SPETTACOLI- Pagina 2

La gelosia di Viviani, l’orchestrina di Geppy Gleijeses

Al Carignano, repliche sino al 24 maggio

Sul finire della stagione dello Stabile torinese, il partenopeo Geppy Gleijeses porta sul palcoscenico del Carignano, coprodotto da Dear Friends e dal Teatro di Napoli, “Napoli nobilissima”, nella doppia veste di interprete e regista, riunendo due atti unici di Raffaele Viviani, “Don Giacinto” (1923) e “La musiche dei ciechi” del 1928. Opere corali, piccoli personaggi che si fanno universalità, pennellate veloci che tuttavia lasciano il segno ancora nello spettatore di oggi. Nel primo, una variopinta parete sul fondo, la miniatura di un caseggiato – “miserabili, povera gente, rifiuti della società”, scrive il regista nelle sue note – da cui spuntano usci aperti e velocemente richiusi, panierini che salgono e che scendono, luci smorzate, voci che sanno di pettegolezzo e di bisticci, tutt’intorno al protagonista, un vecchio nobile decaduto e divenuto zimbello del vicinato, specchio per scherni e scherzi, lui sempre in cerca di un linguaggio forbito, di movenze eleganti, di un certo presentarsi che lo riporti agli occhi di tutti al benessere di un tempo. Serpeggia per il vicolo un’acredine, una malignità, un guardare con sotterranea ferocia, è la guerra dei poveri, si ride ma è sempre in agguato una punta di rabbia, un paesaggio povero e angusto in cui anche don Giacinto da vittima si fa crudele beffeggiatore – se la prende con il condomino che è fatto becco dalla moglie, con quel gagà in abiti bianchi (uno dei vari ruoli ricoperti da Lorenzo Glijeses) che gli staziona là sotto, non aspettando altro che il cocu se ne esca: non siamo appena usciti dal Ciampa di Silvio Orlando, che è vittima e carnefice elencando il proprio berretto e le tre corde che tiene in fronte? Si sente il profumo della vita (o l’odore stagnante?) con le sue leggi e i suoi paradossi, con il suo desiderio di distruzione dell’altro, di quella vita fa parte a pieno (de)merito anche don Giacinto, quanto tacerà il nome dell’uomo che lo ha ferito. Forse, qui, Gleijeses punta più su un versante di comicità e di folclore e non tutto s’incanala per il verso giusto, quello maggiormente drammatico, che ci aspetteremmo, troppo vociare di ragazze, troppo andare e venire in un amalgama a tratti sfilacciato, piuttosto caos che ordinato disordine.

Il sapore del capolavoro e della resa perfetta s’avverte al contrario nella “Musica dei ciechi”, opera che in chi scrive queste note trova un ricordo avendone definito la passione per il teatro, ne vidi una vecchia edizione a metà degli anni Sessanta (siamo nell’altro secolo, signori) per la regia di Peppino Patroni Griffi e l’interpretazione gigantesca di Franco Sportelli e Pupella Maggio – qualcuno ricorda ancora questi nomi: a volte, quando si dice la bellezza dell’anagrafe! Una orchestrina di pochi elementi, tutti nei loro abiti scuri, una sorta di fila di breugheliana memoria, a imbracciare strumenti e a chiedere l’obolo a chi distrattamente passa, direttore don Alfonso, guercio. E un ostricaro, che lancia cattiverie buttando dubbi tra malumori e disaccordi, facendo soprattutto credere a don Ferdinando, il contrabbasso, che la moglie abbia una relazione con chi li guida. È stato un vero e proprio incontro al buio il loro, e Nannina ha sempre amato il suo uomo, nascondendogli il proprio aspetto. Soltanto adesso, a porre entrambi al riparo da quelle insinuazioni, troverà il coraggio di gridargli “Ferdinà, io so’ brutta!”. Il regno della malinconia, tra amarezze e struggimento dell’orchestrina, poche parole che riempiono ampiamente i silenzi, commiserazione e la vita che continua, magari lungo una banchina che ha un finale amaramente ma splendidamente chapliniano.

Degli attori, ognuno si ritaglia il suo giusto spazio, tra quelli del caseggiato e tra i musici, chitarra e mandolino, violino e clarinetto, Massimiliano Rossi (che ci riporta anche “La risata”) e Chiara Baffi che è una giusta seppur “piana” sposa dolorosa. Di stampo antico le scene di Roberto Crea: mentre si esce dal teatro con la certezza che Viviani – senza le radici o le reminiscenze in Brecht o Eduardo – abbia tutto il diritto di meritare nella storia del teatro un autentico grande posto a sé. Pubblico non troppo folto alla prima, ma chi c’era prodigo d’applausi e di risate. Repliche sino al 24 maggio.

Elio Rabbione

Nelle immagini, alcuni momenti dello spettacolo.

Sul palco del teatro Alfieri il ritorno di “Aladin – The musical”

Dal 15 al 17 maggio, firmato dai Pooh e con la partecipazione straordinaria di Max Laudadio

Da venerdì 15 maggio a domenica 17 maggio andrà in scena al Teatro Alfieri il musical Aladin, il cui autore dei testi è Stefano D’Orazio e gli autori delle musiche sono Roby Facchinetti, Dodici Battaglia e Red Canzian. Il musical, targato Pooh, viene portato in scena dalla Compagnia dell’Ora per la regia di Luca Cattaneo e la partecipazione straordinaria di Max Laudadio, nel ruolo di un ironico e sorprendente genio. L’opera è ambientata tra i palazzi e nei vicoli dell’antica Baghdad, dove sono destinati a intrecciarsi le vite di due persone molto diverse fra loro. Da una parte l’unica erede al trono, la giovane e ribelle principessa Jasmin, costretta a maritarsi senza amore per dare continuità al Sultanato, dall’altra il giovane Aladin, ladruncolo astuto dal cuore d’oro e dall’anima pura, perennemente perseguito dalla Legge. Il loro primo incontro è un vero e proprio colpo di fulmine, un idillio subito spezzato dal malvagio Gran Visir, pronto a intromettersi e ingannare entrambi per la sua sete di potere. Sarà il casuale incontro fra Aladin e il Genio della Lampada a offrire al ragazzo la forza di reagire per tentare di cambiare il suo destino e quello della sua amata. Si tratta di una storia d’amore e di amicizia, di ribellione e giustizia, ambientata in una cornice fiabesca arricchita da un pizzico di magia, dove i sogni più profondi possono diventare realtà.

Le coreografie sono firmate da Ilenia De Rosa, con scenografie evocative capaci di ricreare le atmosfere orientali. Effetti speciali e illusioni sono realizzate da Antonio Casanova.

15-16 maggio ore 20.45 – 16 maggio ore 15.30 – 17 maggio ore 15.30

Mara Martellotta

“Una vita per il jazz”, con Sara Bowyer, Toni Laminarca, e Felice Reggio

A Grana Monferrato, sabato 16 maggio

Il palinsesto di Golosaria Monferrato 2026 si arricchisce di eventi culturali che riescono a superare i confini fra i vari linguaggi artistici, generando a Grana Monferrato una riflessione profonda sulla musica jazz. Sabato 16 maggio, alle ore 19, si terrà il concerto gratuito del trombettista Felice Reggio, “What a wonderful world”.

Dal 16 al 24 maggio gli spazi di via delle Scuole diventano il palcoscenico di “Una vita per il jazz”, un progetto espositivo nato dalla sinergia tra Erremusica APS, la Pro Loco e il Comune, capace di trasformare l’energia dei palchi in un percorso visivo di grande impatto. La mostra propone un dialogo serrato tra due forme d’arte apparentemente distanti: la pittura digitale di Sara Bowyer e la fotografia di Toni Laminarca. Da un lato notiamo il segno grafico, istintivo e cromaticamente acceso capace di catturare l’anima della performance dal vivo, dall’altro l’obiettivo fotografico che ferma l’attimo isolando il respiro e il gesto tecnico dei musicisti. Le 40 opere in esposizione affondano le loro radici nel memoriale “Sergio Ramella” e confermano come il jazz possa fungere da collante sociale e generatore di nuove narrazioni territoriali, capace di unire memoria storica e sperimentazione digitale.

L’inaugurazione è prevista per sabato 16 maggio, alle ore 19, e sarà affidata alla tromba di Felice Reggio, interprete raffinato dello stile di Chet Baker e collaboratore di giganti quali Ray Charles ed Ennio Morricone. Guiderà il pubblico nel concerto gratuito “What a wonderful world”. Il programma sarà un viaggio cosmopolita attraverso la Bossa Nova di Jobim, le colonne sonore immortali e grandi classici di Gershwin e Piazzolla.

La mostra “Una vita per il jazz” – Grana Monferrato – via delle Scuole 9 – 16-24 maggio

Concerto gratuito di Felice Reggio – sabato 16 maggio ore 19

Mara Martellotta

Giovani Sguardi presenta ‘Assetati’

Alla Casa del Teatro di Torino con la regia e l’interpretazione di Davide Pascarella

Per la stagione 2025-2026 della Casa del Teatro Ragazzi e Giovani, intitolata “Prendersi Cura”, la rassegna “Giovani Sguardi” ospita sabato 16 maggio alle 20.45 lo spettacolo “Assetati”, testo di Wajdi Mouawad prodotto dal Teatro di Napoli – Teatro Nazionale. La regia e lo spazio scenico portano la firma di Davide Pascarella, impegnato anche come interprete.

Lo spettacolo intreccia tre esistenze lontane tra loro per tempo e vissuto: Murdoch, adolescente insofferente e pieno di rabbia verso il mondo adulto; Boon, antropologo forense che ha scelto di lavorare con i morti per sottrarsi ai rapporti con i vivi; Norvège, giovane donna che decide di isolarsi nella propria stanza smettendo di parlare. Tra silenzi, inquietudini e bisogno di ascolto, le loro storie compongono un racconto intenso sulla fragilità della giovinezza e sull’incapacità di comunicare.

Al centro del testo emerge anche una domanda profonda: come continuare a cercare la bellezza in una realtà che sembra aver smarrito il senso delle cose. Scritto nel 2007, “Assetati” è considerato uno dei lavori più significativi di Mouawad, capace di raccontare il dolore umano senza rinunciare alla possibilità della salvezza attraverso la bellezza e l’immaginazione.

Murdoch dà voce a una protesta generazionale che investe la società contemporanea, la televisione, il consumismo e l’incapacità degli adulti di comprendere i più giovani. Boon, invece, vive immerso nel silenzio dei cadaveri che analizza, rinunciando ai sogni coltivati da bambino, quando immaginava di diventare scrittore. Norvège sceglie una ribellione più silenziosa e trattenuta, fatta di isolamento e chiusura verso il mondo esterno.

A unire queste traiettorie è la scrittura visionaria di Mouawad, che intreccia destini e ferite personali in un unico affresco emotivo. “Assetati” diventa così un racconto struggente sul desiderio di essere visti, compresi e amati, ma anche sulla ricerca ostinata di un significato capace di resistere al dolore.

Lo spettacolo è inoltre il progetto vincitore della terza edizione del Premio Leo de Berardinis dedicato agli artisti e alle compagnie under 35.

Info Fondazione TRG c/o Casa del Teatro Ragazzi e Giovani

Corso Galileo Ferraris 266

Tel 01119740260

Mara Martellotta

Debutta al teatro Gobetti “Trenta milligrammi di Ulipristal” 

Debutta al teatro Gobetti, martedì 19 maggio, alle ore 19.30, la pièce teatrale “Trenta milligrammi di Ulipristal, testo scritto dalla giovane drammaturga Benedetta Pigoni e vincitore, nel 2023, del 15esimo premio Riccione-Pier Vittorio Tondelli – sezione under 30. La regia e l’allestimento sono di Paola Rota, mentre gli interpreti sono Eni Cassia Corvo, Lorenzo Fochesato, Mara Mafodda, Martina Massaro, Val Wandja. Il montaggio e il disegno sonoro sono di Angelo Elle, le scene e le luci di Nicolas Bovei. Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano e dal Teatro Stabile di Torino -Teatro Nazionale rimarrà in scena per la stagione in abbonamento fino al 24 maggio, e rappresenta un programma eventi di Europride 2027. Il racconto esplora il fatto che il telefono diventi uno spazio intimo dove la protagonista, in un viaggio fra app e messaggi, scopre un trauma nascosto, uno stupro di gruppo. La giuria dello storico premio Riccione-Pier Vittorio Tondelli afferma, nella sua motivazione, che “Benedetta Pigoni fa della forma una sostanza quando, con estrema delicatezza, usa la pagina assoluta di schermate e chat con amiche e conoscenti, per far accertare alla sua protagonista di essere stata vittima di uno stupro di gruppo da parte degli amici dell’università. Nella ricerca ansiosa di costruzione della verità, aleggia il dubbio, l’incredulità, la difficoltà di verbalizzazione che dà corpo a una scrittura chiaroscurale in grado di indagarne le pieghe, nelle reticenze e nelle falsificazioni del linguaggio. Il testo della Pigoni è potente e sensibile, severo e originario nella forma, non dilaga, ma indaga”.

“Trenta milligrammi di Ulipristal rappresenta un’indagine e una scoperta. È la ricostruzione di un abuso di una violenza subita – dichiara la regista Paola Rota – procede in modo assolutamente non didattico. Si tratta di un testo che riguarda un evento traumatico toccando punti poeticamente rilevanti. Ciò che mi ha colpito di questa pièce è il fatto che rifletta sui linguaggi del presente, in quanto l’autrice era giovanissima, appena ventiduenne, al momento della stesura. Questo lavoro rispecchia un lavoro sulla realtà completamente diverso dal mio poiché racconta un mondo che ha un tipo di interpretazione di ciò che accade filtrato dalla tecnologia. Attraverso il rapporto con il proprio cellulare e con le app, realistiche e fantasmatiche al tempo stesso, la protagonista compie un’indagine il giorno dopo una festa e poi 6 mesi dopo la medesima giornata: un atto di scoperta di che cosa le è successo. Ciò che si racconta è tutto interno al cellulare, è un dialogo con esso, dispositivo che protegge, contiene e filtra una realtà spaventosa da conoscere e affrontare. Il punto di partenza, per me, era che non volevo lavorare sulla tecnologia, quindi non intendevo riproporre nulla di tecnologico, come i video, ma volevo cercare di capire cosa rappresenti questo strumento freddo e piccolo per una persona di vent’anni, cosa sia diventato per milioni di persone, dove siamo quando stiamo con il cellulare in mano e il mondo che ci contorna”.

Teatro Gobetti – via Rossini 8, Torino – “Trenta milligrammi di Ulipristal” (19-24 maggio)

Orario spettacoli: martedì, giovedì, sabato ore 19.30 – mercoledì e venerdì ore 20.45 – domenica ore 16

Biglietteria: teatro Carignano – piazza Carignano 6, Torino – orario: da martedì a sabato dalle 13 alle 19 – domenica dalle 14 alle 19 – lunedì riposo – biglietteria attiva un’ora prima dell’inizio degli spettacoli per la vendita dei ticket dello spettacolo in programma– 011 5169555 – biglietteria@teatrostabiletorino.it

Mara Martellotta

Choròs presenta la nuova edizione del Teatro Comunità in Festival

Alla biblioteca civica “Don Lorenzo Milani”

Nell’ambito delle iniziative del Salone del Libro OFF 2026, sabato 16 maggio, alle ore 10, presso la biblioteca civica “Don Lorenzo Milani”, in via dei Pioppi 43, a Torino, si terrà la pièce teatrale “Racconti tra memorie e velocità del presente”, a cura dell’Associazione Culturale Choròs, che presenta la XVII edizione del festival 2026 dal titolo “Nostos – viaggio verso casa”. L’Associazione presenta Il Teatro Comunità in Festival, un percorso che valorizza gli spazi di Torino Nord come luoghi simbolici di rigenerazione urbana e culturale. Il teatro diventa viaggio, approdo e racconto di nuove potenzialità attraverso il coinvolgimento di scuole e cittadini del territorio. Durante la mattinata si prevedono, alle ore 10, i saluti istituzionali, alle 10.15 la presentazione del progetto 2026 e alle 10.45 la pièce teatrale a cura di Maria Grazia Agricola, un viaggio tra generazioni, memorie e contemporaneità, alla ricerca delle radici della nostra identità collettiva. L’iniziativa è patrocinata, tra gli altri, dalla Città di Torino, dalla Regione Piemonte, dal Ministero della Cultura, dalla Fondazione CRT, da Biblioteche Civiche Torinesi e dalla 6ª Circoscrizione.

Informazioni e prenotazioni: 331 4649092 – infochoroscomunita@gmail.com

Mara Martellotta

Royal Philharmonic Orchestra: Petrenko chiude i concerti del Lingotto

La stagione 2025-2026 de “I Concerti del Lingotto” si chiuderà venerdì 22 maggio alle 20.30 all’Auditorium Giovanni Agnelli di via Nizza 280 con un appuntamento di grande prestigio: sul palco la Royal Philharmonic Orchestra diretta da Vasily Petrenko, insieme alla violinista Anne-Sophie Mutter. Il ritorno dell’orchestra londinese al Lingotto arriva a quindici anni dalla sua ultima esibizione nella rassegna torinese.

Al centro della prima parte del programma il Concerto per violino e orchestra op. 61 di Ludwig van Beethoven, interpretato da Anne-Sophie Mutter, alla sua prima apparizione al Lingotto. Artista dal timbro immediatamente riconoscibile e protagonista di una carriera lunga mezzo secolo, la violinista ha attraversato un repertorio che va dai grandi autori della tradizione viennese fino alla musica contemporanea, ispirando numerose composizioni a lei dedicate.

A chiudere la serata sarà la Quinta Sinfonia di Gustav Mahler, una delle opere più intense del repertorio sinfonico. Scritta tra il 1901 e il 1902 e diretta per la prima volta dallo stesso Mahler a Colonia, la sinfonia rappresenta una svolta nella produzione del compositore: scompaiono infatti il canto e i riferimenti narrativi espliciti, lasciando alla sola orchestra il compito di dare voce a un profondo percorso emotivo. Celebre l’Adagietto per archi e arpa, entrato nell’immaginario collettivo anche grazie al film Morte a Venezia di Luchino Visconti.

Prima del concerto, alle 18.30 in Sala Londra, il musicologo Attilio Piovano terrà un incontro introduttivo dedicato proprio alla Quinta Sinfonia di Mahler.

L’evento fa parte del progetto “Lingotto Musica per la Comunità” e vede come charity partner la Fondazione Ricerca Molinette, realtà nata dalla collaborazione con Università degli Studi di Torino e Città della Salute e della Scienza di Torino, impegnata da oltre vent’anni nel sostegno alla ricerca traslazionale e nel miglioramento delle strutture ospedaliere.

I biglietti sono disponibili online su Anyticket, presso la biglietteria di Lingotto Musica in via Nizza 262/73 su appuntamento o telefonicamente al 3339382545, dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 12 e dalle 14.30 alle 17. Il giorno del concerto sarà inoltre attiva la biglietteria al Centro Commerciale Lingotto, in via Nizza 280/41, dalle 18 alle 20.30.

Mara Martellotta

Lingotto Musica con il “record” di Gatti e il bicentenario di Beethoven

Presentata la nuova stagione di Lingotto Musica 2026-27. Il cartellone prevede 13 appuntamenti tra l’Auditorium Agnelli, (otto concerti) e la Sala 500 cinque “pianisti del Lingotto” dal 29 ottobre al 10 maggio. Debutto il 29 ottobre di Lingotto Musica con il direttore Daniele Gatti per la dodicesima volta presente, recordman per la rassegna. Dirigerà la Sachsische Staatkapelle Dresden, la più antica Orchestra in attività, della quale è direttore principale, con in programma musiche di Wagner e Brahms. Il secondo concerto in programma il 12 novembre, vede il ritorno di Antonio Pappano alla guida della Chamber Orchestra of Europe e con Alexandre Kantorow al pianoforte (vincitore nel 2019 del concorso Cajkovskij di Mosca), con musiche di Brahms, Dvoràk. Il 10 dicembre l’Ensemble Matheus diretta da Jean-Christophe Spinosi, con il controtenore Philippe Jaroussky, eseguirà musiche di Corelli e Vivaldi e nella seconda parte pagine di Handel e Vivaldi. Il 13 gennaio, a inaugurare il nuovo anno, arriva la star del pianoforte Daniil Trifonov, con musiche di Handel, Stravinskij, Schubert e nella seconda parte musiche di Garcìa, Ginastera, Guarnieri, Landestoy, Trifonov, Villa-Lobos.
Il 27 gennaio novità assoluta per Lingotto Musica, che commissiona per la prima volta un brano a un compositore. Giovanni Sollima scriverà una composizione in occasione del bicentenario della morte di Beethoven e verrà eseguita dalla Die Deutsche Kammerphilharmonie Bremen diretta da Tarmo Peltokoski. A seguire il concerto per violino e orchestra di Schumann, con il violinista Vilde Frang e successivamente musiche di Mendelssohn. Il 18 marzo la Warsaw Philharmonic Orchestra diretta da Krzysztof Urbanski e con Kian Soltani violoncello, eseguirà musiche di Bacewicz, Elgar e Dvorak. Il 20 aprile la Constellation Orchestra diretta da John Elliott Gardiner, eseguirà la terza e quinta sinfonia di Beethoven. Chiusura dei concerti di Lingotto Musica il 10 maggio, con Les Musiciens du Louvre diretti da Marc Minkowski, con in programma musiche di Mendelssohn. Ritorna la rassegna “I Pianisti del Lingotto” nella Sala 500, con protagonisti : Lucas Debargue, Angela Hewitt, Leif Ove Andsnes, i debuttanti Yulianna Avdeeva e Eric Lu, (entrambi vincitori del concorso Chopin). Altra novità quest’anno prevede progetti per le scuole con Lingotto Musica Eductional . Confermata charity partner (Fondazione Molinette, Specchio dei Tempi, Medicina a misura di donna, Fondazione piemontese per la ricerca sul cancro). Riconfermato anche Lingotto Musica Off.

Pier Luigi Fuggetta

“Il canto dell’invisibile”, musica sacra corale contemporanea

La stagione Stefano Tempia con il Coro e l’Orchestra della Società Corale Città di Cuneo, il 17 maggio nella chiesa di San Dalmazzo

Nella chiesa di San Dalmazzo, a Torino, domenica 17 maggio, alle 18, si terrà il concerto della Stefano Tempia “Il canto dell’invisibile”, con musica sacra corale contemporanea con oagine di Eŝenbalds, Pärt e Gjeilo eseguita dal Coro e dall’Orchestra della Società Corale Città di Cuneo, una delle realtà corali più prestigiose del territorio. La società corale Città di Cuneo è stata fondata nel 1946 e vanta al suo attivo oltre 650 concerti e la partecipazione a importanti iniziative nazionali e internazionali. Ha effettuato tournées di concerti in Germania, Francia, Repubblica Ceca e Inghilterra, mentre nell’aprile del 1990 ha partecipato con notevole successo alla rassegna internazionale di Montreux, in Svizzera.

In programma, nel concerto “Il canto dell’invisibile”, tre autori che pur con linguaggi diversi condividono una profonda tensione spirituale e una scrittura di forte impatto emotivo. Di Ēriks Eŝenbalds viene eseguito “In Paradisum”, pagina di luminosa contemplazione in cui il coro dialoga con viola e violoncello in un clima sospeso, fatto di linee pure, risonanze naturali e un senso di pace che trascende il dolore terreno. Segue il “Te Deum” di Arvo Part, una vera architettura sonora della durata di circa 28 minuti, un rito musicale in cui il coro, austero e solenne, si intreccia con la linea dell’orchestra in un continuo gioco di richiami e sospensioni. Il programma a viene compilato da “Song of the universal” di Ola Gjeilo, brano che celebra l’unità dell’esperienza umana attraverso il canto corale ampio e luminoso, sostenuti dall’orchestra d’archi e dal pianoforte.

Domenica 17 maggio, ore 18. Chiesa di San Dalmazzo – via Garibaldi angolo via delle Orfane – Il canto dell’invisibile

Mara Martellotta

“Lucio Dalla e Roberto Roversi. Automobili. Un disco” in mostra al MAUTO

 Fino a domenica 20 settembre prossimo

Il Museo Nazionale dell’Automobile presenta il progetto espositivo dal titolo, ”Lucio Dalla & Roberto Roversi. Automobili. Un disco”, in esposizione da mercoledì 13 maggio a domenica 20 settembre prossimi, nella Project Room al primo piano. La mostra raccoglie materiali di archivio, illustrazioni e automobili che accompagnano il visitatore  in un percorso in cui le canzoni dell’album prendono forma nello spazio espositivo, intrecciando memoria storica, immaginario collettivo e riflessione contemporanea sul ruolo che l’automobile ha nella nostra società.
“Il Museo Nazionale dell’Automobile rappresenta il contesto ideale per accogliere e ampliare il progetto “Lucio Dalla & Roberto Roversi. Automobili. Un disco” – ha spiegato il Direttore del MAUTO Lorenza Brevetta –  Da luogo tradizionalmente deputato alla conservazione e valorizzazione dell’oggetto automobile, il Museo si configura oggi come uno spazio culturale più ampio, in sintonia con una strategia che privilegia approcci trasversali e intersezionali. Portare questa mostra al MAUTO significa spostare lo sguardo da oggetto tecnico a fenomeno culturale complesso  e interrogare le narrazioni che hanno costruito il mito dell’auto, metterle in discussione e aprire nuove prospettive di lettura  capaci di coinvolgere musica, letteratura, arte e società. La mostra si inserisce pienamente nella nuova visione del Museo, un’istituzione capace di raccontare l’automobile quale lente privilegiata per comprendere le trasformazioni del Novecento e le sfide della contemporaneità.  “Automobili” diventa allora un archivio vivo, un racconto aperto, uno strumento critico”.

Nel 1976  la casa discografica RCA pubblica “Automobili”, il concept album di Lucio Dalla e Roberto Roversi dedicato al simbolo per eccellenza della modernità e delle trasformazioni del Novecento.
Il cantautore e il poeta, entrambi bolognesi, avevano composto undici brani destinati alla scena teatrale. La scelta di ridurli a soli sei per la pubblicazione  su LP segna, al tempo stesso, il culmine e la rottura della loro collaborazione, una decisione che rende necessario oggi riscoprire le cinque canzoni escluse , che risultano fondamentali per comprendere la portata sociale e politica della loro visione del rapporto tra l’uomo e l’automobile.
Le recensioni dell’epoca ne sottolinearono la natura spiazzante, considerandolo un concept album che smontava il mito dell’automobile proprio nel momento nel quale raggiungeva la sua massima espansione. Nelle parole di Dalla e Roversi, infatti, l’automobile diventa teatro di contraddizioni, promessa di libertà ma, al tempo stesso, strumento di alienazione, icona di modernità e simbolo di crisi industriale.
A distanza di cinquanta anni “Automobili” si rivela un’opera sorprendentemente attuale. In un’epoca come quella attuale segnata dalla transizione ecologica,  dalla ridefinizione dei modelli di mobilità  e da un radicale ripensamento del rapporto tra ambiente, uomo e tecnologia, il futuro incompleto evocato dal disco risulta una chiave di lettura potente per interpretare il nostro tempo.
Le canzoni diventano matrici narrative capaci di attivare una serie di linguaggi per costruire un racconto stratificato, in grado di attraversare storia, cultura, pop, industria, immaginario e critica sociale.

Sono in esposizione materiali originali provenienti dall’archivio di Antonio Bagnoli, nipote di Roberto Roversi, dedicati all’universo di Automobili e alla collaborazione tra Lucio Dalla e il poeta, programmi di sala, locandine dello spettacolo teatrale “Il futuro dell’automobile “ 1976, taccuini manoscritti  di Roberto Roversi con testi e scalette preparatorie, lettere autografe tra Dalla e Roversi, documenti legati alla richiesta dello pseudonimo Norisso presso la SIAE, interviste e articoli pubblicati sui giornali dell’epoca e testi originali delle canzoni, oltre a materiale audiovisivo, tratti dal programma televisivo “Automobili” andato in onda nel 1977.

Accanto ai documenti figurano due vetture,  la Alfa Romeo tipo B P3 del 1932 e la Autobianchi Bianchina 4 posti del 1967 che, accostate, restituiscono la parabola culturale dell’automobile italiana, da simbolo eroico e visionario a presenza diffusa e contraddittoria della modernità contemporanea.
La prima vettura rimanda alla dimensione epica evocata dal brano Nuvolari e al racconto della velocità come mito moderno. Si tratta dell’automobile delle corse, delle mille miglia e dei grandi piloti celebrati nel disco, una macchina simbolo di un’Italia che costruisce il proprio immaginario sportivo e tecnologico attraverso figure leggendarie e imprese collettive.
La Bianchina rappresenta l’altra faccia del racconto, l’automobile popolare, entrata nella vita quotodiana degli italiani durante gli anni del boom economico. Si tratta della vettura degli italiani, delle vacanze, della motorizzazione di massa che Dalla e Roversi osservano criticamente.

Mara Martellotta