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Il tempo libero dei torinesi: tra parchi cittadini e fughe nel verde

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Chi vive a Torino sa che per respirare non serve per forza scappare lontano. La città, oltre a musei, palazzi e caffè storici, offre un patrimonio verde che non ha nulla da invidiare ad altre capitali europee. I torinesi lo sanno bene: quando hanno bisogno di staccare, di rilassarsi o di ritrovare un po’ di silenzio, si rifugiano nei parchi.
Il Parco del Valentino è una vera istituzione. Più di 400.000 metri quadrati di verde affacciati sul Po, con viali alberati, prati per sdraiarsi, angoli ombreggiati per leggere e piste perfette per correre o andare in bicicletta. È uno di quei luoghi dove si mescolano tutte le generazioni: dai bambini che rincorrono le bolle di sapone agli anziani che si ritrovano sulle panchine, dai ragazzi che ballano swing la domenica alle coppie che fanno il primo picnic della stagione.
Poi c’è la Pellerina, la distesa verde più vasta di Torino. Un polmone urbano dove si viene a correre, a portare a spasso il cane, a leggere un libro sotto un albero. Nei fine settimana si organizzano eventi, mercatini, attività per i bambini. Ci sono anche piccoli stagni, ponticelli in legno e spazi dedicati allo sport. È un parco vissuto, autentico, dove si respira la città in versione lenta.
Ma il verde torinese è fatto anche di spazi più raccolti, come il Parco Rignon con la sua villa storica, o il Parco della Tesoriera, che in primavera si riempie di colori e profumi. In centro, i Giardini Reali offrono una pausa elegante tra un museo e una passeggiata sotto i portici, mentre il Parco Dora, con la sua impronta post-industriale, attira giovani, skater e fotografi urbani. Insomma, ogni quartiere ha il suo angolo di natura: e ogni torinese ha il suo posto del cuore dove rallentare.
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Cibo e passeggiate: i piaceri della libertà
Per i torinesi, il tempo libero è anche un’occasione per vivere la città senza fretta. Il sabato mattina, ad esempio, è facile vederli passeggiare tra le bancarelle del mercato di Porta Palazzo o tra i banchi del Balon, alla ricerca di un vinile, un libro usato o un oggetto curioso. Poi si entra in una libreria indipendente, si prende un caffè in un dehors o si fa una pausa in una delle tante pasticcerie che resistono al tempo, con le loro vetrine piene di bignole e cioccolatini.
Nel pomeriggio si passeggia in via Lagrange o via Garibaldi, si sbircia tra i negozi, si entra in una galleria d’arte. E quando viene fame? Niente panico: Torino è una città che ama mangiare bene. Dai piatti della tradizione – come gli agnolotti, il vitello tonnato, la bagna cauda o i plin burro e salvia – alle reinterpretazioni moderne in ristoranti e bistrot che valorizzano i prodotti locali. E poi i formaggi, le nocciole, i vini: ogni pasto diventa un piccolo rituale.
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Weekend nelle Langhe: tra vigne, colline e grandi vini
Quando arriva il fine settimana, la voglia di cambiare panorama si fa sentire. E così i torinesi prendono la macchina e si dirigono verso le Langhe. In poco più di un’ora ci si ritrova immersi in paesaggi che sembrano disegnati: colline coperte di vigneti, borghi antichi, cascine, strade tortuose che regalano scorci sempre diversi.
Langhe, vigneti
A Barolo, piccolo gioiello collinare, si respira l’odore del vino ovunque. È impossibile resistere alla tentazione di fermarsi in una delle tante cantine per una degustazione o di prenotare un tavolo con vista. Ristoranti come Locanda Fontanazza o La Vite Turchese sanno coniugare cucina autentica e panorama mozzafiato. Qui si assaporano piatti come i tajarin al tartufo nero, la carne battuta al coltello o la fonduta di Raschera con verdure di stagione. Tra una passeggiata e l’altra, tra un bicchiere di Barolo e una visita al WiMu – il Museo del Vino – i torinesi riscoprono un tempo diverso, fatto di piccoli piaceri e grandi silenzi.
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Asti e Monferrato: sapori, colline e tradizione
Non solo Langhe. Anche il Monferrato e la zona di Asti sono mete amatissime. Meno affollate ma altrettanto affascinanti, queste colline dolci e ondulate sono punteggiate di borghi, castelli e filari di viti. Qui il tempo scorre ancora più lento, e il legame con la terra è fortissimo.
Asti, con il suo centro storico elegante, è perfetta per una passeggiata tra chiese romaniche, mercatini e botteghe artigiane. Il sabato mattina c’è il mercato in Piazza Alfieri, e in autunno il profumo di tartufi invade le vie del centro. Molti torinesi vengono qui anche solo per pranzare in ristoranti tipici come Tacabanda o Campanaro, dove si trovano piatti come la finanziera, il bunet, il brasato al Barbera.
Nel Monferrato, invece, si cercano esperienze più intime: una camminata tra i noccioleti, una visita in una cantina biologica, una notte in agriturismo con cena a lume di candela. Paesi come Cocconato, Montemagno o Grazzano Badoglio custodiscono una bellezza discreta, lontana dal turismo di massa.
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Alba, il gioiello delle Langhe
E poi c’è Alba, una città che i torinesi sentono un po’ loro. Capoluogo delle Langhe, è il punto di partenza perfetto per esplorare il territorio. Ma è anche una meta in sé: elegante, vivace, autentica. Le sue strade medievali, le torri, le piazze raccolte, i profumi che escono dalle botteghe artigiane: tutto invita alla calma, alla curiosità, al piacere.
Alba è famosa in tutto il mondo per il tartufo bianco, celebrato ogni anno con una fiera internazionale che richiama migliaia di visitatori. Ma la sua offerta non si ferma lì: vini eccellenti, dolci alla nocciola, pastifici storici, osterie con una cucina che sa rinnovarsi senza tradire la tradizione. Piazza Duomo, il ristorante tristellato dello chef Crippa, è un’esperienza unica. Ma anche trattorie come La Piola o Enoclub raccontano con autenticità il territorio.
Qui il tempo libero si fa arte di vivere: si passeggia senza fretta, si mangia con gratitudine, si brinda alla bellezza delle cose semplici. E al ritorno verso Torino, con il bagagliaio pieno di bottiglie e la testa ancora tra le colline, si porta a casa un pezzetto di quella quiete.
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Noemi Gariano

Street art a Torino: una galleria a cielo aperto

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Torino si è affermata negli ultimi anni come uno dei poli più vitali per la street art in Italia. Quella che un tempo era considerata arte marginale o vandalismo, oggi è diventata parte integrante del paesaggio urbano, capace di raccontare storie, identità e trasformazioni. Passeggiare per la città significa immergersi in un museo a cielo aperto, dove i muri non separano ma parlano, e le periferie si trasformano in vere e proprie gallerie d’arte pubblica. I murales diventano strumenti di rigenerazione urbana, simboli di comunità e voce dei quartieri. Dalle opere monumentali commissionate da festival e istituzioni, fino alle tracce più spontanee lasciate sui muri delle strade meno battute, la street art torinese offre un viaggio visivo e culturale denso di significato.
Dalle periferie ribelli alle opere monumentali
Il quartiere “Aurora” è uno dei primi a saltare all’occhio quando si parla di street art a Torino. Ex zona industriale, oggi è una delle aree più dinamiche sotto il profilo artistico e sociale. Qui, tra case popolari e vecchi capannoni, si trovano alcuni tra i murales più grandi e d’impatto della città. Opere come quelle realizzate da Millo, con i suoi personaggi in bianco e nero che interagiscono con la città, raccontano sogni urbani e quotidianità in modo poetico. Il progetto “B.Art” ha portato oltre 40 murales tra Barriera di Milano e altri quartieri della periferia nord, coinvolgendo artisti italiani e internazionali per trasformare muri grigi in spazi narrativi. Non sono solo decorazioni: questi interventi sono pensati per dialogare con il territorio, con le persone che lo abitano, con le sue ferite e le sue speranze. La street art assume così un ruolo sociale, capace di riqualificare esteticamente ma anche di ricucire il tessuto urbano.
Il centro città e le nuove frontiere dell’arte urbana.
Anche il centro di Torino non resta indietro. Pur conservando un’eleganza sabauda e un’architettura storica, accoglie sempre più spesso interventi artistici murali che si inseriscono con discrezione e intelligenza nel tessuto urbano. Zone come San Salvario o il Quadrilatero Romano ospitano opere più piccole ma ricche di significato, dove lo stile degli artisti si fonde con le atmosfere del quartiere. Le serrande dei negozi diventano tele temporanee che cambiano volto tra il giorno e la notte. In via Aosta e via Cecchi, alcuni spazi dismessi sono stati recuperati attraverso progetti condivisi che uniscono arte, educazione e cittadinanza attiva. L’arte urbana torinese oggi esplora anche linguaggi nuovi: stencil, poster, collage, sticker art e installazioni temporanee. Non si tratta più soltanto di disegni murali ma di una contaminazione tra generi che fa dialogare la città con il mondo contemporaneo. Il ruolo delle gallerie indipendenti, dei festival come “Picturin” o delle realtà come “Il Cerchio e le Gocce” è stato fondamentale per far crescere una scena urbana coerente, viva e aperta al cambiamento.
Torino continua ad evolversi e, con lei, anche la sua arte urbana. Ogni muro dipinto aggiunge un tassello alla narrazione collettiva della città, rendendola più inclusiva, espressiva e viva. Chi osserva i murales torinesi, oggi, non guarda soltanto un’opera d’arte: legge un messaggio, ascolta una voce, incontra una comunità. In una città che ha fatto dell’equilibrio tra memoria e innovazione il suo punto di forza, la street art non è più un linguaggio ai margini, ma una parte essenziale del suo volto, il volto di Torino.
NOEMI GARIANO

Il gusto autentico di Torino: viaggio nelle gelaterie più amate dai torinesi

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A Torino il gelato non è un semplice sfizio estivo. È un rito, una tradizione che si rinnova stagione dopo stagione, anche d’inverno, quando i più affezionati non rinunciano a una coppetta avvolti nella sciarpa, magari scegliendo gusti più intensi, più “caldi” al palato. Non è solo questione di gusto: qui si parla di cultura, di artigianato, di memoria collettiva. La città, con la sua eleganza discreta e la sua passione per i sapori autentici, custodisce alcune delle gelaterie più celebri d’Italia, vere e proprie istituzioni locali, amate da generazioni. Ma accanto a queste, anche insegne più recenti hanno saputo trovare il loro spazio, con formule nuove che parlano un linguaggio contemporaneo senza rinunciare alla qualità.
La qualità è casa: le gelaterie nate sotto la Mole
È impossibile parlare di gelato a Torino senza citare Fiorio, in via Po, un nome che evoca immediatamente immagini di nobiltà sabauda e salotti letterari. Aperto nel 1780, era uno dei luoghi preferiti di Cavour, e ancora oggi conserva quell’aria un po’ austera, ma incredibilmente affascinante, che lo rende unico. Qui il gelato è classico, senza compromessi, e i gusti storici, gianduia, zabaione, crema Fiorio , continuano a fare scuola. Non si cerca l’effetto sorpresa, ma la perfezione nella semplicità: una nocciola morbida, profonda, in cui si sente tutta la Langhe; una crema pasticcera vellutata, dal sapore netto e sincero.
Ma accanto a Fiorio, c’è un’altra gelateria che ha segnato una rivoluzione, e che, pur essendo ormai presente in molte città del mondo, conserva un legame forte con Torino: Grom. Nata nel 2003 dall’idea di due giovani torinesi, Grom ha riportato al centro la ricerca dell’ingrediente naturale, della frutta vera, del latte fresco. Una scommessa che ha saputo coniugare visione imprenditoriale e amore per il gelato come una volta. Tra i gusti più rappresentativi ci sono il sorbetto al limone femminello, il pistacchio di Bronte, e il cioccolato extranoir, ma non manca mai il gusto “crema come una volta”, semplice solo in apparenza. Chi ama la frutta può scegliere fragola, albicocca o fico in base alla stagione, tutti ottenuti da coltivazioni selezionate.
Un altro nome sempre più centrale nella mappa torinese del gelato è Mara dei Boschi, laboratorio nato nel quartiere San Salvario e divenuto rapidamente una meta cult per chi cerca qualcosa di diverso. Qui il gelato è artigianale nel senso più puro del termine: ogni gusto nasce da una riflessione, da una sperimentazione. C’è un uso costante di ingredienti locali, come il latte crudo o la nocciola Piemonte IGP, ma anche un’apertura verso accostamenti più arditi. Tra i gusti che sorprendono ci sono il gelato al sesamo nero, la crema allo yuzu (un agrume giapponese profumato e agrumato), il cioccolato con fava tonka, oppure il latte affumicato con caramello salato. Chi entra per la prima volta da Mara dei Boschi capisce subito che qui il gelato è considerato quasi una forma d’arte. Anche i sorbetti sono speciali, come quello al mango Alphonso, alla mora selvatica o alla barbabietola con lampone.
E poi, naturalmente, c’è Pepino, storico marchio torinese famoso per aver inventato nel 1939 il “Pinguino”, il primo gelato su stecco ricoperto di cioccolato. Una vera icona cittadina, ancora oggi disponibile in diverse versioni – gianduia, menta, nocciola – con uno stile retrò che affascina.
Non solo torinesi: quando la qualità parla a tutti
In mezzo a questa offerta ampia e radicata, c’è chi è arrivato da fuori ma ha saputo conquistare la città, senza fare troppo rumore, ma con una qualità che non ha lasciato indifferenti. È il caso de La Romana, catena originaria di Rimini, che a Torino ha trovato un pubblico sorprendentemente affezionato. Con un approccio che punta molto sulla cremosità, sulla golosità delle creme, sulla panna montata al momento e sulla possibilità di colare cioccolato fuso nel fondo del cono, La Romana ha saputo intercettare un gusto torinese che, seppur raffinato, non disdegna l’intensità e la ricchezza dei sapori.
Tra i gusti più apprezzati c’è il “150”, una crema ricca con pandispagna al cioccolato sbriciolato dentro, che richiama immediatamente l’idea di un dolce della nonna. C’è poi il “Biscotto della nonna”, con vere briciole di biscotto croccante che contrastano la morbidezza della base cremosa. Da non perdere nemmeno la “Crema al limone”, fresca ma intensa, perfetta nelle giornate calde ma piacevole anche come contrasto nei mix di gusti più ricchi. E per chi ama i sapori decisi, ci sono il “cioccolato fondente Venezuela” o la crema “Zabaione con Marsala Superiore”. Il tutto condito da un servizio sempre accurato, che accompagna l’esperienza come fosse una piccola cerimonia.
Il successo di queste gelaterie, tutte molto diverse tra loro, dimostra che a Torino il palato non si accontenta. I torinesi, sotto sotto, sono dei veri intenditori. Non si lasciano abbindolare da decorazioni vistose o mode passeggere. Cercano la sostanza. E quando la trovano, sono fedeli. Per questo, tra le vie del centro e i quartieri più residenziali, le gelaterie migliori sono sempre frequentate, anche nei mesi freddi. Perché il gelato, a Torino, è un piacere che non ha stagione. E non è mai solo un dolce: è un piccolo pezzo di identità cittadina.
NOEMI GARIANO

Il segreto delle Porte Palatine: tra storia romana e suggestioni medievali

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Passeggiare oggi in piazza Cesare Augusto, nel cuore di Torino, significa compiere un salto indietro di duemila anni. Tra il traffico cittadino, i palazzi moderni e la vita frenetica del centro, all’improvviso si aprono davanti agli occhi le Porte Palatine, imponenti e silenziose.
Le Porte Palatine non sono solo un monumento. Sono un ponte tra epoche diverse, un luogo dove storia e leggenda si intrecciano. Forse per questo, ancora oggi, continuano ad affascinare torinesi e turisti, attirando chi vuole scoprire un lato più intimo e antico della città.
Una delle porte meglio conservate dell’Impero romano
All’epoca della sua fondazione, Julia Augusta Taurinorum era una città strategica: sorgeva lungo la via che collegava Roma alla Gallia e, in seguito, alle province settentrionali dell’Impero. La città era protetta da mura poderose e quattro porte principali permettevano l’accesso da ogni lato.
Le Porte Palatine erano l’ingresso settentrionale, quello che conduceva verso Ivrea e le vallate alpine. Oggi sono considerate uno dei migliori esempi di architettura romana conservati in Italia.
Nonostante le vicissitudini dei secoli, la struttura ha mantenuto intatto il suo fascino. Non è un caso che il sito sia stato inserito nel percorso di Torino romana e che rappresenti una delle mete preferite da chi vuole conoscere la città partendo dalle sue radici.
Dal Medioevo alla rinascita
Dopo la caduta dell’Impero romano, le Porte Palatine conobbero un periodo di abbandono. Come molte strutture antiche, furono inglobate nelle nuove costruzioni medievali e in parte smantellate per riutilizzare i materiali.
Nel corso del Medioevo, le torri furono trasformate in fortificazioni e poi in dimore nobiliari.
Fu solo tra il XVIII e il XIX secolo, con l’arrivo dei Savoia e la crescente attenzione per le origini della città, che le Porte Palatine tornarono al centro dell’interesse culturale. Gli scavi archeologici avviati nell’Ottocento riportarono alla luce gran parte della struttura originaria, restituendole dignità storica e valore artistico.
Leggende e suggestioni
Intorno alle Porte Palatine non si intrecciano solo fatti storici, ma anche leggende popolari che contribuiscono al loro fascino misterioso.
Una delle più note riguarda l’imperatore Augusto. Si dice che, poco dopo la fondazione della città, egli vi si sia recato di persona per benedire il passaggio delle legioni. Secondo la tradizione, avrebbe pronunciato parole propiziatorie per il futuro di Torino. Non ci sono prove storiche, ma la leggenda ha alimentato per secoli l’immaginario collettivo.
Un’altra suggestione riguarda le energie esoteriche. Torino è famosa per essere parte del cosiddetto “triangolo della magia bianca”, insieme a Lione e Praga. Alcuni sostengono che proprio le Porte Palatine siano uno dei nodi energetici più potenti della città. Non ci sono conferme scientifiche, ovviamente, ma basta visitare il sito di notte per percepire un’atmosfera diversa, sospesa, quasi fuori dal tempo.
Le Porte Palatine oggi
Oggi le Porte Palatine sono al centro di un grande progetto di valorizzazione promosso dal Comune di Torino. L’area circostante è stata riqualificata, con nuovi percorsi pedonali, pannelli informativi e visite guidate organizzate in collaborazione con il Museo di Antichità.
NOEMI GARIANO

Sotto la Mole: la Torino segreta che non tutti conoscono

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Torino è una città che si concede lentamente, come se custodisse gelosamente la propria anima dietro una facciata di eleganza discreta. Chi la osserva solo in superficie ne coglie l’ordine sabaudo, i portici, la monumentalità della Mole Antonelliana. Ma basta deviare di poco dai percorsi turistici per accorgersi che esiste un’altra Torino, fatta di sotterranei, passaggi dimenticati e leggende che si intrecciano alla quotidianità. È la Torino segreta, quella che vive sotto la Mole e che continua a esercitare un fascino silenzioso e persistente.
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Le gallerie sotto la città
Pochi sanno che sotto le vie del centro storico corre una rete di gallerie e cunicoli che risalgono all’epoca barocca. Scavati a partire dal Seicento per motivi militari, questi passaggi collegavano le caserme e le fortificazioni che circondavano la città. Oggi alcuni tratti sono visitabili e offrono una prospettiva del tutto diversa: una Torino sotterranea, dove l’umidità delle pareti e il profumo della terra raccontano storie di soldati, di fughe e di segreti.
Le visite guidate, organizzate da associazioni locali, conducono i visitatori attraverso percorsi che alternano storia e suggestione. Si entra da una botola anonima e ci si ritrova immersi in un silenzio antico, lontano dal traffico e dalle luci. È un viaggio nel tempo, ma anche una metafora perfetta della città stessa: un luogo che conserva sotto la superficie i segni di ciò che è stata, e che non ha mai smesso di trasformarsi.
Alcuni dei cunicoli più antichi si trovano nei pressi di Palazzo Madama e del Mastio della Cittadella, dove secondo alcune cronache si rifugiarono i soldati durante l’assedio del 1706. Lì la storia ha lasciato impronte visibili: graffi sui mattoni, incisioni, simboli che testimoniano un passato di resistenza e di ingegno militare.
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Tra esoterismo e curiosità
Torino è da sempre considerata una delle capitali mondiali dell’esoterismo. La leggenda vuole che la città sia uno dei vertici sia del triangolo della magia bianca, insieme a Lione e Praga, sia di quello della magia nera, con Londra e San Francisco. Un doppio volto che ha alimentato racconti, superstizioni e curiosità.
Passeggiando per Piazza Statuto, ad esempio, si incontra la statua dell’“Angelo caduto”, un monumento dedicato ai caduti del Frejus ma che molti torinesi identificano con Lucifero stesso. Il punto, dicono, coincide con il “cuore oscuro” della città, dove si concentrerebbero energie negative. All’opposto, in Piazza Castello e lungo Via Garibaldi, si troverebbero invece i luoghi della “magia bianca”, custodi di armonia e protezione.
Al di là delle credenze, resta il dato più affascinante: Torino ha sempre convissuto con il mistero senza mai farsene travolgere. Forse è proprio questo equilibrio tra razionalità e simbolismo, tra fede e leggenda, a renderla così unica nel panorama europeo. Non a caso, la città è stata spesso scelta come ambientazione per film e romanzi noir, dove le sue luci e le sue ombre diventano parte della narrazione. Camminare di notte per le vie del Quadrilatero Romano, tra i lampioni fiocamente illuminati e i palazzi barocchi, significa immergersi in una scenografia che sembra costruita per il racconto del mistero.
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Cortili nascosti e memorie quotidiane
Ma la Torino segreta non è fatta solo di mistero. È anche quella che si nasconde dietro i portoni dei palazzi ottocenteschi, dove cortili interni e scalinate in pietra raccontano un passato domestico e borghese. In via Po, in via della Consolata, o nei vicoli di Vanchiglia, capita spesso di intravedere, tra un portone socchiuso e l’altro, piccoli giardini nascosti, fontane, vecchie botteghe artigiane sopravvissute al tempo.
Sono luoghi che non finiscono mai sulle guide turistiche, ma che custodiscono il ritmo autentico della città. È lì che il torinese autentico beve il caffè, scambia due parole con il vicino o si ferma a leggere il giornale seduto su una panchina. È una quotidianità che resiste, anche in un contesto sempre più internazionale, e che rappresenta forse la vera anima di Torino: quella di una città che sa rinnovarsi senza perdere il contatto con le proprie radici.
Chi arriva da fuori spesso rimane colpito dal contrasto tra la compostezza delle facciate e la vivacità che si scopre all’interno. È una caratteristica che i torinesi portano anche nel carattere: riservati all’apparenza, ma capaci di grande accoglienza una volta varcata la soglia.
Oggi, mentre Torino si presenta come città dell’innovazione e del design, la sua identità profonda rimane legata proprio a questa duplicità. Da un lato la modernità delle architetture post-industriali, dall’altro la memoria silenziosa dei cortili, delle strade acciottolate, dei racconti tramandati di generazione in generazione. È un equilibrio fragile ma vitale, che contribuisce a rendere Torino diversa da qualsiasi altra città italiana: più riservata, forse, ma anche più autentica.
Sotto la Mole, insomma, non c’è solo la storia dei re e delle fabbriche, ma un intreccio di luoghi e voci che continuano a parlare a chi sa ascoltare. Una città che si lascia scoprire piano, con la stessa eleganza con cui nasconde i suoi segreti.
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NOEMI GARIANO

Il Cri Cri di Torino, il cioccolatino che racconta una città

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C’è un piccolo dolce torinese che, più di molti monumenti, riesce a raccontare una storia fatta di eleganza, artigianalità e memoria collettiva. Il Cri Cri non è solo un cioccolatino, ma un simbolo della tradizione dolciaria piemontese, nato in un’epoca in cui Torino era una capitale del gusto e dell’innovazione gastronomica.

Le origini tra nobiltà e cioccolato

La nascita del Cri Cri viene fatta risalire alla fine dell’Ottocento, in un periodo in cui il cioccolato a Torino viveva una stagione d’oro. La leggenda più diffusa racconta che fu creato per una giovane donna dell’alta società torinese, che desiderava gustare il cioccolato senza sporcarsi i guanti. Da questa esigenza nacque l’idea di rivestire una pralina con una copertura di minuscole perline di zucchero, capaci di isolare il calore delle dita e mantenere il cioccolato intatto. Il nome, secondo alcune interpretazioni, deriverebbe dal suono leggero e croccante che si avverte al primo morso, quasi un piccolo “cri cri” che accompagna l’assaggio.

Dove trovarlo oggi tra botteghe e pasticcerie

Oggi il Cri Cri continua a vivere nelle storiche cioccolaterie di Torino, soprattutto nel centro città, dove le vetrine espongono file ordinate di queste piccole sfere lucide e colorate. Si può trovare nelle pasticcerie artigianali che portano avanti la tradizione, spesso accanto ad altri grandi classici come il gianduiotto e il bicerin. Non è raro vederlo anche durante eventi, fiere gastronomiche e mercatini, dove viene presentato come uno dei simboli più riconoscibili della dolcezza piemontese.

Varianti moderne di un grande classico

Se la versione originale resta quella più amata, con il cuore di nocciola e gianduia avvolto nel cioccolato fondente e nello zucchero croccante, negli anni sono nate diverse varianti. Alcuni maestri cioccolatieri propongono il Cri Cri al latte, altri sperimentano ripieni al pistacchio o aromatizzati con agrumi e spezie. Ci sono anche edizioni stagionali, soprattutto durante le festività, in cui il classico dolce si veste di colori e sapori nuovi, senza perdere la sua identità.

Un dolce che diventa racconto e ricordo

Negli ultimi anni il Cri Cri ha assunto anche un valore legato al turismo e all’identità cittadina. Sempre più visitatori lo scelgono come souvenir gastronomico da portare a casa, un’alternativa raffinata ai classici prodotti confezionati. Nelle scatole decorate con richiami alla città, questo piccolo cioccolatino diventa una sorta di cartolina commestibile, capace di evocare portici, caffè storici e passeggiate lungo il Po. Anche per i torinesi resta un dolce legato ai momenti speciali, spesso regalato durante le feste o condiviso dopo una cena in compagnia, a dimostrazione di come, nella sua semplicità, il Cri Cri continui a essere parte viva della quotidianità e della memoria collettiva della città.

Il Cri Cri rimane così un ponte tra passato e presente, un piccolo boccone che racchiude la storia di Torino e la sua passione per il cioccolato. Assaggiarlo non è solo un piacere per il palato, ma un modo per entrare, anche solo per un attimo, nell’anima di una città che ha fatto della dolcezza una vera e propria forma d’arte.

NOEMI GARIANO

 

 

 

 

(Foto di copertina Piemont Cioccolato)

Torino dalle sue origini al toro più conosciuto al mondo

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La città di Torino fondata nel terzo secolo A.C dai Taurini fu poi tasformata in colonia romana dall’Imperatore Augusto che le diede il nome di Iulia Augusta Taurinorum passò sotto vari domini, fino a diventare nel 1861 la prima capitale del nuovo Stato unitario ovvero del Regno d’Italia. Torino è conosciuta in Italia e nel mondo con uno stemma raffigurante un toro, derivante dall’araldica medievale che nel 1360 scelse questo simbolo per la città perché assomigliava al nome della stessa. Numerose sono le leggende legate al nome della città, fra cui la narrazione di un drago che attaccò la città e un enorme toro che la portò in salvo. Nel 1300 nacque anche lo stemma con base azzurra a cui si sovrappone un toro in movimento e sormontato da una corona d’oro con nove perle. Il toro è diventato negli anni un vero e proprio simbolo della città, vi sono più di duecento fontane con questo simbolo (chiamate “Turet”) e in Piazza San Carlo, nel 1930, in onore di San Carlo Borromeo, è stata posta al suolo l’immagine in bronzo del toro, dove si crede che passandoci sopra si possa essere più fortunati.

IL TORO E LE SUE VARIANTI

Un’altra opera curiosa e molto conosciuta che si rifà al simbolo della nostra Città si intitola “T’oro” e si trova in via delle Orfane 20, l’opera rappresenta un toro con le corna dorate che esce diettamente da un muro. L’opera è stata creata dall’artista Richi Ferrero, il quale voleva raffigurare una città che sfonda e supera il passato trovando un nuovo futuro con occhi diversi. Vi è poi il “Toro tricefalo”, una scultura dello scultore francese Georges Faure su una balconata di C.o Vittorio Emanuele 58, che rappresenta un toro a tre teste, creato nel 2006 per la Biennale dei Leoni, Lione-Torino. Un’altra opera a forma di toro molto famosa è “Toh”, un manifesto della nuova società torinese che comunica i valori dell’inclusione e della pace, l’opera rappresenta un toro in metallo con dei pezzi di fontana che gli cingono il collo. Toh è stato creato dall’artista Nicola Russo che si è fatto ispirare dai “Turet” le fontane a forma di toro presenti nella città sabauda; Nicola ha immaginato tutti i torinesi che conoscono bene quel toro ma ne conoscono solo il volto e mai il corpo o lo stato d’animo, lo stesso toro immaginandolo rinchiuso nella fontana vivrebbe sensazioni negative di smarrimento e mestizia, proprio per questo crea una statua con un toro che rompe il metallo della fontana. Ecco, quindi, che il “Toh” diventa il simbolo non solo dei torinesi, ma di tutti coloro i quali vogliono uscire dagli schemi e guardare avanti evidenziando le proprie diversità, che in quanto tali li rendono unici. Parte dei proventi delle opere “Toh” va alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul cancro.

GLI ALTRI SIMBOLI DELLA CITTA’

Oltre al toro uno dei simboli classici di Torino è sicuramente la “Mole Antonelliana” situata nel centro storico della città, ed edificata dall’architetto Alessandro Antonelli nel 1863. Anche la Basilica di Superga è un simbolo del Capoluogo Piemontese oltre a molti altri edifici e monumenti storici come Il castello del Valentino, Palazzo Madama e la Porta Palatina risalente al periodo dell’Imperatore Augusto detta anche Porta Capitolina, ma comunemente nota ai torinesi col nome plurale di Porte Palatine. Torino ha numerosissimi simboli che rappresentano la città, ma è anche molto conosciuta per le numerose leggende esoteriche che riguardano la magia bianca e la magia nera, in particolare in un punto preciso di piazza Castello si dice che converga la magia bianca…ma questa è un’altra storia… che richiede una narrazione a parte.

NOEMI GARIANO

Come i colori influenzano Torino

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Passeggiare per Torino significa attraversare una città che comunica continuamente con il cervello, anche quando non ce ne accorgiamo. I colori degli alberi lungo i viali, il blu del Po, le luci rosse dei locali serali, il bianco degli ambienti moderni: ogni tonalità modifica emozioni, battito cardiaco, concentrazione e perfino il modo in cui viviamo gli spazi.

Le neuroscienze spiegano da anni che il cervello umano reagisce ai colori in maniera molto più profonda di quanto si pensi. Torino, forse senza volerlo, è una città che mette continuamente in contatto le persone con stimoli visivi capaci di influenzare umore e comportamento.

Il verde che aiuta la mente

Torino viene spesso associata ai suoi grandi parchi e ai viali alberati. Dal Valentino alla Pellerina, passando per le zone lungo il Po, il verde è una presenza costante nella quotidianità dei torinesi. E proprio il verde rappresenta uno dei colori più legati alla concentrazione e al benessere mentale.

Secondo numerosi studi psicologici, osservare alberi e natura riduce il livello di stress e permette al cervello di mantenere più facilmente il focus. Per questo motivo molte persone lavorano meglio vicino a una finestra da cui si vede l’esterno. Anche una semplice pausa in cui lo sguardo si sposta sugli alberi può aiutare la mente a recuperare attenzione.

Il motivo affonda nelle origini dell’essere umano. Il cervello nasce nella natura e continua a percepirla come un ambiente sicuro. La presenza di piante e colori naturali stimola la produzione di serotonina e contribuisce a creare una sensazione di equilibrio e stabilità emotiva. Anche chi pensa di non amare particolarmente la natura mantiene una risposta inconscia positiva verso tutto ciò che richiama il verde.

Per questa ragione il verde viene spesso consigliato anche negli ambienti interni. Pareti, dettagli d’arredo o spazi con molte piante trasmettono calma mentale e favoriscono la concentrazione, soprattutto negli studi e negli uffici.

Il rosso accelera il cuore

Se il verde rilassa, il rosso produce l’effetto opposto. È il colore che più facilmente aumenta il battito cardiaco e crea una sensazione di attivazione immediata. Torino lo mostra soprattutto nelle insegne luminose dei locali, nelle zone della movida e negli ambienti progettati per trasmettere energia.

Dal punto di vista neurologico, il rosso richiama attenzione e intensità. Il cervello interpreta l’aumento del battito come uno stato di eccitazione o di allerta. Per questo motivo anche i vestiti rossi influenzano le interazioni sociali. Una persona vestita di rosso appare più intensa, più presente, più difficile da ignorare.

Lo stesso meccanismo si riflette negli ambienti domestici. Una stanza da letto con pareti rosse, tende rosse o elementi molto accesi rende più difficile il rilassamento. Il cervello rimane attivo più a lungo e il corpo fatica a rallentare.

Molti locali scelgono il rosso proprio per creare movimento e stimolare energia sociale. È un colore che funziona bene nei luoghi dinamici, nei cocktail bar e negli spazi dedicati alla vita notturna.

Il blu del Po e il bisogno di calma

Tra i colori più presenti a Torino c’è anche il blu. Basta osservare il Po nelle giornate limpide o i riflessi dell’acqua lungo i Murazzi per capire quanto questo colore contribuisca all’atmosfera della città.

A livello psicologico il blu rallenta il battito cardiaco e trasmette un senso di calma e affidabilità. È il colore più utilizzato negli ambienti professionali perché comunica credibilità, sicurezza e leadership. Non a caso molte persone scelgono tonalità blu per colloqui di lavoro, incontri importanti o contesti in cui vogliono apparire autorevoli.

Anche alcuni ristoranti torinesi specializzati in pesce utilizzano arredamenti azzurri e blu per richiamare il mare e creare un’atmosfera rilassata. Eppure proprio l’azzurro ha un effetto curioso sul cervello: tende a diminuire l’appetito. Succede perché in natura il blu compare raramente negli alimenti e il cervello associa questo colore più alla calma che al desiderio di mangiare.

Il bianco e il nero raccontano invece due forme diverse di distanza. Il bianco trasmette pulizia, ordine e precisione. Per questo viene scelto spesso negli ambienti moderni, nelle gallerie e negli spazi minimalisti della città. Il nero comunica eleganza, raffinatezza e una certa freddezza emotiva. È il colore che crea più distacco, ma anche quello che viene associato più facilmente al concetto di stile.

Camminando per Torino si scopre quindi una città che parla continuamente attraverso i colori. Ogni strada, parco, locale o palazzo produce reazioni nel cervello e modifica il modo in cui le persone si sentono. A volte basta cambiare prospettiva per accorgersi che una città non viene vissuta soltanto con gli occhi, ma anche con le emozioni che riesce a generare.

NOEMI GARIANO

Dolci etnici a Torino, il viaggio nel mondo passa dalle pasticcerie

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Torino continua a cambiare volto anche attraverso il cibo. Negli ultimi anni la città ha visto crescere un numero sempre maggiore di locali dedicati ai sapori internazionali e tra le proposte più amate ci sono senza dubbio i dolci etnici. Dai dessert mediorientali alle specialità sudamericane, passando per le tradizioni asiatiche e africane, il capoluogo piemontese si sta trasformando in una piccola capitale del gusto multiculturale.

Passeggiando tra San Salvario, Porta Palazzo e Aurora è facile imbattersi in vetrine colorate dove scoprire sapori lontani. C’è chi entra per curiosità e torna per abitudine, attratto da profumi intensi di miele, cannella, cocco e pistacchio. In molte di queste attività il dolce non rappresenta soltanto un prodotto da vendere, ma un pezzo di identità culturale da condividere con la città.

I sapori del Medio Oriente conquistano Torino

Tra le specialità che stanno riscuotendo maggiore successo ci sono i dolci mediorientali. I baklava, preparati con pasta fillo, frutta secca e sciroppo di zucchero o miele, stanno diventando sempre più richiesti anche dai torinesi. Alcune pasticcerie arabe propongono ricette tramandate da generazioni, spesso realizzate ancora a mano. Accanto ai classici vassoi dorati trovano spazio anche dolci meno conosciuti come il basbousa di semolino o il kunafa con formaggio dolce e pistacchi.

Molti clienti apprezzano la possibilità di assaggiare prodotti diversi dal solito senza allontanarsi dalla città. I proprietari raccontano che negli ultimi anni la curiosità verso le cucine straniere è cresciuta molto, soprattutto tra i giovani e tra chi ama sperimentare nuovi gusti. Il dessert etnico viene spesso scelto anche durante feste e compleanni, sostituendo le proposte più tradizionali.

Dal Giappone al Sud America, Torino scopre nuovi dessert

Anche i dolci asiatici stanno trovando spazio nel panorama gastronomico torinese. In alcuni locali specializzati si possono assaggiare i mochi giapponesi, piccoli dolci di riso dalla consistenza morbida e ripieni di crema o gelato. Non mancano i pancake soffici in stile giapponese e i bubble waffle di origine hongkonghese, molto fotografati sui social e apprezzati soprattutto dai più giovani.

Negli ultimi tempi stanno crescendo anche le attività dedicate ai dessert latinoamericani. Il tres leches, torta morbida imbevuta di latte, e i churros serviti caldi con cioccolato stanno attirando sempre più clienti. In diverse zone della città aprono piccoli laboratori che uniscono tradizione familiare e attenzione alla qualità degli ingredienti. Alcuni proprietari spiegano di voler creare un ponte tra il Paese d’origine e Torino attraverso ricette che parlano di casa, infanzia e ricordi.

Una città sempre più multiculturale anche a tavola

Il successo dei dolci etnici racconta una Torino in continua evoluzione. La città conserva la sua forte tradizione pasticcera, fatta di gianduiotti, bignole e torte storiche, ma allo stesso tempo si mostra aperta alle contaminazioni. Per molti torinesi entrare in queste pasticcerie significa fare un piccolo viaggio senza lasciare il quartiere.

Gli stessi commercianti sottolineano come il cibo riesca spesso ad avvicinare persone e culture diverse. Nei locali si incontrano studenti, famiglie, lavoratori e turisti accomunati dalla voglia di provare qualcosa di nuovo. Il dessert diventa così uno strumento di incontro e curiosità reciproca.

Tra profumi speziati, tè alla menta e vetrine ricche di colori, Torino continua a scoprire il gusto del mondo. E in una città sempre più internazionale, anche il momento del dolce si trasforma in un’esperienza culturale.

NOEMI GARIANO

Spazio7, Torino dimostra che la cucina è un’esperienza culturale

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Ci sono luoghi che raccontano una città ancora prima di sedersi a tavola. Non perché siano i più famosi o i più appariscenti, ma perché riescono a trasmettere un’idea precisa del territorio in cui si trovano. È ciò che accade entrando da Spazio7, il ristorante ospitato all’interno della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, uno spazio che unisce arte contemporanea e gastronomia in un modo naturale, quasi spontaneo.

Torino è una città che negli anni ha saputo reinventarsi senza perdere la propria identità. Accanto ai caffè storici, alle trattorie e ai sapori della tradizione piemontese, sono nate realtà capaci di guardare al futuro con discrezione, senza inseguire le mode ma cercando una propria personalità. Spazio7 è uno di quei luoghi che raccontano questa evoluzione: un ambiente essenziale, elegante e contemporaneo, dove la cucina diventa parte di un’esperienza più ampia.

Quando il cibo dialoga con l’arte

Visitare una fondazione d’arte significa fermarsi a osservare, prendersi del tempo e lasciarsi incuriosire. È lo stesso approccio che si ritrova anche a tavola. Qui il pasto non rappresenta semplicemente una pausa, ma diventa il naturale proseguimento di un percorso culturale, dimostrando come discipline diverse possano convivere e valorizzarsi a vicenda.

In un periodo in cui molti locali cercano di stupire con effetti scenografici o proposte sempre più estreme, esistono realtà che scelgono una strada differente. L’attenzione si concentra sulla qualità delle materie prime, sull’equilibrio dei sapori e sulla capacità di valorizzare gli ingredienti senza trasformarli in qualcosa di irriconoscibile. È una filosofia che, in fondo, ricorda anche il carattere della stessa Torino: una città elegante, misurata e poco incline all’ostentazione, ma capace di sorprendere chi decide di conoscerla davvero.

L’ambiente contribuisce a creare questa atmosfera. Le linee pulite, gli spazi luminosi e il dialogo continuo con l’arte contemporanea trasmettono una sensazione di tranquillità che invita a rallentare. In un’epoca in cui si è spesso abituati a consumare tutto in fretta, anche il tempo dedicato a un pranzo o a una cena può trasformarsi in un’occasione per concedersi una pausa autentica.

Un simbolo della Torino che guarda avanti

Negli ultimi decenni Torino ha costruito una nuova immagine di sé, diventando sempre più una città della cultura, del design e dell’innovazione. Molti spazi sono stati ripensati, valorizzati e trasformati in luoghi capaci di ospitare eventi, mostre e iniziative che attirano visitatori da tutta Italia. Anche la ristorazione ha seguito questo percorso, contribuendo a rendere la città una meta interessante non solo per chi ama la buona cucina, ma anche per chi cerca esperienze che vadano oltre il semplice piatto.

Spazio7 rappresenta bene questa visione. È uno di quei posti che dimostrano come il cibo possa raccontare un territorio esattamente come fanno un museo, un edificio storico o un’opera d’arte. Non serve scegliere tra cultura e gastronomia: le due dimensioni possono incontrarsi e dare vita a un’esperienza capace di lasciare un ricordo.

Forse è proprio questa una delle caratteristiche che rendono Torino una città così affascinante. Non cerca continuamente di stupire con grandi effetti, ma preferisce conquistare attraverso dettagli, qualità e autenticità. E sono proprio luoghi come Spazio7 a ricordare che spesso le esperienze più interessanti nascono quando mondi diversi si incontrano, trasformando anche un semplice pranzo in un’occasione per osservare la città da una prospettiva nuova.

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