SPETTACOLI- Pagina 2

Il Premio Gian Mesturino assegnato a Giulio Base, direttore del TFF

Al Colosseo, giovedì 28 maggio

Giovedì 28 maggio, alle 20,30, serata di musical, danza e teatro, il palcoscenico è quello del Colosseo, in scena 130 giovani artisti, un nuovo appuntamento del “Galà dei G.E.T.” ovvero dei Germana Erba’s Talents, una messa in scena, ormai ricorrente a mostrare simpatia e grande professionalità e definitiva bravura, che spazia dal grande repertorio del balletto classico alla prosa, da quadri che tra coreografie e canzoni riportano lo spettatore a quel magico mondo dei musical che ha accompagnato molti di noi per tutta la vita. Una vetrina per proporre ancora una volta il lavoro e i risultati dei tanti studenti del Liceo Germana Erba Coreutico e Teatrale, molti dei quali, come i tanti colleghi che li hanno preceduti, andranno domani a conquistare palcoscenici anche internazionali. Passi a due e balletti di insieme, virtuosismi classici come “Il ballo dei Cadetti” su musiche di Johann Strauss o creazioni contemporanee come “Somewhere in Between” condotto con estrema eleganza sulle musiche di Vivaldi.

Alla voce musical, si allineano titoli tra i più famosi e amati, da “Peter Pan” a “Mary Poppins” (ascolteremo “Cancaminì” e Step in time”), da “Aladdin” all’intramontabile “West Side Story” a “Greatest ShowMan”; mentre a saggiare il mondo della prosa, sono previsti, oltre i piacevoli ricordi shakespeariani, brani di “Una stanza tutta per sé” dalle pagine di Virginia Woolf, “Il gatto e il diavolo” di James Joyce e, nel cuore e nella mente di moltissimi dopo il capolavoro di Peter Weir interpretato dallo scomparso Robin Williams, “Capitano mio Capitano”, meditando sulle parole di Walt Whitman all’indomani dell’uccisione di Abraham Lincoln. La serata è firmata dai docenti, coreografi e registi, Niurka Naranjo De Saà, Gianni Mancini, Laura Boltri, Laura Fonte, Silvia Iannoli, Isabella Legato, Andrea Beltramo, Stefano Fiorillo, Elia Tedesco e dai vocal coach Simone Gullì e Gabriele Bolletta, Presidente della Fondazione Germana Erba, con il coordinamento di Girolamo Angione, direttore artistico del Liceo.

Durante il corso della serata, verrà consegnato il Premio Gian Mesturino 2026, un riconoscimento destinato ai protagonisti dello spettacolo in memoria di un uomo e di una straordinaria figura di autentico “teatrante” che ha – con la sua passione, con le idee, con le tante scommesse vinte, con quell’aiuto di Germana che non gli è mai venuto a mancare – dato vita al Liceo e alla formazione degli artisti di domani. Il premio è quest’anno assegnato a Giulio Base, attore e sceneggiatore e regista che ha attraversato teatro, cinema (tra gli ultimi titoli, “À la recherche” e “Il vangelo di Giuda”) e tv (“San Pietro” e una rivisitazione per il piccolo schermo della “Donna della domenica”), torinese di nascita, appena tornato dalla Croisette dove ha vissuto l’atmosfera del Festival e da dove ha con ogni probabilità ricavato ottimi titoli e idee per il “suo” prossimo Torino Film Festival di cui per il terzo anno sarà, in novembre, il direttore. Sottolinea Irene Mesturino, che continua a essere l’anima del lungo progetto portato avanti per anni dai genitori (come sarebbe necessario che nessuno dimenticasse il nonno, Giuseppe Erba): “Ricordo una frase che Giulio Base mi disse a qualche metro da mio padre Gian mentre stava visitando il Liceo insieme a lui: ‘Sai, Irene, quest’uomo illuminato e intelligente ha sostenuto sempre il progetto formativo di Germana con stima e amore, stando un passo indietro. Un uomo modernissimo’”. E anche noi lo ricordiamo così, fattivo e lungimirante: ma con quel passo indietro che ha pur continuato a immaginare, a proporre, a costruire sulla scena e fuori.

e.rb.

Nell’immagine, Giulio Base tra Gian Mesturino e Irene Mesturino, con Elia Tedesco, durante una visita al Liceo Coreutico.  “Foto archivio Torino Spettacoli”

Prevale il “già detto” nelle storie intrecciate di Almodòvar

Da Cannes sugli schermi “Amarga Navidad”

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Sull’asticella dei lungometraggi firmati da Pedro Almodòvar – o semplicemente Almodòvar come si legge da tempo nei titoli di testa – “Amarga Navidad” è al numero venticinque, un percorso di anni del ragazzo della Mancia approdato nella capitale spagnola con la passione dei fumetti e del teatro d’avanguardia e del cinema, una ribellione nella testa, corrosivo e disturbante, il coperchio da risollevare del dopo Franco e da far esplodere. Iniziava trentenne e le “ragazze del mucchio” con Pepi, Luci e Bom facevano da apripista alla rivoluzione. Ce lo hanno fatto amare le storie, lo stile, l’elogio della diversità, la magnifica libertà nell’esprimersi, la commozione e lo sberleffo, quel tanto di autoironia disseminata, sempre più le tematiche, man mano che gli anni passavano e i cappelli gli s’imbiancavano. L’esplosione a Cannes con “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, che avrebbe guardato agli Oscar, poi quell’infilata sequenza di capolavori a cavallo del millennio con “Tutto su mia madre” (1999) e “Parla con lei” (2002) – vogliamo definirli i film più “belli” dell’intera filmografia? -, con “La mala educaciòn” e “Volver” sino a “Dolor y gloria” e la “Stanza accanto” che gli fece meritare il Leone d’oro a Venezia due anni fa. Lo sguardo rivolto al cinema, alla stesura di una sceneggiatura e alla realizzazione di un film, agli amori e alla disperazione, alla figura della madre e al senso di colpa, all’abbandono delle persone care e alla morte, all’eterno dualismo di arte e vita, di realtà e finzione che da quella sera del maggio 1921, complice Pirandello e i suoi personaggi alla ricerca di un autore che li rappresenti vivi sulla scena, con tanto di realissimo sparo mortale e lo sgomento di ognuno, ci perseguita. È, per un autore, il mettersi al computer, ai battiti (anche del cuore) incessanti della tastiera per catturare la vita degli altri.

Ci porta qualcosa di nuovo “Amarga Navidad” (mentre da Cannes il regista ci ha fatto sapere che un’altra sceneggiatura è già pronta, con il suo titolo ben preciso)? Siamo nel 2004, crisi di panico e un gran mal di testa Elsa, una sera, regista di spot pubblicitari con due film all’attivo che pochi hanno visto ma che proprio per questo, forti della presenza di uno sparuto gruppo di fan, sono divenuti “di culto” – e cosa voglia dire “di culto” lei lo spiega in modo didascalico a una dottoressa che per il pronto ricovero l’ha messa sotto osservazione, dottoressa che non ha dimestichezza con il mondo del cinema ma vista la sua semplicità intellettuale semplicemente sbalorditiva si è tentati di pensare anche con altro che la riguardi più da vicino. Ricovero a cui l’ha condotta il suo prestante boy, Beau o Bonifacio, pompiere di professione ma pronto ad arrotondare nelle pause in un locale di stripper e a divertire le festeggiate e amiche del cuore che sono lì per gli addii al nubilato – e ci accorgeremo dopo come siano mutati quei locali con il passar degli anni, con il pubblico che ci va per osservare o per toccare con mano il punto finale dell’eros -, intercettato per una pubblicità di mutande, muto e con lo sguardo perso nel vuoto. Srotolandosi la storia -, in una sorta di horror vacui che dovrebbe già spaventare lo spettatore, in quell’affastellarsi di personaggi e di giravolte e di incastri, che il montaggio solletica sfrenato, in quegli script che guardano da lontanissimo a un punto di raccolta finale e preciso, che non fanno che confermarci come già in altre occasioni Almodòvar abbia più o meno peccato di quel barocchismo cinematografico tutto volute e ridondanze che forse era divertente e accettato negli anni dello sfrenato divertimento ma che in questo adottato rinchiudersi su se stesso andrebbe tenuto più sotto una campana di vetro o maneggiato con più attenzione – ci si fa la conoscenza di una di lei sorella, Patricia, che sottrae il figlio a un marito che con tutta probabilità la tradisce ma che altresì, a seguito di una telefonata zuccherina soltanto, riallaccia i rapporti, toccata e fuga di un personaggio – come altri, presi e abbandonati – che non ha il tempo di concretizzarsi; e di un’amica, Natalia, sbocciata nelle fasi finali, che cova il dolore della perdita di un figlio morto in un incidente, di cui avverte la responsabilità, con cui trascorrere le feste di Natale nel nero deserto di Lanzarote (mentre Beau si sente messo da parte, mentre avrebbe voglia di partire pure lui), gli stessi paesaggi già richiamati negli “Abbracci spezzati” del 2009. Fatti e persone che Elsa – “ho di nuovo voglia di scrivere”, ripete – intende far entrare in una sua nuova sceneggiatura: e si risente il ticchettìo dei tasti. Interminabile.

Come un rivelarsi – mal riuscito – di scatole cinesi, realtà che s’alterna a quella finzione, tutto questo spigoloso racconto altro non è che la faticosa sceneggiatura, il difficile iter creativo – nell’anno di grazia 2024 – di Raùl, immediatamente immaginabile alter ego del regista, che da cinque anni non s’avvicina all’arte che ha sempre inseguito, che coltiva con il suo compagno Santi (un’immagine che riflette Beau) una liaison che ha qualche ombra di stagno, con i silenzi e i servizi di quest’ultimo, che ha un culto per la segretaria Monica (“tu sei la mia miglior lettrice”), non soltanto chi ricorda gli appuntamenti o gli inviti strapagati o le retrospettive da presentare o i premi che continueranno a dargli lustro e successo, a farlo decretare come un maestro, ma anche la confidente: che ad un certo punto le confesserà il desiderio di licenziarsi, di staccarsi un poco da lui, per stare accanto alla sua compagna che accudisce al figlio colpito da un tumore. Uno specchio continuo, ridondante, infarcito di sguardi sin troppo espliciti. Sino a quando una summa di spiegazioni rancorose non metteranno di fronte Raùl e Monica, tra le luci di un parco che si stanno accendendo, accuse di lei sull’uso sfacciato che lui ha fatto di quella sua storia privata di unione e di dolore. Almodòvar parla e corre in propria difesa per bocca di Raùl e i titoli di testa scorreranno sulla nuova fatica di entrambi. E forse è anche lo spettatore a parlare al regista (o una parte del suo pubblico, chissà) quando Monica gli butta in faccia che lui i suoi film migliori li ha già fatti (“Dolor y gloria” non starebbe lì a dimostrarcelo?), che cancelli il personaggio di Natalia, che faccia magari un’opera assai più breve (“The Human Voice” e “Strange Way of Life” sono i recenti esempi il cui Almodòvar ci ha avvicinato) e la consegni a una piattaforma, pagano bene e Netflix non aspetta altro, “i tuoi fan vedrai che lo apprezzeranno come oggi apprezzano i film minori di Bergman e di Fellini”. Almodòvar mette in discussione il linguaggio del cinema, del suo cinema, rivendica la propria libertà autoriale, anche il blocco di scrittura che approderà magari ad altre prove, altresì convincenti e autorevoli, il continuare a perseguire (a perseguitare?) quegli stessi temi che già ci ha raccontato. Ma oggi vediamo in “Amarga Navidad” il prevalere del già detto – tanto della storia di Elsa pare girare a vuoto, persino il cameo di Rossy De Palma suona stonato -, l’insistenza nel voler affrontare ancora una volta quanto un tempo aveva il piacevole sapore della scoperta, della novità. Certo Almodòvar continua a contare, e a convincere, sulla sua sincerità, sulle sue musiche e sulle canzoni struggenti, sui colori fiammeggianti di cui inonda i suoi film, gli abbigliamenti delle attrici, scambiabili, tra il rosso e il verde, le ondate di giallo e di blu, le ambientazioni e gli esterni – la villa rifugio di Lanzarote è una vera favola -: ma tutto ci appare oggi sospeso e confuso, manca il colpo o i tanti colpi di genialità dell’”8 e mezzo” felliniano e noi, questa volta, come quegli artisti del circo del vecchio film di Alexander Kluge siamo “perplessi”.


Il Festival Narrazioni Parallele tra città e montagna

 

Dal 25 maggio al 15 agosto, nei comuni di Torino, Bardonecchia e Fenestrelle

Musica, danza, teatro e circo contemporaneo si fondono in un unico linguaggio multisensoriale ed invadono la città e la montagna con la nuova edizione di “Narrazioni Parallele Festival”. Dal 25 maggio al 15 agosto tornerà il festival che trasformerà i luoghi e le esperienze immersive, costruendo un sistema di Narrazioni Parallele capaci di mettere in relazione dimensioni apparentemente distanti, come la storia e il futuro, la tradizione e l’innovazione, la persona e la natura. Al centro del progetto è presente la contaminazione tra diversi linguaggi artistici: musicisti di formazione classica dialogano con artisti delle nuove tecnologie, mentre la danza contemporanea e i nuovi linguaggi scenici superano la quarta parete, coinvolgendo attivamente il pubblico. Gli spettatori sono parte di un’esperienza che si costruisce nel tempo e nello spazio. Narrazioni Parallele Festival si distingue per un approccio profondamente site specific. I luoghi, spesso lontani dal concetto di palcoscenico, diventano parte integrante di una narrazione e il pubblico è invitato a esplorarli in modo non convenzionale attraverso un’esperienza “a safari”, un percorso libero in cui cercare, scoprire, ascoltare e interagire.

Il Festival si svolge a Bardonecchia, a La Tur d’Amun e nella borgata di Rochemolles, al Forte di Fenestrelle, con appuntamenti alla Fondazione Merz e al Politecnico Campus Grapes. Sarà proprio in quest’ultimo, nella prima vigna itech al mondo, ideata da City Culture, all’interno del Politecnico di Torino, che il 25 maggio alle ore 20 si terrà l’evento inaugurale. Si tratterà di una serata i solita e affascinante, che vedrà la prima assoluta di “Metamorfosi-sentieri del mistero” con la collaborazione inedita tra il giovane oboista portoghese Pedro Pereira De Sá, primo oboe alla Scala di Milano e talento emergente, la compagnia EgriBiancoDanza e la musicista elettronica e sound designer Cristina Mercuri: una performance che unisce movimento, musica e tecnologie. Nello spazio di Campus Grapes, sospeso tra natura e innovazione, lo spettatore sceglierà, si muoverà e ascolterà, costruirà il proprio racconto attraverso la possibilità di utilizzare in maniera attiva il proprio smartphone per integrare i suoni dal vivo con un’ambientazione ascoltata attraverso un qrcode.

Il festival, dopo l’anteprima di maggio, entrerà nel vivo dal 1⁰ luglio al 15 agosto con un calendario di eventi diffuso. Tanti saranno gli artisti coinvolti, tra cui le Farfadais, la celebre compagnia di Nouveau Cirque francese, che porta in anteprima mondiale il suo nuovo show, Giuseppe Cederna, attore di cinema e teatro da sempre vicino aintemi deo viaggio e della montagna, Richard Galliano, fisarmonicista di fama internazionale; la compagnia EgriBiancoDanza con un nuovo spettacolo site specific creato appositamente per il festival; Andraz Golob dei Berliner Filarmoniker; Ainot Marvegliu, l’orchestra Sinfonica di Asti, Rosanna Biribò, percussionista, e tanti altri ospiti. La direzione artistica è affidata a Willy Merz, compositore e direttore d’orchestra svizzero, figura di rilievo nel panorama contemporaneo internazionale. Sotto la sua guida, con la collaborazione di Claudia Lupo, il festival si propone come un incubatore di innovazione nelle performing arts, con un respiro già internazionale.

“Con Parallele Festival, i luoghi raccontano attraverso le performance arts, il suono e il gesto si fanno narrazione – dichiara Roberto  e caria, direttore del Festival, già ideatore di Scenario Montagna – l’aspetto distintivo del festival è rappresentato dal fatto che si tratta di qualcosa di unico”.

“Gli spettacoli del Festival non sono solo site specific ma costruiti per le comunità che li abitano: è una sfida, una cosa diversa dal consueto – prosegue Willy Merz”.

“Ci divertiamo ad abbattere le barriere – conclude Claudia Lupo – presenti tra musica classica, contemporanea ed elettronica, tra linguaggi performativi, tra artisti e pubblico. Narrazioni Parallele è un’esperienza diversa da tutte le altre”.

Il Festival è sponsorizzato da Birra Metzger 1848, sostenuto dal Ministero della Cultura, Regione Piemonte, comune di Bardonecchia, Camera di Commercio di Torino, Fondazione CRT e vanta il patrocinio della Città di Torino, Città metropolitana di Torino, Politecnico di Torino e Regione Piemonte.

MM

Rock Jazz e dintorni a Torino: The Aristocrats

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA

Martedì. Al Milk suonano i The Aristocrats. Al Cafè Neruda si esibisce il Bhinnashadaj Music Trio. Al Blah Blah sono di scena i D!ps + GTT.

Mercoledì. Al Blah Blah suonano i Katana Koale Kiwi.

Giovedì. Al Blah Blah si esibiscono i Zzanne + Spaghettin Spezzati. Allo Spazio 211 suonano i Dlemma.

Venerdì. Al Blah Blah sono di scena i Newhvn +Guest T.B.A. Allo Spazio 211 si esibiscono i Dirty Noise + Wayloz. All’Hiroshima Mon Amour suona la Rino Gaetano Band. Al Circolino è di scena il Generation Quartet

Sabato. Allo Ziggy suona Pier Gonella + Rock N’plug + Alternativa DJSet By Turymegazeta. Al Blah Blah sono di scena gli Into My Plastic Bones +Gordonzola. Allo Spazio 211 suonano i Kahlumet + Mars On Suicide

Domenica. Alla Divina Commedia si esibiscono gli Yourmother. Al Blah Blah suonano i Total Chaos .

Pier Luigi Fuggetta

Al teatro Erba si festeggiano i 26 anni di repliche di “Forbici Follia”

Dal 22 al 24 maggio prossimo, presso il teatro Erba di Torino, a grande richiesta tornerà in scena “Forbici Follia” con una produzione di Torino Spettacoli e per la regia di Gianni Williams.

Uno spettacolo esilarante, divertente e interattivo, capace di fondere generi apparentemente lontani, come il giallo e il comico, e adatto ai pubblici più diversi, ai grandi e ai bambini. Il teatro Erba festeggia così i 26 anni di repliche di “Forbici Follia”, nato dal genio di Paul Portner, psicologo svizzero che negli anni Sessanta scrisse il testo teatrale “Scherenschnitt” (termine per indicare l’arte del tagliare la carta con le forbici) e proposto nell’allestimento originale di Bruce Jordan e Marilyn Abrams.

L’azione si svolge in tempo reale nel salone di parrucchiere “Forbici Follia”, nel quale si fanno realmente shampoo, permanenti e messe in piega. Un omicidio viene commesso al piano di sopra e, dopo il tempestivo intervento di un commissario e di un agente speciale, quattro sospettati sono costretti a difendersi dall’accusa di omicidio. Da questo momento il commissario chiederà aiuto agli spettatori, unici testimoni del delitto, e risolvere il caso attraverso la soluzione proposta dal pubblico stesso. I personaggi sono disegnati magnificamente e divertono per la loro caratterizzazione, dalla parrucchiera Alina all’agente di polizia Lo Sordo, da Giampy, esuberante proprietario del salone, al commissario Montalbino, fino all’antiquario Giulio Vàlleri  e all’impossibile signora Ravagliati.

Teatro Erba, corso Moncalieri 241, Torino – dal 22 al 24 maggio 2026

Mara Martellotta

Al Teatro Gobetti la Mandragola di Machiavelli, regia di Jurij Ferrini

Debutto al teatro Gobetti, giovedì 28 maggio, alle ore 19.30, della Mandragola di Niccolò Machiavelli per la regia di Jurij Ferrini, che sarà in scena insieme a Matteo Alì, Alessandra Frabetti, Raffaele Musella, Federica Quartana, Michele Schiano Di Cola, Angelo Tronca.
Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile di Torino, Teatro Nazionale, resterà in scena per la stagione in abbonamento fino a domenica 14 giugno prossimo.

“Non so perché,  ma almeno da un paio di decenni – spiega il regista Jurij Ferrini – mi pare che da queste latitudini non provenga più un buon vero teatro comico. Disaccoppiare le due maschere iconiche del teatro, quella tragica e quella comica, risulta pericoloso oltre che sbagliato. Perché  chi sta in alto e bene in vista, necessita di qualche graffio dagli artigli della satira, della comicità, della commedia. Essere in vista ha questo prezzo e se non s’intende pagarlo si corre il rischio di imporre poi una subdola censura. Imporre eccessiva serietà in Teatro e rendere pesante la riflessione culturale, come se cultura e divertimento fossero antitetici, non giova al pubblico, che è e deve restare il fine ultimo dell’evento unico e irripetibile dello spettacolo teatrale. Questo è il propellente che mi ha spinto per la terza volta , in poco più di trent’anni, a riallestire Mandragola di Niccolò Machiavelli per il Teatro Stabile di Torino.
La trama è celebre, l’autore ancora di più, non credo di poter aggiungere nulla di intelligente alle migliaia di pagine scritte su quest’opera e sul genio del suo autore. Potremo solo goderne ancora insieme, se tutto va per il meglio, divertendoci fino alle lacrime.
Se proprio posso indirizzare l’attenzione ad un paio di aspetti che mi hanno sempre colpito, vi dirò che cinquecento anni fa creare un personaggio come fra’ Timoteo che, per soldi, si dannerebbe l’anima sua e di tutti i parrocchiani, risultava concretamente pericoloso perché ad imbattersi nell’Inquisizione ci voleva davvero poco. Erano gli anni di Giordano Bruno e lo stesso Machiavelli a causa de ‘Il Principe’ era già  finito nelle segrete fiorentine. Eppure artisti e filosofi indicavano una visione di futuro e toccava loro patire le conseguenze del dono ricevuto con il talento”.

“L’altro aspetto – aggiunge il regista Ferrini – è  secondario perché riguarda solo questa messinscena. Nessuna epoca precisa è raffigurata dagli abiti e dalla non scenografia, perché non aiuterebbero assolutamente l’azione che, bene incarnata dagli interpreti, basta da sola a chiarire quel che di ostico la lingua talvolta può offrire, sempre in modo divertente. Inizia così, con un celebre prologo “Iddio vi salvi, benigni uditori” e in pochi istanti si gela la platea, fino a quando non parte davvero l’azione e poi tutto diventa chiarissimo e spassoso e va in crescendo […].”
La radice della pianta di mandragora ha fatto scaturire infinite leggende, più di tutte quella che potesse risolvere i problemi di sterilità e ha ispirato il titolo di un capolavoro teatrale che è  giunto fino a noi. Il regista Jurij Ferrini enfatizza la complessità morale dei personaggi e il paradosso tra apparenza e realtà.  La tensione tra virtù e malizia emerge con ironia sottile; ancora a distanza di secoli dalla sua composizione,  la commedia di Machiavelli non smette di parlare alla contemporaneità,  dominata da avidità, finzione sociale e manipolazione. La condanna divertente e divertita di un mondo corrotto e privo di valori in cui tutti sono corrotti e corruttori rappresenta la metafora dell’eterno gioco dei potenti verso i più deboli e ignoranti”.
Mara Martellotta

Inviato dall’app Tiscali Mail.

Il 46esimo Concerto di Ferragosto si terrà a Rucas

 Nel territorio di Bagnolo Piemonte

Sarà la località Rucas, nel territorio di Bagnolo Piemonte, ad ospitare la 46ª edizione del Concerto sinfonico di Ferragosto, l’appuntamento che ogni anno porta la grande musica d’autore sulle vette delle Alpi piemontesi.

La decisione è stata assunta ufficialmente dalla Cabina di Regia, composta da Regione Piemonte, Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Camera di Commercio di Cuneo, Provincia di Cuneo e ATL del Cuneese.

Anche quest’anno l’evento sarà trasmesso in diretta nazionale su Rai3 con uno speciale Tgr a cura della redazione del Piemonte e del Centro di Produzione Rai “Piero Angela” di Torino.

«Il Concerto di Ferragosto è ormai molto più di un evento: è un simbolo della nostra terra e un appuntamento atteso da migliaia di persone che amano la montagna e la grande musica – afferma l’assessore regionale alla Montagna Marco Gallo – Siamo felici di annunciare che sarà Rucas ad ospitare questa nuova edizione, offrendo un palcoscenico naturale straordinario all’Orchestra Bruni. È un momento di comunità e di orgoglio identitario che ci permette di far conoscere le nostre valli a un pubblico sempre più vasto. Grazie alla vetrina della Rai, la bellezza e la magia delle nostre montagne entreranno ancora una volta nelle case di tutti gli italiani, confermando quanto sia unico il patrimonio delle terre alte e quanto sia importante continuare a valorizzarlo insieme. Ringrazio i membri della Cabina di Regia istituzionale, coordinata dalla Regione, che anche quest’anno accompagnano questo appuntamento con il proprio fondamentale contributo».

L’evento, che vedrà protagonista l’Orchestra “Bartolomeo Bruni” di Cuneo, si conferma come uno dei momenti più iconici dell’estate piemontese, in grado di richiamare migliaia di escursionisti in quota e di connettere milioni di telespettatori attraverso il piccolo schermo. La manifestazione, che ha attraversato oltre quattro decenni di storia, rappresenta ogni anno un’occasione di promozione straordinaria per le valli cuneesi e per l’intero sistema montagna piemontese.

Con l’ufficializzazione della sede, la macchina organizzativa entra ora nella sua fase operativa per definire gli aspetti logistici e il programma artistico dell’evento, che saranno illustrati nel dettaglio nei prossimi mesi nel corso della conferenza stampa di presentazione.

 

Torna il Festival delle Colline Torinesi

E’ giunto alla sua 31esima edizione, con una collaborazione tutta al femminile con la condirezione di Isabella Lagattolla e Federica Rosellini in qualità di condirettrice

Ritorna dal 6 al 18 ottobre prossimo il Festival delle Colline Torinesi, giunto ormai alla sua 31esima edizione, con la condirezione di Isabella Lagattolla, che si conferma alla guida del Festival per conto dell’Associazione Festival delle Colline Torinesi, e Federica Rosellini, in qualità di condirettrice designata dalla Fondazione TPE. Sergio Ariotti, Presidente del Festival delle Colline Torinesi, si occuperà per conto dell’Associazione di eventi collaterali, di un documentario e di un progetto relativo all’archivio del Festival. La durata si modifica: da un mese a 13 giorni di fitta programmazione, in cui si concentreranno 19 performance, 11 prime nazionali e un ricco programma di masterclass e incontri. Molti degli artisti in programma quest’anno sono donne o non binarie under 45, e la maggior parte dei nomi stranieri quali Janaina Leite, Flinn Works, Hashem Hashem, Núria Guiu Sagarra, approdano per la prima volta in Italia.

Punto nevralgico del Festival sarà il Teatro Astra, la Casa del TPE, che verrà sfruttato al massimo nella maggior parte degli spettacoli in programma, immaginando tre sale distinte ricavate dagli spazi del teatro, tra cui la sala prova, affiancato dalla Fondazione Merz, con un fruizione più immediata, e dal Coro di Santa Pelagia, sede dell’Opera Munifica.

“Lagattolla e Rosellini” non rappresenta solo un connubio al femminile che conferisce un segnale forte nell’ambito delle direzioni teatrali italiane, ma è anche la fusione di tradizione e innovazione, da sempre la cifra distintiva del Festival, la cui storia ha preso avvio nel 1996 e che ha mantenuto uno sguardo costante sulla creazione contemporanea e sulla scena internazionale del teatro e dell’arte. Isabella Lagattolla risulta una delle personalità di spicco nell’ambito dell’organizzazione teatrale europea, affiancata da Federica Rosellini, classe 1989, regista, performer e drammaturga.

La programmazione di questa 31esima edizione offre la possibilità non solo di prendere parte singolarmente a uno spettacolo, ma di immergersi in focus dedicati ai singoli artisti e alla loro poetica. Preludio del cartellone, alla Fondazione Merz, sarà un nuovo titolo di Romeo Castellucci, “Credere alle maschere”, in programma martedì 6 e mercoledì 7 ottobre. Un eventi performativo capace di riflettere sul conflitto tra immagine e legge, violenza del linguaggio e responsabilità collettiva, servendosi di due elementi iconici: una maschera e un’opera di Andy Warhol.

All’Astra il Festival si apre in prima nazionale con lo “Stabat Mater” di Janaina Leite, giovedì 8 ottobre alle 21, con replica venerdì 9 alla medesima ora. Nello spettacolo, Leite lavora con sua madre e un pornoattore mascherato. Affermata artista brasiliana, per la prima volta in Italia, è un punto di riferimento per la ricerca sul teatro-documentario, sulle scritture autobiografiche in scena, sul corpo e la sua valenza sessuale e pornografica. Proporrà anche le due performance “Deeper” e “The material and immaterial body. It’s borderline. Lecture performance”. Una novità di questa edizione è Industria Indipendente, collettivo artistico e di ricerca di Erica Galli e Martina Ruggeri. Il debutto al festival è con il dittico sul “Don Chisciotte”, dal titolo “Quixote – dammi i brividi – ma non per la paura (video) e “Quixote – a rose is not a rose“ e Katy Acker, che vedono in scena Anna Maria Ajmone e in video Silvia Calderoni, in prima nazionale sabato 10 ottobre alle ore 18. Lo stesso giorno, alle ore 17, presso la Fondazione Merz, Sara Leghissa, artista, ricercatrice e performer con base a Milano, presenterà “Muscles”(public literature), una riflessione sull’opera di Katy Acker con un testo che afferma il corpo come spazio politico, trasformato dall’artista in un manifesto militante contro il linguaggio ordinario. La palestra diventa un campo di lotta queer dove muscoli e desiderio sabotano norme e morte e strutture oppressive attraverso una letteratura pubblica e ribelle. Domenica 11 ottobre, alle ore 19, al Teatro Astra, si esibirà per la prima volta al Festival la SchoƁ Company della cantante e performer Lisa Tatin e della video light designer Simona Gallo. La compagnia svizzera sviluppa una ricerca interdisciplinare capace di unire voce, musica, elettronica e performance visiva, come nel lavoro “Mon corp n’obéit plus”, prima italiana che immagina un corpo che capta e disturba, fatto di sensori che lo rendono un interfaccia sensibile, e “Personne ne ramasse ma langue”, una pièce a due voci che attraversa il pubblico unendo corpo e parola, dando vita ai testi poetici di una serie di autrici impegnat*, quali Lisette Lombè, Laura Vazquez, Stéphanie Bovor e altre. Parte integrante del programma è Marco Donnarumma, artista perfor,attivo dell’audio e dei new media, italiano che vive e opera a Berlino. “Ex silence” verrà rappresentato in prima nazionale insieme a “Niranthea” lunedì 12 ottobre prossimo alle ore 19, al Coro di Santa Pelagia. Il primo, in prima nazionale, reinventa l’ascolto come atto politico, tra corpo, suono e tecnologia, un rituale sensoriale abita la sordità come altra percezione, protesi e algoritmi diventano organi condivisi, non correggono ma amplificano mondi. “Niranthea” è un cortometraggio ibrido che unisce documentario e AI per esplorare sordità, protesi e cyborg. Martedì 13 ottobre, presso il Teatro Astra, Francesca Grilli presenterà una performance partecipativa che rovescia il rapporto di potere tra adulto e bambino. Attraverso la lettura della mano, l’infanzia diventa guida e custode di visioni. Martedi 13 ottobre, sempre all’Astra, i Madalena Reversa si cimenteranno con la composizione di “Olivier Messiaen pour la fin du temps” e con l’invenzione di un’installazione luminosa e sonora. Il quartetto fu scritto nel campo di concentramento di Görlitz e viene considerato uno dei più grandi esempi di musica da camera. I testi sono tratti da “L’uomo in rivolta” di Albert Camus, le interviste di Radio France a Olivier Messiaen. Mercoledì 14 ottobre, in prima nazionale, al Teatro Astra, approda Margherita Pevere, che presenta “Lament”, un’opera che guarda al fuoco oltre l’evento spettacolare, concentrandosi sulle conseguenze meno visibili, dove suolo, comunità ed ecosistemi sono esposti all’erosione e alla rigenerazione. “Asteroide” è il titolo della pièce che approderà al Teatro Astra giovedì 15 ottobre, protagonista Marco D’Agostin, Premio Ubu per la danza nel 2025, che propone uno spettacolo di teatro e parola. Il protagonista è un misterioso paleontologo che si presenta al pubblico per discorrere di ossa, estinzione e materiale cosmico. Alla Fondazione Merz, venerdì 16 ottobre e sabato 17 ottobre, in prima nazionale, approda in Italia il collettivo berlinese Flinn Works, che propone un esercizio di riflessione sui crediti di carbonio e sulla questione del green washing con carbon negative, spettacolo tra laboratorio e performance che invita il pubblico a scegliere, riflettere e agire su un futuro climatico possibile. Quest’anno torna la scema artistica libanese, che rappresenta un elemento di continuità rispetto alle passate edizioni del Festival. Protagonista Hashem Hashem, poeta e performer di Beirut e parte attiva in diverse organizzazioni LGBTQIA+, con lo spettacolo “The Sound that Remains”, una performance che intreccia scrittura poetica e sound design con un set che richiama i lavori di Kae Tempest, restituendo un paesaggio sonoro vivo e politico. Il periodo temporale preso in considerazione è quello compreso tra l’esplosione del porto di Beirut nel 2020 e le nuove guerre israeliane del 2024 e 2026. A concludere il festival, il 17 e 18 ottobre al Teatro Astra, Núria Guiu Sagarra, pluripremiata coreografa e danzatrice catalana che approda per la prima volta in Italia con i suoi spettacoli, portando in scena “Supermedium”, in cui otto corpi femminili o non binari agiscono come medium. L’trista proporrà anche il suo ultimo lavoro, l’assolo “POV”, che esplora un corpo posseduto da molteplicità di altri corpi, immagini o immaginari, provenienti da tempi e spazi diversi, reali o fittizi.

Il Festival è un progetto di Associazione Festival delle Colline Torinesi e Fondazione TPE Teatro Piemonte Europa, con il contributo del Ministero della Cultura, della Regione Piemonte e Città di Torino, con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT.

Teatro Astra – via Rosolino Pilo 6, Torino

Fondazione Merz – via Limone 24

Coro di Santa Pelagia – via San Massimo 21

Biglietti e abbonamenti disponibili dal 30 maggio 2026

Mara Martellotta

Teatro Regio, il maestro Battistoni dirigerà il gran finale di stagione

La prima assoluta commissionata a Matteo Franceschini, con Rota e Stravinskij

L’ultimo appuntamento della stagione dei concerti 2025-2026  del Teatro Regio, è in programma venerdì 22 maggio alle ore 20, con “Slancio”. Si tratta di un percorso articolato e potente che attraversa oltre due secoli di musica, dall’ultimo Settecento alla contemporaneità, tra grandi ritorni e riscoperte, fino a una prima esecuzione mondiale. Il 22 maggio, il direttore musicale del Regio, Andrea Battistoni, salirà sul podio dell’Orchestra del Teatro Regio per un programma che incarna la visione musicale del suo mandato, Val ea dire far emergere le voci delle compagini artistiche del Teatro e, al tempo stesso, valorizzare il patrimonio sinfonico italiano dal Novecento alla contemporaneità. Al centro del concerto, la prima assoluta di “Ballet”, la nuova composizione commissionata dal Teatro Regio a Matteo Francheschini, artista dalla personalità graffiante e autore di una musica onirica in continua trasformazione.

“Ballet nasce da un gesto semplice, quasi primordiale – dichiara Matteo Franceschini – un passo di danza, un movimento terrario che pulsa come un respiro. Da questa cellula iniziale, il materiale musicale si espande e si trasforma, la regolarità si incrina, le linee si spezzano e si sospendono alternando momenti rarefatti a slanci improvvisi. Come un corpo che danza e disegna lo spazio intorno a sé, il suono genera direzioni e paesaggi sempre diversi. Il brano è un omaggio al movimento, alla danza, quale forza di abitare spazio e tempo, in cui il gesto si fa suono”.

“Ballet” è incorniciato dalla Suite tratta da “La strada” di Nino Rota, evocativo omaggio a Fellini, e la Suite numero 2 da “L’oiseau de feu” di Igor Stravinskij, vertice del repertorio storico del Novecento che alterna colori incandescenti ed esplosioni ritmiche in un finale di energia travolgente.

Biglietteria: piazza Castello 215, Torino – 011 8815241/242 – biglietteria@teatroregio.torino.it

Info: www.teatroregio.torino.it

Biglietti: prezzo intero da 15 a 35 euro e ridotto da 12 a 30 euro.

Mara Martellotta