“La trappola dei ricordi”
Quant’era bella, la Giulia. Eccola! Piede sinistro a terra, seduta sul sellino posteriore del tandem affidato alla guida dell’amica. Entrambe belle. Giovani. Sorridenti e tutte in ghingheri. Tirate a festa e perfino un po’…civettuole, con quelle zeppe allora di gran moda e che ancora oggi, dopo settant’anni, vanno ch’è un piacere. Bizzarrie del fashion! Del resto, a Cortemaggiore (e credo un po’ ovunque allora e forse anche oggi in certe realtà di paese) s’usava così. Quando queste foto vennero scattate era certamente di domenica. E la domenica, allora, era proprio domenica. Giorno di festa e di grandi rituali “vasche”, su e giù per la via principale del tuo bel paese (bassa piacentina, venti chilometri da Piacenza e altrettanti da Cremona, al confine fra Emilia e Lombardia); era il giorno degli abiti nuovi da sfoggiare con malcelata nonchalance, degli anvein (anolini) in brodo – in cui papà Gigén era solito versare un bel bicchierotto di rosso, di quello buono – e del manzo in tavola, era il giorno della Messa grande nella Collegiata di Santa Maria delle Grazie, dagli interni decorati con pregiate opere pittoriche, fra cui un prezioso “Polittico” del Quattrocento firmato da Filippo Mazzola, padre del più noto Parmigianino. E, terminata la Messa, il via en plein air alla festa attesa per tutta la settimana. Nulla di straordinario. Il ciarliero ritrovarsi nella piazza principale del paese antistante la Collegiata e il Palazzo Municipale, le camminate da guarda un po’ come sono bella e ben vestita sotto i suggestivi e tipicamente emiliani portici, i crocchi vocianti, le risate e le volute fumanti e dai profumi non propriamente delicati sparsi al vento dai potenti “Toscani” o dalle “Nazionali” o “Popolari” senza filtro ( 2 lire a pacchetto e sicure “spaccapolmoni”) incollati alle labbra degli uomini, in attesa –molti – di varcar la soglia dell’osteria, ad attenderli altra spessa cortina di fumo e le simpatiche “briscolate” e il tipico scudlein (non il primo della giornata) con frizzantini bianchi o rossi assolutamente locali.
Si era negli anni immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale. E tu, Giulia, avrai avuto poco più di vent’anni. Da qualche anno eri fidanzata con il tuo Renzo. Vi eravate conosciuti, sempre di domenica, in un ballo a palchetto, credo, a Chiavenna Landi. Lui di Pontenure, tu cortemaggiorese doc o magiustreina, com’erano ironicamente definiti in allora gli abitanti di Cortemaggiore, derisi dai buontemponi d’altri paesi vicini come “quelli che andavano a raccogliere le fragole o magiustar con le scale!”. Di mezzo, la guerra e, per lui, la non facile prigionia in Germania. Ora si vivevano gli anni della ricostruzione. Ricostruzione urbana e ricostruzione di vite. Il passato era alle spalle. Il futuro era ancora tutto possibile. E da giocare. Forse più di oggi. Si vede nei sorrisi di queste foto, pubblicate tempo fa da un giornale locale e affettuosamente inviatemi da Mauro, figlio di tuo fratello Ermanno e l’ultimo dei Verdini oggi a Cortemaggiore. Anche il farsi scattare una foto era allora uno dei riti demenicali in gran voga. Si sognavano le storie da fotoromanzo. E voi fanciulle dal bell’aspetto speravate fors’anche in qualche sporadico ritorno al paese natio di quell’ormai quasi famoso vostro coetaneo Franco Fabrizi (cortemaggiorese del ’16, figlio del barbiere Eugenio e dell’Enrichetta Lippini, cassiera del cinema) che, a Roma, stava rincorrendo le luci del successo cinematografico sotto le ali protettive dei vari Fellini, Antonioni, Germi e altri celebri registi d’allora. E di ogni tempo. Mica da ridere! E che dire poi del fotografo cui si devono queste foto? Davvero bravo e originale. Tal Mainardi. Il nome si legge a stampa sulle foto stesse. Curiosa quella che ti ritrae all’ingresso di un vecchio palazzo, con tre amiche, sotto una “G” scritta in caratteri cubitali. G come Giulia. Effetto sicuramente voluto, non a caso. E in un’altra, che divertente quel piccolo “brighella” (altro simpatico vezzo del Meinardi, quello di inserire sempre bimbe e bimbi nei suoi scatti) che fa capolino e sorride divertito alle spalle del vostro solito quartetto domenicale!
Oggi, quel bimbo dovrebbe avere non meno di un’ottantina d’anni. Chissà? Scatti di una realtà serena, dopo gli orrori della guerra. Di una realtà che nel ’49 si ritrovò addirittura ricca di un giacimento, sia pure modesto, di petrolio che nelle mani del grande Enrico Mattei fece di Cortemaggiore un centro Agip di primo livello nella produzione di benzina raffinata, la celebre “Supercortemaggiore” iconizzata con il logo del “cane a sei zampe”.
E Cortemaggiore balzò agli onori delle cronache. Nazionali. E non solo. Ma tu in quegli anni vivevi già altrove. Eri diventata moglie e mamma. Avevi seguito il tuo Renzo prima a Pontenure e poi a Torino, con il tuo “Nani” che aveva appena terminato la prima elementare. Un’altra vita. Un altro mondo, spesso in salita. Da tenere in piedi giorno dopo giorno. Sempre con quel sorriso timido e riservato. E tanta voglia di cantare. E quegli occhi scuri che diventavano pura luce davanti alla nuova, piccola “Nani”. Anche la mia Elena, fino a quando il tempo non ti ha rubato la memoria, la chiamavi così. Ricordi? Dio mio, quanto mi manchi, Giulia! E quant’eri bella, MAMMA!
Gianni Milani
Mirafiori è stata testimone, alla fine degli anni ‘50, della produzione della prima 500 con cui partì la motorizzazione di massa. Infatti, nonostante all’epoca la Fiat 600 stesse riscuotendo successo, il presidente Vittorio Valletta affidò a Dante Giacosa la realizzazione di una nuova vettura economica partendo dai disegni di Hans Peter Bauhof, impiegato nella sede tedesca della Fiat. Vennero prodotti i primi prototipi solo per quanto riguarda l’estetica della vettura, fino a raggiungere il giusto compromesso tra aerodinamica e spazio interno. La Nuova 500 viene così lanciata nel 1957: inizialmente non convince la l’allestimento spartano e la meccanica rudimentale del motore, ma pochi mesi dopo il tutto viene ottimizzato e l’estetica migliorata di nuovi dettagli.
La versione di maggiore successo è stata senza dubbio la 500 F, lanciata nel 1965, premiata per le finiture cromate all’esterno e nell’abitacolo, il motore potenziato e l’aumento di capienza del serbatoio. Ad oggi, Mirafiori è rinata con l’avvio dell’era elettrica: nel 2019 in occasione degli 80 anni del complesso, FCA ha annunciato l’intenzione di fare dello storico stabilimento, la casa della nuova generazione della 500, il primo modello 100% elettrico, investendo una cifra pari a 700 milioni di euro per allestire linee di assemblaggio nuove, altamente automatizzate e creare un Battery Hub, un centro di competenza per le batterie.
Avviata nella seconda metà del 2020, poco prima dell’annuncio della storica fusione con PSA Group – racchiude Peugeot, Citroën, DS Automobiles, Opel e Vauxhall Motors – che ha dato vita al colosso Stellantis, la produzione della 500 elettrica impiega circa 1200 addetti con una capacità massima di 80.000 unità l’anno ed è stata accompagnata dalla realizzazione, sempre a Mirafiori, dell’ambizioso progetto di applicazione della tecnologia Vehicle to Grid il quale consente, tramite sistemi di carica capaci di far viaggiare l’energia in entrambe le direzioni – dalla rete dell’auto e viceversa -, di utilizzare le auto stesse come riserve da cui l’energia possa essere prelevata per stabilizzare il sistema nei momenti critici. Infine lo scorso ottobre, Stellantis ha annunciato lo spostamento a Mirafiori dell’intera produzione delle Maserati Ghibli e Quattroporte, prima assemblate a Grugliasco, con la creazione de Stellantis Turin Manufacturing District, il quale guiderà Maserati nel passaggio graduale all’elettrico, mantenendo la produzione della 500 elettrica e della prossima generazione.