SPETTACOLI- Pagina 2

Palcoscenico Danza: da Taiwan Divine Monsters con la Hung Dance

Al teatro Astra, dal 28 febbraio al 1⁰ marzo

Per Palcoscenico Danza e la rassegna dal titolo “Divine Monsters” al teatro Astra dal 28 febbraio al 1⁰ marzo prossimo si esibirà, direttamente da Taiwan, la Hung Dance per le coreografie di Lai Hung Chung e Giovanni Insaudo.

Danced Crack rappresenta l’omaggio del coreografo Lai Hung Chung alla mitologia della sua terra natale, con le “crepe” come simbolo per esplorare la resilienza della vita e la bellezza della lotta.Il coreografo, originario di una famiglia Hakka a Pingtung, Taiwan, è cresciuto ascoltando la madre raccontare le storie del mito Hakka di Nuwa che ripara il cielo, una narrazione legata al ‘Giorno della Riparazione del cielo’. In questa giornata le persone depongono gli strumenti per permettere al cielo e alla terra di riprendersi, esprimendo gratitudine per la restaurazione di Nuwa. Attraverso i movimenti dei danzatori, le crepe assumono una forma simbolica, riflettendo le sfaccettature presenti nelle relazioni tra la natura e l’umanità,  gli individui e la collettività. Il freddo design dell’illuminazione grigia crea un’atmosfera desolata e apocalittica, con i danzatori che si muovono come placche tettoniche, convergendo e divergendo per rappresentare l’evoluzione naturale e la tensione sociale.

“Mitici” di Giovanni Insaudo esplora, invece, il rapporto tra umani e dei, la cui intersezione si manifesta come uno strano e cupo corpo alieno.

La Hung Dance rappresenta una compagnia di danza contemporanea fondata nel 2017 dal coreografo Hung-Chung Lai che ne è anche direttore artistico. Il nome della compagnia “ Hung” simbologgia il volo verso il cielo, ispirato agli elementi creativi orientali e al suo vocabolario distintivo di danza contemporanea. La compagnia emergente ha ottenuto un crescente riconoscimento a Taiwan e sulla scena internazionale,  ricevendo inviti a partecipare a concorsi di fotografia e festival di danza internazionali, visitando ben 43 città  e 19 Paesi e realizzando 212 spettacoli.

Mara Martellotta

Inviato dall’app Tiscali Mail.

Hiroshima Mon Amour, il weekend che racconta Torino tra musica, ironia e memoria

C’è un luogo a Torino che continua a essere punto di incontro tra generazioni, linguaggi e scene musicali diverse: l’Hiroshima Mon Amour. Anche questo weekend il club di via Bossoli conferma la sua vocazione di spazio culturale trasversale, capace di trasformarsi ogni sera e di accogliere pubblici differenti sotto lo stesso tetto.

Venerdì 27 febbraio l’Hiroshima diventa una sorta di salotto collettivo, dove la televisione incontra la comicità live. La serata cover di Sanremo scorre sul maxischermo mentre sul palco salgono Dottor Lo Sapio, Gipo Di Napoli, Antonio Piazza e Pippo Ricciardi, pronti a commentare in diretta l’evento più discusso dell’anno. Un format che riflette perfettamente lo spirito del locale: partecipazione, ironia e quella dimensione conviviale che trasforma il pubblico in protagonista.

Sabato 28 febbraio l’Hiroshima cambia pelle e si tuffa negli anni Novanta con Parti a 90, una festa che celebra la nostalgia come rito collettivo. Tra hit dance, rock e pop, la pista si riempie di riferimenti generazionali — dai karaoke alle notti in discoteca — in un’atmosfera che il club torinese sa rendere autentica, mescolando memoria e voglia di stare insieme fino a notte fonda.

Domenica 1 marzo il weekend si chiude con uno sguardo internazionale: i leggendari Jethro Tull arrivano a Torino con il Curiosity Tour, portando al Teatro Colosseo — in collaborazione con la programmazione dell’Hiroshima Mon Amour — il nuovo album Curious Ruminant. Un appuntamento che conferma la capacità del locale di dialogare con la grande musica dal vivo, andando oltre i confini del club e costruendo una proposta culturale ampia e riconoscibile.

Tre serate diverse, un’unica firma: quella di un luogo che da anni rappresenta un presidio culturale della città, dove la musica non è solo intrattenimento ma esperienza condivisa.
Valeria Rombola’

 

Primo ciak per Simone Catania con “Brianza”

Primo ciak per il nuovo lungometraggio diretto dal regista e produttore torinese Simone CataniaBrianza, le cui riprese si protrarranno in Piemonte per tre settimane circa, per proseguire poi in Lombardia e in Svizzera.
 
Ispirato a un fatto di cronaca, Brianza racconta le vicende di Giorgio Farina (interpretato da Fausto Russo Alesi), uomo onesto che, schiacciato dalle dinamiche sociali e culturali di una cittadina di periferia, finirà col compiere un reato.
 
Prodotto da Indyca, Beauvoir Films con Rough Cat, Brianza è realizzato con il contributo del FESR Piemonte 2021-2027 – Bando “Piemonte Film TV Fund” e con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte – Piemonte Film Tv Development Fund
 
Nel cast principale Fausto Russo Alesi, Paolo Pierobon, Marina Rocco, Giovanni Calcagno, Christophe Sermet.
 
La sceneggiatura è firmata da Ugo chiti, Fabio Natale e Simone Catania, con la fotografia di Pietro Zuercher, il suono di Giovanni Corona, le musiche di Victor Hugo Fumagalli e il montaggio affidato a Chiara Griziotti.
 
Sinossi
Brianza, 2010. Giorgio Farina gestisce l’attività di famiglia, fondata dal nonno e tramandata fino a lui di padre in figlio: l’orgoglio della famiglia Farina. La spregiudicatezza negli investimenti, però, unita al periodo più nero della crisi economica, trascina Giorgio in un abisso di debiti, costringendolo a mentire persino alla propria famiglia pur di nascondere il proprio fallimento. Per custodire ad ogni costo il suo segreto, Giorgio, consulente della polizia e stimato da tutto il paese per la sua irreprensibile onestà, si ritroverà a compiere un atto del quale non si sarebbe mai pensato capace.
 
Il regista
Simone Catania – regista e produttore tra i fondatori della casa di produzione torinese Indyca – torna dietro la macchina da presa dopo la sua opera prima Drive Me Home (2018). Tra i suoi progetti si segnala inoltre “Tina”, lungometraggio in sviluppo anch’esso basato su una storia vera.

“Premio Gianmaria Testa”… ecco i finalisti

Due cantautrici e tre cantautori: sono cinque i finalisti della VI edizione del “Premio Gianmaria Testa”, attesi alle “Fonderie Limone” di Moncalieri

Lunedì 9 marzo, ore 20,45

Moncalieri (Torino)

Ora la competizione si è ridotta a cinque. Tanti sono infatti i finalisti del “Premio Gianmaria Testa – Parole e musica”, giunto alla sua VI edizione e nato come riconoscimento ed omaggio alla memoria e all’eredità artistica di Gianmaria Testa (Cavallermaggiore, 1958 – Alba, 2016), il “poeta in musica” o il “cantautore ferroviere”, per gli anni di lavoro trascorsi quale “capostazione” allo scalo ferroviario principale di Cuneo.

Il Concorso era, come sempre, dedicato ai giovani cantautori “under 38” e promosso dal “Comitato Moncalieri Cultura” con “Produzioni Fuorivia” e il contributo della “Regione Piemonte”, della “Città di Moncalieri” e di “Banca d’Alba”, nell’ambito del “Festival Moncalieri Legge”.

I cinque “intrepidi”, selezionati da una Giuria presieduta da Paola Farinetti (“Produzioni Fuorivia” e moglie di Testa) si esibiranno, per accedere al podio più alto, sul palco delle “Fonderie Teatrali Limone” di Moncalieri (via Pastrengo, 88), lunedì 9 marzo 2026, insieme all’ospite speciale Raphael Gualazzi.

Selezionati tra le 160 candidature pervenute da tutta Italia, i cinque finalisti si esibiranno dal vivo, interpretando, nella prima parte della serata, il proprio brano in concorso oltre a una canzone di Gianmaria Testa, in un suggestivo dialogo tra memoria e contemporaneità. La serata sarà inoltre impreziosita, nella seconda parte e nello spazio temporale che vedrà la Giuria impegnata a decidere la proclamazione del vincitore assoluto e il Premio per la migliore “esibizione live”,  dalla presenza dell’ospite speciale Raphael Gualazzi, uno degli artisti più originali e versatili della scena musicale italiana e internazionale, che si esibirà in una dimensione intima di piano e voce. (I biglietti sono disponibili in prevendita sul sito del “Teatro Stabile” di Torino, al prezzo di 15 euro).

Cinque voci, cinque storie, cinque modi di intendere la canzone d’autore.

Il primo ad esibirsi, portando in concorso il brano “Teresa”(pubblicato per “Futura Dischi” e disponibile su tutte le piattaforme digitali) sarà alaskaProgetto pop-cantautorale nato nel 2020, alaska è il nome d’arte di un polistrumentista e cantautore, classe ‘99 originario del Novarese, capace di “attraversare la musica creando una contaminazione di generi sempre nuova”. Produce autonomamente ogni brano con i propri strumenti – pianoforte, chitarra acustica ed elettrica, batteria, basso- e nel 2024 è tra i finalisti del “BMA – Brancaccio Musical Academy” e del concorso “Musica Da Bere”, selezionato per il “rehub produzione creativa” con il rapper Nitro come mentore.

A seguire, Martina Primavera sul palco con il brano “Genetica”, inedito che porta al Premio tutta la forza di una scrittura originale e personale. La sua presenza tra i finalisti conferma l’attenzione del Concorso “verso le nuove voci capaci di coniugare profondità emotiva e ricerca melodica”.

Chiaré – nome d’arte di Chiara Ianniciello, classe 1999 – presenta “Ago e filo”, brano tratto dal suo secondo recente album “SEI”, pubblicato per “Four Flies Records”. Nata nell’agro nocerino-sarnese e oggi residente a Roma, cantautrice e contrabbassista, laureata in canto jazz, la sua voce alterna italiano e napoletano su un “tappeto sonoro che intreccia jazz, musica elettronica, tradizione popolare e contemporaneità, con riferimenti a Lucio Battisti, Edoardo De Crescenzo e Pino Daniele”.

Di origini campane è anche Fabio Schember in gara con “Amica mia”, brano che “porta al Premio una scrittura intima, ricercata, tutta orientata alla cura della parola”, mentre Achille Campanile (nome e cognome altamente “impegnativi”) chiuderà la rosa dei finalisti con “Spaiate”, brano tra i contributi più originali di questa edizione, “capace di tenere insieme tradizione cantautorale e visione contemporanea”.

Sottolinea Paola Farinetti“Le parole e la musica di chi ha partecipato ci ricordano che la canzone d’autore non è un genere del passato, ma un linguaggio vivo, capace di dire il presente con poesia e verità. E ci ha fatto particolarmente piacere constatare quante siano state, in questa edizione, le voci femminili: un segnale forte, che racconta una scena in fermento e in trasformazione. Gianmaria – e quest’anno sono dieci anni esatti senza di lui – credeva nella forza delle parole ‘levigate fino alla trasparenza’, e credo che oggi più che mai servano artisti e artiste che abbiano il coraggio di farle risuonare in modo autentico. Questo Premio nasce per loro”.

Per infowww.premiogianmariatesta.it

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Nelle foto: Fabio Schember, Achille Campanile e Raphael Gualazzi

Macbeth e Muti: un evento allo stesso tempo mondano e popolare al Regio di Torino

Di Renato Verga

Il Macbeth di Giuseppe Verdi rappresenta la prima, decisiva immersione del compositore nel teatro di William Shakespeare, cui tornerà più tardi con Otello e Falstaff, mentre un progettato Re Lear resterà incompiuto. È un momento di svolta: Verdi sceglie un soggetto cupo, tragico, dominato dall’analisi psicologica e dall’elemento soprannaturale, rinunciando in parte alle convenzioni più rassicuranti del melodramma italiano. La centralità non è più l’esibizione vocale, ma il dramma.
Il libretto di Francesco Maria Piave non convinse pienamente il compositore, che chiese l’intervento di Andrea Maffei, raffinato traduttore di Shakespeare e Schiller. Il contributo di Maffei non fu strutturale, ma qualitativo: intervenne nei passaggi cruciali elevandone la resa poetica e rafforzando l’aderenza all’originale shakespeariano. Emblematico è il coro “Patria oppressa!” dell’atto IV, che nel clima del Risorgimento italiano assunse un forte valore simbolico, non lontano da quello del celebre “Va’ pensiero” del Nabucco.
Dal punto di vista musicale, Macbeth segna uno scarto rispetto alla produzione coeva. Verdi non elimina le forme tradizionali (cavatina, cabaletta, concertato), ma le trasforma dall’interno, comprimendole e svuotandole della loro funzione meramente virtuosistica. L’opera tende verso una maggiore continuità teatrale: parola, gesto e suono convergono in una sintesi tragica di sorprendente modernità. L’orchestrazione si fa più densa e scura; cromatismi insinuanti e impasti cupi di legni e ottoni creano un paesaggio sonoro inquietante. Il coro, in particolare quello delle streghe, non è elemento decorativo ma forza propulsiva dell’azione, incarnazione collettiva del destino.
Dopo la prima versione del 1847, presentata al Teatro della Pergola di Firenze, Verdi rielabora profondamente l’opera nel 1865 per il Théâtre Lyrique di Parigi. Non si tratta di semplici ritocchi, ma di una vera revisione strutturale. Vengono aggiunti i ballabili, secondo le consuetudini parigine; Lady Macbeth ottiene una nuova aria, “La luce langue”, che ne approfondisce la dimensione demoniaca e introspettiva; il coro “Patria oppressa!” viene rielaborato con maggiore intensità; il finale è completamente riscritto: scompare l’aria di morte di Macbeth, che ora muore fuori scena, e l’opera si chiude con un grande coro trionfale.
Questa revisione comporta anche un’evoluzione psicologica dei personaggi. Il Macbeth del 1847 conserva tratti ancora eroici e legati alla tradizione baritonale; quello del 1865 è più tormentato, più introverso, meno incline all’affermazione vocale. Lady Macbeth diventa ancora più centrale e moderna, figura di inquietante complessità. L’oscurità psicologica si accentua, anticipando il teatro maturo di Otello.
Nelle recenti rappresentazioni al Teatro Regio di Torino, Riccardo Muti sceglie coerentemente la versione parigina, come già in precedenti occasioni alla Scala, al Maggio Musicale Fiorentino e all’Opera Academy di Tokyo. La sua lettura è severa, concentrata, quasi ascetica: la musica serve la parola con rigore assoluto. I tempi sono serrati, il lirismo ridotto all’essenziale, la tensione drammatica costante. Rispetto alla trasparenza timbrica e al respiro lirico di Claudio Abbado, Muti privilegia l’introspezione e la precisione espressiva. Le streghe risultano più ambigue che telluriche; la tragedia diventa interiore.
A Torino il maestro ripristina anche i ballabili, raramente eseguiti oggi. La regia di Chiara Muti punta su un impianto visivo simbolico e ricco di elementi scenici, con un’estetica che insiste sull’elemento soprannaturale. Pur tecnicamente curata — efficace, ad esempio, l’apparizione del fantasma di Banco — la messa in scena tende talvolta all’accumulo iconografico, mentre l’opera sembrerebbe giovarsi di maggiore sobrietà.
Sul piano vocale spicca Lidia Fridman come Lady Macbeth: timbro aspro, fraseggio incisivo, forte presenza scenica, in linea con la richiesta verdiana di una vocalità anti-ornamentale, capace di rendere l’allucinazione e la ferocia del personaggio. Luca Micheletti offre un Macbeth misurato e tormentato, più attento al declamato che all’enfasi. Buona la prova di Giovanni Sala come Macduff e del coro del Regio, particolarmente efficace in “Patria oppressa!”.
Lo spettacolo ha riscosso un grande successo di pubblico, confermandosi come uno degli eventi centrali della stagione torinese: un incontro tra un capolavoro di svolta del primo Verdi e una lettura interpretativa rigorosa, che ne esalta la dimensione tragica e morale.

Roberto Rossellini, il maestro del Neorealismo

Una vita da film

Il destino di Roberto Gastone Zeffiro Rossellini è segnato fin dagli esordi. Il futuro Maestro del Neorealismo cinematografico nasce infatti a Roma l’8 maggio 1906 con un padre speciale: colui che diede vita alla prima sala cinematografica della città.

Il giovane Rossellini cresce quindi frequentando l’ambiente del cinema e, già da giovanissimo, inizia a fare esperienze in tutti i campi professionali che riguardano la realizzazione di un film.

Nel 1936 è proprio nel mondo del cinema che conosce e sposa la sua prima moglie: la scenografa e costumista Marcella de Marchis, con cui collaborerà a lungo anche dopo la fine della loro unione, avvenuta nel 1950. Nascono i primi due figli di Rossellini: Romano, morto a soli 9 anni nel 1946, e Renzo Jr, nato nel 1941, chiamato così in omaggio allo zio compositore. Il Maestro si prepara al suo folgorante futuro.

Nel 1938 Rossellini realizza il suo primo documentario: “Prélude à l’aprés-midi d’un faune”. Un lavoro molto apprezzato e che accompagna un autentico colpo di scena: Goffredo Alessandrini gli propone di affiancarlo nella realizzazione di “Luciano Serra pilota”, una pellicola destinata a diventare uno dei capolavori del ‘900.

Nel 1940 assiste Francesco De Robertis nella realizzazione di “Uomini sul fondo”. Roberto Rossellini è un uomo versatile e capace di afferrare incontri e opportunità per costruire il proprio futuro. Lo dimostra la sua stretta amicizia con Vittorio Mussolini, figlio del Duce, incaricato di seguire le politiche legate al cinema,  che facilita in questo periodo il suo lavoro.

Nel 1939, utilizzando gli acquari della sua casa di Ladispoli, Rossellini realizza per Genepesca un corto semplicemente geniale: “Fantasia sottomarina”.

L’inizio della Seconda Guerra Mondiale travolge la sua vita e la sua attività, inducendolo a creare pellicole ispirate al periodo. È il caso de “La nave bianca”, del 1941, primo film realizzato da Rossellini in qualità di regista e sponsorizzato dal centro per la propaganda audiovisiva del Dipartimento della Regia Marina.

Si tratta della prima opera della Trilogia della Guerra Fascista. Seguiranno “Un pilota ritorna” (1942) e “L’uomo dalla croce” (1943).

Nascono in questo periodo amicizie destinate a durare per sempre tra cui quelle con Federico FelliniAldo FabriziUgo PirroFranco Solinas e Giuseppe De Santis.

A soli due mesi dalla liberazione di Roma, nel 1943, Rossellini inizia a creare quello che sarà il suo capolavoro, la pellicola destinata a dargli la notorietà internazionale: “Roma città aperta”.

Il soggetto è di Sergio Amidei con la collaborazione di Fellini. Uno straordinario Aldo Fabrizi viene scelto per dare il volto al sacerdote che affiancherà la magnifica Anna Magnani nei panni di Pina. Il dramma della guerra si è chiuso, ma i ricordi delle atrocità subite sono ancora vivi nella memoria del pubblico. Forse per questo il film drammatico fu apprezzato prima negli Stati Uniti e in Francia e soltanto dopo in Italia, ma è fuori discussione la grandezza di questa pellicola e dei suoi interpreti.

Inizia così la Trilogia della Guerra Antifascista che proseguirà con “Paisà”, diviso in diversi episodi, e “Germania anno zero” (1946), girato nel settore francese di una Berlino che sta risorgendo dalle ceneri. Rossellini ama la spontaneità degli attori non professionisti e studia le reazioni del pubblico durante le riprese. Ama la realtà vera, le parlate dialettali, i costumi. Sono gli anni della tormentata relazione con Anna Magnani, che troviamo anche in “L’Amore”, e di un film decisamente inusuale e stravagante: “La macchina ammazzacattivi”.

Nel 1948 sulla vita di Roberto Rossellini si abbatte una tempesta esistenziale e sentimentale: la grandissima e stupenda Ingrid Bergman.

Entrambi sono già famosi ed affermati.  Nel 1949 lavorano a “Stromboli terra di Dio”, riuscendo a riprendere anche una vera eruzione, e nel 1950 lui dirige la splendida attrice in “Europa ’51”.

Il 1953 è l’anno di “Viaggio in Italia”,  una pellicola che non conquista l’Italia ma permette al Maestro di conoscere i giovani talenti francesi da cui sorgerà la Nouvelle Vague. Nascono amicizie importanti anche dal punto di vista dello scambio artistico con François TruffautJean-Luc GodardJacques RivetteClaude Chabrol e Eric Rohmer.

Nel frattempo a finire nell’occhio del ciclone è anche la sua vita privata. Hollywood lo odia per aver portato la Bergman in Italia e la morale del tempo non accetta la loro scelta sentimentale. L’unione, tuttavia, pare solida e nascono i tre figli: Robertino e le gemelle Isabella e Isotta. Rimarranno sposati dal ‘50 al ‘57.

Sono anni molto intensi in cui la vita corre veloce e con essa mutano i consumi e lo stile. La televisione entra nella vita del grande pubblico e Rossellini conta di farne un grande strumento di comunicazione e, soprattutto, di istruzione.

Nascono ritratti di personaggi (SocrateCartesioPascalAgostino d’Ippona o Luigi XIV) e ritratti d’epoca (“L’età di Cosimo de’ Medici”, “Gli atti degli Apostoli”).

La vita sembra scorrere serena, ma nulla è come sembra. La relazione con Ingrid Bergman comincia a scricchiolare e nel 1957, proprio mentre il Maestro, invitato dal Primo Ministro, decide di andare a lavorare in India al film per il cinema “India Matri Bhumi” e al documentario per la televisione “L’India vista da Rossellini”, la loro unione finisce.

Rossellini parte per l’Oriente e ne tornerà con una nuova compagna, Sonali Das Gupta, di cui adotterà il figlio, Gil, e da cui, nel 1958, avrà una figlia: Raffaella.

Deciso ad andare oltre e a iniziare nuove pellicole, anche di carattere storico, il regista realizza “Il generale Della Rovere”, destinato a vincere  il Leone d’Oro come miglior film al Festival di Venezia ex aequo con “La grande guerra”, di Mario Monicelli, ed “Era notte a Roma”.

Il Maestro, in questi anni, si innamora dell’idea di utilizzare le immagini per educare e informare. Nel 1960, gira “Viva l’Italia!”, un film sulla Spedizione dei Mille realizzato con una particolare fedeltà alle fonti storiche. Nello stesso periodo comincia a dare corpo all’idea di un lavoro destinato a far conoscere, sempre attraverso la televisione, contenuti anche scientifici.  Addirittura tenta di progettare una sorta di prototipo del videoregistratore.

Sono anni in cui Rossellini si dedica al teatro e alla saggistica pur con un occhio particolare a tutto ciò che promette di essere multimediale e lo affascina… ma il destino è in agguato.  Il 3 giugno 1977, a Roma, la sua straordinaria vita finisce improvvisamente per un attacco cardiaco.  Ai funerali, trasmessi dalla Rai, saranno presenti tutte le autorità civili e politiche, tra cui l’amico presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro,  e i maggiori personaggi di spicco del mondo della cultura. Rossellini è sepolto presso il Cimitero del Verano di Roma.

Debora Bocchiardo

Triplo concerto di Beethoven diretto dal maestro iraniano Hossein Pishkar

 

Sul podio dell’Orchestra Sinfonica della RAI giovedì 26 febbraio

Dopo il successo del suo debutto lo scorso gennaio, ritorna sul podio dell’Orchestra Sinfonica della RAI a Torino il direttore iraniano Hossein Pishkar, che sostituisce il maestro Ottavio Dantone, indisposto. Dirigerà l’orchestra nel concerto in programma giovedì 26 gennaio alle ore 20.30 all’Auditorium RAI Arturo Toscanini di Torino, trasmesso in diretta su Radio 3 e alle 22.50 in TV su RAI 5. Replica del concerto, sempre a Torino, venerdì 27 febbraio alle ore 20.

In apertura di concerto verrà proposta la Sinfonia n. 94 in sol maggiore  Hob:I:94 di Joseph Haydn detta “La sorpresa”, parte delle dodici Sinfonie londinesi scritte dal compositore tra il 1791 e il 1795 durante i suoi viaggi in Inghilterra. Dopo trent’anni di servizio a corte, Haydn intraprese la carriera di artista libero, accettando l’invito a Londra. Accolto con entusiasmo da un pubblico che già ne venerava le opere, trovò a Londra un’orchestra di sessanta musicisti tre volte più grande di quella abituale e la trasformò nell’elemento ideale per presentare le ultime sue straordinarie fatiche sinfoniche. Il titolo con cui conosciamo la Sinfonia n. 94, “La Sorpresa”, è  successivo e risale all’Ottocento, fu una scelta arbitraria  da parte degli editori che, per scopi speculativi, amavano battezzare le opere con nomi bizzarri e accattivanti basati su un elemento caratteristico. In questo caso il riferimento è ai bruschi contrasti dinamici del secondo movimento, dove la melodia viene interrotta da un improvviso e fragoroso colpo di timpano, tanto che un altro titolo con il quale era  nota è proprio “Il colpo di timpano”.

Nella seconda parte della serata saranno protagoniste due prime parti dell’OSN RAI,  Alessandro Milani, violino di spalla, e Luca Magariello, primo violoncello che, affiancate  dal pianista Arsenii Moon, proporranno il Triplo concerto in do maggiore per pianoforte, violino e violoncello op. 56 di Ludwig van Beethoven,  concerto nato nel biennio 1803-1804, in un periodo di incredibile fervore creativo che vide la nascita di capolavori come l’Eroica e alcune delle più note sonate per pianoforte.

Un ruolo centrale nell’opera lo gioca il violoncello; molti critici ritengono che il concerto sia stato scritto su misura per questo strumento, considerando che alla ‘prima’ del 1808 il violoncellista Anton Kraft era l’unico vero professionista di alto livello. Pagina di occasione,  il Triplo concerto si distingue dalle vette intellettuali del Beethoven coevo, essendo una pagina più incline all’effetto e al virtuosismo brillante, pensata per affascinare i salotti dell’aristocrazia viennese.

Auditorium RAI Arrturo Toscanini
Biglietti per concerto da 9 a 30 euro in vendita online sul sito dell’OSN RAI e presso la Biglietteria dell’Auditorium RAI di Torino
Informazioni 0118104653
Biglietteria.osn@rai.it

Mara Martellotta

“Amadeus” e Salieri, l’inadeguatezza, l’invidia e il genio

Al Carignano sino a domenica, per la stagione dello Stabile torinese

È un lungo flashback – ci avviciniamo alle due ore e mezzo, sarà interrotto alla fine della prima parte dai problemi di vescica del protagonista, verrà ripreso con un dove eravamo rimasti dopo 15’ esatti – quello che rimanda a noi pubblico e giudici di oggi la vicenda di “Amadeus” di Peter Shaffer (andò in scena a Londra nel 1979, da noi tre anni dopo con Paolo Bonacelli protagonista), un successo teatrale che si prolungò in quell’Oscar alla miglior sceneggiatura non originale con gli altri sette che l’omonimo, irraggiungibile film di Miloš Forman si guadagnò cinque anni dopo. Un flashback di grandiosità e di sofferenza, di scommesse con Dio da parte di Antonio Salieri, vero protagonista e deus ex machina della commedia, stimatissimo compositore della corte di Giuseppe II d’Asburgo, di origini italiane e come tutti gli italiani inviso e odiato da quel ragazzaccio maleducato e sboccato, maleodorante ed erotomane ma dalla musica sublime che sarebbe giunto un giorno alla corte del sovrano d’Austria. Commedia d’invidia e di quei venticelli (Michele Di Giacomo e Alessandro Lussiana, vistosi rossetti e occhiali da sole) che diffondono dicerie e malignità e altrettante ne rincasano, come cani ammaestrati e scodinzolanti, imbellettati e aggraziati ma velenosi quanto più possono; un’invidia che rigonfia nel cuore e nel corpo del divino ma presto dimenticato Salieri che non vuol certo mollare lo stipendio profumato e la tavola regale, alla vista di un’ascesa e di una protezione che permette al genio di Salisburgo di comporre storie e musiche che Vienna e oltre i confini tutti applaudono, che da un lato consiglia paternamente e dall’altro insuffla diabolicamente alle orecchie di Giuseppe II (che per altro, bel lontano dal mettere in campo gusti e decisioni suoi, definisce ogni singola disquisizione con la solita frase, “Anche questa è fatta”), sempre al riparo di ogni esposizione. Sino a giungere – ma è una ciliegina amara sollecitata da Puškin e dalla sua “Piccola tragedia” “Mozart e Salieri” (del 1830, ispirazione anche per Forman) -, totale fake news, leggenda acida che la storiografia e la critica moderna hanno del tutto rifiutato, a desiderare o persino a procurare, con un veleno, la morte del pericoloso avversario. Sino ad accusarsi a gran voce dinanzi a tutti di quella morte nell’ultima notte della sua vita, sino alle note del Requiem che avrebbero ricoperto in una fossa comune il corpo di Wolfgang Amadeus.

Una scommessa con Dio che è puro atto di vanità, una sorta di patto faustiano, un gioco delle parti tra un uomo che è l’emblema di una mediocritas più o meno aurea e della sua inadeguatezza e il disordine e la genialità e la sfortuna di un ragazzo che all’epoca ha venticinque anni e che sarebbe morto dopo soli dieci anni. Salieri, ormai vecchio e vicino alla morte (siamo nel 1823), seduto su una sedia a rotelle e con le spalle rivolte al pubblico, guarda alle ombre della sua esistenza, per un lungo attimo, la voce profonda e roca: poi balza su a raccontare, l’abbandono di Legnago dove è nato, l’arrivo nella capitale austriaca e una carriera che non conosce soste, i sepolcri imbiancati che sono i dignitari di corte, l’incontro con Mozart: più volte aiutato dalle luci di Michele Ceglia e dalle videoproiezioni che animano il racconto. La consacrazione della propria vita a Dio a conferma di una impeccabile esistenza, priva di ogni tentazione, e il tradimento che sente cadere sulle proprie spalle nel constatare sempre più spesso quanto povera sia la sua musica se messa a confronto con quella impareggiabile del suo rivale. Un tradimento che trascinerà a una guerra in quel campo di battaglia che è diventato Mozart. È un susseguirsi incessante di fredde lodi e di ire veementi, di sorrisi e di tristezze che Ferdinando Bruni, interprete e libero quanto modernissimo traduttore nonché regista, con Francesco Frongia, sfodera nello spettacolo prodotto dal Teatro dell’Elfo e sino a domenica sul palcoscenico del Carignano per la stagione dello Stabile torinese, un’interpretazione che è un’eccellente partitura musicale, allineandosi alla bellezza degli essenziali brani del compositore – dal Ratto alle Nozze di Figaro al Don Giovanni –, eroe alla rovescia, uomo vincitore e vinto soprattutto, campione di tormenti e di molteplici sfumature, non soltanto pronto a immergersi nella immagine fatta magari di luoghi comuni di un gustoso vilain. Ma un malvagio che non è stato capace di raggiungere il proprio apice, come ci suggeriscono le note di regia, “la sua malvagità non è arrivata fino a questo punto, ma farà qualsiasi cosa perché tutti lo credano, in modo che il suo nome possa essere legato in eterno a quello del salisburghese e che questo delitto non commesso gli conceda l’immortalità.”

In un coro di attori non poco stilizzati, Valeria Andreanò è un’appassionata Costanze, mentre Daniele Fedeli – già apprezzato alcune stagioni fa in “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”- si ritaglia il proprio successo, sfacciato e irriverente, tra impertinenze e linguacce e volgarità, tra tic infantili e aneliti oltre ogni epoca, dando vita a un eccellente ritratto: anche se una qualche ulteriore sbracatura alla Tom Hulce non avrebbe guastato. Infilato a dovere in quel Settecento riveduto e corretto (i colori rossastri a differenza dei cortigiani in bianco, ricco magari di quelle spalle a sbuffo che fanno tanto Lucio Corsi o di un chiodo con argentee borchie in bella vista: spavaldi ed estrema sfacciataggine, come chi li porta) che sono i costumi dell’eccezionale Antonio Marras, punto pregevole e altamente creativo, sontuoso anche nei suoi risvolti punk, di uno spettacolo altrettanto raffinato e modernamente inteso, nel farci fermare un attimo a ripensare a quel discorso dell’inadeguatezza che nel mondo di oggi, in modo quantomai attuale, ci sta intorno.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Laila Pozzo alcuni momenti dello spettacolo.

La moglie fantasma, in scena Maria Grazia Cucinotta e Pino Quartullo

Teatro Concordia  Domenica 1 marzo, ore 21

 

In La moglie fantasma Maria Grazia Cucinotta torna al suo amore per il teatro in una commedia di grande successo all’estero, affiancata da un talento come Pino Quartullo, tra gli attori più amati del panorama italiano, per la direzione di Marco Rampoldi, firma da anni impegnata nella edizione di testi ancora sconosciuti in Italia.

 

Edward, scrittore di teatro in crisi, non ha superato la morte della moglie, ma proprio quando sembra affacciarsi una nuova possibilità (quella di Glenda, giovane affascinante attrice) come un novello Amleto, riceve la visita dello spirito della moglie morte, Ruby. Questa non si presenta in modo molto shakespeariano, al contrario: ha conservato i modi burberi, schietti, il cinismo e l’arroganza di quand’era viva. Inoltre, è tornata dall’aldilà per una grande confessione: non è morta per aver accidentalmente mischiato cocktail e droghe, ma è stata assassinata ed Edward deve aiutarla a scoprire chi è stato.

La moglie fantasma è un mix di Spirito allegro e Amleto. La figura di Ruby è esilarante, un fantasma molto distante dai soliti cliché. E il giallo riserva delle belle sorprese, con l’entrata in scena nel secondo atto di vari personaggi per arrivare poi a un finale con un colpo di scena che scatena l’ilarità. David Tristram si supera in una commedia divertente, piena di ironia, giochi di parole e di godibili rimandi al grande bardo.

Info

Teatro della Concordia, corso Puccini, Venaria Reale (TO)

Domenica 1 marzo 2026, ore 21

La moglie fantasma

Con Maria Grazia Cucinotta e Pino Quartullo

E con Gianmarco Pozzoli, Roberta Petrozzi, Giorgio Verduci e la partecipazione di Alessandra Faiella

Di David Tristram

Traduzione Enrico Luttmann

Regia di Marco Rampoldi

Produzione: Nido di Ragno e Rara

Biglietti: intero 22 euro, ridotto 20 euro

www.teatrodellaconcordia.it

011 4241124 – info@teatrodellaconcordia.it