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Le nuove frontiere della telepatia

E’ sempre più verosimile che la facoltà telepatica sia prossima a essere realizzata grazie alle nuove tecnologie.

È comunemente ammesso che nel campo della ricerca psichica siamo solo alle soglie della scoperta: il prossimo secolo rivelerà meraviglie che vanno ben al di là di tutto quel che, fino ad ora, è stato svelato. L’indagine scientifica sullo spirito, la cui natura è stata a lungo discussa solo da punti di vista religiosi e metafisici, è ora considerata da pensatori avanzati non solo come praticabile, ma di fronte a un interesse in costante crescita, come imperativa.
Le esperienze trascendentali non sono più considerate allucinazioni. Si ritiene che le facoltà parapsicologiche siano insite nella personalità umana; non dobbiamo smettere di cercare sue nuove espressioni fra le facoltà osservate talvolta nell’essere umano, in particolare quelle della telepatia e dell’intercomunicazione spirituale.
Nel suo senso più ampio, la telepatia, l’azione dello spirito a distanza, implica un potenziale rapporto mentale o psichico tra esseri umani dentro o fuori dal corpo. Di questa comunicazione di spiriti incarnati, o con amici disincarnati contattati attraverso i meccanismi della seduta spiritica – non ci sono ancora prove convincenti.
Tuttavia, più di uno studioso ritiene che la facoltà telepatica sia, da sempre, in via di sviluppo tra gli uomini, che sia evolutiva e addirittura cosmica, cioè che si estenda nell’universo ovunque ci siano esseri senzienti che rispondono telepaticamente e ricevono le vibrazioni trasmesse. Gli agenti percipienti su questo pianeta possono a loro volta essere reciprocamente impressionati dal mondo trascendentale attraverso il mezzo di vibrazioni simili che trasmettono pensieri, sentimenti, simpatie, ammonizioni, ispirazioni.
La distanza non costituirebbe una barriera alla comunicazione subliminale; l’’azione telepatica potrebbe non essere prerogativa dell’essere umano, ma anche insita e caratteristica della natura animale e vi sono scienziati che provano a dimostrare la veridicità di queste teorie paragonando il nostro cervello ad un computer, provando ad inserirvi alcuni microchip, utilizzandoli per raccogliere dati e provare a trasmetterli a distanza con la sola forza del pensiero.
In pratica i microchip impiantati nel nostro cervello potrebbero, un giorno, fornire agli esseri umani un’interfaccia del tutto simile a un computer posizionato nella nostra testa, il che rappresenterebbe un’importante conquista evolutiva per la specie. A sua volta, questo dispositivo sarebbe in grado di stabilire comunicazioni e leggere informazioni dai dispositivi che utilizziamo ogni giorno, in quello che sarebbe un vero e proprio scambio di dati avvenuto telepaticamente.
Anche se la telepatia, ancora oggi, è appannaggio di prestigiatori e mentalisti che, per quanto bravi a mostrare la loro capacità a trasmettere idee a distanza, utilizzano comunque uno o più trucchi, eppure, in alcuni laboratori la possibilità che, indossando apposite attrezzature miniaturizzate il nostro cervello possa trasformarsi in una sorta di radio trasmittente viene sperimentata, ottenendo risultati sempre più promettenti.
Il chirurgo cerebrale Eric Leuthardt dell’Università di Washington utilizza quotidianamente questa metodica, cercando di comprendere quale possa essere il limite del nostro encefalo, nella trasmissione del pensiero a distanza, cercando di superarlo utilizzando sofisticate tecnologie, oggi finalmente a disposizione.
Il lavoro di Leuthardt consiste nel comprendere e analizzare le limitazioni del cervello e il modo in cui potremmo usare la tecnologia per superare i suoi svantaggi.
Il chirurgo ha affermato in una recente intervista al MIT Technology Review come i chip impiantati nel nostro cervello potrebbero un giorno dotare gli esseri umani di un’interfaccia simile a un computer, il che rappresenterebbe un importante traguardo evolutivo per la specie, la cui data ipotetica per raggiungerlo è stata ipotizzata intorno al 2038.

Per conseguire tale obbiettivo è necessario disporre di tecniche di miniaturizzazione dei componenti da inserire nell’organismo, nel caso in questione nel cervello, facendo sì che venga ad avverarsi una delle tante intuizioni visionarie anticipate da un film dal titolo “Viaggio allucinante” in cui è ipotizzata una tecnica in grado di permettere di ridurre a dimensioni ultramicroscopiche un qualunque materiale o oggetto, compresa una equipe di operatori umani per poterli inserire all’interno di un organismo con il compito di distruggere, con un laser, un embolo cerebrale.
Il film è avvincente e non mancano i colpi di scena; nel 1966, quando uscì nelle sale, era fantascienza pura, ma oggi siamo molto vicini a realizzare quanto visto oltre mezzo secolo fa.
Attualmente le possibilità offerte dalla nanotecnologia avanzata promettono possibilità apparentemente infinite e potenziali applicazioni illimitate, utilizzando una serie di nuove funzionalità per mezzo di piccolissime nanostrutture come i nanocavi e i nanomateriali (tutti decine di migliaia di volte più sottili di un capello umano).
Il dottor Leuthardt, in collaborazione con tecnici informatici, è in procinto di realizzare un dispositivo che può essere innestato nel cervello nel modo meno invasivo possibile, permettendo ad una apposita attrezzatura di diventare un’efficace interfaccia cervello-macchina.
Molte difficoltà dovranno essere ancora superate, non ultima quella del reperimento di capitali, ma la via è segnata, è sempre più alla portata degli scienziati una vera e propria integrazione neurale che ci permetterà di comunicare con le macchine senza ingombranti macchinari e, forse, di trasmettere informazioni a distanza e, di conseguenza, poter leggere nella mente delle persone, con tutto quello che può conseguire.
Questi studi complessi dimostrano che scienza e tecnologia sono prive di limiti.
La sperimentazione a cui siamo chiamati è letteralmente illimitata, una sfida che, come tutti i muri da superare che l’umanità si è trovata di fronte, impensierisce e affascina ma, come sempre, supera l’immaginazione per condurci davvero a realizzare, seppure con artefatti protesici miniaturizzati innestati nell’organismo, ma con buone probabilità di riuscita, per tutti la telepatia.

Rodolfo Alessandro Neri

Collaborazione strategica tra Aruba e Politecnico di Torino

Una nuova collaborazione strategica tra Aruba e Politecnico di Torino, che hanno siglato un accordo, di durata triennale, finalizzato a sviluppare ed ampliare le esperienze comuni già realizzate, attivando una partnership a lungo termine relativa a generazione di idee, studi di prefattibilità, progetti di ricerca svolti in cooperazione e finanziati dalla società nei settori Software Engineering, ICT Security, IT Infrastructure and Networking, Artificial Intelligence and Machine Learning.

 

A promuovere tali attività sarà Aruba Academy, la scuola del Gruppo Aruba specializzata nella formazione in campo IT, che ha tra gli obiettivi quello di favorire una formazione specialistica STEM per giovani talenti da poter poi inserire nel mondo del lavoro. Aruba Academy, infatti, potrà contribuire all’attività formativa del Politecnico di Torino tramite l’offerta di applicazioni pratiche per studi specifici quali tesi, stage, dottorati di ricerca e master universitari al fine di fornire agli studenti e ai laureandi l’opportunità di una migliore conoscenza del mercato del lavoro.

Come rallentare la SLA, una scoperta scientifica straordinaria alle Molinette

Il professor Adriano Chiò, direttore del Centro regionale esperto per la SLA dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino e facente parte del Dipartimento di Neuroscienze ‘Rita Levi Montalcini’ dell’Università di Torino, annuncia  la straordinaria scoperta scientifica a cui il Centro regionale ha contribuito, partecipando, unico in Italia e tra i pochi al mondo, a uno studio internazionale sul Tofersen, che ha dimostrato un rallentamento ed in alcuni casi addirittura un’inversione della progressione clinica della Sclerosi laterale amiotrofica (SLA).

Il trattamento è efficace nelle persone portatrici della mutazione nel gene SOD1. L’effetto positivo del farmaco si manifesta in modo netto nel corso del primo anno di trattamento e successivamente persiste nel tempo, un risultato clinico senza precedenti nel trattamento della SLA.

Il Tofersen è un oligonucleotide antisenso (ASO) che agisce selettivamente sull’RNA messaggero, bloccando la sintesi della proteina alterata. La terapia viene somministrata mediante puntura lombare, e tale metodica è molto ben tollerata.

Seppur non applicabile a tutti i malati di SLA (solo in Piemonte sono circa 400), la scoperta apre nuovi e rivoluzionari percorsi di studio su questa grave malattia neurodegenerativa, perché per la prima volta si è di fronte a un principio attivo che è in grado di arrestarla.

Un lavoro, annuncia l’assessore alla Sanità del Piemonte, Luigi Icardi,  che tra appena due mesi troverà continuazione in una nuova sperimentazione internazionale, questa volta sul gene FUS, sempre con il coinvolgimento in primo piano del Centro regionale esperto per la SLA dell’ospedale Molinette, che lavorerà al progetto a trazione statunitense, insieme a soli altri tre centri di alta specializzazione in Europa.

L’assessore richiama l’attenzione sull’eccellenza della ricerca sanitaria in Piemonte, che ha saputo conquistarsi, con i risultati, un posto di assoluta importanza in campo internazionale.

Nel caso di quest’ultima ricerca, avviatasi all’inizio del 2020, gli scienziati dello staff del professor Chiò sono riusciti a portare a termine lo studio, grazie allo specifico supporto fornito dalla Città della Salute di Torino per superare le limitazioni legate alla pandemia.

Una notte ai Musei Reali per promuovere la ricerca scientifica e culturale

 

Club Silencio apre le porte dei Musei Reali per la Notte Europea dei RicercatoriVenerdì 30 settembre una serata unica in sinergia con i Musei Reali e l’Università degli Studi di Torino per mettere al centro ricercatrici e ricercatori, laboratori territoriali, artiste e artisti  uniti dalla passione per la ricerca e la cultura.

 

Dalle 19 a mezzanotte, nella cornice dei Giardini Reali, sarà possibile partecipare a quiz e giochi con percorsi ideati attraverso un’attività di gamification nel cuore di Torino, per svelare il dietro le quinte della cultura.
L’iniziativa è nata in collaborazione con i Musei Reali per valorizzare i partenariati già attivi con il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione, il Dipartimento di Scienze della vita e Biologia dei Sistemi e il Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino.

 

In occasione dell’apertura serale del Museo d’Antichità, dalla Galleria Archeologica al Teatro Romano fino alla Sezione Torino, saranno proposti giochi e quiz per scoprire i segreti del lavoro del ricercatore. Sarà inoltre possibile scoprire i testi antichi e le memorie dei Savoia attraverso una visita guidata alla Biblioteca Reale a cura di CoopCulture e, inoltre, visitare la mostra “Animali a Corte. Vite mai viste nei Giardini Reali”.

 

Fra le attività laboratoriali e ludico-didattiche in programma, la gamification è al centro di una caccia al tesoro a cura di Gianmarco Giuliana del Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione, per delineare attività e abitudini di lavoro del ricercatore, con ritrovo nella Corte d’Onore di Palazzo Reale e diffusione di indizi nei Giardini Reali.
ln collaborazione con il Dipartimento di Scienze della vita e Biologia dei Sistemi, sarà possibile ripercorrere le abitudini alimentari e riproduttive delle comunità preistoriche alpine, tramite il progetto APICI “prodotti fermentati nelle Alpi PIemontesi tra Cambiamento e Innovazione ” rivelando i segreti delle analisi biomolecolari del passato.
Nell’ambito del progetto “Le fonti del diritto in Europa tra medioevo ed età moderna. Per un corpus dei testi dello ius commune dal manoscritto alla stampa (1350-1650)“, il Dipartimento di Studi Storici svelerà il percorso di testi incisivi nella storia del diritto.

 

Nel Giardino del Duca sarà possibile giocare con l’installazione interattiva CityChrone, la nuova applicazione urbanistica ideata per simulare la Torino del futuro creata dal ricercatore Indaco Biazo. Non mancherà inoltre la Global Shaper Community – Turin, nata all’interno del World Economic Forum e attiva a Torino con progettualità globali su innovazione e sostenibilità.

 

La serata sarà anche accompagnata da contenuti artistici e performativi con artisti che proporranno la propria selezione musicale, tra cui Awer  Kwality & Awer all’interno del Giardino Ducale e gli TSAO! che si esibiranno nel boschetto dei Giardini Reali.

 

Da non perdere anche le performance live audio e video curate da Algoritmi, con Salgari Records & Anna La RosaBAAB & IngridProject-To Microcosmo (Live coding e live video), nel Giardino di Levante.

 

Nel corso dell’intera serata il pubblico potrà rinfrescarsi in uno dei corner bar di Club Silencio con i drink Martini e le craft beer BrewDog, oltre ad assaporare le proposte food gourmet nei ristoranti all’interno dell’area evento.

 

Non poteva mancare per Club Silencio una nuova collaborazione con l’Università degli Studi di Torino, organizzatrice dell’edizione torinese della Notte Europea dei Ricercatori e promotrice per eccellenza della ricerca culturale, che trova la sua massima espressione nella cornice dei Musei Reali.

 

Alberto Ferrari Co-Founder e CEO di Club Silencio dichiara: “Grazie a questa nuova collaborazione intendiamo ribadire – anche attraverso il potere della bellezza che da sempre rappresenta la mission degli eventi Club Silencio in ottica di promozione e valorizzazione dei musei e degli edifici storici d’Italia, in particolare verso una fascia giovanile – l’importanza e la centralità della ricerca scientifica e culturale con un evento che accende le luci del cuore della città per celebrare chi tutti i giorni, nel nostro territorio, dedica la propria vita alla passione per la conoscenza e la scoperta del futuro.

 

 

 

PER  PARTECIPARE  È NECESSARIO ACCREDITARSI

 

INFO

 

 

Ingresso con 1° consumazione + visita museale: 15€

Visita guidata alla Biblioteca Reale con CoopCulture:+5€ (accredito online – posti limitati)

Ingresso 19:00 → 23:00 suddiviso in fasce orarie

Ultimo accesso all’evento e alla visita museale alle ore 23:00

Ultimo accesso alla visita guidata alla Biblioteca Reale  alle ore 22:45

Ingresso in Piazzetta Reale 1, Torino

C’è futuro nell’aerospazio. Il sostegno della Regione alle Start up del settore

La Regione Piemonte ha deciso di stanziare 625.000 euro per la gestione dell’incubatore Esa Bic Torino. Questa somma consentirà a 25 start up del settore dell’aerospazio, attraverso l’incubatore I3P, di coprire la metà delle spese dei prossimi cinque anni.

Programmare il futuro attraverso il sostegno alle start up, alla ricerca e al sistema delle imprese, come ha ricordato l’assessore regionale alle Attività produttive, è il modo migliore per far decollare un comparto determinante nell’economia piemontese.

Esa Bic Torino ha l’obiettivo di sostenere lo sviluppo tecnologico e di business di nuove imprese innovative basate su tecnologie aerospaziali quali sistemi di comunicazione, satelliti, software per controllo di missioni, monitoraggio ambientale, mobilità, logistica, agricoltura di precisione. Lo scorso anno l’Agenzia Spaziale europea ha scelto Torino per questo centro di incubazione per favorire lo sviluppo di nuove imprese nel settore. Oltre a complementare il progetto del Manufacturing Technology Center per il Centro per l’aerospazio, è un’opportunità che rafforza le prerogative del territorio in termini di competitività e attrattività, in quanto consolida a livello nazionale il ruolo del Piemonte nei confronti dei principali distretti europei, come è stato dimostrato anche alla recente fiera biennale di Farnborough (Londra).

 

La terapia senza farmaci che può ridare benessere ad alcune affezioni: l’ipnosi

E’  sempre più utilizzata in medicina

La Medicina moderna ha ricevuto un enorme contributo dalla accettazione dell’idea sempre
più diffusa, della importanza di una buona salute mentale per il mantenimento di una
ottimale salute corporea. Cosa si intenda con la parola “Mente” è ancora oggetto di
discussione oggi; è possibile affermare, in forma assai superficiale, innanzitutto che non è
sinonimo di cervello, ma cercando di definirla in modo approssimativo, si può affermare che
la mente, più che una entità fisica, consiste più esattamente di un insieme di stati mentali
rappresentati da emozioni, da atteggiamenti, dai pensieri e da tutto ciò che identifichiamo
con la nostra immaginazione. Il cervello è la macchina che permette di sperimentare gli stati
mentali; molte terapie sono attente al rapporto mente-corpo concentrandosi sul far diventare
i pazienti più consapevoli dei loro pensieri e sull’utilizzo di questa maggiore consapevolezza
per guidare i loro stati mentali in una direzione che porti ad immaginare un migliore di
benessere, evitando di lasciar cadere i pazienti, per quanto possibile, in visioni pessimistiche
e non distruttive della loro esistenza.
Ed è proprio attraverso l’attività mentale, che vengono utilizzate diverse procedure di
guarigione, fra queste il biofeedback, la meditazione, le visualizzazioni, la gestione delle
emozioni e, oggi largamente diffusa, l’ipnosi.
Questa metodica, nota da secoli, oggi ben conosciuta dagli specialisti e conosciuta anche
come ipnoterapia, viene utilizzata per indurre una trance o uno stato onirico di profondo
rilassamento per trattare disturbi di origine prevalentemente psicologica o emotiva. È stata
praticata in varie forme per migliaia di anni da molte culture, tra cui quella druidica, celtica
ed egizia. Nel XIX e all’inizio del XX secolo, l’ipnosi (o “mesmerismo”) era vista più come
una curiosità da baraccone che come un valido trattamento medico esaminato a fondo e, i
risultati di questi studi, contribuiscono ad aumentare le possibilità diagnostiche e
terapeutiche della medicina contemporanea.
Oggi l’ipnosi è riconosciuta dalla comunità scientifica come un efficace strumento di
guarigione, anche se il suo funzionamento rimane in gran parte ancora da svelare. Non è un
trattamento a sé stante, ma viene utilizzata come parte di trattamenti medici, psicologici e
odontoiatrici.
Per avere un’idea di come funzioni l’ipnosi nell’ambito della medicina, occorre tenere
presente che il nostro cervello dispone di più livelli di coscienza, o consapevolezza. Durante
la giornata passiamo, il più delle volte inconsapevolmente da uno stato di piena vigilanza ad
uno di sonnolenza, sia pure con variazioni intermedie e questo capita, ad esempio, quando ci
perdiamo a inseguire una nostra idea e ci troviamo in un sogno ad occhi aperti, avulsi dalla
realtà da cui siamo circondati.
Lo stesso capita quando stiamo svolgendo un compito che impegna, ma che non presenta
una vera e propria difficoltà, ad esempio mentre ci prepariamo un caffè con la moka; non
pensando a quanto siamo abituati a compiere tale azione meccanicamente, può succedere
che si perda la nozione del tempo e non ci si accorga di quanto capita intoro a noi.
Lo stesso capita, ( quante volte ci è successo?) di estraniarsi completamente ascoltando una
conferenza noiosa che, d’un tratto, non udiamo più, pur essendo presenti.
Ci si viene a trovare in quello che, a tutti gli effetti è un vero e proprio stato ipnotico
verificatosi naturalmente e spontaneamente, un diverso stato di coscienza: si è talmente
estraniati dall’ambiente in cui ci si trova al punto che non ci si ricorda di avere compiuto
determinate azioni. L’ipnologo, lo specialista in grado di padroneggiare l’ipnosi, possiede le
tecniche che gli permettono di indurre tale stato.
L’ipnosi clinica induce intenzionalmente un soggetto in uno stato di consapevolezza
rilassata. Una volta che la mente è in uno stato di rilassamento, qualsiasi suggestione
terapeutica può avere un grande effetto su atteggiamenti, percezioni e comportamenti.
È molto importante sottolineare che la persona che decide e richiede di sottoporsi ad un tale
trattamento, è perfettamente consapevole di quel che succederà nel corso della terapia ed
accetta tutto quel che farà e dirà il terapeuta ed è infine doveroso sottolineare che, non si
entra in stato d’ipnosi, se non lo si vuole.
Vi sono persone più sensibili al trattamento, altre molto più refrattarie ad abbandonarsi
passivamente alle indicazioni suggerite nel corso della seduta.
Il modo in cui una persona entra nello stato di ipnosi, non è del tutto chiaro. Alcuni
ricercatori ritengono che l’ipnosi promuova una particolare attività delle onde cerebrali in
grado di permettere alla mente di recepire e adottare nuove idee, mentre altri suggeriscono
che l’ipnosi acceda alla “mente inconscia”, che è più aperta a nuove idee rispetto alla “mente
conscia” razionale.
Per questi motivi l’ipnosi si rivela una ottima protezione dell’organismo alternativa alla
terapia farmacologica, assai efficace per curare alcune affezioni da cui è afflitto un gran
numero di persone; fra questi gli stati d’ansia, il dolore cronico, la maggior parte delle paure
e fobie in grado di limitare la vita di alcune persone.
Un ipnologo è in grado di guidare il paziente aiutandolo a risolvere problemi che, di norma
richiedono l’assunzione di farmaci specifici che, per quanto benefici ed efficaci,
interferiscono con il meccanismo di smaltimento dei composti chimici da cui sono
composti.
L’ipnosi è assai efficace anche nel trattamento dell’emicrania, della balbuzie, dei problemi
di sonno e nei problemi sessuali in genere.
Come sempre è necessario accostarsi a tale metodica con fiducia e animo sereno, ed allora è
possibile che il risultato positivo venga raggiunto con relativa facilità ed in tempi rapidi.
La ricerca scientifica multidisciplinare, libera da dogmi e idee preconcette, sulle connessioni
mente-corpo porterà alla conoscenza dei meccanismi responsabili di una metodica efficace,
in grado anche di produrre una valida anestesia ed un minimo sanguinamento durante gli
interventi chirurgici, senza utilizzo di farmaci, e di casi di guarigione di malattie che non
hanno risposto ai trattamenti convenzionali.
Rodolfo Alessandro Neri

Geomeccanica computazionale per la linea 2 del Metrò: Torino capitale della ricerca internazionale

Una delle pre-conferenze sarà organizzata con InfraTo e mostrerà la progettazione della Linea 2 della metropolitana di Torino

Dal 30 agosto al 2 settembre 2022, il Politecnico di Torino ospiterà la 16esima Conferenza internazionale dell’International Association for Computer Methods and Advances in Geomechanics-IACMAG, il cui tema generale è “Challenges and Innovations in Geomechanics”, dedicato alle sfide e alle innovazioni nel campo della geomeccanica computazionale. La data viene a coincidere con l’anniversario dei 50 anni dalla prima conferenza IACMAG, che si era tenuta negli Stati Uniti nel 1972.

L’evento intende fornire un quadro aggiornato dell’ampio campo della geomeccanica computazionale, ed è organizzato congiuntamente dal Politecnico di Torino (grazie al lavoro del Dipartimento di Ingegneria Strutturale, Edile e Geotecnica-DISEG), dall’Università di Grenoble e dal Politecnico di Milano, a simboleggiare l’importanza della cooperazione nazionale e internazionale. Torino si è aggiudicata l’evento nel 2018 a Wuhan, sede dell’ultima edizione della conferenza, dopo un testa a testa con la candidatura della città di Graz e della sua università tecnica.

La conferenza si terrà presso il Politecnico di Torino, mentre le altre due sedi ospiteranno corsi pre-conferenza dedicati alla modellazione multiscala dei geomateriali (il 29 e 30 agosto presso il laboratorio 3SR del campus di Grenoble) e ai processi multi fisici nella geomeccanica (il 30 agosto al Politecnico di Milano). Un ulteriore corso pre-conferenza è previsto al Castello del Valentino, organizzato con InfraTo e dedicato alla progettazione della linea 2 della metropolitana di Torino che prevede, progetto unico al mondo, l’attivazione termica di tutti i rivestimenti dei 10 km di gallerie e delle 13 stazioni, utilizzando anche la tecnologia Enertun, brevettata dal Politecnico di Torino. Questa tecnologia consentirà di ricavare energia geotermica per il riscaldamento e raffrescamento delle stazioni di linea, contribuendo in maniera significativa alla riduzione dell’impronta ambientale dell’opera. Nella giornata di sabato 3 settembre sono previste delle visite tecniche ai cantieri del prolungamento ovest della linea 1 della Metropolitana di Torino e al parcheggio interrato del Politecnico che, con i suoi 172 diaframmi energetici, in attesa della realizzazione della metro 2, costituirà la prima applicazione in Italia di tale tecnologia per dimensioni.

Alla conferenza sono attesi oltre 300 partecipanti da tutto il mondo, pur con alcune aree geografiche ancora penalizzate dalle restrizioni per la pandemia.

La conferenza si svilupperà con lezioni plenarie, ospitate nell’Aula Magna “Giovanni Agnelli” del Politecnicosessioni parallele presso la corte interrata della sede centrale di Ateneo e alcuni eventi sociali che consentiranno ai partecipanti di conoscere e apprezzare il territorio ospitante. Un evento nell’evento è l’”Innovation Hub”, che consentirà a start-up innovative e detentori di brevetti di presentare brevi pitch e incontrare direttamente i partecipanti al convegno. Le innovazioni nel settore della geomeccanica sono infatti molte e la conferenza proverà a metterle in evidenza e a valorizzarle: dagli aspetti più tradizionali delle tecniche di calcolo a supporto del progetto di opere geotecniche o degli interventi di difesa del territorio fino alle tecniche di monitoraggio delle opere e dell’ambiente, dall’effetto dei cambiamenti climatici fino a sconfinare nei settori dell’energia, dell’intelligenza artificiale, della chimica.

“Organizzare questa conferenza è stata una sfida sopra le nostre aspettative a causa della pandemia che ci ha costretto a rimandare l’evento per ben due volte – spiega il professor Marco Barla, docente del Politecnico di Torino e chair della conferenza – Siamo passati dall’entusiasmo di Wuhan, dove ci siamo aggiudicati l’evento, al quasi panico di dover far fronte ad una situazione del tutto inusuale. Tuttavia abbiamo tenuto duro, pubblicato i proceedings in due fasi e organizzato alcuni eventi online di warming-up per tenere vivo l’interesse. E finalmente possiamo re-incontrarci di persona dopo questi difficili due anni”

“L’organizzazione di un evento internazionale richiede entusiasmo, disponibilità ma anche molte persone – aggiunge Alessandra Insana, docente del Dipartimento DISEG del Politecnico di Torino – Nell’organizzazione abbiamo coinvolto anche molti studenti dell’ultimo anno e laureandi di Ingegneria Civile. Per loro è sicuramente un’occasione unica per entrare in contatto con la comunità scientifica internazionale.”

La conferenza si svolgerà in lingua inglese. Tutte le informazioni di dettaglio e il programma dell’evento si possono trovare sul sito web: www.iacmag2022.org.

Ridurre la fibrosi cardiaca: una ricerca del Politecnico

Un gruppo di ricerca interdipartimentale dell’Ateneo ha collaborato con il Centro Cardiologico Monzino e con altri sette partner in Italia e all’estero a uno studio sulle modalità di sviluppo delle fibrosi cardiache, meritandosi la pubblicazione in copertina sulla prestigiosa rivista internazionale ‘Circulation Research’

 

 

Esiste la possibilità di ridurre la fibrosi cardiaca e, di conseguenza, i casi di insufficienza cardiaca. È quanto stabilisce uno studio multidisciplinare condotto dall’Unità di Ingegneria Tissutale del Centro Cardiologico Monzino di Milano (coordinata dal dottor Maurizio Pesce), a cui ha partecipato un team di bioingegneri del Politecnico di Torino, costituito da Massimo Salvi e Filippo Molinari del Dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni-DET e da Dario Carbonaro, Diana Massai e Umberto Morbiducci del Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale-DIMEAS.

Lo scompenso cardiaco è la principale causa di ricovero ospedaliero ed è caratterizzato da un’elevata mortalità. Questa patologia origina da un eccesso di fibrosi del muscolo cardiaco, che ne altera il suo normale funzionamento. L’obiettivo dello studio – pubblicato dalla prestigiosa rivista internazionale “Circulation Research” come articolo di copertina – è stato quello di valutare il ruolo degli stimoli meccanici nel rimodellamento cellulare in soggetti affetti da fibrosi cardiaca.

La ricerca ipotizza infatti che la comparsa di fibrosi possa essere causata dalla risposta delle cellule a particolari stimoli meccanici. I ricercatori hanno utilizzato tecniche di imaging e metodi molecolari per la valutazione della deformazione cellulare. In particolare, il team del Politecnico ha svolto le analisi quantitative su modelli murini e su cellule cardiache umane.

Il lavoro ha portato alla scoperta di un meccanismo in grado di ridurre la fibrosi attraverso l’inibizione degli stimoli meccanici sulle cellule cardiache, prevenendo così la progressione dello scompenso cardiaco.

“Comprendere i meccanismi cellulari alla base dello scompenso cardiaco risulta fondamentale per lo sviluppo di farmaci innovativi in grado di contrastare l’avanzamento della fibrosi e di ripristinare la funzionalità cardiaca” spiegano i membri del team di ricerca del Politecnico.

Circulation Research (h-Index: 352) è la rivista di ricerca di base e traslazionale dell’American Heart Association che abbraccia tutti gli argomenti della cardiologia e della biologia cardiovascolare. La rivista mira a migliorare la comprensione dei meccanismi delle malattie cardiovascolari e le prospettive di innovazione.

Partner coinvolti: Unità di Ingegneria Tissutale Cardiovascolare – Centro Cardiologico Monzino, IRCCS, Milano; Politecnico di Torino; Università di Roma La Sapienza; Mediterranea Cardiocentro, Napoli; Elettra Sincrotrone ScPA, Trieste; Policlinico San Donato, IRCCS; Università di Milano; National Council of Research (IBBC-CNR), Monterotondo; Hokkaido University, Sapporo (Giappone).

 

La mancata ossigenazione del cervello e le NDE, un mistero che affascina gli studiosi

Quando si affronta l’argomento del trauma cerebrale, si pensa, in genere a un episodio violento, da impatto, derivanti per lo più da urto importante, come quello causato da gravi incidenti stradali o da caduta, eventi capaci di causare gravi deficit nell’apporto di ossigeno trasportato dal sangue alle cellule cerebrali, ma non vi sono solo i traumi diretti o indiretti; gli infarti, gli ictus possono determinare un grave stato di ipossia cerebrale.

Una situazione analoga si verifica quando una quantità insufficiente di sangue raggiunge il cervello, come quando si è costretti a respirare fumo o monossido di carbonio, ma anche nei principi di annegamento, o nei casi di abuso di farmaci o droghe, nelle gravi emorragie o nella complicazione di interventi chirurgici, o come nelle mancanze acute di ossigeno derivanti da problematiche legate all’anestesia.

La mancata ossigenazione del cervello è un’emergenza medica che può essere responsabile di lesioni cerebrali irreversibili e se tale condizione perdura senza che si possa intervenire, possono verificarsi morte cerebrale e coma.

Secondo MedlinePlus, una pubblicazione della National Library of Medicine degli Stati Uniti,

“Le cellule cerebrali sono molto sensibili alla mancanza di ossigeno. Alcune cellule cerebrali iniziano a morire meno di cinque minuti dopo la scomparsa dell’ossigeno. Di conseguenza, l’ipossia cerebrale può causare rapidamente gravi danni al cervello o la morte”.

Il cervello utilizza circa un quinto dell’apporto totale di ossigeno dell’organismo il gas che inaliamo senza interruzione con il respiro, elemento di importanza fondamentale per la nostra vita perché permette la normale trasmissione degli impulsi nervosi in tutto l’organismo.

Un trattamento rapido può aiutare le persone che hanno lesioni cerebrali dovute all’ipossia cerebrale, ma nessuno può ripristinare la funzionalità di cellule cerebrali morte o invertire una lesione cerebrale; una simile condizione può causare danni cerebrali per tutta la vita. Se continua troppo a lungo, può essere fatale.

I pazienti, superata la fase acuta grazie alle idonee terapie, che vanno iniziate fin dai primi istanti della crisi ipossica, presentano una respirazione veloce e superficiale, appaiono disorientati, le pupille sono dilatate e possono avere una crisi convulsiva, e possono non essere in grado di ricordare il loro nome ed altri elementi legati alla loro vita privata.

Se non si supera la fase acuta, le funzioni principali governate dal cervello, quali la respirazione ed il battito cardiaco si arrestano e solo un intervento rapido e preciso da parte di professionisti attrezzati e capaci può salvare la vita del paziente.

Mentre ormai conosciamo in ogni dettaglio quali sono i fenomeni fisici che conducono al disfacimento corporeo, sappiamo ancora relativamente poco cosa avviene alla mente umana quando la vita termina.

L’arresto cardiaco è la fase finale del processo di morte, indipendentemente dalla causa; studi recenti condotti su pazienti che si sono ripresi e tornati ad una vita normale hanno dimostrato che, di norma, ricordino poco o nulla dell’evento.

Di questi pazienti circa il dieci per ccento sviluppa ricordi molto particolari e suggestivi, coerenti con quelle che oggi sono descritte come tipiche esperienze di premorte. Queste includono la capacità di “vedere” e ricordare descrizioni dettagliate della rianimazione, come verificato dal personale che ha praticato le manovre necessarie a rianimare il soggetto. Molti studi condotti sull’uomo e sugli animali hanno indicato che la funzione cerebrale cessa durante l’arresto cardiaco: si viene così portati a chiedersi come possano verificarsi processi di pensiero tanto lucidi e ben strutturati, con ragionamento e formazione di memoria, in un momento in cui, in base a quanto sappiamo, il cervello non dovrebbe essere più in grado di funzionare.

Le esperienze riferite si somigliano tutte; ad ogni latitudine vengono riferite la sensazione di abbandonare il proprio corpo incosciente e fluttuare al di sopra di questo, salendo verso una luce brillante visibile al fondo di un tunnel, mentre scompaiono le sofferenze e si assapora un profondo stato di calma e benessere.

Più di un soggetto ha riferito incontri con esseri spirituali e con le persone care già morte, in un ambiente meraviglioso che faticano a descrivere.

Se il trauma viene risolto e l’ossigenazione cerebrale e le normali funzioni vitali riprendono, viene riferito un potente richiamo a rientrare nel corpo fisico, abbandonando, a fatica quel luogo di delizie.

A questa successione di eventi si è dato il nome di NDE, Near Death Experiences, una serie di esperienze da cui la vita delle persone che hanno sperimentato simili fenomeni, rimane profondamente influenzata. Nella maggior parte dei casi viene vinta la paura della morte, e maturano la coscienza che la loro esperienza sia stata reale

Dopo una NDE, la vita di molte persone viene profondamente cambiata, spesso portando a cambiamenti nella carriera e nelle relazioni.

Il problema, dibattuto da scienziati di tutto il mondo, è se si sia trattata di una vera e propria esperienza metafisica o, se quanto raccontato da persone che hanno sfiorato la morte, dipenda da una forma di stress cerebrale secondario ad una carenza di ossigeno, un cervello che ha insito in sé una sorta di programma in grado di alleviare la paura del distacco mente-corpo, imponendo all’organismo una risposta che, come detto, è praticamente uguale nelle persone, in ogni parte del mondo.

Cessare di vivere non deve essere certo un’esperienza piacevole; si suppone pertanto che l’organismo, in quei momenti, possa rilasciare una serie di sostanze ( endorfine?) che possono attenuare la paura, rendendo assai meno traumatico il decesso.

Da alcuni decenni la scoperta di questa reazione di fronte ad un evento tragico ha suscitato, e continua a suscitare, un notevole interesse fra i neurofisiologi, particolarmente attenti a cercare di comprendere quale possa essere il rapporto fra coscienza e cervello, una connessione tutt’ora sconosciuta che, nonostante i mezzi di cui disponiamo in quest’epoca che vogliamo moderna, rimane senza una risposta soddisfacente.

Rodolfo Alessandro Neri

Cardiologi e cardiochirurghi delle Molinette di Torino a Tokyo per insegnare una nuovissima tecnica di riparazione  della valvola mitrale

Trasferta di lavoro a Tokyo nei giorni scorsi per i dottori Stefano Salizzoni ed Alessandro Vairo, rispettivamente cardiochirurgo e cardiologo dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino.

Il viaggio ha avuto lo scopo di insegnare l’innovativa tecnica micro-invasiva di riparazione della valvola mitrale a cuore battente mediante posizionamento di corde artificiali in quattro ospedali della capitale nipponica: Juntendo University, St. Luke’s Hospital, Tokyo University School of Medicine e New Heart Watanabe Institute. Grazie agli insegnamenti ed alla supervisione dei due medici torinesi, il dottor Ryuta Seguchi, membro dell’équipe del professor Go Watanabe, è stato certificato quale primo operatore indipendente in Giappone.
La stretta collaborazione tra cardiologi e cardiochirurghi ha permesso alle Molinette di essere nell’élite mondiale per le tecniche di riparazione della valvola mitrale, oltre che centro di riferimento per il trapianto di cuore e per il trattamento dello scompenso cardiaco avanzato. Questa tecnica a cuore battente, importata in Italia dagli Stati Uniti dal dottor Stefano Salizzoni, permette di eseguire, mediante una incisione di 5-6 cm nel torace di sinistra, lo stesso intervento di riparazione che invece tradizionalmente viene eseguito a “cuore aperto” e con il supporto della circolazione extracorporea. Questo approccio innovativo é molto vantaggioso rispetto alla sostituzione della valvola, poichè preserva la funzione dell’apparato valvolare nel suo complesso con effetti benefici sulla funzione cardiaca nel lungo periodo, limita l’utilizzo di anticoagulanti ed i tempi di degenza e di recupero. Insomma questa tecnica ha il grande vantaggio di ricostruire l’anatomia normale della valvola mitrale senza fermare il cuore. I pazienti che possono essere operati con questa tecnica devono essere affetti da insufficienza mitralica dovuta a prolasso del lembo posteriore, patologia di cui é affetto circa il 2% della popolazione. Alle Molinette vengono eseguiti circa 250 casi all’anno di interventi sulla valvola mitrale e circa il 10% vengono eseguiti con questa tipologia di intervento a cuore battente. A limitare questa tecnica, oltre ad un follow-up ancora relativamente breve (circa 5 anni, rispetto ad esperienze di più di 40 anni della chirurgia tradizionale), vi sono anche i costi elevati dovuti all’utilizzo delle nuove tecnologie. Per questo motivo i pazienti al momento vengono selezionati in base al profilo di rischio. Le Molinette è tra i primi centri al mondo per quantità e qualità di questa tipologia di intervento.
Grazie all’esperienza maturata in questi anni i dottori Salizzoni e Vairo vengono spesso chiamati in altri ospedali per eseguire, insegnare e supervisionare questo intervento innovativo. Finora i due giovani medici hanno divulgato questa tecnica in numerosi centri italiani e tedeschi, in Olanda, Austria, Lituania, Slovenia e Belgio. Hanno inoltre eseguito i primi interventi in Portogallo, Irlanda del Nord, Cina, Hong Kong e Giappone.
Un aspetto determinante é la strettissima collaborazione tra il cardiochirurgo ed un cardiologo ecocardiografista esperto, che valuti il paziente prima dell’intervento e che guidi il cardiochirurgo stesso durante l’operazione nel corretto posizionamento delle cosiddette “neocorde” e nella giusta tensione da dare alle corde stesse.
“L’evoluzione tecnologica e la volontà di ridurre sempre di più l’invasività degli interventi, complice l’innalzamento dell’età media della popolazione, l’incremento del numero di patologie per singolo paziente e quindi del rischio operatorio, hanno portato allo sviluppo di tecniche micro-invasive di riparazione a cuore battente che permettono di diminuire in maniera consistente il rischio operatorio e le giornate di degenza, spesso evitando anche il transito in terapia intensiva ” – spiega il professor Mauro Rinaldi (Direttore Cardiochirurgia ospedale Molinette).
“Venendo alle Molinette – chiarisce il professor Gaetano Maria De Ferrari (Direttore Cardiologia universitaria ospedale Molinette) – un paziente ha la certezza di essere valutato in uno dei pochi centri al mondo dove si ha l’esperienza in ogni tipo di approccio per la patologia valvolare mitralica. Grazie allo strettissimo rapporto tra cardiologi e cardiochirurghi, è così possibile proporre un trattamento individualizzato per ogni singolo paziente, offrendo ad ognuno la migliore opzione, bilanciando attentamente i rischi ed i benefici.”
“E’ un orgoglio per la nostra Azienda che il team di cardiologi e cardiochirurghi sia richiesto a livello mondiale in Nazioni quali il Giappone, che più spesso esportano tecnologie verso l’Italia piuttosto che viceversa – dichiara il dottor Giovanni La Valle (Direttore generale Città della Salute di Torino) – Tutto ciò costituisce un’ulteriore conferma delle eccellenze in questi campi e non solo dei nostri ospedali”.
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