| Domenica 23 febbraio, ore 16
Casa Fools, via Bava 39, Torino
Una fiaba teatrale e musicale sulla diversità
Liberamente ispirato al celebre romanzo “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach, “Jonathan, il gabbiano che voleva volare” di Stefano Sartore racconta la storia di un giovane gabbiano che deve affrontare le grandi sfide della crescita, decidendo di inseguire i propri sogni e combattendo contro le critiche e le derisioni che gli vengono rivolte per la sua diversità. Imparerà così ad accettarsi e a vivere da vero protagonista la propria vita.
TRAMA Jonathan è un giovane gabbiano che sta crescendo e che vuole diventare il gabbiano che sente di essere: un gabbiano che insegue i suoi sogni. Una competizione di volo sarà l’occasione per misurarsi con le proprie possibilità e con i propri desideri. Jonathan, sostenuto dal suo amico Casa Base che gli farà da coscienza, come il grillo parlante per Pinocchio, riuscirà a crescere e a decifrare i propri sentimenti nel delicato passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta. Il teatro visuale, con il suo linguaggio immaginifico, trasporta il pubblico dei più piccoli in un mondo fantastico, in modo da raccontargli una storia che parla di accettazione del diverso, di accoglienza, che mostra quanto possa essere terribile il bullismo e i danni che ne conseguono. Viene analizzato il rapporto intergenerazionale e le dinamiche che lo caratterizzano.
STEFANO SARTORE Diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma, lavora come attore e musicista professionista dal 2008. Si occupa di didattica teatrale rivolta all’infanzia, ai giovani e agli adulti. È tra i fondatori della Compagnia Fools con cui gestisce lo spazio teatrale Casa Fools.
L’appuntamento è alle ore 16 per una merenda, golosa e sana, seguita alle 17 dallo spettacolo.
DOMENICHE SPETTACOLARI “Jonathan, il gabbiano che voleva volare” è il secondo appuntamento di “Domeniche Spettacolari” la rassegna di teatro dedicato alle famiglie per divertire bambini e adulti, ma anche coinvolgere e sensibilizzare i più piccoli sui temi ambientali, sulla diversità, sulla lingua italiana e sul genere. Sul palco, marionette, attori in carne e ossa e artisti di strada che mettono in scena, dal 9 febbraio al 6 aprile, quattro spettacoli-laboratori o teatro di figura e danza adatti ai bambini e ai genitori che li accompagnano.
CASA FOOLS Casa Fools è una Casa con un Teatro dentro. Codiretto da Roberta Calia, Luigi Orfeo e Stefano Sartore, da anni Casa Fools lavora per ricostruire la comunità attraverso l’arte e abbattere le barriere e i pregiudizi legati a certi luoghi della cultura. Non solo attraverso una politica dei prezzi contenuta, ma anche facendo partecipare attivamente il pubblico alla vita del teatro, coinvolto fin dall’inizio nella direzione artistica tramite un’esperienza di decisione collettiva del cartellone. |
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Nel riallestire, il divertimento rimane, innegabile e contagioso, ma tutto pare – inevitabilmente – un po’ lontano, sbiadito, legato a un’epoca che è stata, morta e sepolta, anch’essa con le sue grandi gioie e i piccoli dolori, con i sorrisi, con l’estate (magari eguale a mille altre, pensate a Maurizio Arena e Renato Salvatori a inseguire Marisa Allasio pochi anni prima!) che sta finendo e con i Righeira che su quelle stesse spiagge imperversavano: nonostante sul buon Johnson – come sui Duran Duran un ventennio appresso, e allora ti sei chiesto per un attimo sere fa se il fascinoso Simon Le Bon l’abbiano lasciato a casa, a salvaguardarsi con impacchi di naftalina – il pubblico sanremese abbia fatto scrosciare applausi su applausi, in mezzo ai mille “cuoricini”, e quindi qualcosa ancora circoli con buona pace dei troppo troppo boomer, fai fatica a ritrovare quei caratteri, freschi giovanili ma incisivi, capaci di disegnare un’epoca, di stabilire ancora una volta la loro esatta importanza, non giocattoli tante volte inespressivi come la Barbie di Greta Gerwig. Nascono episodi, piccoli piccoli, che a volte s’ingolfano e si sgonfiano, s’intrecciano personaggi che sudano le sette camice (tralasciamo le voci, affaticate alcune oltre il dovuto, disinvolte sì ma falsate, bruttarelle come le tante ascoltate al Festivalone: ma non si può essere tutti Giorgia) ma quei caratteri è difficile ritrovarli e riscaldarli nuovamente. Sapete quel che fa gioia ritrovare? quei costumi con trucco e parrucco firmati da Diego Dalla Palma, le scenografie di Clara Abruzzese fatte di godibili siparietti (c’è anche posto laggiù in fondo per la band tutta da apprezzare) e le coreografie sbarazzine di Rita Pivano, soprattutto quel bignami della musica leggera dell’epoca che ti accompagna per tre ore, quei cinquanta brani cinquanta che ti riempiono ancora il cuore: tanto Morandi (corse ai cento all’ora e piogge che scendono e ritorni all’amata in ginocchio) e Pavone (cuori che soffrono, e geghegé, balli sulla stessa mattonella e martelli da dare in testa alla smorfiosa di turno che tenta di fregartelo), Edoardo Vianello a spandere come Mina e Pino Donaggio, il Modugno immancabile e l’Endrigo di “Io che amo solo te”, la bambola della Patty e una spruzzata di Bobby Solo e di Rocky Roberts, il giusto contributo di Caselli e di Celentano, di Paoli per cui esistono un cielo in una stanza e quel sapore di sale stampato sulle labbra della Sandrelli, il mondo di Fontana e anche quei giorni che hanno fatto la felicità di tal Santino Rocchetti. Un mondo da guardare col cannocchiale, dalla poltrona rossa, tutt’intorno la leggerezza degli autori: dice Vanzina che la leggerezza non è una sciocchezza, “è la profondità della gioia quando è vera”. E in questo, dopo anni, ha ancora ragione lui.

