SPETTACOLI- Pagina 2

“Borderlife. La nostra vita dall’altra parte”: narrazione e musica a teatro

Questa sera, martedì 5 maggio alle ore 21, il Teatro Gioiello ospita lo spettacolo “Borderlife. La nostra vita dall’altra parte”, con protagonista Francesca Merloni. La pièce, ispirata al romanzo della scrittrice israeliana Dorit Rabinyan, si presenta come un concerto teatrale capace di intrecciare narrazione e musica, raccontando una storia d’amore intensa e complessa.

Al centro della scena c’è l’incontro tra Liat, ex militare israeliana trasferitasi a New York dove lavora come traduttrice, e Hilmi, artista palestinese. I due, entrambi lontani dalle proprie radici, si incontrano in una città segnata dal trauma dell’11 settembre, dando vita a un legame profondo e inaspettato che supera confini culturali e politici.

Come una versione contemporanea di Romeo e Giulietta, i protagonisti si trovano a vivere un amore che si scontra con le tensioni del mondo esterno, mettendo in luce il conflitto israelo-palestinese attraverso una dimensione intima e umana. In scena, accanto a Francesca Merloni, anche Yasser Mohamed.

Elemento centrale dello spettacolo è la componente musicale affidata ai Radicando, formazione pugliese che fonde sonorità folk e cantautorali in una colonna sonora originale capace di amplificare l’intensità emotiva della narrazione. Il gruppo è composto da Maria Giaquinto alla voce, Giuseppe De Trizio alla chitarra classica, Adolfo La Volpe alla chitarra elettrica, Paolo Pace tra voce, sassofono e flauto e Francesco De Palma al cajón.

La regia dello spettacolo è firmata da Nicoletta Robello.

MARA MARTELLOTTA

Re-Play 2026 promuove la mostra “La terra fabbricata”

Organizzata da Urca cooperativa sociale in occasione dei vent’anni di attività dell’Archivio Nazionale del Cinema d’impresa di Ivrea

Inaugura il 7 maggio prossimo, dalle 19 alle 21, accompagnata da una performance drammaturgica delle opere, alle 19.30, la mostra “Re-Play 2026. La terra fabbricata”, sul tema del paesaggio, dell’energia e del lavoro, presso l’Archivio Nazionale del Cinema d’impresa di Ivrea.

“Re-Play è un format curatoriale in cui i curatori sono persone esterne al mondo dell’arte, non professionisti, ma semplici cittadini e cittadine, che ogni anno affrontano lo studio di una collezione museale o di un archivio e, a partire da questo, realizzano una mostra curata collettivamente – ha dichiarato la curatrice Lorena Tadorni – quindi, ogni anno, nasce una nuova mostra che origina dal nostro patrimonio culturale. Quest’anno abbiamo realizzato la mostra dal titolo ‘La terra fabbricata’ presso l’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea”.

I partecipanti al progetto curatoriale sono Gianmaria Baro, Annamaria Bellotto, Marta Carocci, Barbara Garabello, Rossana Leporati, Patrizia Mani, Simonetta Pozza, Ezio Sartori. La drammaturgia delle opere è a cura di Maria Grazia Agricola.

Dall’incontro tra Re-Play 2026 e l’Archivio Cinema d’Impresa di Ivrea è nata la mostra “La terra fabbricata”. Nel 2026, l’Archivio ha celebrato i suoi primi vent’anni di attività, e questa ricorrenza viene valorizzata proprio da Re-Play prendendo in esame il primo fondo depositato: il Fondo Edison. Un patrimonio audiovisivo di straordinario valore che documenta la trasformazione sociale e paesaggistica dell’Italia nel corso del Novecento attraverso filmati per raccontare il mondo dell’energia, del lavoro e del territorio.

La costruzione delle infrastrutture energetiche, lo sviluppo idroelettrico, le immagini di dighe, centrali e grandi cantieri, che hanno ridefinito interi paesaggi naturali, fanno parte dei materiali raccolti in questo fondo, che restituiscono anche una panoramica rinnovata sulle trasformazioni del lavoro e della società: dalle pratiche agricole modernizzate grazie all’elettrificazione ai processi industriali, fino alla presentazione delle comunità e delle persone coinvolte in questi cambiamenti. Di particolare rilevanza è la presenza di registi come Ermanno Olmi che, all’interno della produzione Edison, ha sviluppato una parte significativa del suo linguaggio cinematografico, contribuendo a fare del film industriale una forma espressiva capace di coniugare documentazione e ricerca poetica. Tra i lavori esposti ricordiamo i suoi film quali “La diga del ghiacciaio”, del 1955, e “La mia valle”, insieme a “Il racconto della Stura”, risalenti al medesimo anno.

La mostra “La terra fabbricata” nasce dallo studio collettivo di questi materiali, da un percorso visivo e narrativo che esplora il rapporto tra l’uomo e la terra, il suo intervento per trasformarla, renderla produttiva e abitarla. Dighe, cantieri e paesaggi modificati, oltre a territori coltivati emergono come segni tangibili di un’azione che attraversa immagini e memoria industriale, restituendo uno spaccato estremamente emblematico nella storia del nostro Paese e la complessità di un territorio costruito attraverso la trasformazione della propria terra.

La mostra presenta una selezione di video e immagini d’archivio organizzati per nuclei tematici: dighe e trasformazioni del paesaggio ( tra cui i lavori di Ermanno Olmi), sfruttamento e produttività della terra, in cui sono contenuti film come “L’energia elettrica nell’agricoltura”, del 1955, e “La terra ha fame”, del 1961, di Giovanni Cecchinato, che raccontano l’introduzione delle tecnologie, dei fertilizzanti e dei mezzi meccanici che hanno trasformato radicalmente il lavoro agricolo e il rapporto con il suolo. Uno sguardo particolare è rivolto al ruolo delle donne e ai processi produttivi con materiali come “L’industria degli esplosivi”, “Valloia (Avigliana 1923-1925)”, che documenta il lavoro femminile all’interno degli stabilimenti e i filmati sullo stabilimento Châtillon di Vercelli e Ivrea. Emerge inoltre un forte legame tra industria e territorio nei documentari dedicati alla produzione tessile sintetica, tra cui “La lavorazione del filato sintetico Helion nello stabilimento Chatillon di Ivrea” e “Chatillon 68”, che racconta la diffusione degli stabilimenti nella regione e il loro impatto sul tessuto sociale e paesaggistico.

La mostra si sviluppa sia negli spazi esterni dell’Archivio, attivando un dialogo tra le immagini e il contesto architettonico olivettiano, sia in quelli interni, in una sala dedicata alla proiezione continua che approfondisce alcuni temi della mostra attraverso una selezione di film del Fondo Edison. Tra i titoli presentati, “Buon lavoro, Sud”, del 1969, racconto delle trasformazioni economiche e sociali del Mezzogiorno, legate ai processi di industrializzazione, e “Il grande paese d’acciaio”, del 1960, dedicato alla costruzione dell’Italia Industriale attraverso la produzione siderurgica e le grandi infrastrutture.

Nel percorso espositivo le informazioni storiche sulle immagini si affiancano all’interpretazione personale dei partecipanti al progetto. Si tratta di narrazioni che restituiscono memoria immaginifica alle opere e contribuiscono a dar loro un senso rinnovato. Il giorno dell’inaugurazione, questi racconti diventeranno intensi momenti performativi.

Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa – viale della Liberazione 4, Ivrea -8 maggio/31 luglio 2026- orari: da lunedì a venerdì dalle ore 10 alle ore 16 – inaugurazione giovedì 7 maggio dalle ore 19 alle ore 21 – performance drammaturgica delle opere alle 19.30.

Mara Martellotta

Paolo Pininfarina, gli amici lo ricordano con un concerto

Il  7 maggio, alle ore 21, presso Le Roi, a Torino. Una serata benefica in favore dell’associazione Anna e Luigi Ravizza ETS

A Torino il concerto in ricordo di Paolo Pininfarina da parte degli amici che suonavano insieme a lui, sarà improntato su musica, memoria e salute mentale. L’incasso sarà devoluto all’associazione Anna e Luigi Ravizza ETS. Per il secondo anno consecutivo, gli amici dei gruppi musicali in cui Paolo Pininfarina suonava la batteria, “Paolo Pininfarina Music Ensemble”, lo ricordano giovedì 7 maggio prossimo, dalle ore 21, con un concerto nell’iconica sala di Le Roi, a Torino. L’introito sarà devoluto all’associazione Anna e Luigi Ravizza ETS, i pensata in progetti di ricerca e sensibilizzazione in salute mentale per diffondere una cultura contro lo stigma. Si tratta di un evento che unisce memoria, musica e impegno concreto, riportando al centro la salute mentale attraverso un linguaggio accessibile e condiviso. È un ritorno che segue il successo dell’evento organizzato in città due anni fa, e che oggi si rafforza con una rete più ampia e nuovi progetti. Vi è la volontà di portare la salute mentale al di fuori dei contesti chiusi e dentro la comunità come esperienza collettiva, e non solo individuale, in linea con il percorso che l’associazione sta costruendo sulla base della ricerca e dell’inclusione.

“Eventi come questo nascono da un bisogno preciso: creare occasioni in cui le persone possano incontrarsi senza barriere e avvicinarsi al tema della salute mentale in modo naturale. La Cultura, la musica e la condivisione – afferma Giovanna Crespi, psichiatra e presidente dell’associazione Anna e Luigi Ravizza ETS – diventano strumenti potenti per parlare di fragilità senza etichette e per costruire comunità che sappiano accogliere”.

Protagonista della serata sarà la Paolo Pininfarina Music Ensemble, che porterà sul palco del Le Roi un concerto capace di unire capacità musicale e partecipazione emotiva nel ricorso del loro batterista Paolo, prematuramente scomparso. Si tratta di un appuntamento pensato non solo come ricordo, ma come occasione per sostenere i progetti dell’associazione.

Dietro l’evento del 7 maggio vi è un lavoro corale che coinvolge partner e volontari e una collaborazione con il Rotaract distretto 2031, che rafforza il legame con il territorio e amplia la comunità attorno ai progetti dell’associazione. Questo è un segnale di come i tema della salute mentale possa uscire dall’isolamento per diventare un terreno condiviso, capace di unire competenze, generazioni e sensibilità diverse. L’appuntamento è per mercoledì 7 maggio alle ore 21, presso Le Roi, in via Stradella 8, a Torino.

Info: ritatosi@ritatosi.it

Mara Martellotta

Note di Classica. Il duo Shoji-Cascioli, Anne-Sophie Mutter e Emanuel Ax, le “stelle” di Maggio

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Mercoledì 6 alle 20.30 al conservatorio per l’Unione Musicale, Sayaka Shoji violino e Gianluca Cascioli pianoforte, eseguiranno musiche di Mozart, Schumann-Dietrich-Brahms, Dallapiccola, Brahms. Sempre mercoledì 6 alle 19.30 al teatro Regio, debutto de “I Puritani”. Opera seria in tre atti . Musica di Vincenzo Bellini. L’Orchestra del teatro Regio sarà diretta da Francesco Lanzillotta. Repliche fino a domenica 17.

Giovedì 7 alle 20.30 e venerdì 8 alle 20 all’ auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Robert Trevino e con Sergey Khachatryan al violino, eseguirà musiche di Weber, Bruch, Schonberg. Mercoledì 13 alle 20.30 al conservatorio per l’Unione Musicale, Lila violoncello e Martina Consonni pianoforte, eseguiranno musiche di Beethoven Janacek, Chopin. Mercoledì 20 allle 20.30 al conservatorio, il Quartetto Faurè eseguirà musiche di Mahler, Faurè e Brahms.

Giovedì 21 alle 20.30 e venerdì 22 alle 20, all’auditorium Toscanini l’orchestra Rai diretta da Han-Na Chang e con Pablo Ferràndez violoncello, eseguirà musiche di Schumann e Dvorak. Venerdì 22 alle 20.30 all’auditorium Agnelli, per Lingotto Musica, la Royal Philharmonic Orchestra diretta da Vasily Petrenko e con Anne-Sophie Mutter violino, eseguirà musiche di Beethoven e Mahler. Giovedì 28 alle 20.30 e venerdì 29 alle 20, all’auditorium Toscanini l’orchestra Rai diretta da Andrès Orozco-Estrada e con Emanuel Ax al pianoforte, eseguirà musiche di Marino, Mozart e Richard Strauss.

Pier Luigi Fuggetta

L’uscita del “Diavolo veste Prada 2”, la delusione di un’attesa

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Replicare il successo del primo “Diavolo”: ma non se ne parla proprio

Ricordate? Vent’anni fa, quando la Miranda Priestley di Meryl Streep metteva piede nel suo elegante ufficio, viso di marmo e portamento altero, glaciale nel suo incedere, mentre tutti quanti rimettevano ogni cosa e se stessi soprattutto al giusto posto, e sbatteva borsetta e cappottone tra la poltrona e le braccia pericolosamente instabili della sottoposto di turno. Oggi mette piede, visivamente allontanata come spauracchio umano quanto editoriale e il cappottone se lo appende da sé, ad una gruccia, con tutto lo sforzo immaginabile: “i cattivi sono sempre i più interessanti”, circola come battuta in questo ammosciato “Il diavolo veste Prada 2”, come un tanto atteso flan che s’è seduto appena tirato fuori dal forno, e se aggiungete che Miranda ha perso di molto tutta quella sua cattiveria dentro a demolire persone e carriere vedrete che il gioco della prima puntata che tanto ci aveva catturato s’è parecchio perso per strada. Perché il fascino del male ha sempre il suo gran maledetto fascino, perché l’inferno – sin da quello dantesco e liceale – ha sempre avuto il sopravvento su un più o meno insipido e noiosetto paradiso, perché nella nuova vicenda il baricentro non può spostarsi da Miranda, campionessa eterna di raggelante leadership, alla Andy di Anne Hathaway che per quanto brava possa essere non reggerà mai il confronto con quell’incanto di donna. È cambiato il cinema, è cambiato il mondo dell’editoria, la carta stampata anzi patinata non regge più il forte impatto di un tempo, tutto cigola, tutto deve essere rivisto e rimesso in discussione.

Aggiungete la sceneggiatura zoppa della sempre Aline Brosh McKenna, zigzagante a rotta di colla e il montaggio tarantolato di Andrew Marcus che sembra fatto più per un’odierna moda filmica che per posati ragionamenti, per incastri che affascinano, aggiungete la regia disturbata del ripescato David Frankel e vedrete con quanto cuore poco contento me ne sono uscito dal cinema. Perché lo scoppiettìo che pullulava in quella prima puntata è andato quasi pressoché perso, o per lo meno parecchio sbiadito, perché manca come primo effetto d’esplosione quella sorpresa che ci aveva incantato, perché si va all’inseguimento di un mondo dorato, con cambi d’abiti che vanno al di là di ogni cifra che la costumista Molly Rogers possa aver immaginato – con l’aggiunta dei vari Dolce&Gabbana e Brunello Cucinelli e la bionda Donatella a comparsare nella Fashion Week milanese, con accompagnamento di Lady Gaga nel cortile di Brera, sotto l’occhio del nudo empereur francese. Come non sentire la mancanza di un in qualche modo impercettibile Nigel del sempre filosofeggiante Stanley Tucci, il suo distribuire abiti e borsette per un weekend in villa non ha più il lascia cadere dall’alto di un tempo, quasi una fredda scopiazzatura (e anche il doppiaggio del nostro Lavia si ritrova messo all’angolo).

Che succede? Succede che Andy Sachs – ragazza sola, con qualche embrione parcheggiato chissà dove per un eventuale poi, bagaglio sentimentale per ora in stand by, che a riprenderlo con quell’incidente di personaggio che le propone la sceneggiatura si farebbe solo del male: ma il bacetto finale la dice al contrario – s’è fatta egregiamente le ossa ed è diventata una giornalista affermata, di quelle che vanno in giro per serate a ritirare premi. Che, durante una di queste, mentre sta per pronunciare il discorso di ringraziamento che la porterà verso nuovi traguardi, suoni il cellulare, suo e di tutti i colleghi della testata attorno al tavolo, per leggere l’sms pronto ad annunciare del licenziamento in tronco: allora non di ringraziamento quelle parole ma per buttare sui social il clima di impoverimento e di paura e di crisi sempre più galoppante, per un mestiere che non dovrebbe mai cessare quelle doti di onestà e di inventiva che ne sono alla base.

Anche Miranda sta mostrando i suoi piedi d’argilla, finita dritta in uno scandalo per un articolo di troppo, avendo messo in luce quello che oggi è definito uno “sweatshop” – i dialoghi del film esondano di termini d’oltremanica -, ovvero la pubblicazione di un articolo promozionale per un marchio rivelatosi poi portatore di quella macchia d’infamia, sfruttamento e condizioni di lavoro miserevoli e socialmente inaccettabili. Licenziamento pure per lei. Ma già ci pensa l’editore a rimettere i conti a posto: chiamando Andy, a seguito di un’imbeccata che si scoprirà sul finale, a ricoprire il posto di features editor di “Runway”. Di qui in poi giravolte a valanga, Andy e Miranda a dover condividere gli uffici non affossando mai vecchie ruggini, si sentirà parlare di conclamata era digitale, di budget stretti da far quadrare, magari mettendoli nelle mani di qualcuno che possa pensare a un definitivo colpo di spugna, di economy al posto di business class e di champagne che lì non è certo servito, di affossamenti e di nuovi contenuti social, di momentanei successi che non decollano, di nuove trattative – con Dior, ad esempio, a rincontrare la Emily di Emily Blunt che ora vi lavora come brand manager, sciocco e stralunato principe azzurro al seguito che al momento giusto potrebbe essere in grado di sovvenzionare -, l’approccio in seguito più che fruttifero con l’ex moglie di uno sfacciatamente ricco magnate capace d’arrivare con un’intervista a puntino, ricconi vecchi e ricconi rispolverati, chi rileva e chi vende a chi, sgambetti e rivalse non preventivate, le promesse e i posizionamenti che non tornano, le amicizie femminili sbandierate e finite nel cestino, le trasferte milanesi con cena d’affari e di lezioni d’umanità all’ombra dell’”Ultima Cena” leonardesca, con colloqui vis à vis sull’intelligenza artificiale che avrà ridotto al minimo l’apporto umano, e, più o meno, per proseguire su quel ramo del lago di Como che fu già di Clooney, villa e giardino di gran riguardo.

Tutta materia difficile da tradurre per lo schermo, in un altalenante andamento che tenta al contrario di camuffare, maldestramente, lo svolgersi svogliato dell’intera caotica vicenda.

Uscendo dal cinema, ti convinci che “Il diavolo” era l’icona da non toccare, quella nicchia di piacere cinematografico durata per anni nell’immaginario collettivo e destinata ora forse a sbriciolarsi. Fredda quanto inutile, che davvero non ci arriva. Certamente non a imprimersi nella memoria come le radici di quell’albero che ci si è incaponiti ora a voler spremere. Streep è stata ben restia all’inizio del progetto a riacciuffare la sua Miranda e credo ci avesse visto giusto. Hathaway, Blunt, Tucci ricalano nei loro abiti ma è come vederli rimettere una mise che hanno già indossato e frustato e che nemmeno Nigel ha lo svaporato potere di rinverdire magari con un colorato accessorio in più. A me è mancato tanto quell’affilare i coltelli a ogni sguardo e a ogni frase, quel cicaleccio sotterraneo che era autentica linfa, tutto è divenuto opaco, disordinato, inconcludente, con buona pace di quel cappottone sbattuto demoniacamente vent’anni fa.

“Barriera”, musica e creatività per Next Generation Kids

L’8 maggio 2026, alle ore 17, presso il Teatro di Rete 7 Piemonte – Theatrum Sabaudiae, in Corso Regio Parco 146, nell’ambito degli eventi collaterali del Salone Internazionale del Libro, Salone Off, torna, alla sua terza edizione, Next Generation Kids con l’evento “Barriera”, una celebrazione del territorio sentita e fortemente voluta dall’organizzazione Caliel Next Generation.

Protagonista dell’evento sarà il neonato Coro Barriera costituito da bambini provenienti da diversi plessi di scuola primaria e secondaria di primo grado degli istituti comprensivi Aristide Gabelli, Giovanni Cena e Bobbio Novaro, che si avvicenderanno sul palco portando in scena un repertorio composto da brani originali scritti da loro all’interno dei laboratori creativo-musicali “Ti scrivo una canzone” e qualche cover di brani amati dai più piccoli.

Lo spettacolo rappresenta un momento di restituzione artistica e sociale: attraverso la musica, la creatività e la cultura, i bambini diventano protagonisti di un cambiamento di sguardo su un quartiere fragile, contribuendo ad abbattere il pregiudizio e a restituire valore, bellezza e dignità a Barriera diMilano.

Cos’è “Barriera”

“Barriera” è un progetto artistico, educativo e sociale che nasce con l’obiettivo di restituire voce, dignità, valore e identità a un territorio spesso raccontato solo attraverso stereotipi.

Attraverso il Coro Barriera e le attività musicali collegate, il progetto coinvolge bambini e ragazzi in un percorso di espressione, appartenenza e consapevolezza, trasformando la musica in uno strumento di riscatto e di costruzione di uno sguardo nuovo sul quartiere.

“Barriera” non è solo il nome di un quartiere, ma un gesto simbolico: superare le barriere del pregiudizio e riscrivere, attraverso la bellezza e la creatività, il racconto di un territorio.

Cos’è “Ti scrivo una canzone”

“Ti scrivo una canzone” è un metodo sperimentale di creatività musicale rivolto ai bambini della scuola primaria e secondaria di primo grado. Ispirato alla pedagogia steineriana, il metodo si fonda su un approccio ludico e su una tecnica di apprendimento esperienziale ed emotivo, di tipo olistico, a base vibrazionale e immaginativa.

Attraverso l’integrazione di suono, immaginazione e percezione interiore, il percorso stimola l’attivazione emotiva e creativa del bambino, favorendo la crescita personale, l’espressione creativa e l’espressione emotiva.

Il metodo si inserisce all’interno del progetto Next Generation Kids, coinvolgendo i bambini in un’esperienza partecipata e profondamente formativa. Partner del progetto “Barriera” sono: Rete 7 Piemonte, Associazione Musicale CETRA, Associazione Nobis Futura.

Rock Jazz e dintorni a Torino. Il Duo Dalia-Gibboni e Leo Gassman

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA

Martedì. Per la rassegna Seven Springs alla Scuola Holden, il duo composto da Carlotta Dalia alla chitarra e da Giuseppe Gibboni al violino, eseguirà musiche di Paganini e Albèniz & Piazzolla. All’Hiroshima Mon Amour si esibisce Mario Sturniolo.

Mercoledì. All’Hiroshima è di scena Leo Gassman. All’Osteria Rabezzana suona il Panattoni Jazz Combo.

Al Blah Blah si esibiscono i Bestiame.

Giovedì. All’Hiroshima è di scena il Duo Bucolico. Al teatro Esedra va’ in scena “Novecento- la leggenda del pianista sull’oceano”. Concerto con arrangiamenti e musica del trombettista jazz Felice Reggio con la cantante Donatella Chiabrera e con la narrazione e regia di Maurizio Fiori. Allo Spazio 211è di scena Giorgio Canali. Al Blah Blah concerto del Trio Marciano. Allo Ziggy suonano i The Devil’s Trade preceduti dagli Electric Wires.

Venerdì. Al Circolino si esibisce il A Planet to Save Jazz Trio. All’Hiroshima è di scena il rapper Mondo Marcio. Al Magazzino sul Po suonano i Cigno. Allo Spazio 211 si esibisce Filippo Gatti e Riccardo Sinigallia. Allo Ziggy sono di scena i Koldbrann.

Sabato. Al teatro Concordia di Venaria si esibisce Tredici Pietro. Al Magazzino sul Po suona la Mixtura Orchestra.

Domenica. Al Magazzino sul Po sono di scena Maximilian + Nuelle.

Pier Luigi Fuggetta

Il “pirandellismo” non invade il “Berretto”, Silvio Orlando come Ciampa

Per la stagione dello Stabile, al Carignano sino al 10 maggio

 

Arrivato quasi ai settanta, Silvio Orlando – eccezionale attore con tre David di Donatello e altrettanti Nastri d’argento alle spalle, una veneziana Coppa Volpi meritatissima per “Il papà di Giovanna” di Pupi Avati, una carriera teatrale iniziata con “Comedians” di Salvatores sino a proporre come recenti titoli ”Ciarlatani” di Pablo Ramòn e “La vita davanti a sé” di Romain Gary – incontra per la prima volta Pirandello con “Il berretto a sonagli” e s’affida alla regia di Andrea Baracco, produzione Cardellino srl con gli Stabili dell’Umbria e di Bolzano, a Torino per la stagione dello Stabile torinese sino al 10 maggio al Carignano.

Il testo approntato per il palcoscenico (del 1917) è stato tratto dall’autore siciliano da due delle sue “Novelle per un anno”, “La verità “ e “Certi obblighi”, entrambe datate 1912. Testo che destò attriti e tensioni tra Pirandello e Angelo Musco, primo destinatario, intestardito nel voler far prevalere gli aspetti comici della vicenda, mentre dall’altra parte si voleva mantenere in primo piano la descrizione di una società e la tragedia di una verità mercificata. Poco ci spaventa che Baracco abbia, con lo scenografo Roberto Crea, stravolto il “salotto in casa Fiorica riccamente addobbato all’uso provinciale”, com’è stato obbligo di passate edizioni, come, ormai oggi, a centodieci anni dalla nascita, sarebbe strano non vedere gli abiti attuali di Marta Crisolini Malatesta, con quel rosso della Saracena che suona sfacciato tra tutti: ma innegabilmente ogni cosa si svolgerà fuori dal tempo e dal luogo, tutto suonerà indecifrabile e freddo e asettico, un freddo ambiente più vicino a una sala d’aspetto di una clinica signorile con annesso acquario da cui lasciar trasparire ogni controcanto possibile. Un ambiente di cui, prima che appaia, abbiamo visto un avamposto, a sipario rosso chiuso, tra mormorii più o meno percepibili, brandelli di rumori cittadini, sospiri con la suddetta Saracena a guardare misteriosamente il pubblico e a sciogliersi i capelli altrettanto rossi, mentre la serva Fana ha tempo d’occhieggiare pure lei. Non ci importa neppure che il ritratto del protagonista, racchiuso in una lingua didascalia, sia rispettato, se Ciampa porti i baffi oppure no, come poco ci spaventa, ormai oggi, leggere in locandina di una “revisione linguistica” a opera di Letizia Russo e del regista, ben sapendo che già Eduardo ne concepì un’edizione nel lontanissimo 1936 guardando alla lingua napoletana. Qui abbiamo un’edizione professionalmente corretta ma altresì “anonima”, per la gran voglia e la gran fretta – seguendo le parole di Sciascia – di “liberare Pirandello da tutte le incrostazioni filosofiche e pseudofilosofiche, da tutte le etichette concettuali, in una parola del pirandellismo. Restituire all’opera pirandelliana quella verità e libertà, quella effervescenza fantastica, che oggettivamente possiede”.

Dove nemmeno ci si dovrebbe impegnare, alla luce di quella effervescenza, a racchiudere in 90’, a rotta di collo, facendola rotolare giù per le scale, la vicenda del povero Ciampa, “strapieno di tragica umanità, non vivo ma arcivivo”, pianamente loico e meditabondo parola dopo parola, filosofeggiante della sua tranquilla quotidianità, al riparo di ogni sua pausa nell’esposizione di fatti e conseguenze. Che gli viene tellurizzata, questa sua benedetta quotidianità, dal comportamento di donna Beatrice, consorte tradita, lei ne è sicura, del cavalier Fiorica, di cui Ciampa è l’umile scrivano. Lei sa e io conosco, ma ogni cosa va richiusa dentro le mura domestiche e lì rimanervi. Finché Beatrice sprigiona il vaso di Pandora e ogni vipera se ne esce fuori, inondando una doppia famiglia e una intera città soprattutto, sino a decretare un probabilissimo scandalo che va immediatamente soffocato. La paura del ridicolo, l’abitudine del protagonista a mettere le mani avanti, sempre e per ogni cosa, quell’iniziare a vedersi sacrificabile (“che significa che io sono più che di famiglia…, sissignora, per la devozione… e lei rincalza “per la devozione e per tutto!”), quel constatare che “lo strumento è scordato” e che “la corda civile”, quella della società, quella delle convenienze, quella del saper stare al mondo, va subito rimessa a posto. Con questa ci sono “la corda seria” e “la corda pazza”, ecco, si darà la carica a quest’ultima, a Beatrice non resterà, non potendosi zittire i mormorii che già circolano, non potendo neppur più contare sugli appoggi dei notabili e del delegato Spanò, non valendo nulla il verbale e la sua testimonianza con cui s’andrebbe tutti quanti tranquilli, che “mostrarsi” pazza, l’esserlo con quei tanti “beee…!” ripetuti in faccia all’uno e all’altro, via per la strada del manicomio (tre mesi almeno finché non si saranno calmate le acque, una vacanza; “La villeggiatura” avrebbe intitolato Marco Leto il suo film del ’73: ecco, qualcosa di simile). Mantenendoci tutti ben stretto quel “pirandellismo” da cui si voleva scappare, da quell’intreccio di maschere e finzioni, da quella benpensante realtà dentro cui ancora oggi ci troviamo immersi. Mentre Ciampa “si butta a sedere su una seggiola in mezzo alla scena, scoppiando in un’orribile risata” che qui si fa anonima come molta parte della messinscena, laddove gli antichi “di rabbia, di selvaggio piacere e di disperazione” lasciano il posto a un rantolo che allo scrivano si soffoca in gola. La rabbia ha preceduto, durante i lunghi ragionamenti finali, la disperazione non la vediamo.

Mentre piace rileggere quel che scriveva Leone de Castris, che di Pirandello s’intendeva: “Il problema della ‘maschera’ è infatti il contenuto del dramma di Ciampa, il colorito e carnoso porta-insegne del gran tema pirandelliano, l’eroe astuto e la vittima sofferente della parte. In lui quel tema s’incentra davvero, diventa umanità e protesta sociale, si vive in tutte le possibili articolazioni della sua tragica e grottesca necessità, come condanna e come difesa, come ridicola esigenza di esterno decoro e drammatico bisogno di una consistenza: e si fa comportamento, ansia vitale, e persino pietosa salvaguardia dei sentimenti più veri, dialettica autentica di passione e ragione, di dolore e di simbolo.”

Resta un’umanità dolente, schierata muta alle spalle del protagonista. Restano quell’inizio inatteso e inconcludente, restato gli abiti femminili a scendere dall’alto, come quegli omini con  cappotto nero e bombetta di Magritte, resta il ballo lento tra Beatrice e la Saracena su cui come per il resto continui a chiederti il perché, resta Beatrice che issandosi sullo scranno bianco raggiunge la madre, per sederle accanto e posarle dolcemente il capo sulla spalla, resta tutta questa acidità di Ciampa che mai come adesso da vittima s’è fatto carnefice, aspro, con il pugnale in mano, con sprazzi di nera malvagità. Silvio Orlando è lucidamente teso ma non riesce a sviscerare, con tutta la fregola che Baracco gli ha messo addosso, le tante sospensioni delle sue lunghe tirate. Tra i compagni, eccelle Stefania Medri con la sua Beatrice, vittima sacrificale, tutta tensioni e rabbia e stupori, che credo all’autore di Girgenti non sarebbe affatto spiaciuta.

Elio Rabbione

Le immagini dello spettacolo sono di Leila Pozzo.

Un grande Barbareschi per un corrosivo Mamet

All’Alfieri, sino al 3 maggio

 

“November” di David Mamet – acclamato autore di teatro e cinema, sceneggiatore e regista – ebbe il suo debutto a New York nel gennaio del 2008, protagonista quel Nathan Lane – attore ahimè misconosciuto da noi per quanto bravo e premiatissimo – che forse qualcuno ricorderà in compagnia di Robin Williams e Gene Hackman nel “Vizietto” targato States. “November” (sino a domani per la stagione dell’Alfieri) ha una ventina d’anni ma sembra scritto ai giorni nostri, urticante e corrosivo e lontano finalmente dal politically correct imperante, reso meravigliosamente – ovvero senza peli sulla lingua, zeppo di zampate d’autore, acidamente realistico – dalla traduzione di Luca Barbareschi che riempie altresì, ça va sans dire, l’immensa figura del presidente degli Stati Uniti d’America Charles Smith. Come a dire un Mario Rossi qualsiasi. “November” è ancora una volta l’incontro tra un attore e il suo autore d’oltreoceano preferito, studiato, amato, tutto en amitié, fatto conoscere al pubblico italiano con le precedenti proposte di “Oleanna”, “Glengarry Glen Ross”, “American Buffalo”, “Perversioni sessuali a Chicago” e altri titoli.

Il luogo è lo Studio Ovale della Casa Bianca, l’eleganza che possiamo aver intravisto, telefoni che squillano in continuazione, bandiera e tappeti, divani e fatidica scrivania e tante tante chiacchiere (la scena è di Lele Moreschi). Per un’America e un mondo migliori, s’intende. Il tempo è il novembre dell’anno delle elezioni presidenziali con il presidente Smith uscente e con poche probabilità di essere rieletto, visto il recente calo di consensi che lo ha colpito e dai fondi che hanno preso a scarseggiare. Si parla di guerre e di testate nucleari come se nulla fosse, di ammiccamenti ai quattro venti e di intrallazzi, si fa confusione tra Iran e Iraq, si guarda in casa propria e si tiene d’occhio il mondo. In mezzo a giornate in cui lo staff del presidente sente già aria di vacanza e la moglie pensa alla libreria che dovrà stare in casa loro quando avranno sloggiato dalla aureolata residenza, Smith continua a cercare idee e l’occasione per realizzarle, non ultime la grazia a due tacchini prima che scocchi il Giorno del Ringraziamento e il matrimonio tra l’eccezionale speechwriter che è alle sue dipendenze e la sua compagna, che già hanno adottato una bambina andandosela a prendere – assolutamente non comprata, no, queste cose non si fanno – nella lontana Cina. Ci si dovrà pure inventare qualcosa pur di risalire nei sondaggi, vincere le nuove elezioni e non dover abbandonare quella poltrona su cui da quattro anni mister Smith sta comodamente seduto.

L’affresco di uomo con ogni sua meschinità, con la corruzione che ha sparso e continua a spargere, con la ricerca di ogni mezzo che gli consenta di mantenere quel potere che comicamente gli sta sfuggendo; e di un intero paese che somiglia tanto a quello di oggi, se senti parlare di Alaska immediatamente la “confondi” con la Groenlandia di facile acquisto o occupazione, il divertimento che spesso si fa amaro non t’impedisce di collegarti in un attimo a quanto la tivù ti mostra e a quel che i giornali ti riportano. Si ride e si pensa, in uno dei più begli esempi teatrali di questi ultimi anni: e se a volte, nel logorroico instancabile presidente, spuntano veloci aree di relativo appiattimento altrettanto velocemente ci pensa Mamet – e Barbareschi gli è di enorme aiuto – a risollevare con una fragorosa risata il proseguo dello spettacolo. “Questa è satira con il pungiglione di uno scorpione” ha scritto “Variety” mentre “The Villager” gli ha fatto eco con “Una delle prime commedie intelligenti e leggere con sostanza che abbiamo visto da molto tempo”: e potete star tranquilli che la scrittura di Mamet tutta lampi e fuochi d’artificio, in ogni sua opera, sa sempre dove andrà a parare.

Chiara Noschese, come sempre, la butta in simpatia e questa volta non si risparmia anche dal filosofeggiare nelle vesti della collaboratrice che spera nella nuova legge del presidente, oltre a firmare una regia che non conosce soste, liberissima, divertita e assolutamente divertente, capace di cucinare a dovere tutta la sua squadra. Dice: “November è un circo a tre piste dove tutto è lecito pur di continuare ad avere soldi e potere. Il protagonista è un equilibrista di professione, feroce ma buffo, vulnerabile e capriccioso, tenero e impietoso, al centro di quel circo di spudorata venalità, dove tutto è concesso”. E lo spettatore vede con quanta sicurezza, con quanta sfacciata bravura Barbareschi stia su quel filo sospeso per aria, quanto si destreggi – da grande, gigionesco attore di razza: gesti, balletti, facce, parole parole parole, tutto una gran meraviglia – all’interno di quel circo che sta perdendo i pezzi (con il sospetto da parte nostra, ben venga!, che abbia lavorato di suo, nell’attualizzazione, in una Storia che cambia giorno dopo giorno). Simone Colombari, Nico Di Crescenzo, come esagitato rappresentante associazione nazionale produttori tacchini, speso a tutto pur di salvare le sue creature da una presunta aviaria e dalle luci della tivù troppo forti e infette che dovrebbero accompagnare l’intervista, e Brian Boccuni come grande capo indiano Dwight Grackle offeso nell’onore della moglie, completano il successone della serata.

Elio Rabbione

Le immagini dello spettacolo sono di F. Di Benedetto.

Molise, “Ritorno al tratturo”

Lunedì 4 maggio, alle 21.15, sarà organizzata al Cineteatro Baretti una proiezione-evento prodotta da Own Air, in collaborazione con Aiace Torino e il Circolo ARCI Amici del Cinema. Saranno presenti in sala il regista Francesco Cordio, l’autore e co-sceneggiatore del documentario, Filippo Tantillo, e il produttore Alfredo Borrelli. Condurrà l’incontro il coordinatore di Aiace Torino, Enrico Verra.

“Ritorno al tratturo” è un documentario girato in Molise nelle sale italiane a ridosso dell’evento che ha portato la piccola regione al centro delle cronache, testimoniando con la frana di Petacciato l’estrema fragilità del nostro territorio. Il film viene presentato in prima torinese al Cineteatro Baretti con una proiezione-evento, e rappresenta un viaggio nel cuore dell’Italia nascosta e dimenticata nelle aree interne, che costituiscono il 60% del territorio, abitato da 13 milioni di persone. Si tratta di luoghi lontani da tutto, in cui mancano scuole, ospedali, distributori di benzina, rete e segnale, in cui vivere rappresenta una sfida quotidiana. Il Molise è spesso citato come metafora dell’oblio, di ciò che non esiste, e diventa nel film l’emblema di tanti territori analoghi in Italia e in Europa, vittime dell’abbandono e del progressivo spopolamento. Eppure, lungo i tratturi, antichi sentieri della transumanza che si addentrano nelle montagne percorsi da uomini e animali, qualcosa resiste: a fare da guida nel cammino sono Filippo Tantillo, uno dei massimi esperti di aree interne in Italia, e l’attore Elio Germano, molisano di origine e diventato “ambasciatore” della sua regione.

Il film incontra uomini e donne che hanno scelto di restare, di intrecciare legami, di costruire comunità e avviare attività. Si tratta di allevatori, contadini e artigiani, piccoli imprenditori e studenti che intessono reti locali e lavorano in alternativa a un paradigma di crescita che divora risorse, consuma il suolo, inquina, genera diseguaglianze economiche incolmabili. In questi luoghi, in cui lo Stato non investe più, ma non rinuncia a farsi sentire in forma di burocrazia asfissiante per chi vuole investire, l’impegno di questi uomini è comunitario, accomunati dall’imperativo “ognuno si salvi da solo”, e prospetta un’altra idea di futuro e una cura condivisa della terra, che diventa resistenza e modello di uno sviluppo possibile.

Mara Martellotta