Sono passati quarantadue anni dal 2 agosto 1980.
Quel giorno, alle 10.25 di un caldo mattino di sabato, avvenne uno degli atti terroristici più
gravi del secondo dopoguerra, il più sanguinoso e criminale degli anni
della strategia della tensione. Nella sala d’aspetto di seconda classe
della stazione ferroviaria di Bologna Centrale esplose un ordigno a
tempo, nascosto in una valigia abbandonata. Ottantacinque persone
persero la vita e oltre duecento riportarono ferite molto serie. La
violenta esplosione venne avvertita nel raggio di parecchi chilometri.
Un’intera ala della stazione crollò come un castello di carta,
investendo il treno Ancona-Chiasso che sostava sul primo binario e il
parcheggio dei taxi antistante l’edificio. Tra le ottantacinque vite
innocenti che furono spezzate quel giorno quattro erano piemontesi.
Mauro Alganon, 22 anni, era di Asti e viveva in casa con i genitori
pensionati. Ultimo di tre figli lavorava come commesso in una libreria
ed era appassionato di fotografia. Era partito molto presto quella
mattina con un amico per andare a Venezia. A Bologna dovevano cambiare
treno, ma, a causa di un ritardo, persero la coincidenza. Faceva caldo
e
cercarono ristoro nella sala d’aspetto, uscendo a turno a prendere un
poco d’aria. L’esplosione lo uccise mentre stava leggendo un giornale.
L’amico che era uscito dalla stazione riuscì a salvarsi. Rossella
Marceddu aveva 19 anni e viveva con i genitori e la sorella a Prarolo,
piccolo comune a sud di Vercelli. Studiava per diventare assistente
sociale e aveva appena trascorso alcuni giorni di vacanza con il padre
e
la sorella al Lido degli Estensi. Stava rientrando a casa per
raggiungere il fidanzato. Inizialmente, con l’amica che l’accompagnava,
avevano pensato di fare il viaggio in moto, poi scelsero il treno
ritenendolo più sicuro. Quella mattina si trovavano sul marciapiede del
quarto binario in attesa del treno diretto a Milano. L’aria era afosa e
così decise di andare a prendere qualcosa da bere. La bomba scoppiò
mentre la ragazza stava andando al bar e la uccise. L’amica rimasta sul
quarto binario si salvò. Il cinquantaquattrenne Amorveno Marzagalli
viveva ad Omegna sul lago d’Orta, con la moglie Maria e il figlio
Marco.
Lavorava come dirigente in una ditta produttrice di macchine da caffè.
In quell’estate dell’ottanta aveva accompagnato la famiglia al Lido
degli Estensi, in provincia di Ravenna e, poi, avrebbe dovuto
raggiungere il fratello a Cremona con il quale aveva programmato una
gita sul Po. Erano dieci anni che il fratello lo invitava, ma solo
quella volta Amorveno acconsentì, anche per non lasciarlo solo dopo la
morte della madre avvenuta in giugno. La mattina del 2 agosto si fece
accompagnare alla stazione di Ravenna e di lì, dopo vent’anni che non
saliva su un treno, si mise in viaggio alla volta di Bologna dove lo
attendeva una coincidenza in partenza alle 11.05 che però non riuscì
mai a prendere. La quarta vittima aveva 33 anni, si chiamava Mirco
Castellaro ed era nato a Frossasco in provincia di Torino. Nel paese a
due passi da Pinerolo, dove il padre Ilario era stato sindaco, aveva
vissuto a lungo per poi trasferirsi a Ferrara dove risiedeva con la
moglie e il figlio di sei anni. Capoufficio presso la ditta Vortex
Hidra
a Fossalta di Copparo, nel ferrarese, aveva da poco acquistato
un’imbarcazione in società con un amico, accarezzando il progetto di
avviare una attività rivolta ai turisti. In quell’estate del 1980
l’obiettivo era di sistemare il natante ormeggiato in Sicilia e di fare
alcuni piccoli viaggi di rodaggio. Una serie di imprevisti costrinse
Mirco a ritardare la partenza. E l’appuntamento con il destino lo colse
quel maledetto sabato di agosto alla stazione di Bologna.
L’individuazione delle responsabilità della strage di Bologna
rappresenta una delle vicende giudiziarie più complicate, lente e
discusse della storia contemporanea del nostro Paese. Una vicenda che
ha
conosciuto tentativi di depistaggio e che, viceversa, nella ricerca
della verità, ha visto l’impegno dell’associazione tra i familiari
delle vittime della strage, costituitasi il 1° giugno dell’81. Dopo
vari gradi di giudizio si giunse a una sentenza definitiva di
Cassazione
solo quindici anni dopo la strage, il 23 novembre 1995: vennero
condannati all’ergastolo come esecutori dell’attentato i neofascisti
dei
NAR Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro (che si sono sempre
dichiarati innocenti, pur avendo apertamente rivendicato vari altri
omicidi di quegli anni). Per i depistaggi delle indagini furono
condannati l’ex capo della P2 Licio Gelli, l’ex agente del Sismi
Francesco Pazienza e gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro
Musumeci e Giuseppe Belmonte. Il 9 giugno del 2000 la Corte d’Assise di
Bologna emise nuove condanne per depistaggio e sette anni più tardi
venne condannato a trent’anni per l’esecuzione della strage anche Luigi
Ciavardini (minorenne all’epoca dei fatti). Altri due imputati,
Massimiliano Fachini (anch’esso legato agli ambienti dell’estrema
destra
ed esperto di timer e inneschi) e Sergio Picciafuoco (criminale comune,
presente quel giorno alla stazione di Bologna, per sua stessa
ammissione), vennero condannati in primo grado, ma poi assolti in via
definitiva, rispettivamente nel 1994 e nel 1996. Nel 2017 venne
rinviato
a giudizio per concorso nella strage di Bologna l’ex terrorista dei Nar
Gilberto Cavallini. Nell’ambito di questo procedimento venne richiesta
una nuova perizia sui reperti della stazione ancora conservati. La
perizia segnalò il ritrovamento di quello che poteva essere
l’interruttore che fece esplodere l’ordigno. Nuovi e recenti scenari si
aprirono due anni fa: il 9 gennaio del 2020 Cavallini, sulle cui spalle
pesavano già otto ergastoli, fu condannato con sentenza di primo grado,
per concorso nella strage. A maggio la Procura generale del capoluogo
emiliano chiese il rinvio a giudizio dell’ex militante di Avanguardia
nazionale Paolo Bellini, in quanto esecutore dell’attentato alla
stazione mettendo in rilievo che avrebbe agito in concorso con Licio
Gelli, con l’ex capo dell’ufficio Affari riservati del Viminale
Federico
Umberto D’Amato, con l’imprenditore e finanziere piduista Umberto
Ortolani e col giornalista Mario Tedeschi, tutti morti nel frattempo e
tutti coinvolti come possibili mandanti o finanziatori dell’eccidio.
“_La giustizia non ha fine_”, disse un giorno Paolo Bolognesi,
presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime del 2 Agosto.
Ma in questo 2022, esattamente nell’aprile scorso, una parola fine
almeno per quanto riguarda il nuovo processo della strage alla stazione
è arrivata, 42 anni dopo: ergastolo per Paolo Bellini, ex di
Avanguardia Nazionale accusato di concorso nella strage, con un anno di
isolamento diurno. Quello che venne definito come ‘”_l’uomo nero_”, è
stato riconosciuto da questa sentenza come il quinto attentatore, in
concorso con i Nar condannati in definitiva, Giusva Fioravanti,
Francesca Mambro e Luigi Ciavardini e, in primo grado, Gilberto
Cavallini. Si è giunti finalmente a gettare luce sui mandanti? E’ stata
messa la parola fine a questa interminabile vicenda? E’ augurabile che
sia così per dare finalmente dei volti e dei nomi a chi decise di
colpire al cuore la nazione, stroncando la vita e i sogni di tanti
innocenti e delle loro famiglie.
Marco Travaglini
Certo, alla “Palazzina di Caccia di Stupinigi”, dove dagli inizi di luglio e fino al 18 settembre prossimo, è in corso la mostra “Forever Marilyn”in occasione dei sessant’anni dalla scomparsa dell’eterna icona di bellezza del cinema americano, l’anniversario non poteva non essere ricordato e celebrato. L’appuntamento è per giovedì 4 agosto. Fu, infatti, nella notte fra il 4 ed il 5 agosto del 1962 che Norma Jeane Mortenson Baker, in arte Marilyn Monroe (“la bellissima bambina”, come l’aveva chiamata Truman Capote, che per lei scrisse il racconto “Colazione da Tiffany”, trasformato poi da Hollywood nel mitico film interpretato da Audrey Hepburn) fu trovata dalla governante Eunice Murray nel suo letto priva di vita al 12305 di Fifth Helena Drive a Brentwood – Los Angeles. Marilyn aveva solo 36 anni. Il fatto suscitò il clamore e l’interesse dell’opinione pubblica mondiale. Da subito infatti quella morte apparve avvolta in un fitto mistero, abitato da tanti personaggi “sbagliati” e famosi (celebrità di cui appena si potevano sussurrare i nomi), e che ancora oggi, a sessant’anni di distanza, resta senza certezze assolute. Suicidio? Omicidio? Complotto? Mentre la versione ufficiale dichiarò il suicidio per un mix di barbiturici, tante furono le tesi controverse sul suo decesso, tra cui morte per omicidio commissionato da Robert Kennedy (suo ultimo amante; nelle ridda delle voci comparve anche il nome di Peter Lawford, attore e cognato di Kennedy) e commesso da Ralph Greenson – psichiatra di Marilyn – con un’iniezione letale; oppure omicidio perpetrato nientemeno che dalla mafia di Chicago per vendicarsi dei Kennedy. Molte domande, nessuna risposta. E indagini forse non sempre limpide, come avrebbero dovuto e potuto muoversi. Una cosa è certa. La sua morte sconvolse il mondo. Al punto che una settimana dopo si registrò un’impennata di suicidi: nella sola città di New York ben dodici nello stesso giorno. “Se la più meravigliosa cosa nel mondo non ha avuto niente per cui valesse la pena vivere, allora neanch’io”, lasciò scritto in un biglietto una vittima. E poco più di dieci anni dopo Elton John dedicò alla scomparsa di Marilyn la celebre “Candle in the Wind” per celebrare la fragilità della donna-attrice; brano solo successivamente riadattato per commemorare la principessa Diana.
Fatto è che, da quella tragica notte del 1962, il mito – Marilyn è rimasto immutato, eterno. Come il sorriso nelle sue foto (alcune iconiche come quella, vestito svolazzante, sulla metropolitana di New York nella pellicola di “Quando la moglie è in vacanza”) scattate – a colori e in bianco e nero – dall’amico storico Sam Shaw ed esposte in mostra a Stupinigi accanto ad oltre ottanta memorabilia originali (articoli di bellezza, abiti, scarpe, oggetti di scena e perfino quattro bigodini che ancora conservano, oggetto di venerazione, un suo capello biondo) raccolti da Ted Stampfer, il maggior collezionista al mondo di cose “di” e “su” Marilyn. Foto e concreti ricordi, cui giovedì 4 agosto, ci si potrà avvicinare e goderne la suggestione amplificata dal tempo, proprio partecipando alla “special night”, organizzata da “Next Exhibition” (promotrice della mostra) per commemorare Marilyn nel 60° della scomparsa. Per l’occasione, la rassegna, dopo la chiusura delle 18, riaprirà dalle 19 alle 23, con ultimo ingresso alle ore 22. Nel viale antistante la “Palazzina” di Stupinigi (piazza Principe Amedeo 7, Nichelino-Torino) verranno esposte delle bellissime auto americane in collaborazione con il partner della mostra “West Custom Italy” e ulteriore protagonista dell’evento la motrice di un camion interamente brandizzata “a tema Marilyn” con luci e musica, opera customized da Andrea Sandrone.


La morte di Ezio Gribaudo rappresenta una grave perdita per Torino perché la sua figura, apprezzata a livello internazionale e dai più importanti e famosi artisti, rappresenta nell’ambito della vita culturale italiana e torinese in particolare un unicum. Gribaudo e’ sempre stato un artista libero rispetto alle consorterie politiche, un esempio di indipendenza rispetto alla liturgia ideologica che è stata egemonica e soffocatrice.