SPETTACOLI- Pagina 2

Dalla pancia dell’urban al virtuosismo: l’Hiroshima alza il volume

A Torino c’è un luogo dove la musica non si limita a suonare: prende corpo, suda, vibra. È Hiroshima Mon Amour, tempio laico delle notti elettriche, crocevia di generazioni e suoni che non chiedono permesso. Questa settimana, il palco di via Bossoli si trasforma in una mappa sonora che attraversa urban, virtuosismo e rap underground, con tre serate che promettono di lasciare il segno.

Mercoledì 15 aprile – Ketama126: il battito viscerale della città

Ketama126 arriva all’Hiroshima con il suo “33 Tour Club 2026” in versione full band, e già questo basta a cambiare la temperatura della stanza. Non è solo un concerto, ma un’immersione in un universo sonoro fatto di bassi profondi e parole che sembrano scritte con il nervo scoperto. “33”, l’ultimo album, è un omaggio alla sua Roma, ma sul palco torinese diventa qualcosa di più: una dichiarazione d’identità, tra trap e grunge, tra malinconia e rabbia urbana. Ketama non interpreta, espone.

Giovedì 16 aprile – Matteo Mancuso: la chitarra che sfida la gravità

C’è chi suona la chitarra e chi la reinventa. Matteo Mancuso appartiene decisamente alla seconda specie. Con il tour “Route 96”, porta a Torino un live che è insieme tecnica purissima e visione. Reduce da un viaggio internazionale che lo ha consacrato tra i grandi della scena contemporanea, Mancuso trasforma ogni esecuzione in un racconto, dove la chitarra diventa lingua madre e laboratorio futuristico. Il nuovo album, pubblicato anche in formato fisico, è un gesto controcorrente: un invito a toccare la musica, non solo ad ascoltarla. All’Hiroshima, il suo habitat naturale, questa esperienza diventa totale: dita che corrono, silenzi che pesano, applausi che esplodono.



Venerdì 17 aprile – Kaos & DJ Craim + Egreen: l’underground che respira

Quando il rap torna alle origini, succedono cose interessanti. Kaos, affiancato da DJ Craim e con la presenza di Egreen, riporta sul palco quell’energia ruvida che non teme il tempo. “Scheletri”, nato dal ritrovamento di vecchie tracce su un hard disk dimenticato, è più di un album: è un’operazione archeologica dell’anima hip hop. Suoni grezzi, barre affilate, autenticità senza filtri. All’Hiroshima, questo non è revival. È presente puro, che pulsa e resiste.

 L’Hiroshima Mon Amour si conferma ancora una volta molto più di un club: è un organismo vivo che cambia pelle ogni sera, restando fedele alla sua natura più profonda: la musica non fa da sottofondo, qui la musica accade.

“Circle Mirror Transformation”, quando la “caritas” circola tra testo e personaggi

Per la stagione dello Stabile, sino al 19 aprile, il testo di Annie Baker

Vi prego di rispettare le pause e i silenzi di questa pièce. Sono di estrema importanza – hanno lo stesso valore del dialogo… Senza i suoi silenzi, questa pièce è una satira, mentre con i suoi silenzi si spera che diventi una piccola meditazione naturalistica sul teatro, la vita, la morte e il passaggio del tempo.” Così spinge a fare Annie Baker – drammaturga statunitense, bostoniana, sui quarantacinque, premio Pulitzer nel ’14 per la drammaturgia, deve circolare in casa sua una bell’aria frizzante che cavalca teatro e cinema se, avendo sposato Nico Baumbach, ha per cognati Noah Baumbach e Greta Gerwig – gli attori e il metteur en scène che vorranno proporre il suo testo (è datato 2009, debuttò a New York, s’aggiudicò l’Obie Award, il premio consegnato dal “The Village Voice” a premiare le più apprezzate produzioni Off-Broadway; ripresa nel West End, tra gli interpreti Imelda Staunton e Toby Jones). Sappiamo da qualche sera quanto Valerio Binasco (anche in veste di regista) e gli altri quattro magnifici attori, proponendo sul palcoscenico del Carignano “Circle Mirror Transformation”, nella traduzione di Monica Capuani e Cristina Spina, coproduzione Teatro Stabile di Torino e Teatro di Roma in prima europea (repliche sino al 19 aprile), abbiano seguito quel consiglio caldo e indicatore, fascinosamente e con entusiasmante intelligenza. Da qualche sera abbiamo appreso quanto della nostra vita, della vita di chiunque, facciano parte intima i silenzi, gli sguardi accennati, le leggerezze e le immediate precipitazioni, il vedere la propria anima “scoperchiata”, i gesti trattenuti, le rivelazioni che ci aspetteremmo, l’importanza del non detto che la vince sicuramente su di una frase lunghissima: come la costruzione di un testo teatrale sulla scena, che riverbera quella della vita stessa, immessa tra le mura anonime di una anonima cittadina del Vermont – Shirley, immaginaria, il panorama abituale delle commedie (o delle tragedie, superate con i mezzi del teatro, di un corso di recitazione) della Baker, “del tutto insignificante” -, l’unione provvisoria di cinque persone per sei settimane, a intrecciare relazioni e a dividersi, a recitare numeri – ricordate Valentina Cortese nella “Nuit Americaine” di Truffaut? – e a dondolarsi nell’hula hoop, a subire i propri scatti d’ira, i loro diversi passati, il desiderio di “recitare”, ovvero il punto d’arrivo per ogni attrice o attore, ben oltre quegli esercizi (stupidi e indifferenti?) che impone sin dal primo giorno Marty, è sui sessantacinque, un po’ hippy, magari ormai vecchio stile, origini chiaramente teutoniche, ama il mare, il sud del paese, e spera di potercisi trasferire un giorno.

In quella sala (le scene sono di Guido Fiorato, i costumi di Alessio Rosati), un’entrata sul fondo con una saracinesca azionata all’occorrenza, s’accomodano l’uno dopo l’altro, Schultz, un quasi cinquantenne falegname da poco separato dalla moglie, Theresa, ex attrice estremamente esuberante che ha lasciato la Grande Mela quando s’è frantumata la relazione con il suo lui, Lauren, non ancora ventenne ma oltremodo fredda e scontrosa, in attesa della sua grande prova d’interprete e alla ricerca dell’amore di un padre, e James, il marito di Marty, che siede più lontano dagli altri, che raramente esce allo scoperto, che insegue il legame chissà quanto interrotto con la moglie. Li tiene insieme “l’imperfezione di una lingua”, dice Capuani a proposito del suo lavoro di traduttrice, rendendoci la vitalità del linguaggio della Baker, fatto “di esitazioni, pensieri interrotti, lapsus verbali, divagazioni lunari”: e, uno per tutti, è un piacere annotare come quei lapsus, di Marty in primo luogo, si mettano in agguato all’interno dei dialoghi. Li tengono insieme “gli esercizi” che Marty impone, una sequenza di numeri che nell’impreparazione portano con sé accavallamenti ed errori, uno due tre quattro quattro, riprendiamo da capo, il comando a correre nelle direzioni più diverse, su e giù destra e sinistra, scansarsi, veloci lenti, sino a rallentare per accorgersi di chi si ha vicino, a chi stringere la mano, chi imparare a conoscere.

Poi è tutto un raccontare, mentre si dà una nuova posizione agli specchi che (ti) rimandano le immagini, alle luci che illuminano e che lasciano più in ombra, a una pedana fatta a gradini che può raccogliere tutti senza distinzioni, circolare come quell’hula hoop che Theresa e James maneggiano. Nasce la storia dell’ebreo incrociato in metro, esce fuori dalle giornate di Theresa come può uscir fuori, con impercettibili cambiamenti, da quelle di Lauren. Riprende forma la camera di Schultz ragazzo, il letto il mobile il serpente imbalsamato dono della madre prima di morire, ognuno a impersonarne un pezzo e un angolo, Marty a “interpretare” spire e lingua del rettile. Poi l’uno interpreta l’altro, la finzione certo ma poi la realtà di ognuno, uno scambio e un girotondo, oppure s’inventano giochi diversi, non è più dare la mano ma, in un percorso dove contiamo prologo e tappe che sono i giorni e le settimane e gli intervalli, vedersi psicanaliticamente trasferito nella mente dell’altro; oppure s’allargano i panorami e Lauren chiederà a due compagni “volete essere adesso i miei genitori?”. Se la ragazza si lamenta ancora con Marty, la donna le risponderà ”ma stiamo recitando”. Cambiamo d’abito, il viso e la voce, ci mettiamo una maschera e siamo pronti ad atteggiarci come gli altri vogliono. Il vecchio Pirandello dietro l’angolo.

Il teatro e il cinema ci hanno regalato esempi di persone – di personaggi – insoddisfatte della loro esistenza, stravolte in mille maniere. Non so se il teatro sia stato in passato un passaggio obbligatorio per rimettere ordine nelle proprie esistenze, “Circle Mirror Transformation” – ogni termine caricato del proprio peso, della propria importanza – lo è. “Non succede nulla”, è parso scusarsi Binasco come se il suo lavoro di regista abbia l’occasione di mettersi da parte: invece frantuma e centellina – come quel signore che è abituato ad assaggiare vini di qualità e a separarne i sapori e le doti e i profumi ogni giorno – anche gli angoli più nascosti di ognuno, i ricordi, le pieghe che vorrebbero restarsene nascoste. Guardate come lui e Pamela Villoresi sanno in ultimo far affiorare il dramma di Marty e avrete la prova dello scavo intimo fatto da entrambi. Minimalismo, certo, in punta di piedi ma con un’attenzione invidiabile e una resa che è esclusivamente sinonimo di un grande successo. Successo che non potrebbe essere tale se non ci fosse immedesimazione e una perfetta amalgama tra gli interpreti – tutti, Villoresi e Binasco, Maria Trenta, Andrea Di Casa e Alessia Giuliani – dando chi scrive queste note, secondo la vecchia legge dei giudizi numerici in pagella, a questi ultimi due attori un mezzo punto in più, naturali e dolorosi e autentici come più non potresti aspettare. Divertimento e tristezza coabitano nel testo e ognuno dà loro le giuste costruzioni, restituendone appieno “l’atmosfera dolce-amara, un tragico che si tinge continuamente di comico, o viceversa.” Ancora Capuani, che nel libretto di sala scrive un termine ormai in pieno disuso: è “caritas”, quella che “commovente” circola tra le parole, tra i personaggi e negli attori, “un amore tenerissimo” che ti fa amare un testo, le interpretazioni e la messa in scena, incondizionatamente.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Virginia Brown alcune immagini dello spettacolo.

“Venere Nemica”, Drusilla Foer al teatro Colosseo

Martedì 14 e mercoledì 15 aprile andrà in scena, al teatro Colosseo, alle ore 20.30, Drusilla Foer, icona irriverente di teatro, televisione e musica che aveva conquistato il pubblico torinese già con “Eleganzissima” nel 2017 e nel 2021. Il suo ritorno avviene con “Venere Nemica”, pièce teatrale che rilegge il mito di Amore e Psiche in chiave feroce e dolcissima. Il teatro Colosseo è pronto ad accogliere il regista, conduttore televisivo al travestì Gianluca Gori, fiorentino, classe 1967. “Venere Nemica” è scritta dalla stessa Foer, con Giancarlo Marinelli, e diretta da Dimitri Milopulos. La produzione artistica è di Franco Godi, per Best Sound vede in scena Drusilla come Venere e Elena Calenti come la misteriosa cameriera, in un duello che mescola ironia tagliente, lucida malinconia, musica crudele e, a tratti, musical.

Venere, dea della bellezza e dell’amore, è una bella donna francese comparsa fra i mortali, che vive a Parigi, lontano dall’Olimpo e dai parenti capricciosi, invidiosa della mortalità umana che impone urgenza a emozioni e imperfezioni. Grazie al rapporto con la sua insuperabile cameriera, Venere piomba nella favola di Apuleio, contro Psiche, creduta Venere in Terra, e scatena una vendetta da suocera nemica, ma scopre un amore infinito per il figlio Amore, ferito, che torna da lei. Lo spettacolo declina temi classici, come la competizione suocera-nuora, la bellezza che sfiorisce e la possessività materna nella contemporaneità, chiedendosi se un dio detesti di più non essere creduto o essere dimenticato. Foer incarna una Venere lieve, ironica e spietata che gode di una messa in piega e lusso umani. La musica supporta il tutto con un repertorio variegato e intenso, tra momenti teatrali e colpi di scena che giocano al confine tra commedia e tragedia, mito e modernità, splendore divino e fragilità umana. Dopo il nastro d’argento per “Sempre più bello”, Netflix in “Tutto chiede salvezza”( stagione 2 nastro 2025) e in “Frida Opera Musical” del 2025, Drusilla Foer conferma il suo talento ibrido che libera energie e ridefinisce confini. “Venere Nemica” è un’ opera che gioca sul confine tra commedia e tragedia, mito e modernità, tra lo splendore eterno degli dei e la struggente bellezza del vivere umano. A portare in giro questa Venere fuori dal tempo è proprio un’attrice capace di incarnare la leggerezza, l’ironia e la profondità del sentimento.

“Venere Nemica” – martedì 14 e mercoledì 15 aprile, ore 20.30, al teatro Colosseo

Mara Martellotta

“Quanta strada ha fatto Bartali!”

Verso il 25 aprile … Allo “Spazio Kairos” un profondo “monologo” teatrale in ricordo del “Ginettaccio” nazionale

Venerdì 17 aprile, ore 21

“Non si tratta solo della cronaca di un campione del ciclismo leggendario, ma di un viaggio profondo nel cuore di un uomo che seppe trasformare la propria bicicletta in uno strumento di libertà”: così i responsabili di “Spazio Kairos”, Circolo Arci “con un teatro dentro” (ex fabbrica di colla, gestito dal 2022 dalla torinese Compagnia “Onda Larsen”) sinteticamente spiegano il monologo teatrale – che intreccia sport, storia e Resistenza silenziosa – ospitato venerdì prossimo 17 aprile (ore 21), in via Mottalciata 7, fra i quartieri “Aurora” e “Barriera di Milano”, in vista delle celebrazioni dedicate alla Festa del 25 aprile e promosso dalla Compagnia “Teatri d’Imbarco” di Firenze. Scritta e diretta da Nicola Zavagli e interpretata dall’attrice fiorentina (da San Casciano in Val di Pesa), la brava Beatrice Visibelli, la pièce “ruba” chiaramente il titolo alla celebre canzone “Bartali” (1979) del “nostro” Paolo Conte, omaggio “ironico ed affettuoso” al “Ginettaccio” del grande ciclismo italiano, simbolo del dopoguerra e noto (come scrive Conte) per quel suo “naso triste come una salita”, ma anche – aggiungiamo noi – come il “Gigante delle Montagne” o “L’uomo d’acciaio” o “L’intramontabile” o soprattutto come “Gino il Pio”, per la sua profonda fede religiosa che lo portava, ad esempio, a non salire in sella di domenica se prima non fosse andato a messa. Dote quest’ultima che, di certo contribuì non poco a fare di lui un “Grande” anche della nostra Resistenza, tanto da ricevere nel 2005 la “Medaglia d’oro al Valore Civile”, prima di essere ufficialmente riconosciuto nel 2013 come “Giusto tra le Nazioni” dallo “Yad Vashem” (Ente Nazionale israeliano per la “Memoria della Shoah”), per aver salvato centinaia di ebrei durante l’occupazione nazista in Italia. E senza clamori, tali da offuscare o mettere in secondo piano le sue innumerevoli vittorie ed imprese sportive. “Il bene si fa ma non dice – le sue celebri parole – e certe medaglie si appendono all’anima non alla giacca”.

Mentre l’Italia era ferita dall’occupazione nazi-fascista, il “Ginettaccio” (Ponte a Ema, 1914 – Firenze, 2000) percorreva – come membro di una “rete clandestina” (del Rabbino Cassuto e del Cardinale Dalla Costa) le strade tra Firenze e Assisi e Genova, nascondendo nel telaio della sua bici i documenti falsi necessari a salvare centinaia di vite umane. Oltre 800, si è calcolato. “Lo spettacolo – viene sottolineato – rievoca con ironia e commozione quel ‘naso triste’ che non si voltò dall’altra parte, portando lo spettatore dentro i momenti più oscuri del conflitto”, fino alle stanze di “Villa Triste” in via Bolognese a Firenze, dove Bartali affrontò l’interrogatorio della “Banda Carità” (luglio 1944), nota e sanguinaria formazione fascista guidata da Mario Carità, con un coraggio ostinato e “un silenzio che profumava già di democrazia”.

Episodi non a tutti noti. Non certo da lui reclamizzati. Scavalcati, alla grande, dalle sue molteplici imprese agonistiche (la vittoria di tre “Giri d’Italia” e di due “Tour de France”, oltre a numerose altre gare tra gli anni Trenta e Cinquanta, tra le quali due “Giri di Svizzera”, quattro “Milano – Sanremo”, tre “Giri di Lombardia e un “Giro di Romandia”) o dalle news più o meno fakes legate alla sua eterna “rivalità – amicizia” con il grande avversario di sempre, il Faustino Coppi (da Castellania e di cinque anni più giovane), immortalata nella celebre foto (chi non la ricorda?) che li ritrae mentre si passano – chi a chi? – una borraccia d’acqua durante la salita al Col du Galibier nel “Tour de France” 1952.

“Attraverso un dialogo serrato tra parole e musica, la narrazione – spiegano i responsabili – attraversa una Toscana dolce e aspra per restituirci l’immagine di un atleta ‘intramontabile’ che, ben oltre la rivalità con Coppi o i trionfi al ‘Tour de France’, scelse la via della solidarietà clandestina”. Per cambiare un mondo sbagliato, quell’umanità negata, per la quale valeva davvero il suo accorato, mai deposto, motto “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”, e per la quale il “Ginettaccio” non esitò un solo attimo a mettere a rischio la propria vita. Solo, in sella a quella leggendaria “verde Legnano”, normalmente visibile ancora oggi al “Museo del Ciclismo Madonna del Ghisallo” sito nella comasca Magreglio (vicino al celebre Santuario), simbolo di “vittoria” e “libertà”.

“Onda Larsen”, che gestisce lo spazio teatrale e propone lo spettacolo all’interno della sua Rassegna, ha scelto di celebrare Bartali a ridosso del 25 aprile per onorare quella “corsa fuori dal comune” che contribuì a scrivere le pagine più nobili della nostra storia, “ricordandoci che la libertà si conquista anche un colpo di pedale alla volta, con la forza di un cuore generoso e la schiena dritta di chi non ha mai smesso di lottare”.

Per info: tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org

Gianni Milani

Nelle foto: Gino Bartali e Beatrice Visibelli

La Gypsy Musical Academy presenta “Sister Act”

Sister Act, il musical dedicato alle suore più divertenti d’America, tornerà in scena venerdì 17 aprile alle 21al teatro Superga di Nichelino nella splendida versione realizzata dai giovani talenti della Gypsy Musical Academy di Torino, con la collaborazione del Music Theatre International di Londra e dell’Associazione Mattia Mantovan Onlus, in uno show che farà ballare il pubblico direttamente dalle poltrone della platea.
A firmare la regia sono Renato Tognocchi, uno dei più  apprezzati professionisti nell’universo del musical italiano, toscano, classe 1982, che vanta partecipazioni con grandi ruoli e titoli quali Grease, La bella e la bestia, Dirty dancing, Fame, Footloose, Cabaret, Anastasia, e Neva Belli, direttrice e fondatrice della Gypsy. Le coreografie sono di Cristina Fraternale Garavalli, la direzione musicale di Marta Lauria, i costumi di Michela Zuncheddu, le scenografie di Daniela Stroppiana e Lucrezia Cozzi.

Come da tradizione, il cuore pulsante dello spettacolo sarà a favore  dell’Associazione Mattia Mantovan Onlus per l’acquisto di un ecografo portatile destinato alla pediatria e neonatologia dell’Ospedale Martini di Torino. Lo spettacolo si avvale del patrocinio del Comune di Nichelino e dell’ASL di Torino.

“Accendere i riflettori per fare del bene rappresenta il nostro motto quando portiamo in scena i nostri allievi durante il loro percorso di formazione-  spiega la direttrice della Gypsy Neva Belli- per quanto riguarda Sister Act , ho diretto molti spettacoli durante la mia carriera ma questo rappresenta uno dei musical più divertenti e travolgenti nella storia moderna del genere. Lavorare con Renato Tognocchi è  stato molto stimolante, tra noi si è  creata una bella sinergia che sicuramente emergerà sul palco”.

La storia si ispira al film cult del 1992 diretto da Emile Ardolino con Whoopi Goldberg. Involontaria testimone di un omicidio compiuto dal boss suo ex amante, Deloris, cantante nei night club, denuncia il crimine a un poliziotto che, per proteggerla, la nasconde in un convento travestita da suora. Sulle prime la novizia, alle prese con la tonaca, il refettorio, la cella e altri rituali del chiostro, appare un poco disorientata. Poi, poco per volta, trasforma lo scalcagnato coro di suorine del convento in uno straordinario ensemble vocale, che riempie di nuovo la chiesa di fedeli.

Info e prenotazioni 3277628172, 3356034207

Mara Martellotta

“I Porci – una gastronomia machista”, al teatro Baretti

Giovedì 16 aprile, alle ore 21, e venerdì 17 aprile alle ore 20, il teatro Baretti accoglie un progetto ideato da Manuel Di Martino, Simone Miglietta e Alessandro Persichella, con gli ultimi due in scena, e la regia di Manuel Di Martino. Si tratta della pièce teatrale, che fa parte della stagione Aurea Familia, dal titolo “I Porci – una gastronomia machista”.

Dopo il successo riscontrato in diversi contesti nazionali, come il Torino Fringe Festival 2023, Venice Open Stage 2023 e Stazione d’emergenza 2022,  “I Porci” approda a Torino aprendo una riflessione all’interno della stagione Aurea Familia: una stagione che indaga le storie familiari, sociali e identitarie del nostro presente. Lo spettacolo ci trascina in un futuro distopico, dove gli ultimi due maschi Alpha, simboli della virilità più becera, sono esposti come animali in una sorta di zoo umano. Li osserviamo nutrirsi, bestemmiare, azzuffarsi, ubriacarsi, manifestare pulsioni e fragilità in un rituale tanto violento quanto rivelatore. Attraverso il linguaggio del teatro fisico e dell’ironia, Miglietta e Persichella ci restituiscono una riflessione chirurgica sui meccanismi culturali del machismo, il rapporto del macho con il cibo, la donna, Dio, la sopraffazione e il desiderio. Cruda, comica e dolorosamente autentica, la pièce “I Porci” ci invita a ridere del mostro per riconoscerlo, a decifrarlo una volta per tutte.
Si tratta di una messa in scena che si spinge fino alla deformazione caricaturale, per mostrare da quali padri non vogliamo più discendere. Nel testo originale, a dare ritmo alla narrazione è la pagina bianca. Un segno vertiginoso e prenatale in cui abbiamo deciso di perderci, scavando nel sogno di un Dio sgraziato e innocente, colto nell’eternità della sua infanzia ribelle e sedotto dall’urgenza di creare. Se Pasolini auspicava nelle sue opere l’avverarsi della Ierofania, l’apparizione del sacro nel quotidiano, Micheal e Mirco disegnano l’epifania opposta, cioè l’apparizione del quotidiano nel sacro.
Fondamentali in questo percorso sono le collaborazioni con la scrittrice e filosofa Rubina Giorgi, studiosa delle relazioni, tra l’altro, tra mistica e poesia, con l’artista visivo Frediano Brandetti, creatore di strutture oniriche e metamorfiche, e con la musicista e compositrice Lili Refrain, artista che alterna nelle sue composizioni una vocalità lirica a sonorità distorte.

Biglietti: intero 13 euro – ridotto 11 euro – info: www.teatrobaretti.it

Mara Martellotta

In scena al teatro Astra  “Venere e Adone” e “Lo stupro di Lucrezia”  

Walter Malosti rilegge i due poemetti shakespeariani  “Venere e Adone” e “Lo stupro di Lucrezia”, composti da William Shakespeare tra il 1592 e il 1594, al teatro Astra di Torino, in scena da martedì 14 a domenica 19 aprile prossimi, sul palco del teatro di via Rosolino Pilo 6 per la stagione ‘Mostri’ del Teatro Piemonte Europa.
Malosti, a partire dai due spettacoli pluripremiati da lui diretti nel 2007 e nel 2012, e caratterizzati da un’alta densità musicale, ha ideato, in collaborazione con G.U.P. Alcaro una versione in forma di concerto, che unisce i due Poemetti, questa volta senza più scena, se non quella ricchissima e molto potente creata da voce e suono. Correva l’anno 1593, Londra era devastata dalla peste e i teatri erano chiusi. Shakespeare  componeva su commissione il poemetto erotico mitologico ‘Venere e Adone’ che gli darà  la fama come poeta. Sotto la patina arcadica, con ampie striature comiche, ‘Venere e Adone’ rappresenta una sorta di protocollo psicoanalitico ante litteram dell’eros più carnale e ossessivo. L’anno seguente l’autore  riprese un episodio dell’antica storia romana, lo stupro di Lucrezia da parte di Sesto Tarquinio, un atto di violenza raccontato in modo sconvolgente. La voce di Lucrezia diventa uno degli esempi di meditazione sulle conseguenze dello stupro visto dalla parte di una donna. Ma a impressionare ulteriormente il lettore/ ascoltatore è  lo sguardo nella psiche del carnefice e la lucida analisi dei suoi impulsi tortuosi.

I due poemetti sembrano formare una specie di dittico  simmetricamente contrappuntato, in cui la seconda tavola rovescia la prima: dallo sfondo giorgionesco e arionesco di “Venere e Adone” con conigli, cani, cavalli e cinghiali, si passa ne “Lo stupro di Lucrezia” ad un tragico notturno , immerso in una livida oscurità caravaggesca,  squarciata solo dalla luce di una torcia. Senza ombra di dubbio la figura del mostro andrebbe attribuita in questi Poemetti a Sesto Tarquinio, l’orrido violentatore di Lucrezia, ma occorre anche prestare attenzione alla figura di Venere che, per il grande poeta inglese Ted Hughes, autore di un visionario e misterico saggio poema “Shakespeare and The Goddess of Complete Being” si sdoppia nel cinghiale assassino di Adone che, con un bacio di morte, gli squarcia l’inguine, con la dea che confessa che, se anche essa avesse avuto zanne aguzze, avrebbe potuto ucciderlo per prima baciandolo. Secondo lo stesso Hughes questi poemetti rappresentano la base su cui individuare idealmente tutta la strategia poetica e i fondamenti metafisici dell’intera opera shakespeariana, figure estreme colme di metafora e di mito inserite in una sorta di equazione tragica che innerva tutte le sue opere maggiori. Lucrezia e il suo suicidio hanno provocato vibranti polemiche e giustapposizioni sul giudizio morale e politico da dare a questa figura esemplare . Anche all’interno del mondo cristiano divenne una causa celebre della casistica, tanto che Agostino disse “ammazzando se stessa ha ammazzato un innocente”.
“Venere e Adone” e “Lo stupro di Lucrezia” sono due capolavori assoluti, gli unici e certi originali di quel mostro di bravura che, per possedendo dei contorni ancora incerti, risponde al nome del poeta William Shakespeare.

Mara Martellotta

Cinque secoli di voci nella chiesa di San Dalmazzo, con Novi Cantores Torino

Nella chiesa di San Dalmazzo, a Torino, domenica 19 aprile prossimo, si terrà il concerto “Voci nel tempo”, la voce come spazio di attraversamento, spiritualità, racconto, poesia, materia sonora che cambia nei secoli, pur restando umana.

È da questa idea che prende forma “Voci nel tempo”, concerto della stagione 2026 dell’ Accademia “Stefano Tempia” affidato al giovane Ensemble vocale Novi Cantores Torino, guidato da Matteo Gentile e dalla direttrice polacca Marta Dziubińska, protagonista di un programma che attraversa cinque secoli di musica corale, da Palestrina al Novecento.

Il percorso costruisce un ampio affresco della coralità europea, mettendo in relazione stili e linguaggi lontani nel tempo, ma uniti dalla centralità della voce come strumento di espressione spirituale e poetica.

Dalla polifonia rinascimentale emergono l’equilibrio di Palestrina, l’energia descrittiva di Janequin e l’intensa spiritualità dell’Europa centro orientale con Waclaw di Szamotuly.

Il programma prosegue nella modernità, dal lirismo di Cajkovskij e Saint Saëns alla rarefazione poetica di Barber, fino alle visioni più aspre e simboliche dei compositori nordici  Raberg e Rautavaara. Uno sguardo è poi rivolto al Novecento italiano, con pagine di Giorgio Ghedini e Luciano Berio, accanto alle elaborazioni di Holst e ai brani di Stopford e Chilcott, che restituiscono alla coralità una dimensione di luce e condivisione.

Accanto al concerto, la presenza della musica di Luciano Berio si approfondisce nel seminario “Oltre il canto. Estetica e ricerca nella produzione corale di Luciano Berio” pensato come uno spazio di ascolto e riflessione aperto a musicisti, cantori, studenti, compositori e appassionati.

Il seminario attraversa il pensiero e la pratica corale del compositore mettendo al centro alcuni nuclei fondamentali della sua ricerca, il rapporto tra la voce e la parola, la dimensione teatrale del canto, l’uso del gesto vocale e dei suoni non convenzionali, il dialogo tra tradizione e sperimentazione, il coro come organismo dinamico e laboratorio di ricerca. Più che una lezione, si tratta di un’occasione di confronto su cosa significhi oggi fare musica corale e su quali possibilità espressive si aprano oltre a una concezione puramente esecutiva del canto, il seminario è gratuito ed è in programma il 19 aprile, prima del concerto, dalle ore 17.30 alle 19.30, nella chiesa di San Dalmazzo, in via Garibaldi, angolo via delle Orfane.

Fondato nel 2020, nel pieno dell’emergenza sanitaria, l’Ensemble vocale Novi Cantores Torino, riunisce giovani coristi con una solida esperienza corale, ed è diretto fin dalla Fondazione da Marta Dziubińska e Matteo Gentile. L’Ensemble ha debuttato nel 2021, esibendosi in diversi luoghi della cultura legati al territorio piemontese, tra cui Villa della Regina, Palazzo Carignano, l’Abbazia di Vezzolano, la Real Chiesa di San Lorenzo e il Tempio Valdese di Torino, partecipando inoltre a rassegne e festival come “Qui giunti d’ognidove”, a Carignano, “Adventum in cantum” a Chieri, il “Torino Chamber Music Festival” e “Alt(r)i ascolti”, a Chamois.

Domenica 19 aprile – ore 21 – chiesa di San Dalmazzo – via Garibaldi, angolo via delle Orfane, Torino.

Biglietti: intero 10 euro – ridotto 5 euro – www.stefanotempia.it

Mara Martellotta

“Certe fantasie finiscono Come stelle della radio addormentate in un jukebox”

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Music Tales, la rubrica musicale 

“Certe fantasie finiscono
Come stelle della radio addormentate in un jukebox
Dimmi: “Sei bellissima”
Io così, tristissima
Sognando Las Vegas in una sala slot””
.
C’è chi torna da Sanremo con una hit in tasca e si affretta a replicare la formula. Margherita Carducci, in arte Ditonellapiaga, fa l’opposto.
Chi l’ha ritrovata e apprezzata all’Ariston 2026 con “Che fastidio!” (oltre 16 milioni di stream su Spotify) la ascolterà oggi con un brano decisamente sorprendente, che cambia passo e tono e lascerà a bocca aperta.  Perché “Hollywood” non ha niente della ragazza frenetica e ironica di prima.
C’è qualcosa di più fermo, più maturo, a mio avviso, più coraggioso.
Il brano è una ballad dolce e amara sospesa tra introspezione e il disincanto che nasce dalla realtà che ci circonda, con un ritmo lento armonizzato da un perfetto incastro di archi e pianoforte.  In superficie racconta una storia d’amore che non funziona. Sotto, però, per chi sa ascoltare, racconta qualcosa di molto più universale: l’amarezza di chi si accorge di essersi trasformato inseguendo un ideale di successo, fino a non riconoscersi più.
Lo dice lei stessa senza giri di parole: «Ho volutamente scelto di parlare di una relazione con un uomo, ma il soggetto cui faccio riferimento è una personificazione della celebrità. L’ho scritto in modo che avesse una doppia interpretazione.»
Il titolo, allora, non è un omaggio. È una trappola consapevole. Hollywood come promessa di perfezione, di grandi finali, di identità costruite per piacere. E poi quel verso che smonta tutto: “Ma baby non è Hollywood.” Non siamo dentro un film. Non ci sarà nessun grande finale che sistema tutto.
A metà brano arriva persino una svolta rap che rende il tutto più ruvido e affascinante; il momento in cui la scenografia cade e resta solo la voce che dice la verità.
In un pop italiano che spesso premia il rumore e l’immediato, “Hollywood” ha il coraggio della lentezza. È un brano che non si offre tutto al primo ascolto. Si apre, pian piano, come una confessione. A me è piaciuto parecchio, spero di avervi regalato qualcosa di bello in questo lunedì.
Buon ascolto
“Un giorno incontrai un bambino cieco… mi chiese di descrivergli il mare, io osservandolo glielo descrissi, poi mi chiese di descrivergli il mondo… io piangendo glielo inventai…”
JIM MORRISON
Chiara De Carlo
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