Burkinabé, l’ultimo libro del critico d’arte omegnese Giulio Martinoli, è un diario di viaggio alla scoperta del Burkina Faso (l’ex Alto Volta, un tempo colonia francese) nell’africa occidentale, uno dei paesi più poveri del mondo. Privo di sbocchi sul mare, il paese stretto tra Mali, Niger, Benin, Togo, Ghana e Costa d’Avorio venne visitato dall’autore poco più di vent’anni fa nel corso di una missione umanitaria per conto di una ONG. I Burkinabé, le donne e gli uomini del Burkina Faso incontrati e raccontati, vengono descritti mettendo in rilievo abitudini e realtà di una terra dove convivono povertà e sorrisi, semplicità e condivisione, mostrando la grande diversità mentale tra la nostra realtà di paesi europei e l’Africa, con il crescente cinismo e individualismo da un lato, il calore e l’accoglienza dall’altro.

Spesso il nostro gusto per l’esotico si nutre di una mal celata e narcisistica superiorità che questo libro di Giulio Martinoli smonta pezzo per pezzo attraverso l’attenta e mai superficiale descrizione delle persone incontrate nel corso del suo viaggio, capaci di vivere ogni momento della quotidianità nella ricchezza di un presente divenuto ormai estraneo alla nostra visione del mondo. Nel libro corredato da foto e disegni, Giulio Martinoli esplora le identità culturali, le abitudini delle varie etnie partendo dai Mossi, la più diffusa tra le quasi sessanta che vivono nel Burkina Faso. Un’esplorazione del paesaggio geografico e umano che coinvolge il lettore pagina dopo pagina attraverso la vita, la musica, le vicissitudini di persone che vivono in un ambiente umano e sociale in cui il senso del limite (di ciò che è possibile e di ciò che non lo è) si percepisce ad ogni momento sulla pelle. La lettura di Burkinabé ci fa intuire come a quelle latitudini il viaggio diventa davvero incontro con altre realtà, confermando quanto sosteneva Marcel Proust: “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.
Marco Travaglini

RUBRICA SETTIMANALE A CURA DI LAURA GORIA
Lo scrittore irlandese Colun McCann ha cercato la madre di James e, 10 anni dopo l’assassinio, ha scritto con lei questo testo che parla di perdono, ma gronda anche rabbia verso gli Stati Uniti che non hanno salvato il giovane.
Elsewhere significa Altrove ed è proprio lì che finisce la protagonista del romanzo, Elizabeth, Liz. E’ appena morta, a soli 15 anni, stritolata da un taxi. Ora si ritrova frastornata sul traghetto Nilo. Con fatica apprende di essere morta e in viaggio verso “Altrove”, insieme a quelli deceduti il suo stesso giorno.
Il protagonista Loris è uno che, fondamentalmente, ha il male di vita e del vivere. Lo percepisce con continui sintomi: dall’emicrania a dolori di pancia o a qualsiasi parte del corpo. Quello che sembra un ipocondriaco malato immaginario è di fatto un giovane sottopagato e precario che somatizza le difficoltà disseminate sul suo cammino.
Non smentisce la sua bravura la scrittrice tedesca che in questo thriller tiene alta l’attenzione dei lettori fin dalle prime pagine. Nella costa occidentale della Scozia due famiglie che non si conoscono campeggiano in una baia isolata dove troveranno la morte per mano di uomini mascherati. Alla strage è scampata solo la giovane Iris, primogenita di una delle coppie massacrate.


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Voce narrante è quella di Ingrid, scrittrice che ha appena pubblicato il suo ultimo libro, intenta al tour del firma copie. Viene così a sapere che la reporter di guerra Martha, amica negli anni Ottanta e di cui aveva perso le tracce, è ricoverata per un cancro che la sta uccidendo. Non si vedono da una vita, ma quando va a trovarla in ospedale il tempo si azzera e tutto torna come prima.
Tracy Chevalier (nata in America 61 anni fa, naturalizzata inglese nel 1984) è la scrittrice che 25 anni fa raggiunse il successo planetario con “La ragazza con l’orecchino di perla”. Ora torna con un altro romanzo storico, in cui ricompaiono anche le perle che qui, però, sono di vetro. L’arco temporale si snoda attraverso i secoli; dalla Venezia rinascimentale a quella odierna, meta turistica gettonatissima.
E’ una saga familiare scritta a quattro mani e racconta ascesa, vicende e declino dell’importante famiglia Badoni, il cui palcoscenico è l’imponente villa, simbolo dei cambiamenti nel corso del 900. La dimora è il punto fisso e riferimento intorno al quale si muove questo potente romanzo in parte storico.
L’ autrice è filosofa del linguaggio all’Università di Torino, e in questo smilzo libro riflette sul nuoto che, come ogni altro sport, è molto più che semplice movimento. Di fatto queste scorrevolissime 128 pagine sono l’apologia dello sport acquatico.