SPETTACOLI- Pagina 2

La memoria collettiva, come un lungo caotico romanzo

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“L’agente segreto”, candidato a quattro premi Oscar

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Due giovani ragazze, più vicine alla nostra epoca, percepiscono una retribuzione per ricomporre, attraverso registrazioni, articoli dei tanti giornali, intercettazioni ambientali, come in un puzzle che non conosce delimitazioni ma che al contrario si dilata ad ogni nuovo sguardo, giorno dopo giorno: i tratti, l’esistenza, gli spostamenti, i fatti e la morte di Armando alias Marcelo, dando forma a una spy story che trova le proprie radici durante un carnevale di Recife della seconda metà dei Settanta, caotico e sanguinoso, di quelli che pur tra i festeggiamenti seminano catene di vittime. Frammenti dopo frammenti, tracce, visi che si mescolano e si fanno sempre più numerosi, parole e chiacchiere, voci, tante voci disseminate e ancora silenziose, un intreccio che non si chiarifica, che s’affida anche al cinema – che non è certo sempre spettacolo benevolo, se una donna può uscire dalla sala in preda come posseduta da quanto ha appena visto – e agli schermi su cui scorrono le immagini dello “Squalo” horrorifico del giovane Spielberg o il naso schiacciato di Belmondo circondato da cento bellezze, o alle locandine che s’affacciano sugli ingressi delle sale, “Pasqualino Settebellezze” della nostra Wertmuller, per esempio. Si tenta di ricomporre la storia ma altresì la Storia, quella con la esse maiuscola, quella della dittatura e dei generali al comando, della corruzione e delle uccisioni a cui la parola inchiesta per ristabilire laverità e i mandanti sarà del tutto negata. Realtà e ricostruzioni, al di là di qualche decennio, sangue e anche ironia, sberleffo che dovrebbe accompagnarti al sorriso (o alla risata) ma che dentro quel sangue non ci riesce, per cui anche “la gamba pelosa”, trovata in bocca allo squalo, che va disseminando strage in un giardinetto notturno dentro cui da coppiette o trii di grande mescolanza si consuma un’ampia ginnastica sessuale, si fa realissima in tutto il suo più genuino surrealismo. Brandello importante di un grottesco che è una delle anime dell’intera, doverosa, gustabilissima vicenda. Imprigionato in esso quel memento di b-movie che spesso è arrivato a terrorizzarci e a farci anche un po’ sorridere, in avanti con gli anni.

Pugni nello stomaco dello spettatore, ingarbugliamenti e un racconto dove molte cose (troppe?) rimangono sotto il pelo dell’acqua, un preteso caos che dà la mano a quel materiale disordinato e misterioso che andiamo cercando, sbocconcellamenti cinematografici che ritroviamo qua e là. Fin dall’inizio. Una stazione di servizio dove il protagonista giunge a bordo di un giallo maggiolino per rifornirsi mentre un cadavere, al riparo dal sole ma non dai tafani che gli ronzano intorno e dai cani randagi che gli si avvicinano, occupa il suo spazio nell’area di sosta. L’incredulo viene informato che il morto è lì disteso già da qualche giorno e che nessuno ancora è venuto a reclamarlo: mentre un’auto della polizia gli viene a passare accanto, chiede documenti e informazioni ad Armando/Marcelo, reclama con calma al padrone del servizio una qualche mancia per la buona polizia. È l’inizio. Poi facciamo la conoscenza di Dona Sebastiana e della sua casa ospitale con “i rifugiati”, del piccolo Fernando che è il figlio di Armando e che vive con i nonni, del corrotto capo della polizia Euclides, della famosa gamba pelosa che qualcuno pensa bene di sostituire nella cella dell’obitorio con una zampa d’animale, del nuovo lavoro che il protagonista riesce a ottenere nell’ufficio dell’anagrafe locale, di un ebreo sfuggito all’olocausto, dei due sicari che il perfido quanto arrogante Ghirotti, genovese d’origine, ha assoldato per far fuori Armando/Marcelo, colpevole d’aver scoperto che il famigerato ha annullato tutti i finanziamenti all’università dove lui è a capo di un gruppo di ricerca. E ancora, Elza che guida un movimento di resistenza politica, una storia di passaporti di cui si ha sempre più urgenza, una carneficina con tanto di macchie rossastre che s’allargano sul selciato, il figlio di Armando con un salto di decenni, che una delle ragazze investigatrici ha rintracciato in una clinica dove approdano i donatori di sangue e che ha preso il posto di un vecchio cinema. Fernando confessa di non aver nessun ricordo del padre ma ricorda benissimo di aver visto in quello spazio dove oggi lavora proprio il film di Spielberg, con il nonno.

L’agente segreto”, suddiviso in tre capitoli, è valso il Premio per la regia a Cannes al suo regista Kleber Mendonça Filho e il Palmarès per la miglior interpretazione maschile a Wagner Moura, eccellente triplice (potremmo dire) interprete, che si è pure preso tra le mani il Golden Globe con quello come miglior film straniero, mentre ora attende di conoscere quale/quali delle quattro candidature porti a casa lo zio Oscar. “L’agente segreto” a ben vedere è un grande romanzo fiume, di quelli che si leggerebbero comodamente seduti in poltrona, flussi di parole senza briglie a frenarle, 158’ impressi sullo schermo, un fiume (volutamente?) disperso e mai dispersivo, inesauribile di immagini, di memorie e di sentimenti, di ossessioni, di ricordi sfocati e di un’immaginazione che pur avrà fatto ricorso all’immaginario collettivo di un tempo, che ha preso a emblema l’immagine di un uomo che improvvisamente vediamo cadavere ricoperto di sangue e abbandoniamo in un sottofinale. Un dramma (diventa un drammone, con tutte le proprie leggi, in taluni momenti?) a cui si potrebbe non perdonare la eccessiva lunghezza e quei tratti di “avventura” che sviano lo sguardo dello spettatore rendendolo più “facile” ma che certo ha in sé due momenti di cinema “alto” come sono quelli che danno vita alla riunione e alla cena con Ghirotti e che, come si usa scrivere in questi momenti, varrebbero il prezzo del biglietto: ma certamente “L’agente segreto” non ha la robustezza, la dolenza e la commiserazione, lo sguardo lucidamente triste di un film che l’anno scorso abbiamo amato moltissimo, “Io sono ancora qui” del brasiliano Walter Salles, Oscar come miglior film in lingua straniera e un monumento per Fernanda Torres, costruzione di memoria collettiva e privata allo stesso tempo, di quella medesima terra del Brasile che ancora ricerca i suoi desaparecidos.

A teatro “Ditegli sempre di sì”: “chi è davvero il pazzo?”

Domenico Pinelli debutta, come interprete e regista, venerdì 6 febbraio, alle ore 21, al teatro Gioiello di Torino, con la tragedia che si fa farsa “Ditegli sempre di sì”, di Eduardo De Filippo. La produzione è a cura della compagnia degli Ipocriti di Melina Balsamo, composta da 12 attori.  Pinelli l’ha portato in scena per la prima volta nel 2024  al teatro La Pergola di Firenze, in occasione del 40esimo anniversario della scomparsa del grande drammaturgo.

La geniale commedia era nata nel 1927 con un atto unico in dialetto napoletano, dal titolo “Chill’è pazzo!”, ed era stata scritta per il fratellastro Vincenzo Scarpetta e, in seguito, nel 1932, reintitolata dopo aver apportato importanti modifiche. L’opera racconta una vicenda in bilico fra farsa e dramma, dove la follia si fa motore narrativo e specchio della condizione umana. Muovendo dal celebre monito di Eduardo di “divertirsi riflettendo”, la messinscena propone un arilettura più consapevole e stratificata del testo, ricercando il cuore tragico dietro l’apparente leggerezza. Il progetto, sostenuto da una compagnia di giovani interpreti, coniuga rispetto per la tradizione e ambizione contemporanea, nel segno dell’umorismo pirandelliano, che tanto influenzò Eduardo. La storia parla di Michele Murri, un commerciante dimesso dal manicomio, dove è stato ricoverato per un anno, che torna a casa dalla sorella Teresa, a cui viene raccomandato di sottostare alle richieste del fratello per non tornare il suo fragile equilibrio. Murri, apparentemente sembra guarito, ma confonde i nomi reale persone, non conosce ironia, prende tutto alla lettera e si ritrova in un mondo in cui la normalità non coincide con ciò che la sua mente gli suggerisce, e tutto questo provoca una serie di equivoci e fraintendimenti. L’opera è una scommessa coraggiosa, che trasforma la farsa in dramma e rilancia la domanda “chi è davvero il pazzo?”.

Venerdì 6 e sabato 7 febbraio ore 21 / domenica 8 febbraio ore 16

Teatro Gioiello – via Cristoforo Colombo 31, Torino

Mara Martellotta

Los Lobos, un’istituzione musicale

Teatro Superga, Nichelino (TO)

Mercoledì 11 febbraio, ore 21

Los Lobos

Vincitori di quattro Grammy Award su dodici candidature, i Los Lobos sono da oltre cinquant’anni un’istituzione per il rock americano di derivazione latina. Si sono formati nel 1973 dall’incontro di Louie Perez, Steve Berlin, Cesar Rosas, Conrad Lozano e David Hidalgo, e mantengono ancora oggi i componenti originari. Capaci di rivisitare con gusto raffinato ma popolare canzoni tradizionali come Sabor a Mi, o Volver, Volver, abbattere barriere generazionali con la rivisitazione di un classico di Ritchie Valens come La Bamba che li ha fatti conoscere a livello mondiale, fino all’incontro ad inizio degli anni ’90 con un produttore come Mitchel Froom che agevolerà il passaggio a sponde più complesse ma dal fascino profondo di un capolavoro come Kiko.

L’importanza culturale dei Los Lobos è stata oggetto di una profonda ed interessante disamina basata proprio sulla multiculturalità della band in The Art of Democracy, a concise history of Popular Culture in the United States, scritto da Jim Cullen (NYU Press 1996).

Quattro i concerti previsti in Italia: l’esordio mercoledì 11 febbraio al Teatro Superga di Nichelino (TO) con apertura dei Black Tail da Latina.

Info

Teatro Superga, via Superga 44, Nichelino (TO)

Mercoledì 11 febbraio 2026, ore 21

Los Lobos

Biglietti: platea 50 euro, galleria 38,50 euro

www.teatrosuperga.it biglietteria@teatrosuperga.it

IG + FB: teatrosuperga

Orari biglietteria: dal martedì al venerdì dalle 15 alle 19

“La nave del ritorno”… Quella terribile tragedia delle foibe

Al “Teatro Concordia” di Venaria Reale, si celebra il “Giorno del Ricordo” con una produzione del brianzolo “Teatro dell’Aleph”

Lunedì 9 febbraio, ore 21

Venaria Reale (Torino)

La produzione porta la firma del “Teatro dell’Aleph”, compagnia teatrale fondata e diretta dal 1987 da Giovanni Moleri, operante in Brianza e a livello nazionale, il cui nome ci riporta a quell’ “infinito” di impossibile descrizione narrato nella celebre omonima raccolta di racconti (1949) di Jorge Luis Borges. Sul palco un’attrice e due attori: Elena Benedetta MangolaDiego Gotti e Salvatore Auricchio. La regia e i testi sono dello stesso Moleri.

“La nave del ritorno”, in programma il prossimo lunedì 9 febbraio (ore 21), presso il “Teatro Concordia” di corso Puccini alla Venaria Reale, vuole commemorare nel “Giorno del Ricordo”, il 10 febbraio di ogni anno – istituito ufficialmente nel 2004 dal “Parlamento Italiano” – la tragedia degli italiani vittime delle “foibe” e dell’esodo dalle loro terre di istrianifiumani e dalmati, che negli anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale furono costretti con violenza (a seguito del “Trattato di Pace” di Parigi, 10 febbraio 1947, e sotto la feroce occupazione dei comunisti jugoslavi) ad abbandonare le loro terre e tutto ciò che avevano. Uomini, donne e bambini che, in scena, al “Concordia” diventano personaggi simili “a ombre, fantasmi del passato che raccontano la loro terribile testimonianza”.

“Le loro parole, tratte da testimonianze reali, narrando l’eccidio delle ‘foibe’, danno corpo e voce – sottolineano gli interpreti – non solo alle vittime del genocidio ma, attraverso loro, a tutti coloro che sono stati perseguitati e a tutti coloro che ancora subiscono violenza per motivi etnici, politici e religiosi”. Le loro storie sfilano su sentieri tracciati dalla violenza e dalla sorda ingordigia del potere, ma non restano sospese a un passato di cui è d’obbligo non fare dimenticanza ma che, anzi, ancora oggi dovrebbe essere di monito alle terrifiche disumane tragedie che macchiano del sangue di migliaia e migliaia di innocenti molti Paesi di questo nostro ammorbato Pianeta.

Tra i personaggi dello spettacolo emerge la figura di Norma Cossetto (Visinada, 1920 – Antignana, 1943), la studentessa istriana che fu arrestata dai “partigiani titini” alla fine dell’autunno del ’43 quando aveva soli 23 anni. Separata dal resto dei prigionieri, fu denudata e tenuta legata ad un tavolo per 4 giorni e sottoposta a sevizie e stupri ripetuti dai suoi 17 carcerieri. Poi, legata con il filo di ferro agli altri prigionieri, fu gettata viva nella “foiba” di Villa Surani, in Croazia. Insignita, il 9 dicembre del 2005, della “Medaglia d’oro al Merito Civile” (per aver rappresentato la sofferenza degli italiani in Istria ed il rifiuto di collaborare con gli occupanti), questa giovane donna, luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio, incarna le violenze subite dalla popolazione italiana in IstriaDalmazia e Venezia Giulia tra il 1943 ed il 1945. In modo ignobile e proprio da parte di molte donne, giudicate allora colpevoli semplicemente di essere mogli, madri, sorelle o figlie di persone ritenute condannabili dal regime, e per decenni dimenticate o ignorate, ma negli ultimi anni riportate alla luce, con tutte le loro storie, come parte importante e non eludibile delle molteplici sofferenze subite dagli italiani sul “confine orientale”. Durante e dopo il secondo conflitto mondiale.

Il testo dello spettacolo è costruito su reali testimonianze e documenti storici. La ricerca è stata effettuata dagli stessi attori e dal regista anche grazie all’incontro con l’“Associazione delle Comunità degli Esuli istriani, dalmati e giuliani” di Roma.

 Ricordiamo ancora che alla figura e al sacrificio di Norma Cossetto è stato anche dedicato, nel 2018, il film “Red Land – Rosso Istria” per la regia di Maximiliano Hernando Bruno. Fra gli interpreti Franco Nero e Geraldine Chaplin. Nei panni di Norma Cossetto, l’attrice genovese Selene Gandini.

Per info: “Teatro della Concordia”, corso Puccini, Venaria Reale (Torino); tel. 011/4241124 o www.teatrodellaconcordia.it

Gianni Milani

Nelle foto: “La nave del ritorno”, immagini di scena

Seeyousound sotto il segno di David Bowie

Torna Seeyousound edizione numero 12. Il Festival di cinema e musica si svolgerà dal 3 all’8 marzo al cinema Massimo. Quest’anno vi saranno 2 giorni in meno. Sono previsti 68 titoli (senza repliche),dj set, live e performance audiovisive. Il direttore Carlo Griseri alla domanda se si farà di nuovo il Festival, (visto la difficoltà a reperire risorse) risponde, “non è facile ma lo facciamo”. La kermesse dal titolo “Make Some Noise”, si propone di esplorare il “rumore” come impulso creativo. L’edizione 2026 si aprirà il 3 marzo con due film dedicati ai Casino Royale.

“Quarantine Scenario” di Pepsy Romanoff e “Alba ad ovest” e da un live del gruppo. La chiusura l’8 marzo invece sarà dedicata a David Bowie con “The Final Act” di Jonathan Stiasny, sull’ultimo periodo della carriera del “Duca Bianco”. Sarà presente in sala il regista. Sono previsti documentari biografici su Sun Ra, Herbie Hancock , Boy George, Madalitso Band dal Malawi e Pablo Milanes. Da segnalare il documentario”A Century in Sound”, ambientato nei caffè giapponesi Ongaku Kissa, dove ci si siede comodamente per ascoltare dischi. Viene riconfermata la tradizione di abbinare alle proiezioni i live. Fabio Giachino (5marzo), Giorgio Li Calzi e Stefano Risso ( 6 marzo), Micah P. Hinson ( 7 marzo). L’8 marzo legato alla proiezione di “Falene” di Ivan Cazzola è previsto un concerto con ospiti a sorpresa.

Pier Luigi Fuggetta

 Lucilla Giagnoni al teatro Garybaldi con “Magnificat”

Al teatro Garybaldi di via Partigiani 4, a Settimo Torinese, per la stagione di teatro, danza, musica e circo contemporaneo vi sarà il gradito ritorno di Lucilla Giagnoni con il “Magnificat”. Hanno collaborato al testo Maria Rosa Pantè e le musiche sono di Paolo Pizzimenti. La pièce è stata realizzata grazie alla produzione di Teatro Piemonte Europa e Centro Teatrale Bresciano. “Magnificat” rappresenta un viaggio poetico e simbolico che attraversa epoche, miti, religioni e vissuti quotidiani, alla scoperta di uno sguardo nuovo sul mondo. Lucilla Giagnoni accompagna lo spettatore in un percorso ispirato a una sorta di gioco dell’oca, un itinerario a spirale fatto di ostacoli e rivelazioni, dove ogni casella è un’occasione per riflettere, emozionarsi e ritrovare il senso delle cose. Al centro dello spettacolo, il concetto di “sguardo poetico”, una lente capace di cogliere la bellezza nascosta nell’ordinario, la forza rigeneratrice del femminile e il potere trasformativo della parola e dell’arte. Con ironia, profondità e grande presenza scenica, l’attrice invita lo spettatore a rallentare, a guardare con occhi diversi, a riscoprire la forza del linguaggio come strumento di cura e unione. Tra sogno e realtà, accompagnata dai video evocativi di Massimo Violato e dalle musiche originali di Pizzimenti, Lucilla Giagnoni consegna un’esperienza teatrale intensa e commovente, che parla al cuore e all’intelligenza dello spettatore. “Magnificat” è un invito a credere nella bellezza e alla potenza del teatro come spazio d’umanità.

Lucilla Giagnoni è attrice, autrice e regista, formatasi alla bottega di Vittorio Gassman, a Firenze, lavorando con grandi maestri quali Vittorio Gassman e Jeanne Moreau. Ha collaborato con Teatro Settimo e lavorato con registi come Alessandro Baricco e Antonella Ruggero. Tra i suoi spettacol piu noti, “Vergine madre”, “Big Bang”, “Apocalisse”, “Ecce Homo”, “Furiosa Mente”, “Magnificat”, “Anima Mundi”, e le meditazioni teatrali come “La Misericordia” e “Pacem in Terris”.

Teatro Garybaldi – via Partigiani 4, Settimo Torinese – sabato 7 febbraio ore 21

Mara Martellotta

Ultimo appuntamento con la rassegna Note Libere

La musica classica e il Novecento, l’impegno civile e quello artistico sono i temi che verranno affrontati dal giornalista e presidente del Polo del ‘900, Enzo Sinigaglia, insieme al noto musicologo Enzo Restagno durante il talk del 9 febbraio prossimo, che chiuderà il ciclo dei dieci appuntamenti previsti della rassegna Note Libere, incontri in cui si è parlato di Torino, di musica e dell’ottantesimo anno dalla Liberazione. Al fianco del talk è prevista musica dal vivo targata Centro Civico di Formazione Musicale: sul palco, il sassofonista Claudio Chiara e il fisarmonicista Massimo Pitzianti porteranno in scena le musiche sincopate degli anni Quaranta, periodo in cui il jazz rappresentava un simbolo di resistenza.

Lunedì 9 febbraio – ore 18 – Auditorium di Palazzo San Daniele (Polo del ‘900), piazzetta Antonicelli, Torino.

Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria sul sito del Polo del ‘900

Mara Martellotta

 Musica e cinema, torna SEEYOUSOUND: “Make some noise” 

Si è giunti alla dodicesima edizione di SEEYOUSOUND International Music Film Festival , il primo festival in Italia interamente dedicato al cinema a tema musicale.  Si terrà a Torino dal 3 all’8 marzo prossimo. Per sei giorni la città diventerà una mappa sonora e cinematografica con ben 68 film, tra anteprime assolute e internazionali, live, dj set e performance audiovisive, mostre e una residenza artistica, nel segno del mantra 2026 “MAKE  SOME NOISE”.

Il Festival, infatti, esplora il “rumore “ quale impulso creativo,  linguaggio delle controculture  e metafora della contemporaneità, proponendo un ricco programma di documentari, film di finzione, cortometraggi, videoclip e sonorizzazione, che spaziano dal funk alla house, dal jazz al punk, fino al black metal e all’elettronica.

Tra i titoli più attesi la prima internazionale di “Bowie, The final act” con il regista Jonathan Stiasny in sala  e  l’anteprima assoluta di Micah  P. Hinson “The tomorrow man” con live esclusivo dell’artista.

Trenta i titoli in anteprima italiana come “Pauline Black: A 2- Tone Story” di Jane Mingay, dedicato alla carismatica voce dei The Selecter che sarà ospite insieme alla regista; “Herbie”, omaggio all’innovativo sperimentatore Herbie Hancock, tratteggiato da Patrick Savey in sala per la prima; “Wolves”, racconto di formazione ambientato ai margini della scena balck metal europea, diretto da Jonas Ullrich, ospite del festival; Boy George & Culture Club (sabato 7 marzo) di Alison Ellwood, regista pluripremiata già autrice del recente documentario su Cyndi Lauper; “Ray Vonn”, viaggio immersivo nella notte berlinese e i film su Sun Ra, che approfondisce la filosofia di questo visionario musicista, pioniere e poeta dell’afrofuturismo, e “Sul Butthole Surfers”, una delle band più scandalose e influenti dell’underground americano. Accanto alle proiezioni un ricco programma live, con l’evento speciale “Casino Royale – Suono/Visione/Suono”, una produzione originale nata dall’incontro tra il festival e la storica band che, per l’opening night di Seeyousound, presenterà una performance inedita; il set di Mikah P. Hinson, l’esibizione di Giorgio Licalzi e Stefano Risso; due jam session dedicate agli ultimi quarant’anni della scena torinese, con ospiti speciali a sorpresa, legati ai film “Nostra Torino oscura” e “Falene”. Seguiranno il progetto audiovisivo Kitbashing, di Abadir, con Nicolò Cervello, e le performance di Francesco Corvi e Jolanda Moletta, oltre al party postfunk “From screen to dance floor”, che avrà luogo presso i Magazzini sul Po, con le dj Lavalamp e Catu Diosis (in arrivo dall’Uganda). Il programma prevede 68 titoli in sei giorni di proiezioni, quest’anno senza repliche, e collaborazioni con il Torino Jazz Festival, che realizzerà il 5 marzo il concerto per pianoforte di Sergio Giachino a chiusura del documentario Herbie. Il programma si estenda anche al campo delle arti visive, con la mostra “Quiet not absent” da Alberto Anhouse, presso la galleria Recontemporary, dove la mostra sarà aperta dal 19 febbraio al 21 marzo, e l’esposizione “Visioni soniche”, cover afrofuturiste da Visualgrafika, spazio Miele dedicata all’immaginario proprio dell’afrofuturismo.

Seeyousound XII edizione ha uno slogan preciso: “Make some noise”, e si svolgerà dal 3 all’8 marzo. Le proiezioni si terranno al Cinema Massimo e si tratta di un appuntamento unico nel panorama italiano.

Mara Martellotta

“Callas, Callas, Callas” per Palcoscenico Danza

Per Palcoscenico Danza al teatro Astra giovedì 5 febbraio alle ore 20 andrà in scena il balletto “Callas, Callas, Callas”, con le coreografie di Adriano Bolognino, Carlo Massari e Roberto Tedesco .

Nel centenario della nascita di Maria Callas l’omaggio di COB Compagnia Opus Ballet, diretta da Rosanna Brocanello, assume una particolare valenza anche per l’originalità che l’ha ispirato, affidare a tre giovani, ma già affermati coreografi dal linguaggio contemporaneo, una creazione a serata, che rifletta la loro personale visione della leggendaria artista, senza però volerla raccontare descrivendola.
Tre sguardi differenti, quindi, tre approcci e restituzioni in danza che il bel titolo già evidenzia. Titolo che è anche un invito per lo spettatore  a scoprire o ritrovare tra le pieghe di un movimento o la coralità di un ensemble, tra le sonorità elettroniche o i frammenti di arie celebri disseminati nell’architettura coreografica, tra una luce o un costume che evidenzia gesti e posture, la propria Callas. O magari un’altra, inedita, che la danza astratta può suggerire, evocare, imprimere nell’atmosfera e nella memoria. Riconosceremo sicuramente tre celebri arie dalla Tosca di Puccini , dalla Norma di Bellini e dalla Carmen di Bizet.

La compagnia Opus Ballet è  nata nel 1999 ed è  stata diretta sin dalla sua fondazione da Rosanna Brocanello, che si è  impegnata nella formazione di giovani coreografie e danzatori , con l’intento di creare , promuovere e coordinare iniziative a carattere artistico e culturale, nel campo della danza in relazione alle altre espressioni artistiche quali quelle della musica, delle arti visive e della performance.

Mara Martellotta

(foto archivio Palcoscenico Danza)

“Stand up for Giuda”, interpretato da Ettore Bassi alle Fonderie Limone

 

Il regista Leonardo Petrillo ricostruisce la sua vita

Dal 5 all’8 febbraio prossimo, l’attore Ettore Bassi sarà in scena alle Fonderie Teatrali Limone con il monologo “Stand up for Giuda”, dopo aver vestito, vent’anni fa, i panni di San Francesco d’Assisi. La pièce è firmata e diretta da Leonardo Petrillo. Lo spettacolo è stato presentato a Roma, a fine luglio scorso, nel corso di due serate evento nel Tempio di Venere in occasione del Giubileo, ottenendo un gran successo di pubblico.

Nel mito collettivo, Giuda è il traditore per eccellenza, e Leonardo Petrillo ricostruisce la sua vita a partire dall’incontro con Gesù, alla fase del visionario dubbioso, fino al momento in cui ,’istinto prende il sopravvento. Giuda lo ama più di tutti gli Apostoli, tradendo affinché si compisse il disegno divino. Quando Gesù si lascia crocifiggere senza usare poteri soprannaturali, Giuda comprende che non è Dio, ma un uomo, e che il disegno divino risulta incomprensibile.

Sul palco Ettore Bassi, apprezzato interprete televisivo e cinematografico che restituisce a Giuda la sua umanità, tra rimorso e ribellione, contro la coscienza collettiva che lo ha condannato. In sala assistiamo a un assolo emozionante della rivendicazione di Giuda. Sua è la versione dei fatti sulla verità dell’evento. Se Gesù avesse spiegato il mistero della Resurrezione senza far ricorso a metafore incomprensibili, lui e gli Apostoli avrebbero compreso il significato di quella morte e non si sarebbero smarriti. Con l’apparizione di Cristo, il mistero viene svelato agli altri, ma non a Giuda, che si è tolto la vita per il rimorso del suo tradimento. La versione che Giuda ci consegna è quella di un uomo che, sentendosi discriminato ingiustamente nei secoli, si ribella alla coscienza collettiva che lo ha definito “traditore”. La condanna di Giuda non è eterna, la sua speranza resta viva fino a quando, come ricordava Papa Francesco, orgoglio, cupidigia e vanità saranno estirpate, e l’uomo liberato dai pregiudizi.

Fonderie Teatrali Limone – via Pastrengo 88, Moncalieri (TO)– “Stand up for Giuda” – 5-8 febbraio 2026

Orari: 5-6 febbraio ore 20.45 -7 febbraio ore 19.30 – 8 febbraio ore 16

Mara Martellotta