SPETTACOLI- Pagina 2

Antiqua a Settimo con l’Orchestra Barocca Siciliana e l’Accademia del Ricercare

Sabato 19 settembre alle 21.15, con un concerto presso la chiesa di Santa Croce, in piazza San Pietro in Vincoli

Antiqua 2026 torna il 19 settembre alle 21.15 a Settimo Torinese (TO), presso la chiesa di Santa Croce, in piazza San Pietro in Vincoli. L’Orchestra Barocca Siciliana, insieme all’Accademia del Ricercare, propone di Telemann (1681-1767) “Tafel Musick”.

Anche in questa edizione si rinnova la sinergia con Settimo Torinese: il notevole successo di pubblico e critica riscosso negli anni precedenti, oltre all’impegno dell’amministrazione comunale, unito a un sostegno della Fondazione ECM e ai contributi della Regione Piemonte, Fondazione CRT e Ministero dei Beni Culturali, hanno permesso di continuare questa positiva esperienza con la produzione di concerti di musica classica a Settimo Torinese, con l’esibizione dei migliori artisti del panorama musicale europeo.

Tra i brani che verranno eseguiti, vi è l’Ouverture C-Dur Hamburger Eb Und Flut, che Telemann fece eseguire il 6 aprile del 1723 per celebrare il primo centenario della fondazione dell’Ammiragliato di Amburgo. Questo evento di grande importanza, di cui la stampa dell’epoca ci ha tramandato vivida memoria, comprendeva un sontuoso banchetto nella Niedern Baum Haus, che vide la presenza dei principali cittadini. Questa suite strumentale è divisa in dieci movimento ed esalta la tradizione marinara di Amburgo, Co un’elegante Ouverture in due parti e una serie di colte vocazioni della mitologia classica. La suite si conclude con un’immagine festosa della vita reale della Amburgo dell’epoca.

Il programma comprende anche tre suite orchestrali concepite secondo il modello della Sonata da chiesa, ossia con l’alternanza di movimenti lenti e veloci, nelle quali Telemann si conferma fra i più grandi maestri del barocco, grazie a una vena melodica gradevole e fantasiosa e una scrittura brillante e leggera, oltre a un impasto sonoro ricco di sfumature, con i flauti e gli oboi che vanno a braccetto con i due violini solisti.

Ingresso gratuito

Info: segreteria@accademiadelricercare.com o accademiadelricercare@gmail.com

I concerti di Antiqua 2026 sono accompagnati da un allestimento d’arte realizzato dall’associazione La Voce dei Venti.

Mara Martellotta

Antiqua 2026 ritorna a Settimo Torinese sabato 19 settembre alle 21.15, con un concerto presso la chiesa di Santa Croce, in piazza San Pietro in Vincoli, con l’Orchestra Barocca Siciliana e l’Accademia del Ricercare

Il suo cinema, “aprire gli occhi dello spettatore sulla realtà della vita e del mondo”

Alla Mole, una mole dedicata alla “visionarietà” di Gillo Pontecorvo

C’è una scena – un omaggio – in “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson, uscito la scorsa stagione e vincitore di sei premi Oscar, in cui Leonardo di Caprio, avvolto nella sua perenne vestaglia da camera, rossa a quadri, accende la tivù e vede scorrere le prime immagini della “Battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo, Leone d’oro a Venezia nel 1966. Ecco, da ieri e sino al 5 aprile dell’anno prossimo, un ulteriore omaggio ai sessant’anni del film e ai vent’anni che ci dividono dalla scomparsa del regista, il grande manifesto, alcune scene del film e alcuni documenti, quello stesso Leone sono al centro della mostra a cui il curatore Mauro Genovese – con la collaborazione di Caterina Massignani e Paola Bortolaso che ha preparato un prezioso dossier didattico che attraverso sei parole chiave ci fa riflettere su una importante vicenda, umana e cinematografica, e contiene tra l’altro le testimonianze di Giuliano Montaldo, di Mario Martone e dei fratelli De Serio – ha voluto dare quel medesimo titolo. Una vicenda che si è formata (“far riscoprire e tornare alla luce i tesori qui raccolti, perché senza memoria non abbiamo futuro”, sottolineava l’assessora alla Cultura del Comune Rosanna Purchia) grazie all’Archivio che la famiglia Pontecorvo ha affidato al Museo del Cinema.

Pisano di nascita, figlio di un imprenditore tessile, appartenente alla benestante borghesia ebraica, Pontecorvo, dopo due esami di chimica e il desiderio, mai sopito lungo tutta la vita, di divenire direttore d’orchestra, conobbe nel ’38 le leggi razziali e dovette riparare a Parigi, seguendo il fratello Bruno e frequentando quegli ambienti culturali che annoveravano Picasso e Queneau, Stravinskij e Sartre. In maniera rocambolesca fuggì nel ’40 con il fratello a Saint-Tropez, per aderire l’anno successivo al Partito Comunista Italiano (stringerà una forte quanto duratura amicizia con Enrico Berlinguer, che agli inizi lo aiuterà a far rientrare quel giudizio negativo con cui Palmiro Togliatti aveva bollato la sua rivista “Pattuglia”), coordinare in seguito la resistenza (suo fu il nome di riconoscimento di “Bamba” che s’apprende da alcuni documenti esposti, come Lorenzo Lanza e Gilberto Pavolini i nomi falsi usati) in Piemonte e Lombardia. Entrò nel mondo del cinema – gustosi i visi e le espressioni che testimoniano il suo provino – attraverso “Il sole sorge ancora” di Aldo Vergano (1946: c’è anche un Carlo Lizzani ventiquattrenne nelle vesti di un sacerdote) in cui impersona un operaio: offrendo il volto e la lotta iniziali alle tante battaglie della propria esistenza e della propria cinematografia, cinque soli lungometraggi e due episodi, al di là delle tante pubblicità televisive per i più diversi prodotti, dai frigoriferi ai digestivi, dalla carne in scatola al pandoro).

Quelle sei parole chiave lo spettatore le potrà confrontare nella retrospettiva completa che sino a mercoledì 23 settembre scorrerà sullo schermo del cinema Massimo, sei parole chiave che sono e abbracciano Resistenza, Genocidio, Autodeterminazione, Colonialismo, Emancipazione ed Evoluzione. Alla resistenza appartiene l’opera di Vergano (a cui fece seguito nel ’57 “La grande strada azzurra”, la sua opera prima, con Yves Montand e Alida Valli), al genocidio è affidato “Kapò”, che poggiava sull’orrore provato a seguito della lettura delle pagine di Primo Levi (“Kapò

non voleva essere soltanto o soprattutto il film di un regista ebreo sull’orrore dei campi di concentramento. Era il film di un regista impegnato sull’immane tragedia della guerra, sul più grande genocidio della storia dell’uomo, su una costante della storia – le conquiste coloniali insegnino – portata qui all’estrema esasperazione”, scrisse Irene Bignardi nel suo “Memorie estorte a uno smemorato”), mentre l’autodeterminazione e il colonialismo avranno il loro specchio cruento e spoglio come un rapporto documentaristico nella “Battaglia d’Algeri”, pellicola potente e anticolonialista, non privo di scene crude o invise a qualcuno che rendono appieno la realtà e il clima dell’epoca, incappate anche nelle maglie della censura (è esposto un telegramma diretto al regista, in cui il produttore algerino intima perentoriamente di eliminare la scena di un bambino francese con il gelato in mano, un primo piano, pochi istanti prima che il bar salti in aria a causa di una bomba posta lì da un gruppo di algerini, in occasione della proiezione di Venezia) e in “Queimada” (1969, isola immaginaria delle Antille, a lungo repressa dalla politica portoghese, interessanti le note marginali scritte dal cosceneggiatore Franco Solinas, a illustrare la psicologia del protagonista William Walker), qui con il divo Marlon Brando ma affidati entrambi soprattutto ad attori non professionisti. Nonostante i non eccellenti rapporti tra regista e interprete – ma: “Brando quando gira ce la mette tutta anche se deve dire un semplice buongiorno. Riesce a creare un clima elettrico, qualunque cosa faccia. E recita sempre. Alla fine di una scena capita spesso che la troupe lo applauda come se fosse a teatro” -, la collaborazione e l’esplorazione del cammino dell’emancipazione e del colonialismo sarebbero dovuti continuare con un film sui nativi americani, visti all’indomani di Wounded Knee, poiché Brando aveva compreso che soltanto Gillo sarebbe stato capace di mostrare appieno l’orrore di quell’altra tragedia. “Il mio film non è un documentario, nel senso che tutto è stato ricostruito; ho usato la mia esperienza dei cinegiornali per ricercare un’espressione di verità, il tono, la grana della fotografia dei giornali filmati. A dire il vero, i dialoghi non sono in presa diretta, ma soltanto le grida, le urla”, dirà anni dopo, nel ’96, Pontecorvo, in occasione del trentennale al Cinema indipendente di Bellaria.

Poi ancora l’emancipazione, anticipata da “Giovanna”, episodio voluto, con quelli di altri quattro cineasti, da Ioris Jvens nella “Rosa dei venti” (1956: “È la prima volta in cui in un film a essere protagonista di una lotta sindacale sono esclusivamente donne: il che consente agli autori di raccontare – con una sensibilità ed esattezza mai viste in altre opere – il legame strettissimo tra vita famigliare e vita di lavoro, rapporti privati e doveri pubblici, matrimonio e sindacato, maternità e solidarietà”, ha scritto Lietta Tornabuoni), uno sguardo alle difficoltà del lavoro femminile, laddove la sceneggiatura, utilizzata dalla segretaria di edizione Antonella Santini durante le riprese, diventa un prezioso volume fatto delle fotografie, delle annotazioni manoscritte e delle naturali location che rivelano l’intenso utilizzo del copione sul set, la testimonianza delle riprese che sono avanzate giorno dopo giorno. L’evoluzione in ultimo, con cui si torna al Leone d’oro, a quella illuminata guida che per la Mostra veneziana Pontecorvo ebbe come direttore, dal ’92 al’ 96, una nuova sfida, un’altra battaglia: “Ora la mia prospettiva cambia completamente, dovrò essere io a decidere i film e gli autori che parteciperanno al festival… ma credo seguirò nella selezione delle opere lo stesso criterio che ha guidato il mio fare cinema. Io penso che un film debba essere utile allo spettatore che lo vede, aprirgli gli occhi sulla realtà della vita e del mondo. Senza per questo recargli noia”. Pontecorvo, nel suo nuovo compito, portò in concorso opere prime e giovani registi, film inaspettatamente premiati, nuove visioni del mezzo cinematografico, con passione ed estrema onestà.

Carlo Chatrian, direttore del Museo del Cinema, sottolineava alla presentazione della mostra – un lavoro collettivo che ha coinvolto cineteca, fototeca, archivio storico, i tanti manifesti e materiali – come Pontecorvo non sia soltanto patrimonio italiano ma bensì del mondo, come “appartenga al mondo”, come dovremmo avere sempre ben presente la sua “visionarietà” e questa mostra debba essere intesa come “un viaggio nel Novecento che lui scavalca” o un mezzo per traghettarci “nella generazione del presente e del futuro”. Uno dei tanti tableau cronologici e narrativi che arricchiscono il percorso della Mole ci ricordano quanto molti registi abbiano attinto ai titoli, al modo di fare cinema di Pontecorvo: i nomi? Costa-Gavras, Tarantino, Christopher Nolan e Ken Loach, Spike Lee, Steven Spielberg e Alfonso Cuàron, Oliver Stone. Una scuola che ha guardato con intelligenza al ventunesimo secolo.

Elio Rabbione

Nelle immagini: nell’ordine, una visione degli allestimenti; Gillo Pontecorvo alla cerimonia di premiazione della 27ma Mostra di Venezia (1966) con in mano il Leone d’oro vinto per “La battaglia d’Algeri”, copyright Fotografia – Eliografia Giacomelli; sul set di “Queimada” (1969) copyright Divo Cavicchioli; con la macchina da presa durante le riprese della “Battaglia di Algeri”.

Attraverso Festival si avvia alla conclusione

 Con gli appuntamenti sabato 19 settembre con Federico Sacchi e Francesca Santolini e domenica 20 settembre con l’incontro con lo storico Franco Cardini

Sabato 19 settembre il programma di “Attraverso Festival” si dividerà tra Savigliano e Gavi, avviandosi alla conclusione dell’XI edizione con tre appuntamenti che ne riassumono la vocazione più autentica, quella di attraversare linguaggi diversi e porre in dialogo tra loro spettacolo, conoscenza e attualità.
Alle 18 di sabato 19 settembre la giornalista e divulgatrice ambientale Francesca Santolini proporrà, infatti,  un incontro a ingresso libero dal titolo “Clima e politica” dedicato alla relazione, ormai ineludibile, tra emergenza climatica,responsabilità pubblica e scelte collettive. Francesca Santolini proporrà una riflessione sui temi della sostenibilità, sui modi in cui la crisi climatica  interroga governi, istituzioni, territori e cittadini, superando la contrapposizione tra ambiente e economia e riportando la questione climatica all’interno del campo della responsabilità politica e della vita quotidiana.
Sabato 19 settembre alle ore 21, al teatro Milanollo  di Savigliano, Federico Sacchi recupera la data annullata il 5 settembre scorso , portando in scena la pièce  “Sono venuto a suonare. Un’esplorazione dell’universo di Paolo Conte”, uno spettacolo-concerto che intreccia musica dal vivo, racconto, teatro e immagini. Lo spettacolo accompagnerà il pubblico dentro l’immaginario poetico e sonoro di uno degli autori più originali e riconoscibili della canzone italiana, astigiano, ma diventato con il tempo una figura di culto oltre i confini nazionali.
Non è  un semplice omaggio, ma un’esperienza d’ascolto costruita per restituire la singolarità di una scrittura capace di evocare mondi in pochi versi, notti jazzate, provincia e viaggi, ironia e malinconia, memoria e desiderio.
Sacchi attraversa la vicenda artistica di Paolo Conte dagli esordi come autore negli anni Sessanta all’affermazione come cantautore negli anni Settanta, fino al successo internazionale che ne ha consacrato la musica soprattutto in Francia e in Europa.
Tra brani, aneddoti, immagini e narrazione, “Sono venuto a suonare” ricompone la geografia sentimentale di un autore che ha fatto della canzone un linguaggio autonomo e immediatamente riconoscibile.

Domenica 20 settembre, alle 18, sarà ancora il forte di Gavi a ospitare l’appuntamento che conclude virtualmente la rassegna, con l’incontro con lo storico Franco Cardini che parlerà di “Islam e la sua influenza sulla cultura europea dal Medio Evo a oggi”. Storico del Medio Evo e profondo conoscitore dei rapporti tra mondo islamico, Occidente europeo e cristianità, Cardini ripercorrerà una storia lunga e complessa, fatta non soltanto di conflitti, ma anche di trasmissioni di saperi, scambi commerciali, contaminazioni artistiche e circolazione di idee. Si tratterà di un incontro che, a partire dal Medio Evo, offrirà strumenti per leggere con maggiore profondità le relazioni tra culture e le tensioni del presente.
Il mese di ottobre proseguirà eccezionalmente con il recupero di due spettacoli; martedì 20 ottobre Ambra Angiolini sarà a Casale Monferrato con “La misteriosa scomparsa di W”, mentre domenica 25 ottobre Luca Bizzarri porterà al teatro Balbo di Canelli la pièce “Non hanno un amico dubbio”.

Mara Martellotta

“Non sono nata per volare Ma per cadere dalle nuvole”

Music Tales, la rubrica musicale

 

“Non so innamorarmi mai
Neanche avere un’abitudine
Non sono nata per volare
Ma per cadere dalle nuvole

Il brano è uscito l’8 maggio 2026, e si muove mantenendo, nonostante la ritmica incalzante, un nucleo molto emotivo forte. Mi ha colpita da subito benchè io non sia una sua fan accanita.
Ci sono artiste che cantano la fragilità come se fosse una ferita da mostrare. E poi c’è Arisa, che da qualche tempo sembra aver scelto una strada diversa, non solo nella musica: non nasconderla, non necessariamente guarirla, ma imparare a conviverci. In “Rugiada”, il suo nuovo singolo, quella fragilità diventa quasi materia luminosa.
Il titolo non è casuale. La rugiada è qualcosa di leggerissimo, quasi impercettibile, che compare senza fare rumore e che, quando incontra la luce, riesce a trasformare anche una superficie banale in qualcosa di brillante. È un’immagine perfetta secondo me per raccontare una canzone che parla di inquietudine, identità, solitudine e desiderio di libertà, senza però precipitare nel melodramma.

“Rugiada” è stata scritta da Federica Abbate, Nicola Lazzarin e Jacopo Ettorre e arriva all’interno del nuovo percorso discografico di Arisa legato a “Foto Mosse”. Musicalmente il brano sceglie una strada interessante: una produzione ritmica, luminosa, con una cassa dritta che ammicca alla dance e atmosfere urban ed elettroniche.
La scelta potrebbe sembrare quasi in contrasto con il contenuto del testo. E invece funziona proprio per questo. Almeno per il mio gusto.
Perché mentre la musica cammina, il testo inciampa e forse è proprio qui che “Rugiada” trova la sua identità.
Arisa canta di un’anima “senza una casa”, di quella difficoltà a trovare abitudini, punti fermi, una forma definitiva in cui riconoscersi. Ma non lo fa con il tono di chi chiede di essere compatito. Al contrario, c’è una sorta di ironica consapevolezza nel raccontarsi fuori dagli schemi, quasi come se quella diversità fosse ormai diventata una parte della propria identità.
E poi c’è quel passaggio fondamentale: la lacrima che diventa “a tempo col flow”.
È una bella intuizione perché ribalta il significato stesso della tristezza. La lacrima non interrompe più il ritmo della vita: ci entra dentro a piè pari. Diventa parte della musica, del movimento, del viaggio. Figo!
E allora anche la malinconia può pure ballare, non vi pare?
Questa è forse la qualità più interessante del brano: non pretende di trasformare il dolore in qualcosa di eroico. Lo rende semplicemente umano.
Arisa sembra voler scappare soprattutto dalle aspettative, dalle definizioni, dalle abitudini che diventano gabbie. E quando racconta il desiderio di giornate senza programmi, di cene in famiglia, di amici e di momenti semplici, il sogno non è più diventare qualcun altro ma tornare a essere se stessi.
La sua voce, naturalmente, resta il centro emotivo del brano. Ma trovo interessante che non venga utilizzata per dimostrare quanto possa essere potente. Non c’è bisogno di fare a gara con gli acuti o di ricordarci che tecnicamente Arisa può fare praticamente quello che vuole. Perchè comunque è così.
Qui la voce serve soprattutto a raccontare.
Ed è una differenza importante.
Perché quando un’interprete possiede una voce riconoscibile e tecnicamente solida, il rischio è quello di usarla come un fuoco d’artificio. Arisa invece, in “Rugiada”, sembra scegliere la misura. E proprio questa misura permette alle parole di arrivare prima della prestazione.
“Rugiada”, insomma, non è una canzone che cerca di dare risposte; ci dice semplicemente che possiamo essere fragili e continuare a camminare.
Possiamo sentirci fuori posto e trovare comunque un posto.
Possiamo avere un’anima senza una casa e, per qualche istante, sentirci esattamente a casa dentro una canzone.
Mi sento di dare un voto molto alto, per quanto possa valere il mio parere, a questa interpretazione.

Buon ascolto, certa che vi piacerà
https://www.youtube.com/watch?v=pN30HxF_WbA&list=RDpN30HxF_WbA&index=1

 

“L’arte da imparare in questa vita non è quella di essere invincibili e perfetti, ma quella di saper essere come si è, invincibilmente fragili e imperfetti.”

scrivete a musictales@libero.it se volete segnalare eventi o notizie musicali!

 

Ecco a voi gli eventi da non perdere

Venerdì 18 settembre alla Caffetteria Cavour – Via Vittrio Veneto, 1 – La Loggia Ore 21.30

Reimmaginando Lucio – Omaggio al grande Lucio Battisti

“Direttamente Chiara” il gossip come non lo avete mai ascoltato, senza filtri come ci si aspetta da me.
Lunedì mercoledì e venerdì dalle 9 alle 10 del mattino vi aspetto potete partecipare alla trasmissione attraverso i link ed il numero di seguito

www.RadioTorinoCity.com
Radio@radiotorinocity.com
Wp: +39 393 2881155

Non mancate!!!!

Orchestra Filarmonica di Torino presenta “One Way Smile” 

La stagione concertistica 2026-2027

La stagione 2026-2027 dell’Orchestra Filarmonica di Torino si intitola ‘One Way Smile’ perché un sorriso può cambiare il modo di guardare il mondo, può rappresentare una disposizione verso gli altri, una forma di apertura capace di creare relazioni, alleggerire le distanze e creare nuovi orizzonti. È  da questa idea che nasce “Smile”, la stagione 2026-2027 dell’OFT  ultimo capitolo del percorso triennale One Way, progetto artistico che negli ultimi anni ha accompagnato il pubblico attraverso tre parole chiave, Together, Memories e ora Smile, trasformando ogni stagione in un viaggio condiviso dentro la musica e il nostro tempo.
Il sorriso che accompagna One Way Smile è un gesto autentico, a volte delicato, altre volte ironico e dissacrante, il fil rouge che unisce gli otto concerti in cartellone da ottobre 2026 a maggio 2027, tra grandi capolavori del repertorio sinfonico, nuove commissioni, giovani interpreti di fama internazionale e progetti speciali che confermano la vocazione dell’OFT nel voler costruire una relazione sempre più  viva con il proprio pubblico.
La stagione 2026-2027 coincide con l’avvio di una nuova fase nella storia dell’Orchestra  in quanto da pochi mesi la presidenza è stata affidata a Gabriele Montanaro, dopo oltre 25 anni di guida da parte di Michele Mo, sotto la cui presidenza OFT ha consolidato il proprio ruolo tra le realtà orchestrali più significative del panorama musicale italiano, sviluppando un rapporto sempre più profondo con il territorio e la nostra comunità.

“Con questa stagione si conclude un percorso artistico che ci ha accompagnati per tre anni e, allo stesso tempo, si apre una nuova fase di vita dell’orchestra – sottolinea il presidente Gabriele Montanaro – OFTcontinua  a credere che la musica non sia un  patrimonio immobile da custodir , ma un luogo vivo di incontro, capace di generare relazioni, dialogo e partecipazione. In un momento di grandi cambiamenti per il mondo della cultura,  vogliamo rafforzare sempre di più questo legame con il pubblico, sperimentando nuove occasioni di condivisione, senza rinunciare alla visione innovativa e alla qualità artistica che da sempre caratterizzano la nostra identità”.

Accanto a Giampaolo Pretto e al maestro concertatore Sergio Lamberto, la stagione accoglie  tre giovani protagonisti del concertismo internazionale, il flautista Alberto Navarra, la violinista Sueye Park, e il pianista David Khrikuli.
Tra gli appuntamenti più attesi le “Cronache animali” la pocket opera di Nicola Campogrande, proposta in una nuova versione per attrice che canta e piccola orchestra, con Monica Demuru protagonista di uno spettacolo capace di unire teatro musicale, ironia e fantasia.
Due saranno le orchestre ospiti, l’orchestra Magister Harmoniae, che porterà in stagione un  viaggio tra le grandi colonne sonore del cinema, e l’Orchestra Suzuki, che tornerà sul palco dell’OFT con un programma che pone al centro la formazione di giovani musicisti e il valore della trasmissione musicale tra generazioni.

La stagione concertistica si svolgerà al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, affiancata quest’anno da Cascina Roccafranca, in cui si terrà la rassegna musicale Officina, con alcune novità.  “Ingranaggi combinati” rappresenta il fil rouge di questa nuova edizione, che si sviluppa come un laboratorio in cui musica, creatività e altri linguaggi dialogano tra loro.
Ai concerti si affiancheranno incontri dedicati a grafica, architettura, osteopatia e innovazione, mentre prosegue  l’impegno nella promozione della nuova musica attraverso commissioni affidate a giovani compositrici e compositori del Conservatorio “Giovan Battista Martini” di Bologna e il coinvolgimento di studenti provenienti da istituzioni formative italiane.
Una novità sara rappresentata da OFT Fuori orario, un ciclo di incontri pensato per trasferire il dialogo tra orchestra e pubblico al di fuori delle sale da concerto. Una volta al mese presidente, direttore artistico e alcuni componenti dello staff incontreranno appassionati e curiosi davanti a un aperitivo o a un caffè, per raccontare il dietro le quinte dell’attività dell’Orchestra, condividendo idee, ascoltando domande e confrontandosi senza filtro sul palcoscenico.
Da questa stagione le prove generali del lunedì al teatro Vittoria saranno precedute da una guida all’ascolto curata dal musicologo Francesco Cristiani
n’altra novità sarà rappresentata da “Periscopio”, gruppo di ragazze e ragazzi under 25 che affiancherà OFT durante la stagione offrendo idee, punti di vista  e nuove prospettive per immaginare modalità sempre più efficaci per coinvolgere le giovani generazioni nella vita dell’Orchestra.

La stagione Smile verrà  inaugurata martedì 20 ottobre prossimo dall’OFT diretta da Giampaolo Pretto con un concerto che celebra l’equilibrio tra rigore e vitalità dal titolo “La stagione dei numeri dispari”. La prima Sinfonia di Mendelssohn,  composta quando il musicista aveva appena quindici anni, rivela una sorprendente maturità espressiva, mentre la Settima  Sinfonia di Beethoven definita da Wagner “l’apoteosi della danza” chiuderà la serata con una straordinaria esplosione di energia ritmica. Si tratta di un’apertura che invita il pubblico a lasciarsi contagiare dalla forza propulsiva della musica e da quel sorriso che nasce dalla meraviglia.
Martedì 1⁰ dicembre gli Archi dell’OFT, guidati dal maestro concertatore Sergio Lamberto, saranno protagonisti di “ Play & Run” appuntamento inserito nella rassegna Mondi, Culture e Musiche,  promosso da Sistema Musica in occasione dei trent’anni del Centro Interculturale di Torino. Il programma raccoglie alcune delle pagine più affascinanti dedicate all’orchestra d’archi, attraversando oltre un secolo di musica europea, da Elgar a Bartók, da Grieg a Holst, fino a Brahms.
Al centro della serata troverà  spazio anche una composizione di Francesco Mo, commissionata da OFT, e presentata in prima esecuzione assoluta a conferma dell’impegno dell’Orchestra nella promozione della creatività contemporanea.

I concerti del 2027 saranno martedì 26 gennaio, martedì 23 febbraio, martedì 23 marzo, martedì 13 aprile, martedì 27 aprile, martedì 18 maggio.

I concerti dell’OFT si terranno il martedì sera al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino con inizio alle ore 21.
Le prove generali a porte aperte si terranno domenica mattina dalle 10 alle 13, anche quest’anno nello spazio multifunzionale in via Baltea 3, nel quartiere Barriera di Milano. Le prove generali al teatro Vittoria del lunedì pomeriggio saranno introdotte da una guida all’ascolto a cura del musicologo Francesco Cristiani.

Mara Martellotta

Uno spettacolo teatrale per ricordare Giacomo Oddero a cento anni dalla nascita

Venerdì 18 settembre prossimo, alle ore 18, il Teatro Sociale Giorgio Busca, ad Alba, ospiterà una singolare narrazione teatrale dedicata alla vita di Giacomo Oddero, al suo impegno pubblico e al segno che ha lasciato nella sua comunità. Giacomo Oddero è stato una figura di grande rilievo della viticoltura piemontese. Produttore e innovatore, ha contribuito alla rinascita e alla valorizzazione del territorio langarolo.

L’iniziativa intreccia storia, testimonianze, teatro e dialoghi, offrendo al pubblico la possibilità di ripercorrere le vicende umane e politiche di una figura che ha contribuito allo sviluppo della città e del territorio. Nella prima parte dell’evento, verrà rappresentata la narrazione teatrale “La grande Sete delle Langhe”, a cura di Paolo Tibaldi, liberamente ispirata al libro del farmacista di via Maestra, di Attilio Ianniello. Seguiranno interviste e testimonianze moderate dal giornalista della Stampa Nicolas Lozito.

“Non verrà proposta al pubblico una biografia celebrativa – assicura la famiglia Oddero – l’evento del 18 settembre sarà l’occasione per rileggere una stagione della storia delle Langhe attraverso il linguaggio del teatro e, insieme, offrire una riflessione sull’importanza della collaborazione e tra istituzioni e cittadini nell’ambito delle comunità locali”.

Durante l’evento si avrà modo di ripercorre le grandi trasformazioni territoriali avvenute nelle Langhe, risultato di un’azione collettiva, nella quale Giacomo Oddero è stato uno dei più importanti protagonisti insieme a quanti, come lui, credevano fermamente nell’impegno collettivo.

L’ingresso sarà libero fino a esaurimento posti

Ph credits Oggero Poderi & Cantine

Mara Martellotta

Torinodanza alle Fonderie Limone di Moncalieri: “Secondo quarto di luna” e “In the brain”

Dal 17 al 19 settembre

Dal 17 al 19 settembre, nell’ambito di Torinodanza Festival, si terrà alle ore 19.30, nella Sala Piccola delel Fonderie Limone di Moncalieri, il balletto “Secondo quarto di luna” di e con Viola Scaglione del Balletto Teatro Torino, e alle 20.45, nella Sala Grande delle Fonderie Limone “In the brain”, per la coreografia e musica di HOFESH, di Shechter.

“Secondo quarto di luna”, realizzato con la cortesia di Silvia Gribaudi, rappresenta un attraversamento, una soglia tra ciò che si mostra e ciò che resta nell’ombra. Come la fase crescente del ciclo lunare, lo spettacolo abita una zona di confine tra luce e oscurità, dove la fragilità e la forza si incontrano. Concepito e interpretato da Viola Scaglione, lo spettacolo nasce da una necessità personale e artistica, quella di dare corpo e vice a uno spazio per anni rimasto in ombra, evitato, come se frequentarlo significasse infrangere un equilibrio. Uno spazio che ora si apre, reclamato con determinazione, domenica un ritorno a sé, un atto di fiducia, una dichiarazione e di esistenza. In quel luogo interiore ora nasce la volontà di essere autentica e presente, un’auto vitale politico e poetico. Radicarsi nel proprio presente e mostrarsi i tera anche se incompleta. Uno spettacolo che si muove tra gli estremi della disciplina e della libertà, della leggerezza e della profondità, dell’individualità e della contaminazione, attraverso un gioco potente che si nutre del desiderio di sconfinare. A sostenere questa esplorazione, una costellazione e di presenze femminili scelte per affinità profonda: Silvia Gribaudi, corsista, che conduce e proietta il lavoro oltre i limiti, trasformando le paure in spazi di libertà, Marta Ciappina, movement coach, che traduce movimento e narrazione, tessendo una grammatica intima e sensibile, Doriana Crema, che tiene e uniti i frammenti del processo, illuminando connessioni e significati, e Ewa Gleisner, in veste di creative producer, che affianca la visione con lucidità e cura, intreccia do struttura e sensibilità.

“In the brain”, nuovo lavoro di Hofesch Schechter, creato per Schchter II, è una elettrizzante immersione nel movimento, nel ritmo e nell’energia collettiva. Si tratta di un viaggio pulsante e urgente nella profondità della nostra coscienza, dove le storie si dissolvono, l’identità svanisce e rimane solo il ritmo. Animato da un’energia felice e inarrestabile di Schechter II, lo spettacolo è un viaggio per liberarsi, per perdere se stessi, per abbandonarsi all’impeto del movimento e all’euforia dei corpi racchiusi nel tipico groove di Hofesch Schechter. In parte un rave, in parte un rituale in cui i danzatori non si limitano a esibirsi, ma si scatenano, incarnano il ritmo, frantumano la barriera tra pubblico e artisti e portano le persone in un’esperienza totalizzante. Ispirato a Cave, una breve coreografia realizzata dalla Martha Graham Company e dallo Studio Simkin, che esplorava la vita notturna e l’aggregazione umana attraverso la danza, “In the brain” trasforma il teatro in una celebrazione viscerale, ad alta tensione di movimento, della musica, dell’energia pura e senza filtri. Schechter II è un progetto di formazione sostenuto dalla Hofesch Schechter Company, dedicato alle nuove generazioni e agli artisti emergenti tra i 18 e i 25 anni. Una compagnia formata dai migliori giovani danzatori provenienti da ogni parte del mondo e selezionati ogni due anni. Il progetto offre ai partecipanti di osservare da vicino il funzionamento e le pratiche di una rinomata compagnia di danza internazionale lavorando a stretto contatto con il coreografo Hofesch Schechter, e partecipando a tournée delle rielaborazioni delle sue più celebri coreografie. Avviato nel 2018, Schechter II ha riscosso grande successo di critica e ha vinto il premio Prix de la Critique for Best Performers al Théâtre de la Ville di Parigi.

Fonderie Limone di Moncalieri – via Pastrengo 88

Biglietteria: teatro Carignano, piazza Carignano 6, Torino – 011 5169555 – biglietteria@teatrostabiletorino.it

Orari: da martedì a sabato 13-19 / domenica dalle 14 alle 19 – lunedì riposo. Biglietteria serale attiva un’ora prima dell’inizio dello spettacolo

Per tutte le serate sarà predisposta una navetta che partirà dal,a ferma della metropolitana Bengasi 30 minuti prima dell’inizio del primo spettacolo e tornerà al termine dell’ultima replica prevista. Ci si deve prenotare sul sito torinodanzafestival.it nelle pagine dedicate ai singoli spettacoli.

Mara Martellotta

Fertili Terreni Teatro celebra i dieci anni di attività 

46 titoli e un progetto internazionale per 132 rappresentazioni a partire da giovedì 8 ottobre.

La stagione 2026-2027 di FTT Fertili Terreni Teatro rappresenta la decima tappa dell’itinerario tracciato da A.M.A. Factory, Cubo Teatro e Tedacà, le tre compagnie torinesi che dal 2017 sono artefici di un modello di proposta ad ampio raggio sul territorio. Con la sua programmazione articolata in tre diversi spazi cittadini, ad oggi FTT incarna l’unico esempio in Italia di un modello di rete e proposta culturale capillarmente diffusi sul territorio, una specificità che rende l’intero progetto un unicum a livello nazionale. Le tre compagnie, seguendo un’idea di teatro che sia opportunità di crescita artistica per la città e la sua comunità, nel corso degli anni hanno unito gli sforzi in una direzione comune per quanto riguarda la proposta artistica, senza tralasciare gli ambiti relativi alla relazione con il pubblico e le comunità. L’edizione di quest’anno coincide con i dieci anni di vita dell’intero progetto, ricorrenza celebrata con una serie di appuntamenti in in programma da ottobre 2026 ad ottobre 2027, con 46 titoli di cui tre prime nazionali e sette prime regionali, cui si aggiunge un’apertura alla scena internazionale con il progetto FTT UNLIMITED per un cartellone di spettacoli di compagnie estere, il tutto per 132 serate di spettacoli.

“In un tempo in cui tutto scorre e nulla riesce ad attirare la nostra attenzione, abbiamo deciso di fermarci per un attimo e riflettere sulla nostra attività che portiamo avanti da 10 anni – osservano Beppe Rosso, Girolamo Lucania e Simone Schinocca – 10 anni di Fertili Terreni Teatro non è poco, anzi…non era scontato passare dalla logica competitiva a un processo di collaborazione. Avremmo difficilmente sperato che il lavoro dei tre presidi culturali avrebbe creato così tante situazioni di alleanze, progettazione e incontro che vanno ben oltre la creazione di una stagione e teatrale condivisa. Chi avrebbe immaginato che il confronto, la contaminazione tra le tre compagnie avrebbe portato per ogni singola realtà di produzione anche a una crescita qualitativa e a riconoscimenti nazionali arrivati in questi ultimi anni. Abbiamo voluto soffermarci su questi 10 anni e proporre in una stagione quello che sappiamo fare al meglio, che è la nostra vocazione. Fare, creare nuove produzioni artistiche, sostenere realtà del territorio nel realizzare i loro progetti culturali, ospitare compagnie di riferimento nel panorama nazionale e investire su percorsi di internazionalizzazione con la creazione di legami e progettualità stabili con realtà provenienti da tutta Europa. E certo cercare spazi reali di vicinanza, fare in modo che le persone che entrano nei nostro spazi non si percepiscano solo come pubblico, ma protagonisti, un po’ come a casa loro. Il 10, nel vestito grafico, somiglia all’Io, che sono due lettere del ‘noi’, in un concept che può essere riempito dai volti delle persone. Un po’ come dire che siamo individualità che, insieme, hanno la forza di diventare un noi. Dieci anni di teatro, di progetti artistici, di comunità, di incontri, e non vogliamo darlo per scontato”.

Giovedì 8 ottobre prossimo sarà la data di apertura della stagione, con la prima di quattro repliche in programma de “La Scortecata” di Emma Dante, vero e proprio evento da inserire nella scoperta della nuova sede di Tedacà, pronta a ospitare il pubblico con una sala teatrale, spazio ristorazione e locali dedicati ad accogliere attività didattiche; in un giorno a lungo atteso, si ridisegna lageografia di un angolo della città, ora adibito a spazio teatrale. Di celebrazione in celebrazione, la nuova stagione teatrale sarà anche l’occasione e per festeggiare i primi 25 anni di vita di Tedacà. Non di meno, anche per San Pietro in Vincoli e per Cubo Teatro, si presentano novità strutturali con nuovi spazi in ottica di miglioramento complessivo dell’offerta in termini di accoglienza e relazioni con il pubblico. Per quanto riguarda San Pietro in Vincoli, due nuovi spazi ospiteranno laboratori, prove e progetti e uno spazio ristoro attrezzato anche per gli studenti. La sala spettacolo di Cubo Teatro sarà ampliata con un aumento della capienza e l’efficientamento di impianti.

La sezione internazionale del cartellone si aprirà al Bellarte il 25 ottobre prossimo con “Méli Mélo”, atto conclusivo del progetto Danza Dansez! Festival Trascendans, ideato da Tedacà e Choryphée e sostenuto Interreg Francia Italia Alcotra. Nel corso della serata saranno presentate tre performance della compagnia Choryphée  che interrogano il presente attraverso il corpo con un linguaggio che diventa poetico e politico insieme.

La stagione di Fertili Terreni Teatro non offre allo spettatore solo pièce teatrali e progetti collaterali, ma anche attività pensate per coinvolgere in prima linea un’intera comunità: è questo il caso di Officina FTT, progetto triennale vincitore dell’Avviso Pubblico “Torino che Cultura!”, finanziato con fondi PN Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027.

I biglietti si possono acquistare online sul sito www.fertiliterreniteatro.com

Mara Martellotta

Alberto Fortis: Ci vuole un nuovo umanesimo

 

 “L’arte può aiutarci a cambiare paradigma”

 

Per Alberto Fortis la musica non è soltanto una professione, ma uno strumento per interrogarsi sulla società, sulle relazioni, sull’educazione e sulla possibilità di costruire un futuro auspicabile. Da qui nasce anche il suo impegno sul fronte della pace che lo trasporterà verso una nuova esperienza internazionale: l’ufficializzazione della candidatura al segretariato del Summit mondiale dei Premi Nobel per la pace.

Che cosa rappresenta per lei questa candidatura?

È un percorso che sento coerente con ciò che ho sempre fatto. Ho ricoperto il ruolo di testimonial nazionale per diverse associazioni e ho capitanato anche un’ambasceria UNICEF dedicata ai bambini della Navajo Nation. È un excursus che mi ha accompagnato nel tempo e che probabilmente deriva anche dalla mia formazione e dalla mia esperienza di studente di medicina.

Quanto può incidere l’arte in un momento storico come quello attuale?

Moltissimo. Oggi siamo davanti a una vera lotta tra bene e male e l’arte, inclusa la musica, viene spesso svilita. Ci troviamo davanti a prodotti che vengono definiti arte pur trasmettendo messaggi di violenza. Io credo invece che l’arte debba avere una funzione diversa: creare consapevolezza, relazioni e opportunità.

C’è bisogno di un nuovo umanesimo?

Credo di sì. Stiamo vivendo una sorta di neo feudalesimo nel quale l’economia e il potere sembrano prevalere sulla persona, ma la storia ci insegna che se cadono le basi della piramide, prima o poi cade anche il vertice. La gente è più consapevole, ma soprattutto stanca, c’è voglia di cambiamento.

Dove vede i segnali di questa volontà di trasformazione?

Ai concerti quando parlo di determinati temi vedo una reazione molto forte e trasversale. Non importa se siamo al Nord o al Sud, se il pubblico è giovane o adulto, è tangibile il desiderio di risveglio. Le persone sono stanche di essere continuamente preoccupate, distratte e bombardate dalla paura.

Anche i giovani la sorprendono?

Molto. Mi capita di incontrare ragazzi che non mi conoscevano e che, dopo il concerto, vengono a parlarmi. Mi raccontano che si sentono molto coinvolti dai temi di cui parlo, questa è una cosa che mi fa sperare. Nei licei, nelle università e nei teatri ho visto che esiste un humus straordinario: ragazzi che ascoltano trap e rap, ma contemporaneamente amano la lirica. Non è vero che le nuove generazioni non abbiano sensibilità.

Secondo lei dove bisogna intervenire?

Nell’educazione. Dovremmo insegnare ai bambini anche attraverso esperienze concrete e il nord Europa può rappresentare un modello in questo senso.

Questi esempi li ha sperimentati da vicino?

Sono stato in Islanda e sono rimasto colpito dal livello medio di serenità e civiltà collettiva e anche nei ragazzi giovani ho trovato un grande senso delle regole, rispetto per la natura e una certa tranquillità sociale. È una società che ha una storia particolare, con una forte tradizione parlamentare e democratica.

E sul piano internazionale quale futuro immagina?

Personalmente vedrei con interesse un possibile asse tra Europa, India e Canada. Potrebbe essere un terzo polo, non soltanto dal punto di vista geografico, ma anche culturale. L’Europa rappresenta una grande culla culturale, l’India ha una tradizione spirituale molto forte e una grande preparazione tecnologica, mentre il Canada ha dimostrato una propria capacità di difendere identità e valori. Potrebbe nascere una terza via.

È una posizione politica?

Io non mi colloco più in uno schema tradizionale di destra e sinistra. Non mi riconosco in determinati pensieri della destra, ma vedo anche una sinistra che spesso si perde in guerre interne che considero suicide. Credo che serva un nuovo paradigma fondato sul bene comune.

È qui che entra in gioco anche il lavoro con Michelangelo Pistoletto?

Certamente. Il concetto di Terzo Paradiso e quello di demopraxia, cioè l’azione democratica, vanno proprio nella direzione di una responsabilità collettiva. È un concetto profondamente gandhiano: non aspettare semplicemente che qualcosa cambi, ma agire.

Lei cita spesso Gandhi.

Perché credo nella possibilità di una presa di coscienza. Non dobbiamo essere ingenui: politica ed economia condizionano il mondo, ma non possiamo rinunciare alla speranza. Siamo, come dico spesso anche da ex studente di medicina, cellule di un unico organismo e ciascuno di noi ha una responsabilità enorme.

La musica può essere uno strumento di questa ritrovata responsabilità?

La musica può diventare un collante. Il successo dei concerti, al di là della qualità degli spettacoli, dimostra che esiste ancora una grande voglia di aggregazione. Le persone hanno bisogno di stare insieme e condividere

È questa la sua idea di futuro?

Immagino un mondo nel quale tornino centrali la dignità, l’educazione, la cultura e il rispetto. Non so se sarà facile e non so quanto tempo servirà, ma credo che deporre le armi, metaforicamente parlando, in questo caso sarebbe un errore. Bisogna continuare a lavorare perché qualcosa cambi.

 

Maria La Barbera

Ricco programma di concerti per MiTo mercoledì 16 settembre

Mercoledì 16 settembre, MiTo SettembreMusica offre al pubblico un programma molto ricco di concerti: alle ore 17, al Tempio Valdese, si esibirà l’Italian Clarinet Quartet, fondato nel 2017 e affermatosi come una delle più rilevanti formazioni cameristiche nel panorama clarinettistico e musicale, sia in Italia sia a livello internazionale. Il Quartetto eseguirà musiche di Vivaldi, Puccini, Albéniz, Granados, Debussy, Escaich. Alle ore 20, al Conservatorio, si esibirà il Quartetto d’Archi del Teatro alla Scala, la cui prima formazione risale al 1953. Il Quartetto eseguirà il secondo appuntamento con i quartetti di Beethoven e la Groɓe Fuge in si bemolle maggiore op.133. Per il ciclo MiTo per la Città, alle ore 17, all’Accademia delle Scienze Sala dei Mappamondi, si terrà il concerto-spettacolo su musiche di Jean-Philippe Rameau dal titolo “Il Mascalzone”, ovvero vite e avventure di John Law, esperto di calcolo della probabilità, spadaccino, galeotto, studioso di sistemi finanziari, giocatore d’azzardo, fondafore della Banque Royale della famosa Compagnia del Mississipi e controllore generale delle finanze del Regno di Francia, narrate da lui medesimo. Nel concerto spettacolo, in collaborazione con l’Accademia Montis Regalis, si esibirà l’attore Gianluca Gambino, al clavicembalo Maurizio Fornero. Il testo e la regia sono di Corrado Rollin. Ingresso gratuito, prenotazione obbligatoria al sito www.accademiadellescienze.it

Mara Martellotta