SPETTACOLI- Pagina 2

Un rapimento impossibile per raccontare il nostro tempo: Diego Frisina al Fringe Festival



Si sta per chiudere l’edizione 2026 del Torino Fringe Festival, e non poteva esserci finale più emblematico di  Ho rapito Paolo Mieli (al Lombroso 16- Torino), lo spettacolo scritto e interpretato da Diego Frisina che alle ore 20 porterà sul palco una domanda tanto paradossale quanto attuale: cosa succede quando il bisogno di comprendere il mondo si trasforma in ossessione?

Il protagonista è un giovane uomo che guarda la realtà con spirito critico e inquietudine crescente. Le guerre che si avvicinano, il rumore assordante dell’informazione, le contrapposizioni ideologiche che sembrano rendere impossibile distinguere i fatti dalle opinioni finiscono per schiacciarlo. Fino a spingerlo a immaginare un gesto assurdo: rapire Paolo Mieli. Non per vendetta, non per follia, ma per ottenere finalmente delle risposte.

Da questa premessa surreale nasce uno spettacolo che utilizza l’arma dell’ironia per affondare nelle fragilità del presente. Frisina costruisce un monologo che oscilla continuamente tra comicità e smarrimento, tra satira e riflessione politica, restituendo il ritratto di una generazione che si sente informata come mai prima d’ora e, allo stesso tempo, sempre più disorientata.

Non è un caso che sia proprio questo lavoro a chiudere un’edizione del Fringe che ha fatto dell’urgenza contemporanea uno dei suoi fili conduttori. In questi giorni il festival ha attraversato temi sociali, identitari e politici, confermando la vocazione del teatro indipendente a farsi luogo di confronto e di interrogazione collettiva. *Ho rapito Paolo Mieli* raccoglie idealmente questa eredità e la rilancia, trasformando il palco in uno spazio dove le paure private si intrecciano alle grandi questioni pubbliche.

Romano, classe emergente della nuova drammaturgia italiana, Diego Frisina arriva a Torino dopo un percorso costellato di riconoscimenti. Con il precedente *Dio non parla svedese* aveva conquistato il premio per la miglior drammaturgia al Torino Fringe Festival 2024. Questo nuovo lavoro, debuttato nel 2025 a Fortezza Est, è già stato premiato come vincitore di Inventaria 2025 e del Premio Creta al festival Sottovenere.

Così, mentre domani sera calerà  il sipario sull’edizione 2026 del Torino Fringe Festival, una delle ultime parole è affidata a uno spettacolo che parla di informazione, paura e responsabilità. Un finale che non offre certezze, ma che lascia al pubblico qualcosa di più prezioso: il desiderio di continuare a porsi domande.

Valeria Rombolà

Stella della Mole al premio Oscar Michel Gondry

Celebrato tutta la settimana con un ricco palinsesto di iniziative a lui dedicate.

La giornata di giovedì 28 maggio è stata interamente dedicata a Michel Gondry, protagonista a Torino di una serie di appuntamenti organizzati dal Museo Nazionale del Cinema e dalla Scuola Holden nell’ambito dell’Usine de Films Amateurs, il laboratorio cinematografico ideato dal regista francese e ospitato per la prima volta in Italia dal 22 al 31 maggio.
Il cuore della giornata si è sviluppato tra l’incontro con gli studenti della Holden, la Masterclass al Cinema Massimo e il conferimento della Stella della Mole, il riconoscimento attribuito dal Museo Nazionale del Cinema per il contributo di Gondry all’arte cinematografica. Il premio è stato consegnato dal presidente del Museo Nazionale del Cinema Enzo Ghigo nel corso della serata al Cinema Massimo.
La motivazione del riconoscimento definisce Gondry “uno dei poeti più puri e ispirati del nostro tempo”, capace di creare opere che “respirano un’aura di incontestabile novità pur facendo riferimento ai trucchi di un antico artigiano”. Nel testo si sottolinea inoltre come il regista francese, “nel solco di Méliès”, abbia elevato la pratica amatoriale a una nuova dimensione artistica, trasformandola nel centro di un percorso creativo sviluppato tanto nel cinema hollywoodiano quanto in quello europeo. Per Gondry, prosegue la motivazione, il cinema è “immaginazione, sogno, incubo, memoria e trasformazione”, elementi che la macchina da presa restituisce attraverso uno sguardo visionario, malinconico e talvolta tragico, dove convivono stupore, poesia e libertà dell’imperfezione.
La giornata si inserisce in una settimana interamente dedicata al regista, celebrato anche attraverso una retrospettiva completa delle sue opere al Museo Nazionale del Cinema.

La Masterclass delle ore 18 si è aperta con la presentazione di uno dei cortometraggi realizzati in questi giorni all’interno dell’Usine de Films Amateurs. Da lì, Michel Gondry ha raccontato la nascita del progetto e la filosofia che lo accompagna fin dalle origini: trasformare il cinema in un’esperienza collettiva, spontanea e accessibile a tutti.
Il regista ha definito l’Usine un “laboratorio democratico”, nato dalla convinzione che la creatività appartenga potenzialmente a chiunque. Secondo Gondry, durante l’infanzia tutti sviluppano naturalmente una forma di immaginazione libera, ma crescendo si tende a perderla. Il laboratorio nasce proprio per recuperare quella dimensione di gioco e invenzione condivisa.
Gondry si è soffermato anche sul funzionamento pratico dell’Usine: ogni gruppo parte dalla scelta di un genere cinematografico – horror, poliziesco, fantascienza o commedia – e successivamente inventa un titolo. Un meccanismo semplice che, secondo il regista, permette anche a persone che non si conoscono di entrare immediatamente in relazione, comunicare con maggiore libertà e affrontare il processo creativo con uno spirito più spontaneo e divertito.
Nato nel 2007 e già realizzato in 22 città di 14 Paesi, il progetto ha coinvolto oltre 65.000 partecipanti e portato alla realizzazione di circa 5.000 cortometraggi. A Torino, fino al 31 maggio, più di 600 persone prenderanno parte all’esperienza trasformando la Scuola Holden in un grande set cinematografico diffuso.
Per l’occasione gli spazi della scuola sono stati reinventati attraverso quattordici scenografie temporanee – tra cui una carrozza ferroviaria, una discoteca, una stazione di polizia e una videoteca – pensate per dialogare con gli ambienti quotidiani della Holden e creare un continuo cortocircuito tra realtà e finzione cinematografica.

Nel corso della Masterclass, in dialogo con il direttore del Museo Nazionale del Cinema Carlo Chatrian, Gondry ha ripercorso anche alcune tappe della propria carriera, alternando racconti personali, aneddoti di lavorazione e riflessioni sul suo modo di intendere il cinema.
Tra i lavori ricordati dal regista c’è stato il videoclip di Around the World dei Daft Punk, diventato uno dei video musicali più iconici degli anni Novanta. Gondry ha raccontato di avere incontrato il duo francese in un hotel di Londra e di avere immaginato quasi subito una costruzione coreografica capace di mescolare suggestioni molto diverse tra loro: dalla danza contemporanea di Pina Bausch ai movimenti di Michael Jackson, fino all’hip hop e alla danza classica. Da quell’intuizione nacque un sistema visivo in cui ogni elemento musicale veniva trasformato in movimento: scheletri, atleti, ballerini e figure che salgono e scendono scale in un continuo intreccio tra musica, ritmo e coreografia. Il videoclip, girato in una sola giornata, sarebbe poi diventato uno dei simboli della sua estetica artigianale e visionaria.
Parlando invece della nascita di Be Kind Rewind e dell’idea alla base dell’Usine de Films Amateurs, Gondry ha collegato tutto a un ricordo personale legato all’adolescenza. Da ragazzo, ha raccontato, girava piccoli film improvvisati insieme agli amici utilizzando videocassette e strumenti rudimentali, con grande libertà creativa e senza preoccuparsi troppo della tecnica. Una di quelle registrazioni, a cui era molto legato perché rappresentava uno dei suoi primi esperimenti cinematografici, venne però cancellata accidentalmente per registrare altro materiale. Un episodio semplice ma rimasto impresso nella sua memoria e che, anni dopo, avrebbe influenzato l’idea di un cinema spontaneo, fragile e profondamente umano.
Tra i momenti più personali dell’incontro, il regista ha raccontato anche la genesi de L’épine dans le coeur (Le spine nel cuore), il documentario dedicato alla figura della zia, insegnante in una scuola di campagna francese. Un’opera intima e autobiografica, costruita attorno ai ricordi familiari e alle fragilità emotive, che Gondry ha descritto come un tentativo di avvicinarsi alla memoria attraverso il cinema.
Nel dialogo con Carlo Chatrian è emerso anche Il libro delle soluzioni, uno dei suoi lavori più autobiografici, in cui il regista affronta apertamente disagio, inquietudine e momenti di malessere personale. Gondry ha spiegato di avere cercato di trasformare ansie e fragilità in materia narrativa, mantenendo però sempre uno sguardo ironico e immaginifico sulla realtà.

Spazio infine anche al lavoro con gli attori. Parlando di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, Gondry ha raccontato di avere scelto Jim Carrey e Kate Winslet proprio per la loro diversità. “Avevano background completamente differenti”, ha spiegato. A Carrey descrisse il film come un dramma sentimentale, mentre a Winslet lo presentò come un’esperienza più folle e delirante. “È interessante vedere quali idee diverse possono nascere dagli attori”, ha osservato il regista, sottolineando quanto ami lasciare spazio all’imprevisto e alla libertà interpretativa.
Autore di film diventati cult come Eternal Sunshine of the Spotless Mind, The Science of Sleep e Mood Indigo, Michel Gondry ha costruito negli anni uno stile riconoscibile e personale, fondato sull’uso di effetti analogici, invenzioni visive e narrazioni sospese tra sogno e memoria. Nel corso della sua carriera ha diretto interpreti celebri da Jim Carrey a Charlotte Gainsbourg, mantenendo però sempre vivo lo stesso interesse anche per attori non professionisti, studenti e ragazzi comuni, attratto dall’energia imprevedibile della vita quotidiana.

GIULIANA PRESTIPINO

De Sono e Castello di Rivoli per il progetto “Kurtág 100”

Con il clarinettista Michele Marelli e il Quartetto Icaro che rileggono Mozart

Per celebrare il centenario di György Kurtág, la De Sono dedica al grande compositore ungherese il progetto “Kurtág 100”, due appuntamenti speciali in collaborazione con il Castello di Rivoli Museo di Arte Contemporanea, sabato 30 maggio e sabato 13 giugno prossimi. Si tratta di un miniciclo per rendere omaggio a una delle figure più significative della musica contemporanea europea, un autore capace di influenzare profondamente il linguaggio del Novecento del nostro tempo, attraverso una scrittura essenziale, intensa e profondamente espressiva. I due concerto pongono in dialogo la musica di Kurtág con i repertori di autori appartenenti a epoche diverse, evidenziando i legami sotterranei tra tradizione e contemporaneità. Il primo appuntamento si intitola “Mozart destrutturato”, in programma sabato 30 maggio alle 16, presso il Castello di Rivoli, e vede protagonisti Michele Marelli e il Quartetto Icaro, in una rilettura inedita del Quintetto per clarinetto K 581 di Mozart. I movimenti del Quintetto vengono intervallati da alcune delle esperienze più radicali della musica contemporanea: dopo il silenzio rarefatto e quasi primordiale di “Dal niente” di Helmut Lachenman, la musica di Mozart non appare più come riaffermazione di un ordine perduto, ma come l’emergere di una memoria lontana, fragile e trasfigurata. Accanto a Lachenman, il programma include “In nomine all’Ongherese” di Kurtág, la versione concepita per Michele Marelli nel 2014 per corno di bassetto, e “Die Sieben Lieder der tage” di Karl Heinzstokausen, meditazione visionaria, sospesa tra gesto, parole e suono.

“Mozart destrutturato” nasce dall’idea di osservare il celebre Quintetto da una prospettiva nuova, in un gioco continuo di rimandi temporali percettivi dove la linearità del discorso musicale pare incrinarsi e il tempo stesso perdere la propria direzione – spiega il clarinettista Michele Marelli – il clarinetto perde la sua funzione classica e virtuosistica per diventare respiro, traccia e presenza fisica nello spazio. Mozart stesso, riascoltato dopo questa esperienza, non sembra più appartenere all’equilibrio illuminista, ma una dimensione universale, dove il suono torna a essere parte del tutto”.

Il titolo non allude quindi a una distruzione del linguaggio mozartiano, ma a una sorta di avvicinamento alla sua materia sonora. I brani di Lachenman, Gurtág e Stokausen sono strumenti percettivi che ne modificano progressivamente l’ascolto, fino a trasformare il nostro rapporto con il silenzio e la memoria del suono.

Michele Marelli è considerato uno dei principali interpreti della musica a contemporanea a livello internazionale e ha lavorato a stretto contatto con alcuni dei più importanti compositori del nostro tempo, instaurando in particolare un rapporto privilegiato con Stokausen, Lachenman e Kurtág. Il progetto “Kurtág 100” proseguirà il 13 giugno, alle ore 16, con “Omaggi incrociati”, secondo appuntamento dedicato a pagine di Kurtág, Marco Stroppa e Robert Schumann, con l’interpretazione dell’Mdi Ensemble, guidato da Luca Ieracitano.

Ingresso al museo con biglietto ridotto a 6,50 euro

Per prenotazioni: https://www.castellodirivoli.org/biglietti/

Mara Martellotta

Orsini magnifico, una vita di teatro, amori e amicizie

Per la stagione dello Stabile, al Carignano, sino al 31 maggio

In quest’epoca di opacità in cui l’asticella della Cultura continua a scendere inesorabilmente e sempre più in fretta, dove da molte parti e in altrettanto molte occasioni il pressapochismo la fa da padrone, dove la Storia (qui, quella teatrale, con i suoi visi e i suoi titoli e le sue tappe impresse nella memoria) è ormai stata cancellata pressoché del tutto, dove la lingua italiana, e la dizione, è in via di estinzione – quando le menti della Crusca gridano al netto pericolo -, soppiantata da messaggi e messaggini insulsi che abbreviano se non cancellano, beh, in quest’epoca, andate anzi correte a guardare e a sentire – a Torino, al Carignano, sino a domenica 31, per la stagione dello Stabile torinese – il viso e la voce del novantaduenne Umberto Orsini – li ha fatti il 2 d’aprile scorso – con i suoi ricordi, con il suo vestito di scena che non vuol indossare sino all’ultimo, con quelle volute di fumo che al riparo del proprio camerino vorrebbe assaporare e che per un po’ il pompiere di servizio gli nega. “Prima del temporale” non è un amarcord di fatti eclatanti o una serata d’onore del grande attore, non è un monumento a se stesso, non è la volontà del laudator temporis acti: “Prima del temporale”, con quell’Attore che prima d’indossare le battute e la vicenda del Signore strindberghiano, è una festa, è una cavalcata che abbraccia con le sue pause, con i suoi momenti divertiti e dolorosi che sono poi quelli di una vita, della vita di ognuno di noi, settant’anni di teatro e di vita teatrale, grandiosa, incancellabile, magnificamente affollata e stupendamente vissuta.

Prima del temporale” è un doveroso ripiegarsi di un vecchio progetto, dovuto all’amicizia e alla collaborazione tra Orsini e Massimo Popolizio – che oggi crea una regia rispettosa, di piccoli tocchi, ma sempre presente e attenta a concretizzarsi con proiezioni, con brevissimi filmati, con le luci e le ombre, magari con un trenino che passa in scena e che ti riporta alla mente quello con cui giocava nella infanzia il piccolo Gaiev del “Giardino” di Strehler -, un “Temporale” che doveva prendere forma ma azzerato con la tragedia del Covid, oggi riproposto sotto veste diversa. Le radici dello spettacolo stanno in “Sold out”, una sorte di confessione/autobiografia pubblicata sette anni fa da Laterza, la traccia lunga 80’ è il tempo cadenzato prima dell’andata in scena, tra le pareti bianche di un camerino di un vecchio teatro di provincia, con i suoi tubi blu del riscaldamento ancora in bella vista, dove è il termine della tournée di “Temporale”, l’ultima replica, quando la giovanissima sarta di scena (ha solo ventidue anni) va e viene con le chiacchiere di ogni sera e ascoltando molto (una convincente Diamara Ferrero), dove il pompiere (il colorito Flavio Francucci) avrà pure lui la sua unica battuta (del lampionaio) da dire visto l’infortunio improvviso di un attore. Mentre Orsini racconta. Un destreggiarsi tra la maschera e il volto, recita e vita, realtà e finzione, incontri e memorie, innamoramenti e perdite. Racconta del ragazzo che voleva diventare avvocato e che al contrario, era il 25 settembre del 1955, con i soldi per il viaggio prestati da mamma e fratello (che a sua insaputa l’aveva iscritto ad un esame all’Accademia), se ne andò dalla provincia a Roma, con il gran battesimo e l’ottimo auspicio di un incontro, proprio su quel treno, con Orson Welles. Del provino con “L’uomo dal fiore in bocca” – “da metà in poi, mi raccomando!”, tranfia l’esaminatore stufo del solito Pirandello e che ha già deciso che quel ragazzo attore non lo sarà mai, mentre lui attacca sicuro “caro signore, ecco, venga qua… qua sotto questo lampione, venga, le faccio vedere una cosa, sotto questo baffo, epitelioma si chiama” – e della borsa di studio, della ricerca di una pensione, “magari questa di via Salaria, così qualche giorno ti incontro Visconti che abita nei paraggi, no, 750 lire a notte sono troppe, meglio quest’altra a 150”, delle prime amicizie, Alberto Arbasino e Peppino Patroni Griffi e Pierino Tosi, e le giornate sulla spiaggia di Ostia, e quella lunga anni e anni, quotidiana, con Corrado (Pani) – “Corradino, Corradino, sei quello che mi manca di più” -, la telefonata del mattino che sempre lo svegliava, il linguaggio colorito, l’annoiata confessione delle continue tournée.

Racconta del suo primo ingresso nel teatro, racconta del “Diario di Anna Frank” e della Compagnia dei Giovani, di come Romolo (Valli) l’avesse posto sotto l’ala di protezione e di insegnamento di Rossella (Falk), “sai, quelle vocali chiuse e aperte…”, come ne fosse nata un’amicizia presto mutata in un amore: un amore che tornerà a essere amicizia, lunga una vita e pronta a farsi ora scambievole protezione, “ti sei ammalata un paio d’anni prima di morire, io l’ultima estate venivo a casa tua quasi ogni giorno e ti pregavo di aiutarmi, a ripassare un testo che avrei portato in scena, a sbagliare di punto in bianco le vocali aperte e chiuse, nella finzione ultima che tu mi potessi correggere, come quei vecchi tempi”. Rossella e Umberto sembrano discorrere ancora oggi, da quelle immagini, con lei che gli manda un “ciao” e lo saluta con la mano, in uno degli ultimi momenti dello spettacolo. Un commiato, definitivo. Momenti di dolore, anche momenti d’allegria, da rotocalco, da gossip: come quando la produzione francese lo chiama per il capitolo secondo di “Emmanuelle”, lui nicchia ma il cachet mette certamente voglia e convince. Nella roulotte del primo attore, al riparo del sole della Polinesia, arriva “la più bella donna che io avessi mai conosciuto”, Sylvia Kristel, in un amen eccola come mamma l’ha fatta, venuta lì a spiegare “et bien, Umbertò, quand je serai sur toi tu dois immédiatement mettre tes mains sur mes fesses, comment dites-vous italiens, le chiappe… voilà, pour cacher subìto la mia cellulite.”

Ci sono le ore di preparazione, magari con una matita tra i denti, il ripetere incessante le battute – ricordo che, accordandomi per un’intervista, un altro monstrum, Lina Volonghi, mi disse di essere nel suo camerino per le 18, lei già ci sarebbe stata per ripetere tutto il testo che la sera avrebbe recitato, se ben ricordo anche quello dei tanti compagni in scena: esistono ancora quegli attori? -, durante le notti seminsonni o le partite di tennis, c’è spazio per un’altra fidanzata, “no, signora, non sono il fidanzato delle Kessler, di una sola, signora, di una sola”, nel ricordo di una ragazza dalle lunghe gambe che con la sorella aveva incontrato un giorno nel bar della Rai di via Teulada, loro pronte in costume per registrare il dadaumpa, lui per essere Ivan nei “Fratelli Karamazov” di Bolchi, pronto a registrare la media dei 15 milioni di spettatori a puntata. C’è spazio per aggrapparsi con la voce che si alza disperata al ricordo di altri amici, il Ronconi delle tante prove, da “Besucher” all’”Uomo difficile” ad “Affabulazione” e il Visconti di “Vecchi tempi”, c’è spazio per richiamare dal nulla la figura del padre, quel borghese di Novara che aveva perso un occhio in guerra e che soprattutto “perché non mi hai mai preso in braccio, perché non mi sono mai seduto sulle tue ginocchia? perché non mi hai mai dato una carezza?”: ed è il momento forse più alto e doloroso della grande prova di un Grande Attore, dello scavare quanto più può dentro il suo intimo, mettendo a nudo l’assenza dei sentimenti e l’amore mancato. Il suo Signore è pronto per entrare in scena, scoppia un temporale vero, “è arrivato l’autunno, la nostra stagione, la stagione di noi vecchi”, direbbe il Signore di Strindberg. Mezza sala. Sala buia. Sipario. Alla fine tutto quanto il pubblico, in platea e in ogni ordine di palco, in un Carignano gremito, è in piede ad applaudire e il Grande Attore a salutare, con un sorriso frenato e composto, a portarsi la mano al cuore. Il cuore della festa.

Elio Rabbione

Le immagini dello spettacolo sono di Claudia Pajewski.

Torna Evergreen Fest con Baccini e Covatta 

Organizzato da Tedacà, dal 4 giugno prossimo

Torna Evergreen Fest nella versione 2026. Si tratta dell’ennesimo anno di svolgimento del Festival ideato da Tedacà con la missione di creare una dimensione spazio-temporale per tutta la cittadinanza, densa di stimoli, conoscenze e svago. Dal 4 giugno al 19 luglio, la manifestazione proporrà 46 giornate di eventi, spettacoli, laboratori, proiezioni, film, silent djset e molti altri appuntamenti. Anche quest’anno il festival darà spazio ad artisti locali e nazionali, e saliranno sul palco Giobbe Covatta, Francesco Baccini, Andy Bluvertigo & Eugene, Sano Business, Serra Ylmaz, Vladimir Luxuria, Dub Fx, Queen of Saba, Statuto, Simone Bernini, Daiana Lou, Luca Morino & Voodoo Folk Orkestra, Davide D’Urso, Aquario, Casabeat, Santibriganti Teatro e molti altri artisti e artiste. In questa edizione il festival inaugurerà giovedì 4 giugno alle 20.30 con il,concerto della Vocal Boutique, intitolato “Storie di donne al profumo di caffè”, musica contemporary a cappella per celebrare l’armonia tra le persone e la forza femminile. Anche quest’anno Evergreen Fest si svolge nel bellissimo parco della Tesoriera, a Torino, da cui è possibile accedere attraverso gli ingressi di corso Francia 186/192, via Borgosesia 33 e via Asinari di Bernezzo 23.

Tutti gli appuntamenti sono gratuiti e senza bisogno di prenotazione fino a esaurimento dei posti, ad esclusione di sei appuntamenti: lo spettacolo “70” di Giobbe Covatta e i concerti di Francesco Baccini, Sano Business, Queen of Saba, Tun Feat, Dub Fx, Andy & Eugene con “Labirinto Bowie”, per cui è previsto l’ingresso a 10 euro nell’area spettacolo. Evergreen Fest è organizzato da Tedacà e si inserisce nell’ambito del programma culturale “Che bella estate!”, un progetto della Città di Torino. Main sponsor è Iren, con il sostegno di Regione Piemonte e Circoscrizione 4 della Città di Torino.

Mara Martellotta

Il ladro gentiluomo corre sui binari dell’Orient Express

In arrivo “Lupin” all’Alfieri, repliche dal 29 al 31 maggio

Fecero capo – anche se l’autore lo ha sempre smentito – alla “gesta” dell’anarchico francese Alexandre Marius Jacob le avventure di Arsenio Lupin che dal 1905 Maurice Leblanc prese a scrivere, per abbandonarlo soltanto a metà degli anni Trenta, ladri gentiluomini entrambi, gran seduttore l’eroe letterario, sempre pronto a prendere di mira per i suoi furti i borghesi e la nobiltà più facoltosi, elegante amatore del gioco e delle donne e del lusso, divertito e ironico, capace di fantasiose trasformazioni, intelligente e audace, lontano dalla violenza nelle sue imprese innumerevoli. Un eroe a cui anche il cinema – da Jacques Becker a Yves Robert a Édouard Molinaro – e le serie televisive, i fumetti e il nostro antico Carosello hanno guardato, decretandone il successo che non accenna, anche in tempi assai più vicini a noi, a disperdersi. Il suo esempio, estremamente reale, vissuto sulla scena francese, tra anarchia e tribunali e condanne – alla Caienna, per una ventina d’anni, graziato nel 1927 a seguito della campagna politica che veniva a interessare il pessimo stato dei bagni penali e l’intensificarsi delle lettere che la madre inviava al ministero della giustizia -, mozzo a quindici anni e presto pronto ad attuare quelli che lui definiva “recuperi” in una totale visione anarco-individualista (ma: “non credo che l’illegalità possa liberare l’individuo nella società moderna”, ebbe a confessare), anch’egli passato alla storia (in negativo) con il generale marchio di Ladro gentiluomo.

All’interno di un successo che perdura, arriva all’Alfieri di Torino, da venerdì 29 maggio (alle 20,45, con repliche sabato alla stessa ora e domenica alle 15,30), prodotto dalla Compagnia della Corona in coproduzione con il Teatro Fanin di San Giovanni in Persiceto all’indomani di una stagione felicissima e intensa che ha visto i sold out di Sanremo e di Napoli, di Firenze e di Roma, del San Babila di Milano e del Duse di Bologna e che già elenca date e luoghi della prossima, “Lupin – Il Musical” scritto e diretto da Salvatore Sito – napoletano di nascita, studi a Bologna, apprezzato cantante di musical e operette, regista dal 2009 con più di 50 titoli all’attivo conteggiando anche le sue felici incursione nella lirica, drammaturgo e librettista con quasi 40 titoli teatrali, regista residente per la rassegna “Passione in musica” presso il Teatro Mazzacorati 1763 di Bologna -, con le musiche di Paola Magnanini ricche di sonorità jazz, con le scene di Matteo Capobianco e i costumi di Silvia Lumes, le coreografie di Silvia Raschi e la direzione musicale di Rosa Sito. Interpreti principali Flavio Gismondi, romano di nascita, Romeo per l’opera-popolare di Riccardo Cocciante, successo in Spagna e in Olanda (qui accanto ad Anastacia), il musical è divenuto ormai la sua casa come è divenuto apprezzato volto televisivo con il romanzone del “Posto al sole”, lui povero Gianluca, ingannato figlio dell’antipatico avvocato Palladini, e Angelica Cinquantini, non ancora trentenne ma già un bell’excursus alle spalle, da Salvatores ai Cesaroni ad “Alice nel paese delle meraviglie”, soprattutto applaudita protagonista femminile del “Casanova” del Pooh Red Canzian. Un avvenire che promette successi, pronto per entrambi. Compagni di viaggio Federica Basile, Paolo Bianca, Andrea Rodi e Umberto Scida, tutti a percorrere un viaggio pieno di colpi di scena ed emozionale oltre che narrativo, in cui realtà e finzione s’intrecciano sino a confondersi. “Una drammaturgia del tutto originale, un testo tutto mio, chiaramente con tutti i riferimenti all’autore e alla sua creatura, un personaggio ponte tra romanzo e Manga – racconta Sito raggiunto al telefono. “Nelle letture ho incontrato un Lupin 1 e un Lupin 3, chiaro che m’interessasse conoscere quel Lupin 2 che dovrebbe legarli. Al termine della prima stagione abbiamo visto quanto il pubblico sparso per lo stivale abbia gradito, anche perché ci rendiamo sempre più conto quanto sia difficile investire in Italia in un prodotto nuovo.”

Sito è soddisfatto dei suoi attori, “con Flavio ci eravamo incrociati parecchi anni fa con la promessa di poter lavorare insieme. Anche Angelica procurerà parecchie sorprese, non ultimo un colpo di scena finale che sbalordirà il pubblico.” Nello stendere la scrittura dell’opera, Sito ha letto volumi e fatto ricerche, convincendosi che non pochi legami esistano tra Jacob e Lupin, perché, suggerisce un po’ velatamente, “ci sono cose che vanno scritte, cose che nemmeno l’autore avrebbe mai pensato quale strada avrebbero potuto prendere”. Come non si lascia scappare il titolo della grossa produzione che approderà la stagione prossima sul palcoscenico dell’Alfieri, complice un “grosso nome del cinema e della televisione di casa nostra.” Il sipario per ora si aprirà sui lussuosi vagoni dell’Orient Express – non ci sale soltanto Poirot -, sulla tratta Parigi-Istanbul, dove agisce questa volta il mitico Lupin, il ladro più pericoloso e affascinante del mondo, mettendo a segno un colpo sensazionale che lo ha reso padrone del “tulipano” di Ahmed III, un gioiello dal valore inestimabile, sottratto dalla cassaforte con quella maestria e quella fantasiosa sfrontatezza che soltanto il nostro ladro può possedere. Ma non si tratta di un “semplice” furto, quel “recupero” pare essere collegato al viso bello e sempre cercato della giovane Isabella, un’orfana parigina per cui Lupin prova un sentimento sincero e che riesce a conquistare proprio grazie a un delicato tulipano che lui ogni giorno le offre. Isabelle è una delle operaie di una fabbrica di cioccolato, un luogo che dovrebbe ispirare buonumore e dolcezza ma che al contrario si rivela ogni giorno più grigio. Un luogo di misteri, di complotti e di interrogativi che avranno la loro risposta quando il viaggio si sarà concluso all’ombra delle moschee e dei minareti di Istanbul. Il lieto fine è d’obbligo ma prima – affidando le loro voci alle canzoni e alle musiche che certo sono la radice del musical – la coppia dovrà attraversare i contrasti di un uomo d’affari spietato e senza scrupoli, il re del cioccolato, e dell’ispettore Ganimard, il più grande investigatore di tutta la Francia e l’unico uomo in grado di dare la caccia al mito senza tempo di Arsène Lupin.

Elio Rabbione

Foto Umberto De Martino

Debutta al Carignano “Metadietro” di Flavia Mastrella e Antonio Rezza

Martedì 2 giugno, alle ore 19.30, debutterà al Teatro Carignano “Metadietro” di Flavia Mastrella e Antonio Rezza, che sarà in scena insieme a Daniele Cavaioli. L’habitat è di Flavia Mastrella, le luci di Alice Mollica, le voci fuori campo sono di Noemi Pirastru e Mauro Ranucci. Lo spettacolo è prodotto da La Fabbrica dell’Attore, Teatro Vascello e Rezza Mastrella, e indaga ed esplora con ironia l’essenza stessa della nostra umanità, il rischio costante del suo naufragio e la certezza di un impossibile salvezza.
Per la stagione in abbonamento del Teatro Stabile di Torino, “Metadietro” rimarrà in scena fino a domenica 7 giugno prossimo.

“L’ammutinamento è sempre auspicabile in un organismo sano – dichiarano Mastrella e Rezza -un ammiraglio blu elettrico tenta di portare in salvo la sua nave, spalleggiato da una flotta che lo stordisce con ossessioni di mercato: la salvezza di chi ti è vicino non è la via di fuga per chi vive delle proprie idee. In ogni caso nessuno è colpevole, c’è solo un gran divario pensare al mondo. Tra visioni difformi si consuma l’ennesimo espatrio, che non è la migrazione di un popolo, ma l’allontanamento inesorabile dalla propria volontà. E vissero tutti relitti e portenti. Tornare alla dimensione reale e selvaggia è impossibile, viviamo una nuova preistoria, la mansione umana è mortificata, confusa e inadeguata. Nello spazio virtuale fatto materia, un ecopentagono provoca il vuoto, personaggi invisibili fiancheggiano l’egocentrico edificio: non sono fantasmi, ma sollecitazioni induttive. Nonostante tutto, la realtà non è mai uniforme, scombinato i programmi prestabiliti e nutre in modo imprevedibile la funzione della fantasia. La crudeltà tecnologica permea l’essere vivente, ed è la scomparsa dell’eroe”.

Teatro Carignano – 2/7 giugno – “Metadietro” di Flavia Mastella e Antonio Rezza – info: Teatro Carignano, piazza Carignano 6, Torino – orari spettacoli: martedì, giovedì e sabato ore 19.30/ mercoledì e venerdì ore 20.45/ domenica ore 16 – biglietteria: Teatro Carignano  – 011 5169555-biglietteria@teatrostabiletorino.it – da martedì a sabato dalle 13 alle 19 / domenica dalle 14alle 19 / lunedì riposo.

Mara Martellotta

Interplay alla Casa del Teatro

Balletto Tanz Tango. Danza d’autore e tango argentino si incontrano a Torino

Mirada Groove What are you looking at?

 Mercoledì 3 giugno 2026 ore 20.00  Teatro Astra – Torino

“Mirada Groove” nasce dall’incontro tra i linguaggi della danza contemporanea e del tango argentino, in un dialogo sul piano artistico, sociale ed emotivo.

Una milonga in cui si colgono, o si immaginano, stati e pulsioni tra assenza, presenza, aspettative. Lo spettacolo indaga la natura delle relazioni umane nei contesti collettivi, dove lo sguardo gioca, cerca, promette. Come sarebbero le nostre vite, le comunità, i contesti che costruiamo se godessero vitale scintilla del sentirsi amati, riconosciuti e valorizzati o godessero di uno stato quasi erotico, inteso come qualità essenziale dell’amore per la vita?

Un incontro inedito tra la danza d’autore contemporanea e il tango argentino animerà il palcoscenico del Teatro Astra, nel cuore di Torino, mercoledì 3 giugno 2026 alle ore 20.00.

Monica Secco, coreografa e danzatrice torinese, porta in scena lo spettacolo Mirada Groove, what are you looking at?, parte della sua ultima ricerca performativa Tanz Tango. Avviato tre anni fa in collaborazione con il performer e maestro di tango argentino Ruggero Meirone, il progetto ha già ottenuto riconoscimenti dal Comune di Bra, nel corso della presentazione pubblica presso lo storico Palazzo Traversa, e dal prestigioso International Dance Council, durante il Congresso di Danza e Ricerca tenutosi ad Atene.

La ricerca artistica di Tanz Tango esplora l’incontro tra il tango argentino, concepito come abbraccio per una comunità in ascolto, e la danza contemporanea: due linguaggi complementari capaci di dialogare sul piano artistico, sociale ed emotivo.

La performance Mirada Groove, strutturata in atti, approfondisce il rapporto tra la relazione, l’ascolto e la collettività. Monica Secco, direttrice artistica dell’evento e autrice delle coreografie, mette in scena la natura delle relazioni umane e l’influenza dei contesti sociali e culturali sulle forme dell’incontro, dell’amore e della prossimità. Il mistero che nasce da un passo condiviso, la vertigine dell’affidarsi, il dialogo tra cedere e resistere diventano elementi centrali di una scrittura coreografica in cui due corpi, soli e insieme, tracciano mappe effimere destinate a esistere solo nell’istante della loro creazione.

Figura di riferimento nel panorama della danza contemporanea italiana, Monica Secco esplora l’invisibile e ridefinisce i confini tra le arti performative. Fondatrice del Centro di ricerca coreografica Artemovimento a Torino, ha curato progetti innovativi come Insoliti – Festival internazionale di danza contemporanea e vinto nel 2017 il Progetto Europeo Performaction.

Il programma della serata

Mirada Groove, what are you looking at? avrà inizio alle ore 20.00 presso il Teatro Astra di Torino, in via Rosolino Pilo, 6. Sul palco si esibiranno i danzatori della compagnia stabile insieme ai ballerini di tango Silvia Brusco e Paolo Fiorito, Marzia Bumbaca e Miguel Gallego, in uno spettacolo che fonde danza contemporanea e tango argentino.

La serata vedrà anche l’intervento della violinista Yulia Verbizkaya e l’esibizione del noto cantante milonguero Federico Pierro.

A seguire si svolgerà un public talk sull’incontro tra i linguaggi della danza contemporanea e del tango argentino e sugli aspetti sociologici che emergono e accompagnano la danza e il ballo sociale. Interverranno Monica SeccoElisa Guzzo Vaccarino, filosofa e voce fra le più autorevoli della critica di danza in Italia, Chiara Castellazzi e Claudia Allasia, note giornaliste e critiche di danza internazionale, e la psicologa Serena Kaneklin. Modera il critico e drammaturgo teatrale Alan Mauro Vai.

Il progetto ha ricevuto l’appoggio di Faitango e di Airdanza, importanti realtà che si occupano di approfondire la ricerca nel settore della danza.

Si svolge con il patrocinio della Circoscrizione IV della Città di Torino.

 

Scrittura coreografica e direzione

Monica Secco

Progetto di ricerca artistica

Monica Secco

con Artemovimento – centro di ricerca coreografica

e la collaborazione al progetto di Ruggero Meirone

Per le coreografie di tango argentino in collaborazione con:

Ruggero Meirone, Paolo Fiorito e Silvia Brusco, Miguel Gallego e Marzia Bumbaca

 In scena

Balletto Tanz Tango contemporary dance company

Monica Secco, Chiara D’Ingeo, Martina D’Oro, Ilenia Pantè, Veronica Danielli, Ruggero Meirone,

Nina Feller, Camilla Rizzo, Luca Marchese

Con la partecipazione dei ballerini: Marzia Bumbaca, Miguel Gallego, Silvia Brusco, Paolo Fiorito

Violino: Yulia Verbizkaya

Canta: Federico Pierro

Public Talk

Chiara Castellazzi, Claudia Allasia, Elisa Guzzo Vaccarino, Monica Secco, Serena Kaneklin

Modera Alan Mauro Vai

Con l’appoggio di

FaiTango

AirDanza

Patrocinio

Circoscrizione 4 della città di Torino

Organizzazione e produzione

Artemovimento-centro di ricerca coreografica

Via E. Bava, 18 Torino

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI
Posti limitati – È richiesta la prenotazione
📧 info@artemovimento.org
📞 334 9138721 / 011 837451

Ritorna al Cinema Massimo il Festival CinemAmbiente

 

La più importante manifestazione dedicata ai film a tema ambientale, dal 3 al 7 giugno prossimo

Dal 3 al 7 giugno prossimo si svolgerà  a Torino la più importante manifestazione dedicata ai film a tema ambientale, il Festival CinemAmbiente, promosso dal Museo Nazionale del Cinema e diretto da Lia Furxhi; online sulla piattaforma Open DDB la selezione dei titoli in cartellone sarà  visibile tramite il sito www.festivalcinemambiente.it fino al 14 giugno.

La serata inaugurale del Festival sarà dedicata alla Groenlandia e alla sua storia, presentando la versione restaurata  di “Den store Grønlandsfilm”, “Il grande film della Groenlandia” del 1922, sonorizzazione dal vivo dalla band inuit Inuk, un omaggio al territorio simbolo del cambiamento climatico, oggi al centro di tensioni geopolitiche internazionali, e un prologo a uno degli argomenti centrali della ventinovesima edizione, lo scioglimento dei ghiacciai, che ispira anche l’immagine guida firmata dal regista e disegnatore Roberto Catani. Il festival si chiuderà domenica 7 giugno con l’anteprima italiana di “Groundswell”, ultimo capitolo della trilogia dedicata all’agricoltura rigenerativa dai registi statunitensi  Josh e Rebecca Tickell.
Questa edizione presenta 69 film, provenienti da trenta nazioni, suddivisi competitive e proiezioni speciali.
Il Concorso documentari presenta 8 lungometraggi con stili, ambientazioni e temi molto diversi tra loro. “Rua do pescador n. 6” è il film con cui l’attrice e regista brasiliana Bárbara Paz racconta il day after di una delle più devastanti alluvioni del suo Paese; “ Time and Water” della candidata al Premio Oscar Sara Dosa è tratto dall’opera omonima, dello scrittore islandese Andri Snaer Magnason, protagonista del film, che intreccia memorie personali alle storie dei ghiacciai in via di estinzione. “Social Landscapes” di Jonas Meier si interroga su quanto e come la percezione dei luoghi meta dei nostri viaggi sia condizionata dagli algoritmi di un mondo sempre più interconnesso.
“Arctic Link” di Jan Purnell esplora gli ultimi luoghi ancora non cablati nell’epoca della globalizzazione delle rotte digitali sottomarine. Gli altri lungometraggi sono “Desert Passages” di Kevin Brennan e Laurence Durkin, “In Excess” di Melissa Langer,  “Nuisance Bear”  di Jack Weisman e Gabriela Osio Vanden e “Underland”,  diretto dal regista Robert Petit.

Il Concorso  cortometraggi comprende diciassette titoli provenienti da quindici Paesi, tutti presentati in anteprima nazionale che, nella consueta varietà di temi, stili e tecniche di realizzazione, mostrano in questa edizione un denominatore comune nel superamento della rigidità del genere tradizionalmente ambientale, con l’abbandono degli allarmismi e degli aspetti più  militanti a favore di storie più personali. La crisi climatica è ormai data per scontata e diventa un dato di partenza, non un oggetto specifico di indagine, sempre in anticipo sui tempi, il “cinema breve” come la realtà, la integra in molteplici aspetti di una quotidianità condivisa da tutto il pianeta.

La sezione dedicata alla  più recente produzione documentaria nazionale, Made in Italy, presenta 23 opere, tra lungometraggi e cortometraggi, che attraversano territori fragili, ecosistemi minacciati, memorie sommerse e comunità in trasformazione, raccontando un tempo storico in cui la crisi ambientale ha modificato i paesaggi interiori ed esteriori, ridefinendo il modo stesso in cui immaginiamo il futuro. Quattro i lungometraggi presentati in anteprima nazionale: “I nemici del popolo” di Andrea Marinelli, “Anguane, le voci dell’acqua” di Giovanni Pellegrini “ Ma Prière à la mer, La mia preghiera al mare” di Davide Marino e “Ci sarà  l’acqua” di Elena Valsania.

La sezione “Panorama” si articola quest’anno in due focus, ciascuno dei quali presenta tre film convergenti su un tema specifico, accompagnati da panel di approfondimento.  Il primo si intitola “Senza limiti? Come ripensare il Pianeta” e affronta il tema cruciale dell’ipersfruttamento delle risorse e del modello economico di crescita infinita che oggi trova la sua opposizione nel pensiero  del filosofo Kohei Saito, ospite del Festival.  Al suo intervento faranno da corollario  i film “Silver” di Natalia  Koniarz, “Yanuni” di Richard Ladkani e “Hungry”  di Susanne Brandstaetter.
Il secondo focus , dal titolo “Scienza e (in) coscienza” esplora la discrasia tra la consapevolezza della gravità  della crisi ambientale che pesa sulle spalle degli scienziati e l’indifferenza frustrante  irresponsabile con cui i dati delle loro ricerche vengono raccolti dalle istituzioni.

Quest’anno è  presente una sezione dedicata alla realtà virtuale, che vede protagonista la fotografa, regista e artista multimediale Lena Herzog, ospite del Festival con il dittico formato dai suoi lavori più recenti “Last Whispers” , opera dedicata alle lingue estinte o in via di estinzione e “Any War Any Enemy”, un poema contro la guerra.
Il 5 giugno, la Giornata Mondiale dell’Ambiente, verrà celebrato con un’iniziativa speciale in cui studenti del Politecnico di Torino e dell’Università degli Studi di Torino presenteranno I loro progetti e trasformeranno un angolo di città in un laboratorio diffuso con giochi divulgativi , talk, quiz e dimostrazioni pensati per avvicinare pubblici diversi e di tutte le età ai temi della sostenibilità ambientale.
Un altro evento open air coinvolgerà tutti i Parchi naturali del Piemonte , che incontreranno il pubblico del Festival in un villaggio appositamente allestito dove, in una successione di stand, verranno proposte attività di educazione ambientale, giochi, intrattenimento e materiali divulgativi.
Negli eventi speciali rientrano il consueto appuntamento con il metereologo Luca Mercalli,  che farà il punto sullo stato attuale del clima e introdurrà il film “Lessons in Fire” di John Webster. Saranno poi organizzati i festeggiamenti per il sessantennale del WWF, con la proiezione in sala del documentario dal titolo “Fulco Pratesi. Nel nome della natura” e con un panel che ripercorrerà la storia del pioniere nazionale dell’ambientalismo e le battaglie, le conquiste di un movimento  che ha contribuito a cambiare il rapporto degli italiani con la natura.
La sede principale delle proiezioni sarà il cinema Massimo Museo Nazionale del Cinema a Torino, in via Giuseppe Verdi 18. (Tel 0118138574). L’ingresso a tutte le proiezioni e a tutti gli eventi del Festival è  gratuito fino a esaurimento dei posti disponibili.

Mara Martellotta