In programma al teatro Vittoria, si richiamano alla dicitura di una sinfonia di Haydn “Tempora mutantur”
Proseguirà con tre concerti di primavera la stagione 2021/2022 dell’orchestra Polledro, con Federico Bisio sul podio quale direttore stabile, nella cornice torinese del Teatro Vittoria.
I concerti , in programma rispettivamente martedì 1 marzo alle 21, martedì 5 aprile, sempre alle 21 e martedì 17 maggio alle 21, prendono il titolo dal brano sinfonico che verrà eseguito nell’ultimo degli appuntamenti, “Tempora mutantur”, la Sinfonia n. 64 in La maggiore di Joseph Haydn, composta tra il 1773 e il 1775, quasi al termine del periodo dello Sturm und Drang, durante il quale Haydn produsse i brani più significativi del suo repertorio.
Il primo concerto di primavera, in programma martedì 1 marzo al teatro Vittoria, alle 21, vedrà l’Orchestra Polledro, diretta dal direttore stabile Federico Bisio, con il violino solista Tommaso Belli, impegnata nell’esecuzione del Concerto per Violino e Orchestra in Re maggiore n. 4 Kv 218 di Wolfgang Amadeus Mozart e in quella della Sinfonia in La maggiore n. 29 KV 201. Il primo concerto si richiama alla matrice della scuola italiana cui Mozart aggiunse il suo inconfondibile estro melodico; pare, infatti, che egli si sia ispirato a un concerto di Boccherini scritto nella stessa tonalità, presumibilmente nel 1768, e da lui stesso apprezzato dopo averlo ascoltato in Italia. La Sinfonia n. 29 in La maggiore K 201, completata a Salisburgo nell’aprile del 1774, rappresenta una tra le più note sinfonie giovanili mozartiane. Questo brano, insieme alla Sinfonia in do maggiore K 200 e a quella in sol minore K 183, rappresenta una svolta nel processo di affrancamento dall’influenza dominante del gusto italiano, anche grazie ai contatti proficui che la capitale imperiale viennese sviluppò con le tendenze contemporanee più significative. Mozart in questa sinfonia sicuramente si ispirò a Haydn, al carattere dialettico del suo bitematismo e alla sua solida costruzione, proseguendo la ricerca verso nuovi riferimenti stilistici. I risultati espressivi vanno in direzione di una rielaborazione del modello originale e di un’impronta che rende Mozart piuttosto vicino alla nascente poetica dello Sturm und Drang.
Il secondo concerto primaverile dell’orchestra, in programma martedì 5 aprile alle 21, per la direzione del maestro Federico Bisio e Carlo Romano quale primo oboe, sarà incentrato sull’esecuzione della Serenata in Si bemolle maggiore KV 361 di Mozart, detta “Gran partita”. Si tratta di una composizione considerata, per la sua scrittura innovativa, “un vero monumento della musica per strumenti a fiato”. Non si conosce esattamente quando Mozart compose questa serenata e una datazione certa di quest’opera rivestirebbe certamente una grande importanza, in quanto consentirebbe di chiarire alcuni particolari della stessa biografia mozartiana. Nel catalogo mozartiano, tuttavia, la “Gran Partita” occupa una posizione di particolare rilievo per la grandiosità della sua struttura formale, che conta sette movimenti, per la genialità dell’invenzione melodica e armonica e per l’originalità dell’organico strumentale. Mozart, al tradizionale complesso di due oboi, due clarinetti, due fagotti e due corni, aggiunse una seconda coppia di corni, il contrabbasso e due corni di bassetto, che qui fanno la loro prima comparsa nella sua opera, per poi riapparire nel primo atto del Ratto del Serraglio. Di rara bellezza è il terzo tempo di questa Serenata, l’Adagio, una pagina notturna e appassionata, contraddistinta da un canto di grande dolcezza e melanconia, introdotto da una coppia di corni.
Il terzo concerto, in programma martedì 17 maggio prossimo, alle 21 sempre al teatro Vittoria, e diretto dal maestro Federico Bisio, si articolerà in tre diversi ascolti. Di Joseph Myslivecek verrà eseguita la Sinfonia in Sol maggiore ED. 10:G10; di Luigi Boccherini la Sinfonia in re minore Op. 12 n. 4 G 506 intitolata “La casa del diavolo” e di Franz Joseph Haydn la Sinfonia in La maggiore n. 64 Hob I :64, dal titolo “ Tempora mutantur”.
Myslivecek è stato un compositore ceco, attivo in particolar modo in Italia, dedito soprattutto alla lirica e rimasto sempre fedele alle convenzioni dell’opera seria italiana. Come compositore spazio’ anche al di fuori dell’ambito lirico, componendo molteplici sinfonie, concerti, trii, quartetti, quintetto, ottetti, sonate per violino e musica per tastiera.
La Sinfonia in Re minore opera 12 n. 4 (G 506), detta “La casa del diavolo”, fu composta da Luigi Boccherini nel 1771 mentre il musicista era al servizio dell’Infante Don Luis di Spagna. Nel manoscritto è riportato, per quanto riguarda l’ultimo movimento, che “Chaconne rappresenta l’inferno ed è stato fatto a imitazione di quello di Mr Gluck nel Convitato di Pietra”.
Infine la Sinfonia n. 64 in La maggiore, nota anche come “Tempora mutantur”, di Franz Joseph Haydn, è stata composta tra il 1773 e il 1775, al termine di quel periodo dello Sturm und Drang durante il quale lo stesso Haydn compose i brani tra i più importanti del suo repertorio. Il soprannome “Tempora mutantur” è stato dato dallo stesso compositore. Si tratta di una dicitura che egli appose sulle partiture orchestrali preparate per la prima esecuzione di questa sinfonia al Castello Esterhazy. Questa dicitura proviene dalla popolare raccolta di Epigrammi di John Owen, pubblicata nel 1615.
La strumentazione prevede due oboi, due corni e archi. I movimenti della sinfonia sono quattro, coerentemente con i canoni della sinfonia del Classicismo.
Biglietti in prevendita presso www.ticket.it e la sera stessa del concerto presso il Teatro Vittoria, in via Gramsci 4, a Torino, a partire dalle ore 20.
Ente organizzatore Orchestra da Camera Giovanni Polledro
Mara Martellotta
Ad aprire il concerto sul palco di Collisioni, avremo il piacere di ascoltare La Rappresentante di Lista, nell’unica tappa piemontese del suo MY MAMMA – CIAO CIAO EDITION dopo il successo a Sanremo con la canzone che già si annuncia un tormentone estivo. Un successo su tutti i livelli, con numeri in crescita sui social media, sin dall’inizio della settimana sanremese: i follower su Instagram sono più che raddoppiati, quelli su Tik Tok arrivati a 50mila, con più di 6 milioni di visualizzazioni, il brano è stato utilizzato in oltre 50mila video, rendendo “CIAO CIAO” il terzo brano sanremese più utilizzato sulla piattaforma.
Il primo incontro tra i due avvenne sette anni fa allorché Maurizio De Giovanni adattò per il palcoscenico “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Kesey, poi arrivò il successo del commissario Lojacono e dell’avamposto poliziesco dei “Bastardi di Pizzofalcone” (una sorta di 87° distretto newyorkese con stanza a Napoli), con le sue facce, con i drammi personali, con i casi da risolvere. Una collaborazione, fatta di amicizia e di desiderio di sperimentare su più fronti, quella nata tra Alessandro Gassmann e il giallista più acclamato di casa nostra (il pubblico che corre in libreria o punta gli occhi sulla tivù di casa per i casi del commissario Ricciardi, di Mina Settembre o dell’ex agente segreto Sara), da cui è nato “Il silenzio grande”, visto al cinema e giunto finalmente al Carignano per la stagione dello Stabile torinese.
Da buon giallista, anche in quella biblioteca che parrebbe immersa nella vivace linearità del racconto, De Giovanni trova modo di costruire inaspettatamente l’essere e l’apparenza, di unire il mondo dei vivi e quello dei morti (ma più non si può dire, scoprirà felicemente ogni cosa lo spettatore). La regia di Gassmann srotola a poco a poco lo svolgersi della vicenda, le cose mai dette, gli angoli dei sentimenti negati, a volte con piccoli particolari, con gesti o con giochi di luci, con gli attimi di un tempo impressi nel velo che divide il pubblico e la scena. Il teatro mette ancora più a fuoco l’ambiente claustrofobico che il cinema poteva spezzare in qualche respiro all’esterno, forse qui spinge il pedale della comicità ma senza mai interrompere il clima di drammaticità sottile che riempie il palcoscenico. Ha un prezioso alleato in Massimiliano Gallo, chiuso saldamente nel bozzolo di Valerio, nella sua moderna misantropia, nella propria ingenuità, nella volontà di voler rimanere intimamente ancorato al passato, e pronto a esplodere nelle verità che gli si concretizzano davanti, dialogo dopo dialogo, una prova davvero matura, giocata tra mille sfumature, dove l’attore attinge, nella parola e nei gesti, nel modo di muoversi attraverso la scena, al panorama eduardiano o a certi dialoghi spezzettati che ricordano da vicino il compianto Troisi. Accanto a lui, Stefania Rocca, Pina Giarmanà dalla schietta umanità, e i figli Paola Senatore e Jacopo Sorbini, capaci di costruire nei loro interventi due personaggi pieni di precisi, apprezzati chiaroscuri. Un vero successo alla prima. Repliche sino a domenica 6 marzo.


Ecco come veniamo a sapere degli ampi baffi che gli ricopriranno come un ricamo in avvenire la parte inferiore del viso, ecco come ci appare il lato sentimentale del medesimo (tutto per dirci che i sentimenti dell’eterno raisonneur verranno coinvolti nella prossima inchiesta) che vede morire la giovane infermiera che s’è presa cura di lui. Fine del preambolo (inutile). Poi, nella bellissima fotografia a colori di Haris Zambarloukos, siamo catapultati vent’anni dopo, nel vero e proprio “Assassinio sul Nilo”, dove già s’intrecciano i destini del bello e squattrinato Simon Doyle innamoratissimo di Jacqueline de Bellefort la quale si dà la zappa sui piedi quando gli presenta la sua migliore amica, la straricca ereditiera Linnet Ridgeway, da sempre abituata a far suo quel che desidera: manco a dirlo, i due dopo sei settimane saranno già convolati a più (per loro) o meno (per la tradita) giuste nozze, con tanto di viaggio di nozze sul Nilo, con amici e parenti, tra fiumi di champagne, un po’ appartata Jacqueline, lì a rodersi e a meditar vendetta, imbucata come la Discordia alla cena dell’Olimpo.
