SPETTACOLI- Pagina 106

Torna al Regio “Rigoletto”, allestimento di Leo Muscato con Nicola Luisotti sul podio

Al Teatro Regio di Torino, dal 28 febbraio all’11 marzo prossimo, andrà in scena “Rigoletto”, melodramma in tre atti di Giuseppe Verdi sul libretto di Francesco Maria Piave, tratto dal dramma “Le Roi s’amuse” di Victor Hugo. L’opera è presentata nel nuovo allestimento firmato dal pluripremiato regista Leo Muscato, che torna a Torino con il suo affiatato team, di cui fanno parte la scenografa Federica Parolini e la costumista Silvia Aymonino, già vincitrici del Premio Abbiati 2019 con la felice produzione di “Agnese”, di Ferdinando Paer. Sul podio dell’orchestra del Teatro Regio si registra il gradito ritorno del maestro d’orchestra Nicola Luisotti, interprete del repertorio italiano apprezzato in tutto il mondo. In scena una tripletta di cantanti d’eccezione: George Petean, uno dei baritono verdiana più acclamati in Europa e negli USA, che interpreta Rigoletto. Al suo fianco il soprano Giuliana Gianfaldoni nel ruolo di Gilda, la figlia di Rigoletto, che ha già incantato il pubblico del Regio in “Figlia del reggimento” e “Turandot”. A interpretare il ruolo del Duca di Mantova, l’aristocratico dissoluto per cui Verdi scrisse alcune delle arie più irresistibili del repertorio operistico, è l’acclamato tenore Piero Pretti. Alla guida del coro del Teatro Regio il maestro Ulisse Trabacchin. Questo grande impegno artistico è stato reso possibile grazie al contributo di Reale Mutua, socio fondatore del Teatro Regio.

“Il continuo sostegno al Teatro Regio e al Rigoletto in particolare – ha dichiarato il Presidente di Reale Mutua Luigi Lana – dimostra quanto Reale Mutua promuova il valore della cultura a Torino. La mutualità è il cuore della nostra identità e ci guida a promuovere iniziative che generano valore per la collettività. Rigoletto è un’opera senza tempo, capace di emozionare generazioni di spettatori con la sua potenza drammatica e musicale”.

“Ci prepariamo ad assistere a un nuovo allestimento di Rigoletto – afferma il Sindaco di Torino e Presidente della Fondazione Teatro Regio Stefano Lo Russo – un’opera che rappresenta uno dei capolavori più celebri e amati di Giuseppe Verdi. Questa produzione testimonia la vocazione del Teatro Regio a proporre una stagione di altissimo livello, capace di coniugare grandi classici dell’opera con titoli meno conosciuti, consolidando il percorso che lo sta riportando a essere un punto di riferimento nel panorama culturale internazionale”.

“Sono molto felice di proporre il Rigoletto – afferma il Sovrintendente del Teatro Regio Mathieu Jouvin – non solo perché è un capolavoro amato dal pubblico, come dimostra il tutto esaurito, ma anche perché rappresenta l’opportunità per ribadire il valore di un teatro che incarna i principi culturali europei. Con questa produzione arricchiamo il dialogo tra la cultura francese e quella italiana, suggellato dall’incontro tra due grandi miti, Giuseppe Verdi e Victor Hugo. Entrambi dovettero confrontarsi con problemi di censura. Mentre il dramma di Hugo fu a lungo interdetto perché venivano apertamente contestati i facili costumi della monarchia, quindi un testo di natura politica, l’opera di Verdi, eliminando i riferimenti a personaggi di rango reale, si concentra sull’umanità dei protagonisti, conferisce un valore universale ai loro sentimenti e alle loro fragilità. Questo avvenne proprio perché Verdi riscoprì e reinterpretò il dramma originale di Hugo, che per lungo tempo, successivamente all’attentato ai danni di Luigi Filippo, cadde nel dimenticatoio. Il cuore del dramma è il rapporto tra Rigoletto e sua figlia Gilda, un amore assoluto e totalizzante che il protagonista esprime in modo ossessivo e possessivo, trasformando la sua protezione in una prigione. Il desiderio di preservarla dall’inganno e dalla corruzione del mondo finisce per innescare la tragedia che voleva evitare. In questo conflitto tra affetto e oppressione, amore e destino, Rigoletto riesce a parlare a tutti noi, restituendo la comprensione, esista dei legami famigliari così profondamente umani e  riconoscibili in ogni epoca e cultura”.

“Mi ha colpito particolarmente la sinergia che si è venuta a creare tra il direttore d’orchestra Nicola Luisotti e il regista Leo Muscato, una dinamica tra loro che ha contribuito a generare e migliorare il lavoro che verrà portato in scena – aggiunge il direttore artistico Cristiano Sandri – con Rigoletto, Verdi compone un’opera di contrasti brucianti in cui il lirismo più struggente convive con il senso implacabile del dramma. Nicola Luisotti incarna questa visione con grande naturalezza, la sua lettura radicata nella tradizione possiede la vitalità e la libertà che solo una profonda conoscenza del linguaggio verdiana può garantire. Fin dalle prime prove il dialogo con Muscato si è rivelato proficuo e stimolante, tanto da riuscire a fondere musica e regia in un equilibrio perfetto tra efficacia teatrale e introspezione psicologica. George Petean plasma un Rigoletto di grande profondità, restituendone tormento e rabbia. Giuliana Gianfaldoni disegna una Gilda luminosa e struggente, e Piero Pretti sa esaltare le sfumature più ambigue, per tutta l’opera basata sul grande tema dell’identità, del Duca di Mantova.

Verdi, grande uomo di teatro, provava una grande ammirazione per Victor Hugo, capace di inventare congegni drammatici perfetti e di mescolare il comico al tragico, il grottesco al sublime. Tra tutte le creazioni di Hugo, il compositore considerava “Le Roi s’amuse” il miglior dramma dei tempi moderni, e per questo desiderava ardentemente metterlo in musica. Realizzò il progetto nel 1851 con Rigoletto, un’opera potente che racconta di un giullare deforme, la cui cieca sete di vendetta lo porterà a perdere il suo unico tesoro, l’adorata figlia Gilda. Rigoletto è un’opera vertiginosa, ogni battitura della partitura di Verdi è un affondo nel cuore nero del potere e della solitudine di chi vi gravità attorno. Il giullare, il buffone, la vittima e il carnefice, in Rigoletto queste figure si specchiano l’una nell’altra, si sovrappongono, si dissolvono in un vortice che non concede scampo. Verdi attinge alla drammaturgia implacabile di Victor Hugo, uno dei massimi autori della cultura francese ed europea, e ne distilla l’essenza, spogliando la narrazione di ogni orpello per approdare a una verità ancora più feroce, fatta di contrasti assoluti tra potere e impotenza, vendetta e sacrificio, grottesco e sublime.

Leo Muscato, già autore di una precedente regia di Rigoletto, per la nuova produzione del Teatro Regio ha deciso di reinterpretarlo per mettere in evidenza il nucleo drammatico della vicenda, ricco di simbolismo.

“Voglio restituire al pubblico l’essenza archetipica e dolente di Rigoletto – ha dichiarato il regista Leo Muscato – la sua doppia identità, la tensione tra sacro e profano, e il mondo di specchi in cui si muove, riflettono una società in disfacimento ancora incredibilmente attuale. L’atmosfera decadente richiama suggestioni cinematografiche, come l’ultima scena di “C’era una volta in America” di Sergio Leone, in cui De Niro si abbandona all’oblio della fumeria d’oppio e il mondo gli appare distorto, onirico e la realtà si mescola all’illusione. È questa la suggestione attraverso cui racconto il terzo e ultimo atto del Rigoletto. La taverna di Maddalena e Sparafucile diventa un luogo rarefatto e permeato da un senso di attesa, dove il Gilda osserva il Duca attraverso un velo di fumo, in un contesto dove i contorni della realtà si dissolvono, proprio come nel celebre film”.

Anteprima giovani under 30 – giovedì 27 febbraio alle ore 20

Le recite sono sold out

Mara Martellotta

A Torino la storia del giallo e del noir in televisione

Raiteche racconta in questi giorni a Torino la storia del giallo e del noir in televisione attraverso un allestimento fotografico e video, nei locali della Mediateca “Dino Villani”, al piano terra del Palazzo della Radio, in via Verdi 31. Si tratta di una mostra sui protagonisti degli sceneggiati e delle fiction dedicata al giallo investigativo, in onda sul piccolo schermo dagli anni ’50 del secolo scorso ad oggi, a cura dello storico della comunicazione Peppino Ortoleva, che si può visitare dal lunedì al venerdì, dalle ore 9.30 alle 17.30 con ingresso gratuito.

 

Il giallo in tv è un genere che parla a tutte le generazioni a partire dai grandi sceneggiati d’epoca per arrivare alle attuali serie e la Rai ha prodotto dagli anni ’50 storie poliziesche dando voci e volti ai personaggi di alcuni dei maggiori autori di libri gialli, da Simenon a Dürrenmatt, da Gadda a Camilleri.

La prima cosa che colpisce visitando la mostra è che le origini del giallo italiano sono in realtà tutte d’importazione: il tenente Sheridan, il primo poliziotto famoso dell’immaginario televisivo interpretato da Ubaldo Lay con il suo inseparabile impermeabile bianco, inventato dagli sceneggiatori italiani Casacci, Ciambricco e Rossi, è in realtà il capo della sezione omicidi della polizia di San Francisco.

Invece, la prima serie gialla che ha il protagonista italiano che agisce in Italia, è anche la prima a protagonista femminile, Laura Storm, un’intrepida giornalista interpretata da Lauretta Masiero, anche se rimane nel titolo un richiamo anglosassone: Storm, ovvero tempesta in inglese. Al giallo classico la Rai ha successivamente sperimentato ed affiancato altri modelli, come il gotico, carico di elementi soprannaturali, il fantastico e  pure il “nero”, denso di cupe atmosfere. Sempre attraverso le foto ed i video dell’installazione, emergono anche gli “originali”, confezionati esclusivamente per la televisione da Biagio Proietti, autore di “Coralba”, “Ho incontrato un’ombra” e “Dov’è Anna” e dal duo D’Agata e Bollini con il loro indimenticabile “Il segno del comando” per la regia di Daniele D’Anza. Senza dimenticare “Ritratto di donna velata” con Daria Nicolodi, ed ancora per il  genere poliziesco le due stagioni di “Qui squadra mobile” ideate da Massimo Felisatti e Fabio Pittorru, dirette dal grande Anton Giulio Majano.

 

Per poi approdare agli anni più recenti con “Il Commissario Montalbano” e anche “Don Matteo”. L’adattamento scenografico dell’iniziativa è curato da Rita Santin della Direzione produzione RAI- Centro Produzione Torino e tutte le foto esposte hanno fatto parte già di una mostra, organizzata sempre da Raiteche nel 2020, al Museo di Roma in Trastevere, dal titolo “Sulle tracce del crimine. Viaggio nel giallo e nero Rai”.

 

Igino Macagno

Rock Jazz e dintorni a Torino: Seeyousound e Gigi D’Agostino

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA

Lunedì. Prosegue Seeyousound al cinema Massimo. In programma : “Omar And Cedric: If This Ever Gets Weird” di Nicolas Jack Davies (anteprima Italiana) + “James Blake -Like The End” di Jon Rafman. “AllYou Need Is Death” di Paul Duane (anteprima italiana) +”Else -Ocean” di Mohamed Chabane &Thèo Jourdain. “Slot Fiction” comprendente : Elevaciòn, A Toi Les Oreilles, Deep In My Heart is A Song, Hymn Of The Plague. “My Way” di Thierry Teston ( anteprima italiana) + live Bluebeaters. “Googoosh- Made of Fire” di Niloufar Taghizadeh ( anteprima italiana) alla presenza del regista.

Martedì. Al Blah Blah si esibiscono i Franco Forte. Seeyousound propone: “Peaches Goes Bananas” di Marie Losier + “Fortuno-Wanna Believe U” di Ja’Lisa Arnold. “RockBottom” di MariaTrenor (anteprima italiana) + “Six Cigarettes For Robert” di Fausto Caviglia. “Slot Animation” che comprende :Cosmic Routine, Sans Voix, Trumpet Voice, Zoopticon. “Kode9-Escapology Live A/V”, un progetto di Almare e Seeyousound. “Any Other Way:The Jackie Shane Story” di Michael Mabbott, Lucah Rosemberg-Lee, (anteprima Italiana) + ”Naskar” di El Cielo.

Mercoledì. Allo Ziggy è di scena Geneva Jacuzzi. A Eataly si esibisce The Niro. Per Seeyousound: “Imago” di Olga Chajdas, “LesReines Du Drame” di Alexis Langlois, “Misty-The Erroll Garner Story” di Georges Gachtot + “Sunnan-My Love For You” di Nicolina Knapp, “SlotDocs” che comprende : Ressonàncies, Apocalypse, I Think I’M Here, Les Rengaines. “Mogwai: If The Stars Had A Sound” di Antony Crook + “Mustafa_Gaza Is Calling” di Hiam Abbas & Sakir Khader.

Giovedì. Al Cafè Neruda suona il trio di Marco Parodi. All’Hiroshima Mon Amour è di scena Anna Castiglia. Alla Divina Commedia si esibiscono i Tre Uomini in Pericolo. All’Off Topic suonano i 18 K. Al Blah Blah sono di scena i Planet Of Zeus. Allo Ziggy si esibiscono Make Po, Varylem, Dada, The Robots. Penultimo giorno di Seeyousound con in programma: “AllYou Need Is Death” di Paul Duane + “Novze-J’Existe” di Marco Pacchiana, “BornTo Be Wild: The Story Of Steppenwolf” di Oliver Schwehm + “Washed Out -The Hardest Part” di Paul Trillo, “ The Gesuidouz” di Kenichi Ugana+ “Ilhoe- Matins Sauvages “ di Loic Phil, “EBM-Electronic Body Movie” di Pietro Anton (alla presenza del regista) + “La Favi & Rosaliedu 38- Memories” di Jules Harbulot, “Slot Videoclips : Soundies Presents Videoflow: Silenzio”, “Jesus Lives The Fools” di Filippo D’Angelo, Dimitris Statiris e Mauro Giovanardi + Live Mauro Ermanno Giovanardi e Marco Carusino, “Going Underground” di Lisa Bosi (alla presenza dei Gaznevada) + Lydsten -Bias di Simon Lemarchand, Al Capodoglio “Going Underground” Dj set,.

Venerdì. Al Folk Club suonano i El Pony Pisador. All’Inalpi Arena è di scena Gigi D’Agostino. Alla Divina Commedia si esibiscono i Soultrane. Al Blah Blah suonano i NesimaPark. Ultimo giorno di Seeyousound. In programma: “Omar And Cedric:If This Ever Gets Weird” di Nicolas Jack Davies + “Apacalda -She’s Not Coming” di Mailis, “House Music :A Cultural Revolution” di Barbara E. Allen alla presenza della regista (anteprima internazionale), “Rock Bottom” di Maria Trenor + “Lecx Stacy-As Tendrils Of Smoke” di Chris Yellen & Eddie Mandell, “Slot Videoclip: Soundies Presents VideoFlow: Respiro”, “Bam Bam:The Sister Nancy Story” di Alison Duke+ “Wallace Cleaver-Plus Rien N’Est Grave” di Sangfroid, +“Noèmi Bucji Does It Still Matter” Live A/V, all’Off Topic “Seeyousoundsystem” Francois Kevorkian + Teo Lentini+ Decret Guest, after party del film “House Music : A Cultural Revolution”.

Sabato. Al Circolo Sud si esibisce Steppo. Allo Spazio 211 è di scena Generic Animal. Al Blah Blah suonano i Death Wishlist.

Domenica. Al Magazzino di Gilgamesh è di scena la Shanna Waterstown Band. Al Blah Blah gli Chew.

Pier Luigi Fuggetta

“Di noi 4”, coraggioso, irriverente e proletario. Anteprima nazionale al cinema Fratelli Marx

Loro sono Giamma, Rachel, Alda e Pier, quattro giovani esseri umani che stanno andando verso la quarantina, due coppie d’amici da sempre che pensano in grande coltivando grandi ideali ma costretti a cancellarli dentro una società da cui si sentono presi in giro e delusi, un abisso a separare le aspirazioni dalla realtà di ogni giorno. Fatta di precarietà. Un grande sogno sopra tutti, diventare genitori, scommettere e consolidarlo quel sogno ma poi quella stessa realtà è lì a dirti che la scommessa è difficile: si rifugiano nella loro amicizia, antica e forte e consolidata, ma non basta. Poi, lì a festeggiare il compleanno di Alda, la decisione “a imbarcarsi nell’impresa più incredibile, ambiziosa, rivoluzionaria e forse impossibile di tutte”.

Giovani sono il regista Emanuele Gaetano Forte che ha diretto “Di noi 4”, giovani sono gli attori che lo hanno interpretato, Giovanni Anzaldo, Roberta Lanave, Giulia Rupi e Elio D’Alessandro, tutti usciti dalla Scuola per Attori dello Stabile torinese, poi Anzaldo premiato per il testo teatrale “Roman e il suo cucciolo” (Premio Ubu come miglior attore under 30) e per il film che ne è seguito, “Razzabastarda”, entrambi sotto la guida di Alessandro Gassmann, come è da citare per un eccellente Pilade nell’”Oreste” messo in scena da Binasco tre anni fa, in questi ultimi anni autore di due romanzi; Lanave già Ofelia con Valter Malosti e in “Morte di un commesso viaggiatore” con De Capitani, Rupi nel 2011 vincitrice della menzione come Migliore attrice emergente del Premio dedicato alle Sorelle Gramatica, D’Alessandro tra gli attori di “Festen” per la regia di Marco Lorenzi. Arte come vita, riprese cinematografiche come realtà. “Per realizzare questo film – confessa Forte – dovevamo inventarci qualcosa di nuovo, trovare strade nuove come fanno i nostri personaggi, in altre parole scrivendo la sceneggiatura ci siamo scontrati con la difficoltà di trovare finanziamenti e ci siamo resi conto di essere noi stessi i nostri protagonisti. Il figlio era il film”. Regista e attori dovevano dar vita ad un film, primo mettendo nel piccolo (o grandissimo?) progetto soldi di tasca propria, riducendo al minimo le spese, trovando un alloggio in Vanchiglia come unica location, concentrando le persone del set, solo un fonico, un direttore della fotografia che ha fatto anche da operatore, un focus puller e un aiuto regista tuttofare. Si è inoltre girato in maniera cronologica, quasi tutto con luce naturale, lasciando gli attori liberi di muoversi più o meno come volevano per il set avendo eliminato cavi e supporti stativi.

Mentre gli attori si erano già rivelati soggettisti e sceneggiatori, mentre essi stessi hanno pensato alle scenografie (Rupi) insieme a trucco e costumi (Rupi/Lanave), mentre il regista ha seguito il montaggio e ha esteso alla famiglia il compito delle musiche. 78’ già presentati al Rome Indipendent Film Festival RIFF lo scorso anno: “Avremmo potuto ambientare il film a Catanzaro, Roma, Parigi, Berlino; e invece no, noi volevamo Torino, una città perfetta per girare, a misura d’uomo, tranquilla, agile. Una New York sabauda dove ogni cosa diventa possibile. Gaetano Renda, scomparso nei giorni scorsi, che tanto ha fatto per il cinema indipendente, e con lui la figlia Cristina, ha fortemente creduto in questo progetto e noi gliene siamo tutti grati. Il nostro film ha molte caratteristiche che mi sento di attribuire alla città nella quale sono nato e cresciuto: è coraggioso, irriverente e proletario. Anche, a suo modo, elegante. È un film che se tu lo vedi non puoi non sentire l’eco dei Murazzi, l’ombra della Mole, o quel dito spezzato nella statua della Gran Madre”. Presentato da Lo scrittoio – Cinema d’autore, il film avrà la sua anteprima nazionale a Torino al cinema Fratelli Marx. Le date (da segnare) sono lunedì 24 alle ore 20,45, martedì 25 e mercoledì 26 febbraio alle ore 19.

Elio Rabbione

Edoardo Prati: lo spettacolo al Teatro Colosseo

Lunedì 24 febbraio, Edoardo Prati porta al Teatro Colosseo di Torino il suo primo spettacolo teatrale, “Cantami d’amore”

Classe 2004 e seguitissimo sui social con 4,8 milioni di like su TikTok, Prati ha conquistato il pubblico grazie alle sue profonde riflessioni sulla vita, sulle relazioni e sull’amore, filtrate attraverso le parole dei più grandi letterati della cultura classica. La sua capacità straordinaria è quella di appassionare l’ascoltatore e avvicinare il pubblico a testi e poeti spesso considerati complessi e ostici, con uno stile raffinato e intelligente.

Grazie a una comunicazione fresca e mai banale, Prati si è dedicato alla recitazione in metrica e alla divulgazione dei classici della letteratura italiana e latina, rendendo accessibili opere di grande valore spesso riservate a pochi.

Al centro dello spettacolo di lunedì ci sarà proprio l’amore: un mix di letteratura, musica e riflessione sulle infinite sfumature di questo sentimento universale.

Scritto dallo stesso Prati insieme a Manuela Mazzocchi ed Enrico Zaccheo – quest’ultimo anche regista dello spettacolo – “Cantami d’amore” intreccia con eleganza poesia, musica e riflessioni personali, toccando corde profonde e senza tempo. Un’occasione unica per lasciarsi trasportare dalla magia delle parole e riscoprire che, al di là delle epoche, l’amore resta il vero motore della nostra esistenza.

Riguardo allo spettacolo, Prati afferma “aiamo parte di un mosaico esteso e secolare, non siamo i primi e non saremo gli ultimi in balia dell’ingovernabilità e delle contraddizioni dei sentimenti. Dopotutto, l’amore è la cosa meno fascista che esista. L’amore è la cosa più politica.”

Valeria Rombolà

 

📅 Appuntamento lunedì 24 febbraio alle ore 20:30 presso il Teatro Colosseo di Torino (Via Madama Cristina, 71 – Torino).

Jonathan, il gabbiano che voleva volare

Domenica 23 febbraio, ore 16

Casa Fools, via Bava 39, Torino

 

 

Una fiaba teatrale e musicale sulla diversità

 

 

Liberamente ispirato al celebre romanzo “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach, “Jonathan, il gabbiano che voleva volare” di Stefano Sartore racconta la storia di un giovane gabbiano che deve affrontare le grandi sfide della crescita, decidendo di inseguire i propri sogni e combattendo contro le critiche e le derisioni che gli vengono rivolte per la sua diversità. Imparerà così ad accettarsi e a vivere da vero protagonista la propria vita.

 

TRAMA

Jonathan è un giovane gabbiano che sta crescendo e che vuole diventare il gabbiano che sente di essere: un gabbiano che insegue i suoi sogni. Una competizione di volo sarà l’occasione per misurarsi con le proprie possibilità e con i propri desideri. Jonathan, sostenuto dal suo amico Casa Base che gli farà da coscienza, come il grillo parlante per Pinocchio, riuscirà a crescere e a decifrare i propri sentimenti nel delicato passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta.

Il teatro visuale, con il suo linguaggio immaginifico, trasporta il pubblico dei più piccoli in un mondo fantastico, in modo da raccontargli una storia che parla di accettazione del diverso, di accoglienza, che mostra quanto possa essere terribile il bullismo e i danni che ne conseguono. Viene analizzato il rapporto intergenerazionale e le dinamiche che lo caratterizzano.

 

STEFANO SARTORE

Diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma, lavora come attore e musicista professionista dal 2008. Si occupa di didattica teatrale rivolta all’infanzia, ai giovani e agli adulti. È tra i fondatori della Compagnia Fools con cui gestisce lo spazio teatrale Casa Fools.

 

L’appuntamento è alle ore 16 per una merenda, golosa e sana, seguita alle 17 dallo spettacolo.

 

DOMENICHE SPETTACOLARI

“Jonathan, il gabbiano che voleva volare” è il secondo appuntamento di “Domeniche Spettacolari” la rassegna di teatro dedicato alle famiglie per divertire bambini e adulti, ma anche coinvolgere e sensibilizzare i più piccoli sui temi ambientali, sulla diversità, sulla lingua italiana e sul genere. Sul palco, marionette, attori in carne e ossa e artisti di strada che mettono in scena, dal 9 febbraio al 6 aprile, quattro spettacoli-laboratori o teatro di figura e danza adatti ai bambini e ai genitori che li accompagnano.

 

CASA FOOLS

Casa Fools è una Casa con un Teatro dentro. Codiretto da Roberta Calia, Luigi Orfeo e Stefano Sartore, da anni Casa Fools lavora per ricostruire la comunità attraverso l’arte e abbattere le barriere e i pregiudizi legati a certi luoghi della cultura. Non solo attraverso una politica dei prezzi contenuta, ma anche facendo partecipare attivamente il pubblico alla vita del teatro, coinvolto fin dall’inizio nella direzione artistica tramite un’esperienza di decisione collettiva del cartellone.

“Dentem pro dente”, pièce del Piccolo Teatro Comico 

Il quindicesimo appuntamento del Piccolo Teatro Comico è quello con Senza Meta Teatro nella pièce teatrale  intitolata “Dentem pro dente”, in scena venerdì 28 febbraio prossimo alle ore 21, in via Mombarcaro 99/B zona Santa Rita. Il pubblico sarà accolto in una atmosfera festosa, in cui a fare da guida sarà il protagonista del castello. Lo chaperon è però un dottore pazzo, probabilmente Mengele, collezionista di obbrobri umani, in parte sue creature, in parte insane di mente, in parte reietti. La festa sarà gioiosa e inquietante al tempo stesso, essendo il compleanno del dottore. Accadranno vari fatti che andranno a turbare l’apparente solarità della situazione. Poi inizierà il vero tour degli orrori, e si scoprirà che lo chaperon è un dentista cerusico, barbiere, figura ben presente e viva nel passato. Egli riassume in sé le tre professioni, come avveniva un tempo, ed è l’artefice di un diabolico intreccio sotto l’egida di horror filosofico e, quanto serve, anche splatter. Il fil rouge che lega le sue creature prigioniere e alleate nel compiere il male è, quindi, fisico e concreto. Si serve di reperti umani, denti, capelli, salasso e mutilazioni. Il pubblico incontrerà la spaventevole posseduta in sedia a rotelle , con relativa infermiera suora, l’aguzzina dei lager nazisti Irma La Morte, il tristissimo Uomo che Ride, l’inquietante Fatina dei denti. Tutti a loro modo cercheranno di stanare le paure che vivono nel nostro animo. Tutto lo spettacolo sarà attraversato dalla figura inquietante del servo, con Wklad, uno strano e misero essere dalla forma di un quarto di bue. Una figura che sembra marginale e che si rivelerà la chiave di volta di ogni orrore.

Il Piccolo Teatro Comico, costituito nel febbraio 2002, è la continuazione di un progetto artistico e di una poetica teatrale iniziata nel 1988 con lo stesso staff denominato “Canovaccio”. La rivalutazione del concetto teatro, partendo dalla commedia e dal classico, da proporre nella sua essenza primordiale, fino a performance di spettacolo eterogeneo, dalla danza al cabaret, al teatro multietnico di genere, creando uno spazio organico e vivo che possa raggiungere un pubblico vario che viva il mondo del teatro proponendo anch’esso idee e spettacoli per ogni fascia d’età, status e cultura.

Info: 339  3010381

Mara Martellotta

“Don Giovanni” e “Madri” in scena al Teatro Gobetti. Ultimi giorni

Al teatro Gobetti andranno in scena, dal 18 al 23 febbraio, il “Don Giovanni”, tratto da Molière, Da Ponte e Mozart, per l’adattamento e la regia di Arturo Cirillo, che ne è anche l’interprete principale. Nella sala Pasolini, sempre al teatro Gobetti, dal 18 al 23 febbraio andrà in scena “Madri”, di Diego Pleuteri, con Valentina Picello e Vito Vicino, regia di Alice Sinigaglia.

“La mia passione per il personaggio di Don Giovanni – spiega il regista Arturo Cirillo – e per il suo alter ego Sganarello (come Hamm e Cloy in “finale di partita”, o come Don Chisciotte e Sancho Panza) nasce soprattutto dalla frequentazione dell’opera di Mozart – Da Ponte. Sicuramente i miei genitori mi portarono a vederlo al San Carlo di Napoli, come vidi il film che ne trasse Joseph Losey nel 1979. L’incontro decisivo con questo personaggio avvenne nel periodo in cui frequentavo l’Accademia di Arte Drammatica di Roma. Uno storico insegnante di Storia della Musica ci fece lavorare sul Don Giovanni in una forma che potrei definire di “recitar cantando”, in cui ci chiese di interpretare il bellissimo libretto di Lorenzo Da Ponte, per poesia, musicalità e vivacità, ma anche perché è una delle opere più alte dal punto di vista linguistico della letteratura italiana. Oltre al libretto dapontiano, recitavamo rapportandoci con la musica di Mozart, con i suoi ritmi e le sue melodie. In quell’occasione questa irrefrenabile corsa verso la morte (l’opera si apre con l’assassinio del Commendatore e si conclude con lo sprofondare di Don Giovanni nei fuochi infernali) questa danza disperata ma vitalissima, sempre sull’orlo del precipizio, questa sfida al destino, mi è apparsa in tutta la sua bellezza e forza. Negli anni successivi si è imposto tra i miei autori prediletti Molière, quindi mi è parso naturale lavorare su una drammaturgia che riguardasse sia il testo di Molière sia il libretto di Da Ponte. Il discorso musicale mi coinvolge da sempre, quindi ho deciso di raccontare questo mito, che è Don Giovanni, usando forme e codici diversi, conservando di Molière la capacità di lavorare su una comicità paradossale e ossessiva che a volte sfiora il teatro dell’assurdo, e di Da Ponte sulla poesia e la leggerezza, a volte anche drammatica. Poi c’è la musica di Mozart, che di questa vicenda riesce a raccontare la grazia e la tragedia ineluttabile”.

Lo spettacolo “Madri” di Diego Pleuteri è il testo con cui il giovane drammaturgo, formatosi alla scuola per attori del Teatro Stabile di Torino, è stato selezionato per Eurodram 2022 e ha ottenuto la menzione al Premio InediTO 2020.

“Uno dei punti più interessanti del lavoro di Pleuteri su ‘Madri’ – spiega la regista Alice Sinigaglia – riguarda la riflessione sul pensiero, sulle sue modalità di entrare in circolo nelle vite delle persone e di descrivere la realtà. I due personaggi scritti da Diego hanno la testa bucata, i loro pensieri fuoriescono senza sosta in un fiume di ossessioni che senza sforzo diventano parola, una parola che di tango in tanto si attorciglia su se stessa, fino a sparire in un brusio di fondo, ma che altre volte, senza preavviso, diventa concreta e reale. I fatti che le parole descrivono sono tutti accaduti, e forse non è importante se siano accaduti davvero o solo immaginati. Il dialogare dei protagonisti è l’intreccio di due menti che diventano una sola, e si scambiano continuamente le parti di una vita interiore consumata. In questo eterno monologare, madre e figlio si finiscono le frasi, ma allo stesso tempo non riescono a finire quello frasi che sembrano importanti davvero. ‘Di intimo ci è rimasto solo ?’ Cercando la fine di una citazione, i due passeggiano a mezz’aria senza alcuna intenzione di scendere a terra. Sono insieme, ma profondamente soli. Di intimo cosa vi è rimasto…il pensiero? La solitudine ? La regia approfondisce queste domande lavorando sulla parola e sul suono, i più sfuggenti degli elementi scenici, come sfuggente è la tenera incertezza dei due personaggi. Polifonico o monolitico, sdoppiato, sovrapposto, si tratta di un complesso lavoro sulla sonorità che cerca di restituire tutti i livelli di stratificazione del pensiero”.

Gli spettacoli si svolgono al Teatro Gobetti di via Rossini 8, a Torino

Biglietteria presso il Teatro Carignano, piazza Carignano 6, a Torino

Telefono: 011 5169555

Mara Martellotta

“Operazione nostalgia” a firma di Vanzina e Brizzi

“Sapore di mare”, sino a domenica sul palcoscenico dell’Alfieri

È come con il maiale: non si butta via niente. Per questo, dunque, ci ritroviamo stasera, in questa immensa sala dell’Alfieri, quasi interamente gremita, a voltarci indietro e a guardare tra risate e sospiri del tipo “come passa il tempo” e “ti ricordi quando” a quei mitici anni Sessanta che tanti di noi hanno vissuto. A quei Sessanta che Enrico Vanzina e Fausto Brizzi – più autorizzato il primo (classe 1949) che non il secondo (classe 1968), comunque entrambi con l’inossidabile Jerry Calà applauditissimi tra il pubblico, con selfie d’obbligo – hanno fatto risaltare fuori dal cilindro del Tempo con questo “Sapore di mare” – con una scritturà che vivaddio non attualizza nulla ma lascia tutto così com’era, una vecchia fotografia che riscopri per caso in un cassetto, con la veloce regia di Maurizio Colombi, nella sala di piazza Solferino in prima nazionale, per il cartellone preparato da Fabrizio Di Fiore Entertainment – che affonda le radici nel film del grande Carlo (Vanzina), figlio di Steno, nel 1983 ad inseguire gli ultimi sprazzi della commedia (all’)italiana e attento a calamitare gli incassi che raggiunsero i dieci miliardi. Film fatto di cabine e di ombrelloni, di panorami di Forte dei Marmi ai bagni Marechiaro e del mare azzurro della Versilia, di serate alla Capannina, di amori di diciottenni, o giù di lì, che si inseguono o stanno alla finestra, di famiglie milanesi habitué e di quelle napoletane salite al nord per la prima volta, di frasi intramontabili e di caratteri, di mamme (ricordate Virna Lisi che con la sua Adriana vinse il Nastro d’Argento?) dal fascino maturo che non riescono a digerire i quaranta e più o meno inconsciamente s’incollano come l’edera al giovanotto che le farà scordare per un attimo il consorte ormai indaffarato e sbadato, magari rifugiandosi in esecrabili poesie, di rendez-vous sbiaditi, capitati ancora lì per caso dopo qualche anno, in cui nessuno ha più niente da dire a nessuno.

Li abbiamo vissuti noi, quei Sessanta, e non come quelli, tanti, che stasera ti stanno intorno e vanno giù a scherzare e a cantare così, “per sentito dire”. 

Ma è davvero “operazione nostalgia” quella compiuta dallo sceneggiatore delle “vacanze” a Natale o americane e dal regista di “Notte prima degli esami”? È riallestire per un’occasione che non andrebbe sciupata un nuovo, quasi commovente, presepino, mettendoci la sabbia e i sassi di mare e le onde, con le pastorelle in un bikini di cui con una contemporanea sfrontatezza inimmaginabile si butta all’aria il pezzo che sta sopra e con i vogliosi pastori che fanno a gara a chi le agguanta per primo. Si rispolverano i fratelli Carraro, il Luca cotto di Marina (qui Fatima Trotta) e il Felicino dove acchiappo acchiappo, il timido Gianni che s’intrufola in un vecchio cuore  scambiando batticuori per sesso, i marchesini Pucci, l’inglesina tutto pepe e grandi libertà, si costruisce sulla carta il fotografo Cecco, affidato all’estro toscano di Paolo Ruffini, che raccoglie le fila delle tante storie e furbescamente riscalda e coinvolge la sala e ci dialoga, ogni cosa in salsa rétro e ye ye, tra doverose contorsioni di shake e di twist e cadenzati passi di hully gully; circolano le battute che tutti ma proprio tutti s’incollarono nella memoria, “per quest’anno, non cambiare: vengo al mare per ciullare e, come l’anno scorso, c’è il pirla del bagnino” o “questo biglietto vale per tutte le lettere che non ti ho scritto. A proposito, sei sempre la più bella” o “mamma, che pere” o “devi imparare a socialize, a socializzare… come un’ape che vola su tanti fiori: prende qua, prende là… e poi diventa migliore”. Piccolo vocabolario che ci avrebbe fatto compagnia per tanti estati. 

Nel riallestire, il divertimento rimane, innegabile e contagioso, ma tutto pare – inevitabilmente – un po’ lontano, sbiadito, legato a un’epoca che è stata, morta e sepolta, anch’essa con le sue grandi gioie e i piccoli dolori, con i sorrisi, con l’estate (magari eguale a mille altre, pensate a Maurizio Arena e Renato Salvatori a inseguire Marisa Allasio pochi anni prima!) che sta finendo e con i Righeira che su quelle stesse spiagge imperversavano: nonostante sul buon Johnson – come sui Duran Duran un ventennio appresso, e allora ti sei chiesto per un attimo sere fa se il fascinoso Simon Le Bon l’abbiano lasciato a casa, a salvaguardarsi con impacchi di naftalina – il pubblico sanremese abbia fatto scrosciare applausi su applausi, in mezzo ai mille “cuoricini”, e quindi qualcosa ancora circoli con buona pace dei troppo troppo boomer, fai fatica a ritrovare quei caratteri, freschi giovanili ma incisivi, capaci di disegnare un’epoca, di stabilire ancora una volta la loro esatta importanza, non giocattoli tante volte inespressivi come la Barbie di Greta Gerwig. Nascono episodi, piccoli piccoli, che a volte s’ingolfano e si sgonfiano, s’intrecciano personaggi che sudano le sette camice (tralasciamo le voci, affaticate alcune oltre il dovuto, disinvolte sì ma falsate, bruttarelle come le tante ascoltate al Festivalone: ma non si può essere tutti Giorgia) ma quei caratteri è difficile ritrovarli e riscaldarli nuovamente. Sapete quel che fa gioia ritrovare? quei costumi con trucco e parrucco firmati da Diego Dalla Palma, le scenografie di Clara Abruzzese fatte di godibili siparietti (c’è anche posto laggiù in fondo per la band tutta da apprezzare) e le coreografie sbarazzine di Rita Pivano, soprattutto quel bignami della musica leggera dell’epoca che ti accompagna per tre ore, quei cinquanta brani cinquanta che ti riempiono ancora il cuore: tanto Morandi (corse ai cento all’ora e piogge che scendono e ritorni all’amata in ginocchio) e Pavone (cuori che soffrono, e geghegé, balli sulla stessa mattonella e martelli da dare in testa alla smorfiosa di turno che tenta di fregartelo), Edoardo Vianello a spandere come Mina e Pino Donaggio, il Modugno immancabile e l’Endrigo di “Io che amo solo te”, la bambola della Patty e una spruzzata di Bobby Solo e di Rocky Roberts, il giusto contributo di Caselli e di Celentano, di Paoli per cui esistono un cielo in una stanza e quel sapore di sale stampato sulle labbra della Sandrelli, il mondo di Fontana e anche quei giorni che hanno fatto la felicità di tal Santino Rocchetti. Un mondo da guardare col cannocchiale, dalla poltrona rossa, tutt’intorno la leggerezza degli autori: dice Vanzina che la leggerezza non è una sciocchezza, “è la profondità della gioia quando è vera”. E in questo, dopo anni, ha ancora ragione lui.

Elio Rabbione

Le foto dello spettacolo sono di Laila Pozzo.