SPETTACOLI- Pagina 2

 “Il lutto si addice ad Elettra”, per la regia di David Livermore al Carignano

Al teatro Carignano, mercoledì 21 gennaio prossimo, alle 19.30, debutterà la pièce teatrale “Il lutto si addice ad Elettra” su testo di Eugene O’Neill, per la traduzione e l’adattamento di Margherita Rubino e con la regia di Davide Livermore. Saranno in scena Paolo Pierobon, Elisabetta Pozzi, Linda Gennari, Marco Foschi, Aldo Ottobrino, Carolina Rapillo e Davide Niccolini. I costumi sono di Gianluca Falaschi, le luci di Aldo Mantovani, le musiche di Daniele D’Angelo. Assistente alla regia Mercedes Martini. Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Nazionale di Genova, rimarrà in stagione al Teatro Stabile di Torino fino al 25 gennaio prossimo.

Dopo aver messo in scena due anni fa l’Orestea, Livermore ha scelto il dramma di O’Neill, che costituisce un’interessante rilettura della trilogia di Eschilo, naturalmente aggiornata al Novecento e trasferita nell’America alla fine della guerra di secessione, con la psicanalisi freudiana che si sostituisce al giudizio degli dei, mentre il processo pubblico di Eschilo lascia il posto a un altro che si consuma nell’interiorità dei personaggi. Lo spettacolo si rifà a uno dei drammi simbolo della letteratura novecentesca, scritto nel 1931, che rappresenta un affascinante e inquietante viaggio tra mito archetipico e moderna psicanalisi, tra dramma borghese e tragedia classica. L’opera torna in scena a distanza di quasi trent’anni dal celebre allestimento di Luca Ronconi, datato 1997, che vedeva nel cast Elisabetta Pozzi nel ruolo di Lavinia, affidato in questo nuovo allestimento a Linda Gennari. In questa lettura di O’Neill l’attenzione del regista si è rivolta agli attori, calati in una scenografia fissa, uno spazio chiuso e profondo, con una regia semplice, asciutta, senza spettacolarità, quasi cinematografica.

“L’operazione di O’Neill – afferma David Livermore – è stata geniale. Fondare il teatro contemporaneo americano partendo dalla più grande trilogia della storia, di Eschilo, che parla alla contemporaneità in modo potente. Parla di eredità, di drammi e traumi familiari, anche a chi crede di non averne. Per me questo testo è l’affermazione della tragedia nella nostra epoca. La Tragedia non è qualcosa di immobile, si muove, si adatta in maniera plastica alla contemporaneità in cui viene riscritta. 2500 anni dopo, O’Neill non può non constatare il cambiamento della società, il senso collettivo non è più rappresentato dalla polis ma dall’individuo, ciascuno deve illuminare la propria strada ed essere tribunale di sé stesso. Nella tragedia di O’Neill, la componente freudiana si sostituisce alla presenza degli dei, e allora quel senso di giustizia assoluto e divino, cui tendeva il tribunale descritto da Eschilo, viene sostituito da un cammino di responsabilità personale che deve sorgere all’interno dello spettatore. Questa è la catarsi de ‘Il lutto si adduce ad Elettra’: l’indignazione, il rigore morale, la coerenza e il senso di azione che devono scaturire concretamente nella vita di ogni uomo. Pensiamo al coro, tanto potente nella tragedia classica: O’Neill prova a mantenerlo, ma non è più un coro che commenta, non più la collettività che giudica moralmente gli eventi. Quel che resta è poco più di un chiacchiericcio. L’Ottocento della fine della guerra di secessione, in cui è ambientato il dramma di O’Neill, perde i contorni per diventare una storia esasperata e amplificata. Abbiamo tolto la caratterizzazione storica a favore di quella psicologica dei personaggi, mettendo il fuoco sulla storia, le parole e le interpretazioni degli attori per uno dei migliori cast che ho avuto nella mia vita, fatto non solo di nomi, ma di interpreti che calzano perfettamente ai personaggi”.

Nell’edizione di Ronconi di trent’anni fa, Elisabetta Pozzi aveva vestito i panni di Lavinia, accanto a Mariangela Melato, straordinaria Christine.

Teatro Carignano – piazza Carignano 6, Torino

Orari: mercoledì, giovedì, venerdì e sabato ore 19.30 / domenica ore 16.

Biglietteria: Piazza Carignano 6, Torino – 011 5169555 – biglietteria@teatrostabiletorino.it

Mara Martellotta

Quanto è attuale, quanto è banale questo “Otello”

Repliche al Carignano sino a domenica 18 gennaio

In una recente intervista (a Silvia Francia, nelle colonne de La stampa), Giorgio Pasotti ha sottolineato come nel mettere in scena, per lo Stabile d’Abruzzo di cui è direttore, “Otello”, abbia “voluto rendere questa storia più vicina alle nuove generazioni, più comprensibile per loro”. Ovvero riproporre quel “dramma di passioni, gelosie e tradimenti” – ci verrebbe da dire, con “tutti i particolari in cronaca”, come Scola – che da quattro secoli calca i palcoscenici di mezzo mondo. Ovvero la decisione – squinternata, azzardata, sempre più personalistica – di sfrondare, di attualizzare – termine che ormai s’accomoda in tutte le stagioni teatrali -, di defraudare, là dove tutto fa rima con banalizzare: chiamando all’appello Dacia Maraini a comporre una nuova drammaturgia, con buona pace del vecchio Willy a “rimodellare” il testo. Qualsiasi testo, che di questi tempi ci siamo abituati a vedere ormai rivoltato come un calzino, contraffatto, ripensato a piacimento di qualcuno che dall’oggi al domani decide di prendere in mano le redini di uno spettacolo, rabberciato, confezionato secondo l’idea principe del momento: ma svilito per carità no, un capolavoro fatto a pezzi, smollito, confuso con un brutto esempio di tivù casalinga, su un palcoscenico come quello del Carignano, per la Stagione dello Stabile torinese (repliche sino a domenica 18), pare eccessivamente troppo.

Sfrondo che ti sfrondo, cambio che ti cambio, integro che ti integro, questo “Otello” pecca sin dall’inizio, pur ritrovandosi sempre inevitabilmente le patate bollenti dei femminicidi e della negritudine, da una locandina che recita “di” Shakespeare mentre dovrebbe avere il coraggio di denunciare quer pasticciaccio brutto con un più esplicito “da”, da un programmino di sala che, al di là delle dichiarazioni del metteur en scène, recita di una durata di due ore (percepite decisamente decisamente scarse) e di un intervallo che non s’è visto – mah! E allora ecco che si punta il dito e l’attenzione e si spiega a viva voce come il “Moro”, sul cui viso non c’è traccia di alcun nerofumo, sia veneziano a pieno diritto anche se mammà viene dal cuore del continente nero, come l’offeso papà della dolce Desdemona, ma altresì “snaturata e ribelle”, sia padre e padrone e soprattutto “razzista”, di chiaro stampo leghista del nordest, ecco che ti piomba sulla scena un doge tutto svolazzante, cinguettante tra qualche english word e del genere queer sin nelle midolla, freddimercureggiante con tanto di baffetti da riordinare con apposita spazzola e di unghie da abbellire con tanto di limetta. Mai dire mai (al peggio): per cui, per farci ben presente la universalità della vicenda, ecco che Otello e l’infido Iago, che come ognun sa sta tessendo una tela che più perfida non si potrebbe, culminante nella faccenda di un rosso fazzoletto, scendono a singolar tenzone, con tanto di abbigliamento nipponico fatto di braghettoni, diciamo un pigiama palazzo da gran sera, e giacchetta, il viso protetto da una maschera a griglia e tra le mani tanto di katana (nella speranza di non sbagliare, non sono del mestiere, a differenza del signor Pasotti che – leggo in rete – è un campione di arti marziali, avendo praticato e praticando karate, kobudo e wushu: perché non approfittarne sulla seicentesca isola di Cipro?), costumi – firmati da Sabrina Beretta – che ci perseguiteranno in ogni personaggio (ritrovandoti nell’incubo di non saper bene dove sei capitato stasera, se dentro “Rashomon” o “Kagemusha”), onde per cui la sempre dolce snaturata eccetera eccetera Desdy (meglio famigliarizzarcela con la prima parte del nome!) arriverà ad un certo punto come se cascasse dal mondo di Suzie Wong, con tanto di colletto alla coreana e in testa un tondeggiante cappello bianco con tanto di punta.

Mentre ci stiamo (quasi) abituando all’idea che si può fare in palcoscenico quel che si vuole – “come vi pare”, shakespearianamente parlando -, ecco che per le chiacchierate del più e del meno vengono sistemati in scena un tondo tavolino e due sedie di ferro da giardino: per farci imparati che “la gelosia è un mostro”, che Otello ahi lui coltiva conoscenza e immaginazione ma che è sempre alla ricerca della verità, che nella nuova visione sta dando di matto, ma matto serio, con notevoli mal di testa che in un processo d’oggi alleggerirebbero di parecchio la pena e con saltini tarantolati da bambino capriccioso, che Iago parla per enigmi e il suo condottiero lo sgrida, che il Moro vuole tirare il collo alla moglie non per il tradimento ma per la menzogna che gli ha detto. Amen. Invece no. Emilia, la povera moglie del traditore per la quale un coltello è pronto nell’ombra, ha ancora il tempo di mettere in bella vista una chaise longue – di quelle che io sono abituato a mettere sulla spiaggia ad agosto – su un impressionistico prato di margherite che manco Manet e compagni ed ecatombe generale nel finale, come ognuno da sempre sa (non foss’altro per aver visto di fretta e da qualche parte un certo Laurence Olivier o certi nostrani Gassman e Randone, Salerno e Foschi), preoccupazione sacrosanta del solito Moro, “Hai detto le preghiere della sera?” chiede lui, “Che il cielo abbia pietà di me” spera tremante lei, io ti strangolo e io mi scanno (con le armi nipponiche di cui sopra), Otello che trova ancora il tempo di raccontarci una favola nuova di zecca di una tribù della sua Africa (ma non era nato all’ombra di palazzo Ducale?) per poi darci dentro con un bel seppuku e il soldato Cassio sempre vilipeso a rubar la scena a Ludovico (ma non fa niente, tanto l’avevamo depennato dalla locandina) per il fuoco d’artificio finale. Mentre il suddetto doge a mo’ di ballerina anni Cinquanta si fa la sua bella ribalta in monopattino e con l’occasione mette il punto alla tragedia, sua e nostra. Quanto ad approfondire vicenda e motivazioni e personaggi, sarà per un’altra volta.

Artefici di quella, la tragedia dico, il Pasotti in primis, la pallida pallida Desdy della signorina Claudia Tosoni, il Giacomo Giorgio, viso ormai riconoscibilissimo e in ascesa artistica (?) da “Mare fuori” all’insulso “Carosello” al prossimo “Morbo K”, diligente soldatino preoccupato nelle facce e nella rabbia e nei movimenti di far bene il suo lavoro, con gli altri cinque colleghi rimasti della più folta distribuzione. Per lo meno ci siamo divertiti con il doge di Salvatore Rancatore, per lo meno ci hanno visivamente colpito le scene di Giovanni Cunsolo, un susseguirsi di fondali questa volta a pavimento, arrotolati da fantasmi neri a ogni cambio di scena, un ponte veneziano, un borgo e un giardino coloratissimi, una casa rossa di quelle che potresti trovare in terra di Spagna, quel giardino di margherite, il tutto riflesso in un grande specchio che sta alle spalle degli attori: inclinato, di modo che anche noi pubblico possiamo fisicamente far parte della storia, (increduli) spettatori, ma anche complici, ma anche colpevoli. Addirittura? Ebbè, sì. Usando ancora con rispetto la lingua del Nostro, il resto è silenzio.

Ah, dimenticavo: nella intervista di cui all’inizio, Giorgio Pasotti confessava ancora: “Amo profondamente Shakespeare e continuo a studiarlo ogni giorno. Non passano settimane senza che io rilegga i grandi classici, in particolare Shakespeare e Kafka.”

Elio Rabbione

Nelle immagini di Chiara Calabrò, alcuni momenti dello spettacolo.

Auditorium Rai, Patrussi solista del concerto per oboe dedicato a Strauss

Giovedì 15 e venerdì 16 gennaio, all’Auditorium Rai di Torino, debutterà sul podio dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai il direttore d’orchestra iraniano Hossein Pishkar nel concerto che verrà trasmesso in diretta su Radio 3 e in live streaming sul portale di Rai Cultura. La replica, a Torino, sarà venerdì 16 gennaio alle ore 20. Pishkar, che sostituisce Ottavio Dantone, indisposto, ha collaborato con prestigiose compagini internazionali, tra le quali la Beethoven Orchester di Bonn, la NVR Radio Philarmonie di Hannover, l’Orchestre Philarmonique de Strasbourg e la Royal Danish Opera, fermandosi inizialmente in pianoforte e composizione da Teheran e approfondendo gli studi a Düsseldorf.
La serata è interamente dedicata a Richard Strauss, con la scelta di opere appartenenti a diverse fasi della sua carriera, ma che sembrano tutte rivolgersi indietro, verso un mondo ormai perduto, fatto rivivere con infinita nostalgia. Si inizia con tre brani dalla Tanzsuite aus Klavierstücken von François Couperin TrV 245, una raffinata suite orchestrale composta nel 1923, nella quale Strauss rielabora, rendendo omaggio alla sua arte, alcuni brani per clavicembalo di Couperin. Articolate in otto movimenti, dei quali ne vengono eseguiti tre, l’opera alterna danze nobili a momenti più vivaci, e rappresenta un sofisticato omaggio al barocco, realizzato con la straordinaria padronanza tecnica di Strauss. A seguire, Concerto in re maggiore per oboe e piccola orchestra, eseguito dalla prima oboe dell’Orchestra Rai Nicola Patrioti, qui in veste di solista. Fu l’incontro con John De Lancie, giovane soldato americano e oboista  dell’Orchestra di Philadephia, a spingere Richard Strauss, ormai nella fase tarda della sua vita, a comporre nel 1945 il Concerto per oboe in re maggiore. L’opera fu scritta tra le mura di Garmisch, e rappresenta un pagina luminosa che comunica tranquillità e un ritorno al passato, in piena contrapposizione agli sconvolgenti eventi storici che si verificavano in quel periodo. Il brano, eseguito per la prima volta a Zurigo nel 1947, si è imposto rapidamente come uno dei capisaldi del repertorio oboistico. A chiudere il concerto, la suite da Der Bürger als Edelmann (il borghese gentiluomo) op.60, che contiene i momenti più significativi delle musiche di scena composte nel 1912 per un allestimento del Borghese gentiluomo di Moliére, curato dal grande scrittore Hugo von Hoffmannsthall, che aveva realizzato per lo stesso Strauss il libretto de “Il Cavaliere della rosa”, andato in scena un anno prima con straordinario successo. Il riferimento è a Jean-Baptiste Lully, che aveva corredato con le sue musiche le prime rappresentazioni della commedia nel 1670, a Castello di Chambord, sotto l’egida di Luigi XIV. Alcuni pezzi di Strauss rielaborano alcune parti di Lully, armonizzazione con una composizione genialmente in bilico tra antico e moderno. La rivisitazione di Strauss impegna spesso individualmente i musicisti dell’orchestra, e in particolare il primo violino, dipingendo l’epoca del Re Sole come una sorta di Paradiso Perduto, forse più evocato oniricamente che non storicamente, sempre mantenendo una vivacità teatrale incontenibile, che illumina ciascuno dei 9 pezzi della Suite, anche in una esecuzione strumentale privata dell’azione scenica.
Biglietti: da 9ma 30 euro – in vendita sul sito OSN Rai e presso la biglietteria fisica dell’Auditorium Rai di Torino
Info: 011 8104653 – biglietteria.osn@rai.it
Mara Martellotta

“Agatina & Petronilla”. Allo Spazio Kairos l’economia circolare per i bimbi

Allo “Spazio Kairos” di via Mottalciata a Torino, “Santibriganti Teatro” spiega dal palco l’“economia circolare” ai bambini

Domenica 18 gennaio, ore 16,30

Un “viaggio di formazione”. Sul palco una bimba e una formica. La prima si chiama Agatina, ha le lentiggini e profuma di fragola. Ecco il perché del nomignolo di “Fragolina”, regalatole con tanto affetto dalla nonna. La seconda è Petronilla, una formica “agente-speciale” al suo primo incarico.

Questi gli elementi base di “Agatina & Petronilla”, la rappresentazione teatrale, firmato dalla Compagnia moncalierese “Santibriganti Teatro”, in programma domenica prossima 18 gennaioalle 16,30, presso lo “Spazio Kairos” di via Mottalciata 7, a Torino. Scritto da Mariagrazia Cerra, per la regia di Claudio Sportelli, sul palco Arianna Abbruzzese e la stessa Cerra, si tratta di uno spettacolo per famiglie, adatto a bambini dai cinque anni in avanti. Organizza “Onda Larsen” che, alle 16, offre la merenda ai bimbi in sala.

Dunque. E che ci faranno mai insieme, dopo il loro incontro (non casuale) in un prato alle porte di una non precisata città, una bimba simpatica e birichina, come Agatina – Fragolina e una formica con l’incarico niente meno che di “agente-speciale”, matricola 346446? Si presenteranno, cammineranno fianco a fianco e … parleranno. Non a caso. Perché nell’intento dell’agente-speciale Petronilla, quel loro camminare insieme vuole essere, come dicevamo prima, un “viaggio di formazione”. Un viaggio alla scoperta (tema di grandissima attualità) dell’“economia circolare”. E qui le cose si fanno serie. E sì, perché allora vien da chiederci: Come vedono i bimbi la Terra sempre più arsa e piena di cemento? Quanta consapevolezza hanno sul rischio che stiamo correndo, continuando ad abusare delle risorse che abbiamo a disposizione?

Constatazione: Molti di loro sono abituati alle realtà virtuali di uno schermo e si stupiscono quando scoprono che sono le mucche a produrre il latte, le galline a fare le uova e che l’insalata non cresce direttamente sugli  scaffali del supermercato.

Accorrono in nostro aiuto gli organizzatori dello spettacolo: Attenzione! Lo stupore dei bimbi però,  al contrario di quello degli adulti, è privo di giudizio, è curioso e aperto al nuovo e il teatro li aiuta a nutrire questa curiosità. Grazie allo strumento dell’immedesimazione, si ritrovano nei panni delle due protagoniste e con loro guardano il mondo che le circonda.

Procediamo quindi con la trama. Si era rimasti all’incontro di Agatina e Petronilla. Incontro (già detto) non casuale, bensì voluto dalla “grande capa formica” del “Gran Casato” delle “Montagne Ghiacciate d’Oriente”.

Perché? Perché la bimba  ha il viziaccio di sprecare il cibo e di lasciare troppi rifiuti in giro, incurante  a ciò che la circonda ed ecco perché serve un “agente speciale”, o “specializzato” come dice lei, per farle capire che la Terra ci ospita e perciò  dobbiamo rispettarla e non sporcarla, proprio come si fa quando si è in casa d’altri.

E così,  dopo essere ricorsa al “formulario magico”, la formica Petronilla diventa grande come un “umano” e si scontra con la bimba, che dopo l’iniziale diffidenza (Agatina non è una bimba cui la si fa facilmente)  si fa attrarre dalla simpatia di Petronilla e delle sue “compagne operaie”.

Il loro muoversi assomiglia a una danza e per Agata, che sogna di diventare una ballerina, la musica è la cosa più bella che c’è.

Così Petronilla accompagna la bimba in un giro di perlustrazione della natura circostante, dove incontrano Scorri: la mucca che fa le “puzzette” riconvertibili in bollicine per l’aranciata e che s’intende di  “economia circolare”,  le api che pungono per difendere la loro famiglia e   un pesciolino che rischia di rimanere soffocato da un sacchetto di plastica.

Meraviglia e discariche a cielo aperto si mescolano e portano Agatina a vedere per la prima volta ciò che le sta intorno. Chissà se la sua amica (amica, ora sì) formica sarà riuscita a portare a termine la sua prima missione?

Io penso proprio di sì. E voi? La storia di “Agatina & Petronilla” vi aspetta!

Per info: “Spazio Kairos”, via Mottalciata 7, Torino; tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org

Gianni Milani

Nelle foto: immagini dallo spettacolo

Al teatro Gioiello “Ti amo o qualcosa del genere”

Mercoledì 14 gennaio andrà in scena alle ore 21, al teatro Gioiello, “Ti amo o qualcosa del genere”, una pièce teatrale divertentissima e sorprendente che ha debuttato per la prima volta nel 2017, conquistando migliaia di spettatori. Si tratta della classica commedia degli equivoci scritta, interpretata e diretta da Diego Ruiz, affiancato sul palco di via Cristoforo Colombo 31 da Tiziana Foschi, Milena Micon e Samuel Peron. Si tratta di un’altra divertente commedia di Ruiz che propone le sue ironiche ricerche sui rapporti di coppia, visti questa volta dalla lente spietata dell’amicizia. Può succedere che un amico, alcune volte e involontariamente, possa ostacolare la storia d’amore dell’altro. In più, se il migliore amico è in realtà un’amica gelosa, il pericolo è dietro l’angolo. La commedia si interroga sulla realtà dell’amicizia tra uomo e donna, oppure se ci sia un’attrazione latente. I quattro protagonisti daranno vita a una girandola di equivoci e fraintendimenti, creando un groviglio di bugie e mezze verità. Tra risate, imbarazzi e gag esilaranti, sarà l’amore a trionfare su tutto.

Teatro Gioiello – via Cristoforo Colombo 31, Torino – ore 21

Mara Martellotta

I dubbi di un Presidente, un magnifico Toni Servillo

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Da domani sugli schermi il nuovo film di Sorrentino

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Film d’intimità narrativa e di un amore conservato nel cuore che si rivelerà traditore, film alla costante ricerca della verità, film che si rincorre nella domanda “a chi appartengono i nostri giorni?”, film di riti e di trionfalismi nazionali e di piccoli sotterfugi – la vita preordinatamente quotidiana tra le stanze del Quirinale (torinesi le location, da palazzo Chiablese al Castello di Moncalieri al Lorusso e Cotugno, con grande spolvero della nostra Film Commission) e le Frecce Tricolori che attraversano lo schermo nei primi minuti, mentre alle immagini s’alternano i passaggi dell’articolo 87 della nostra Costituzione, “il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”, e la sigaretta fumata di nascosto, dal momento che anche un presidente della Repubblica deve sottostare alle premure e agli “ordini” di una figlia -, film che guarda ad un certo “hic manebimus optime” di radice democristiana e nello stesso tempo è spinto a tessere l’elogio del dubbio, ad allungare i tempi, a portare avanti le questioni, a eliminare e a segnalare per una modifica con un pennarello giallo quel che ancora non è chiaro, quel che ancora non è netto e definitivo. Film intimo, forse persino claustrofobico, ovattato e duro allo stesso tempo, “La grazia” di Paolo Sorrentino, film “diverso” del regista napoletano, che ha inaugurato l’ultima Mostra di Venezia e che ha giustamente riconosciuto a Toni Servillo, giunto alla sua settima collaborazione con il regista, con la vittoria della Coppa Volpi quale migliore interprete, il pieno riconoscimento di un’arte grandiosa, di un’interpretazione che procede nei suoi tanti momenti di sospensione e pacatamente s’infiamma, che vive di sottrazione, che racconta e soffre e si placa nella intervista improvvisata alla direttrice di un mensile di moda, di un uomo che ha abbandonato – se mai li ha indossati, sempre chiuso nei suoi completi blu, un po’ retro, un po’ annoianti – il pantalone bianco e la giacca rossa di Jep Gambardella e per anni ha coltivato la sua personale “grande bellezza” proprio in quei riti, nella stesura di un manuale di studi giuridici che qualcuno ha definito “Himalaya K3” per la sua assurda irraggiungibilità.

Il suo nome è Mariano De Santis, una probabile summa – tra vedovanza e figlia a latere e inflessioni napoletane e quant’altro – dei tanti presidenti più o meno recenti di questa nostra repubblica, da Scalfaro a Napolitano, da Ciampi a Leone allo stesso Mattarella, ancora diccì in quel nome e un monumento della scrittura e della letteratura italiana in quel cognome, seppur aggiustato, il suo distintivo, per tutti, durante l’intero settennato, è stato “cemento armato” (e in questa carambola di nomi, non va dimenticato che il nome della figlia (Anna Ferzetti, quanto mai calibrata nel costruire il proprio personaggio, deuteragonista essenziale), giurista pure lei, al suo più completo servizio, altro non è che Dorotea, che più diccì non potrebbe essere. De Santis è giunto al “semestre bianco”, sa che dovrà abbandonare a poco a poco l’ufficialità, con le guardie del corpo, le visite dei capi di stato, i tanti appuntamenti della giornata, per richiudersi nell’appartamento vicino a piazza di Spagna, magari prima assaporare quella passeggiata in piena libertà, non più con la protezione dell’automobile ma finalmente a piedi, che da sempre pregusta (perché non ripensare, dopo diciassette anni, a quella verso le prime luci dell’alba nella limpida e solitaria via del Corso dell’Andreotti del “Divo”, seppur non ancora fatta di libertà?), dovrà continuare a ospitare per la cena – “ma questa non è che un’ipotesi di cena”, avrà già esclamato l’affettuosa quanto cinica Coco Valori, critica d’arte e artefice di battute al vetriolo, del tipo Camilla Cederna o Natalia Aspesi, al tavolo del Quirinale, alla vista di quanto poco ci sia nel piatto, ma la dieta imposta da Dorotea è ferrea, uno dei tanti effervescenti e divertenti momenti e da grande attrice che Milvia Marigliano offre nel film – la vecchia amica dei banchi del liceo: tuttavia sul tavolo sono ferme alcune questioni che hanno bisogno di certezze, bisognerà decidere, prima del gong finale, se dare o no la grazia a due persone – “se non firmo sono un torturatore, se firmo sono un assassino” -, da un lato un uomo, un insegnante per tanti anni, che ha ucciso la moglie affetta da Alzheimer (lo spunto è nella cronaca ed è quello che ha dato a Sorrentino l’incipit per il film, nel 2016, la vicenda di Giancarlo Vergelli che strangolò nel sonno la moglie Nella) e dall’altro la storia di una donna, per anni maltrattata e segregata da un marito violento che avrebbe ucciso a coltellate. In un altro dossier, un’ipotesi di legge sull’eutanasia, che il parlamento sonnolento e distratto, pur avvertendosene da alcune parti la necessità, non ha ancora votato e che Mariano De Santis, appunto, vorrebbe firmare.

Ancora l’elogio del dubbio e delle incertezze, delle domande e del rigore messo al primo posto in una scala di valori, della pacatezza e della moralità più alta e cristallina, del mistero che incancrenisce una intera esistenza e dei confronti – non ultimo quello con il pontefice, di colore, che porta tranquillamente un codino rasta e che se ne parte via a bordo di uno scooter, che certo misura e lascia misurare le parole, non ultimi quelli costanti e a tratti contrastanti con Dorotea. È il mondo assai più vasto e filosoficamente inteso che guarda al pubblico, come “Il divo”, come “Loro”, il versante lontano di quella autobiografia che abbracciava “È stata la mano di Dio” scendendo nel privato degli affetti interrotti, è il mondo della simbologia – l’agonia del cavallo negli ampi spazi della scuderia -, è il film dove doverosamente confrontarsi con i vari significati e con il peso della parola “grazia”, è il film che forse, abbandonando il personaggio della figlia ma volendo ancora esprimere idee su idee, impressioni su impressioni, lascia la palma alla prima serrata parte e si prolunga nel finale, allargando le maglie della misura, sino alla battuta di chiusura a lanciare dallo schermo l’ultimo fuoco d’artificio. E Sorrentino abbandona quel dubbio in cui ci ha cresciuti e in cui ogni spettatore si è abbandonato.

Gypsy Musical Academy  riconosciuta da Londra Centro Universitario Internazionale

 

L’open day il 16 gennaio

La Gypsy Musical Academy è stata riconosciuta da Londra come un centro universitario internazionale,  un prestigioso riconoscimento che giunge dopo oltre vent’anni di esperienza come Accademia di spettacolo in Italia. Questa realtà è nata come proseguimento dell storica Accademia torinese Laboratorio Teatrale di Arte Drammatica di Carla Pescamona del 1962 con formazione Actor Studio di New York.
Si tratta di un traguardo che fa dell’Accademia piemontese  un punto di riferimento essenziale per la formazione professionale nel settore delle performing arts, raggiungendo una rilevanza globale. I titoli ottenuti dagli studenti, diploma o laurea, a fine percorso spalancheranno loro le porte del mondo dello spettacolo oltreoceano.
La notizia giunge proprio alla vigilia dell’apertura ufficiale delle audizioni per l’anno accademico 2026-2027.
L’open day è in programma il 16 gennaio prossimo e sarà seguito in prima persona da un’ ospite speciale,  Aisha Jawando, presenza rilevante nei noti musical londinesi “Hamilton” e “Tina”. Gli aspiranti che parteciperanno all’open day avranno la possibilità di lavorare direttamente con la Jawando (gypsymusical.com)
“ Siamo molto entusiasti di questo riconoscimento – commenta Neva Belli, fondatrice e direttrice della Gypsy – che conferisce alla nostra Accademia un ruolo internazionale e che soprattutto rappresenta peri nostri allievi già iscritti e per quelli che verranno, l’occasione giusta per fare dello spettacolo una vera professione in grado di essere esportata anche fuori dai confini nazionali.  Si parte da Torino, ma il successo potrà arrivare anche da palchi quali Broadway e West End”.
Il percorso di studi è specificatamente rivolto ai giovani talenti di età compresa tra i 18 e i 26 anni che aspirano a intraprendere una carriera professionale internazionale nel musicale e nelle arti performative.
La qualità dell’insegnamento è garantita da un corpo docenti di prestigio composto da figure di spicco non solo del panorama Italiano, ma anche da eminenti professionisti di Broadway e del West End di Londra.
La proposta formativa a 360 gradi è strutturata in un programma intensivo di eccellenza che abbraccia più di 38 discipline nel Musical Theatre e, per chi lo desidera, specializzazioni nelle performing arts, nel campo del cinema, nel canto pop rock e nelle street dance.
Tra le materie istituzionali il percorso propone moduli fondamentali quali l’English Acting , tenuto da docenti madrelingua, pianificazione della propria carriera nel musical e nelle arti performative e di Musical Theater con protagonisti dei più grandi musical internazionali.
L’Accademia ha inoltre istituito un programma di interscambio diretto tra Torino e Londra, tramite una Accademia partner , consolidando l’orientamento globale della preparazione.

La preparazione Intensiva e l’approccio internazionale sono la chiave del successo di molti ex allievi Gypsy che oggi operano stabilmente  sui palcoscenici e nelle produzioni di tutto il mondo. Obiettivo primario della formazione triennale è quello di fornire ai giovani artisti una preparazione completa  e competitiva in grado di renderli idonei a inserirsi con successo nel mercato del lavoro artistico, sia in Italia, sia all’estero.

Gypsy Musical Academy

Via Pagliani 25

Torino

Info 0110968343

Mara Martellotta

Al teatro Baretti la pièce teatrale “Il corpo consapevole” di Annie Baker

La commedia “Il corpo consapevole” di Annie Baker, per la traduzione di Monica Capuani, torna per la seconda stagione al teatro Baretti, prodotta dal Teatro Nazionale di Genova per la traduzione di Silvio Peroni. Il testo è stato scritto dall’autrice americana, Premio Pulitzer 2014 per “The Flick”, andrà in scena da mercoledì 14 gennaio a venerdì 16 gennaio (sold out), e da mercoledì 21 gennaio a venerdì 23 gennaio prossimi (sold out).

Dopo il grande successo di pubblico e critica della scorsa stagione, il Baretti riprogramma lo spettacolo di Annie Baker, una delle voci più interessanti della drammaturgia contemporanea. Nella civiltà odierna il linguaggio si è complicato a tal punto da diventare un rebus, con il politically correct come ennesimo intralcio. Come farsi capire, allora? Come far ascoltare la propria voce? Questo è il dilemma dei personaggi creati da Baker. I temi che vengono proposti ne “Il corpo consapevole” sono il patriarcato, il gender gap, l’identità, la salute mentale e la ridefinizione della famiglia. Protagonista della pièce è Phyllis, docente di Psicologia in un college di Shirley, cittadina immaginaria del Vermont, che organizza una settimana accademia intitolata “Il corpo consapevole”, che vede partecipare artisti provenienti da tutto il mondo. La compagna di vita è Joyce, che insegna al liceo locale e ha un figlio che presenta sintomi riconducibili all’Asperger. Arriva ospite per la settimana de “Il corpo consapevole” il fotografo Franck Bonitatibus, che crea scompiglio nel precario equilibrio domestico, chiedendo alle donne che ritrae di spogliarsi. Protagonisti in scena gli attori Olivia Manescalchi, Samuele Migone, Valentina Virando e Sax Nicosia, da due anni anche direttore artistico del Baretti.

Spettacoli alle ore 21 tranne il venerdì, alle ore 20

Biglietteria online: eniticket.it – prevendita in cassa nei giorni di apertura della sala o prima dell’inizio dello spettacolo

Mara Martellotta

Zvanì (Pascoli), un bel film: così la RAI fa servizio pubblico

Studiare, studiare, empirmi l’anima di poesia diceva Pavese.
Ieri sera chi ha visto ZVANI’ ,come si dice Giovanni in romagnolo, il film dedicato a un grande poeta maltrattato a volte a Scuola. Mi auguro che lo abbiano visto gli insegnanti di lettere delle Medie e Medie superiori e abbiano capito meglio la grande sensibilità del ragazzo, cui uccidono il padre mentre ritornava a casa sul calesse portando la bambola in dono alle figlie. Il film ci ha riempito di poesia e ci ha dato delle pennellate di storia della Letteratura, dal giudizio fortissimo di Pascoli su Virgilio al rapporto tra Carducci e il divin romagnolo l’incontro con D’Annunzio , che ritiene Pascoli secondo solo a Petrarca. L’immagine dei bambini che leggono San Lorenzo sulla bara del poeta,  una vetta della delicatezza e del sentimento. A chi non si è fatto corrompere dal cinismo dell’epoca moderna suggerisco un tour nei luoghi del Pascoli e in particolare la visita a Villa Torlonia a S. Mauro Pascoli e il museo. Chiusi in macchina ,con chi volete Voi , guardate il viale della Cavallina storna e leggete ad alta voce la piu bella poesia dedicata da un figlio al proprio papà , fatto uccidere da un affarista senza scrupoli e anima. Cara RAI una grande serata di servizio pubblico. Chi lo ha perso lo può rivedere  su Rai play
Mino Giachino

“Gli Angeli” di Testori hanno lo sconvolgimento della “grande poesia”

Sul palcoscenico dell’Astra, sino a domenica 18 gennaio

Nella copertina dell’edizione Feltrinelli, al centro di un fondo grigio, c’è l’immagine di una moto rossa e nera, a terra, distrutta. “Gli Angeli dello sterminio” Giovanni Testori lo terminò a pochi giorni da quel 16 marzo 1993 che se lo portò via, dopo mesi e mesi di degenza in una stanza del San Raffaele, in quella che era stata la sua Milano ma che ora ricacciava, guardandone soltanto l’Apocalisse, la distruzione, le macerie e l’annientamento, il totale sconvolgimento. Una Milano che è pure il mondo, città-latrina e maledetta, dove del Duomo altro non restano che le pareti laterali e dove la Madonina, quella “tuta d’ora e piscinina”, continua a dominare la città; la città che accumula corpi di morti e dove, in una cella di San Vittore, un ragazzo sta morendo di droga, dove San Carlo, dentro una nuova peste che consuma in maniera definitiva, si sta mescolando con la folla dei carcerati, dove un uomo mostra i brandelli del proprio cervello dopo essere caduto dalle scale, dove un feto muore all’ultimo piano di un palazzo, dove un’orda di motociclisti, vestiti di pelle e con i loro caschi bianchi, scorrazzano per le vie del centro. Dove forse t’immagini ancora a brancolare, tra i fumi e il buio, i fantasmi della Maria Brasca o dell’Arialda, della Monaca tra le ruspe gialle di Visconti o della Girardot accoltellata, in un abbraccio in croce, vicino al ponte della Ghisolfa.

Oggi, in questa stagione teatrale – costruita per pensare in lungo – di sconvolgimenti che generano mostri (“forse il mostro è Testori, la cui parola diviene mostruosa perché non teme lo scandalo, anzi, lo cerca e lo provoca. Ma il mostro è anche la vita stessa, in un mondo in cui anche gli angeli possono sterminare”), TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con stabilemobile “pone” sul palcoscenico dell’Astra angeli e moto – nella spazio scenico spoglio di Giuseppe Stellato il fulcro è la marmitta di una moto che fuma – in un adattamento di Federico Bellini, per la sulfurea, fortemente immaginifica regia di Antonio Latella. Uno degli attori, mescolandosi tra noi spettatori, d’improvviso reclama la sua e la loro intenzione di non lasciarci abbandonare al divertimento, perché non ci sarà gioia ma lacrime e sangue. Tre attori quindi, un giovane motociclista che sbraita e vomita un rosario di scurrilità (Alfonso Genova), una cartomante (l’eccellente Matilde Vigna: ha davvero i tratti di Camilla Cederna, grande firma dell’”Espresso”, la sua cartomante?) che evoca defunti ed è tramite con il mondo dei vivi aggirandosi avvolta nel suo elegante abito rosso, un uomo che è un cronista (Francesco Manetti) e forse l’alter ego dell’autore incaricato – volteggia la sua penna immaginaria nel vuoto, più e più volte, con accanimento – di mettere ordine nei fatti e nelle morti che continuano a succedersi, magari per un libro che chissà se pubblicato, nell’ascolto della voce e dei deliri dolorosi della donna, dei suoi racconti e delle intuizioni a cui il suo gioco/professione dà origine: ma tutto accade velocemente, troppo velocemente, a tratti se ne perde – e ne perdiamo – il senso, la probabile ricostruzione, lo svolgimento ordinato che ognuno s’augurerebbe. Non è nelle intenzioni di Testori, è bandita ogni logica narrativa, Testori affastella brandelli d’azioni, frammenti di resoconti, parole rotte che si alternano a metallici suoni di campanelle, lampi di una memoria che non riesce – o forse assolutamente non vuole – a ricomporsi. Tutto nasce libero, tutto si sovrappone, i colori si mescolano. Si costruisce poco a poco una sorte di armageddon meneghino, di girone dantesco, ognuno a narrare la (propria) storia per bocca della donna, un assurdo e vorticoso giudizio universale che non ha eletti né condannati, una di quelle storie medievali di Morte viste in qualche affresco, dentro qualche chiesa o camposanto toscano.

Tra i fumi che invadono la sala, tra le luci (si devono a Simone De Angelis) che si smorzano e virano nell’arancio, allora, siamo in obbligo d’affidarci alle intuizioni: e lo spettacolo si fa affascinante e difficile, lo si decifra, lo si cerca, lo si insegue con amorevole passione attraverso le parole e le tante piccole strade, a volte persino impercettibili, che l’autore ci ha aperto davanti. E allora comprendi, questa volta appieno, che il lavoro di Latella è molto, il proprio sforzo teso a catturare, a sviscerare, a rendere “visibile” nei suoni (con le musiche si devono a Franco Visioli) e nelle voci, nelle immagini che si susseguono, la visione inventata dall’autore. E andato teatralmente a segno.

Come ci viene suggerito, lo spettatore si lascia fascinosamente avvolgere dentro quell’aura infernale – e quell’ultimo attimo, “e caddi/ come corpo morto cade”, potrebbe appartenere non soltanto al cronista ma anche a noi – che trascina. Ma anche da un’area di bellezza – lo sguardo che la cartomante rivolge alle rose che sbocciano -, anche a quella assai più importante di una eventuale resurrezione che necessitava in assoluto di quel totale annientamento – “il funebre silenzio che regnava sulla città non era l’avviso di una fine, ma la forza di una sconosciuta apertura”, sottolineava Testori in una letteratura che si era fatta poesia.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Andrea Macchia, alcuni momenti dello spettacolo firmato da Antonio Latella.