SPETTACOLI- Pagina 2

A Torino arriva Dante, l’uomo dietro il poeta

 

Venerdì 27 marzo al Teatro Cardinal Massaia va in scena “Dante, l’uomo dietro il poeta”, per la regia di Marco Arbau.

Portare in scena Dante oggi significa affrontare una sfida complessa: restituire la grandezza del poeta senza perderne l’umanità. È da questa tensione che nasce “Dante, l’uomo dietro il poeta”, uno spettacolo teatrale che sceglie di allontanarsi da una rilettura didascalica della Commedia per accompagnare lo spettatore dentro il percorso esistenziale, artistico e spirituale di Dante Alighieri.

Attraverso una drammaturgia originale che intreccia parola, azione scenica e musiche composte appositamente, lo spettacolo costruisce un racconto accessibile ma rigoroso, capace di rendere attuali temi universali come l’amore, l’esilio e la ricerca di senso.

L’elemento distintivo è la scelta di dare voce a Beatrice, restituendole una presenza autonoma e consapevole: non più solo simbolo idealizzato, ma interlocutrice viva, capace di dialogare con Dante e con il pubblico. Una prospettiva che apre a una riflessione contemporanea sul ruolo della memoria, della figura femminile e della costruzione del pensiero poetico.

Dopo aver già toccato diverse città italiane e raccolto riscontri positivi, lo spettacolo si propone come un ponte tra tradizione e contemporaneità, capace di parlare a pubblici diversi, dalle scuole agli appassionati di teatro. Ne abbiamo parlato insieme al regista, Marco Arbau.

Il suo spettacolo evita una trasposizione didascalica della Commedia: qual è stato il punto di partenza per costruire invece un racconto così umano e contemporaneo di Dante?

Esattamente, sono partito proprio da questo. Nel momento in cui volevo rappresentare Dante, volevo provare a vederlo come uomo.

Anzi, faccio un passo indietro: il vero fulcro dello spettacolo era la resilienza dell’artista. Io non ero particolarmente vicino a Dante; mi sono ritrovato a leggere La Vita Nuova quasi per caso. E mentre la leggevo, mi sono chiesto: ma chi era davvero Dante? Non è nato come sommo poeta; non si nasce già artisti a quel livello. Allora mi sono domandato: cosa ha sofferto? Com’è arrivato a diventare quello che è stato?

Approfondendo la sua vita, la cosa interessante è che nel momento più tragico, quando ha perso tutto, è stato esiliato, ha perso casa, famiglia, proprio nel momento più oscuro ha scritto la Divina Commedia. Quindi la resilienza di un artista che, quando non ha più niente, si aggrappa all’unica cosa che gli resta, cioè la cultura, e da lì tira fuori un’opera straordinaria.

L’idea nasce da questo. Da lì abbiamo costruito un percorso, immaginando anche alcuni aspetti in modo un po’ più libero. Dante viene sempre descritto come cupo, anche rissoso, cosa che in realtà non era del tutto vera, ma sicuramente aveva delle ragioni forti: era contro i politici corrotti, contro tutto ciò che stava degradando Firenze.

Quindi sì, magari poteva sembrare rissoso, ma perché aveva un fuoco dentro. Questa cosa mi ha acceso una lampadina: sono aspetti che a scuola non ci insegnano. Non ti spiegano come Dante sia diventato Dante.

Questa scoperta l’ho fatta insieme a Beatrice e Jacopo (i protagonisti): quando le ho parlato di questa idea, lo stesso giorno abbiamo iniziato a comprare libri su libri per approfondire la sua vita. È stato un percorso incredibile, perché più andavamo a fondo, più scoprivamo quanto fosse una figura estremamente attuale.

Possiamo quindi parlare di una scrittura collettiva? Gli attori sono stati coinvolti anche nella costruzione del testo?

Sì, esattamente. I ragazzi li ho coinvolti subito, perché avevo già in mente di inserirli nello spettacolo. Ho dato proprio a loro l’onere di scrivere un primo copione, che poi, perché sono molto esigente, è stato modificato un milione di volte. Però l’idea era proprio quella di costruirlo insieme.

Alla fine hanno scritto tantissimo: si sono informati, hanno letto molti libri. Anche perché quello che volevamo evitare era una restituzione troppo scolastica, fatta di citazioni delle opere. Invece no: volevamo andare a vedere l’umanità. Le opere ci sono, ma solo accennate; le chiamiamo un po’ degli “easter egg” per chi le conosce.

È molto generoso da parte di un regista.

In realtà l’idea è sempre stata questa. Io lavoro così: coinvolgere il più possibile gli artisti. Anche perché l’obiettivo è lo spettacolo, non l’ego. L’ego, se arriva, è una conseguenza, magari sotto forma di riconoscimento, ma non deve mai essere il punto di partenza.

Il messaggio viene prima di tutto. Se hai artisti con determinate capacità e competenze, devi lavorare su quelle. Vale un po’ per tutto, anche nella danza: il coreografo lavora sulle qualità dei danzatori. È quello l’obiettivo.

Non capisco perché molti non lo facciano.

Perché, per definizione, gli artisti hanno un ego molto forte. E al vertice della piramide ci sono gli attori, mentre alla punta c’è il regista, che spesso è un attore all’ennesima potenza. Quindi non è facile. La scelta di dare voce a Beatrice, la Beatrice dantesca non l’attrice, è centrale: come cambia la narrazione quando lei diventa un’interlocutrice autonoma e non più solo uno sguardo filtrato dal poeta?

Beatrice è solo ciò che ha scritto Dante. Di lei, in realtà, non sappiamo nulla: non ci sono documenti certi. Forse è morta di parto, ma anche questo non è sicuro. Quindi, per una donna così tanto raccontata, ma sempre attraverso gli occhi di Dante, abbiamo detto: va bene, ma lei cosa direbbe davvero? Cosa penserebbe di quest’uomo che l’ha vista da bambino, poi da adulto, le ha rivolto solo un saluto e le ha dedicato fiumi di parole?

Abbiamo quindi voluto dare voce a Beatrice. A una donna dell’epoca che, in realtà, non è poi così distante da molte dinamiche contemporanee. Non solo darle voce, ma anche far incontrare Beatrice e Dante: metterli in dialogo. Perché tutto quello che Dante ha scritto, probabilmente non gliel’ha mai detto davvero, almeno per quanto ne sappiamo.

Ci siamo presi questa libertà: farli parlare. Senza fare troppi spoiler, però, e restando comunque fedeli alla realtà, senza spingerci troppo nella fantasia. Per Dante è come una finestra, un momento in cui può finalmente esprimere tutto quello che pensa di lei. Ma è solo un attimo, fugace.

E poi c’è anche il punto di vista di Beatrice: ci siamo immaginati che raccontasse come ha vissuto questa situazione e, in qualche modo, chi fosse davvero, anche se non lo sappiamo. Ci siamo presi la responsabilità di dare voce a un personaggio così famoso, ma di cui, in fondo, non conosciamo nulla.

Parola, corpo scenico e musica originale convivono nella drammaturgia: come ha lavorato per trovare un equilibrio tra questi linguaggi senza perdere l’intensità del racconto?

È stato facilissimo. Per esempio, sulle musiche non ho voluto mettere mano al testo: i brani sono cantati utilizzando versi di Dante, presi soprattutto dalla Vita Nuova, ma anche da altri passaggi scelti in base alla loro efficacia scenica.

La cosa incredibile è che queste musiche, pur avendo uno stile che potremmo definire pop, funzionano benissimo. Le parole di Dante, messe in musica, suonano in modo naturale e molto efficace.

Dico che è stato semplice proprio per questo: il testo c’era già, si trattava “solo” di metterlo in musica. Ed è stato davvero sorprendente. Quei testi, che non a caso erano concepiti anche per essere ascoltati, funzionano ancora oggi in modo straordinario.

Ascoltandoli cantati, molti versi si comprendono anche meglio: mentre letti richiedono spesso una parafrasi o un certo studio, in musica il messaggio arriva in modo più immediato. Questa è stata una scoperta incredibile.

Siamo molto orgogliosi del lavoro fatto, e capita spesso di ascoltare le musiche anche separatamente dallo spettacolo.

Lo spettacolo è pensato anche per un pubblico eterogeneo, inclusi scuole e contesti formativi: qual è la reazione che più l’ha colpita finora tra gli spettatori?

Sia per i ragazzi delle scuole sia per gli adulti, ed è una cosa che ci rende estremamente curiosi, tutti ci dicono: “Non pensavamo che Dante fosse così divertente” o comunque così interessante.

Purtroppo viene visto in modo molto scolastico. E dico “purtroppo” perché anch’io, prima di lavorare a questo spettacolo, lo percepivo così. Invece ha una storia davvero incredibile. Si potrebbero fare tranquillamente delle serie: la sua vita è straordinaria.

Ed è un esempio, soprattutto per gli artisti. È proprio il modello di una vita artistica: qual è l’obiettivo finale? L’ego o portare bellezza? Quella bellezza che, si dice, può salvare il mondo. Io ci credo molto.

Apro una piccola parentesi: questa convinzione mi è nata anche dopo aver letto la lettera agli artisti di Papa Giovanni Paolo II. Lì si parla proprio del ruolo dell’artista nella società: non l’ego, non l’autoaffermazione…

L’autorealizzazione personale.

Esatto, non è quello l’obiettivo primario. Quello può arrivare dopo se lavori bene. Ma la priorità è un’altra: portare sollievo.

Questo è il compito dell’artista. In quell’ora, un’ora e mezza in cui siamo in scena, anche facendo i “buffoni”, se vogliamo, possiamo permettere alle persone di staccare da una vita magari difficile, piena di problemi. Offrire un momento di sollievo.

È come vedere un bel film, ma dal vivo, e quindi molto più impattante. Oppure restituire qualcosa che si è perso: noi studiamo ogni parola di Dante, ma non sappiamo chi fosse davvero.

È proprio lavorando su Dante che ho scoperto una figura incredibile. Un maestro, ma non solo per le opere: per la vita. Per come ha reagito quando ha perso tutto. Era un uomo con una posizione, dei beni, una certa stabilità e ha perso tutto, è stato esiliato, è diventato nessuno.

E proprio lì, nel momento più buio, quando chiunque si sarebbe arreso o si sarebbe lasciato andare alla rabbia, lui ha trasformato tutto questo, rabbia, frustrazione, disperazione, creando l’opera delle opere.

Per me è stato come trovare un faro. Può sembrare una frase fatta, ma più lo studiamo, più capiamo che la sua vita è davvero un esempio. Non solo le opere: quasi più la vita. Le opere sono una conseguenza.

I ragazzi, ma anche gli adulti, si interessano davvero. La cosa sorprendente è che fanno domande sulla vita di Dante. E ovviamente vedi i professori con gli occhi a cuoricini.

Per un docente, vedere gli studenti appassionati della materia deve essere una bella soddisfazione.

Sì, esatto. Perché credo che abbiamo trovato una formula giusta per arrivare ai ragazzi, senza snaturare il personaggio. Ci tengo molto a mantenere ciò che è documentato, ciò che è ufficiale: lo spettacolo ha anche una componente divulgativa.

Però sempre in chiave moderna, perché altrimenti non arriva. Dobbiamo adattarci al loro linguaggio.

Scusami se mi dilungo, ma sono davvero molto coinvolto e sono innamorato di questo spettacolo.

Nessun problema, anzi…

Ti racconto un episodio dell’anno scorso, in una data molto piccola, con pochissimo pubblico. Ero anche piuttosto scontento di come stava andando la serata.

Tra il pubblico c’era una delle maestranze del teatro, un po’ burbera, quasi scontrosa, di quelle che ti rispondono male. A fine spettacolo è venuta in regia, mi ha guardato con gli occhi lucidi, mi ha detto “grazie” ed è andata via.

Per me è stato un momento fortissimo. Lì ho capito che il messaggio era arrivato. Sono piccole esperienze, ma ti danno la conferma del perché fai questo lavoro.

Quel “grazie”, detto da lei, in una sala quasi vuota, per me vale più di qualsiasi applauso o complimento. Significa che stai facendo la cosa giusta, che l’obiettivo è quello giusto.

Lori Barozzino

Foto Fabio Galizia

Teatro Cardinal Massaia

Ore 20:45

Cast:

Jacopo Siccardi – Dante

Beatrice Frattini – Beatrice

Andrea Chiapasco – Virgilio

Regia:

Marco Arbau

Biglietti:

Intero

20.62 + 1.51 €

Ridotto

17.36 + 1.27 €

Riduzione valida per under 12, over 65, studenti universitari under 26, possessori di Abbonamento Musei e tessera AIACE.

Sono previsti controlli all’ingresso e occorre presentare un documento per usufruire della riduzione.

Il processo al sistema: Melissa Vettore racconta Prima Facie

Ci sono spettacoli che si limitano a raccontare una storia. E poi ce ne sono altri che aprono una ferita, la tengono lì, davanti agli occhi di tutti, e chiedono: cosa faresti tu?

Il 26 e 27 marzo il Teatro Colosseo di Torino accoglie Prima Facie, il testo della drammaturga australiana Suzie Miller, diventato negli ultimi anni uno dei fenomeni teatrali più rilevanti a livello internazionale. Dalla scena di Sydney al trionfo nel West End londinese fino a Broadway, lo spettacolo arriva ora a Torino nella versione italiana firmata da Daniele Finzi Pasca, con Melissa Vettore protagonista di un monologo intenso e necessario.

Abbiamo incontrato l’attrice, di origine brasiliana, per entrare nel cuore di uno spettacolo che non si limita a rappresentare, ma attraversa.

Al centro della vicenda c’è Tessa, giovane avvocata penalista brillante, cresciuta dentro una fede incrollabile nel sistema giudiziario. Per lei la legge è una macchina perfetta, un equilibrio che regge finché ognuno svolge il proprio ruolo. Ma quando diventa vittima di violenza, quella struttura si incrina.«Questo lavoro è profondamente umano», racconta Melissa Vettore. «Perché, in modi diversi, tutti abbiamo avuto bisogno del sistema e, almeno una volta, ci siamo sentiti traditi o abbandonati». È proprio questa frattura a rendere Prima Facie così potente: la contraddizione tra il vincere e il perdere, tra ciò che si crede giusto e ciò che si vive sulla propria pelle.

«All’inizio Tessa è una donna vincente», spiega l’attrice. «Parte da una condizione umile, ma riesce a imporsi, a entrare tra “quelli che vincono”, difendendo anche persone accusate di violenza. È ambizione, è affermazione». Poi qualcosa si spezza. «Nella seconda parte diventa vittima e lì emergono tutte le contraddizioni dell’individuo. Si trova a mettere in discussione le sue convinzioni e sente davvero, sulla pelle, il significato della parola “ingiustizia”. E anche il senso di colpa».

Il testo di Suzie Miller, avvocata oltre che drammaturga, affonda proprio in questo scarto: nel passaggio tra teoria e esperienza, tra diritto e realtà. Non c’è semplificazione, non c’è retorica. Solo una domanda insistente: cosa succede quando il sistema non riesce a proteggerti? A rendere ancora più incisivo questo attraversamento è la regia di Daniele Finzi Pasca, che sceglie una cifra essenziale, rigorosa, capace di amplificare senza invadere. «Il linguaggio di Daniele è magico», racconta Vettore. «Alleggerisce il testo ma allo stesso tempo invita il pubblico ad entrare. È un lavoro molto preciso, fatto di oggetti, ritmo, silenzi». E proprio quegli oggetti diventano chiavi emotive.

«A un certo punto utilizziamo un elemento scenico per trasmettere la sensazione della violenza. È un passaggio forte, perché non si tratta solo di raccontare, ma di far percepire. Anche agli uomini». Non è un dettaglio. «Per me è importante che gli uomini vengano a vedere questo spettacolo», sottolinea. «Perché è anche a loro che si rivolge. Serve una maggiore educazione affettiva, serve un cambiamento della mentalità collettiva». In scena, Vettore è sola. Ma è una solitudine solo apparente. «È l’esperienza più forte della mia vita come attrice», confessa. «Il corpo non rappresenta soltanto, ma espone. E quello che porta non è più solo mio».Attorno a lei, una costruzione corale fatta di regia, visione, ascolto. «C’è un lavoro di squadra fortissimo. Anche quando sei sola in scena, senti che tutto è condiviso».E condivisa è anche la responsabilità.

«Mi sento una portavoce», dice. «Delle donne, certo, ma anche di un dialogo più ampio. Voglio ringraziare le donne, ma anche gli uomini che scelgono di mettersi in discussione». Il teatro, qui, diventa qualcosa di più di uno spazio di rappresentazione. «Quando affronta temi così attuali, il teatro diventa un luogo di contatto», spiega Vettore. «Non si parla in astratto. Si parla a persone che queste cose le conoscono sulla propria pelle». E allora la distanza si annulla.

«È un tema che quasi sussurriamo all’orecchio di molte donne. E quando accade, diventa qualcosa di molto vicino». I numeri lo confermano: una donna su tre subisce violenza. Ma Prima Facie non si limita a dirlo. Lo fa sentire. «Bisogna lavorare per cambiare», aggiunge l’attrice. «Anche le leggi, anche nel mondo digitale. Serve un cambiamento reale».

Tradotto in oltre venti lingue e rappresentato in quasi cinquanta Paesi, Prima Facie continua a generare dibattito ovunque venga messo in scena. Ma la sua forza non sta solo nei numeri: s nella sua capacità di trasformare un monologo in un’esperienza collettiva. E forse è proprio questo il suo gesto più radicale: ricordarci che la giustizia, prima ancora che nei codici, vive nei corpi e nelle coscienze.

Valeria Rombolà

Credit photo: Alex Catan

Valsusa Filmfest, tutte le novità

La XXX edizione del VALSUSA FILMFEST si svolgerà dal 28 marzo al 24 maggio prossimo con molte novità

È stata presentata il 21 marzo scorso la XXX edizione del VALSUSA FILMFEST, festival cinematografico e culturale di comunità che animerà i diversi Comuni della Valle di Susa dal 28 marzo al 24 maggio prossimi, con un ricco programma che pone al centro i temi della memoria storica, della montagna, dell’ambiente e dell’impegno civile.
Il programma prevede eventi in otto Comuni della Valle di Susa, Almese, Avigliana, Caprie, Chianocco, Condove, Oulx, San Giorio e Villarfocchiardo, e a Torino, il 25 aprile, nel Museo Diffuso della Resistenza, con il coinvolgimento di quattro istituti scolastici e di una rete di oltre 30 associazioni e realtà del territorio, e il 6 maggio al teatro di Caprie verrà proiettato il docufilm “6 ,aggio 1945. Torino festeggia la Liberazione”, di Marino Bronzino, alla presenza del regista e del protagonista Riccardo Rossotto. Il 25 aprile parteciperanno la giornalista Linda Cottimo e Pietro Polito, direttore del Centro Studi Pietro Gobetti di Torino. A seguire, in serata, verrà proiettata l’opera vincitrice della sezione Fare Memoria.

La XXX edizione del VALSUSA FILMFEST è dedicata a Fabrizio De André, cantore e poeta degli ultimi, artista capace di dare voce alle ingiustizie, alle comunità marginalizzate e alla fragile bellezza della natura, la cui opera continua a rappresentare un riferimento etico e culturale per il festival, che aprirà sabato 28 marzo al cinema Comunale di Condove con la proiezione di “Nel blu dipinto di rosso”, di Stefano Di Polito, film finalista ai Nastri d’Argento sezione Documentari Musica del 2026. Il documentario racconta la storia dei Cantacronache attraverso le testimonianze diverse di Emilio Jona e Fausto Amodei. Sarà presente il regista con la partecipazione del Coro Popolare “Giovanna Marini”.
Trent’anni dopo la sua fondazione, l’anima resistente del festival è ancora viva. Nato nel 1997 da un’idea di Armando Ceste, il festival ha attraversato tre decenni senza mai interrompersi, diventando un laboratorio permanente di cultura, memoria e partecipazione civile. Come da tradizione, il programma prevede proiezioni di opere in concorso e fuori concorso, spettacoli, concerti, presentazioni librarie e incontri con ospiti speciali, coinvolgendo scuole, associazioni, amministrazioni locali e cittadini. Tra i principali appuntamenti si segnalano”

Sabato 18 aprile, in occasione degli ottant’anni della nascita di Freddy Mercury, al teatro Magnetto di Almese, ci sarà un esclusivo concerto dal titolo “A night at the Freddie’s Opera”, con Mike Moran, storico collaboratore del leggendario cantante dei Queen, accompagnato da Giordano Petrini proprio nel ruolo di Mercury, e dal soprano Gracela Dorbessan nel ruolo di Moserrat Caballé.

Venerdì 24 aprile, alla taverna Tortuga di Chianocco, verrà assegnato il Premio Bruno Carli Locale ai membri della Commissione Tecnica Torino-Lione dell’Unione Montana Valle Susa che, da trent’anni, dedicano il proprio impegno al servizio della comunità valsusina, mentre il Premio Bruno Carli Nazionale sarà consegnato domenica 19 aprile al parco Robinson di Almese, alle 17.30, dedicato a tutta la popolazione palestinese. In ogni edizione, infatti, il festival ricorda Bruno Carli, partigiano e primo presidente del VALSUSA FILMFEST, con l’omonimo Premio destinato a esponenti di realtà impegnate nella difesa dei diritti e dell’ambiente.

Martedì 28 aprile, incontro con Mauro Pagani, tra i più importanti musicisti italiani dagli anni Settanta a oggi. Con la proiezione del documentario a lui dedicato presso il cinemateatro Magnetto di Almese, alle ore 21. Pagani dialogherà con il giornalista e operatore culturale Enrico De Regibus, percorrendo le tappe fondamentali della sua carriera, ricordando i suoi 14 anni di collaborazione co Fabrizio De André. Nel corso della serata, Mauro Pagani presenterà, insieme alla regista Cristiana Mainardi, “Andando dove non so – Mauro Pagani, una vita da fuggiasco”. Nastro d’Argento 2026 per il Miglior Documentario nella sezione speciale “Musica”. Il film racconta un momento delicato della vita dell’artista e il percorso di ricostruzione della propria identità dopo una temporanea perdita di memoria. Prenotazioni alla mail segreteria@valsusafilmfest.itl

Venerdi 15 maggio, alla Cascina Focchiardo, alle ore 21, per il 120⁰ anniversario della nascita di Mario Soldati, si terrà un incontro legato al ricordo, tra immagini e parole, dei numerosi episodi cinematografici, letterari e televisivi che legano il grande scrittore, regista e giornalista piemontese alla Valle di Susa. Attraverso filmati, testimonianze e letture, verrà ripercorso il rapporto di Soldati con questo territorio, evocato in opere come “Piccolo Mondo Antico”, “Fuga in Francia” e il reportage televisivo “Viaggio lungo la valle del Po” e i racconti “Storie di spettri” e “I racconti del maresciallo”. Interverrà Anna Cardini Soldati, nuora di Mario Soldati e anima dell’associazione a lui intitolata, e condurranno la serata Antonita Fonzo e Andrea Galli.

Venerdì 22 maggio, al teatro Fassino di Avigliana, si svolgerà l’evento esclusivo “Una voce dell’anima sarda. Ricordo di Andrea Parodi”, omaggio dedicato al grande cantante, fondatore dei Tazenda, a vent’anni dalla sua scomparsa. L’evento è condotto da Enrico De Regibus e vedrà la partecipazione dei Tazenda, dei soci fondatori Gigi Camedda e Gino Marielli insieme alla nuova voce e tastiera Serena Carta Mantiglia, insieme alla cantautrice Elena Ledda, accompagnata dal musicista Mauro Palmas e dai familiari di Andrea Parodi.

Il festival si concluderà il 24 maggio prossimo.

Il XXX VALSUSA FILMFEST è organizzato dall’associazione Valsusa Filmfest con il sostegno e la collaborazione di Regione Piemonte, Assessorato alla Cultura Città metropolitana di Torino, Fondazione Compagnia di San Paolo, Unione Montana Valle Susa e Comuni coinvolti.

Info: www.valsusafilmfest.it

Mara Martellotta

Le nostre donne, commedia francese al Concordia

Teatro Concordia Domenica 29 marzo, ore 21

Luca Bizzarri, Enzo Paci e Antonio Zavatteri in una pièce francese dal tono ironico e spiazzante sui rapporti tra uomo e donna

 

Max (Luca Bizzarri), Paul (Enzo Paci) e Simon (Antonio Zavatteri) sono amici da trent’anni. Un’amicizia vera, inossidabile e gioiosa. La loro vita professionale è un successo, il bilancio della loro vita privata un po’ meno. Una sera, i tre amici si ritrovano a casa di Max per il loro consueto poker. Ma Simon arriverà con quasi un’ora di ritardo dando ai due amici una motivazione sconvolgente. La partita di poker non avrà mai inizio perché si assisterà ad una serie di scontri verbali che potrebbero portare a una rottura definitiva della loro consolidata amicizia. E le donne saranno le assolute protagoniste di tutti i conflitti che si creeranno.

Le Nostre Donne è una commedia francese dell’autore contemporaneo franco-tunisino Eric Assous (ha vinto il Molière come miglior autore francofono nel 2010 per L’Illusione Coniugale) in cui si sono cimentati i mostri sacri del cinema e del teatro d’oltralpe: dopo il grande successo al Theatre de Paris con Jean Reno e Daniel Auteuil in scena, lo stesso co-protagonista e regista Richard Berry ha realizzato nel 2015 il film omonimo (Nos femmes) con lo stesso Auteuil. Una commedia comica e intelligente, magistralmente dosata in perfetto stile francese: raffinata e dissacrante, leggera e spietata al tempo stesso, dal ritmo inarrestabile che gioca con il ribaltamento dei ruoli e con i colpi di scena. Una prova d’attore tutta al maschile, in cui le donne del titolo non ci sono fisicamente, ma invadono comunque la scena: amate, odiate, rimpiante, assenze materializzate dai discorsi dei loro uomini in crisi.

In scena Luca Bizzarri recentemente tornato al suo primo amore, il teatro, Enzo Paci, apprezzato protagonista del film di Rai uno Come è umano lei sulla vita di Paolo Villaggio e Antonio Zavatteri, attore e regista teatrale, apprezzato in fiction e film. Tutti e tre, come il regista Alberto Giusta, diplomati alla Scuola dello Stabile di Genova.

Info

Teatro della Concordia, corso Puccini, Venaria Reale (TO)

Domenica 29 marzo 2026, ore 21

Le nostre donne

Di Eric Assous

Con Luca Bizzarri, Enzo Paci e Antonio Zavatteri

Regia: Alberto Giusta

Produzione: CMC/Nidodiragno – Teatro Stabile di Verona

Biglietti: intero 23 euro, ridotto 21 euro

www.teatrodellaconcordia.it

011 4241124 – info@teatrodellaconcordia.it

 

“La ragazza con la lavastoviglie di perla”, viaggio ironico con Giulia Pont

 ALLO SPAZIO KAIROS 

Dopo il sold out registrato nella serata del 5 marzo, lo Spazio Kairos di via Mottalciata 7 aggiunge una data alla sua stagione per ospitare Giulia Pont. L’attrice torinese propone “La ragazza con la lavastoviglie di perla“. L’appuntamento è fissato per sabato 28 marzo alle 21.

Lo spettacolo, scritto e interpretato dalla stessa Pont con la regia e la collaborazione drammaturgica di Carla Carucci, si configura come un viaggio ironico e profondamente onesto attraverso le contraddizioni dell’età adulta. Protagonista è quella generazione che si sente costantemente fuori tempo e fuori posto, sospesa tra il desiderio di adeguatezza e la realtà di una quotidianità decisamente meno glamour di quella sognata durante l’adolescenza. Con uno sguardo intriso di sarcasmo, l’autrice esplora il paradosso di chi si ritrova a frequentare corsi di danza circondata da teenager o a gestire un rapporto decisamente conflittuale con il concetto stesso di relax e le notti insonni.

Il cuore del monologo risiede nel ridimensionamento terapeutico delle proprie aspettative. Mentre i miti d’infanzia come Jennifer Lopez incarnano un ideale di felicità irraggiungibile tra yacht e successi planetari, Giulia Pont invita il pubblico a scoprire una nuova forma di realizzazione, forse più modesta ma certamente più autentica, che può manifestarsi anche davanti allo sportello di una lavastoviglie. Tra il racconto di “uomini carciofo” finalmente lasciati alle spalle e l’arrivo di insperati bravi ragazzi, la pièce si trasforma in una catartica confessione collettiva, dove le piccole rivelazioni della vita diventano momenti di irresistibile comicità.

La protagonista

Giulia Pont nasce a Torino nel 1986. Si laurea al Dams (2010) e si diploma all’Atelier Teatro Fisico di Torino (2011) diretto da Philip Radice. Si forma con maestri quali Eugenio Al legri, Jean Meningue, Philippe Hottier, Rita Pelusio, Laura Curino, André Casaca, Carlo Boso e altri. Non solo interpreta ma inizia a scrivere, perché scrivendo può giocare a trasformare gli incidenti della vita in storie divertenti e catartiche. Nel marzo del 2012 “Ti lascio perché ho finito l’ossitocina”, il primo spettacolo di cui è autrice oltre che interprete, si classifica primo al concorso di monologhi UNO di Firenze e nel 2013 partecipa, con grande successo di pubblico, al Torino Fringe Festival. Lo spettacolo ha fatto un centinaio di repliche in tutta Italia.
Lavora anche in diversi spettacoli della compagnia Action Theatre in English, diretta da Rupert Raison, ed entra nel cast de “Il medico per forza” di Molière, prodotto da Mulino ad Arte. Nel 2016 torna a studiare e consegue il diploma al corso di perfezionamento per attori Shakespeare School, diretto da Jurij Ferrini e con maestri quali lo stesso Ferrini, Cristina Pezzoli, Valerio Binasco, Marco Lorenzi, Alessandra Frabetti e altri. Nel marzo 2018 debutta nella rassegna Il cielo su Torino del Teatro Stabile di Torino con lo spettacolo “Effetti indesiderati anche gravi” scritto dalla stessa Ponte da C. Trione. In scena con lei Lorenzo De Iacovo. Sempre nel 2018 scrive “Non tutto il male viene per nuocere, ma questo sì” di cui affida la regia a Carucci. Ancora nello stesso anno fonda, insieme ad altri 23 colleghi, la compagnia Crack24.

 

Utilità
Informazioni: 3514607575 (anche whatsapp),  biglietteria@ondalarsen.orgwww.ondalarsen.org.

Ingresso riservato ai soci Arci: se ci si tessera in loco, il biglietto del primo spettacolo è a 6 euro.
Spazio Kairos apre un’ora prima degli spettacoli. I biglietti si possono comprare online su www.ticket.it.
Intero: 12 euro. Ridotto (universitari, over 65, TAT, CRAL, carta giovani, abitanti circoscrizione 6, AIACE): 10 euro. Under 18 e persone con disabilità: 8 euro. Ridotto Comitiva (acquisto minimo di 6 biglietti per la stessa serata: 48 euro. Abbonamento “Onda” con 4 spettacoli a scelta: 32 euro.

 

S’è rotto l’antico orologio nella casa delle sorelle Prozorov

Al Carignano, sino al 29 marzo

La scena di Giuseppe Stellato, innanzitutto. Appoggiati al grigiore della vasta tela che occupa gran parte del palcoscenico – un’unica via di fuga sulla destra ma in gran parte invisibile -, un tavolo e una decina di sedie posti su un piano inclinato, del colore della neve e del verde delle piante, a trasmettere l’ansia e l’instabilità e la fatica dei movimenti, punto di traguardo un pianoforte (che verrà verso la fine parzialmente smembrato) a cui Solënyj (Francesco Aricò, che acquista rimarchevole peso scena dopo scena) strimpella e recita versi, anche Pasternak aiuta a inquadrare, quasi solo per se stesso, forse unico spazio – nella desolazione che vive tutt’intorno – dove ricreare un barlume di felicità. Un isola, o già una zattera, in balia di un mare dove non è altro che calma tempesta. In opposto, una macchina fotografica, antica, è ancora Solënyj ad azionarla, a catturare quasi come un susseguirsi di inquadrature cinematografiche immediate i momenti di una memoria che ti sguscia dalle mani, nella volontà di “salvare almeno l’attimo presente” (mi chiedo se siamo tanto lontani, avvicinandoci alla contemporaneità, al “carpe diem” del professor Keating di Williams e Weir?). Sguscia a te stesso, agli altri tutti. “Passeranno gli anni ed anche noi ce ne andremo per sempre, ci dimenticheranno, dimenticheranno i nostri volti, le nostre voci e quante eravamo”, dirà Olga nelle battute finali. Una coda di amara dissolvenza.

Le prime impressioni, queste, di quello che si stabilisce come uno tra i migliori spettacoli dell’anno, bello e profondo, un lungo tempo di costruzioni e pensamenti, analizzato sin nei suoi spazi più intimi, dovuto alla riscrittura e alla regia di Liv Ferracchiati, artista associato dello Stabile torinese, che ha avuto a lato la collaborazione della drammaturga Piera Mungiguerra e di Margherita Crepax nelle vesti di nuova traduttrice. Un testo, le “Tre sorelle” cechoviane, scritte e messe in scena allo scoccare del secolo scorso, che per Ferracchiati è “un testo filosofico sull’esistenza”, dove trova posto la tragedia del nulla, dove la vita si ripete ogni giorno identica a se stessa, dove “tutto è uguale” ripeterà il nichilista Čebutykin, tra la lettura della Pravda e uno sberleffo, tra il non ricordare più nulla della sua medicina e una tenue quanto sorniona corte a Irina (Livia Rossi), dove si vive di incertezze e di sogni che si riveleranno inappagati, dove la realtà spaventa e quando la si vuole o la si vede concretizzata, diventa grottesca (“pur di poter lavorare” la giovanissima Irina sarebbe disposta a essere “un umile cavallo”) o pesante e insoddisfacente, come per Olga (Irene Villa), una volta raggiunto il suo ruolo nella scuola. Continuano a sperare le tre sorelle Prozorov (“per noi tre sorelle, la vita non è ancora stata stupenda, ci ha soffocate, come un’erba grama”, confesserà ancora Irina), lo confessano a se stesse e lo urlano ai quattro venti, ma il loro “a Mosca! a Mosca” rimane sospeso nell’aria – come tutto qui è sospeso, la vita, gli amori che distruggono e gli amori senza amore, la carriera universitaria di Andrej, la guarnigione che arriva e riparte: sembra che l’unica realtà possibile sia quella della cognata Nataša (la sempre convincente Giordana Faggiano, ai cui debordamenti e urli il regista lascia parecchio spazio), ben lontana dai sogni, capace di piombare nella casa con gli abiti coloratissimi della ragazzina dei nostri tempi (i costumi che delineano quei corpi sono di Gianluca Sbicca), imbarazzata e vuota, per accumulare cambi di mises che la fanno entrare di prepotenza nell’immagine della padrona di casa che ne ha ben stretto in mano le chiavi, della donna che, tutti nell’attesa della festa per il carnevale, la nega dal momento che il suo piccolo Bobik ha qualche grado di febbre.

Come il guardaroba di Nataša, ogni cosa nella messinscena di Ferracchiati diventa contemporanea e strettamente legata ai giorni nostri, anzi, con un giusto passo oltre, universale – da abbracciare in tutto, e dio sa con quanta convinzione chi stende queste note lo dica per l’occasione, uscito troppe volte in disaccordo (anche quest’anno non gli sono state risparmiate, con tutta la loro presunzione) con rivisitazioni, tratto da (magari ingannevolmente lasciato al “di”), pensieri fuorviati di un qualche regista o sedicente tale, sfrontatamente all’arrembaggio, capiti quel che ha da capitare -, staccandosi da una letteratura e da un linguaggio d’antan (ci sta benissimo anche un vaffa) e dalla storicità della Russia (anche le uniformi non sono più uniformi, ma anonimi cappotti pastrani impermeabili di un anonimo verde, ben lontani da quelle uniformi dai bottoni dorati che i componenti della guarnigione hanno indossato in passate edizioni) con tanto di samovar di inizio Novecento per entrare a usare ancor meglio il bisturi di una sala operatoria. Tutto è infittito e prosciugato allo stesso tempo, le tante psicologie si rivestono di nevrosi, di discorsi colmi d’affanni, d’interruzioni, di frasi che spaventano e cessano, il tutto – nella grande bravura di tutti e dieci gli attori – diventa una partitura, esattissima, un coro a più voci controllato in ogni particolare, con l’urlo e il sussurro e la fatica dell’emissione della voce, ogni frase a un certo punto – uno dei momenti più belli e coinvolgenti della serata – si mescola in un appuntamento di liturgia profana, in una sequela di litanie che abbracciano la disperazione dell’umanità. Perché ha un bel ripetere Tuzenbach (una bella prova per Riccardo Martone: è suo il “nevica: che senso ha?”, con cui la nuova scrittura slunga il titolo originale, domanda

senza ritorno) che continua a coltivare “una furiosa voglia di vivere” per morire poi in duello (certo qui il regista non ci ha preparato abbastanza allo sviluppo dell’azione, tutto è troppo improvviso), fatica Veršinin a staccarsi dall’abbraccio con Maša (Rosario Lisma e Valentina Bartolo, forse i più convincenti della serata), lui continuerà con la ripartenza dei soldati a seguire moglie e figli, lei tenta ancora per un attimo ad afferrare quella occasione che la vita le offre. Ogni tentativo non ha più una sua ragion d’essere, Čebutykin (Giovanni Battaglia, attento quanto freddo commentatore) ha lasciato cadere a terra il vecchio orologio, pezzo raro e certo tra i ricordi più affettuosi della casa, è l’annientarsi definitivo di ogni miraggio, racconta quel momento in cui le promesse crollano e gli orizzonti di significato si dissolvono, senza che ne siano formati di nuovi”, scrive Ferracchiati nelle note di regia.

Vive la contemporaneità anche nell’incendio del villaggio vicino, oggi che vediamo fuochi dappertutto e quelle stesse fiamme sembrano accerchiare sempre più d’appresso anche noi e anche noi vediamo giorno dopo giorno lo sgretolarsi delle “narrazioni rassicuranti”: siamo coinvolti per cui nulla di più facile e più “autentico” che il regista sposti l’ultima parte di quel che resta di quella narrazione, dolente e pronta alla resa, in platea, a due passi da noi, ben visibile, una tragedia senza tempo che ci pare di toccare. Sì, arriveranno ancora le vecchie spinte (“la nostra vita non è ancora compiuta… vivremo… lavoreremo”, quasi si fosse tornati a riascoltare l’affaccendata Sonia, piena di speranza e di voglia di fare accanto a zio Vania) ma il “tarara-ra-oh” che chiude è un sorriso sghembo che non esclude nessuno. Repliche al Carignano sino al 29 marzo: per chi vorrà nuovamente entusiasmarsi con Cechov.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Luigi De Palma, alcuni momenti dello spettacolo.

La magia di Audrey Hepburn

Niente è impossibile…

di Debora Bocchiardo

 

Audrey Hepburn aveva un motto: niente e impossibile, la parola “impossibile”, in realtà, contiene in sé la frase “I’m possible” … Sono impossibile!”.

Forse grazie a questa preziosa formula magica, la Hepburn scalò tutta la montagna verso il successo, posizionandosi di diritto in quell’Olimpo di nuovi dei che fu ed è Hollywood.

Non a caso, Billy Wilder disse: “Con lei è arrivata la classe”.

Nata a Ixelles il 4 maggio 1929 con il nome completo di Audrey Kathleen Van Heemstra Hepburn Ruston, l’attrice era figlia di un banchiere, Joseph Anthony Hepburn-Ruston, di origini anglo irlandesi, e di una baronessa olandese, Ella Van Heemstra, imparentata con le famiglie reali francesi e inglesi.

La Hepburn frequentò le migliori scuole private in Inghilterra e Olanda dove, nel 1935, in seguito al divorzio dei genitori, tornò a vivere.

La sua infanzia su segnata dalla carestia e dalla brutalità della guerra. Audrey, da adulta, ricorderà di aver patito il freddo e la fame.

Immediatamente dopo la fine del conflitto, madre e figlia si trasferirono a Londra, dove la giovane iniziò a studiare danza, a lavorare come modella e, a partire dal 1951, anche come attrice.

Proprio in quell’anno, Audrey Hepburn apparve nel suo primo film, “Racconto di giovani mogli”, di Henry Cass, seppur in un ruolo secondario.

È l’inizio di un lungo percorso artistico.

Il secondo passo nel mondo del cinema la giovane lo compie nel 1953 con “Montecarlo Baby”, di Jean Boyer, “L’incredibile avventura di Mr. Hollan”, di Charles Chrichton, e “Risate in paradiso”, di Mario Zampi.

La perfetta conoscenza di diverse lingue, permette alla debuttante di spostarsi con disinvoltura in varie parti d’Europa senza eccessive difficoltà e di inserirsi con facilità nel tessuto culturale internazionale.

Proprio nel corso delle riprese per “Montecarlo Baby”, la Hepburn, capace di leggere i segni che il destino le manda e di far tesoro dei nuovi incontri che la vita le regala, consolida la preziosa amicizia con la scrittrice francese Colette (pseudonimo di Sidonie-Gabrielle Colette). L’autrice, ormai ottantenne, rimane profondamente colpita dalla freschezza e dall’intelligenza di Audrey e decide di affidarle il ruolo di Gigi nello spettacolo omonimo tratto dal suo romanzo.

La carriera della Hepburn decolla così per gli Stati Uniti e, proprio a Broadway, dopo poche settimane di fortunatissime repliche, sui cartelloni inizia ad apparire la scritta “Audrey Hepburn in Gigi”. Ora la protagonista è lei!

Inizia così una carriera che si snoderà attraverso circa 26 film di fama internazionale.

Nel 1953 il regista Billy Wilder la nota proprio durante una delle repliche a teatro e la vuole per “Vacanze romane”, al fianco di Gregory Peck.

L’anno successivo la scrittura per l’indimenticabile “Sabrina”. Al suo fianco, stavolta, vi sono Humphrey Bogart, chiamato all’ultimo minuto per sostituire Cary Grant e in conflitto perenne col regista, e un giovane William Holden, che si innamora perdutamente di Audrey. Un amore mai ricambiato, destinato a durare per sempre, seppur trasformandosi in una profonda amicizia.

Nel 1954, proprio mentre è impegnata sul set, l’attrice sposa Mel Ferrer, un uomo forte e protettivo, ma dal carattere anche volubile, aggressivo e, a tratti, forse geloso del successo della moglie.

Dall’unione, durata quattordici anni, nasce un figlio, Sean.

Nel 1956 Audrey Hepburn, col marito, lavora in “Guerra e Pace”, una produzione italiana Ponti-De Laurentis realizzata a Cinecittà e diretta da King Vidor.

Il 1957 vede l’attrice al fianco di una altro partner d’eccezione con cui si mormora ci sia stata una relazione sentimentale: sul set di “Cenerentola a Parigi”, diretto da Stanley Donen, la donna conquista il pubblico recitando, infatti, con Fred Astaire.

La Hepburn veste abiti firmati da Givenchy e consolida così anche la sua amicizia con il noto stilista.

Nel 1957 ancora Billy Wilder la vuole per “Arianna”, ma è nel 1959 che Audrey affronta una grande prova d’attrice cambiando drasticamente genere per vestire i panni di una suora missionaria in “La storia di una monaca” di Fred Zinnemann.

È lo stesso anno in cui il marito le chiede di recitare, diretta da lui, in “Verdi dimore”. Un clamoroso insuccesso che certo contribuì a decretare la fine anche dell’unione tra i due.

Dopo il successo di “Gli inesorabili”, diretto da John Huston nel 1960, in cui interpreta una mezzosangue, nel 1961 la Hepburn accetta un altro ruolo da protagonista indimenticabile in “Colazione da Tiffany”, di Blake Edwards.

Dopo ruoli intensi e drammatici o divertenti e romantici, l’attrice stupisce ancora il suo pubblico interpretando, al fianco di Shirley MacLaine, “Quelle due”, nel 1962, diretta da William Wyler. La pellicola tocca temi legati all’omosessualità femminile e l’opinione pubblica ne discute a lungo.

Nel 1963 l’attrice torna a ruoli più leggeri con “Sciarada”, di Stanley Donen, al fianco di uno strepitoso Cary Grant.

Richard Quine e George Cukor, le propongono invece, nel 1964, di vestire i panni della protagonista in “Insieme a Parigi” e “My fair Lady”, pellicole che strizzano l’occhio al teatro e mettono in risalto più che mai le sue doti ironiche.

Sono ancora due commedie a farla amare dal grande pubblico nel 1966 e nel 1967: “Come rubare un milione di dollari e vivere felici”, di W. Wyler, e “Due per la Strada” di S. Donen.

Interessante la prova d’attrice in “Gli occhi della Notte”, di Terence Young, in cui interpreta il ruolo di una ragazza priva di vista.

Le riprese terminano nel 1968 e l’attrice si scopre stremata dal lavoro e dalla lunga crisi sentimentale con Mel Ferrer, conclusasi con la separazione.

L’amico William Holden, forse sperando in qualcosa di più, le offre la propria amicizia, ma la donna decide di regalarsi una rilassante vacanza solitaria.

Ancora una volta è il destino a cambiare la rotta della sua vita, facendole incontrare, proprio durante la vacanza, lo psichiatra italiano Andrea Dotti, sposato nel 1969, da cui, nel 1970, avrà il figlio Luca. Il matrimonio finirà con il divorzio nel 1982.

Interessanti proposte, nel frattempo, le giungono ancora dal cinema con “Robin e Marian” (1976), di Richard Lester, al fianco dell’intramontabile Sean Connery, “Linea di Sangue” (1979) di Terence Young, e “…E tutti risero” (1981) di Peter Bogdanovic, in cui appare anche il figlio maggiore Sean Ferrer.

Il 1989 è considerato l’anno dell’ultima apparizione cinematografica con il suolo dell’angelo all’interno di “Always – Per Sempre” di Steven Spielberg.

Nell’arco della sua luminosa carriera improntata di ottimismo ed energia, Audrey vinse, tra gli altri premi, ben cinque Oscar: “Vacanze romane”, “Sabrina”, “La storia di una monaca”, “Colazione da Tiffany” e “Gli occhi della notte”.

È la sua voglia di aiutare gli altri, forse memore delle sofferenze della propria infanzia, a spingerla a portare aiuto a chi è in difficoltà. Ambasciatrice Unicef, ruolo per cui nel 1992 riceve la Presidential Medal of Freedom dalla  Casa Bianca, la Hepburn è troppo impegnata per preoccuparsi dei primi sintomi di un male silente e spietato, un cancro al colon che si manifesta clamorosamente pochi mesi prima della morte, avvenuta il 20 gennaio 1993, a Tolochenaz, in Svizzera, dove riposa.

Al suo fianco, dal 1981, vi era l’attore olandese Robert Wolders. L’amico Hubert de Givenchy, per trasportarla dagli Usa alla Svizzera negli ultimi giorni della sua vita, mise a disposizione il suo jet personale riempito per l’occasione di fiori.

Nel 1999 l’America Film Institute ha proclamato la Hepburn la terza più grande attrice della storia del cinema.

In arrivo a Torino l’anteprima del festival Afrovision l’11 aprile

Torna a Torino, dal 12 al 15 novembre 2026, “Afrovision”, con una nuova edizione che consolida il festival come piattaforma culturale dedicata alle culture afrodiscendenti contemporanee, alla musica, alle arti e alle pratiche culturali emergenti. Il progetto coinvolge artisti,  comunità e operatori culturali in uno spazio d’incontro tra linguaggi artistici, sperimentazione musicale e dialogo interculturale. Ideato e prodotto dall’organizzazione culturale torinese Creativi Cultural Connections, “Afrovision” nasce con l’intento di valorizzare le diversità culturali come risorsa e promuovere nuove forme di collaborazione tra Europa, Africa e Stati Nord e Sud Americani. Il festival si sviluppa come un progetto diffuso che coinvolge spazi culturali della città e attiva processi di partecipazione, produzione artistica e scambio tra scene culturali differenti.

Una delle principali novità dell’edizione 2026 è rappresentata dall’introduzione di una serie di appuntamenti di avvicinamento al festival, resa possibile grazie al sostegno di Fondazione CRT nell’ambito del bando “NoteSipari”, che inaugura un percorso culturale che accompagnerà il pubblico verso il festival autunnale con eventi distribuiti tra primavera, estate e autunno. Gli appuntamenti dell’anteprima sono annunciati progressivamente nei prossimi mesi. Il primo appuntamento si terrà a Torino negli spazi di Ramo D’Oro e rappresenta l’avvio ufficiale dell’anteprima di “Afrovision”, il primo di una serie di eventi che accompagneranno il pubblico all’edizione novembrina. La serata inaugura inoltre una collaborazione con SEEYOUSOUND  Festival Internazionale dedicato al cinema a tematica musicale, che co-curerà la programmazione dei documentari all’interno del progetto.

Questa collaborazione nasce da una visione condivisa, fondata sul mutualismo associativo e sulle buone pratiche di rete tra realtà culturali indipendenti, elementi fondamentali per rafforzare l’ecosistema culturale cittadino. L’incontro si aprirà con la proiezione del documentario “Sankara” del regista e giornalista francese Yohan Malka, realizzato tra la Francia e il Burkina Faso negli anni Ottanta, ricordato per la sua rivoluzione politica, sociale e culturale, oltre per la visione radicale di giustizia e indipendenza africana. Il documentario restituisce l’eredità di “Sankara” attraverso testimonianze, archivi, riflessioni sul suo impatto politico e simbolico, ancora oggi presente nelle nuove generazioni. La serata proseguirà poi con il concerti dei The Black City, quartetto funk-soul piemontese guidato dal chitarrista Martin Craig. La band sviluppa un sound radicato nella tradizione della “black music”, fondendo soul, funk e jazz-funk attraverso groove serrati e interplay ritmico. A chiudere la serata sarà un djset tra Bunna, storica voce degli Africa Unite, e dj Vale, del collettivo Funky Goodness. Il set unirà reggae, dub, funk e black music in una selezione musicale che attraversa classici e rarità, creando un dialogo tra cultura sound system e club culture contemporanea. Il percorso in anteprima proseguirà il 16 maggio negli spazi di Jigeenyi con una giornata dedicata alla musica e alla cultura urbana. Il programma include rap con Avex, laboratorio creativo dedicato a bambini e ragazzi per esplorare il mondo del rap attraverso la scrittura, il ritmo e l’improvvisazione, seguito dal progetto “Ricette d’Africa”, che valorizza le cucine africane attraverso aperitivi e cene tematiche, accompagnate dal racconto delle storie e delle tradizione delle culture afrodiscendenti, La serata si concluderà con il live set di Avex, rapper e performer italo-etiope attivo nella scena hip-hop europea, il cui stile fonde hip-hop, soul e jazz. Il 17 maggio il programma continuerà negli spazi di Naïf con Wax Pattern Lab, laboratorio creativo di pittura su ceramica ispirato ai partner dei tessuti Wax africani, seguito dal live acustico della cantautrice romana Symo, artista che unisce la tradizione melodica italiana alle sonorità R&B. Il percorso internazionale del festival prosegue con il rafforzamento delle relazioni con importanti piattaforme culturali africane. Nel mese di aprile, la direzione artistica di “Afrovision” sarà ospite del MASA, Marché des Arts du Spectacle Africain ad Abidjan, in Costa d’Avorio, uno dei più importanti mercati africani delle arti performative. In questa occasione, “Afrovision” sarà protagonista di un talk di presentazione durante il quale verrà illustrato il progetto “Genesis”, una piattaforma di rete internazionale sviluppata insieme ai partner del Portogallo, Francia, Guinea Bissau e Nigeria, dedicata alla creazione e alla circolazione della performance multidisciplinare Dis-Engage. L’incontro sarà un momento di confronto dedicato allo sviluppo di nuove collaborazioni e alla costruzione di reti culturali fra Africa, Europa e America Latina.

Info: creativiconnections.com – creativiculturalconnections@gmail.com

Mara Martellotta

Riprese aperte al pubblico di “Comedy Central Presents”

Torna al teatro Juvarra di Torino il celebre format di cabaret “Comedy Central”, dove il 31 marzo, l’1 e il 2 aprile, dalle 20.45, si terranno le registrazioni della nona attesissima edizione di “Comedy Central Presents, che torna con sei nuovi speciali in onda prossimamente su Comedy Central (Canale 129 di Sky -121 di SkyGlass  e in streaming su NOW). Sono appuntamenti imperdibili che vedranno esibirsi sul palco i grandi talenti della comicità Italiana in tre serate dalle risate assicurate. Martedì 31 marzo si esibiranno Gianluca “Scintilla” Fubelli & Federica Camba e Federico Basso. Gianluca “Scintilla” Fubelli & Federica Camba proporranno “Più o meno uguali”, un viaggio comico dentro le dinamiche di coppia, dove i piccoli contrasti quotidiani diventano l’arena di uno scontro senza fine. Federico Basso proporrà in “Visto dal Basso” un racconto di piccoli problemi che non necessitano di grandi soluzioni, ma soltanto di un diverso approccio e punto di vista. Mercoledì 1⁰aprile sarà la volta di Yoko Yamada e Alice Mangione. Yoko Yamada affronterà in “Mary Poppins e i doni della morte” le contraddizioni della propria identità, divisa tra culture diverse e aspettative improbabili. Alice Mangione in “Nuda e Cruda – lato B” condurrà il pubblico in un viaggio alla ricerca di se stessi, dove l’obiettivo non è ritrovare il baricentro, ma liberarlo come fosse un fagiano, a imparare a vivere senza riuscire a gestirlo mai. Giovedì 2 aprile sarà la volta di Filippo Caccamo e Angelo Pisani. Il primo porterà in scena con “Le Filippiche” un affresco comico del tutto innovativo, che ammicca alle dinamiche del mondo dell’insegnamento, dove nasce la sua prima ispirazione, ma poi si allarga oltre il contesto scolastico per abbracciare la vita di tutti i giorni. Angelo Pisani in “Habemus Papà” percorrerà un viaggio attraverso tutte le fasi della paternità, dall’infanzia all’adolescenza, un racconto ironico dal primo incontro tra un papà e l’asilo, le mamme, la scuola, le amicizie, le attività e il tempo libero, i primi amori, il cane e tanto altro.

Ogni sera andranno in scena due spettacoli, ai quali si potrà fruire con un solo biglietto.

Info: www.teatrojuvarra.it

Mara Martellotta