aperto al pubblico, rappresenta un’occasione importante per riflettere sulla memoria storica e sull’impegno civile in uno dei luoghi più iconici del capoluogo piemontese.

Alla Palazzina di Stupinigi, torna a rivivere il Giardino Storico

Rievocata anche la famosa “Vasca di Fritz”!

Lavori finanziati dal “PNRR” per un importo di circa 2milioni di euro, su Progetto sviluppato dalla “Fondazione Ordine Mauriziano”

Stupinigi – Nichelino (Torino)

L’ultimo intervento significativo risaliva all’inizio del Novecento quando Alessandro Scalarandis, già “Capo giardiniere” a Monza, ridisegnò il “Giardino fiorito di Levante” introducendo piante esotiche di alto fusto.

Nel tempo, la progressiva perdita della funzione di “Residenza Reale” della “Palazzina” di Stupinigi (piazza Principe Amedeo, 7) e una manutenzione alquanto discontinua hanno portato a una parziale perdita della “leggibilità” del disegno originario datato 1740, su progetto a firma del francese Michel Bernard (allora direttore dei “Reali Giardini”) e impostato secondo il modello del “giardino formale” di tradizione francese: un grande spazio immaginato e realizzato attorno al “tondo” retrostante la “Palazzina”, con viali radiali, “parterre” ornamentali e architetture vegetali che relazionavano l’edificio con il territorio adibito alle “rotte di caccia”. Sotto il dominio napoleonico il “Giardino” subì un totale impoverimento determinato dall’eliminazione di ogni struttura generante la perfetta “simmetria del verde”, cui posero in parte rimedio i fratelli torinesi – architetti del paesaggio – Marcellino e Giuseppe Roda con l’inserimento di elementi in “stile romantico” (boschetti inglesi, un lago artificiale e nuove specie esotiche) senza però alterare la struttura geometrica originaria di impostazione juvarriana.

A seguire, l’intervento (di cui sopra) di Alessandro Scalarandis, inficiato però  dall’inizio della Seconda guerra mondiale, quando la promozione della coltivazione di qualsiasi terreno da parte del governo fascista per far fronte ai razionamenti alimentari, fece sì che il “Giardino storico” venisse trasformato in un semplice “orto di guerra”, coltivato a pomodori, patate, fagioli e altri ortaggi che venivano in gran parte inviati all’“Ospedale Mauriziano” di Torino.

Da allora, poco o nulla di nuovo sotto il sole, fino all’attuale “benedetto” Progetto di Recupero, sviluppato dalla “Fondazione Ordine Mauriziano”, in collaborazione con la “Struttura Tecnica” dei “Giardini della Reggia” e il sostegno finanziario del “PNRR” per un importo di circa 2milioni di euro, nell’ambito del Programma dedicato alla “Valorizzazione dei Parchi e dei Giardini Storici”.

Il “Progetto di Restauro”

Nato da un lavoro redatto nel 2022 grazie a un finanziamento della “Regione Piemonte” (che è servito a mettere in relazione lo stato attuale del “Giardino” con la “documentazione storica”), il primo lotto di interventi ha riguardato le aree più prossime alla “Palazzina” e in particolare il “recupero”, secondo i disegni del Settecento, delle “stanze di verzura”, gli “Apartaments verts”, le “gallerie vegetali laterali” costituite da 4 filari di alte siepi di carpino nero, perfettamente simmetriche e speculari, e luogo dove passeggiare e sostare su panchine all’ombra creata da piante di acero campestre e tiglio. Sono stati anche ricreati, secondo i disegni ottocenteschi, i due grandi “parterre erbosi”, che con la loro simmetrica regolarità si connettono e intersecano con il “Giardino” e il territorio circostante.

Il “Giardino di Levante”, primo spazio di accesso al “Giardino” dal percorso di visita, ha conservato la pregressa configurazione spaziale con l’inserimento di zone con specie vegetali arbustive perenni alternate a manti erbosi e alberi ad alto fusto, anche di specie esotiche, testimonianza degli interventi eseguiti in epoca ottocentesca in “stile paesaggistico inglese”. In quest’area è stata inoltre riproposta la suggestiva memoria della celebre “vasca di Fritz”, attraverso un intervento paesaggistico che restituisce un episodio della storia della Residenza legato alla presenza dell’“elefante” indiano donato nel 1827 dal Viceré d’Egitto a re Carlo Felice e ucciso nel 1852, poiché diventato troppo aggressivo dopo la morte del suo custode. I suoi resti sono oggi esposti al “Museo Regionale di Scienze Naturali” di Torino.

Il progetto ha previsto anche l’installazione di un “impianto di irrigazione”, l’estensione dei “sistemi di videosorveglianza” e “wi-fi”, nonché la realizzazione di un “punto di erogazione” di acqua potabile e di “servizi igienici” dedicati ai visitatori. Una particolare attenzione  è stata riservata anche all’accessibilità per le persone con “disabilità motorie”, attraverso la messa a disposizione di “scooter elettrici” progettati per percorrere i viali “inghiaiati” del giardino.

Per stare al passo coi tempi, l’esperienza di visita sarà inoltre supportata da una “applicazione digitale” scaricabile gratuitamente, “SmartPark Experience”, che permetterà di ricevere informazioni sul giardino e indicazioni utili.

Per motivi di “tutela ambientale”, restano al di fuori di questo primo lotto dei lavori, alcune aree facenti parte di una “Zona Speciale di Conservazione” della “Rete Natura 2000”, presente nel “Parco”. In queste zone, però, sono già in corso studi finalizzati a conciliare la conservazione degli “habitat naturali” con la possibilità di una futura fruizione pubblica.

Per info e prenotazioni: tel. 011/6200601 o www.ordinemauriziano.it

g.m.

Nelle foto: La “Palazzina” oggi e “Foto storiche”

Sulla scia di una gondola, veneti a Chieri

All’ingresso di Chieri, arrivando da Riva, un monumento a forma di gondola saluta i veneti del chierese. L’hanno eretto loro per ricordare la storia secolare dell’emigrazione dei veneti in quest’angolo del Piemonte. L’hanno chiamato “Sogno”, un sogno diventato realtà. Un’epopea che nasce all’inizio del Novecento, un lungo libro da sfogliare, pagina dopo pagina. Si parte e si lascia la terra natia poco più che bambini. Uno zaino in spalla con lo stretto necessario, due soldi in tasca e tanta voglia di partire alla ricerca di un lavoro, anche a costo di lasciare la famiglia per molto tempo. Verso luoghi lontani, in treno, su un camion, in bici. Accade così che negli anni Venti del secolo scorso decine di ragazzini, tra i 10 e i 15 anni, lasciano la campagna veneta tra Vicenza, Padova e Rovigo, attraversano la Pianura Padana e si trasferiscono nel chierese per lavorare nei campi, a mietere il grano con la falce, nelle stalle, nei pascoli, nei cantieri, almeno per qualche mese. Va tutto bene, tornano a casa e raccontano che a Chieri c’è lavoro. Era l’ardita avanguardia di un folto gruppo di migranti che tra gli anni Trenta e Quaranta si trasferirono con tutta la famiglia nelle cascine del chierese. Fu un vero e proprio esodo dal Veneto al Piemonte. La crisi agricola, la povertà dei campi, le campagne troppo popolate e le scarse opportunità nell’industria spinse molte famiglie venete a nord-ovest per trovare un’occupazione contribuendo alla crescita economica del territorio. Ma perché proprio nel chierese? Il territorio offriva la possibilità di lavorare nel tessile, già molto sviluppato nella zona, storicamente un vanto del chierese, un motore economico per secoli, e nelle attività manifatturiere e artigianali oltreché nell’edilizia. E così, nella città alle porte di Torino nacque la comunità veneta del chierese e oggi, su 36000 abitanti ben 12000 sono discendenti di veneti. Il libro “Sulla scia di una gondola”, di Adelino Mattarello, editrice il Punto, fresco di stampa, presentato alla biblioteca civica Francone a Chieri, ripercorre questa lunga vicenda. È una raccolta di biografie, aneddoti, racconti, 300 fotografie e mille curiosità sulla vita quotidiana, religiosa e associativa dei numerosi veneti che per necessità hanno dovuto lasciare la propria terra per ricominciare a vivere in altri luoghi. Un libro ricco di testimonianze, come quella di Mirto Bersani, direttore del Corriere di Chieri, con bisnonno padovano, che racconta la storia della migrazione dei veneti che iniziò cent’anni fa con quei ragazzi veneti mandati a lavorare nei campi del chierese. Lo stesso autore del libro, Mattarello, è nato ad Adria (Rovigo) e negli anni Sessanta si è trasferito a Chieri dove già si trovavano i cugini.
Un cammino di integrazione certamente lungo e duro ma anche entusiasmante da parte di migliaia di persone che non hanno mai dimenticato il paese natale e che attraverso l’Associazione Veneti si mantengono in contatto con la terra d’origine. I primi decenni nel chierese non furono affatto facili, c’era molta diffidenza verso i nuovi arrivati, considerati perfino ladri di lavoro. Fu una migrazione a tappe: la seconda generazione trovò lavoro nelle fabbriche e nel tessile, poi la tragica alluvione del Polesine nel 1951 spinse tanti altri veneti a trasferirsi nel torinese. Una migrazione che col tempo ebbe anche risvolti politici e amministrativi con l’elezione nel 1969 del primo sindaco veneto di Chieri, il padovano Egidio Olia. Il padre dell’attuale sindaco è veneto.
                                                                                           Filippo Re