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Alla scoperta di 130 edifici aperti gratuitamente al pubblico: torna Open House Torino

 

Il primo weekend di giugno 2024, Torino ospiterà la settima edizione di un evento gratuito che celebra punti di interesse storico locale. Si tratta di Open House Torino, che consente al pubblico di esplorare gratuitamente abitazioni, edifici e siti normalmente chiusi ai visitatori, offrendo la possibilità di immergersi nella varietà architettonica del tessuto urbano cittadino. Si tratta di costruzioni storiche come design di interni e vedute della metropoli. Durante questo weekend annuale si avrà la possibilità di conoscere strutture di rilievo storico, moderno e contemporaneo, residenze private, uffici, aree verdi e spazi comunitari e progetti di restauro urbano di particolare pregio. Al 2017 risale la prima edizione di Open House a Torino, che si è rivelata subito un grande successo, con oltre 38mila visite e circa 15mila visitatori su oltre cento edifici. Nella seconda edizionel’evento è cresciuto, superando le 55mila visite e 18mila visitatori in più di 140 luoghi. La terza edizione, del 2019, ha visto 60mila visite e 25mila visitatori, oltre alla creazione di un sistema di registrazione via web. L’evento è stato annullato nel 2020 a causa della pandemia da Covid 19. La quarta edizione, del 2021, secondo una formula in linea con la situazione pandemia ancora in corso, con prenotazioni e limiti di capienza. La quinta edizione ha proposto un programma di cento luoghi e ha potuto contare su 30mila visite. La sesta edizione ha coinvolto più di 20mila visitatori per oltre 40mila visite, confermando l’interesse e la partecipazione di pubblico a Open House Torino.

Obiettivo dell’evento è quello di conoscere insieme al pubblico un grande patrimonio comune e riflettere sul fatto che una città progettata meglio negli edifici, negli interni e nello spazio pubblico è capace di farci vivere meglio.

Tra le location aperte al pubblico si segnalano Villa Bria, Villa Rey ( sede dell’AutoMoto Club), Castello di Lucento, Casa Dora, Casa Baretti, Casa Flores, Villa D’Agliè, Casa Luzzi, Società Canottieri Armida, Palazzo Biandrate Aldobrandino di San Giorgio, Palazzo Nobile Valfrè, Villino Raby, Casa Crescent, Scala Merci Vallino e Cascina Fossata.

Per partecipare è necessario registrarsi a Open House Torino . Le prenotazioni saranno attive da martedì 28 maggio alle ore 21.

 

Mara Martellotta

Mercato Centrale Torino: ecco il Festival “Gaya – Gaya”, 100% giapponese

 

 

Il Mercato Centrale di Torino presenta “Gaya – Gaya”, il festival 100% giapponese promosso dal 31 maggio al 2 giugno, un evento rumoroso, pieno, ricco di esibizioni e esperienze giapponesi.

Un giapponese, di fronte alla richiesta su cosa significhi Gaya – Gaya, risponderebbe “rumoroso, pieno”. Si tratta di una delle onomatopee del Sol Levante più utilizzate nella vita quotidiana, e indica un contesto dove presenta allegria e energia. Il festival, che ha ottenuto il patrocinio della ambasciata giapponese, è organizzato dal Mercato Centrale di Torino in collaborazione con l’artigiano della bottega di Ramen e altre specialità giapponesi Akira Yoshida. Una grande festa della cultura orientale con tre giorni di appuntamenti didattici, workshop e degustazioni gastronomiche. Tra gli ospiti di grande rilievo che coloreranno il festival figura lo chef Hiro, il cuoco giapponese più famoso d’Italia che mostrerà come si cucina l’okonomiyaki, il piatto tipico di Osaka, la città dove si terrà Expo 2025. L’arte dei Samurai approderà al Mercato Centrale di Torino con Kamui, una troupe di artisti samurai che divulgano l’arte e la cultura giapponese nel mondo. Il loro leader, Tetsuro Shimaguchi ha partecipato anche al film Kill Bill di Quentin Tarantino come attore e coreografo in alcune scene di combattimento. Grande protagonista della tre giorni sarà ovviamente la grande cultura gastronomica nipponica, con la cerimonia del tè, Cha-no-yu – acqua calda per il tè, che sarà raccontata dalla maestra Tomoko Hoashi, o con il sakè, spiegato in tutte le sue accezioni dalla sakè sommelier Kana Cappelli, o ancora Luca Rendina, che porterà il pubblico alla scoperta del sochu, un distillato originario del Giappone. La musica sarà affidata a Kikuki Shinobu, che suonerà il sanshin, letteralmente il “tre corde”, uno strumento a corde pizzicate okinawano, probabilmente derivate dal sanxian cinese, e a Takuya Taniguchi, artista di Wakadaiko giapponese che gira il mondo facendo ascoltare gli strumenti tradizionali nipponici. Spazio anche alla narrazione contemporanea, con la partecipazione di personaggi come Kenta Suzuki, influencer giapponese più noto in Italia, o Elikottero, youtuber giapponese famoso come insegnante di lingua giapponese per il popolo italiano. Oltre agli ospiti che si esibiranno allo spazio “Fare”, molti saranno i workshop a pagamento e su prenotazione obbligatoria scrivendo a info.torino@mercatocentrale.it, che si svolgeranno nella tre giorni al Mercato Centrale Torino: degustazioni di tè, sakè, distillati giapponesi, corsi di calligrafia giapponese, di sushi, di ravioli, di origami e di Kintsuji, l’arte giapponese della riparazione delle ceramiche. Durante il festival, la terrazza del Mercato Centrale Torino, col suo pittoresco affaccio su Porta Palazzo, si trasformerà nella Asahi Beer Garden, una birreria all’aperto con street food a cura del Ramen Bar Akira, e lo spazio Fare ospiterà, oltre alle esibizioni dei tanti nomi invitati, un piccolo mercato con artigiani e produttori giapponesi che proporranno prodotti tipici.

 

Mara Martellotta

L’incapacità al potere

Chi ha vissuto negli anni ’70 ricorderà lo slogan “la fantasia al potere”: non sarà stato il massimo, non sarebbe stata la strategia vincente ma governare con la fantasia avrebbe dimostrato pur sempre un’idea su come governare.

Dalla seconda Repubblica in poi, quindi da circa 30 anni a questa parte, si assiste invece ad un fenomeno generalizzato di totale incapacità e inettitudine dei governatori, a tutti i livelli, nella “res publica”.

Gli italiani in particolare hanno un’idea della politica piuttosto complessa e contorta, come di un qualcosa dove ci siano più intrallazzi che scelte trasparenti, più giochi di potere che adempimenti al mandato conferito dagli elettori.

In effetti, negli ultimi anni si assiste ad una pletora di perfetti incapaci prestati alla politica, di persone che non hanno idea della differenza tra delibera e determina, tra Parlamento e Governo, che promettono ai potenziali elettori ogni genere di favore (“ti aiuterò ad avere i permessi” per un’attività per la quale i permessi non occorrono, per esempio) dimenticando, tra l’altro, che il voto di scambio (“se mi voti, ti faccio avere…”) è un reato.

In aggiunta, persone che non sanno coniugare un verbo, che credono che usare il congiuntivo provochi la congiuntivite, che dovrebbero almeno nelle fasi iniziali saper redigere un’interrogazione, un’ordinanza o un disegno di legge si candidano alla guida di un’amministrazione, dal Comune alla Regione, al Parlamento senza sapere cosa li aspetti né, ancor peggio, senza conoscere oneri e limiti del proprio mandato.

L’eliminazione del Reddito di cittadinanza, poi, ha ulteriormente aggravato le cose perché, sebbene sia durato poco, ha abituato le persone a guadagnare facendo nulla, e molti pensano che anche con un incarico politico sia lo stesso; premesso che, perlomeno nei Comuni fino a 5000 abitanti, un consigliere non percepisce emolumenti ma solo un gettone di presenza di 18 euro lordi per ogni seduta consiliare, ovviamente se partecipa alle sedute del Consiglio comunale (circa una seduta ogni due mesi), si spiega così perché, invece di informarsi a priori, i novelli Cavour comincino dopo i primi mesi di entusiasmo a disertare le sedute consiliari fino a disinteressarsi del tutto dei loro doveri.

La disaffezione dalla politica ha ormai almeno 50 anni, all’incirca da quando lotte femministe, manifestazioni contro la guerra in Vietnam e manifestazioni studentesche riuscivano a raccogliere decine di migliaia di manifestanti in ogni città, che marciavano a tutela dei loro interessi o per qualcosa in cui credevano; schifati dalle vicende di Tangentopoli, della sempre maggior corruzione (tangentopoli non ha eliminato la corruzione, ha solo alzato i prezzi), dalla mancanza di devozione alla politica, gli italiani si trovano ora a considerare l’incarico politico, la mansione elettiva, come un lavoro qualsiasi, non troppo impegnativo, “tanto poi imparerò stando lì” o, peggio, “cosa ci vuole?”.

La moltiplicazione di liste in ogni tornata elettorale è la dimostrazione di quanto sto scrivendo: si candida un candidato perché è figlio di tizio o coniuge di qualcun’altro, lo si elegge perché ha distribuito molti volantini o ha incantato con i suoi discorsi ma l’analfabetismo funzionale da cui sempre più persone sono affette non ci fa comprendere nulla del suo programma elettorale, della sua capacità reale, della sua onestà intellettuale.

Arriviamo così, ogni volta, ad una crescente insoddisfazione perché il candidato eletto ha pensato solo ai propri interessi, perché si è dimostrato inaffidabile, perché è stato denunciato, perché è passato con quelli che non avrei mai votato, perché l’hanno sorpreso a compiere gesti inenarrabili o perché, nei territori dove ha promesso miracoli, torna solo dopo 5 anni per chiedere nuovamente il voto.

E’ evidente che occorra riavvicinare gli italiani alla politica, nell’accezione originale del termine, cioè la cura della polis, la città stato greca e far entrare nella cultura comune il concetto che se ognuno ruba, indirettamente, un centesimo al giorno, ogni giorno spariranno illecitamente 600 mila euro; se la somma non preoccupa presa singolarmente, sul totale dei cittadini raggiunge somme ragguardevoli.

Se ognuno pensa al proprio tornaconto “tanto, cosa vuoi che sia” o “tanto lo fanno tutti” non ci solleveremo mai da questa paludemorale ed economica.

Copiamo spesso gli Stati Uniti sotto tanti aspetti: perché non li copiamo anche sotto quello morale? Se negli Usa sanno che il vicino si droga o ha rubato lo vedono come uno che si può redimere; ma se sanno che il vicino evade le tasse lo denunciano senza problemi perché l’evasione realmente danneggia ognuno di noi e l’intero Paese (che siamo sempre noi).

“Vota Antonio, vota Antonio” non era solo lo slogan di Totò.

Sergio Motta

I FerragnEX si affidano a Chiusano Immobiliare per vendere Villa Matilda

La notizia ha cominciato a rimbalzare meno di 24 ore fa: i Ferragnez, o come dice Selvaggia Lucarelli, i FerragnEX, hanno messo in vendita la villa sul lago di Como che avevano acquistato meno di un anno fa.

Villa Matilda si trova a Torno e fu acquistata dalla coppia per 5 milioni di euro. A gestire la compravendita è la Chiusano & C, un’eccellenza tutta torinese che opera nel settore immobiliare dal 1989. Da qualche anno, il fondatore Andrea Chiusano, è affiancato dai figli Matteo e Carola molto attivi sui social, che spesso fanno sognare gli utenti mostrando su Tik Tok abitazioni da sogno.

Impossibile carpire l’entità della trattativa che è riservata.

Non resta che attendere notizie sulla vendita o magari sognare con foto e video a disposizione sui social.

Lori Barozzino 

 

Le piastrelle della legalità nel giardino Peppino Impastato

I bambini delle scuole primarie hanno posato ieri le “Piastrelle della legalità” sugli scaloni del giardino Impastato in Largo Sempione.

La cerimonia si è tenuta nel 32esimo anniversario dell’attentato di Capaci dove furono uccisi il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Hanno partecipato all’iniziativa la vicesindaca della Città di Torino, il presidente della Circoscrizione Sei e una rappresentanza dell’Anpi torinese. Ha contribuito all’organizzazione e al lavoro con gli studenti nelle scuole il “Centro Donna”.

Le piastrelle sono state realizzate dalle classi quarte e quinte delle scuole Primarie Giovanni Cena, Giuseppe Cesare Abba e Piero Angela. Ogni piastrella riporta un messaggio o un disegno contro la Mafia: un modo per ricordare il sacrificio dei giudici Falcone e Borsellino, e di tutte le vittime delle stragi mafiose, promuovendo allo stesso tempo la legalità nel quartiere.

Il giornalista ucciso dalla Mafia Peppino Impastato, a cui è dedicato il giardino, diceva che la legalità nasce dove si trova la bellezza: l’abbellimento del giardino con le piastrelle della legalità vuole esserne un esempio. L’anno scorso le “Piastrelle della legalità” erano state collocate nella Cascina Marchesa.

TORINO CLICK

Missione gentilezza

Una scuola in Irlanda, durante le vacanze invernali, assegna incarichi di cortesia al posto degli compiti usuali

Per tre anni consecutivi la scuola irlandese Gaelscoil Mhichíl  Choileáin” di Clonakilty ha assegnato, durante le vacanze di Natale, una nuova versione di compiti, più concreti e tangibili; il fatto ha destato l’attenzione e la curiosità del mondo civile, dei media e dei social per la loro originalità ma soprattutto per la valenza istruttiva, stiamo parlando di veri e propri incarichi di gentilezza.

Oltre a migliorare l’umore dei genitori, globalmente atterriti dai normali compiti affidati nel periodo natalizio a causa dell’impegno e il tempo da dovergli destinare, questa missione, che vede i bambini ingaggiati in azioni altruiste  cariche di generosità, è una maniera inedita di imparare una lezione positiva e profonda attraverso gesti autentici.

Senza nulla togliere allo studio, alla lettura e a tutte le attività formative classiche necessarie per lo sviluppo e l’apprendimento di ogni bambino, dedicare una azione gentile ad un parente, ad un amico e alla comunità in generale,  con un programma preciso che prevede un piano organizzato per ogni giorno della settimana, è indubbiamente una straordinaria iniziativa che dà la possibilità agli alunni di questa scuola di entrare in confidenza con una realtà sana e responsabile che costituirà un modello per le loro vite future, un esempio che la teoria pura non riesce sempre a trasmettere.

Nella fitta agenda di gesti premurosi, un giorno a settimana è dedicato a se stessi, al compimento di una azione, compito o manifestazione benevola nei propri confronti; questo regalo personale può essere interpretato, seppur nella sua auspicabile normalità, come un fatto eccezionale perché nella concezione collettiva la buona azione è soprattutto rivolta agli altri, cosa sacrosanta e indubitabile, tuttavia fare qualcosa di buono per la nostra persona, per il nostro benessere emotivo e fisico è un atto di generosità fondamentale che migliora la relazione con noi stessi e con il mondo circostante. Prendersi cura di sé stessi, in sostanza, favorisce la buona predisposizione verso l’altro perché la serenità che ne deriva e l’appagamento che produce incoraggiano la gentilezza e l’apertura verso l’esterno.

Ogni buona azione deve essere annotata in un Diario di gentilezza, una sorta di report di cavalleresco, che sarà presentato a scuola a fine vacanza e condiviso con gli altri pari.

Sarebbe bello se questa pratica innovativa e insolita fosse in uso anche nel nostro paese, alleggerirebbe gli studenti dai compiti durante le vacanze, farebbe gioire i genitori a cui potrebbero essere dedicate delle cortesie, ma soprattutto rappresenterebbe un apprendistato che consentirebbe di praticare la gentilezza come esercizio quotidiano con l’auspicio che diventi una costante comportamentale nel futuro.

 

Maria La Barbera

Occupazioni, la posizione di Obiettivo Studenti Unito

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

In questi giorni nelle nostre università gruppi di studenti (e non) chiedono la rescissione di ogni accordo con le università e le istituzioni israeliane e l’interruzione dei rapporti di ricerca con alcune industrie.
Le manifestazioni, le occupazioni e le rivendicazioni confliggono con il valore, condivisibile, che vorrebbero affermare, ossia arrestare ogni forma di conflitto e ogni ingiustizia.
Come singoli e come lista di rappresentanza desideriamo e chiediamo con forza il cessate il fuoco nella striscia di Gaza, l’interruzione di ogni violenza e di ogni violazione dei diritti umani. È per queste ragioni che vogliamo spendere le nostre energie, con rinnovata intensità, nel luogo in cui siamo chiamati: riteniamo che il nostro contributo al raggiungimento della pace, che pare così distante, debba dispiegarsi in Università. Perché questo avvenga è indispensabile che il nostro Ateneo non abdichi al proprio ruolo e, quindi, non tradisca la propria vocazione di luogo d’inesausta ricerca del vero, di libero dibattito, di sviluppo del pensiero critico e anche di «dissenso nei confronti del potere. Dibattito, critica e dissenso collegati tra gli atenei di tutti i paesi, al di sopra dei confini e al di sopra dei contrasti tra gli stati» (così il Presidente Mattarella nel discorso all’Università di Trieste, 12 aprile 2024).
Se questo è uno dei principali scopi dell’università, ci lasciano perplessi le richieste di boicottaggio indiscriminato di ogni accordo. L’Università non è chiamata a parteggiare per alcuno schieramento, ma deve costruire ponti al di sopra delle mura che possono essere erette tra Stati, popoli o ideologie, certo non senza limiti e regole che evitino collaborazioni indiscriminate e abusi. Limiti e regole che esistono e che, se violati, devono essere fatti rispettare unicamente attraverso il lavoro degli organi adibiti (organi che esistono ed in cui risiedono i rappresentati delle diverse anime del nostro Ateneo, sempre auspicabilmente attenti alle sensibilità e alle rivendicazioni di ciascun membro della comunità accademica).
Le perplessità persistono, non solo nel merito delle richieste, ma anche nel metodo. E precisiamo che criticare le modalità con cui si portano avanti le proprie istanze non significa indifferenza verso la causa, né tantomeno significa avallare l’operato di una parte o di un’altra.
Affinché il nostro Ateneo rispetti il proprio compito, anche educativo, occorre che permetta, anzi favorisca, il libero dibattito e lo sviluppo di una coscienza critica. Le contestazioni e le occupazioni non rispecchiano l’atteggiamento della maggioranza degli studenti e delle studentesse che vuole, invece, frequentare le lezioni, accedere alle biblioteche e abitare gli spazi universitari, anche organizzando incontri, assemblee, eventi di beneficienza, proprio per alimentare lo sviluppo del giudizio critico. In questo caso, invece, l’occupazione diventa uno strumento di prepotenza di alcuni che pensano di rappresentare la volontà generale, impedendo l’esercizio del diritto allo studio, precludendo ai lavoratori e alle lavoratrici di svolgere le proprie mansioni, imbrattando e rovinando gli spazi della comunità studentesca (che, prima o dopo, andranno restituiti integri e fruibili, non senza esborsi).
Ciascuno – Rettore compreso, che invece in questi giorni ha preferito, colpevolmente, non proferire alcuna parola – è chiamato ad un impegno responsabile nella costruzione della “propria parte” per la pace. Pace (in ebraico shalom e in arabo salam, hanno la stessa radice) significa integrità, essere completo. La pace, dunque, ha sempre bisogno di un approccio integrale alla vita, quindi alla politica, all’economia, alla formazione, alla spiritualità: tale approccio è impedito se sono interdetti i luoghi privilegiati a questo scopo. Coloro ai quali tutto ciò sembra “troppo poco” o “poco concreto” e sono interessati a discuterne davvero ci trovano – presto o tardi – in Università.

I rappresentanti di Obiettivo Studenti Unito

(foto: Intifada Studentesca Torino)

Lucianina la saggia

Arrivato al suo diciannovesimo appuntamento, “Il bosco dei saggi”, per la penna di Paolo Griseri, continua ad annoverare nelle colonne domenicali de La Stampa – quotidiano torinese dalla lunga vita, sono ormai centocinquantasette anni, e oggi alla ricerca continua degli antichi allori, strada forse senza ritorno, solo a guardare ai tempi più recenti passata l’elefantiaca egemonia del Massimo Giannini e reimpostandosi con un impercettibile, davvero impercettibile, raddrizzamento il nuovo corso di Andrea Malaguti – “i grandi personaggi della nostra terra”.

Va bene, un ricordo che era davvero giusto rispolverare, si dice uno, un povero scombussolato lettore che tenga alle proprie radici. Tra quei sentieri che ai loro bordi hanno fronde e alberi, magari uno di quei ruscelletti che hanno tanto profumo di favola, sono passati, solo a citarne alcuni, Luciano Bonaria, “signore dei chip che salva gli aerei e il cuore”, Enrico Salza che spiega (umanamente) che cos’è il potere, Polina Bosca che vende spumante al mondo e Baldassarre Monge che da sempre riempie la bocca degli animali con la sua carne in scatola, Eugenio Borgna e l’antipsichiatria, l’incommensurabile Giorgetto Giugiaro che issa il proprio prezioso vessillo della Panda, Fulvia Quagliotti che promette di portarci su Marte, Don Ciotti a narrare come un clochard gli abbia cambiato la vita. Mica persone da poco, dico, di quelle che lasciano il segno. A lungo. Incancellabile. Poi, come un cavallo al galoppo che s’impenna all’improvviso prima di precipitarsi nel burrone, il povero lettore si ritrova a dover scoprire, domenica scorsa, che tra i saggi Malaguti &Co hanno inserito Luciana Littizzetto.

Sì, la Lucianina di fratello Fazio. Lei. Che ci educa sin dagli albori. Da quando osservava con i suoi occhioni grandi grandi quanti passavano davanti alla latteria di papà e mamma, in quel di via San Donato, seduta pensiamo ore su quel freddo gradino di pietra. Una scuola di vita per la intrattenitrice di domani. “Li scrutavo proprio, mi piaceva capire chi erano dai loro movimenti, dai loro sguardi… ho cominciato lì, su quel gradino, a capire che l’importante nella vita è accorgersi degli altri, entrare nel loro stato d’animo, nelle loro gioie e nelle loro sofferenze. Una lezione che cerco anche oggi di portare con me”. Com’è umana lei, villaggiamente. La lodevole percezione del mondo e dell’umanità. Un trattatello di filosofia quotidiana di fronte al quale la caverna di Platone o la monade di Leibnitz impallidiscono: aggiungendosi qui un’atmosfera che ti porta dritto dritto dalle parti di Madre Teresa di Calcutta. In formato rione, però. Poi inizia il viadoro del misonofattadasola, a poco a poco. Formazione e ascesa. Le prime frequentazioni dell’oratorio, la figura del prete operaio che le fa sentire un profumo che non è quello democristiano che circola in casa, la scuola delle Vallette a insegnare musica a diciott’anni con la scommessa di tener calmi degli allievi di poco più giovani, la scoperta salvavita dell’autorevolezza, l’apparizione di Minchia Sabbry e il primo cabaret, “tante sere passate a farsi le ossa”. Poi il successo, condito inevitabilmente di valter e di jolande che ammiccano ad un pubblico tivù in vena di aree sfacciate e un tantinello pruriginose, la diversità tra la platea di Fazio e quella dell’impero della De Filippi (ossequiosa, con gli occhi rivolti in basso: “sono molto grata a tutti e due perché mi aiutano a completarmi”), zigzagando su e giù lungo le angolature di “Che tempo che fa” (che la foraggiano ogni puntata di ventimila euro) e il festival di Sanremo (qui saliamo a quota 350 mila) e “Tu sì que vales” (leggi 800 mila per l’intero ciclo). Strada lunga ma tutto sommato, studiate ben bene le pietre che la lastricheranno, parecchio facile.

Scelte le corti giuste, il resto va da sé. Dove trovi il sommo della felicità – che spudoratamente ma colpevolmente io avrei detto di trovare in un area più luccicante: quando al mattino, aggirandosi come una qualsiasi massaia, avendo smesso dieci minuti prima di swifferare per casa (qui vai al capitolo introiti pubblicitari), incontra la signora rumena (leggi lapoveradiavola) che le dice “lo sa che ieri sera mi ha fatto davvero ridere?” e allora “queste sono anche le mie soddisfazioni”. Anche. Dove alla base, perché nasconderlo?, ci stanno le cento “fulairade” o le balengate che la Litti spara ogni domenica a ruota libera. Chiaramente a volte con la riequilibratura delle serietà ad incontrare l’apprezzamento generale. Sono apprezzamenti che ti ricaricano per la domenica successiva, sugli schermi della Nove (magari con qualche preoccupazione di fresca immissione: “ma se trasmigrano tutti qua, avranno poi i soldi ancora per pagarci?”, e questi potrebbero davvero essere problemi; ma lei continuerà afarsidasola e un pezzo di pane lo troverà sempre), dove magari ti attacchi alla foto della Wanda Nara dai mille appigli, a pelo o sporgenti, a cavallo d’un caval, con tanto di querela ma va bene così che tanto anche quelle oggi fanno curriculum e successo. “La bambina che stava seduta sul gradino della latteria è diventata adulta” con l’esperienza di madre a completare le righe di Paolo Griseri. Le ho scorse dall’inizio alla fine, magari anche con una buona manciata di rispetto: ma alla fine ancora mi sfugge quella ”saggezza” che dovrebbe far rientrare la Nostra di diritto tra “i grandi personaggi”. L’abitudine o la pretesa da parte di molti, oggi, di affibbiare ad un immeritevole qualcuno certe etichette di eccessivo prestigio, è uno dei mali della nostra epoca. Con il vociante seguito che ne consegue. E con la scala di valori che si dovrebbe sempre tener presente.

Con il classico modus in rebus in questi anni del tutto azzerato. Qui sono i termini “grandezza” e “personaggio” che fanno a pugni, che prendono a ceffoni quei signori citati sopra. “Capacità di seguire la ragione nel comportamento e nei giudizi; equilibrata prudenza nel distinguere il bene e il male, nel valutare le situazioni e nel decidere, nel parlare e nell’agire”, suona una definizione di “saggezza”: allora alzi la mano chi ci ritrova – ben radicata – la Litti in queste parole. Gliela avete mai vista cucita addosso una “equilibrata prudenza”? una buona dose di valutazione nel parlare? Forse il terreno delle pur svaganti balengate è per lei parecchio più fertile.

Elio Rabbione

“Onda Pazza”. Tutti i numeri degli studenti coinvolti a Torino

Un successo il progetto nazionale  e i lavori prodotti

 

Ospiti testimoni antimafia come Luisa Impastato, Arianna Mazzotti, Beatrice Federico, Celeste Costantino e Alessandro Gallo

Martedì  21 maggio 2024, nella sala dell’ex Oratorio del Palazzo dei Musei di Modena, si è svolto l’evento di chiusura del progetto nazionale di legalità nelle scuole “Onda Pazza – il filo della memoria”, finanziato dal ministero dell’Istruzione e del Merito.

I testimoni

Dopo il benvenuto dei responsabili di due dei diversi soggetti che hanno realizzato il progetto, attraverso i responsabili Alessandro Gallo (associazione Caracò), Caterina Gambetta, project manager, e Stefano Tè, direttore artistico, del Teatro dei Venti, c’è stato l’intervento dei testimoni della legalità che hanno partecipato all’avvio dei diversi programmi nelle scuole. Luisa Impastato, nipote di Peppino, assassinato dalla mafia in Sicilia, Arianna Mazzotti, nipote di Cristina, vittima innocente della ‘ndrangheta, Beatrice Federico, moglie di Raffaele Pastore, che nel 1996 venne ucciso dalla camorra dopo la denuncia per racket di due anni prima, Celeste Costantino, che si occupa da sempre di politiche culturali, tematiche di genere, comunicazione e mafie, e Alessandro Gallo, figlio e nipote di due esponenti importanti della camorra napoletana degli anni ’80 che, grazie al teatro, capì ben presto da che parte stare, decidendo di tenersi lontano dalla malavita, anzi combattendola attivamente.

La presentazione

A seguire, sono stati proiettati gli estratti del video finale prodotto da Caracò nelle sette regioni coinvolte e presentati i prodotti realizzati dagli studenti: graphic novelpodcast e video. Infine, è stato dato spazio alle letture di brani del libro “La giusta parte”, edito da Caracò. Questo lavoro racconta, in un continuum armonico di verità, emozioni e rabbia civile, la lotta quotidiana di una serie di persone, che hanno scelto, tra le tante alternative possibili, quella più impegnativa: stare dalla giusta parte.

Cos’è il progetto “Onda Pazza”

“Onda Pazza – il filo della memoria” è un progetto che si è proposto di creare momenti di riflessione e divulgazione sul tema della legalità e della memoria coinvolgendo le scuole di 7 regioni italiane (Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Lazio, Campania, Sicilia e Sardegna). Il programma ha previsto incontri con testimoni dell’antimafia che hanno promosso, negli istituti scolastici che hanno aderito al progetto, laboratori creativi con l’obiettivo di realizzare materiali originali da diffondere a livello nazionale.

I partner

Le realtà coinvolte, oltre Teatro dei Venti e Caracò sono: FNAS – Federazione Nazionale delle Arti in Strada, Stalker Teatro, CRAB Teatro (Piemonte), Teatro Invito, Pandemonium Teatro (Lombardia), Emiliano Valente, Emanuele Di Giacomo, Valentina Virgili (Lazio), ProPositivo (Sardegna), TeatrInGestAzione, Baracca dei Buffoni (Campania), Genìa Labart (Sicilia).

I lavori degli studenti del Piemonte

In Piemonte sono state prodotte 2 graphic novel, con la classe 4I dell’I.I.S. “C. Vittorini” di Grugliasco e la classe 4BS dell’ I.I.S.S. “O. Romero” Rivoli, entrambi in provincia di Torino. Partendo dalle riflessioni che sono emerse dall’incontro con la testimone, Arianna Mazzotti, si è analizzata insieme ai ragazzi la storia e la nascita della mafia, al fine di fornire gli strumenti per meglio comprendere il fenomeno. Laboratorio artistico a cura dell’Associazione Crab sotto la guida dell’esperto formatore e attore Pierpaolo Congiu e del fumettista Luca Ferrara, in collaborazione con Francesca Bonetto, referente di FNAS, che ha fornito ai ragazzi una panoramica sulla storia delle mafie come fenomeno globale.

Sono stati realizzati, poi, 3 video, tre storie di vittime innocenti di mafia, con la voce fuori campo di alcuni studenti e studentesse. Tale narrazione è arricchita dal linguaggio artistico del paper work, l’uso di creazioni di carta che, disegnate e poi composte, danno vita a quanto trattato nel racconto. Il Laboratorio creativo è stato condotto da Stefano Bosco, Gigi Piana e Giulia Morlino di Stalker Teatro, con la classe 4A dell’I.I.S. “J.C. Beccari” di Torino. In totale sono stati 61 gli studenti coinvolti.

“Il progetto Onda Pazza ha sensibilizzato le giovani generazioni sui temi della memoria e del contrasto alle mafie, attraverso lo sguardo dei testimoni dell’antimafia. Con questo progetto abbiamo esercitato la memoria delle vittime innocenti di mafia attraverso i linguaggi creativi dei ragazzi e delle ragazze delle 35 classi delle 7 regioni che hanno partecipato al percorso”, ha dichiarato Alessandro Gallo, direttore scientifico del progetto e presidente dell’associazione Caracò.

Alzati! E fai sedere chi ne ha bisogno (e diritto)

La buona pratica di cedere il posto ai piu’ fragili e’ decisamente in via di estinzione.

Una volta lasciare il posto a sedere a chi ne aveva bisogno perche’ anziano o piu’ fragile era un automatismo, un insegnamento legato al buon senso o all’educazione civica impartita perlopiu’ dalle famiglie che si trasformava in un precetto interiore e quando si presentava l’occasione era un gesto che avveniva in maniera quasi istintiva. Attualmente questa regola e’ decisamente in via di estinzione considerato che sempre piu’ si assiste a situazioni in cui, negli autobus, nella metropolitana e persino nelle sale d’aspetto degli ospedali bisogna intervenire affinche’ il furbo di turno, preso dal suo cellulare o impegnato in una scena teatrale in cui fa finta di non vedere, si alzi.

Evidentemente il fatto che un anziano barcolli o che qualcun altro faccia fatica a stare in piedi magari perche’ ha anche le buste della spesa non e’ un movente sufficiente per guizzare dalla sedia e cedere il posto. Personalmente combatto questa battaglia tutte le settimane nella metro e mi e’ capitato di dover fare la mia parte anche in un reparto cardiologia di un ospedale dove un giovane accompagnatore di circa 30 anni, in ottima salute, non voleva scollarsi dalla sua sedia. Adoperarsi per aiutare chi ha bisogno, e talvolta il diritto al posto come visibile dalle apposite targhe apposte, non ha sempre un riscontro positivo e immediato, a volte, infatti, si e’ costretti a intraprendere una vera e propria battaglia fatta, se ci va bene, di sbuffi o occhiatacce, se invece incontriamo un professionista della maleducazione scatta la discussione. Puo’ succedere anche che i posti vengano presi dagli zaini, dalle giacche oppure occupati in maniera impropria da ragazzini chiassosi che hanno la necessita’ di mettere i piedi sul sedile di fronte al loro. Che disastro!

Non so cosa stia succedendo, anzi forse si puo’ intuire: c’e’ un vuoto educativo sempre piu’ grande accompagnato dalla, sempre piu’ utilizzata, legge del piu’ forte che trasforma la vilta’ in eroismo, l’incivilta’ in un modello di riferimento. Evidentemente le lezioni che venivano impartite dalla famiglia sulle buona educazione tempo fa ora non fanno piu’ parte del piano pedagogico, forse i genitori hanno meno tempo oppure nella scala delle priorita’ alcune dottrine hanno perso posizioni, di fatto c’e’ una mancanza preoccupante di garbo e di galateo. La scuola non puo’ prendersi tutta la responsabilita’, sebbene reinserire l’educazione civica come materia d’insegnamento sarebbe molto utile, la famiglia ha un ruolo determinante nella trasmissione di molti saperi, consuetudini e azioni, e’ detentrice di quelle regole che rappresentano il patrimonio della civilta’ e della buona convivenza.

Si dice che bisogna andare avanti, guardare al futuro e creare nuovi scenari, ma credo che ci sia bisogno di una occhiata verso un passato che ci voleva piu’ educati e rispettosi, probabilmente abbiamo frainteso il concetto di liberta’ con quello di prepotenza e prevaricazione e questa non e’ modernita’ e’ solo un insuccesso sociale.