SPETTACOLI- Pagina 2

“Hai notato che l’uomo nero spesso ha un debole per i cani?“

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Music Tales, la rubrica musicale 

“Hai notato che l’uomo nero
Spesso ha un debole per i cani?
Pubblica foto coi suoi bambini
Vestito in abiti militari
Hai notato che spesso dice
Che noi siamo troppo buoni
E che a esser tolleranti poi
Si passa per coglioni?”
.
“L’uomo nero” è uno dei brani più intensi e disturbanti del repertorio di Brunori Sas; repertorio che, personalmete amo in tutte le sue sfaccettatire. Questa però non è solo una canzone: è una confessione generazionale, un atto d’accusa e, allo stesso tempo, un’autopsia morale dell’Italia contemporanea.
Il titolo richiama la figura archetipica dell’“uomo nero”, lo spauracchio dell’infanzia, il mostro evocato per mettere paura ai bambini (me lo ricordo bene anche io).
 Ma Brunori ribalta la prospettiva: l’uomo nero non è fuori dalla porta, non è l’estraneo, il diverso, il nemico mediatico. L’uomo nero siamo noi.
Il brano affonda nelle contraddizioni dell’uomo medio: razzismo latente, rabbia repressa, paura del cambiamento, bisogno a tutti i costi di un capro espiatorio.
La scrittura di Brunori è anche qui chirurgica: evita il moralismo, ma non risparmia nessuno. Ogni verso è uno specchio che riflette le nostre piccole ipocrisie quotidiane.
Il tema centrale è la proiezione: temiamo nell’altro ciò che non accettiamo di noi stessi. L’immigrato, il diverso, il marginale diventano contenitori simbolici delle nostre paure. In questo senso, “L’uomo nero” è una canzone profondamente politica,
non partitica, ma etica.
Brunori utilizza una cifra stilistica che mescola ironia e dramma. La melodia, apparentemente semplice e cantautorale, contrasta con la durezza del contenuto. Questo contrasto amplifica l’effetto emotivo: la musica accompagna, quasi accarezza, mentre le parole colpiscono e affondano (chi le vuole ascoltare).
Il linguaggio è diretto, privo di barocchismi, ma denso di immagini simboliche. L’uomo nero diventa metafora universale: paura dell’altro, paura della perdita di privilegi, paura di guardarsi allo specchio. Paura di tutto, di tutti.
È una canzone che si ascolta in silenzio, che richiede attenzione.
“L’uomo nero” è una canzone necessaria perché non consola, non divide in buoni e cattivi, ma invita alla responsabilità individuale. È uno specchio crudele ma onesto.
Personalmente amo questo tipo di cantautorato, profondo e a volte violento nei testi ma accompagnato da un arrangiamento che non carica eccessivamente e ne rafforza l’intimità del messaggio.
Vi prego, ascoltatelo per bene e fatene pensiero profondo per voi stessi, come ho fatto io, uomo nero in mezzo a voi.
“Nel buio, l’uomo nero assume la forma dei nostri pensieri più cupi”.
CHIARA DE CARLO
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“Anfitrione” di Solfrizzi al Concordia

Anfitrione è una delle commedie più celebri di Plauto. La trama ruota attorno a un soldato di nome Anfitrione e al suo servo Sosia, che tornano a casa dopo una lunga campagna militare. Tuttavia, Giove, affascinato dalla bella moglie di Anfitrione, Alcmena, decide di assumerne l’aspetto per conquistarla. Nel frattempo, il vero Anfitrione ignaro, si scontra con Sosia e si sviluppano una serie di equivoci, situazioni buffe e colpi di scena. Inganni che creano una girandola di situazioni esilaranti in cui i personaggi si confondono sulla vera identità di chi hanno di fronte offrendo al pubblico uno spettacolo spassoso e leggero. Un’opera incredibilmente divertente ma anche una fonte preziosa e importante per il suo valore storico linguistico che può essere usata come lente attraverso cui analizzare e commentare la contemporaneità.

Insomma, un Plauto modernissimo: quante volte pensiamo di aver di fronte qualcuno ed invece abbiamo di fronte qualcun altro sbagliando le nostre valutazioni? O viceversa: quanto spesso non siamo all’altezza dei ruoli che gli altri ci danno? Questo ormai accade tanto nella vita vera, quella di tutti i giorni, quanto (se non soprattutto) in quella digitale, quella dei social.

Info

Teatro della Concordia, corso Puccini, Venaria Reale (TO)

Martedì 24 febbraio 2026, ore 21

Anfitrione

Di Plauto

Regia Emilio Solfrizzi

Con Emilio Solfrizzi, Giovanni Moschella, Ivano Falco, Beatrice Schiaffino, Federico Gatti, Beatrice Coppolino, Vincenzo D’Amato

Scena Fabiana Di Marco

Luci Mirko Oteri

Costumi Alessandro Benaduce

Foto Riccardo Bagnoli

Musiche Michele Marmo

Biglietti: intero 23 euro, ridotto 21 euro

www.teatrodellaconcordia.it

La compagnia Orsini porta in scena “Pasticceri, io e mio fratello Roberto”

 

Per la stagione di Fertili Terreni Teatro a San Pietro in Vincoli

Per “Iperspazi”, la stagione 2025-2026 di Fertili Terreni Teatro, a San Pietro in Vincoli, venerdì 27 e sabato 28 febbraio prossimi, alle ore 19, andrà in scena “Pasticceri, io e mio fratello Roberto”, una produzione della compagnia Orsini, di e con Roberto Abbiati e Leonardo Capuano.
Lo spettacolo è programmato in collaborazione con Piemonte dal Vivo nell’ambito del progetto “Cortocircuito” ed è adatto a un pubblico maggiore di 14 anni. Dopo più di vent’anni di repliche, imperversa ancora nei teatri italiani “Pasticceri, io e mio fratello Roberto”, divertente commedia con tanto di meravigliosi dolci preparati in tempo reale; per ogni replica si consuma non meno di un kilo e mezzo di zucchero, con protagonisti due fratelli gemelli pasticceri che, come Cyrano e Cristiano, aspettano la loro Rossana, e vivono l’attesa nella loro pasticceria. Uno ha i baffi, l’altro no; uno balbetta e l’altro parla in scioltezza, e all’interno di un rapporto simbiotico attraversato da piccole e grandi tensioni, come da inaspettate tenerezze, l’uno crede che la crema pasticcera sia delicata, meravigliosa e bionda come una donna, mentre l’altro conosce la poesia, i poeti e i loro versi, arrivando a declamarli, come chi non ha altro modo per parlare. Fronte e retro di una medesima medaglia, tra di loro complementari, a tal punto che a immaginarli abbracciati sembrerebbero le due metà di un unico insieme. L’uno è convinto che le bignoline siano esseri viventi fragili e indifesi, l’altro che vadano prodotte in serie e vendute, pena la mancata sopravvivenza economica per entrambi. Il laboratorio di pasticceria in cui trascorrono le loro giornate è la loro casa, microcosmo e campana di vetro per rifugiarsi dalle brutture del mondo esterno, dove l’orologio si è fermato alle 4 di mattina tra pasta sfoglia leggera come una nuvola e cioccolata sfusa, pan di Spagna e meringhe come neve, ma anche frittura araba, torta russa, biscotti alle mandorle e bavarese: vivono di notte e le loro creazioni sono piccole opere d’arte, realizzate ascoltando alla radio tanta musica, in grado di renderli ancora più simili e di avvicinarli e distrarli, fosse anche solo per un attimo, dal loro essere artigiani di dolci creazioni.

Biglietti: 13 euro intero, se acquistato online – 15 euro in cassa la sera dell’evento – 11 euro ridotto, se acquistato online, 13 euro in cassa la sera dell’evento. Resta la possibilità di lasciare il biglietto sospeso tramite donazione online, satispay, e di entrare gratuitamente per alcuni under 35 grazie ai biglietti messi a disposizione attraverso la collaborazione con Torino Giovani. Biglietti acquistabili sul sito www.fertiliterreniteatro.com

Spettacolo in scena venerdi 27 e sabato 28 febbraio alle ore 19, presso San Pietro in Vincoli

Mara Martellotta

Rock Jazz e dintorni a Torino: Jethro Tull e Silvia Mezzanotte

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA

Lunedì. Al teatro Alfieri la cantante Silvia Mezzanotte rende un omaggio a Mina.

Martedì. Al Vinile si esibisce il cantautore Gerardo Balestrieri. Al Circolo Mossetto suona il trio Monne.

Mercoledì. Al Blah Blah sono di scena i The Fuzztones. All’Osteria Rabezzana si esibisce il quartetto di Federica Gerotto, con un tributo a Amy Winehouse.

Giovedì. Al Teatro Colosseo Angelo Branduardi e Aldo Cazzullo, presentano lo spettacolo “Francesco”. Al Blah Blah suonano i The Fire. Alla Divina Commedia sono di scena i Not Very Blues.

Venerdì. Al Blah Blah si esibiscono i Small Jackets. Al Magazzino sul Po è di scena Kety Fusco. Alla Divina Commedia suona la The Lost Track Band. Al Magazzino di Gilgamesh si esibisce la Vanja Sky Band. Al Circolino suona Miriam Jitaru Quartet.

Sabato. Allo Ziggy sono di scena The Spiritual Bat + Varg I Veum.

Domenica. Al teatro Colosseo arrivano i Jethro Tull. Al Blah Blah suonano i Swirl + Cromia.

Pier Luigi Fuggetta

Il primo grande ospite del Festival della Felicità è Brachetti

Approda a Torino il primo show dedicato alla felicità, con il primo grande ospite, Arturo Brachetti, che proporrà il 17 marzo prossimo “La prima storia straordinaria è della leggenda del trasformismo”.

Arturo Brachetti è un artista italiano famoso e acclamato in tutto il mondo, considerato universalmente “The legend of quick- change”, il grande maestro del trasformismo internazionale. Profondo conoscitore del teatro internazionale, da anni affianca a quello di artista il ruolo di showteller, vale a dire divulgatore teatrale, oltre a quello di regista e di direttore artistico. In oltre quarant’anni di carriera, è stato insignito di numerosi riconoscimenti, tra cui il Guinness dei Primati. I suoi spettacoli sono stati applauditi da oltre 5 milioni di persone in tutto il mondo.

La partecipazione agli spettacoli è gratuita

Inalpi Arena – corso Sebastopoli, 123, Torino – 17 marzo ore 21.

Mara Martellotta

Musica da camera con l’Accademia Stefano Tempia  

Al teatro Vittoria, lunedì 23 febbraio, si terrà un concerto dedicato alla grande tradizione della musica da camera ottocentesca con il quintetto dell’Accademia Stefano Tempia, in coproduzione con il Conservatorio di Alessandria, con protagonisti al violino Nicola Bignami, alla viola Claudio Andriani, al violoncello Claudio Merlo, al contrabbasso Penelope Mitsikopoulos, e al pianoforte Francesco Pasqualotto. In apertura di concerto si ascolterà il “Gran Duo concertante” di Giovanni Bottesini, leggendario contrabbassista, compositore e direttore d’orchestra detto “il Paganini” del contrabbasso, in cui lo strumento dialoga con il violino in una modalità teatrale. Seguirà il Quintetto “La Trota” D.667 di Franz Schubert, capolavoro della musica da camera ispirato all’omonimo Lied. La freschezza melodica, l’accuratezza discorsiva e la raffinatezza formale trasformano un semplice tema cantabile in una costruzione cameristica luminosa.

Lunedì 23 febbraio, ore 21-teatro Vittoria – via Gramsci 4, Torino  – “Il sorriso del Romanticismo”

Biglietti: intero 15 euro – ridotto 10 euro (soci Tempia, under 30)

https://www.ticket.it/musica/evento/il-sorriso-del-romaticismo.aspx

info@stefanotempia.it

Mara Martellotta

Una voglia di matrimonio a sconvolgere la giornata dei coniugi Drayton

“Indovina chi viene a cena” all’Alfieri, repliche sino a domenica

Una giornata “strana e straordinaria” allo stesso tempo quella che stanno vivendo i coniugi Drayton, una giornata che non è l’occasione per una fiaba ma di una realtà che cade su di loro e in cui bisogna prendere decisioni: la loro figlia July è appena tornata per presentare il giovane dottor Prentice, studioso di malattie tropicali, un curriculum lungo così, un lutto alle spalle che sinora ha cercato di cancellare, un uomo davvero eccezionale. La causa di un colpo di fulmine, lo ha incontrato sotto il sole delle Hawaii e lo vuole sposare e niente e nessuno potrà farle cambiare idea. Ma è nero. Anzi, come si sente dire stasera a teatro, “negro”. Erano gli anni Sessanta, mettiamo per l’esattezza il 1967, da un paio gli afroamericani avevano marciato da Selma a Montgomery per riaffermare il loro diritto al voto, era appena stata promulgata una sentenza della Corte Suprema ad abolire le leggi che facevano illegale il matrimonio interrazziale, da tre Martin Luther King aveva vinto il Nobel per la Pace a Oslo, nello stesso anno Katharine Hepburn con tutta la magnificenza della sua Cristina che spadroneggiava in “Indovina chi viene a cena”, Stanley Kramer regista, vinceva il secondo dei suoi quattro Oscar. Ieri e oggi, una realtà che ha ormai sessant’anni ma che ha profonde radici nel mondo che viviamo.

Matt fa parte della bella borghesia di San Francisco, elegante appartamento con vista sul ponte più famoso al mondo, la sua è una visione liberal e tutte le sue idee lo sono, ha fondato un giornale per poterle affermare appieno, vive per le stesse: ma non ha messo in conto che quelle idee sarebbero potute passare dalle pagine del giornale alle pareti di casa sua e coinvolgerlo con feroce immediatezza e travolgerlo. Quel benestare alle nozze lui non lo darà mai, è la società in cui vive a spaventarlo per l’avvenire dei due ragazzi. Quel matrimonio non s’ha da fare, avrebbe detto qualcuno qualche secolo prima. Cristina, dopo il primo smarrimento, si mette a spalleggiare le decisioni della figlia, che altro non è che “quella che abbiamo fatto noi”, quella che è cresciuta secondo i principi che loro stessi le hanno insegnato. Bisognerà fare i conti, quando con la moglie si presenterà a casa Drayton anche con il vecchio Prentice, l’uomo che non è pronto a sapere che suo figlio sposerà una ragazza bianca, l’uomo che per dare un futuro al figlio s’è spaccato per anni la schiena sotto il peso del suo borsone di portalettere, per tanti chilometri che si potrebbe fare tre volte il giro del mondo, un padre che continua a vedersi come un uomo di colore mentre suo figlio, che aspira a vivere in un mondo in evoluzione, vede in se stesso esclusivamente un uomo. Come già ci aveva spiegato il vecchio Tracy, saranno le parole di Matt a portare a tavola un lieto fine.

In “Indovina chi viene a cena”, che aveva la sceneggiatura di William Arthur Rose (un altro Oscar) – teatralmente qui riproposta nell’adattamento di Mario Scaletta (che si ritaglia altresì il gustoso personaggio di Padre Ryan, eccellente campione di golf come sacerdote di lungimiranti consigli) e con la convincente regia di Guglielmo Ferro -, si continua a parlare di differenze e a trattare di matrimoni misti, di rapporti tra padri e figli non sempre idilliaci, di vite che s’intralciano e si riappacificano, di un mondo che nel bene e nel male continua a cambiare, si sceglie il termine comprensione al posto di quello di tolleranza, si pronuncia la parola razzismo (applauditissima) come buon senso (magari più da sottolineare?), ci si commuove e ci si diverte per uno svolgimento e un dialogo che non urlano mai ma badano a una umanità autentica, a un’eleganza e a una riflessione che scoperchia temi attuali, importanti, che premono sempre di più, quotidianamente ormai.

Eleganti ed eccellenti nei loro diversi modi e tempi di comprensione Cesare Bocci e Vittoria Belvedere, irriverente ma per molti versi assennata (anche nelle note negative) la camerierina Tillie di Fatima Romina Alì, esuberante di convinta felicità la July di Elvira Cammarone. Con i loro compagni firmano una autentica serata di successo. L’Alfieri stracolmo di pubblico, applausi applausi applausi e qualche commozione: si replica soltanto sino a domenica ed è un vero peccato.

Elio Rabbione

Il “Pinocchio” di Iodice al teatro Astra

Al teatro Astra, dal 24 al 26 febbraio prossimo, sarà di scena “Pinocchio. Che cos’è una persona?”, per l’ideazione, la regia, la drammaturgia, le scene e le luci di Davide Iodice, a capo della compagnia Scuola Elementare del Teatro APS, produzione Interno 5, Teatro di Napoli-Teatro Nazionale, in partnership con Teatro Trianon Viviani Forgat ODV.

“Pinocchio – spiega Davide Iodice nelle note di regia – pone la questione del rapporto con la genitorialità. L’ispirazione è connessa al momento in cui Pinocchio ritrova suo padre nel ventre della balena. Geppetto gli dice che a breve la candela si spegnerà e rimarranno al buio. Pinocchio risponde: ‘E dopo?’. Geppetto non saprà cosa rispondere, e la soluzione la troverà Pinocchio. Questo ‘dopo’ è la domanda che si pone qualsiasi genitore di un ragazzo straordinario, nel senso di ‘extra ordinario’, ovvero fuori dall’ordinario. La risposta non spetta solo alla famiglia, ma anche alla comunità, a chi si occupa di assistenza. Geppetto ha un figlio generato da un pezzo di legno, e che vuole a tutti i costi rendere normale. Noi che lavoriamo con la fragilità e la diversità, sappiamo quanto sia pericoloso il concetto di normalità. Sento l’esigenza, dopo anni, di fare un vero e proprio manifesto per e sulla disabilità. Spesso c’è tanta retorica, un senso di carità un po’ penoso. Quello della disabilità è un mondo complesso e ricco, c’è una volontà di esprimersi da parte di questi ragazzi e di essere considerati per quello che sono. Il lavoro di ridefinizione delle identità attraverso lo strumento dell’arte, la centralità della persona e delle sue fragilità, stanno alla base della pedagogia della Scuola Elementare del Teatro, Conservatorio Popolare delle arti della scena”.

“Più volte in questi 10 anni – spiega il regista Davide Iodice – la figura del burattino ci è stata di ispirazione. Spesso ci siamo rivolti a lui come a una sorta di fratello simbolico di ragazzi con sindrome di Down o autismo, o Williams, o ancora Asperger. Come pure appartiene a quella famiglia di ragazzi miracolosamente sottratti al crimine o in pieno percorso di ridefinizione della propria esistenza all’uscita dal carcere che non hanno potuto o saputo evitare. Pinocchio e l’intera compagine simbolica della favola sembrano incarnare tutte le caratteristiche di un’adolescenza incomprensibile e incompresa, nel cui tormento si specchia una società di adulti da macchietta o in rovina. Pinocchio è il diverso, è tutti i diversi, con la loro carica anarchica e dirompente, ma è pure il legno stuprato, come diceva Carmelo Bene, dalla perversione dell’immagine-somiglianza, di un Padre, aggiungo io, di una società normalizzante per la quale il concetto di persona ha canoni rigidi, convenzionali e borghesi. Pinocchio, in prima stesura, si concludeva con l’impiccagione del burattino, come a segnare un’impossibilità di uscita, corretta in seguito da Collodi in una benevola e conciliante trasformazione in bambino, in una persona. Ma cosa è una persona?”

La Scuola Elementare del Teatro, nata nel 2013 dall’incontro tra il regista Davide Iodice e il dottor Giuseppe Cafarella, è un progetto di arte e condivisione a partecipazione gratuita, un luogo di ricerca e formazione permanente, un laboratorio produttivo, una rete di cooperazione, e la sua platea privilegiata è quella con disagio economico e sociale o con disabilità fisica o intellettiva.

Info: TPE Teatro Astra – via Rosolino Pilo 6, Torino  –  fondazionetpe.it

Orari: dal 24 al 26 febbraio 2026 – martedì ore 21, mercoledì ore 19, giovedì ore 20

Mara Martellotta

Quando Angela Luce disse: doveva venire una ragazza del nord per scrivere Ragazza del sud

Sanremo raccontato dai protagonisti

Quando Angela Luce disse: doveva venire una ragazza del nord per scrivere Ragazza del sud e fregare una napoletana” / Oggi Napoli, e non solo Napoli, piange la sua Divina. È mancata Angela Luce. Nata come cantante a soli 14 anni, è poi passata al teatro con Eduardo che la definì “una forza della natura”, lavorato con Peppino De Filippo, Nino Taranto e Totò ed è stata diretta al cinema dai più grandi registi italiani: da Visconti, Pasolini, Zampa, Comencini a Martone e Avati.

Ha partecipato ad un solo Festival di Sanremo, classificandosi seconda con l’intenso brano “Ipocrisia”, nel 1975, alla venticinquesima edizione della manifestazione, vinta dalla torinese Gilda Scalabrino con “Ragazza del sud” che ricorda la verve e l’ironia incredibile di Angela Luce quando “nel momento in cui venne ad abbracciarmi dopo la vittoria mi disse in napoletano: “doveva venire una ragazza del nord per scrivere Ragazza del sud e fregare una napoletana”. Nel 1975 partecipa al Festival anche la quindicenne torinese Antonella Bellan, interprete del brano “Lettera” che vede tra gli autori un altro torinese, Pier Benito Greco, il suo scopritore, che la ricorda come una donna bellissima: “Angela Luce aveva un fascino indiscutibile e l’energia da vera donna del sud oltre ad avere una bravura e presenza scenica da vera regina. Fare teatro aiuta molto.

 

La differenza di età unita al fatto che io ero giovanissima però non ha aiutato la conoscenza diretta. Nel photocalling fuori dal Salone delle feste del Casinò era molto richiesta da fotografi e giornalisti anche perché era uno dei pochi nomi conosciuti quell’anno tra i cantanti, insieme a Rosanna Fratello che arrivò seconda a pari merito con lei.”

Igino Macagno