SPETTACOLI- Pagina 2

Eppure… “A casa lo sapevo”

Protagonista un giovane supplente, allo “Spazio Kairos” va in scena lo spettacolo che racconta la scuola d’oggi

Venerdì 27 marzo, ore 21

Scusate se vado sul personale, ma un po’ mi ci sono ritrovato. E immedesimato. Pur se dai miei primi anni di supplenza in varie scuole torinesi (per ognuna un mondo a sé, universi spesso improbabili eppur possibili, anzi possibilissimi) un bel po’ di anni sono passati. Senza però mai togliermi di dosso l’idea che ogni tempo ha in fondo la scuola che si merita. E del resto non potrebbe che essere così. E’ o no la “scuola”, come ogni altra Istituzione (famiglia compresa), riflesso specchiato dei tempi che le corrono addosso? Certo che sì! E allora non deve stupirci più di tanto anche il volto di quella “scuola” protagonista, con tutti i suoi paradossi e le sue inverosimili (ma quanto vere!) realtà descritte in “A casa lo sapevo”, lo spettacolo teatrale – riflessione acuta e dissacrante sul mondo dell’istruzione – che andrà in scena allo “Spazio Kairos” di via Mottalciata, a Torino, venerdì prossimo 27 marzoalle 21. Produzione firmata “Chronos3” e “Industria Scenica” per il cartellone curato da “Onda Larsen” e scritta a più mani da Vittorio BorsariTomas LeardiniGiulia LombezziMarcello Mocchi e Camilla Zanini, la piéce vede in scena lo stesso Leardini (attore riminese, formato all’Accademia “Paolo Grassi” di Milano) insieme a Marcello Mocchi, diretti dalla regia di Vittorio Borsari. Al centro della narrazione, il “povero” Leonardo Bassi, un giovane supplente di Italiano che si ritrova proiettato in una dimensione scolastica surreale, un microcosmo “dove le certezze pedagogiche si sgretolano sotto il peso di una quotidianità fatta di paradossi e scontri generazionali”. La sua è una vera e propria “odissea”, la tragicomica guerra quotidiana di un disarmato (e disarmante!) Don Chisciotte dalla lancia spuntata e senza neppure il fedele Sancho Panza al fianco (ma con i terribili e irridenti “Mulini a vento”, quelli sì!), stretto tra due armate che non gli danno requie: quella di “bellicosi genitori” invadenti e (ancora peggio!) di “colleghi ormai disillusi”. Nel bel mezzo, il “poveretto”, il buon Leonardo, che tenta, e ce la mette tutta, di gestire situazioni al limite dell’assurdo, come una “stampante” dell’Istituto che sembra aver abbracciato la “fede comunista” (?) e due bidelli incaricati della sua improbabile riparazione.

In questo scenario caotico emerge la presenza silenziosa ma, forse per questo ancor più “rumorosa”, di una “classe invisibile”: sono i ragazzi della “terza generazione” o “Generazione Alpha” (educati da genitori spesso “Millenials”e rappresentanti i primi veri nativi digitali “puri”) osservati, giudicati e talvolta temuti dagli adulti, che provano a trovare il proprio spazio vitale in un sistema che fatica a comprenderli. “Lo spettacolo diventa così il palcoscenico di un’ora di ricevimento perenne, dove scuola e famiglia si trasformano in universi in collisione pronti a intaccare ogni residua convinzione del giovane docente”. E chi mai vorrebbe trovarsi nei suoi panni? Eppure, rendiamocene ben conto, sono i panni che ogni giorno si mettono addosso, da casa a scuola, tanti giovani (o meno giovani) insegnanti d’oggi. E che si tengono addosso, senza cercare vie di fuga ma superando sé stessi per dare, in qualche modo, una dritta alle “cose”. Impresa, diciamolo pure, spesso destinata a un miserevole insuccesso.

Attraverso ottanta minuti in cui la risata s’intreccia alla sorpresa e, sempre dietro l’angolo, al surreale, lo spettacolo “solleva – è stato giustamente annotato – una domanda esistenziale che assilla chiunque si interfacci con le nuove generazioni: ne varrà veramente la pena? Con un linguaggio fresco e una comicità che non rinuncia alla profondità, la compagnia bresciana porta a Torino una commedia necessaria per ridere delle nostre fragilità educative e riflettere sul futuro di chi, tra i banchi, sta ancora imparando a respirare”.

Per info: “Spazio Kairos”, via Mottalciata 7, Torino; tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org

Gianni Milani

Nelle foto: immagini di scena

Riparte da Torino la Deejay Ten ideata da Linus

Domenica 29 marzo prossimo ripartirà da Torino la Deejay Ten, dopo il successo della scorsa edizione che ha visto la partecipazione di oltre 60 mila persone. un debutto che ha già fatto registrare il tutto esaurito per la prima tappa del 2026 della corsa itinerante, non agonistica, firmata Radio Deejay e ideata da Linus, che da vent’anni continua a coinvolgere centinaia di migliaia di runners provenienti da tutto il Paese.

Con due percorsi differenti, da 10 e 5 km, adatti a ogni età e capacità atletica (il primo rivolto alle persone dai 16 anni in su, il secondo accessibile a tutti) la Deejay Ten rappresenta l’appuntamento ideale per trascorrere una domenica mattina all’insegna dello sport e del divertimento da condividere con famigliari e amici. La tappa di Torino, che ha ottenuto il patrocinio del Comune di
Torino, sarà capitanata da Linus che, come da tradizione, darà il via alla corsa alle ore 9.30. Insieme al Direttore artistico ed editoriale di Radio Deejay vi saranno anche Diego Passoni, La Vale, Danilo da Fiumicino, Furio, Giorgio e Vic, che con la loro ironia e simpatia accompagneranno i partecipanti durante tutta la mattinata.

Piazza Castello ospiterà il Deejay Village, luogo di ritrovo dove sarà possibile richiedere informazioni, ritirare pettorale e maglia nelle giornate di sabato 28 marzo (dalle ore 10.00 alle ore 19.00) e di domenica 29 marzo (dalle ore 7.00 alle ore 9.15), e partecipare ai riscaldamenti muscolari precorsa a ritmo di musica.  Per Torino le maglie fornite dallo sponsor tecnico adidas saranno di colore verde acqua per il percorso da 10km e rosa per quello da 5km. I runners, oltre alla t-shirt ufficiale e al pettorale, riceveranno anche chip (usa e getta) per rilevamento cronometrico, assicurazione RC e assistenza medica, medaglia di partecipazione, sacca ristoro finale.

Dopo la tappa di Torino, la Deejay Ten approderà a Bari il 19 aprile, proseguirà a Treviso il 17 maggio e arriverà a Milano per il gran finale del 4 ottobre.

Per info su percorsi e iscrizioni: https://deejayten.deejay.it/

Gian Giacomo Della Porta

“Rocky”, storia d’amore e di rivincita, uno spettacolo pensato in grande

Ad accompagnare la ripresa di “Rocky” sul palcoscenico dell’Alfieridove già aveva debuttato nell’ottobre del 2024, poi lunga tournée a teatri sold out – riproponiamo la recensione dello spettacolo, a testimonianza di un successo decretato allora in primo luogo dalla regia di Luciano Cannito. Uno spettacoli solido ed emozionante, perfetto nella sua struttura drammaturgica e nella sua ampia cornice musicale, nelle coreografie e nelle interpretazioni. Un importante cambio, quello del protagonista maschile, dove Pierpaolo Pretelli ha lasciato il posto al maturo Mario Ermito, già in questa stagione apprezzato come Adamo Pontipee in “Sette spose per sette fratelli”. A riformare la coppia del tutto convincente di quel musical Giulia Ottonello, di cui ancora una volta riapprezzeremmo le eccellenti doti canore e interpretative, bravissima davvero nell’offrire al pubblico momenti che incantano, pieni di alta professionalità e di una passione che raramente s’incontra oggi su un palcoscenico. Ancora una volta, buon divertimento.

A poco più di trent’anni dalla sua comparsa sugli schermi, nel 2008 l’American Film Institute lo inserì al 57mo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi e due anni prima era stato scelto per la preservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso. Un gran bel risultato d’eccellenza per un film che, economicamente, con una lavorazione conclusa in meno di un mese, aveva stanziato un budget di poco più di un milione di dollari e se ne era visti tornare a casa intorno ai 225. Come non credere che Sylvester Stallone, l’ormai mitico Sly, gran macinatore di sequel e di spin-off, attore pressoché sconosciuto sino al successo del primo capitolo, a cui nelle audizioni erano stati preferiti nomi già collaudati, Redford e Ryan O’Neal in primo luogo, non agguantasse l’occasione per portare sui palcoscenici, in compagnia di Thomas Meehan, il suo “Rocky”? Il boccone era ghiotto, la storia e le musiche anche lì potevano funzionare benissimo, la storia d’amore e di rivincita da un passato di povertà e di rinunce e di difficoltà anche al di là di un proscenio avevano i numeri giusti per portarsi appresso una gran bella quantità di pubblico. I sei mesi di repliche a Broadway e le candidature ai Tony Award furono il primo passo di un lungo successo.

Rocky the musical”, nella produzione di Fabrizio Di Fiore Entertainment, pensata in grande – una ventina di persone in scena e l’intero apparato tecnico, l’orchestra dal vivo in una di quelle buche che davvero a teatro non vedi più, la direzione musicale e gli arrangiamenti di Ivan Lazzara e Angelo Nigro, l’eccellente disegno luci di Valerio Tiberi, la struttura drammaturgica e l’esatto adattamento, la resa dei testi delle canzoni mai banali – e con la regia di Luciano Cannito, ha aperto nei giorni scorsi la stagione del torinese teatro Alfieri, affollatissimo in ogni ordini di posti, pubblico festoso e ricchissimo d’applausi, teso a sottolineare i momenti più forti o piacevoli della storia, un finale d’eccezione su tanto di ring a decretare fin d’adesso un successo che percorrerà sino ad aprile le tante tappe attraverso lo stivale. Perché il pubblico, giovane e meno giovane, pur preso dalla faccia televisiva io credo riesca a dimenticarla per circa le tre ore di spettacolo e non faccia troppa fatica a immedesimarsi, col sentirli davvero vicino a sé, in quei personaggi che cercano una rivalsa grazie sì con l’accarezzamento di un sogno ma attraverso la fatica, la dedizione, l’inseguire continuo un ideale che non è soltanto disciplina e punto d’arrivo ma altresì filosofia di vita. E lo spettacolo fa veramente la sua parte. “Musical mozzafiato” è stato detto ed è vero. Ci sono le musiche di Bill Conti e di Stephen Flaherty, c’è l’irruenza di alcune canzoni che hanno attraversato la vita di ognuno di noi, c’è l’iconico pugno alzato del campione, c’è una storia di fatica ma pure di poesia, disposta a contraltare che s’amplia in certi personaggi e in alcuni momenti valorizzati da una regia fatta certo di ampi lunghi poderosi movimenti, di una macchina teatrale che aziona con grande precisione e già funziona a meraviglia, e diverte, una regia che accomuna splendide e acrobatiche coreografie che non puoi non applaudire, ma anche capace di stringere perfettamente il campo, con mezzi tutti cinematografici, sui piccoli sentimenti, sulla agguerrita discesa ancora una volta sul ring del vecchio allenatore, sull’amore che nasce in una piccola stanza, in un angolo di palcoscenico ed è l’immagine della forza e del cercato rifugio mentre tutt’intorno le belle scenografie di Italo Grassi scorrono e sovrastano e costruiscono di volta in volta i vicoli e lo skyline di una Philadelphia piena di luci e di brume.

Lo spettacolo è l’affermazione di una autentica attrice dalla stupenda voce, che usa questa e le doti recitative che tocchi con mano a ogni intervento per entrare attraverso piccoli segnali e prepotentemente allo stesso tempo nella sua Adriana, per ispessire la debole commessa di un negozio d’animali stanca dei soprusi del fratelli e alla ricerca giorno dopo giorno della sua libertà e di un sentimento vero. Si chiama Giulia Ottonello, la si guarda, la si ascolta, con ammirazione, ti rendi conto a ogni passo di quanto riempia il palcoscenico… La Gloria di Laura Di Mauro, la proprietaria del negozio, voce e divertimento a vendere, e il Mickey di Giancarlo Teodori, il vecchio allenatore, sono due belle presenze, con ogni carta in regola. Da vedere.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Valerio Polverari alcuni momenti dello spettacolo.

Beppe Puso vittima di un destino grottesco: “Il Grande Paraponzi”

GIOVEDI’ 26 MARZO ALLE 20 AL TEATRO BARETTI


Il Teatro Baretti di Torino si prepara ad accogliere, giovedì 26 marzo alle 20, il debutto del nuovo spettacolo di Beppe Puso intitolato “Il Grande Paraponzi”. Inserito come secondo appuntamento della Piccola Rassegna Culturale Torinese, giunta alla sua settima edizione sotto la direzione artistica di Max Borella e il patrocinio della Circoscrizione 8, l’appuntamento promette di trascinare il pubblico in una narrazione surreale e provocatoria. Al centro della vicenda c’è un antieroe postmoderno vittima di un destino grottesco: venduto a tradimento e ridotto in schiavitù in una cucina, l’uomo è costretto a confezionare sushi in un ristorante giapponese a gestione cinese. Questa premessa bizzarra diventa il pretesto per un’avventura epica, ricca di quello che l’autore definisce con ironia «pathos e altre parole di origine greca», che culmina nel tentativo di fuga e nella ricerca di una definitiva resa dei conti con il proprio nemico.

Beppe Puso, artista poliedrico noto come cantautore, scrittore e performer, firma qui il suo quarto lavoro teatrale confermando uno stile capace di fondere comicità e critica sociale. La sua carriera, segnata da riconoscimenti come il successo al Sanrito Festival e al Premio Buscaglione, oltre alla pubblicazione del volume “Il mio pesce gatto si mangia” da solo con la prefazione di Giancarlo Bozzo, emerge pienamente in questa favola per ogni età. Attraverso il registro dell’assurdo e dell’ironia, Puso trasforma una storia apparentemente superflua in una riflessione necessaria sulla condizione umana contemporanea.

Beppe Puso è un punto fermo di ogni edizione di questa rassegna, all’interno della quale debutta quest’anno lo spettacolo. «Anche nel 2026 propone un titolo originale frutto del suo modo poliedrico e surreale modo di interpretare il mondo e di presentarlo al pubblico – spiega Max Borella, direttore artistico – Un piccolo spettacolo dell’assurdo nostrano, un affaccio leggero, ma non troppo, a un problema grande come la dignità».

L’appuntamento di via Baretti 4 si configura, dunque, non solo come un momento di intrattenimento, ma come una tappa fondamentale di un percorso culturale che mira a raccontare il presente attraverso estetiche originali e voci fuori dagli schemi. “Il Grande Paraponzi” incarna perfettamente l’obiettivo del Circolo Arci Sud di offrire sguardi inediti sul mondo, partendo dai corpi e dalle storie di chi lo abita. Gli spettatori saranno chiamati a scoprire chi sia realmente questo misterioso protagonista, partecipando a un’esperienza teatrale che rifugge gli stereotipi per abbracciare l’allegoria politica e la pura invenzione narrativa, confermando Beppe Puso come uno degli interpreti più originali della scena torinese attuale.

Inizio spettacoli alle 20.

Il Cineteatro Baretti è in via Baretti 4 a Torino. Info solo whatsapp 351-9288169; circolo.sud@gmail.com.

Biglietto: 13 euro. Tesserati Arci: 12 euro. Biglietti in vendita su OOOH.EVENTS.

A soli vent’anni debutta con l’Orchestra Rai il violinista Cicalese

Giovedì 26 marzo, con Hannu Lintu sul podio, suonerà il violinista Andrea Cicalese, protagonista del concerto all’Auditorium Rai Arturo Toscanini di Torino

A soli vent’anni, debutta con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, il violinista Andrea Cicalese, protagonista del concerto in programma giovedì 26 marzo, alle 20.30, presso l’Auditorium Rai Arturo Toscanini di Torino, trasmesso in diretta su Radio 3 e in live streaming sul portale di Rai Cultura. La replica avverrà venerdì 27 marzo, alle ore 20.

Nato a Napoli nel 2005, Cicalese è in grande ascesa nel modo musicale europeo e statunitense. Ha debuttato giovanissimo in sale prestigiose come, tra le altre, la Philharmonie di Berlino, la Herkulessaal di Monaco di Baviera e la Tonhalle di Zurigo. Per il suo debutto con l’Orchestra Rai, Cicalese interpreta il Concerto in la minore per violino e orchestra op.82 di Aleksandr Glazunov, composto nel 1904 nel ritiro estivo di Osercki, e dedicato al violinista Leopold Auer, che lo presentò al pubblico nel febbraio 1905. Nel lavoro, lo strumento solista assume un ruolo quasi vocale, facendo convivere armoniosamente alto virtuosismo e lirismo romantico, riflettendo l’ambiente idilliaco e pastorale in cui l’autore scelse di rifugiarsi. Sul podio è stato chiamato Hannu Lintu, direttore principale dell’Orquestra Gulbenkian di Lisbona e direttore principale dell’Opera e del Balletto Nazionale del suo Paese, la Finlandia, che ha debuttato con l’OSN Rai nel 2023.

In apertura di serata, proporrà le “Symphonies of wind instruments”, di Igor Stravinskij, scritta nel 1920 come omaggio alla memoria di Claude Debussy, morto due anni prima. A seguire, “Musica per archi, percussione e celesta” di Béla Bartók, scritta nel 1936 su commissione di Paul Sacher per celebrare il decimo anniversario della Kammerorchester di Basilea, e resa celebre dal magistrale utilizzo che ne fece Stanley Kubrick nel suo film “The Shining” del 1980. Dopo il Concerto per violino di Glazunov, chiude la serata la “Symphonie in three movements” di Igor Stravinskij, scritta tra il 1942 e il 1945 e dedicata alla New York Philarmonic Symphony Society. Si tratta di un lavoro netto nel periodo bellico, in cui l’autore rivela influenze “di questo difficile tempo di avvenimenti crudi e mutevoli, di disperazione e speranza, di continui tormenti, di tensione e, alla fine, di sollievo”.

Biglietti da 9 a 30 euro sono in vendita online sul sito dell’OSN Rai e presso la biglietteria dell’Auditorium Rai di Torino.

Info: 0118104653 – info@biglietteria.osn@rai.it

Mara Martellotta

A Torino arriva Dante, l’uomo dietro il poeta

 

Venerdì 27 marzo al Teatro Cardinal Massaia va in scena “Dante, l’uomo dietro il poeta”, per la regia di Marco Arbau.

Portare in scena Dante oggi significa affrontare una sfida complessa: restituire la grandezza del poeta senza perderne l’umanità. È da questa tensione che nasce “Dante, l’uomo dietro il poeta”, uno spettacolo teatrale che sceglie di allontanarsi da una rilettura didascalica della Commedia per accompagnare lo spettatore dentro il percorso esistenziale, artistico e spirituale di Dante Alighieri.

Attraverso una drammaturgia originale che intreccia parola, azione scenica e musiche composte appositamente, lo spettacolo costruisce un racconto accessibile ma rigoroso, capace di rendere attuali temi universali come l’amore, l’esilio e la ricerca di senso.

L’elemento distintivo è la scelta di dare voce a Beatrice, restituendole una presenza autonoma e consapevole: non più solo simbolo idealizzato, ma interlocutrice viva, capace di dialogare con Dante e con il pubblico. Una prospettiva che apre a una riflessione contemporanea sul ruolo della memoria, della figura femminile e della costruzione del pensiero poetico.

Dopo aver già toccato diverse città italiane e raccolto riscontri positivi, lo spettacolo si propone come un ponte tra tradizione e contemporaneità, capace di parlare a pubblici diversi, dalle scuole agli appassionati di teatro. Ne abbiamo parlato insieme al regista, Marco Arbau.

Il suo spettacolo evita una trasposizione didascalica della Commedia: qual è stato il punto di partenza per costruire invece un racconto così umano e contemporaneo di Dante?

Esattamente, sono partito proprio da questo. Nel momento in cui volevo rappresentare Dante, volevo provare a vederlo come uomo.

Anzi, faccio un passo indietro: il vero fulcro dello spettacolo era la resilienza dell’artista. Io non ero particolarmente vicino a Dante; mi sono ritrovato a leggere La Vita Nuova quasi per caso. E mentre la leggevo, mi sono chiesto: ma chi era davvero Dante? Non è nato come sommo poeta; non si nasce già artisti a quel livello. Allora mi sono domandato: cosa ha sofferto? Com’è arrivato a diventare quello che è stato?

Approfondendo la sua vita, la cosa interessante è che nel momento più tragico, quando ha perso tutto, è stato esiliato, ha perso casa, famiglia, proprio nel momento più oscuro ha scritto la Divina Commedia. Quindi la resilienza di un artista che, quando non ha più niente, si aggrappa all’unica cosa che gli resta, cioè la cultura, e da lì tira fuori un’opera straordinaria.

L’idea nasce da questo. Da lì abbiamo costruito un percorso, immaginando anche alcuni aspetti in modo un po’ più libero. Dante viene sempre descritto come cupo, anche rissoso, cosa che in realtà non era del tutto vera, ma sicuramente aveva delle ragioni forti: era contro i politici corrotti, contro tutto ciò che stava degradando Firenze.

Quindi sì, magari poteva sembrare rissoso, ma perché aveva un fuoco dentro. Questa cosa mi ha acceso una lampadina: sono aspetti che a scuola non ci insegnano. Non ti spiegano come Dante sia diventato Dante.

Questa scoperta l’ho fatta insieme a Beatrice e Jacopo (i protagonisti): quando le ho parlato di questa idea, lo stesso giorno abbiamo iniziato a comprare libri su libri per approfondire la sua vita. È stato un percorso incredibile, perché più andavamo a fondo, più scoprivamo quanto fosse una figura estremamente attuale.

Possiamo quindi parlare di una scrittura collettiva? Gli attori sono stati coinvolti anche nella costruzione del testo?

Sì, esattamente. I ragazzi li ho coinvolti subito, perché avevo già in mente di inserirli nello spettacolo. Ho dato proprio a loro l’onere di scrivere un primo copione, che poi, perché sono molto esigente, è stato modificato un milione di volte. Però l’idea era proprio quella di costruirlo insieme.

Alla fine hanno scritto tantissimo: si sono informati, hanno letto molti libri. Anche perché quello che volevamo evitare era una restituzione troppo scolastica, fatta di citazioni delle opere. Invece no: volevamo andare a vedere l’umanità. Le opere ci sono, ma solo accennate; le chiamiamo un po’ degli “easter egg” per chi le conosce.

È molto generoso da parte di un regista.

In realtà l’idea è sempre stata questa. Io lavoro così: coinvolgere il più possibile gli artisti. Anche perché l’obiettivo è lo spettacolo, non l’ego. L’ego, se arriva, è una conseguenza, magari sotto forma di riconoscimento, ma non deve mai essere il punto di partenza.

Il messaggio viene prima di tutto. Se hai artisti con determinate capacità e competenze, devi lavorare su quelle. Vale un po’ per tutto, anche nella danza: il coreografo lavora sulle qualità dei danzatori. È quello l’obiettivo.

Non capisco perché molti non lo facciano.

Perché, per definizione, gli artisti hanno un ego molto forte. E al vertice della piramide ci sono gli attori, mentre alla punta c’è il regista, che spesso è un attore all’ennesima potenza. Quindi non è facile. La scelta di dare voce a Beatrice, la Beatrice dantesca non l’attrice, è centrale: come cambia la narrazione quando lei diventa un’interlocutrice autonoma e non più solo uno sguardo filtrato dal poeta?

Beatrice è solo ciò che ha scritto Dante. Di lei, in realtà, non sappiamo nulla: non ci sono documenti certi. Forse è morta di parto, ma anche questo non è sicuro. Quindi, per una donna così tanto raccontata, ma sempre attraverso gli occhi di Dante, abbiamo detto: va bene, ma lei cosa direbbe davvero? Cosa penserebbe di quest’uomo che l’ha vista da bambino, poi da adulto, le ha rivolto solo un saluto e le ha dedicato fiumi di parole?

Abbiamo quindi voluto dare voce a Beatrice. A una donna dell’epoca che, in realtà, non è poi così distante da molte dinamiche contemporanee. Non solo darle voce, ma anche far incontrare Beatrice e Dante: metterli in dialogo. Perché tutto quello che Dante ha scritto, probabilmente non gliel’ha mai detto davvero, almeno per quanto ne sappiamo.

Ci siamo presi questa libertà: farli parlare. Senza fare troppi spoiler, però, e restando comunque fedeli alla realtà, senza spingerci troppo nella fantasia. Per Dante è come una finestra, un momento in cui può finalmente esprimere tutto quello che pensa di lei. Ma è solo un attimo, fugace.

E poi c’è anche il punto di vista di Beatrice: ci siamo immaginati che raccontasse come ha vissuto questa situazione e, in qualche modo, chi fosse davvero, anche se non lo sappiamo. Ci siamo presi la responsabilità di dare voce a un personaggio così famoso, ma di cui, in fondo, non conosciamo nulla.

Parola, corpo scenico e musica originale convivono nella drammaturgia: come ha lavorato per trovare un equilibrio tra questi linguaggi senza perdere l’intensità del racconto?

È stato facilissimo. Per esempio, sulle musiche non ho voluto mettere mano al testo: i brani sono cantati utilizzando versi di Dante, presi soprattutto dalla Vita Nuova, ma anche da altri passaggi scelti in base alla loro efficacia scenica.

La cosa incredibile è che queste musiche, pur avendo uno stile che potremmo definire pop, funzionano benissimo. Le parole di Dante, messe in musica, suonano in modo naturale e molto efficace.

Dico che è stato semplice proprio per questo: il testo c’era già, si trattava “solo” di metterlo in musica. Ed è stato davvero sorprendente. Quei testi, che non a caso erano concepiti anche per essere ascoltati, funzionano ancora oggi in modo straordinario.

Ascoltandoli cantati, molti versi si comprendono anche meglio: mentre letti richiedono spesso una parafrasi o un certo studio, in musica il messaggio arriva in modo più immediato. Questa è stata una scoperta incredibile.

Siamo molto orgogliosi del lavoro fatto, e capita spesso di ascoltare le musiche anche separatamente dallo spettacolo.

Lo spettacolo è pensato anche per un pubblico eterogeneo, inclusi scuole e contesti formativi: qual è la reazione che più l’ha colpita finora tra gli spettatori?

Sia per i ragazzi delle scuole sia per gli adulti, ed è una cosa che ci rende estremamente curiosi, tutti ci dicono: “Non pensavamo che Dante fosse così divertente” o comunque così interessante.

Purtroppo viene visto in modo molto scolastico. E dico “purtroppo” perché anch’io, prima di lavorare a questo spettacolo, lo percepivo così. Invece ha una storia davvero incredibile. Si potrebbero fare tranquillamente delle serie: la sua vita è straordinaria.

Ed è un esempio, soprattutto per gli artisti. È proprio il modello di una vita artistica: qual è l’obiettivo finale? L’ego o portare bellezza? Quella bellezza che, si dice, può salvare il mondo. Io ci credo molto.

Apro una piccola parentesi: questa convinzione mi è nata anche dopo aver letto la lettera agli artisti di Papa Giovanni Paolo II. Lì si parla proprio del ruolo dell’artista nella società: non l’ego, non l’autoaffermazione…

L’autorealizzazione personale.

Esatto, non è quello l’obiettivo primario. Quello può arrivare dopo se lavori bene. Ma la priorità è un’altra: portare sollievo.

Questo è il compito dell’artista. In quell’ora, un’ora e mezza in cui siamo in scena, anche facendo i “buffoni”, se vogliamo, possiamo permettere alle persone di staccare da una vita magari difficile, piena di problemi. Offrire un momento di sollievo.

È come vedere un bel film, ma dal vivo, e quindi molto più impattante. Oppure restituire qualcosa che si è perso: noi studiamo ogni parola di Dante, ma non sappiamo chi fosse davvero.

È proprio lavorando su Dante che ho scoperto una figura incredibile. Un maestro, ma non solo per le opere: per la vita. Per come ha reagito quando ha perso tutto. Era un uomo con una posizione, dei beni, una certa stabilità e ha perso tutto, è stato esiliato, è diventato nessuno.

E proprio lì, nel momento più buio, quando chiunque si sarebbe arreso o si sarebbe lasciato andare alla rabbia, lui ha trasformato tutto questo, rabbia, frustrazione, disperazione, creando l’opera delle opere.

Per me è stato come trovare un faro. Può sembrare una frase fatta, ma più lo studiamo, più capiamo che la sua vita è davvero un esempio. Non solo le opere: quasi più la vita. Le opere sono una conseguenza.

I ragazzi, ma anche gli adulti, si interessano davvero. La cosa sorprendente è che fanno domande sulla vita di Dante. E ovviamente vedi i professori con gli occhi a cuoricini.

Per un docente, vedere gli studenti appassionati della materia deve essere una bella soddisfazione.

Sì, esatto. Perché credo che abbiamo trovato una formula giusta per arrivare ai ragazzi, senza snaturare il personaggio. Ci tengo molto a mantenere ciò che è documentato, ciò che è ufficiale: lo spettacolo ha anche una componente divulgativa.

Però sempre in chiave moderna, perché altrimenti non arriva. Dobbiamo adattarci al loro linguaggio.

Scusami se mi dilungo, ma sono davvero molto coinvolto e sono innamorato di questo spettacolo.

Nessun problema, anzi…

Ti racconto un episodio dell’anno scorso, in una data molto piccola, con pochissimo pubblico. Ero anche piuttosto scontento di come stava andando la serata.

Tra il pubblico c’era una delle maestranze del teatro, un po’ burbera, quasi scontrosa, di quelle che ti rispondono male. A fine spettacolo è venuta in regia, mi ha guardato con gli occhi lucidi, mi ha detto “grazie” ed è andata via.

Per me è stato un momento fortissimo. Lì ho capito che il messaggio era arrivato. Sono piccole esperienze, ma ti danno la conferma del perché fai questo lavoro.

Quel “grazie”, detto da lei, in una sala quasi vuota, per me vale più di qualsiasi applauso o complimento. Significa che stai facendo la cosa giusta, che l’obiettivo è quello giusto.

Lori Barozzino

Foto Fabio Galizia

Teatro Cardinal Massaia

Ore 20:45

Cast:

Jacopo Siccardi – Dante

Beatrice Frattini – Beatrice

Andrea Chiapasco – Virgilio

Regia:

Marco Arbau

Biglietti:

Intero

20.62 + 1.51 €

Ridotto

17.36 + 1.27 €

Riduzione valida per under 12, over 65, studenti universitari under 26, possessori di Abbonamento Musei e tessera AIACE.

Sono previsti controlli all’ingresso e occorre presentare un documento per usufruire della riduzione.

Il processo al sistema: Melissa Vettore racconta Prima Facie

Ci sono spettacoli che si limitano a raccontare una storia. E poi ce ne sono altri che aprono una ferita, la tengono lì, davanti agli occhi di tutti, e chiedono: cosa faresti tu?

Il 26 e 27 marzo il Teatro Colosseo di Torino accoglie Prima Facie, il testo della drammaturga australiana Suzie Miller, diventato negli ultimi anni uno dei fenomeni teatrali più rilevanti a livello internazionale. Dalla scena di Sydney al trionfo nel West End londinese fino a Broadway, lo spettacolo arriva ora a Torino nella versione italiana firmata da Daniele Finzi Pasca, con Melissa Vettore protagonista di un monologo intenso e necessario.

Abbiamo incontrato l’attrice, di origine brasiliana, per entrare nel cuore di uno spettacolo che non si limita a rappresentare, ma attraversa.

Al centro della vicenda c’è Tessa, giovane avvocata penalista brillante, cresciuta dentro una fede incrollabile nel sistema giudiziario. Per lei la legge è una macchina perfetta, un equilibrio che regge finché ognuno svolge il proprio ruolo. Ma quando diventa vittima di violenza, quella struttura si incrina.«Questo lavoro è profondamente umano», racconta Melissa Vettore. «Perché, in modi diversi, tutti abbiamo avuto bisogno del sistema e, almeno una volta, ci siamo sentiti traditi o abbandonati». È proprio questa frattura a rendere Prima Facie così potente: la contraddizione tra il vincere e il perdere, tra ciò che si crede giusto e ciò che si vive sulla propria pelle.

«All’inizio Tessa è una donna vincente», spiega l’attrice. «Parte da una condizione umile, ma riesce a imporsi, a entrare tra “quelli che vincono”, difendendo anche persone accusate di violenza. È ambizione, è affermazione». Poi qualcosa si spezza. «Nella seconda parte diventa vittima e lì emergono tutte le contraddizioni dell’individuo. Si trova a mettere in discussione le sue convinzioni e sente davvero, sulla pelle, il significato della parola “ingiustizia”. E anche il senso di colpa».

Il testo di Suzie Miller, avvocata oltre che drammaturga, affonda proprio in questo scarto: nel passaggio tra teoria e esperienza, tra diritto e realtà. Non c’è semplificazione, non c’è retorica. Solo una domanda insistente: cosa succede quando il sistema non riesce a proteggerti? A rendere ancora più incisivo questo attraversamento è la regia di Daniele Finzi Pasca, che sceglie una cifra essenziale, rigorosa, capace di amplificare senza invadere. «Il linguaggio di Daniele è magico», racconta Vettore. «Alleggerisce il testo ma allo stesso tempo invita il pubblico ad entrare. È un lavoro molto preciso, fatto di oggetti, ritmo, silenzi». E proprio quegli oggetti diventano chiavi emotive.

«A un certo punto utilizziamo un elemento scenico per trasmettere la sensazione della violenza. È un passaggio forte, perché non si tratta solo di raccontare, ma di far percepire. Anche agli uomini». Non è un dettaglio. «Per me è importante che gli uomini vengano a vedere questo spettacolo», sottolinea. «Perché è anche a loro che si rivolge. Serve una maggiore educazione affettiva, serve un cambiamento della mentalità collettiva». In scena, Vettore è sola. Ma è una solitudine solo apparente. «È l’esperienza più forte della mia vita come attrice», confessa. «Il corpo non rappresenta soltanto, ma espone. E quello che porta non è più solo mio».Attorno a lei, una costruzione corale fatta di regia, visione, ascolto. «C’è un lavoro di squadra fortissimo. Anche quando sei sola in scena, senti che tutto è condiviso».E condivisa è anche la responsabilità.

«Mi sento una portavoce», dice. «Delle donne, certo, ma anche di un dialogo più ampio. Voglio ringraziare le donne, ma anche gli uomini che scelgono di mettersi in discussione». Il teatro, qui, diventa qualcosa di più di uno spazio di rappresentazione. «Quando affronta temi così attuali, il teatro diventa un luogo di contatto», spiega Vettore. «Non si parla in astratto. Si parla a persone che queste cose le conoscono sulla propria pelle». E allora la distanza si annulla.

«È un tema che quasi sussurriamo all’orecchio di molte donne. E quando accade, diventa qualcosa di molto vicino». I numeri lo confermano: una donna su tre subisce violenza. Ma Prima Facie non si limita a dirlo. Lo fa sentire. «Bisogna lavorare per cambiare», aggiunge l’attrice. «Anche le leggi, anche nel mondo digitale. Serve un cambiamento reale».

Tradotto in oltre venti lingue e rappresentato in quasi cinquanta Paesi, Prima Facie continua a generare dibattito ovunque venga messo in scena. Ma la sua forza non sta solo nei numeri: s nella sua capacità di trasformare un monologo in un’esperienza collettiva. E forse è proprio questo il suo gesto più radicale: ricordarci che la giustizia, prima ancora che nei codici, vive nei corpi e nelle coscienze.

Valeria Rombolà

Credit photo: Alex Catan

Valsusa Filmfest, tutte le novità

La XXX edizione del VALSUSA FILMFEST si svolgerà dal 28 marzo al 24 maggio prossimo con molte novità

È stata presentata il 21 marzo scorso la XXX edizione del VALSUSA FILMFEST, festival cinematografico e culturale di comunità che animerà i diversi Comuni della Valle di Susa dal 28 marzo al 24 maggio prossimi, con un ricco programma che pone al centro i temi della memoria storica, della montagna, dell’ambiente e dell’impegno civile.
Il programma prevede eventi in otto Comuni della Valle di Susa, Almese, Avigliana, Caprie, Chianocco, Condove, Oulx, San Giorio e Villarfocchiardo, e a Torino, il 25 aprile, nel Museo Diffuso della Resistenza, con il coinvolgimento di quattro istituti scolastici e di una rete di oltre 30 associazioni e realtà del territorio, e il 6 maggio al teatro di Caprie verrà proiettato il docufilm “6 ,aggio 1945. Torino festeggia la Liberazione”, di Marino Bronzino, alla presenza del regista e del protagonista Riccardo Rossotto. Il 25 aprile parteciperanno la giornalista Linda Cottimo e Pietro Polito, direttore del Centro Studi Pietro Gobetti di Torino. A seguire, in serata, verrà proiettata l’opera vincitrice della sezione Fare Memoria.

La XXX edizione del VALSUSA FILMFEST è dedicata a Fabrizio De André, cantore e poeta degli ultimi, artista capace di dare voce alle ingiustizie, alle comunità marginalizzate e alla fragile bellezza della natura, la cui opera continua a rappresentare un riferimento etico e culturale per il festival, che aprirà sabato 28 marzo al cinema Comunale di Condove con la proiezione di “Nel blu dipinto di rosso”, di Stefano Di Polito, film finalista ai Nastri d’Argento sezione Documentari Musica del 2026. Il documentario racconta la storia dei Cantacronache attraverso le testimonianze diverse di Emilio Jona e Fausto Amodei. Sarà presente il regista con la partecipazione del Coro Popolare “Giovanna Marini”.
Trent’anni dopo la sua fondazione, l’anima resistente del festival è ancora viva. Nato nel 1997 da un’idea di Armando Ceste, il festival ha attraversato tre decenni senza mai interrompersi, diventando un laboratorio permanente di cultura, memoria e partecipazione civile. Come da tradizione, il programma prevede proiezioni di opere in concorso e fuori concorso, spettacoli, concerti, presentazioni librarie e incontri con ospiti speciali, coinvolgendo scuole, associazioni, amministrazioni locali e cittadini. Tra i principali appuntamenti si segnalano”

Sabato 18 aprile, in occasione degli ottant’anni della nascita di Freddy Mercury, al teatro Magnetto di Almese, ci sarà un esclusivo concerto dal titolo “A night at the Freddie’s Opera”, con Mike Moran, storico collaboratore del leggendario cantante dei Queen, accompagnato da Giordano Petrini proprio nel ruolo di Mercury, e dal soprano Gracela Dorbessan nel ruolo di Moserrat Caballé.

Venerdì 24 aprile, alla taverna Tortuga di Chianocco, verrà assegnato il Premio Bruno Carli Locale ai membri della Commissione Tecnica Torino-Lione dell’Unione Montana Valle Susa che, da trent’anni, dedicano il proprio impegno al servizio della comunità valsusina, mentre il Premio Bruno Carli Nazionale sarà consegnato domenica 19 aprile al parco Robinson di Almese, alle 17.30, dedicato a tutta la popolazione palestinese. In ogni edizione, infatti, il festival ricorda Bruno Carli, partigiano e primo presidente del VALSUSA FILMFEST, con l’omonimo Premio destinato a esponenti di realtà impegnate nella difesa dei diritti e dell’ambiente.

Martedì 28 aprile, incontro con Mauro Pagani, tra i più importanti musicisti italiani dagli anni Settanta a oggi. Con la proiezione del documentario a lui dedicato presso il cinemateatro Magnetto di Almese, alle ore 21. Pagani dialogherà con il giornalista e operatore culturale Enrico De Regibus, percorrendo le tappe fondamentali della sua carriera, ricordando i suoi 14 anni di collaborazione co Fabrizio De André. Nel corso della serata, Mauro Pagani presenterà, insieme alla regista Cristiana Mainardi, “Andando dove non so – Mauro Pagani, una vita da fuggiasco”. Nastro d’Argento 2026 per il Miglior Documentario nella sezione speciale “Musica”. Il film racconta un momento delicato della vita dell’artista e il percorso di ricostruzione della propria identità dopo una temporanea perdita di memoria. Prenotazioni alla mail segreteria@valsusafilmfest.itl

Venerdi 15 maggio, alla Cascina Focchiardo, alle ore 21, per il 120⁰ anniversario della nascita di Mario Soldati, si terrà un incontro legato al ricordo, tra immagini e parole, dei numerosi episodi cinematografici, letterari e televisivi che legano il grande scrittore, regista e giornalista piemontese alla Valle di Susa. Attraverso filmati, testimonianze e letture, verrà ripercorso il rapporto di Soldati con questo territorio, evocato in opere come “Piccolo Mondo Antico”, “Fuga in Francia” e il reportage televisivo “Viaggio lungo la valle del Po” e i racconti “Storie di spettri” e “I racconti del maresciallo”. Interverrà Anna Cardini Soldati, nuora di Mario Soldati e anima dell’associazione a lui intitolata, e condurranno la serata Antonita Fonzo e Andrea Galli.

Venerdì 22 maggio, al teatro Fassino di Avigliana, si svolgerà l’evento esclusivo “Una voce dell’anima sarda. Ricordo di Andrea Parodi”, omaggio dedicato al grande cantante, fondatore dei Tazenda, a vent’anni dalla sua scomparsa. L’evento è condotto da Enrico De Regibus e vedrà la partecipazione dei Tazenda, dei soci fondatori Gigi Camedda e Gino Marielli insieme alla nuova voce e tastiera Serena Carta Mantiglia, insieme alla cantautrice Elena Ledda, accompagnata dal musicista Mauro Palmas e dai familiari di Andrea Parodi.

Il festival si concluderà il 24 maggio prossimo.

Il XXX VALSUSA FILMFEST è organizzato dall’associazione Valsusa Filmfest con il sostegno e la collaborazione di Regione Piemonte, Assessorato alla Cultura Città metropolitana di Torino, Fondazione Compagnia di San Paolo, Unione Montana Valle Susa e Comuni coinvolti.

Info: www.valsusafilmfest.it

Mara Martellotta

Le nostre donne, commedia francese al Concordia

Teatro Concordia Domenica 29 marzo, ore 21

Luca Bizzarri, Enzo Paci e Antonio Zavatteri in una pièce francese dal tono ironico e spiazzante sui rapporti tra uomo e donna

 

Max (Luca Bizzarri), Paul (Enzo Paci) e Simon (Antonio Zavatteri) sono amici da trent’anni. Un’amicizia vera, inossidabile e gioiosa. La loro vita professionale è un successo, il bilancio della loro vita privata un po’ meno. Una sera, i tre amici si ritrovano a casa di Max per il loro consueto poker. Ma Simon arriverà con quasi un’ora di ritardo dando ai due amici una motivazione sconvolgente. La partita di poker non avrà mai inizio perché si assisterà ad una serie di scontri verbali che potrebbero portare a una rottura definitiva della loro consolidata amicizia. E le donne saranno le assolute protagoniste di tutti i conflitti che si creeranno.

Le Nostre Donne è una commedia francese dell’autore contemporaneo franco-tunisino Eric Assous (ha vinto il Molière come miglior autore francofono nel 2010 per L’Illusione Coniugale) in cui si sono cimentati i mostri sacri del cinema e del teatro d’oltralpe: dopo il grande successo al Theatre de Paris con Jean Reno e Daniel Auteuil in scena, lo stesso co-protagonista e regista Richard Berry ha realizzato nel 2015 il film omonimo (Nos femmes) con lo stesso Auteuil. Una commedia comica e intelligente, magistralmente dosata in perfetto stile francese: raffinata e dissacrante, leggera e spietata al tempo stesso, dal ritmo inarrestabile che gioca con il ribaltamento dei ruoli e con i colpi di scena. Una prova d’attore tutta al maschile, in cui le donne del titolo non ci sono fisicamente, ma invadono comunque la scena: amate, odiate, rimpiante, assenze materializzate dai discorsi dei loro uomini in crisi.

In scena Luca Bizzarri recentemente tornato al suo primo amore, il teatro, Enzo Paci, apprezzato protagonista del film di Rai uno Come è umano lei sulla vita di Paolo Villaggio e Antonio Zavatteri, attore e regista teatrale, apprezzato in fiction e film. Tutti e tre, come il regista Alberto Giusta, diplomati alla Scuola dello Stabile di Genova.

Info

Teatro della Concordia, corso Puccini, Venaria Reale (TO)

Domenica 29 marzo 2026, ore 21

Le nostre donne

Di Eric Assous

Con Luca Bizzarri, Enzo Paci e Antonio Zavatteri

Regia: Alberto Giusta

Produzione: CMC/Nidodiragno – Teatro Stabile di Verona

Biglietti: intero 23 euro, ridotto 21 euro

www.teatrodellaconcordia.it

011 4241124 – info@teatrodellaconcordia.it

 

“La ragazza con la lavastoviglie di perla”, viaggio ironico con Giulia Pont

 ALLO SPAZIO KAIROS 

Dopo il sold out registrato nella serata del 5 marzo, lo Spazio Kairos di via Mottalciata 7 aggiunge una data alla sua stagione per ospitare Giulia Pont. L’attrice torinese propone “La ragazza con la lavastoviglie di perla“. L’appuntamento è fissato per sabato 28 marzo alle 21.

Lo spettacolo, scritto e interpretato dalla stessa Pont con la regia e la collaborazione drammaturgica di Carla Carucci, si configura come un viaggio ironico e profondamente onesto attraverso le contraddizioni dell’età adulta. Protagonista è quella generazione che si sente costantemente fuori tempo e fuori posto, sospesa tra il desiderio di adeguatezza e la realtà di una quotidianità decisamente meno glamour di quella sognata durante l’adolescenza. Con uno sguardo intriso di sarcasmo, l’autrice esplora il paradosso di chi si ritrova a frequentare corsi di danza circondata da teenager o a gestire un rapporto decisamente conflittuale con il concetto stesso di relax e le notti insonni.

Il cuore del monologo risiede nel ridimensionamento terapeutico delle proprie aspettative. Mentre i miti d’infanzia come Jennifer Lopez incarnano un ideale di felicità irraggiungibile tra yacht e successi planetari, Giulia Pont invita il pubblico a scoprire una nuova forma di realizzazione, forse più modesta ma certamente più autentica, che può manifestarsi anche davanti allo sportello di una lavastoviglie. Tra il racconto di “uomini carciofo” finalmente lasciati alle spalle e l’arrivo di insperati bravi ragazzi, la pièce si trasforma in una catartica confessione collettiva, dove le piccole rivelazioni della vita diventano momenti di irresistibile comicità.

La protagonista

Giulia Pont nasce a Torino nel 1986. Si laurea al Dams (2010) e si diploma all’Atelier Teatro Fisico di Torino (2011) diretto da Philip Radice. Si forma con maestri quali Eugenio Al legri, Jean Meningue, Philippe Hottier, Rita Pelusio, Laura Curino, André Casaca, Carlo Boso e altri. Non solo interpreta ma inizia a scrivere, perché scrivendo può giocare a trasformare gli incidenti della vita in storie divertenti e catartiche. Nel marzo del 2012 “Ti lascio perché ho finito l’ossitocina”, il primo spettacolo di cui è autrice oltre che interprete, si classifica primo al concorso di monologhi UNO di Firenze e nel 2013 partecipa, con grande successo di pubblico, al Torino Fringe Festival. Lo spettacolo ha fatto un centinaio di repliche in tutta Italia.
Lavora anche in diversi spettacoli della compagnia Action Theatre in English, diretta da Rupert Raison, ed entra nel cast de “Il medico per forza” di Molière, prodotto da Mulino ad Arte. Nel 2016 torna a studiare e consegue il diploma al corso di perfezionamento per attori Shakespeare School, diretto da Jurij Ferrini e con maestri quali lo stesso Ferrini, Cristina Pezzoli, Valerio Binasco, Marco Lorenzi, Alessandra Frabetti e altri. Nel marzo 2018 debutta nella rassegna Il cielo su Torino del Teatro Stabile di Torino con lo spettacolo “Effetti indesiderati anche gravi” scritto dalla stessa Ponte da C. Trione. In scena con lei Lorenzo De Iacovo. Sempre nel 2018 scrive “Non tutto il male viene per nuocere, ma questo sì” di cui affida la regia a Carucci. Ancora nello stesso anno fonda, insieme ad altri 23 colleghi, la compagnia Crack24.

 

Utilità
Informazioni: 3514607575 (anche whatsapp),  biglietteria@ondalarsen.orgwww.ondalarsen.org.

Ingresso riservato ai soci Arci: se ci si tessera in loco, il biglietto del primo spettacolo è a 6 euro.
Spazio Kairos apre un’ora prima degli spettacoli. I biglietti si possono comprare online su www.ticket.it.
Intero: 12 euro. Ridotto (universitari, over 65, TAT, CRAL, carta giovani, abitanti circoscrizione 6, AIACE): 10 euro. Under 18 e persone con disabilità: 8 euro. Ridotto Comitiva (acquisto minimo di 6 biglietti per la stessa serata: 48 euro. Abbonamento “Onda” con 4 spettacoli a scelta: 32 euro.