SPETTACOLI- Pagina 2

“Ergo non sei” in scena al Baretti

Per la stagione 2025-2026 del Cineteatro Baretti, giovedì 19 febbraio, alle ore 21, e venerdì 20 febbraio, alle ore 20, andrà in scena la pièce teatrale “Ergo non sei”, per la drammaturgia di Luigi Di Gangi, Julio Garcia e Ugo Giacomazzi. Interpreti e registi Luigi Di Gangi e Luigi Giacomazzi. Accoglie nuovamente Teatrialchemici, nella stagione teatrale “Aurea Familia” del teatro Baretti, è un gesto naturale e fondante. Come ogni ritorno, conferma l’idea di famiglia teatrale. Il lavoro profondo portato in scena lo scorso anno con attori con disabilità cognitive fa di questo ritorno motivo d’orgoglio per l’associazione. “Ergo non sei” è un viaggio intimo e surreale, una riflessione potente sul destino, sulla fede e sull’identità. Dare spazio a questo tipo di teatro significa ribadire che la qualità, la bellezza e il rigore del palcoscenico passano anche e soprattutto attraverso il coraggio di porre domande radicali.

Il conclave di Madonne riunitosi in cielo ha scelto il nuovo Eletto, colui che dovrà scrivere il nuovissimo Testamento e che dovrà parlare al mondo con animo illuminato. La Madonna del Ponte, Avvocata nostra, si fa così tramite del volere celeste e scende in Terra ad annunciare all’eletto il suo destino. Nella tre giorni in cui deve compiersi tutto, il tempo è una spada di Damocle nella vita di un uomo messo di fronte a un fatto compiuto, e a cui non è richiesta alcuna scelta, ma solo l’ammissione della propria responsabilità. Michele, quarantenne ateo, solitario, assistente universitario di Filosofia, vive da sempre con la madre in un routine immobile scandita da gesti e riti familiari. La sua esistenza, silenziosa e priva di slanci, viene sconvolta quando la Madonna del Ponte gli appare annunciandogli che è stato scelto come nuovo Eletto per diffondere un Vangelo rinnovato. Questo evento straordinario innesca un cambiamento profondo, mettendo in crisi le sue certezze e trasformando i rapporti con la madre e il mondo. Accettare di essere l’Eletto non è facile per nessuno, tantomeno per un uomo che non crede in Dio. In tre giorni sospesi tra realtà e visione, Michele si confronta con la responsabilità del proprio destino, in uno spazio scenico essenziale che amplifica il leso delle domande più antiche dell’umanità: chi siano? In che cosa crediamo? Che cosa ci ha chiesto di diventare?

Biglietteria: intero 13 euro – ridotto 11 euro – under 25, over 65, ANPI e Feltrinelli – eniticket.it

In cassa, se disponibili, nei giorni d’apertura o prima dello spettacolo.

Info: teatro Baretti – www.teatrobaretti.it

Mara Martellotta

Fabulae. Un monologo sulla dis-parità di genere

Venerdì 20 febbraio alle 21 allo Spazio Kairos, via Mottalciata 7, va in scena “Fabulae – Un monologo sulla dis-parità di genere”, di e con Massimiliano Loizzi«Avrei voluto intitolarlo “Il mansplaining spiegato alle donne”, ma ci tengo alla mia incolumità e così ho preferito un titolo più fiabesco che piace alle donne. Sono ironico, eh!» afferma Loizzi.

Lo spettacolo

Come si può raccontare uno dei temi più dibattuti della nostra società senza risultare retorico o nella peggiore delle ipotesi senza fare mansplaining? Si può narrare la storia delle favole, e la sua evoluzione nei secoli. Dalle primissime forme di narrazione orale alle raccolte scritte di Basile e Perrault, fino alle più moderne favole dei fratelli Grimm, Andersen e Walt Disney, lo spettacolo mostra il cambiamento della condizione della donna nel tempo,

Fabulae svela quanto spaventosamente poco sappiamo dell’universo delle fiabe e racconta i terribili segreti dietro l’origine del mito: storie fatte di violenza, sesso, tradimenti e stupri dove la donna è sempre e solo assassina, traditrice, moglie, serva o schiava.

 

«E forse è ora che le nostre storie vadano nuovamente e per l’ennesima volta cambiate e

“aggiornate” perché da sempre si adattano ai tempi che devono raccontare» si spiega nella presentazione dello spettacolo, un comedy show che intreccia satira, ironia, poesia e denuncia, raccontando in modo irriverente, spassoso e a tratti toccante, un tema fondamentale della nostra società.

MASSIMILIANO LOIZZI

Massimiliano Loizzi attore, comico, autore, 40 anni superati da un po’, milanese d’adozione, è volto noto de il Terzo Segreto di Satira, protagonista delle due stagioni di “Sandro” in coppia con Francesco Mandelli. Il suo primo film da protagonista con il collettivo, “Si muore tutti democristiani“, è su RayPlay. Autore dei romanzi “Quando diventi piccolo”,  edito da Rizzoli/Fabbri Editori, e di “Maledetta primavera” e “La Bestia” edito da People, scrive una rubrica settimanale per FanPage.it. Ha curato per due anni la copertina di Piazza Verdi su RadioRai3

È autore, interprete e regista degli spettacoli della compagnia Mercanti di Storie in collaborazione con il Teatro della Cooperativa di Milano: attualmente in distribuzione con la serie di tre monologhi di teatro civile il Matto, gli spettacoli di satira e comedy show, e la riscrittura de L’Opera da tre soldi.

Attore della compagnia Stabile/Mobile di Antonio Latella, per diverse stagioni; ha collaborato fra gli altri con Renato Sarti, Paolo Rossi, Tullio Solenghi, Matteo Tarasco, PierPaolo Sepe, Riccardo Goretti, Corrado Accordino, Lino Musella. È interprete di svariati film, fra cui, nel 2024, “Zamora” di Neri Marcorè e “I Soliti Idioti 3″.

Utilità
Informazioni: 3514607575 (anche whatsapp),  biglietteria@ondalarsen.orgwww.ondalarsen.org.

Ingresso riservato ai soci Arci: se ci si tessera in loco, il biglietto del primo spettacolo è a 6 euro.
Spazio Kairos apre un’ora prima degli spettacoli. I biglietti si possono comprare online su www.ticket.it.
Intero: 12 euro. Ridotto (universitari, over 65, TAT, CRAL, carta giovani, abitanti circoscrizione 6, AIACE): 10 euro. Under 18 e persone con disabilità: 8 euro. Ridotto Comitiva (acquisto minimo di 6 biglietti per la stessa serata: 48 euro. Abbonamento “Onda” con 4 spettacoli a scelta: 32 euro.

I Carmina Burana al Concerto di Carnevale dell’OSN RAI

Una delle composizioni sinfonico-corali più celebri del Novecento sarà protagonista di uno degli appuntamenti più attesi dal pubblico dell’Auditorium RAI, che ha già registrato il tutto esaurito. Il Concerto di Carnevale, dedicato alla celebre opera di Carl Orff, si terrà martedì 17 febbraio alle ore 20.30 presso l’Auditorium RAI Arturo Toscanini di Torino. La serata sarà inoltre ripresa da RAI Cultura e trasmessa su RAI 5 alle ore 22.45.

A dirigere l’orchestra sarà John Axelrod che, nel 2026, festeggerà i sessant’anni e trent’anni di carriera, durante i quali ha guidato oltre duecento orchestre in tutto il mondo. Attualmente direttore principale della Bucharest Symphony Orchestra, Axelrod è apprezzato a livello internazionale per energia interpretativa e versatilità stilistica.

Sul palco si esibiranno il soprano Valentina Farcas, il tenore Sunnyboy Dladla e il baritono Alessandro Luongo. Parteciperanno inoltre il Coro Sinfonico di Milano, diretto da Massimo Fiocchi Malaspina, e il Coro di Voci Bianche del Teatro Regio di Torino, preparato da Carlo Fenoglio.

Considerati una pietra miliare della musica del Novecento, i Carmina Burana furono composti da Carl Orff tra il 1935 e il 1936 e debuttarono l’8 giugno 1937 a Francoforte sul Meno, mentre l’esecuzione italiana avvenne nel 1942 al Teatro alla Scala di Milano.

L’opera si ispira a ventiquattro canti goliardici medievali contenuti nel Codex Buranus, manoscritto rinvenuto presso l’abbazia di Benediktbeuern. Il titolo significa infatti “Canti di Beuern” e fa riferimento a questa raccolta poetica risalente ai secoli XII e XIII, scritta in latino medievale, tedesco medio e francese antico.

Colpito dal fascino di questi testi nel 1934, Orff realizzò una composizione monumentale articolata in cinque sezioni, precedute da un prologo e concluse da un finale. Nonostante una iniziale diffidenza del regime nazista, che criticò lo stile essenziale e le influenze jazzistiche dell’opera, il debutto tedesco riscosse un successo straordinario.

La prima sezione, Primo vere, celebra il risveglio della natura, la giovinezza e l’amore e contiene il celeberrimo coro O Fortuna, diventato nel tempo uno dei brani più riconoscibili e frequentemente utilizzati nel cinema e nella pubblicità. Tra gli altri pezzi figurano Veris leta facies ed Ecce gratum.

La seconda sezione, In taberna, descrive il mondo dei piaceri terreni e della vita dissoluta, mentre la terza, Cours d’amours, affronta i temi della bellezza, dell’amore e dell’ironia dell’esistenza. Tra i momenti più noti figurano Tempus est iocundum, dedicato alla gioia e alla danza, e Ave formosissima, omaggio alla bellezza femminile.

Dal punto di vista musicale, i Carmina Burana si distinguono per la loro forza ritmica ed espressiva. Orff utilizza un vasto organico orchestrale che include un importante apparato di percussioni, ottoni e archi, affiancato da coro misto e solisti vocali. Caratteristico è anche l’impiego percussivo del pianoforte e dei tamburi, elementi che contribuiscono a creare un impatto sonoro energico e coinvolgente.

I biglietti per il concerto, fuori abbonamento, risultano già esauriti.

Per informazioni è possibile contattare la biglietteria dell’Auditorium RAI di Torino, in piazza Rossaro, al numero 0118104653 oppure scrivere all’indirizzo biglietteria.osn@rai.it.

Mara Martellotta

Rock Jazz e dintorni a Torino: Giangilberto Monti & Heggy Vezzano e gli Statuto

//

GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA

Martedì. Al Blah Blah gli Statuto presentano in concerto il disco “Tempi Moderni”. Allo Ziggy si esibisce il duo Nadja.

Mercoledì. All’Hiroshima Mon Amour suona Carletto e gli Impossibili. Al Blah Blah è di scena Gianni TBAY’.

Giovedì. All’Hiroshima si esibiscono i Nobraino. Alla Divina Commedia suonano i The Tramps. Al Magazzino sul Po sono di scena i Leatherette. Allo Spazio 211 si esibiscono i Gazebo Penguins. Al Blah Blah suonano i Carbs + Fango. All ‘ Off Topic è di scena Dario Sansone Trio.

Venerdì. Al Magazzino di Gilgamesh è di scena Taylor & Halsted. Al teatro Colosseo si esibisce Delia. Al Circolino suona il Tokyorama Quartet. Alla Divina Commedia si esibisce la Momo Rock Band. Al Folk Club suona Giangilberto Monti & Heggy Vezzano. All ‘ Off Topic è di scena Scarda. Al Blah Blah suonano i SFC + L’Abisso. Al Magazzino sul Po si esibiscono i Brucherò Nei Pascoli + Cowboysquad.

Sabato. Al Peocio suona il Bermuda Acoustic Trio. Al Folk Club è di scena Dylan Le Blanc. Al Magazzino sul Po suonano Asino + Selce. Al Blah Blah si esibiscono i the Crimson Ghost + Coconut Planters.

Domenica. Al Blah Blah gli Statuto presentano in concerto il disco “RiSKAtto + I Premi Oskar.

Pier Luigi Fuggetta

Luca Marinelli o la scommessa persa sulle “Cosmicomiche” di Calvino

Repliche al Carignano sino a domenica 22

Rivolto verso il buio della sala, con gli occhi attoniti, sbalordito di se stesso, a metà dello spettacolo, il protagonista Qfwfq, familiarmente Q, si ritrova a riflettere su “che cosa stiamo facendo?”. Insuperabile e insuperata domanda a cui è difficile dare una risposta, da parte sua, riversata nello smarrimento di molti spettatori. Luca Marinelli – per la prima volta lo vedo su un palcoscenico, un attore che in più di una occasione s’è fatto ammirare sullo schermo, dall’ormai lontana “Solitudine dei numeri primi” alle prove con Caligari e Mainetti, la rivisitazione di “Martin Eden” per cui ha vinto la Coppa Volpi a Venezia nel 2019, sino all’eccellente “Otto montagne” (con l’amico Borghi, dal romanzo bellissimo di Cognetti), sino all’”M – Il figlio del secolo”, radici estere con la regia di Joe Wright ma intelligenza e sensibilità e inventiva tutte italiane: per cui per l’intera serata mi trovo a richiedermi quanto valga nei risultati il richiamo del divo, qui pure coregista con Danilo Capezzani – si è rivelato ad ogni occasione grande attore ma, con tutta sincerità, su quelle tavole del Carignano, nemmeno riesco a comprendere se davvero teatralmente lo sia (il teatro ha ben altri trabocchetti): ovvero se sia in grado di dare corpo al suo protagonista, di renderlo autentico personaggio con lo spessore che il teatro richiede, se riesca a superare scena dopo scena le sabbie mobili di una drammaturgia ardimentosa e scomposta e impertinente – dopo tutto fragilissima, tipo serie di sketch che non concludono mai – che per lui ha approntato Vincenzo Manna ricavandola da quelle “Cosmicomiche” (debutto contrastato a Spoleto l’estate scorsa) che, posti in raccolta dodici racconti pubblicati dapprima per le testate del “Giorno” e del “Caffè”, Italo Calvino pubblicò poi per Einaudi nel 1965.

Una cornice di avanspettacolo, forse di più trasandato baraccone alla festa del paese, un carico non trascurabile di comicità e ironia verso il mondo della scienza, un entertainer con la sua elegante giacca rossa di lustrini, un viaggio della memoria alla ricerca di un mondo scientifico, un capodanno futuribile, quello dell’anno 2035, che è più fine che inizio, l’antica filosofia dello spazio infinito e del tempo e il caos della loro costruzione, la testimonianza lontana del Big Bang, di quella palla distante e grigia che è la luna, la ricerca della poesia che facciamo fatica a veder arrivare. Tanto ogni azione è spezzettata, mai legata a quanto precede e a quella che la segue, 120’ difficili a scorgere, a recepire, ad assaporare (pubblico festante e osannante per molti versi, ma due signore nel corridoio d’uscita a confessarsi reciprocamente “guarda, io me ne sarei già uscita da un pezzo…”, con allure d’educazione, sabauda o no: e le espressioni che negano sono tante). Perché s’è notata, nell’intera serata, la difficoltà a inquadrare, tra grande fluttuare di veli, la filosofia temporale di Calvino che certo si guardò bene dallo scrivere per il teatro e qui svela tutta la fatica a essere imprigionato in un contenitore che gli sta davvero stretto. Che non è decisamente suo. Che poco o nulla ha a che fare con le sue pagine. Un progetto a lungo vagheggiato, una scommessa, decisa e composta in piena libertà, e rendiamo merito per il coraggio, ma persa, un filo rosso che è difficile rintracciare per collegare un inizio e una fine, un gran correre di tutti gli attori – che altro non fanno che inseguire quel gioco: diligenti Valentina Bellè, Federico Brugnone, Alissa Jung alias signora Marinelli, Fabian Jung, Gabriele Portoghese e Gaia Rinaldi – per la sala forse a voler rendere maggiormente partecipe il pubblico, farlo proprio, accalappiarlo festosamente, il cartello che invita agli “applausi” (non si sa mai!), la rappresentazione del gioco difficile da far collimare con quelle stesse pagine. Il nonsenso invade il palcoscenico, si parla anche di tagliatelle nello spazio, più che l’alto Calvino si scivola nel più frizzante Campanile. E tutto rimane lì, difficile da decifrare e da accettare.

Allora, nel mare magnum della sfilacciatura, della “Vita cosmicomica vita di Q” ti affidi piuttosto alle scene di Nicolas Bovey e alle loro invenzioni, il gran velame di cui s’è detto e la grande sfera argentata che incanta e travolge, alle luci del medesimo che appaiono un incanto, che colpiscono e che cullano, ai costumi di Anna Missaglia, colorati e divertenti. Ma di quella scommessa, su cui molti hanno creduto, ti rimane poco, saremmo tentare di dire nulla. Repliche, per la stagione dello Stabile torinese, sino a domenica 22 febbraio.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Anna Faragona, alcuni momenti dello spettacolo.

Raiteche “Archive Alive!” compie 10 anni

Tivù tivù

“Raiteche “Archive Alive!”, la rassegna della Mediateca Rai “Dino Villani” di Torino che apre al pubblico le porte del suo prezioso archivio compie 10 anni. Un decennio di memoria collettiva grazie ai numerosi incontri con la visione di programmi, documentari, inchieste e sceneggiati che hanno segnato un’epoca e fatto la storia della televisione italiana. Dopo il primo appuntamento del 2026 nel mese di gennaio, dedicato ad un gigante del teatro, il regista Luca Ronconi, martedì 16 febbraio, al Tv8 del Centro di Produzione Rai di Torino verrà proposto, in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo istriano, fiumano, giuliano e dalmata, il tv movie di Gianluca Mazzella “La bambina con la valigia”.

Tutto inizia da una fotografia in bianco e nero del luglio 1946 che ritrae una bambina con in mano una valigia con la scritta “Esule giuliana n. 30001”: si chiama Egea Haffner e la sua storia comincia quando il padre scompare, probabilmente inghiottito dalle foibe. La Haffner, autrice del libro autobiografico dal quale è tratto il film, sarà ospite dell’evento e porterà la sua testimonianza diretta.

Dialogheranno con lei, Alessandro Cuk, critico cinematografico e vicepresidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, lo storico del cinema Sergio Toffetti e Sinéad Thornhill, l’attrice che impersona Egea da ragazza nella produzione di Rai Fiction.

Igino Macagno

Una notte al Museo del Cinema con il Club Silencio

Sabato 21 febbraio, dalle 19.15, Club Silencio e Museo Nazionale del Cinema accoglieranno i visitatori alla Mole Antonelliana con una straordinaria apertura serale in occasione della mostra “Pazza Idea”: le icone pop di Angelo Frontoni, il sound di Luke Barral, l’ascensore panoramico con un’esclusiva vista notturna sulla città, cinema, drink e molto altro. Il Museo Nazionale del Cinema, uno dei più visitati in Italia, apre le porte agli anni Settanta e Ottanta in occasione della mostra “Pazza Idea”, esposizione che racconta due decenni attraverso lo sguardo di Angelo Frontoni, il fotografo che ha ritratto grandi protagonisti del cinema, della moda e della televisione, quali Ornella Vanoni, Brigitte Bardot, le gemelle Kessler e Raffaella Carrà.

La Mole si svela in una veste inedita per un viaggio nella storia del cinema, dalle origini ai giorni nostri, un percorso immersivo tra scenografie, proiezioni, effetti speciali e reperti iconici. Da non perdere anche “Manifesti d’artista”, la mostra temporanea con importanti locandine cinematografiche realizzate da illustri creativi.

L’ascensore panoramico conduce al tempietto della Mole Antonelliana: 85 metri d’altezza offrono una prospettiva insolita su Torino, eccezionalmente visibile nella sua affascinante atmosfera notturna. Luke Barral animerà l’atmosfera con un set musicale ispirato agli anni Settanta, mentre il lounge bar offrirà una selezione di drink, birre e vino per completare l’esperienza.

Info: sabato 21 febbraio-ore 19.15 -00.00 – ultimo accesso alle ore 23 – ultimo accesso alla visita ore 22.45

Mara Martellotta

Gianduiotto d’Oro a Beatrice Venezi: sold out al teatro Juvarra per EnjoyBook

Dopo il successo della serata inaugurale con Giuseppe Lavazza, nella serata di giovedì 12 febbraio, in un teatro Juvarra sold out, si è svolto “Voci fuori dal coro”, il secondo dei sette appuntamenti che compongono la rassegna “EnjoyBook”, promossa da Marco Francia, Maurizio Conti e Cristiana Ferrini. 

Il talk è stato moderato dall’inviato Mediaset Marco Graziano e ha avuto come protagonista principale il direttore d’orchestra Beatrice Venezi, classe 1990, artista talentuosa che ha saputo portare sul palco la freschezza dei suoi 35 anni in armonia con una dialettica da veterana, supportata da una carriera che le sta procurando grande consenso e notorietà anche all’estero, e che non le ha fatto mancare la possibilità di misurare il proprio carattere di fronte a momenti di accese polemiche, innescate dalla recente nomina a direttrice musicale del Teatro La Fenice di Venezia, una decisione che ha suscitato contestazioni da parte di professori e direttori d’orchestra, oltre che dai lavoratori della Fenice.

La dimensione sociale in cui vive la donna oggi, la necessità di seguire con coraggio un sogno e il valore dei ricordi sono stati i temi dominanti di “Voci fuori dal coro”, che ha visto in scena, insieme a Beatrice Venezi, l’avvocato Annamaria Bernardini De Pace, capace di un’ironia tagliente, acuta, che dedica da sempre gran parte del suo lavoro alla protezione e alla crescita del mondo femminile, e il poliedrico artista e produttore musicale Cesare Rascel, figlio dell’amatissimo attore Renato e dell’attrice Giuditta Saltarini, che ha portato all’Enjoybook il racconto dei suoi prossimi progetti, tra i quali una produzione per il prossimo Festival di Sanremo, e un momento di ricordo umano e artistico molto toccante legato ai suoi genitori.

“Tengo a essere definita ‘direttore’ e non ‘direttrice’ – ha esordito Beatrice Venezi – poiché tutto parte dal ruolo, quello di Maestro, il titolo accademico riconosciuto per il direttore d’orchestra, l’unico. Essendo di mentalità anglosassone, credo sia più importante concentrarsi esclusivamente sul ruolo che si ricopre, indipendentemente dal genere”.

“Il ruolo di direttore d’orchestra, storicamente, ha avuto un’impronta prettamente maschile. Ora le cose stanno cambiando, questo divario numerico sta cominciando a ‘chiudere la propria forbice’ aprendosi a una direzione d’orchestra anche femminile. Credo sia una questione prettamente culturale e geografica: tutto ciò che riguarda la parità di genere è molto più faticosa da conquistare nei Paesi latini che non in quelli anglosassoni o asiatici. Per quanto mi riguarda, cerco anche di non definirmi ‘giovane direttore’, nonostante i miei 35 anni, per non cadere in un facile stigma che non rappresenta l’esperienza più che decennale del mio lavoro. Io non arrivo da una famiglia di musicisti, mi sono costruita questo percorso con le mie forze, la mia resilienza e il coraggio nel gestire i momenti più delicati. L’amore per la musica è nato naturalmente, mi sono diplomata in pianoforte nel 2010 con Norberto Capelli, all’Istituto Superiore di Studi Musicali Rinaldo Franci di Siena, ho approfondito gli studi con Piero Bellugi a Firenze e in seguito con Gianluigi Gelmetti presso l’Accademia Chigiana di Siena, successivamente ho studiato Composizione con Gaetano Giani Luporini  e, nel 2015, ho conseguito il diploma in Direzione d’orchestra presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, sotto la guida di Vittorio Parisi. Da quel momento è cominciata una carriera ricca di soddisfazioni e riconoscimenti, che mi ha portata a esibirmi anche in Argentina, quando al Teatro Colòn di Buenos Aires, di cui sono diventata Direttore Principale Ospite, ho diretto la Turandot nell’ambito della rassegna Divina Italia, e poi in Canada, in Francia, nel Regno Unito, in Corea del Sud, a Macao, dove ho diretto la Shenzhen Symphony Orchestra nel Galaxi Opera Gala con Placido Domingo”.

“La bacchetta del direttore d’orchestra – conclude Beatrice Venezi – ha una simbologia anche magica, non a caso i maghi usano le bacchette. Nel nostro caso il prodigio si verifica quando l’energia del gesto viene trasmessa dalla bacchetta a tutta l’orchestra. La stessa musica, suonata dalla medesima orchestra ma interpretata da direttori differenti, verrà percepita sicuramente in maniera diversa. Vorrei che la mia storia e la passione con cui porto avanti il mio lavoro possano essere d’esempio ai giovani per continuare a credere nei loro sogni”.

“Penso che Beatrice Venezi sia un orgoglio italiano – ha sottolineato Annamaria Bernardini De Pace – un’eccellenza che, paradossalmente, solo in Italia può succedere di voler affossare. Lei rappresenta il presente e il futuro della grande tradizione musicale italiana. Nel mio lavoro da avvocato ho sempre cercato di infondere alle donne quel senso di protezione e coraggio che sono fondamentali per costruirsi un’immagine piena e una vita indipendente. Sono davvero troppe le donne che, ancora oggi, sopportano umiliazioni e violenze per paura di non poter acquisire un’indipendenza, e non si rendono conto di mettere in atto comportamenti che si alimentano in maniera transgenerazionale, appesantendo la catena un anello dopo l’altro. Sono storie che sento tutti i giorni, storie comuni di vita familiare a cui cerco in prima persona di dare una svolta, lavorando sulla consapevolezza”.

L’avvocato Annamaria Bernardini De Pace ha concluso il suo intervento ricordando i tanti anni d’amicizia con Ornella Vanoni, il profondo senso d’umanità che la caratterizzava e il reciproco sostegno in diverse fasi della vita.

“Provo un grande amore verso il mondo femminile – ha raccontato Cesare Rascel – mi sono sempre trovato in armonia con le donne e, per qualche ragione, sarà perché sono stato cresciuto prevalentemente da mia mamma, Giuditta Santarini, umanamente e professionalmente ne sono sempre stato circondato, e l’ho sempre percepita come una grande fortuna. Inoltre ho una figlia di 12 anni e posso affermare con certezza quanti grandi valori e, se mi permettete, quante ‘marce in più’ dimostrano le donne fin dalla giovane età. Il rapporto con mio padre è stato particolare: intanto c’erano tra noi 61 anni di differenza, aspetto che ci ha limitato nel vivere alcune delle esperienze comuni tra padre e figlio, ma ho costruito insieme a lui, nel tempo, un bel rapporto umano, sincero, che lo ha portato anche a fidarsi molto delle mie opinioni rispetto al suo lavoro di attore”

Cesare Rascel, che vive oggi tra l’America e l’Italia, parteciperà al Festival di Sanremo 2026 come produttore.

“A più di sessant’anni dalla vittoria di mio padre, in coppia con Tony Dallara, con la canzone ‘Romantica’ – conclude Cesare Rascel –  un Rascel torna a Sanremo: in questo caso a supporto del mio socio Beppe Stanco e di quei fantastici artisti che sono Blind, El Ma & Soniko, in gara con il brano ‘Nei miei DM’ nella categoria delle Nuove Proposte della 76esima edizione del Festival”.

A Beatrice Venezi è stato consegnato il Gianduiotto d’Oro, assegnato nell’ambito della rassegna EnjoyBook 2026.

***

Giovedì 19 febbraio, al teatro Juvarra, Tommaso Cerno sarà ospite dell’EnjoyBook per un incontro dal titolo “Controcorrente per scelta”, insieme a Vladimir Luxuria.

I biglietti sono acquistabili su Mailticket al costo di 33 euro, di cui 3 saranno devoluti alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro di Candiolo.

https://www.mailticket.it/rassegna-custom/301/enjoybook-2026–storie-di-libert%C3%A0-e-visione

 

Gian Giacomo Della Porta

Turymegazeppa: vi racconto il Supermarket

Venerdi 13 e sabato 14 febbraio lo storico Supermarket di Viale Madonna di Campagna 1 chiude i battenti. Ripercorriamo la sua storia con il mattatore indiscusso del locale.

 

Disclaimer: questa è un’intervista che non segue la consecutio temporum, le premesse spuntano dopo l’enunciazione dei fatti, e il discorso può improvvisamente virare su traiettorie inattese. E non è colpa mia.

Avete mai sentito parlare del concetto di serendipità? Si tratta di trovare inaspettatamente qualcosa, o qualcuno, mentre si è occupati a cercare tutt’altro. Quando io e quelli della mia generazione abbiamo iniziato a uscire la sera, verso metà degli anni ’90, sceglievamo i locali in base al tipo di musica che volevamo ascoltare. Sapevi che se volevi un determinato stile potevi andare in quel giorno della settimana, in quel determinato locale. Ci si muoveva tra i Docks Dora e l’Hiroshima, passando per Zona Castalia. E poi c’erano ovviamente i Murazzi, l’ultima tappa della serata. Non dico fosse tutto prevedibile, ma a grandi linee potevi scegliere in base a ciò che cercavi.

Poi c’era quello che i ragazzi oggi definirebbero il glitch nel Matrix, l’elemento imprevedibile e dissonante. Un personaggio flamboyant, ingestibile per sua stessa ammissione, in grado di farti ascoltare musica dark intervallata da brani di Raffaella Carrà: TURY-MEGA-ZEPPA.

Vi ricordate la prima volta che siete finiti al Supermarket? Perché molto probabilmente è lì che lo avete incontrato senza avere assolutamente idea di cosa avreste trovato. Sabato 14 febbraio il Supermarket chiude definitivamente e così se ne va un bel pezzo di storia torinese lunga trent’anni. Ed io sono andata a farmela raccontare da lui: Pier Paolo Bettinardi.

Innanzitutto, chi eri prima di diventare Turymegazeppa?

Andando a ritroso nel tempo, prima militavo nei centri sociali, facevo occupazioni, per cui avevo già un concetto molto blindato dell’anarchia. Ho passato tutto il periodo dei primi anni ’90, a fare occupazioni e a creare situazioni dentro i centri sociali, quando l’anarchia era un concetto molto forte, molto rigido. E da lì ho iniziato a creare del clubbing.

E la prima volta che sei finito dietro una console?

Nel 1986 ad Avigliana, esattamente… Terrazze lago, non me lo ricordo più. Nell’86 fu una delle mie prime serate e poi verso l’89 a Torino.

E lì hai detto: questo è il mio lavoro.

Allora, io avevo un lavoro “normale”. Però calcola che comunque nei primi anni ’90 avevo un gruppo e giravamo tutta l’Europa, quindi vivevo già un po’ di musica. La professionalità è poi arrivata nel ’95-’96, prendendo il Caffè Blu ai Docks Dora.

Sono andato a chiedere tiepidamente se si poteva fare una serata, e quello fu il primo locale più grande perché di solito stavo sempre in locali molto piccoli. Ed era ancora un locale molto grezzo, figurati: io arrivai con i miei due banchetti da scuola e i miei vinili e iniziai a mettere musica. Sono stato lì dal ’96 al ’99, tre anni. Fu un’esperienza…

Prendendolo in gestione o come DJ?

Come DJ e direzione artistica. Organizzai concerti, iniziai a muovermi in un ambito molto underground. Io ascolto tutta roba underground.

E se non avessi fatto il DJ, cosa avresti fatto?

Bella domanda. Se non avessi fatto il DJ avrei fatto il fotografo. Considera che tutta la mia esistenza è permeata dalla notte: ho sempre vissuto di notte, ho sempre lavorato di notte. Sono allergico alla luce.

Parliamo del Supermarket. Quando è che sei arrivato la prima volta?

Sono arrivato nel ’99. Esisteva già da un anno. C’era una direzione artistica un po’, diciamo, super alternativa. Io mi proposi, ma avevo già un anno… non so come dire, capito, da biricchino…

Credo di ricordare. Dunque siamo al ’99: arrivi al Supermarket.

Sì. Avevo appena tagliato il filo ombelicale con il Caffè Bleu, perché stava diventando una situazione troppo caotica. È stata una scelta sofferta. Così andai al Supermarket a chiedere se potevo fare una serata: al Caffè Bleu suonavo il giovedì e il venerdì, volevo il sabato. Ma mi hanno praticamente scomunicato. Mi dissero: “Lei è troppo… Too much”. Troppo, troppo.

E cosa ti colpisce? Perché vai proprio al Supermarket?

Ero andato all’inaugurazione. Mi era piaciuto moltissimo lo spazio: un ex cinema, molto essenziale, molto simile al Big. Dal punto di vista estetico mi aveva conquistato. All’inizio però non mi volevano. Poi ho fatto la prima serata e le cose sono cambiate: la gente mi seguiva, si spostava. Premesso che nell’estate del ’99 avevo anche ripreso il Caffè Blu e avevo tirato su un piccolo “impero” da solo, senza PR, senza niente. Erano altri tempi.

E come sei diventato resident? Perché sei quello più longevo: trent’anni di onorata carriera.

Quasi ventotto, in realtà. Dal ’99 a oggi fanno ventotto anni. Come ci sono riuscito? Facendo. Sono un faccendiere, in realtà. Mi rimbocco le maniche e faccio.

Ti ricordi la prima serata lì?

Sì, eccome. Era il 25 dicembre, un sabato. C’è stata un’affluenza incredibile, tanta gente che veniva dal Caffè Bleu. È stato emozionante, davvero. Io comunque sono sempre ansiolitico prima delle serate. Sempre. Voglio che tutto funzioni: sono meticoloso, professionale e anche un po’ rompiscatole. Gli strumenti devono funzionare perfettamente, perché solo così quello che faccio può arrivare agli altri.

Parliamo di come è cambiata la musica che hai suonato in questi trent’anni.

Io mi sono sempre considerato uno di quei DJ che, oltre a far divertire la gente, cercano di “destrutturare”. Uso spesso questa parola. Mi piace portare il pubblico in territori inconsueti, creare fratture: magari la pista esplode, ma intanto sto facendo ascoltare qualcosa di nuovo. Non ho mai reiterato sempre le stesse cose. Anzi, spesso anticipavo la musica che mi piaceva, anche di parecchio. Per questo nacque una rubrica che chiamai Perplessità collettiva.

Cos’era Perplessità collettiva?

Uno spazio dentro la serata tutto mio. Buttavo giù i muri musicali e mettevo quello che piaceva a me. Un’altalena sonora: potevi passare dalla traccia più stupida all’antitesi totale.

Io me lo ricordo: passavi dal metal a Raffaella Carrà. Io sono il risultato di quella roba.

Tu sei il risultato concreto di tutto questo, esatto. Mi piaceva portare la gente a spasso, come dovrebbe fare un DJ, come un vero mediatore culturale. Curavo sempre anche i visual, cercando di contestualizzare la musica con le immagini.

Spesso si parla del “sound” delle città: l’elettronica è Berlino, il jazz è New York… Torino?

La Torino che ho vissuto io, tra anni ’80 e ’90, aveva un fermento pazzesco. Negli anni ’80 la new wave e il dark erano un imperativo. C’erano due locali che portavano tutto quello che arrivava da Londra e Berlino. Poi gli anni ’90 sono stati importanti: c’era un apparato musicale e culturale molto versatile. Non tantissimi locali, ma una fruizione culturale molto più curiosa, meno standardizzata. Posti come lo Studio 2 o il Big proponevano cose incredibili.

Io lo Studio 2 non l’ho vissuto.

Era uno di quei locali alternativi con la A maiuscola. Ha dato alla città una grande versatilità.
Poi con gli anni ’90 e la cassa dritta sono arrivate house e dintorni. È stato bello relazionarsi con tante musiche diverse.

Ci sono generi, personaggi o gruppi che il Supermarket ha lanciato?

Sì. Abbiamo ospitato situazioni molto diverse: Tiziano Ferro, Elisa, Daniele Silvestri, ma anche realtà più pesanti e alternative come i Lacuna Coil. All’inizio Tiziano Ferro veniva da noi e facevamo 200-300 persone. Oggi, ogni volta che passa da Torino, ci saluta. Il Supermarket in realtà nasce proprio come contenitore di live: è sempre stato una grande vetrina.

Tu sei in console, vedi i ragazzi: oggi ballano diversamente?

Oggi più che ballare, deambulano. L’imperativo è “esserci”, mostrarsi, stare dentro un microcosmo, ostentare un’appartenenza. È anche una conseguenza di come si fruisce la musica: non crea più cortocircuiti. Una volta era un fatto aggregativo, ti spingeva verso territori nuovi. Adesso spesso si vive di nostalgia, di continuo “c’era una volta”. Ma il passato, se lo reiteri troppo, diventa il relitto di te stesso. Nel mezzo resta un vuoto pneumatico, e non si va avanti.

Non si rischia di fare la fine di quelli che dicono: “Eh, ai miei tempi…”?

Sì, certo, ma penso che serva sempre un punto di coesione tra passato e futuro: è lì che succedono le cose interessanti. Invece oggi vedo tanti format che nascono solo per alimentare il ricordo, la nostalgia. Ma musicalmente è sempre la stessa cosa, non c’è mai uno scarto, un’evoluzione.
Per me è un punto di stallo. E lo dico anche da cliente.

Facciamo un giochino: una mini-playlist. Una traccia che rappresenti gli anni 1990. Anzi, partiamo dagli ’80.

Oddio, devo aprire i chakra. Anni ’80, parli di pop o di roba mia personale?

Tua. Puoi spaziare. Per me, ad esempio, gli anni 1980 sono  “Video Killed the Radio Star”.

Sì, come tessuto sonoro anni ’80 ci sta tutto quell’electropop lì. Però io, in parallelo, oltre al pop e al synthpop, ascoltavo tanta dark wave. Quindi ti direi Siouxsie and the Banshees, Joy Division, Bauhaus, The Cure. Io nasco anche da lì, da quel lato più oscuro, contrapposto al pop super accessibile.

Anni 1990?

Tutto quello che mi ha scardinato la testa: The Prodigy, Daft Punk, Underworld. Siamo tra il ’96 e il ’97: roba che ti cambiava proprio la percezione del dancefloor. Poi rimanevo sempre anche su un versante più alternativo, tipo Sonic Youth. Ho sempre avuto quell’anima lì.

E i 2000? Dai, ci sarà stato qualcosa oltre Britney Spears.

(Ride)
Io ho sempre avuto simpatia per il pop, però nei 2000 ho iniziato a spingere molto sull’electro: Tiga, Felix da Housecat, Digitalism. E poi mi divertivo a contrapporre questa elettronica al pop più sfacciato, quasi “assassino”. Mettere il pezzo giusto e vedere tutti urlare era bellissimo.

2010?

Lì ho iniziato a spostarmi su dubstep e drum’n’bass, sempre mescolati al contenitore pop. Suonavo cose come Bloody Beetroots, che mettevo tantissimo. E spesso la gente mi guardava perplessa: “Ma che sta mettendo?”. Però a me piaceva anticipare.

E il vuoto cosmico dei 2020?

Resto sull’elettronica più emotiva: Rüfüs Du Sol, Monolink, cose così. Comunque considera che io sono cresciuto con i Kraftwerk: hanno inventato tutto loro. Da lì in poi i miei chakra sono rimasti aperti su qualsiasi cosa.

Che città era Torino di notte negli anni ’90 rispetto a oggi?

Si usciva molto di più. C’erano più riferimenti, più serate, più scelta. Magari il sabato lo evitavi, ma durante la settimana uscivi sempre: sapevi che il mercoledì c’era una cosa, il giovedì un’altra. Ti spostavi continuamente.

C’era più libertà, più rischio, più creatività?

Il clubbing era davvero aggregazione. Andavi per conoscere persone, per relazionarti. La musica era il collante: nascevano amicizie, punti di riferimento. Potevi anche andare da solo, tanto sapevi che avresti trovato qualcuno. Oggi questo si è un po’ perso, e dopo il Covid ancora di più.

Il club era un luogo di cultura, oltre che di divertimento?

Sì, per certi versi assolutamente sì. C’erano proposte diverse, stimoli diversi. Non era solo intrattenimento.

E il Supermarket in questa mappa come si inseriva?

Noi siamo sempre stati un locale trasversale e alternativo. Nei 2000 sono passati da lì tantissimi DJ che poi sono diventati enormi. Siamo stati una specie di pietra miliare, una palestra.

Hai visto nascere e morire tanti locali. Perché chiudono? Qual è il motivo più frequente?

La mancanza di cura. Se non curi i dettagli, il cliente, la qualità del bere, la sicurezza, i costi… crolla tutto. E poi l’inquinamento musicale: non esiste più la fidelizzazione. I locali non costruiscono più un’identità. La musica dovrebbe essere un elemento aggregativo. Dovresti dire: lì trovo i concerti fighi, lì trovo cose interessanti. Se perdi questo, perdi tutto.

Mi ha colpito una cosa sulla pagina del Supermarket: la gente che scrive aneddoti, tipo “mi avete salvato la vita”. Ti è mai capitato di vedere nascere amori, amicizie, carriere?

Assolutamente sì. L’amore, per quanto possa sembrare un concetto quasi atavico, lì dentro è successo davvero. Ho fatto una marea di matrimoni.

Aspetta, in che senso? Lì si conoscevano o andavi proprio ai matrimoni?

No, no, andavo proprio ai matrimoni. Andavo a suggellare le coppie che si erano conosciute al Supermarket. E tantissime storie sono nate a mia insaputa, molte più di quanto immaginassi. Gente che si è incontrata lì si è innamorata… ed è una cosa bellissima, un lato romantico che va salvaguardato. E dietro ci sono storie pazzesche.

Qual è l’episodio più assurdo che hai vissuto dietro la console? Quello che si può raccontare.

Lasciamo perdere tutta la parte politicamente scorretta…

Ma necessaria, secondo me.

Funzionale, diciamo. Io sono sempre stato un po’ birba, ne ho combinate tante. Sempre sotto l’insegna del divertimento, con un’ironia dissacrante, senza mai sconfinare nella volgarità. Mi sono sempre messo nei panni del cliente: volevo dare motivi per tornare. E per farlo facevo cose assurde, veramente inaudite. Alcune non si possono proprio raccontare.

Ma un episodio assurdo a cui hai assistito?

Uno che mi fa ancora ridere: una signora completamente fuori rotta, avrà avuto 55 anni, che pretendeva di fare sesso immediato con il DJ. Aveva una voce inquietantissima. Allora le ho lanciato addosso una coperta, ho messo la colonna sonora de L’esorcista, un mio amico ha preso una croce e le abbiamo fatto un esorcismo dal vivo, davanti a tutti.

Succedevano anche queste cose. E credo di averla pure filmata. Se avessimo avuto una telecamera fissa su tutto quello che è successo in quegli anni… altro che Jackass.

Da farci un documentario.

Infatti ci stiamo pensando. Anche un libro, perché ci sono situazioni emotivamente fortissime.

Se vuoi te ne racconto una davvero pesante. Un ragazzo stava per buttarsi da un ponte ad Alpignano. Non sto scherzando. Era stato lasciato dalla ragazza, era devastato. Era lì lì per farla finita.

Non so perché, ma gli è passato per la testa di venire da me. E pensa che non era mai venuto al locale. Mai. Gli è arrivato questo flash, è venuto al Supermarket, ha iniziato a frequentarlo… ed è rimasto con noi dieci anni. Mi ha detto chiaramente: “Mi avete salvato la vita”. E come lui, tante persone. Tantissime.

Io però non avevo la consapevolezza di quello che stavamo creando.
Pensavo solo a una cosa: costruire un collettivo, un’aggregazione. Un posto dove la gente stesse bene, si divertisse, comunicasse. Creare agio. Tutto lì. E invece, se ci pensi, è enorme. È quasi come studiare i comportamenti umani. Io sono molto empatico, mi viene naturale osservare le persone.

Forse è anche un bene che tu non ne avessi contezza: magari l’avresti vissuta con più pressione. Forse il fatto di essere rimasto genuino ti ha aiutato.

Sì, esatto. Restare autentico, nel bene e nel male, è sempre stata la mia prerogativa. Ma è una cosa che applico alla mia esistenza in generale, non solo al lavoro. Non sapendo davvero cosa stesse succedendo, ho continuato a fare tutto in modo spontaneo, senza sovrastrutture.

Qual è l’artista o l’ospite che ti ha emozionato di più?

Asia Argento, senza dubbio. La mia “Asietta”. Ho proprio un’ammirazione viscerale, somatica. Mi ha colpito tanto, davvero.

Poi, in generale, con tutti i gruppi e gli artisti che abbiamo ospitato si è sempre creata una grande empatia. Io e la mia socia Barbara (Zagami n.d.r) siamo maniacali del dettaglio: non può mancare niente, mai. Questa cura si sente, e gli artisti la percepiscono.

Ti è mai capitato di “salvare la serata”? Tipo: bordello totale, non è pronto niente… e arrivi tu, eroe nel vento?

(Ride)
Sì, parecchie volte. È successo spesso di arrivare e rimettere insieme tutto al volo. Fa parte del gioco.

Dopo trent’anni riconosci ancora le stesse facce sotto la console? Le stesse persone che tornano?

Io ho dei cali di personalità, ogni tanto vivo in un mondo parallelo… però sì, molte facce restano.
Adesso poi, per le ultime serate, ti puoi immaginare: arriveranno tutti, non si troverà posto.

Ti senti parte della vita delle persone? Oltre a celebrare matrimoni hai anche battezzato figli?

Sì! Ma io non mi rendo mai conto davvero della dimensione con cui sono arrivato agli altri.
Quello che vedo è che quando sono in giro le persone mi fermano, mi dimostrano stima. E per me quella è la cosa più bella. È come se proiettassero su di me i ricordi di un periodo della loro vita, le emozioni che hanno vissuto lì dentro. E pensi: “tanta roba”, no?

Quella col Supermarket è sempre stata una storia d’amore o hai anche pensato di andartene?

È stata continuamente una storia d’amore. Sempre. Certo, ogni tanto ho pensato “e se me ne andassi?”, perché io sono una persona poco gestibile, avrei potuto fare tante altre cose.

Se fossi stato più “arrivista”, magari avrei spinto di più sul mio talento e avrei fatto altro.
Ma non mi pento di niente. Ho sempre seguito la mia idea. E per me è stato funzionale così.

Il locale chiude. Quando l’hai saputo, qual è stato il primo pensiero?

Per me la cosa centrale era salvaguardare la stima e il ricordo delle persone. Che si ricordassero davvero di aver vissuto un contenitore culturale, non solo una discoteca. Noi ci siamo sempre definiti “un’isola felice”. Un posto dove stare bene.

C’è stata rabbia, nostalgia, gratitudine, rassegnazione… o liberazione?

Un po’ tutto. Una sintesi armoniosa di opposti. Sono passato dalla rabbia alla nostalgia, alla gratitudine… inevitabile attraversare tutti quegli stati d’animo.

Avete scritto sui social: “non potevamo più garantire la stessa qualità”. È una frase un po’ criptica.

Dopo il Covid è cambiato tutto. Abbiamo iniziato a fare fatica sul serio. Abbiamo perso i “paesi”.

Cioè?

Gente che arrivava da 20–30 chilometri. Era una colonna portante del locale. Dopo il Covid molte persone hanno cambiato abitudini, sono andate a convivere, hanno paura delle regole… insomma, si è rotto un meccanismo. E poi è cambiato proprio il modo di vivere il clubbing: i ragazzi tra i 28 e i 35 non lo codificano più come luogo aggregativo. Non gliene frega più niente.

Cosa si perderà adesso che chiude un club storico?

Secondo me si creerà un vuoto. La cosa incredibile è stata la reazione: in un giorno abbiamo fatto quasi 300.000 interazioni tra social, messaggi, stampa. Una roba assurda. Mai vista per un club.Io e Barbara eravamo increduli.

Questo potrebbe portare a una riapertura?

No. Portiamo i progetti altrove. Stiamo già facendo cose nuove. Avevamo già aperto un altro spazio, il Bauhaus, e ci hanno proposto altri locali. Per noi la qualità viene prima di tutto.

Come ti immagini l’ultima serata?

Bella domanda. Cercherò di viverla come sempre, come se non fosse “l’ultima”. Magari realizzerò tutto lì, e partirà l’emorragia di lacrime, non lo so. In realtà il filo ombelicale l’ho tagliato già un po’ due anni fa. Dopo il Covid è stata dura, si sono creati buchi economici, scelte non nostre… quindi emotivamente mi sono preparato.

Se dovessi chiudere con un brano, quale sarebbe?

Io e Barbara ci eravamo promessi Sweet Disposition dei The Temper Trap. È sognante, molto bella. Perfetta per salutare. Poi non so se succederà davvero. Vedremo.

Se uno oggi volesse fare il DJ, cosa gli consiglieresti?

Prima di tutto l’empatia. Sembra banale, ma non lo è. Devi saper leggere le persone, fare radiografie emotive di chi hai davanti. Poi la cultura musicale. Conoscere il passato, immaginare il futuro e trovare un punto di coesione tra i due. Reminiscenza e futurismo. Oggi tutti fanno i DJ per moda o trend, ma manca la storicità, la consapevolezza. E un’altra cosa fondamentale: il suono.
Per me è sempre stato un imperativo. L’impianto deve suonare bene, pulito, nitido. Questa cura manca tantissimo. Quante serate senti gracchiare, mix fatti male, pause imbarazzanti tra un pezzo e l’altro… Sono cose che andrebbero studiate seriamente anche da sociologo.

Dopotutto è una forma d’arte.
Sì, sì, assolutamente. E bisognerebbe salvaguardarla.

Ma la nightlife torinese ha ancora un futuro? Esiste una nightlife torinese?

C’è un vuoto pneumatico: grandi eventi ci sono, la musica elettronica è un imperativo a Torino e nascono tante realtà. Non ti so dire con certezza, ma credo che il ripristino della cultura musicale debba necessariamente passare dai posti piccoli. Sono proprio i locali più intimi che custodiscono la microcultura che da lì poi può espandersi. La sperimentazione nasce in questi spazi. È un po’ come tornare indietro, no?

Quindi adesso dove ti trovi, che serate stai facendo?
Sto facendo una serata molto alternativa in un posto da 100 persone: è bello ricominciare da capo, rieducare il pubblico a ballare cose nuove.

Mi hai bruciato l’ultima domanda, quindi dopo il 14 febbraio dove ti troveremo?
Sto facendo serate allo Ziggy, un posticino molto alternativo in via Madama Cristina. Poi ci sarà l’One con il progetto Vision Art, che è un altro “parto” nostro legato all’arte. Facciamo anche delle belle apericene per gente adulta: già il fatto che scelgono di venire lì, e si fidelizzano con quello che succede, è importante.

Ah, ma allora non è proprio un addio-addio, è più un arrivederci su spiagge diverse. Proprio come quelle dell’isola di Serendip, che è sempre lì, solo che oggi si chiama Sri Lanka.

Lori Barozzino