SPETTACOLI- Pagina 2

I dubbi di un Presidente, un magnifico Toni Servillo

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Da domani sugli schermi il nuovo film di Sorrentino

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Film d’intimità narrativa e di un amore conservato nel cuore che si rivelerà traditore, film alla costante ricerca della verità, film che si rincorre nella domanda “a chi appartengono i nostri giorni?”, film di riti e di trionfalismi nazionali e di piccoli sotterfugi – la vita preordinatamente quotidiana tra le stanze del Quirinale (torinesi le location, da palazzo Chiablese al Castello di Moncalieri al Lorusso e Cotugno, con grande spolvero della nostra Film Commission) e le Frecce Tricolori che attraversano lo schermo nei primi minuti, mentre alle immagini s’alternano i passaggi dell’articolo 87 della nostra Costituzione, “il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”, e la sigaretta fumata di nascosto, dal momento che anche un presidente della Repubblica deve sottostare alle premure e agli “ordini” di una figlia -, film che guarda ad un certo “hic manebimus optime” di radice democristiana e nello stesso tempo è spinto a tessere l’elogio del dubbio, ad allungare i tempi, a portare avanti le questioni, a eliminare e a segnalare per una modifica con un pennarello giallo quel che ancora non è chiaro, quel che ancora non è netto e definitivo. Film intimo, forse persino claustrofobico, ovattato e duro allo stesso tempo, “La grazia” di Paolo Sorrentino, film “diverso” del regista napoletano, che ha inaugurato l’ultima Mostra di Venezia e che ha giustamente riconosciuto a Toni Servillo, giunto alla sua settima collaborazione con il regista, con la vittoria della Coppa Volpi quale migliore interprete, il pieno riconoscimento di un’arte grandiosa, di un’interpretazione che procede nei suoi tanti momenti di sospensione e pacatamente s’infiamma, che vive di sottrazione, che racconta e soffre e si placa nella intervista improvvisata alla direttrice di un mensile di moda, di un uomo che ha abbandonato – se mai li ha indossati, sempre chiuso nei suoi completi blu, un po’ retro, un po’ annoianti – il pantalone bianco e la giacca rossa di Jep Gambardella e per anni ha coltivato la sua personale “grande bellezza” proprio in quei riti, nella stesura di un manuale di studi giuridici che qualcuno ha definito “Himalaya K3” per la sua assurda irraggiungibilità.

Il suo nome è Mariano De Santis, una probabile summa – tra vedovanza e figlia a latere e inflessioni napoletane e quant’altro – dei tanti presidenti più o meno recenti di questa nostra repubblica, da Scalfaro a Napolitano, da Ciampi a Leone allo stesso Mattarella, ancora diccì in quel nome e un monumento della scrittura e della letteratura italiana in quel cognome, seppur aggiustato, il suo distintivo, per tutti, durante l’intero settennato, è stato “cemento armato” (e in questa carambola di nomi, non va dimenticato che il nome della figlia (Anna Ferzetti, quanto mai calibrata nel costruire il proprio personaggio, deuteragonista essenziale), giurista pure lei, al suo più completo servizio, altro non è che Dorotea, che più diccì non potrebbe essere. De Santis è giunto al “semestre bianco”, sa che dovrà abbandonare a poco a poco l’ufficialità, con le guardie del corpo, le visite dei capi di stato, i tanti appuntamenti della giornata, per richiudersi nell’appartamento vicino a piazza di Spagna, magari prima assaporare quella passeggiata in piena libertà, non più con la protezione dell’automobile ma finalmente a piedi, che da sempre pregusta (perché non ripensare, dopo diciassette anni, a quella verso le prime luci dell’alba nella limpida e solitaria via del Corso dell’Andreotti del “Divo”, seppur non ancora fatta di libertà?), dovrà continuare a ospitare per la cena – “ma questa non è che un’ipotesi di cena”, avrà già esclamato l’affettuosa quanto cinica Coco Valori, critica d’arte e artefice di battute al vetriolo, del tipo Camilla Cederna o Natalia Aspesi, al tavolo del Quirinale, alla vista di quanto poco ci sia nel piatto, ma la dieta imposta da Dorotea è ferrea, uno dei tanti effervescenti e divertenti momenti e da grande attrice che Milvia Marigliano offre nel film – la vecchia amica dei banchi del liceo: tuttavia sul tavolo sono ferme alcune questioni che hanno bisogno di certezze, bisognerà decidere, prima del gong finale, se dare o no la grazia a due persone – “se non firmo sono un torturatore, se firmo sono un assassino” -, da un lato un uomo, un insegnante per tanti anni, che ha ucciso la moglie affetta da Alzheimer (lo spunto è nella cronaca ed è quello che ha dato a Sorrentino l’incipit per il film, nel 2016, la vicenda di Giancarlo Vergelli che strangolò nel sonno la moglie Nella) e dall’altro la storia di una donna, per anni maltrattata e segregata da un marito violento che avrebbe ucciso a coltellate. In un altro dossier, un’ipotesi di legge sull’eutanasia, che il parlamento sonnolento e distratto, pur avvertendosene da alcune parti la necessità, non ha ancora votato e che Mariano De Santis, appunto, vorrebbe firmare.

Ancora l’elogio del dubbio e delle incertezze, delle domande e del rigore messo al primo posto in una scala di valori, della pacatezza e della moralità più alta e cristallina, del mistero che incancrenisce una intera esistenza e dei confronti – non ultimo quello con il pontefice, di colore, che porta tranquillamente un codino rasta e che se ne parte via a bordo di uno scooter, che certo misura e lascia misurare le parole, non ultimi quelli costanti e a tratti contrastanti con Dorotea. È il mondo assai più vasto e filosoficamente inteso che guarda al pubblico, come “Il divo”, come “Loro”, il versante lontano di quella autobiografia che abbracciava “È stata la mano di Dio” scendendo nel privato degli affetti interrotti, è il mondo della simbologia – l’agonia del cavallo negli ampi spazi della scuderia -, è il film dove doverosamente confrontarsi con i vari significati e con il peso della parola “grazia”, è il film che forse, abbandonando il personaggio della figlia ma volendo ancora esprimere idee su idee, impressioni su impressioni, lascia la palma alla prima serrata parte e si prolunga nel finale, allargando le maglie della misura, sino alla battuta di chiusura a lanciare dallo schermo l’ultimo fuoco d’artificio. E Sorrentino abbandona quel dubbio in cui ci ha cresciuti e in cui ogni spettatore si è abbandonato.

Gypsy Musical Academy  riconosciuta da Londra Centro Universitario Internazionale

 

L’open day il 16 gennaio

La Gypsy Musical Academy è stata riconosciuta da Londra come un centro universitario internazionale,  un prestigioso riconoscimento che giunge dopo oltre vent’anni di esperienza come Accademia di spettacolo in Italia. Questa realtà è nata come proseguimento dell storica Accademia torinese Laboratorio Teatrale di Arte Drammatica di Carla Pescamona del 1962 con formazione Actor Studio di New York.
Si tratta di un traguardo che fa dell’Accademia piemontese  un punto di riferimento essenziale per la formazione professionale nel settore delle performing arts, raggiungendo una rilevanza globale. I titoli ottenuti dagli studenti, diploma o laurea, a fine percorso spalancheranno loro le porte del mondo dello spettacolo oltreoceano.
La notizia giunge proprio alla vigilia dell’apertura ufficiale delle audizioni per l’anno accademico 2026-2027.
L’open day è in programma il 16 gennaio prossimo e sarà seguito in prima persona da un’ ospite speciale,  Aisha Jawando, presenza rilevante nei noti musical londinesi “Hamilton” e “Tina”. Gli aspiranti che parteciperanno all’open day avranno la possibilità di lavorare direttamente con la Jawando (gypsymusical.com)
“ Siamo molto entusiasti di questo riconoscimento – commenta Neva Belli, fondatrice e direttrice della Gypsy – che conferisce alla nostra Accademia un ruolo internazionale e che soprattutto rappresenta peri nostri allievi già iscritti e per quelli che verranno, l’occasione giusta per fare dello spettacolo una vera professione in grado di essere esportata anche fuori dai confini nazionali.  Si parte da Torino, ma il successo potrà arrivare anche da palchi quali Broadway e West End”.
Il percorso di studi è specificatamente rivolto ai giovani talenti di età compresa tra i 18 e i 26 anni che aspirano a intraprendere una carriera professionale internazionale nel musicale e nelle arti performative.
La qualità dell’insegnamento è garantita da un corpo docenti di prestigio composto da figure di spicco non solo del panorama Italiano, ma anche da eminenti professionisti di Broadway e del West End di Londra.
La proposta formativa a 360 gradi è strutturata in un programma intensivo di eccellenza che abbraccia più di 38 discipline nel Musical Theatre e, per chi lo desidera, specializzazioni nelle performing arts, nel campo del cinema, nel canto pop rock e nelle street dance.
Tra le materie istituzionali il percorso propone moduli fondamentali quali l’English Acting , tenuto da docenti madrelingua, pianificazione della propria carriera nel musical e nelle arti performative e di Musical Theater con protagonisti dei più grandi musical internazionali.
L’Accademia ha inoltre istituito un programma di interscambio diretto tra Torino e Londra, tramite una Accademia partner , consolidando l’orientamento globale della preparazione.

La preparazione Intensiva e l’approccio internazionale sono la chiave del successo di molti ex allievi Gypsy che oggi operano stabilmente  sui palcoscenici e nelle produzioni di tutto il mondo. Obiettivo primario della formazione triennale è quello di fornire ai giovani artisti una preparazione completa  e competitiva in grado di renderli idonei a inserirsi con successo nel mercato del lavoro artistico, sia in Italia, sia all’estero.

Gypsy Musical Academy

Via Pagliani 25

Torino

Info 0110968343

Mara Martellotta

Al teatro Baretti la pièce teatrale “Il corpo consapevole” di Annie Baker

La commedia “Il corpo consapevole” di Annie Baker, per la traduzione di Monica Capuani, torna per la seconda stagione al teatro Baretti, prodotta dal Teatro Nazionale di Genova per la traduzione di Silvio Peroni. Il testo è stato scritto dall’autrice americana, Premio Pulitzer 2014 per “The Flick”, andrà in scena da mercoledì 14 gennaio a venerdì 16 gennaio (sold out), e da mercoledì 21 gennaio a venerdì 23 gennaio prossimi (sold out).

Dopo il grande successo di pubblico e critica della scorsa stagione, il Baretti riprogramma lo spettacolo di Annie Baker, una delle voci più interessanti della drammaturgia contemporanea. Nella civiltà odierna il linguaggio si è complicato a tal punto da diventare un rebus, con il politically correct come ennesimo intralcio. Come farsi capire, allora? Come far ascoltare la propria voce? Questo è il dilemma dei personaggi creati da Baker. I temi che vengono proposti ne “Il corpo consapevole” sono il patriarcato, il gender gap, l’identità, la salute mentale e la ridefinizione della famiglia. Protagonista della pièce è Phyllis, docente di Psicologia in un college di Shirley, cittadina immaginaria del Vermont, che organizza una settimana accademia intitolata “Il corpo consapevole”, che vede partecipare artisti provenienti da tutto il mondo. La compagna di vita è Joyce, che insegna al liceo locale e ha un figlio che presenta sintomi riconducibili all’Asperger. Arriva ospite per la settimana de “Il corpo consapevole” il fotografo Franck Bonitatibus, che crea scompiglio nel precario equilibrio domestico, chiedendo alle donne che ritrae di spogliarsi. Protagonisti in scena gli attori Olivia Manescalchi, Samuele Migone, Valentina Virando e Sax Nicosia, da due anni anche direttore artistico del Baretti.

Spettacoli alle ore 21 tranne il venerdì, alle ore 20

Biglietteria online: eniticket.it – prevendita in cassa nei giorni di apertura della sala o prima dell’inizio dello spettacolo

Mara Martellotta

Zvanì (Pascoli), un bel film: così la RAI fa servizio pubblico

Studiare, studiare, empirmi l’anima di poesia diceva Pavese.
Ieri sera chi ha visto ZVANI’ ,come si dice Giovanni in romagnolo, il film dedicato a un grande poeta maltrattato a volte a Scuola. Mi auguro che lo abbiano visto gli insegnanti di lettere delle Medie e Medie superiori e abbiano capito meglio la grande sensibilità del ragazzo, cui uccidono il padre mentre ritornava a casa sul calesse portando la bambola in dono alle figlie. Il film ci ha riempito di poesia e ci ha dato delle pennellate di storia della Letteratura, dal giudizio fortissimo di Pascoli su Virgilio al rapporto tra Carducci e il divin romagnolo l’incontro con D’Annunzio , che ritiene Pascoli secondo solo a Petrarca. L’immagine dei bambini che leggono San Lorenzo sulla bara del poeta,  una vetta della delicatezza e del sentimento. A chi non si è fatto corrompere dal cinismo dell’epoca moderna suggerisco un tour nei luoghi del Pascoli e in particolare la visita a Villa Torlonia a S. Mauro Pascoli e il museo. Chiusi in macchina ,con chi volete Voi , guardate il viale della Cavallina storna e leggete ad alta voce la piu bella poesia dedicata da un figlio al proprio papà , fatto uccidere da un affarista senza scrupoli e anima. Cara RAI una grande serata di servizio pubblico. Chi lo ha perso lo può rivedere  su Rai play
Mino Giachino

“Gli Angeli” di Testori hanno lo sconvolgimento della “grande poesia”

Sul palcoscenico dell’Astra, sino a domenica 18 gennaio

Nella copertina dell’edizione Feltrinelli, al centro di un fondo grigio, c’è l’immagine di una moto rossa e nera, a terra, distrutta. “Gli Angeli dello sterminio” Giovanni Testori lo terminò a pochi giorni da quel 16 marzo 1993 che se lo portò via, dopo mesi e mesi di degenza in una stanza del San Raffaele, in quella che era stata la sua Milano ma che ora ricacciava, guardandone soltanto l’Apocalisse, la distruzione, le macerie e l’annientamento, il totale sconvolgimento. Una Milano che è pure il mondo, città-latrina e maledetta, dove del Duomo altro non restano che le pareti laterali e dove la Madonina, quella “tuta d’ora e piscinina”, continua a dominare la città; la città che accumula corpi di morti e dove, in una cella di San Vittore, un ragazzo sta morendo di droga, dove San Carlo, dentro una nuova peste che consuma in maniera definitiva, si sta mescolando con la folla dei carcerati, dove un uomo mostra i brandelli del proprio cervello dopo essere caduto dalle scale, dove un feto muore all’ultimo piano di un palazzo, dove un’orda di motociclisti, vestiti di pelle e con i loro caschi bianchi, scorrazzano per le vie del centro. Dove forse t’immagini ancora a brancolare, tra i fumi e il buio, i fantasmi della Maria Brasca o dell’Arialda, della Monaca tra le ruspe gialle di Visconti o della Girardot accoltellata, in un abbraccio in croce, vicino al ponte della Ghisolfa.

Oggi, in questa stagione teatrale – costruita per pensare in lungo – di sconvolgimenti che generano mostri (“forse il mostro è Testori, la cui parola diviene mostruosa perché non teme lo scandalo, anzi, lo cerca e lo provoca. Ma il mostro è anche la vita stessa, in un mondo in cui anche gli angeli possono sterminare”), TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con stabilemobile “pone” sul palcoscenico dell’Astra angeli e moto – nella spazio scenico spoglio di Giuseppe Stellato il fulcro è la marmitta di una moto che fuma – in un adattamento di Federico Bellini, per la sulfurea, fortemente immaginifica regia di Antonio Latella. Uno degli attori, mescolandosi tra noi spettatori, d’improvviso reclama la sua e la loro intenzione di non lasciarci abbandonare al divertimento, perché non ci sarà gioia ma lacrime e sangue. Tre attori quindi, un giovane motociclista che sbraita e vomita un rosario di scurrilità (Alfonso Genova), una cartomante (l’eccellente Matilde Vigna: ha davvero i tratti di Camilla Cederna, grande firma dell’”Espresso”, la sua cartomante?) che evoca defunti ed è tramite con il mondo dei vivi aggirandosi avvolta nel suo elegante abito rosso, un uomo che è un cronista (Francesco Manetti) e forse l’alter ego dell’autore incaricato – volteggia la sua penna immaginaria nel vuoto, più e più volte, con accanimento – di mettere ordine nei fatti e nelle morti che continuano a succedersi, magari per un libro che chissà se pubblicato, nell’ascolto della voce e dei deliri dolorosi della donna, dei suoi racconti e delle intuizioni a cui il suo gioco/professione dà origine: ma tutto accade velocemente, troppo velocemente, a tratti se ne perde – e ne perdiamo – il senso, la probabile ricostruzione, lo svolgimento ordinato che ognuno s’augurerebbe. Non è nelle intenzioni di Testori, è bandita ogni logica narrativa, Testori affastella brandelli d’azioni, frammenti di resoconti, parole rotte che si alternano a metallici suoni di campanelle, lampi di una memoria che non riesce – o forse assolutamente non vuole – a ricomporsi. Tutto nasce libero, tutto si sovrappone, i colori si mescolano. Si costruisce poco a poco una sorte di armageddon meneghino, di girone dantesco, ognuno a narrare la (propria) storia per bocca della donna, un assurdo e vorticoso giudizio universale che non ha eletti né condannati, una di quelle storie medievali di Morte viste in qualche affresco, dentro qualche chiesa o camposanto toscano.

Tra i fumi che invadono la sala, tra le luci (si devono a Simone De Angelis) che si smorzano e virano nell’arancio, allora, siamo in obbligo d’affidarci alle intuizioni: e lo spettacolo si fa affascinante e difficile, lo si decifra, lo si cerca, lo si insegue con amorevole passione attraverso le parole e le tante piccole strade, a volte persino impercettibili, che l’autore ci ha aperto davanti. E allora comprendi, questa volta appieno, che il lavoro di Latella è molto, il proprio sforzo teso a catturare, a sviscerare, a rendere “visibile” nei suoni (con le musiche si devono a Franco Visioli) e nelle voci, nelle immagini che si susseguono, la visione inventata dall’autore. E andato teatralmente a segno.

Come ci viene suggerito, lo spettatore si lascia fascinosamente avvolgere dentro quell’aura infernale – e quell’ultimo attimo, “e caddi/ come corpo morto cade”, potrebbe appartenere non soltanto al cronista ma anche a noi – che trascina. Ma anche da un’area di bellezza – lo sguardo che la cartomante rivolge alle rose che sbocciano -, anche a quella assai più importante di una eventuale resurrezione che necessitava in assoluto di quel totale annientamento – “il funebre silenzio che regnava sulla città non era l’avviso di una fine, ma la forza di una sconosciuta apertura”, sottolineava Testori in una letteratura che si era fatta poesia.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Andrea Macchia, alcuni momenti dello spettacolo firmato da Antonio Latella.

Buone “nuove” per il cuneese “Dispari Teatro”

Il nuovo hub culturale associato a “Confindustria Cuneo – Sezione Cultura ed eventi” è stato selezionato per il “Concorso Art Bonus 2026/2027”

Lancio della “campagna” giovedì 15 gennaio

Cuneo

“Negli ultimi anni, il sostegno alla cultura passa sempre più, in modo strutturato, dall’incontro tra contribuzione pubblica e mecenatismo privato”. Sacrosante parole, di cui è ben convinto Gimmi Basilotta, presidente di “Dispari Teatro – DT” (nonché di “Ancti – Associazione Nazionale delle Compagnie e delle Residenze di Innovazione Teatrale” e di “Agis Piemonte e Valle d’Aosta”), il nuovo “Centro di Produzione Culturale” nato a Cuneo – con sede fra la storica “Casetta Toselli” e l’ex “Chiesa di Santa Chiara” – dall’unione di “Compagnia Il Melarancio” ed “Onda Teatro” (entrambe realtà cuneesi) e il torinese “Teatro Popolare Europeo”. Sacrosante parole, si diceva, quelle di Basilotta. E parole che si spera troveranno fertile riscontro (per il gran gaudio di Basilotta! E non solo) alla luce della buona notizia che il “suo DT” è stato, in questi giorni, selezionato per il “Concorso Art Bonus 2026/2027”, lo strumento che consente a cittadini e imprese di sostenere la cultura beneficiando di un credito d’imposta pari al 65% dell’importo donato. Il lancio ufficiale della campagna “Art Bonus a favore di Dispari Teatro” è in programma giovedì 15 gennaio alle 18, presso la “Sala Ferrero” del “Circolo degli Industriali” (via Bersezio 9) a Cuneo, in occasione della presentazione della “Stagione teatrale 2026” dell’ hub teatrale e culturale a servizio del territorio “Officina Santachiara”, ospitato nell’ex “Chiesa di Santa Chiara”, nel centro storico di Cuneo. Alla serata hanno confermato la loro presenza la sindaca di Cuneo, Patrizia Manassero, l’assessora alla Cultura Cristina Clerico e il presidente di “Fondazione CRC”, Mauro Gola. Nel corso dell’incontro saranno fornite tutte le informazioni utili per sostenere il progetto attraverso l’“Art Bonus” e sarà l’occasione per conoscere più da vicino l’attività culturale promossa da “Dispari Teatro”, attiva non solo nel territorio cuneese, ma anche a livello nazionale.

Ancora il presidente Basilotta: “L’‘Art Bonus’ rappresenta indubbiamente per noi uno strumento di straordinaria importanza: grazie alla partecipazione attiva di cittadini e imprese è possibile sostenere concretamente la produzione culturale e la valorizzazione del patrimonio storico ed artistico dei territori”. E aggiunge: “Per noi significa poter procedere, passo dopo passo, al completamento dei lavori di rifunzionalizzazione dell’ex ‘Chiesa di Santa Chiara’ e, allo stesso tempo, arricchire l’offerta culturale di ‘Officina Santa Chiara’, garantendo un accesso alla cultura sempre più ampio, sostenibile ed inclusivo”.

Oltre al lancio della Campagna “Art Bonus”, la serata del 15 gennaio sarà anche l’occasione per presentare l’intero progetto di ristrutturazione del “complesso” e la stagione teatrale 2026, che prevede ben 110 appuntamenti rivolti a pubblici diversi: dagli adulti alle famiglie, fino ai più piccoli della fascia 0-6 anni.

Nota tecnica: per effettuare un’erogazione liberale in favore di “Dispari Teatro” basta entrare in www.artbonus.gov.it e inserire “Dispari Teatro Cooperativa Sociale Ets” nei campi di ricerca dell’ente da sostenere. Una volta effettuata la donazione è richiesto l’invio di una e-mail all’indirizzo amministrazione@dispariteatro.it, specificando se viene dato il consenso a rendere pubblico il proprio nome di donatore.

g.m.

Nelle foto: Gimmi Basilotta e “Officina Santachiara – Ex Chiesa di Santa Chiara” a Cuneo

Torino si fa “Grazia”: il ritorno di Paolo Sorrentino tra le ombre e l’eleganza sabauda

C’è un’alchimia segreta che lega il cinema di Paolo Sorrentino ai luoghi che attraversa: non sono mai semplici sfondi, ma interlocutori silenziosi, specchi dell’anima dei suoi protagonisti.

Se la Roma de La Grande Bellezza era un grembo barocco e decadente e la Napoli di È stata la mano di Dio un ritorno viscerale alle origini, la Torino de “La Grazia” si rivela oggi come la nuova, perfetta musa del regista premio Oscar.

Il film, che sta già facendo discutere la critica per la profondità con cui indaga il dualismo tra potere ed interiorità, trova nel capoluogo piemontese la sua dimensione ideale.

Non è un caso che Sorrentino abbia scelto proprio le geometrie rigorose e i chiaroscuri della prima capitale d’Italia per ambientare una pellicola che parla di ascesi, colpa e, appunto, grazia.

Una città-personaggio

Le riprese hanno trasformato Torino in un set a cielo aperto, toccando luoghi iconici che, sotto l’occhio del direttore della fotografia, assumono una veste metafisica.

Da Piazza San Carlo, il “salotto” della città che nelle ore notturne diventa uno spazio dechirichiano, alla maestosità neoclassica della Villa della Regina, ogni scorcio contribuisce a costruire quell’estetica della solitudine tipica del cinema sorrentiniano. Torino, con la sua aristocratica riservatezza e quella nebbia che avvolge i Murazzi, si presta magistralmente a rappresentare i corridoi del potere e i silenzi della coscienza.

Come evidenziato dai primi dettagli tecnici e dai sopralluoghi effettuati tra le sponde del Po e i palazzi storici del centro, il film gioca costantemente sul contrasto: da un lato la Roma del potere politico e religioso, dall’altro una Torino che incarna l’introspezione, il rigore e una spiritualità laica e misteriosa.

Cinema Nazionale

L’attesa per l’opera è culminata nelle proiezioni speciali organizzate al Cinema Nazionale, un evento che ha ribadito il legame indissolubile tra il regista e la comunità torinese.

La presenza di Sorrentino in sala non è stata solo una formalità promozionale, ma un atto di riconoscimento verso una città che ha saputo offrire non solo maestranze d’eccellenza — grazie al supporto fondamentale della Film Commission Torino Piemonte — ma anche un’atmosfera unica, capace di ispirare nuove traiettorie narrative.

Il pubblico ha risposto con un entusiasmo composto, quasi a voler rispettare quel silenzio sacro che attraversa le scene del film. “La Grazia” non è solo un racconto cinematografico, ma un’esperienza sensoriale che sfrutta la verticalità della Mole Antonelliana e l’ampiezza dei viali alberati per dilatare il tempo e lo spazio.

Il senso di un capolavoro

In questo nuovo lavoro, Sorrentino sembra aver trovato a Torino la chiave per risolvere il suo enigma stilistico: l’equilibrio tra l’eccesso visivo e l’essenzialità del sentimento.

La città sabauda, con la sua bellezza severa e mai urlata, funge da contrappunto perfetto alla ricerca della “grazia” dei protagonisti.

Se il cinema è l’arte di guardare dove gli altri distolgono lo sguardo, Sorrentino ha guardato dentro le corti interne dei palazzi torinesi e vi ha trovato un mondo.

Con “La Grazia”, Torino smette di essere solo una location per diventare uno stato mentale, consacrandosi definitivamente come capitale del grande cinema.

Un capolavoro che, siamo certi, resterà impresso nell’immaginario collettivo tanto quanto i passi di Jep Gambardella sul Lungotevere, ma con il battito austero e profondo del cuore del Piemonte.

Cristina Taverniti

Carletto e gli Impossibili: Dance, Rock, Pop e Funky al teatro Juvarra

Giovedì 22 gennaio, al teatro Juvarra, si terrà il concerto di Carletto e gli Impossibili, alle 21.30, che omaggeranno i più illustri artisti del rock e del pop con “La grande truffa del rock’n roll”. Si tratta di un concerto surreale e divertente per celebrare icone e leggende che hanno attraversato la storia della musica come meteore luminose. Carletto e gli Impossibili è una delle cover band più longeve ed eclettiche della musica italiana, i suoi show sono eventi unici in grado di ripercorrere con uno stile personalissimo il meglio della musica internazionale. Divertirsi e divertire sono le parole chiave dei loro concerti. Da oltre 25 anni si esibiscono in locali e animano feste private con uno show costellato di brani mixati e arrangiati in uno stile diventato un vero e proprio marchio di fabbrica. Vedere in azione Carletto e i suoi Impossibili è un’esperienza da non perdere: 100 brani condensati in un concerto di due ore in cui la Dance e il Rock, il Pop e il Funky si fondono per creare medley sempre coinvolgenti e ballabili.

La band è composta da musicisti di esperienza che vantano prestigiose collaborazioni con artisti italiani e non, quali Caparezza, Jovanotti, Giuliano Palma, Mike Patton dei Faith no more. I tre cantanti e quattro strumentisti propongono un concerto di grande qualità tecnica e interpretativa. Le scenografie e i costumi a tema, ogni volta diversi, sorprendono il pubblico e regalano uno spettacolo completo da ascoltare e da vedere. Bee Gees e Queen, David Bowie e Bruno Mars, Michele Jackson e Madonna, i brani indimenticabili anni ’70 e ’80 e i successi più recenti, il tutto condito con ironia, finalizzata a divertire e divertirsi

Carletto e gli Impossibili: Carlo Alberto Rubietti – chitarre/Roberta Bacciolo, Gianni Agnolon, Alberto Giraudi tra gli Impossibili / Carlo Bagini – tastiera e voce – Ciccio Cubal – basso e voce – Vittorio Ciaccia alla batteria

Giovedì 22 gennaio ore 21.30 – teatro Juvarra, via Juvarra 13, Torino

Info: teatrojuvarra.it – mailticket.it

Mara Martellotta

Rock Jazz e dintorni a Torino. La PFM e Viden Spassov

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLASETTIMANA

Lunedì. Al teatro Alfieri la Premiata Forneria Marconi rende omaggio a Fabrizio De Andrè.

Mercoledì. Al Lambic suonano gli Ashville. Al Charlie Bird si esibisce il contrabbassista Viden Spassov. Al Blah Blah concerto per ricordare Gigi Rostagno con la Blues Gang di Dario Lombardo, Omini, Mao e Marco Ciari.

Giovedì. Al Cafè Neruda suona il quartetto di Luca Biggio. Al Vinile si esibiscono i Soulful Dress.

Allo Ziggy sono di scena i NI.

Venerdì. Al Magazzino sul Po si esibisce CAL! + Still Charles + ITTO. Al Folk Club è di scena Heloisa Lourenco, Jacopo  Jacopetti, Marco Ponchiroli, Alvise Seggi ed  Enzo Zirilli. Al Circolo Sud suonano gli Shook Roots. Al Circolino si esibisce Johnny Lapio & Arcote Project.

Sabato. Allo Spazio 211 è di scena Amalfitano. Al Circolo Sud si esibisce Niccolò Piccinini.

Pier Luigi Fuggetta