SPETTACOLI- Pagina 2

Un grande Barbareschi per un corrosivo Mamet

All’Alfieri, sino al 3 maggio

 

“November” di David Mamet – acclamato autore di teatro e cinema, sceneggiatore e regista – ebbe il suo debutto a New York nel gennaio del 2008, protagonista quel Nathan Lane – attore ahimè misconosciuto da noi per quanto bravo e premiatissimo – che forse qualcuno ricorderà in compagnia di Robin Williams e Gene Hackman nel “Vizietto” targato States. “November” (sino a domani per la stagione dell’Alfieri) ha una ventina d’anni ma sembra scritto ai giorni nostri, urticante e corrosivo e lontano finalmente dal politically correct imperante, reso meravigliosamente – ovvero senza peli sulla lingua, zeppo di zampate d’autore, acidamente realistico – dalla traduzione di Luca Barbareschi che riempie altresì, ça va sans dire, l’immensa figura del presidente degli Stati Uniti d’America Charles Smith. Come a dire un Mario Rossi qualsiasi. “November” è ancora una volta l’incontro tra un attore e il suo autore d’oltreoceano preferito, studiato, amato, tutto en amitié, fatto conoscere al pubblico italiano con le precedenti proposte di “Oleanna”, “Glengarry Glen Ross”, “American Buffalo”, “Perversioni sessuali a Chicago” e altri titoli.

Il luogo è lo Studio Ovale della Casa Bianca, l’eleganza che possiamo aver intravisto, telefoni che squillano in continuazione, bandiera e tappeti, divani e fatidica scrivania e tante tante chiacchiere (la scena è di Lele Moreschi). Per un’America e un mondo migliori, s’intende. Il tempo è il novembre dell’anno delle elezioni presidenziali con il presidente Smith uscente e con poche probabilità di essere rieletto, visto il recente calo di consensi che lo ha colpito e dai fondi che hanno preso a scarseggiare. Si parla di guerre e di testate nucleari come se nulla fosse, di ammiccamenti ai quattro venti e di intrallazzi, si fa confusione tra Iran e Iraq, si guarda in casa propria e si tiene d’occhio il mondo. In mezzo a giornate in cui lo staff del presidente sente già aria di vacanza e la moglie pensa alla libreria che dovrà stare in casa loro quando avranno sloggiato dalla aureolata residenza, Smith continua a cercare idee e l’occasione per realizzarle, non ultime la grazia a due tacchini prima che scocchi il Giorno del Ringraziamento e il matrimonio tra l’eccezionale speechwriter che è alle sue dipendenze e la sua compagna, che già hanno adottato una bambina andandosela a prendere – assolutamente non comprata, no, queste cose non si fanno – nella lontana Cina. Ci si dovrà pure inventare qualcosa pur di risalire nei sondaggi, vincere le nuove elezioni e non dover abbandonare quella poltrona su cui da quattro anni mister Smith sta comodamente seduto.

L’affresco di uomo con ogni sua meschinità, con la corruzione che ha sparso e continua a spargere, con la ricerca di ogni mezzo che gli consenta di mantenere quel potere che comicamente gli sta sfuggendo; e di un intero paese che somiglia tanto a quello di oggi, se senti parlare di Alaska immediatamente la “confondi” con la Groenlandia di facile acquisto o occupazione, il divertimento che spesso si fa amaro non t’impedisce di collegarti in un attimo a quanto la tivù ti mostra e a quel che i giornali ti riportano. Si ride e si pensa, in uno dei più begli esempi teatrali di questi ultimi anni: e se a volte, nel logorroico instancabile presidente, spuntano veloci aree di relativo appiattimento altrettanto velocemente ci pensa Mamet – e Barbareschi gli è di enorme aiuto – a risollevare con una fragorosa risata il proseguo dello spettacolo. “Questa è satira con il pungiglione di uno scorpione” ha scritto “Variety” mentre “The Villager” gli ha fatto eco con “Una delle prime commedie intelligenti e leggere con sostanza che abbiamo visto da molto tempo”: e potete star tranquilli che la scrittura di Mamet tutta lampi e fuochi d’artificio, in ogni sua opera, sa sempre dove andrà a parare.

Chiara Noschese, come sempre, la butta in simpatia e questa volta non si risparmia anche dal filosofeggiare nelle vesti della collaboratrice che spera nella nuova legge del presidente, oltre a firmare una regia che non conosce soste, liberissima, divertita e assolutamente divertente, capace di cucinare a dovere tutta la sua squadra. Dice: “November è un circo a tre piste dove tutto è lecito pur di continuare ad avere soldi e potere. Il protagonista è un equilibrista di professione, feroce ma buffo, vulnerabile e capriccioso, tenero e impietoso, al centro di quel circo di spudorata venalità, dove tutto è concesso”. E lo spettatore vede con quanta sicurezza, con quanta sfacciata bravura Barbareschi stia su quel filo sospeso per aria, quanto si destreggi – da grande, gigionesco attore di razza: gesti, balletti, facce, parole parole parole, tutto una gran meraviglia – all’interno di quel circo che sta perdendo i pezzi (con il sospetto da parte nostra, ben venga!, che abbia lavorato di suo, nell’attualizzazione, in una Storia che cambia giorno dopo giorno). Simone Colombari, Nico Di Crescenzo, come esagitato rappresentante associazione nazionale produttori tacchini, speso a tutto pur di salvare le sue creature da una presunta aviaria e dalle luci della tivù troppo forti e infette che dovrebbero accompagnare l’intervista, e Brian Boccuni come grande capo indiano Dwight Grackle offeso nell’onore della moglie, completano il successone della serata.

Elio Rabbione

Le immagini dello spettacolo sono di F. Di Benedetto.

Molise, “Ritorno al tratturo”

Lunedì 4 maggio, alle 21.15, sarà organizzata al Cineteatro Baretti una proiezione-evento prodotta da Own Air, in collaborazione con Aiace Torino e il Circolo ARCI Amici del Cinema. Saranno presenti in sala il regista Francesco Cordio, l’autore e co-sceneggiatore del documentario, Filippo Tantillo, e il produttore Alfredo Borrelli. Condurrà l’incontro il coordinatore di Aiace Torino, Enrico Verra.

“Ritorno al tratturo” è un documentario girato in Molise nelle sale italiane a ridosso dell’evento che ha portato la piccola regione al centro delle cronache, testimoniando con la frana di Petacciato l’estrema fragilità del nostro territorio. Il film viene presentato in prima torinese al Cineteatro Baretti con una proiezione-evento, e rappresenta un viaggio nel cuore dell’Italia nascosta e dimenticata nelle aree interne, che costituiscono il 60% del territorio, abitato da 13 milioni di persone. Si tratta di luoghi lontani da tutto, in cui mancano scuole, ospedali, distributori di benzina, rete e segnale, in cui vivere rappresenta una sfida quotidiana. Il Molise è spesso citato come metafora dell’oblio, di ciò che non esiste, e diventa nel film l’emblema di tanti territori analoghi in Italia e in Europa, vittime dell’abbandono e del progressivo spopolamento. Eppure, lungo i tratturi, antichi sentieri della transumanza che si addentrano nelle montagne percorsi da uomini e animali, qualcosa resiste: a fare da guida nel cammino sono Filippo Tantillo, uno dei massimi esperti di aree interne in Italia, e l’attore Elio Germano, molisano di origine e diventato “ambasciatore” della sua regione.

Il film incontra uomini e donne che hanno scelto di restare, di intrecciare legami, di costruire comunità e avviare attività. Si tratta di allevatori, contadini e artigiani, piccoli imprenditori e studenti che intessono reti locali e lavorano in alternativa a un paradigma di crescita che divora risorse, consuma il suolo, inquina, genera diseguaglianze economiche incolmabili. In questi luoghi, in cui lo Stato non investe più, ma non rinuncia a farsi sentire in forma di burocrazia asfissiante per chi vuole investire, l’impegno di questi uomini è comunitario, accomunati dall’imperativo “ognuno si salvi da solo”, e prospetta un’altra idea di futuro e una cura condivisa della terra, che diventa resistenza e modello di uno sviluppo possibile.

Mara Martellotta

“La foto del mio migliore amico” arriva al torinese “Spazio Kairos”

Dopo due anni di repliche all’“Edgar” di Parigi, la  “prima” italiana dell’esilarante commedia di Fabrice Donnio

Dal 7 al 10 maggio

Per la più spicciola cronaca. Secondo il report “Consumer Cyber Safety Report – Online Dating Edition 2025” di “Norton”, noto “marchio consumer di sicurezza informatica”, circa il 24% degli italiani intervistati utilizza abitualmente “app” di incontri e il 26% delle persone che si iscrivono a tali “app” ammette di mentire sul proprio profilo. La cosa, del resto (anche senza i pur importanti dati scientifici), poteva essere presumibile e ben risaputa, per immaginazione e a fronte di dati – anche a volte assai poco piacevoli – di cronaca, dal largo (e perfino dal più incompetente in materia, come il sottoscritto) popolo – bue. Insomma, il dato è reale. Scoraggiante. Ma anche, se proprio non vogliamo più di tanto abbacchiarci, un tantino risibile. A tal punto da non stupirsi più di tanto, se ben si è pensato di farne argomento di uno spettacolo teatrale a sfondo sociale (d’obbligo) ma non tedioso o bacchettone, quanto piuttosto di largo impatto ironico e capace di smuovere il pubblico a serene, paciose risate.

E’ il caso della commedia francese di successo “La foto del mio migliore amico” firmata dall’attore – sceneggiatore Fabrice Donnio e che, per la prima volta in Italia, debutterà allo “Spazio Kairos” (via Mottalciata, 7) di Torino. Ad essersi aggiudicati i diritti, per il nostro Paese e per i prossimi tre anni, è infatti la Compagnia torinese “Onda Larsen” e la prima messa in scena – per la regia di Andrea Borini, sul palco Riccardo De LeoGianluca Guastella e Lia Tomatis – è in programma per quattro consecutive e ormai prossime date: da giovedì 7 a domenica 10 maggioalle 21. Poi, comincerà la tournée. Dopo aver già avuto i diritti esclusivi per “Una cena d’addio”, il filone della commedia francese per “Onda Larsen” (sempre più attiva e convincente) continua così con questo spettacolo  tradotto, per l’occasione, dal regista Borini. Si tratta di una esilarante commedia degli equivoci ai tempi, per l’appunto, delle “app”. Un primo appuntamento, un profilo fake e un migliore amico “nel posto sbagliato al momento sbagliato”: cosa succede quando il desiderio di trovare l’anima gemella online si scontra con una bugia “fin troppo fotogenica?”.

La stessa domanda si pose (ricordate?) nel remoto 1971 – quando di “app” non girava neppure l’ombra – Luigi Zampa, nella scrittura e nella direzione cinematografica del celebre “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata”, eccezionali interpreti Alberto Sordi e Claudia Cardinale. In scena, lo sprovveduto emigrante italiano Amedeo Battipaglia (Sordi), la giovane, tutt’altro che illibata Carmela, calabrese trapiantata a Roma (Cardinale) e l’amico “figo” Giuseppe (Angelo Infanti): e poi, lo scambio di freccia identificativa in una foto di gruppo, il rincorrersi di missive strapiene di bugie, l’incontro a Brisbane, il faticoso nominativo rimpallarsi dei due Amedeo – Giuseppe e Giuseppe – Amedeo,  fino alla tragicomica scoperta dell’inganno amoroso e la finale accettazione di una vita in quel di “Bun Bun Ga”, villaggio in pieno deserto australiano, 15 abitanti diventati 16 con la nuova “convenuta” Carmela. Amarezza, descrizione di vite rassegnate ma anche divertimento, commedia dell’“assurdo”. Di un “assurdo” diventato non rifiutabile “realtà”, perché al peggio – come suol dirsi – non c’è mai peggio.

E, dal cinema al teatro.“La foto del mio migliore amico” del francese Donnio mi riporta proprio alla mente infatti (sia pure in tempi dove le lettere scritte a mano, che impiegavano mesi ad arrivare a destinazione, non si sa neppur più cosa mai siano) lo “storico” film di Zampa.

Un parallelo inoffensivo e tutt’altro che spiacevole. Ritorniamo dunque alla commedia che impegnerà a Torino e in tournée, i tre bravi artisti di “Onda Larsen”. Il testo è in scena, con grande successo e da ormai due anni, al Teatro “Edgar” di Parigi. Protagonista é Antonio, che ha finalmente ottenuto un appuntamento con Chiara, conosciuta (vedi un po!) su un “sito di incontri”. Per l’occasione, Antonio chiede dunque al suo migliore amico Guglielmo di accompagnarlo. Perché? Semplice. Proprio perché Antonio (come il Sordi – Amedeo) aveva avuto la geniale idea di utilizzare la foto di Guglielmo come propria immagine del profilo, convinto di essere meno fotogenico dell’amico più “figo”. Ha, così, inizio una girandola di equivoci inarrestabile. Obiettivo: far innamorare Chiara di Antonio o, meglio, di Guglielmo, che finge di essere Antonio, o, forse, di Antonio che finge di essere Guglielmo. La serata sarà così decisamente e comicamente complicata, “perché questo spettacolo – affermano i protagonisti – in un’epoca in cui il mondo degli incontri digitali è diventato la nuova frontiera del corteggiamento, intende analizzare con ironia e cinismo le dinamiche moderne”. Spettacolo da non perdere. Anche perché la versione italiana curata da “Onda Larsen” mantiene intatti lo “spirito brillante” e il “fraseggio serrato” del testo originale, garantendo al pubblico una serata all’insegna del divertimento puro e del ritmo incalzante.

Per info: “Spazio Kairos”, via Mottalciata 7, Torino; tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org

Gianni Milani

Nelle foto: Compagnia “Onda Larsen” e il regista Andrea Borini

Due le rassegne musicali per Organalia

Organalia 2026 celebra quest’anno il XXV anniversario della propria attività

La prima  sarà intitolata “Da Torino verso il Ciriacese e il Canavese” e si svolgerà dal 2 maggio al 5 luglio toccando Chivasso, Mathi, Moncalieri, San Maurizio Canavese, Chiaverano, Cirié, San Carlo Canavese, Nole, Villanova Canavese, Torrazzo Piemonte , Cuorgne’, Andrate, con un concerto straordinario a Vigliano Biellese, in provincia di Biella.
La seconda rassegna è  intitolata “Alla scoperta delle valli di Lanzo” e verrà  sviluppata dal 4 luglio al 10 ottobre a Ceres, Monastero di Lanzo, Balme, Mezzenile, Corio, Viù, Usseglio, Lanzo Torinese, con tre concerti straordinari a Moncalieri, Volpiano e Feletto.
La prima rassegna avrà inizio sabato 2 maggio, partendo dalla basilica di Superga dove fu avviata l’avventura musicale denominata allora Vox Organorum, mutata poi nel marchio Organalia.
La serata sarà aperta alle ore 21 da un momento altamente significativo , la consegna della targa “Organalia alla carriera” al professor Guido Donati, organista e compositore, già docente dal 1978 al 2014 al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, alla presenza dei suoi allievi e delle autorità.
Seguirà un concerto d’organo tenuto dal professor Gianluca Cagnani, già allievo del professor Donati e suo successore nella cattedra di Organo del Conservatorio torinese. Alla consolle dell’organo, costruito da Gioacchino Concone nel 1789, svilupperà un programma intitolato “Bach e l’arte dell’improvvisazione. Tra lo stylus phantasticus nord europeo e lo stile italiano”, con brani di Bach, Buxtehude, Benedetto Marcello e alcune improvvisazioni.
Questo appuntamento ha il patrocinio della Città di Torino e prevede la possibilità di una visita guidata alla basilica a cura della Fraternità della Speranza Sermig della durata di 45 minuti dalle 19.30 alle 20.15. Punto di ritrovo presso la biglietteria alle ore 19.15.

Domenica 3 maggio alle ore 17 a Castelnuovo don Bosco, nell’Astigiano, si terrà il secondo concerto di Organalia nella chiesa di San Bartolomeo. L’interprete sarà l’organista novarese Luca Canneto che, alla consolle dell’organo costruito da Giuseppe Calandra nel 1760, svilupperà un programma intitolato “L’arte di sonare: tra inventioni e passaggi”, con brani di Cima, Frescobaldi, Pasquini, Sabatini e Storace. Questo concerto si avvale dei contributi del Comune di Castelnuovo don Bosco e si svolge in collaborazione con l’associazione “When the Saints” e con il Lions Club Castelnuovo don Bosco.
Organalia si avvale del patrocinio della Regione Piemonte, Consiglio regionale del Piemonte e Città Metropolitana di Torino.
Tutti i concerti sono ad ingresso con offerta libera
È possibile scrivere ad Organalia all’indirizzo info@organalia.org

Mara Martellotta

Un omaggio sincero e appassionato a Stevie Wonder

Venerdì 8 maggio, alle 21.30, andrà in scena al teatro Juvarra lo spettacolo dal titolo “Just Wonder”, un omaggio appassionato a uno degli artisti più influenti nella storia della musica mondiale, Stevie Wonder. Si tratta di una voce che valica il limite del tempo, capace di trasmettere un messaggio universale di amore, speranza e impegno sociale.

“Just Wonder” reinterpretazione in chiave jazz contemporanea di alcuni dei brani più celebri e significativi del repertorio di questo compositore. Gli arrangiamenti originali sono firmati da Enzo Orefice e offrono nuove prospettive armoniche e ritmiche, mantenendo inalterata l’emozione e la potenza espressiva delle versioni originali. Una vera e propria “mini big band” libera l’energia delle sezioni dei fiati, unita alla libertà improvvisativa tipica del jazz, dando vita a un’esperienza ricca di sfumature e coinvolgente. Il concerto propone capolavori come quelli dal titolo “Superstition”, “Sir Duke”, “Leightly”, “Isn’t she Lovely”, “I wish”, “Do I Do”, e molti altri con spazi dedicati all’improvvisazione e alla reinterpretazione creativa.

In scena tra le voci Roberta Bacciolo, Elena Bacciolo e Marta Piccichè; al sax alto Francesca Verace e Vincenzo Martire; al sax tenore Paolo Guerriero, al sax baritono Domenico Gugliotta, alla tromba Alessandro Grimaldi e Daniele Gentile, al trombone Enrico De Laurenti e Aldo Caramellino, al basso Luciano Saracino, alla chitarra Alessandro Sugameli, alle percussioni Gianluca Fuiano. Pianoforte e arrangiamenti di Enzo Orefice.

Venerdì 8 maggio 2026, ore 21.30 – intero 20 euro – teatro Juvarra – via Juvarra 13, Torino

info@teatrojuvarra.it

Mara Martellotta

“Plural Voices”: promuovere l’empowerment femminile

Chiude, con il concerto di “Sister Lb”, il Progetto di “Renken ETS” con artiste e attiviste under 30

Venerdì 8 maggio, ore 21

Figura centrale della scena musicale senegalese e artista che grintosamente sfida gli “standard” musicali del “Rap”, sarà Sister Lb (al secolo Selbe Diouf) a chiudere, a Torino, il Progetto “Plural Voices”.

Venerdì 8 maggioalle 21, è in calendario un suo concerto negli spazi del Circolo culturale “Jigeenyi”, in via Borgo Dora 3/0, a Torino. L’appuntamento é a ingresso gratuito che, per chi vuole, può essere anticipato da aperitivo o cena africana. L’artista è stata scelta per l’affinità delle sue tematiche con gli obiettivi di “Plural Voices”, Progetto firmato dalle Associazioni “Renken Ets”“Anomalia Teatro” e “Laki Aps” che ha previsto talk, dibattiti, incontri artistici e appuntamenti teatrali, quali “momenti di partecipazione femminile e di sensibilizzazione rispetto alle ‘tematiche di genere’ e di ‘educazione alla cittadinanza globale’, proposti nei quartieri di ‘Barriera di Milano’ e di ‘Aurora’, nonché  frutto di un intenso lavoro di coprogettazione”.

Riconosciuta tra gli otto “rapper” più influenti e celebri del Senegal, Sister Lb sfida gli “standard maschili” del “rap”, senza rinunciare alla propria femminilità. Collabora anche con l’“Onu” sul tema delle “migrazioni” ed è fortemente impegnata nel raccontare la ricca e viva storia del suo quartiere di Dakar, denunciando le diseguaglianze e difendendo quell’empowerment artistico – femminile che, negli ultimi anni, si è fortemente imposto al potere di un “patriarcato” con le radici ben affondate in ogni aspetto della società.

Nata in una famiglia di musicisti, a Sister LB la madre, coreografa, ha trasmesso l’amore per la cultura e per le melodie ispirate alla tradizione senegalese della cosiddetta “Teranga” (“Ospitalità” in lingua “wolof”), ispirata da figure come il Gruppo dei “Positive Black Soul” e “Missy Elliot”.

Ha rappresentato il Senegal al “Womex”, uno degli eventi culturali più influenti al mondo, e ha partecipato a vari Festival negli States, in Francia ed in Svizzera. È anche co-autrice di “Liees et Dèchaînées”, una raccolta di racconti che esplorano temi come la “resilienza” e l’“emancipazione”.

Nel febbraio 2025 ha ricevuto il “Music Impact Award” per il suo talento e la passione con cui contribuisce alle arti e alla cultura senegalesi.

Il Progetto “Plural Voices” in “Barriera di Milano” e ad “Aurora”

Dice Giulia Gozzellino, vice-presidente di “Renken Ets”“ ‘Plural Voices’ nasce dalla volontà di creare attività culturali nei quartieri di Aurora e Barriera di Milano insieme a donne arabe e afrodiscendenti. Abbiamo iniziato a incontrarci per condividere le nostre passioni, i nostri interessi e le competenze: insieme, poi, abbiamo costruito un percorso in cui ci formiamo e definiamo un calendario comune. In questo modo abbiamo attraversato diversi strumenti artistici e culturali per agire il nostro femminismo e l’antirazzismo nei quartieri che abitiamo”.

Obiettivo principale del “Progetto”, l’“empowerment femminile”.

“Il calendario di appuntamenti – ancora Gozzellino – è stato creato per valorizzare le diversità, creare spazi di parola, anche di lotta per una giustizia sociale e di genere, per i diritti umani, per la prevenzione dei conflitti, per l’educazione interculturale e l’antirazzismo. Punto di forza la ‘coprogettazione’. Tutti i momenti  sono nati da un gruppo di giovani – donne, artiste e attiviste – che hanno pensato alle iniziative tra Barriera di Milano e Aurora, parlando soprattutto agli ‘under 30’. Ha previsto tre moduli formativi con questo gruppo di donne che, così, hanno affinato competenze organizzative, di programmazione e gestione autonoma di eventi. Poi è nata la proposta di sei eventi culturali co-progettati e l’elaborazione di tre workshop intensivi di gruppo dove, attraverso la pratica teatrale, è stata concretizzata la sospensione del giudizio”.

Il “Progetto” ha lavorato anche sulle “diversità”.

“E proprio per questo – conclude Gozzellino – è stata fondamentale la presenza delle volontarie, delle operatrici e delle socie afrodiscendenti di ‘Renken’ e di ‘LAKI’, associazione di donne marocchine residenti a Torino, costituita, appunto, per lavorare sul tema dell’emancipazione femminile”.

Per info: “Renken Ets”, via Priocca 28, Torino; tel. 338/1416296 o info@renken.it

g.m.

Nelle foto: Sister Lb

Il Museo del Cinema tra memoria e futuro: Chatrian racconta mostre e progetti

L’INTERVISTA

Direttore Carlo Chatrian, due mostre molto importanti hanno caratterizzato la stagione 2025-2026 del Museo del Cinema, “Manifesti d’artista” e “My name is Orson Welles”. Esiste un fil rouge che leghi le due esposizioni?

Le mostre sono state organizzate in tempi diversi, quindi, di fatto, non ideate per avere un fil rouge che le collegasse direttamente, anche se abbiamo cercato di costruire una narrazione che le contemplasse entrambe. “Manifesti d’artista” e “My name is Orson Welles” conducono in un passato che pensiamo abbia ancora tanto da raccontare: nel caso di “Manifesti d’artista” si tratta di un passato remoto, poiché una buona parte dei manifesti in mostra hanno più di cento anni e ci riportano alla grande stagione del Futurismo italiano, oppure a quella del Costruttivismo russo, mentre nel caso di Orson Welles il salto temporale è meno ampio. Dal punto di vista museale, il nostro scopo è quello di far compiere ai visitatori un salto all’indietro che li estranei dalla realtà quotidiana e consenta loro di vivere il presente e i film di oggi con sguardo rinnovato. Da questo punto di vista Orson Welles, a mio parere, è estremamente emblematico, perché si tratta di un regista del Novecento che, molto più di altri, ha immaginato il cinema come un’arte magica, che costruisce la realtà, anziché riprodurla, e, se pensiamo alle potenzialità che possiede oggi l’immagine digitale nel creare dimensioni reali, vediamo il collegamento diventare evidente. Il Cinema, a differenza di altre arti, si mescola con l’industria, quindi, nella grande maggioranza dei casi, i materiali sono finalizzati a essere filmati e consumati dal cinema stesso, non sono costruiti per durare, il che rende la loro conservazione una sorta di sfida: in “Manifesti d’artista”, per esempio, la carta su cui sono stampati gli stessi è di tipo usomano, che notoriamente patisce il passare del tempo, quindi deve essere maneggiata con tanta cura. Il medesimo aspetto si riscontra per quei film girati ottant’anni fa, come nel caso del celeberrimo “Quarto potere” o de “La signora di Shangai”. La mostra su Orson Welles, estremamente ricca perché comprende più di 400 documenti tra poster, foto di scena e schizzi prodotti dallo stesso Welles, mette in luce anche alcuni talenti meno noti del grande regista e attore, come quello per la scultura, conferendo all’esposizione una panoramica molto ampia di un grande genio creativo del Novecento.

Si è concluso da poco, con successo, il Lovers Film Festival. In che modo i valori di questo festival si riflettono nell’attività del Museo del Cinema? Può darci una sua riflessione sul titolo di questa edizione “Chi guarda chi”?

Il Lovers è un festival dedicato ai film dalle tematiche LGBTQIA+, sigla che racchiude tutte le diverse espressioni della sessualità e dell’identità. Si tratta di una rassegna che ci sta particolarmente a cuore perché, nonostante i progressi ottenuti negli ultimi anni rispetto all’integrazione delle differenze e delle minoranze, molti passi devono ancora essere compiuti. Lovers cerca ogni anno, attraverso film e ospiti, di far riflettere in modo approfondito su questi argomenti, e il titolo “Chi guarda chi” deve far pensare a quanto l’atto di guardare implichi anche un giudizio, conscio o inconscio che sia.
Penso che il cinema abbia la capacità di rovesciare, fare da specchio e mettere in evidenza questo concetto, ovvero che, quando si guarda, contemporaneamente si può essere guardati, facendo emergere tutti i pregiudizi e le visioni parziali. Questo “claim” rappresenta il desiderio e la necessità di andare verso una società in cui la centralità del dialogo possa esprimersi attraverso una posizione paritaria. Il cinema è l’arte che, più di ogni altra, mette tutti noi sullo stesso piano. L’edizione di quest’anno ha riscosso grande successo perché, probabilmente, è riuscita a porre al centro della sua narrazione il tema dell’inclusione attraverso un linguaggio, quello dei film, aperto e accessibile a tutti.

Può accennare qualcosa a proposito del Torino Film Festival 2026? Sarà ancora diretto da Giulio Base? Dove si orienterà il suo sguardo?

Per avere novità “succulente” sulla prossima edizione del Torino Film Festival bisognerà chiedere al direttore Giulio Base, che è stato confermato anche a fronte di un grande successo che il festival ha già riscontrato nelle passate edizioni da lui dirette. La formula resta quella vincente, ovvero quella di abbinare il lavoro di scoperta di nuove voci del cinema, soprattutto nei film in concorso, con la presenza di grandi star, grandi nomi che fanno sognare gli spettatori. I contenuti saranno definiti durante le settimane che anticiperanno il festival, che avrà luogo a novembre. Siamo convinti che Giulio Base costruirà un programma nuovamente avvincente, capace di incuriosire e coinvolgere l’intera città. Posso solo annunciare che Marilyn Monroe sarà la “Stella” sotto il cui segno si svolgerà la prossima edizione, quindi sarà presente una retrospettiva a lei dedicata.

Quali sono i prossimi obiettivi e le collaborazioni internazionali che caratterizzeranno il futuro del Museo del Cinema?

Vi è la volontà di riallacciare i rapporti con istituzioni importanti e prestigiose a livello nazionale e internazionale, oltre a valorizzare al meglio le nostre collezioni, perché il patrimonio che noi esponiamo è veramente una parte molto piccola di quello che possediamo. Da questo punto di vista abbiamo progetti importanti, tra i quali il rendere accessibili i nostri depositi, riammodernare il Museo Nazionale del Cinema, come è successo già nel 2025 con l’attivazione di una zona chiamata “Video Room”, in cui accogliamo lavori realizzati da giovani studenti, tra videosaggi e altri materiali. Insomma, posso affermare che il Museo si muove intensamente anche quando, dall’esterno, sembrano non esserci novità di grande rilevanza.

Mara Martellotta

Il capolavoro di Bellini, Anteprima Giovani al Teatro Regio de “I Puritani”

Questa sera il capolavoro nel nuovo allestimento di Pierre Emmanuel Rousseau e Francesco Lanzillotta sul podio

Giovedì 30 aprile, al Teatro Regio di Torino, alle 20.30, andrà in scena l’Anteprima Giovani de “I Puritani”, la nuova produzione del capolavoro di Vincenzo Bellini, la partitura più romantica tra le gemme del compositore siciliano, vertice assoluto del Belcanto italiano. Mercoledì 6 maggio, alle 19.30, andrà in scena per sei recite, fino al 17 maggio, l’opera belliniana. Sul podio, a dirigere l’Orchestra e il Coro del Teatro Regio, quest’ultimo istruito da Gea Garatti Ansini, ci sarà Francesco Lanzillotta.

In scena, protagonisti del calibro del tenore statunitense John Osborn, nel ruolo di Arturo, Gilda Fiume, nel ruolo di Elvira, Nicola Ulivieri, nei panni di Sir George Valton, e il baritono Simone Del Savio, nel ruolo di Riccardo, che assicurano un’esecuzione musicale di primo livello nel nuovo allestimento firmato da Pierre Emmanuel Rousseau. Si ricrea così il sodalizio Rousseau-Lanzillotta, già apprezzato al Regio nella “Norma” oltre che ne “La rondine” di Puccini.

Pierre Emmanuel Rousseau torna al Teatro Regio per raccontare a modo suo la storia di Elvira e Arturo nel tempo sospeso della guerra civile inglese , un conflitto tra amore e dovere, tra fedeltà privata e responsabilità pubblica. Nel gesto di Arturo, che salva una regina sacrificando la propria felicità, si consuma una frattura irreparabile. Elvira, smarrita, sprofonda nella follia, mentre il mondo che la circonda si disgrega. Rousseau, dopo aver inaugurato, con “Il barbiere di Siviglia”, la stagione 2023, e aver firmato “La rondine” nel 2024, in tandem con Francesco Lanzillotta, porta a Torino una nuova creazione di cui firma regia, scene e costumi. Le luci e la produzione sono di Gilles Gentner, la coreografia di Carlo D’Abramo, Achille Jourdain è assistente alla regia e Guillemine Burin des Roziers è assistente alle scene. Artista dalla forte impronta visiva, il regista propone una lettura intimista ed elegante, a meta tra il neoclassicismo e il romanticismo: al centro della sua interpretazione si colloca la figura di Elvira, sola e smarrita in un mondo dominato dal conflitto.

“Una donna “sola”, Elvira, al centro di una guarnigione di soldati…la ragione vacilla, ama perdutamente Arturo, il rivale politico. Si sente abbandonata, lotta contro le allucinazioni. ‘I Puritani’ è la storia di questa donna preda della follia – ha dichiarato Rousseau”.

In questa nuova produzione, la dimensione drammaturgica è fortemente intrecciata con una forte visione del tempo e della memoria. Nella successione dei tre atti, le scenografie si trasformano progressivamente in rovine dal sapore romantico, mentre costumi si fanno via via più consunti, sognando il logorarsi delle certezze e dell’identità. Il cast riunisce voci in grado di restituire la purezza e la vertiginosa difficoltà della scrittura belliniana. Gilda Fiume, che interpreta Elvira, torna al Regio dopo “La traviata” del 2021 e “Norma” del 2022; nel ruolo di Arturo, cavaliere e partigiano degli Stewart, il grande John Osborn, specialista del repertorio belcantistico e romantico, dalla straordinaria intensità espressiva, nuovamente al Regio dopo il trionfo personale in “Hamlet” e “Fille du régiment”. Accanto a loro, Nicola Ulivieri, tra i più autorevoli bassi della scuola italiana, riprende Sir George Valton, personaggio con cui aveva conquistato il pubblico torinese 11 anni fa. Nel ruolo di Riccardo spicca il baritono Simone Del Savio, della scuola di canto del Conservatorio di Torino, applaudito in tutto il mondo, al Regio in “Don Pasquale” e “Turandot”. Completano il cast Andrea Pellegrini, nel ruolo di Gualtiero, Chiara Tirotta, nella Dama di Villaforte e Saverio Fiore, nel ruolo di Bruno.

“I Puritani” furono composti nel 1834 su libretto di Carlo Pepoli, dal dramma storico “Têtes rondes and cavaliers” di Jacques François Polycarped Ancelot e Joseph Xavier Boniface Santine, a sua volta ispirato a un romanzo di Walter Scott, e rappresentati a Parigi per la prima volta nel 1935, il 24 gennaio, al Théâtre Italien di Parigi. Rappresentano la quinta essenza del linguaggio belliniano: una partitura di estrema raffinatezza costruita su equilibri sottilissimi tra voci e orchestra, in cui tensione e abbandono, estasi e tormento si fondono in un canto di straordinaria purezza. La guerra civile inglese fa da sfondo al più classico dei triangoli amorosi: Elvira, figlia del Governatore puritano, ama il cavaliere Arturo, sostenitore degli Stewart, suscitando la gelosia di Riccardo. Il giorno delle nozze, Arturo sceglie di salvare la regina Enrichetta di Francia, prigioniera dei Puritani, fuggendo con lei e compromettendo il proprio destino. Elvira, convinta di essere stata tradita, sprofonda nella follia, mentre Arturo viene condannato a morte. Solo il loro ricongiungimento e l’amnistia proclamata dal vittorioso Cromwell scioglieranno il conflitto, restituendo ai due amanti la speranza e la felicità.

Info: biglietti online su www.teatroregio.torino.it – biglietteria in piazza Castello 215, Torino – 011 8815241/242

Mara Martellotta

“Molly”, chiusa nella propria stanza

Per la stagione teatrale 2025-2026 della Casa del Teatro Ragazzi e Giovani, intitolata “Prendersi cura”, nell’ambito di Giovani Sguardi, sabato 2 maggio, alle 20.45, andrà in scena la pièce teatrale “Molly”, di Cubo Teatro, scritto e diretto da Girolamo Lucania, interpretato da Alaide Russo, con la colonna sonora originale e sound design di Ivan Bert e Ruben Zambon, in collaborazione con il Teatro della Caduta, Giallo Mare, Minimal Teatro, Catalyst ETS.

Lo spettacolo racconta le vicende di una ragazza chiusa nella propria stanza e connessa al mondo attraverso lo schermo del telefono. Molly sogna di diventare influencer, registra video e attende di essere vista. Quando qualcuno finalmente risponde, una ragazza come lei, nasce una relazione intensa che progressivamente si trasforma in dipendenza, in un intreccio ambiguo tra realtà e immagine, presenza e proiezione. La pièce è ispirata alla vicenda di Molly Rose Russell, la 14enne britannica morta per suicidio nel 2017, dopo essere stata esposta a contenuti online nocivi. Lo spettacolo affronta il tema della solitudine, amplificata dal digitale e dal bisogno di riconoscimento che attraversa le nuove generazioni. La scena si costruisce come uno specchio digitale: drammaturgia, musica e immagini video live dialogano tra loro creando una performance in cui l’identità si costruisce, sinistra e si riflette attraverso lo schermo. Ne nasce un’esperienza teatrale intensa che interroga spettatori e spettatrice sul tema del rapporto tra tecnologia, desiderio di appartenenza e fragilità contemporanea.

L’opera fa parte del percorso di ricerca multidisciplinare di Cubo, in cui ogni elemento, dalla drammaturgia alla composizione musicale, fino al visual, viene costruito insieme agli altri e contribuisce a creare un oggetto sinfonico e coerente dal punto di vista drammaturgico. Pur essendo l’insieme multidisciplinare, assume una coerenza che lo conduce a un’unicità capace e di interpretare il presente per verificare le radici del futuro. Molly viene vista soltanto di profilo, guarda una videocamera, ma anch’essa solo di profilo, e il risultato è diretto sullo schermo e verso il pubblico. Si tratta di uno specchio che viene manipolato in diretta così tanto da dimenticarsi della presenza dal vivo. Molly è un oggetto di videoarte, una creator, una sorta di film composta e prodotta in diretta, di cui il pubblico è oggetto della sua seduzione.

Info: Fondazione TRG c/o Casa del Teatro Ragazzi e Giovani – corso Galileo Ferraris 266, Torino – biglietteria@casateatroragazzi.it

Mara Martellotta

L’Età d’Oro della Musica a Torino: L’Astrée in concerto alla Cucina Malati Poveri

Ci sono mani che non chiedono, ma hanno bisogno. La data di questo concerto è molto più di musica: è pane, cura, ascolto. Riempire una sala… può riempire molte vite ! La vostra presenza sarà il vero dono, capace di trasformarsi in aiuto concreto per chi ha davvero bisogno 

TORINO – Sabato 9 maggio, alle ore 18:00, la

Cucina Malati Poveri ETS diventerà teatro di

un incontro speciale tra grande musica e storia

del territorio con l’evento “La Scuola d’Archi

Piemontese”.

La serata si aprirà con una breve introduzione

storica a cura di Giorgio Tabacco, fondatore

de L’Astrée e profondo conoscitore del

patrimonio musicale piemontese. L’intervento

offrirà al pubblico le chiavi di lettura per

comprendere l’importanza di Torino nel

panorama europeo del XVIII secolo,

contestualizzando le opere che verranno

eseguite.

Il Concerto: Il Settecento dei Grandi Maestri

A seguire, i violinisti Francesco D’Orazio e

Paola Nervi, componenti di punta de L’Astrée,

eseguiranno un raffinato programma di duetti.

Il percorso musicale partirà dalla prima metà

del Settecento con Giovanni Battista Somis,

per approdare alle composizioni di Gaetano

Pugnani e del suo allievo prediletto, Giovanni

Battista Viotti, figure che hanno reso la scuolaviolinistica torinese celebre nelle corti di

Londra, Parigi e San Pietroburgo.

L’Astrée e la riscoperta del Barocco

Fondato nel 1991, l’ensemble L’Astrée è una

formazione specializzata nel repertorio sei-

settecentesco eseguito con strumenti originali.

Grazie a una costante attività di ricerca e a

prestigiose collaborazioni discografiche (come

il progetto dei manoscritti vivaldiani per

Opus111), il gruppo è oggi ospite dei più

importanti festival internazionali, dal Lincoln

Center di New York al Konzerthaus di Vienna.

Il Programma della serata

• Giovanni Battista Somis: Duetto in fa

maggiore op.7 n.3

• Gaetano Pugnani: Duetto in do minore op.13

n.6

• Giovanni Battista Viotti: Duetto in la

maggiore op.29 n. 2 e Duetto in do minore

op.29 n.3

Solidarietà e Bellezza

L’evento, ospitato presso la Cucina Malati

Poveri ETS, rinnova il legame tra l’assistenza

alle persone fragili e la promozione culturale.

L’Associazione invita la cittadinanza a

partecipare gratuitamente a questo momento dialta arte, volto a nutrire lo spirito e a far

conoscere le attività di sostegno portate avanti

quotidianamente dai volontari.

Informazioni e Contatti

• Data: Sabato 9 maggio 2026

• Orario: Ore 18:00

• Luogo: Cucina Malati Poveri ETS – [Corso

Palestro 11 Torino

• • Info e prenotazioni:

info@cucinamalatipoveri.it

• Segreteria

Cucina Malati Poveri ETS

info@cucinamalatipoveri.it