Il Governo Meloni non ha finanziato il Piano Nazionale Demenze nella legge di bilancio 2024 e la Giunta Cirio non ha sopperito con fondi regionali.
27.11.2023 – Secondo l’OMS la demenza è la 25esima causa di disabilità nel mondo, la settima causa di morte nell’ultimo ventennio e rappresenta una condizione che, con l’aumentare dell’aspettativa di vita e con la curva demografica italiana, coinvolgerà un numero sempre maggiore di persone. La maggioranza dei malati affetti da demenza vive in famiglia, con un notevole carico assistenziale che ricade pressoché interamente sui caregivers. Nonostante ciò, il Governo Meloni non ha finanziato il Piano Nazionale Demenze nella legge di bilancio 2024, che deve essere approvata dal Parlamento entro il 31 dicembre, così come non ha finanziato il fondo nazionale di sostegno alla locazione e il fondo per la morosità incolpevole e ha tagliato sensibilmente il fondo sanitario e il reddito di cittadinanza.
Il combinato disposto di tutti questi tagli, rischia di aggravare considerevolmente le condizioni dei malati e delle loro famiglie.
E’ urgente intervenire subito per non lasciare sole 1.480.000 famiglie italiane che convivono con le demenze, come ha denunciato la Federazione Alzheimer Italia. Il fondo triennale di 15 milioni di euro per le demenze, stanziato nel 2021, nonostante il decreto che dispone la proroga al 31 marzo 2024 dei termini per il suo utilizzo, si esaurirà nei prossimi mesi. Per quanto modesto, questo fondo ha permesso alle Regioni di avviare 31 piani di intervento nel campo della diagnosi e della presa in carico delle persone con demenza. È dal 2014, anno di approvazione del Piano Nazionale Demenze, che si afferma la necessità di mettere risorse. Le Regioni devono poter proseguire con l’implementazione dei loro progetti, anche per risolvere una situazione a macchia di leopardo che non garantisce ovunque lo stesso livello di servizi.
Ho presentato un piccolo emendamento di 500.000 euro al disegno di legge di variazione del bilancio di previsione finanziario 2023-2025 della Regione, attualmente in discussione in consiglio regionale, ma la Giunta Cirio ha ritenuto di bocciarlo.
La destra non sta facendosi carico di questi malati.
Monica CANALIS – consigliera regionale PD
Dopo tanti proclami e interviste la somma della economia piemontese, come diceva il Principe De Curtis, da un totale inferiore alla media nazionale, tutto grazie alla bassa crescita di Torino come ha detto Banca d’Italia. Lunedì scorso un importante quotidiano ha pubblicato la tabella che allego relativa alla crescita del PIL dal 2018 al 2022 del Piemonte , dell’Italia e di Cuneo. Basta fare il calcolo della crescita e si scopre che mentre l’Italia è cresciuta del 7,8% e il Piemonte del 7,2, Cuneo è cresciuta del 12%
Tra i vizi peggiori che permangono nella politica italiana non possiamo non ricordare quello della cosiddetta “delegittimazione morale” dell’avversario. Un vecchio tic che storicamente è figlio e prodotto della cultura della sinistra italiana nella sue multiformi espressioni e che individua proprio nella delegittimazione morale dell’avversario/nemico uno dei suoi caposaldi costitutivi. Una teoria che parte anche da un altro dogma che nel tempo è maturato e si è consolidato per motivazioni alquanto misteriose. E cioè, la cosiddetta “superiorità morale” o “diversità morale” che dir si voglia rispetto agli avversari che si incontrano di volta in volta. Nell’un caso come nell’altro, però, si tratta di riaffermare che la propria parte politica è moralmente ed eticamente diversa, in quanto superiore, rispetto all’avversario/nemico, a tutti gli avversari/nemici. E, sotto questo versante, la lista è abbastanza lunga perchè inizia con l’esperienza cinquantennale della Democrazia Cristiana – come non ricordare “l’alternativa morale” proposta dal Pci negli anni ‘80 – e quasi tutta la sua autorevole qualificata classe dirigente per proseguire, seppur con toni e modalità diversi, con la stagione berlusconiana, quella salviniana e adesso, e a maggior ragione, con il centro destra a trazione Giorgia Meloni. Ora, seppur nel rigoroso rispetto di tutte le opinioni, è indubbio che la categoria etica della diversità o della superiorità morale, ostentata o pensata o contemplata poco importa, non è una valutazione politica ma una considerazione profondamente e strutturalmente impolitica. Al punto che quando prevale questo pregiudizio e questa valutazione dogmatica è lo stesso confronto politico democratico che ne paga le conseguenze. E questo per la semplice ragione che non si valuta il “merito” o il “contenuto” delle singole questioni sul tappeto ma il giudizio sulle singole persone e sui partiti avversari. E, nello specifico, il giudizio etico/morale. Una valutazione, questa, che purtroppo alligna anche in settori, seppure e per fortuna molti circoscritti, dell’area cattolica italiana. Dove, cioè, prevalgono giudizi che esulano dalle valutazioni politiche per concentrarsi, invece, sul versante personale o di partito. Ecco perchè, e anche alla luce di queste perduranti e persistenti valutazioni, forse è opportuno ribadire ancora una volta con forza e determinazione che un conto è l’onestà, la correttezza e la trasparenza del comportamento dei singoli nell’attività politica a qualsiasi livello, altra cosa – e del tutto diversa – è la pretesa di costruire progetti politici e alternative programmatiche partendo da valutazioni vagamente moralistiche o di carattere etico rispetto all’avversario/nemico. Questo, come ovvio, non mette affatto in discussione l’onestà e la rettitudine del singolo esponente politico ma, semmai e al contrario, serve per ribadire con forza la necessità che il confronto e la stessa dialettica politica fra partiti e schieramenti diversi o alternativi non può continuare a porre – in modo palese o meno palese – la dimensione della “superiorità” o della “diversità” morale come elemento discriminante di valutazione politica, culturale e programmatica. Perchè la vera laicità dell’azione politica e, soprattutto, la sana correttezza del confronto politico sono tasselli decisivi e fondamentali che non possono basarsi su pregiudizi o su pregiudiziali pre politici. Ne va della credibilità della politica, della qualità della democrazia e della stessa efficacia delle nostre istituzioni democratiche.