CULTURA- Pagina 29

La Festa dei Valdesi

Il 17 febbraio i valdesi celebrano la loro libertà: lo stesso giorno del 1848 Re Carlo Alberto, primo sovrano del Ramo Carignano di Casa Savoia firmò le Lettere Patenti con le quali concesse ai valdesi residenti nel Regno di Sardegna tutti i diritti civili e politici al pari dei sudditi cattolici, ponendo così fine ad una secolare discriminazione e permettendo ai giovani di frequentare le scuole e le università.
Il monarca il 4 marzo seguente promulgò lo Statuto Albertino, Carta che fu la Costituzione d’Italia dal 1861 al 1948, mentre il 29 marzo, sul campo di battaglia di Voghera, firmò un decreto che concedeva tutti i diritti civili agli ebrei e agli altri acattolici. Con quest’atto il Regno di Sardegna ebbe il merito d’avere concesso per primo l’emancipazione ai giudei d’Italia.

Ma chi sono i valdesi?

La Chiesa Valdese venne fondata nel XII secolo da Valdo di Lione, un mercante francese che abbandonò i suoi beni per predicare il Vangelo tra i poveri.
Rifiutatosi di astenersi dal predicare e spiegare le Sacre Scritture, venne espulso dalla Diocesi di Lione insieme ai suoi seguaci.
Nel 1532 i valdesi aderirono alla Riforma protestante e nel Ducato di Savoia, con la Pace di Cavour, sottoscritta il 5 giugno 1561 nella Casaforte degli Acaja in nome del Duca Emanuele Filiberto da Filippo di Savoia-Racconigi, venne loro concessa la libertà di culto nelle cosiddette “Valli Valdesi: la Val Pellice, la Val Chisone e la Valle Germanasca. Questo atto rappresentò il primo esempio di libertà religiosa nell’Europa moderna.
Nel 1655, si verificò l’episodio più triste relativo al rapporto tra i Savoia e queste popolazioni: le Pasque Piemontesi. Il giovane Duca Carlo Emanuele II, spinto dalla cattolicissima madre la prima Madama Reale Cristina di Borbone-Francia, inviò il Marchese di Pianezza Carlo Emanuele Simiana nelle Valli Valdesi: i valdesi ospitarono senza sospetti gli armigeri nelle loro case, ma questi, sabato 24 aprile, vigilia di Pasqua, alle 4 del mattino, dopo un segnale convenuto dal Castello di Torre Pellice, assalirono la popolazione, che venne in gran parte massacrata. Alcuni superstiti si rifugiarono nel Queyras, in Francia, altri vennero imprigionati, altri ancora furono convinti con la forza a convertirsi al cattolicesimo. Si salvò solo la popolazione di San Martino, in Val Germanasca, che avvertita dal cattolico Emanuele Bocchiardo riuscì a scappare in Alta Val Chisone. Nelle Valli Valdesi il culto protestante venne proibito, ma l’ondata d’indignazione internazionale suscitata da questo fatto portò alla firma a Pinerolo il 18 agosto delle Patenti di Grazia, le quali ripristinavano almeno in parte le libertà civili e religiose di queste popolazioni.
In Italia oggi i valdesi sono circa 30 mila e delle 41 chiese presenti in Piemonte, 18 sono proprio nelle Valli Valdesi, il cui centro più importante è Torre Pellice.

I festeggiamenti

Ogni anno, la veglia del 17 febbraio nelle Valli Valdesi vengono accesi i falò, che simboleggiano la libertà conquistata. I fedeli si ritrovano presso i templi, da dove partono le fiaccolate verso i luoghi dove ardono i falò. Molto suggestive sono le fiaccolate sugli sci.
La giornata di festa viene celebrata con servizi religiosi, cortei in costume, concerti ed incontri.
Nelle cucine è protagonista la tradizionale “supa barbetta”, pietanza che prende il nome dai “barba”, ministri e predicatori valdesi e da “barbet”, che in dialetto piemontese indica queste popolazioni.
In un recipiente di terracotta o rame vengono disposte foglie di verza, grissini e toma, il tutto viene poi spolverato con cannella, chiodi di garofano e noce moscata. La pietanza viene in seguito condita con qualche fiocco di burro ed è accompagnata da brodo di gallina e maiale. La si porta a cottura sulla brace del camino o sulla stufa senza mai girarla, perché i grissini devono conservare la loro integrità.
In origine si utilizzava il pane raffermo, sostituito, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, dai grissini, che le famiglie benestanti andavano appositamente a comprare a Torino.

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ANDREA CARNINO

Il valore etico della narrativa di Rigoni Stern

In questa fase critica del nostro tempo che, tra conflitti e preoccupazioni per il futuro, segna il punto di alto della crisi per la storia recente dell’umanità si è portati a riflettere sulle parole di uno dei più grandi narratori contemporanei italiani, Mario Rigoni Stern (1921-2008). Nel 2002, in un’intervista concessa a Giulio Milani, si ritrovò a considerare gli effetti benefici di una crisi economica “che prende sempre di mezzo la povera gente”, non nascondendosi come “piuttosto che una guerra, è meglio una grande crisi per stravolgere un poco questo mondo, per metterlo sulla strada giusta, per far capire che non è più la borsa che deve governare”. Non si può fare a meno di ripensare a questa frase oggi dove occorrerebbe ristabilire un patto d’azione tra le istituzioni – dal governo in giù – con i sindacati, i corpi intermedi della società, i ceti produttivi per rimettere la locomotiva italiana su quei binari che hanno, pur tra luci ed ombre, assicurato al Paese uno sviluppo, cercando di recuperare i ritardi atavici che pesano come una palla al piede. Quasi il ritorno, dunque, a stagioni dimenticate. E qui, il discorso vira decisamente su Mario Rigoni Stern. Un ritorno che è anche un azzardo, perché parte proprio da “Stagioni”, l’ultimo libro pubblicato in vita, in cui lo scrittore di Asiago raccontava che cosa significasse per lui lo scorrere del tempo scandito dai ritmi stagionali. Dell’inverno ricordava la legna secca che brucia nelle cucine, il freddo e la neve; dell’estate rammentava i salti sui mucchi di fieno e i nidi di calabroni mentre l’autunno era stagione di rientro delle greggi, di caccia ed escursioni tra i boschi.

In primavera partivano gli emigranti stagionali per la Prussia o la Boemia, ma era anche il momento del risveglio della natura e del ritorno dei rondoni, oltre che il periodo migliore per morire, come accadde al nonno di Mario, a sua madre e a lui stesso. Morire mentre rinasce la vita. Lo scrittore morì ottantaseienne il 16 giugno del 2008, dopo alcuni mesi di malattia, nel letto della sua casa di Asiago. Era un lunedì sera e per sua precisa disposizione la notizia della morte venne diffusa solo a funerali avvenuti, il giorno dopo, nella piccola chiesa del centro dell’altopiano dei Sette Comuni. C’erano la moglie Anna, i tre figli con i due nipoti e il fratello Aldo a salutarne il feretro. Poche persone, raccolte nella cappella come voleva il Sergente nella neve. Al mesto rintocco del Matìo, il campanone di Asiago, toccò l’ultimo saluto. Ora è sepolto nel cimitero a sud del paese, sotto una grande croce di marmo chiaro che lui stesso aveva voluto recuperare dalla tomba del nonno paterno Giovanni Antonio. Sulla tomba una piccola aiuola coltivata a fiori come piaceva a lui, per certi versi simile a quella della teologa e scrittrice Adriana Zarri a Crotte di Strambino, nella campagna canavesana. Ho un personale ricordo di una serata in cui parlammo di lui a Falmenta, in valle Cannobina, dialogando con uno dei suoi più grandi amici, il compositore e maestro Bepi De Marzi: quest’ultimo avanzò l’ipotesi che l’ultima dimora ad Asiago fosse un cenotafio, una tomba vuota, immaginando che le ceneri dello scrittore fossero state disperse nella steppa russa dove riposavano i suoi commilitoni dei reparti alpini che persero la vita nella tragica ritirata di Russia. Ovviamente si trattava solo un’ipotesi, per quanto suggestiva. Mario Rigoni Stern nel 1973 pubblicò una raccolta di racconti intitolata “Ritorno sul Don”. Scrisse, nell’occasione: “Ecco, sono ritornato a casa ancora una volta; ma ora so che laggiù, quello tra il Donetz e il Don, è diventato il posto più tranquillo del mondo. C’è una grande pace, un grande silenzio, un’infinita dolcezza. La finestra della mia stanza inquadra boschi e montagne, ma lontano, oltre le Alpi, le pianure, i grandi fiumi, vedo sempre quei villaggi e quelle pianure dove dormono nella loro pace i nostri compagni che non sono tornati a baita”. L’intera sua vita fu segnata dai ricordi di quella guerra, dal gelo della steppa nella sacca del Don, dal calore umano che trovò nelle isbe anche con i “nemici”. Ricordi che si mescolarono con l’amore per la sua terra, per le vicende dei montanari e la vita che si svolgeva seguendo i tempi dettati dall’orologio della natura. Nel 1938, a diciassette anni (“Sull’Altipiano, per noi ragazzi c’era un detto: o prete, o frate, o fuori con le vacche”) entrò alla Scuola Militare d’alpinismo di Aosta, quindi combatté come alpino nel battaglione Vestone in Francia, Grecia, Albania, Russia. Fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre, rientrò a casa a piedi, dopo due anni di lager in Lituania, Slesia e Stiria il 5 maggio del 1945. Da quel momento non lasciò più il suo Altopiano dove viveva nella casa che si era costruito da solo, insieme alla moglie e ai figli. Ad Asiago lavorò al catasto comunale, mantenendo l’impiego fino al 1970, quando decide di dedicarsi completamente al lavoro di scrittore. Fu Elio Vittorini, nel 1953, a fargli pubblicare per I Gettoni di Einaudi il suo primo romanzo “Il sergente nella neve”. Poco meno di dieci anni dopo, nel 1962 pubblicò il secondo, “Il bosco degli urogalli”, sempre per Einaudi. Tanti altri seguirono fino a “Stagioni”, l’ultimo romanzo uscito nel 2006, due anni prima della scomparsa. Mario più volte affrontò l’argomento della morte, sottolineando come questa non gli incutesse paura. “La vita si sa che deve finire, ma io non vivo questa consapevolezza con angoscia” raccontò in una intervista per il suo 85esimo compleanno. “Semmai può spaventare la sofferenza fisica, perché a volte il dolore umilia, non lascia all’uomo nemmeno la possibilità di pensare. Ma è un’età, la mia, che va affrontata avendo la coscienza del limite”. D’altronde la morte si era sempre intrecciata alle vicende della sua vita, se non altro per la coincidenza che l’aveva visto venire al mondo (e quindi festeggiare il proprio compleanno) il primo novembre del 1921, giorno dei morti. Per contrasto, nei suoi libri e nei racconti, la vita e le fatiche che l’accompagnano emergevano con grande forza, accompagnando i lettori tra sentieri di montagna e vicende consumatesi su quei confini tra Italia e mitteleuropa. Forse è anche per questo che il tempo che scorre non affievolisce la voce che esce dalle pagine che ci ha lasciato. Una voce potente che si può udire leggendo la raccolta di ventisette interviste fra le tante concesse dallo scrittore di Asiago nell’arco di tempo compreso fra il 1963 ( quando vinse il Bancarellino con “Il sergente nella neve”) e il 2007, l’anno prima della scomparsa. Le pubblicò Einaudi col titolo ”Il coraggio di dire no”, a cura di Giuseppe Mendicino. I testi sono suddivisi in quattro parti: “La vita”, “I libri”, “Le guerre”, “La natura, le montagne, la caccia”, riassumendo così la biografia e l’orizzonte etico-culturale di Mario. Rigoni Stern non si è mai considerato un vero e proprio romanziere ma semmai un narratore, un testimone, un “cancelliere della memoria”, come lo definì acutamente Corrado Stajano. Nella sua vita frequentò, durante i primi anni della sua vita militare e poi nel dopoguerra, diverse località della Valle d’Aosta e del Piemonte: dall’Aosta della caserma “Testa Fochi” all’alta Val Formazza del “corso sciatori” del gennaio del 1939, descritta nel suo “L’ultima partita a carte”; da Champorcher e Cogne, la Val Veny e la Val Soana, il Piccolo San Bernardo. E poi la Torino dell’Einaudi, nella storica sede al n.2 di via Biancamano. Nove anni dopo “Il sergente nella neve”, nel 1962 pubblicò il secondo romanzo, “Il bosco degli urogalli”, sempre per la casa editrice dello struzzo. E tanti altri seguirono fino a “Stagioni”, l’ultimo romanzo uscito nel 2006, due anni prima della sua morte. I testi raccolti ne “Il coraggio di dire no” iniziano con un monologo dello stesso scrittore che racconta il suo grande “rifiuto”, dopo essere stato fatto prigioniero dai nazisti e internato in un lager in Masuria, vicino alla Lituania. Scrive, Rigoni Stern: “Dopo quattro o cinque giorni, ci proposero di arruolarci nella repubblica di Salò, ossia di aderire all’Italia di Mussolini. Eravamo un gruppo di amici che avevano fatto la guerra in Albania e in Russia. Eravamo rimasti in pochi. Ci siamo messi davanti allo schieramento, e quando hanno detto «Alpini, fate un passo avanti, tornate a combattere!», abbiamo fatto un passo indietro. Gli altri ci hanno seguito… Abbiamo resistito… Avevamo imparato a dire no sui campi della guerra. È molto più difficile dire no che sì”. Una narrazione chiara, asciutta, antiretorica. Trasmette per intero il suo codice etico dove trovano spazio il senso di giustizia, il coraggio, l’amore per la natura, la generosità verso gli altri, l’indipendenza di giudizio, la passione civile. In un colloquio del 2004 per “La Regione Ticino”, Rigoni Stern mise in luce il suo lato ironico, raccontando di una specie di scherzo che faceva con Giulio Einaudi andando in giro per le librerie e rivoltando verso l’interno i dorsi dei libri che non gradivano. In questa come in tutte le sue opere, Mario Rigoni Stern riflette l’immagine di una persona saggia, severa con se stesso prima ancora che con gli altri ma capace anche di grande ironia. E di una forza che, per nostra fortuna, attraverso i libri non ha mai smesso di parlarci e farci compagnia.

Marco Travaglini

A San Valentino in coppia al museo

 

 

Sabato 14 febbraio un solo biglietto a chi si presenta in coppia

Offerta valida per le mostre temporanee e le collezioni permanenti di GAM, MAO

e Palazzo Madama

In occasione di San Valentino, sabato 14 febbraioGAMMAO e Palazzo Madama propongono una speciale promozione dedicata a ogni coppia, senza distinzione di genere, sesso, età e relazione.

 

Tutti i visitatori che si presenteranno in due (coniugi, fidanzati, genitori e figli, amici o parenti) potranno accedere alle collezioni permanenti e alle mostre temporanee Notti. Cinque secoli di sogni, stelle e pleniluniLinda Fregni Nagler. Anger Pleasure FearElisabetta Di Maggio. Frangibile Lothar Baumgarten. Culture Nature alla GAM e Chiharu Shiota: The Soul Trembles al MAO con la formula 2×1, pagando un solo biglietto a prezzo intero e valido per 2 persone.

L’offerta è valida solo sul biglietto intero. Non cumulabile con Abbonamento Musei e Torino Piemonte Card.

 

Completa l’iniziativa un ricco calendario di visite guidate tematiche a cura di Coopculture:

 

sabato 14 febbraio ore 15:30

LE MILLE E UNA DECLINAZIONI DELL’AMORE NELLE OPERE DEL MAO

Il percorso di visita condurrà il pubblico alla scoperta delle opere d’arte del museo accomunate dal tema amoroso e sessuale in ambito buddhista e induista. L’apprezzamento dell’estetica delle opere del Subcontinente indiano e della Regione Himalayana andrà di pari passo con l’approfondimento di tematiche connesse alla sfera amorosa nelle sue innumerevoli sfumature.
NB percorso consigliato per il solo pubblico adulto.

 

sabato 14 febbraio ore 15:30 
MANO NELLA MANO: AMORI CELEBRI A PALAZZO MADAMA

A Palazzo Madama, le collezioni raccontano grandi amori della storia attraverso dipinti e raffinati oggetti decorativi. Durante la visita, i partecipanti possono seguire le tracce di passioni celebri e legami importanti. I due grandi ritratti equestri in Sala Guidobono narrano un’unione storica: Carlo Emanuele II, imponente opera del Brambilla e, sulla parete opposta, Maria Giovanna Battista Savoia Nemours: un matrimonio durato dodici anni specchio della storia sabauda di XVII secolo. Coppie famose, simboli di fedeltà, graziosi putti che scoccano dardi: l’amore è ovunque. I variegati e intriganti i lambriggi in Camera Nuova svelano storie e passioni che, da sempre, sono state ispirazione d’arte: Diana e Endimione; Giove, Danae e la pioggia d’oro: fin dalla antichità il nobile sentimento è stato protagonista nell’arte e nella vita.

 

sabato 14 febbraio ore 16:00

NOTTI D’AMORE: SAN VALENTINO ALLA GAM

In un pomeriggio dedicato all’amore, entreremo nella mostra “Notti” lasciandoci guidare dalle opere e dalle loro ombre. Tra immagini che si accendono nella penombra e poesie d’amore lette lungo il percorso, scopriremo come la notte sappia custodire emozioni, incontri e desideri.

Un breve viaggio nel museo, e dentro di noi, per celebrare l’amore in tutte le sue forme.

 

Costo di ogni visita guidata: 10€ a partecipante
Costi aggiuntivi: biglietto d’ingresso al museo; gratuito per i possessori di Abbonamento Musei.
Acquisto online su  https://tickets.fondazionetorinomusei.it/webshop/webticket/eventlist?production=117 fino a esaurimento posti disponibili.
Informazioni t. 011.19560449 oppure ftm.prenotazioni@coopculture.it

“Adotta uno scrittore, una scrittrice”… da Torino ad Addis Abeba

Per la prima volta, il “Progetto didattico” voluto dal “Salone del Libro” di Torino varca i confini nazionali e vola nella Capitale etiope

Dal 18 febbraio al 18 maggio

Ormai giunto alla sua XXIV edizione, il Progetto didattico e culturale “Adotta uno scrittore, una scrittrice” – voluto in prima battuta dal “Salone Internazionale del Libro di Torino” e rivolto alle scuole piemontesi e italiane (dalle elementari all’Università, comprese quelle aperte in carceri e in ospedali) – sconfina dalle “italiche frontiere” per portare la sua voce e i suoi principi niente meno che in Etiopia, ad Addis Abeba. Alla guida dell’“ardimentosa” spedizione sarà la stessa direttrice del “Salone” subalpino, la scrittrice Annalena Benini, benevolmente ospitata all’Istituto Omnicomprensivo “Galileo Galilei” della capitale etiope, da mercoledì 18 a sabato 21 febbraio prossimi.

Le cifre, da sole, danno l’idea dell’importanza e dell’ampia inclusività del “Progetto” che vede, accanto all’impegno del “Salone del Libro”, il sostegno della “Consulta delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte e della Liguria” e la collaborazione della “Fondazione con il Sud” e di “Iveco Group”: in totale 40 autrici ed autori incontreranno studentesse e studenti di 40 scuole, nonché carceri e ospedali di 9 regioni italiane, dal nord al sud della penisola.

A conti fatti, saranno dunque ben 972, quest’anno, le studentesse e gli studenti coinvolti, tra febbraio e maggio, nelle regioni di PiemonteLiguriaBasilicataCalabriaCampaniaPugliaSardegna e Sicilia. Ogni adozione prevede tre appuntamenti in classe per ciascuna autrice e ciascun autore adottati e il quarto conclusivolunedì 18 maggio, alla chiusura della XXXVIII edizione del “Salone Internazionale del Libro”  al “Lingotto Fiere” di Torino. Per la terza volta, partecipa nuovamente al “Progetto” anche una classe di minori stranieri non accompagnati e studenti recentemente arrivati in Italia  che ancora non parlano, o parlano poco, la lingua italiana, presso il CPIA 3 – Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti “Tullio De Mauro” di Torino.

“In più di vent’anni di attività, ‘Adotta uno scrittore, una scrittrice’ – dicono gli organizzatori – ha saputo creare non solo significativi momenti di approfondimento sulla lettura e formative occasioni di confronto sulla scrittura, ma soprattutto felici opportunità di ‘discussione e dialogo’ sui tanti temi e spunti che le pagine dei libri sanno da sempre offrire … Grazie al ‘clima di collaborazione’ che si crea nella dimensione intima e accogliente delle classi, ogni adozione si presenta unica e irripetibile, avvalorata dalla possibilità, per le autrici e gli autori adottati, di poter sfruttare il tempo a disposizione in completa libertà e creatività, dedicando uno spazio anche ai propri libri, che vengono dati in dono a ciascun studente. Gli appuntamenti accompagnano bambine, bambini, ragazze e ragazzi sulla strada della formazione di uno spirito critico e di una capacità di riflessione, per aiutarli ad appropriarsi di un loro personale sguardo sul mondo”.

Dopo il successo delle due precedenti “adozioni residenziali”, nel 2024 e nel 2025, quest’anno saranno tante e tanti le autrici e gli autori che risiederanno per più giorni consecutivi in una città, per incontrare quotidianamente studentesse e studenti, come Annalena Benini (Addis Abeba), Antonella Lattanzi (Lecce), Marco Magnone (Lipari), Marilena Umuhoza Delli (Genova), Daniele Bonomo “Gud” (San Damiano d’Asti), Andrea Antinori (Brusasco), Valentina Maselli (Strambino), Simone Rea (Torino), Fabrizio Rondolino (Domodossola) e Giovanni Colaneri (Rivoli).

Grazie al “Progetto”, nel corso degli anni sono state portate a termine 585 adozioni, per un totale di 16.250 studentesse e studenti, dalla scuola primaria alle università fino agli istituti carcerari, coinvolgendo 420 tra le autrici e gli autori più importanti della letteratura italiana degli ultimi quarant’anni.

Cifre sicuramente notevoli. Aride in sé, se non si tiene conto di quanto sta dietro a dei semplici numeri. Tantissimo impegno, un oceano di disponibilità e la forza di una visione capace di connettere la trasparenza letteraria alla più terrena quotidianità in uno scambio di reciproche esperienze ed informazioni, atte a meglio affrontare le contingenti sfide della realtà. Presente e futura.

Per info e programma dettagliatowww.salonelibro.it

g.m.

Nelle foto: Annalena Benini (Ph. Chiara Pasqualini); Marco Magnone (Ph. Luca Fumero) e Valentina Maselli

L’emozionante storia di Claudette Colvin approda a Torino

 

Al Polo del Novecento di Torino arriva NOIRE, un’installazione in realtà aumentata dedicata a Claudette Colvin, in programma dal 12 al 24 febbraio in occasione del Black History Month.

 

Dopo l’inaugurazione al Centre Pompidou di Parigi e le tappe internazionali che l’hanno portata al Tribeca Film Festival di New York e al Digital Culture Center di Milano, l’opera approda in città con un progetto che unisce memoria storica, tecnologia e partecipazione attiva del pubblico.

L’esperienza dura 32 minuti e si sviluppa all’interno di uno spazio immersivo in cui elementi reali e virtuali convivono. I visitatori non sono semplici spettatori, ma diventano parte della narrazione, muovendosi fisicamente nell’ambiente e vivendo in prima persona il gesto rivoluzionario compiuto nel 1955 a Montgomery da Claudette Colvin, la quindicenne afroamericana che si rifiutò di cedere il posto sull’autobus a una persona bianca, anticipando di mesi l’atto simbolico che avrebbe reso celebre il movimento per i diritti civili. Attraverso suoni, immagini e interazioni digitali, il pubblico sperimenta il peso del pregiudizio, la tensione della scelta e il coraggio di una decisione che ha segnato la storia ma che per lungo tempo è rimasta ai margini della memoria collettiva.

Il direttore del Polo del Novecento, Alessandro Rubini, spiega come “il progetto si inserisce pienamente nella missione dell’istituzione, da sempre impegnata a raccontare il Novecento e le sue fratture sociali e culturali. Si tratta di una storia che parla di discriminazione di razza e di genere, temi centrali per comprendere il secolo scorso, ma affrontati con un linguaggio nuovo, quello della realtà immersiva. L’obiettivo è permettere alle persone di stare idealmente al fianco di Claudette Colvin, di vivere il pregiudizio come lo ha vissuto lei e di riconoscere il coraggio delle sue scelte, mettendo in luce la difficoltà degli eroi che non sempre vengono celebrati. Proporre contenuti di grande qualità attraverso strumenti innovativi diventa così un modo per coinvolgere pubblici diversi e stimolare una partecipazione più profonda e consapevole.”

Particolare attenzione è rivolta ai giovani e alle scuole. L’installazione è pensata come esperienza multiplayer per gruppi di dieci persone, una scelta che ha portato a strutturare un percorso didattico articolato. Prima dell’attività immersiva gli studenti vengono introdotti ai temi della discriminazione razziale e di genere del Novecento; al termine, invece, è previsto un momento di confronto e dibattito per rielaborare quanto vissuto. L’intento non è solo trasmettere informazioni, ma far percepire emotivamente queste storie, raccogliendo le reazioni dei ragazzi e stimolando il dialogo anche fuori dall’aula, nelle famiglie e nella vita quotidiana.

“NOIRE rappresenta anche un banco di prova per il futuro del Polo del Novecento”, conclude il Direttore Rubini. “L’istituzione intende sperimentare nuovi linguaggi insieme ai partner e al proprio pubblico, osservando quali strumenti riescano davvero a generare coinvolgimento ed emozione. Se l’esperimento funzionerà, questo progetto sarà soltanto il primo di una serie di iniziative che utilizzeranno le tecnologie immersive per raccontare la storia contemporanea. In questo modo la memoria esce dai confini tradizionali dell’esposizione museale e diventa un’esperienza concreta, partecipata e attuale, capace di parlare alle nuove generazioni con strumenti vicini al loro modo di vivere e percepire il mondo.”

L’appuntamento al Polo del Novecento è uno di quelli che se lo sai, corri a vederlo. Se lo scopri una volta terminato, te ne penti. Qui trovate il link per prenotarvi: https://www.eventbrite.it/e/noire-installazione-di-realta-aumentata-tickets-1980457034302?aff=oddtdtcreator

Lori Barozzino

Maglione, dove i muri “narrano” di arte e pittura

Maglione è un piccolo borgo rurale sulle colline moreniche del basso Canavese, a meno di venti chilometri da  Ivrea e distante  poco più del doppio da Torino

 

 Il nome, si dice, deriverebbe da “malhones” , il cui significato richiama i vigneti che producono le uve del bianco Erbaluce. Le poche centinaia di abitanti di Maglione vivono praticamente sul confine con il vercellese, a pochi passi da Moncrivello e nelle vicinanze di Borgo d’Ale e Cigliano.

Un paese tranquillo, silenzioso dove – da più di trent’anni – si può visitare il  M.A.C.A.M, acronimo che sta per Museo d’arte contemporanea all’aperto di Maglione. Dalla mappa si ricava un percorso di visita “en plein air”, ammirando ben 167 opere di importanti artisti  che, dalla piazza XX° settembre – davanti alla chiesa parrocchiale, dove campeggia una scultura di Giò Pomodoro – accompagnano i visitatori lungo le vie del paese. In questo straordinario museo a cielo aperto s’incontra una proposta di opere d’arte contemporanea di diverse tendenze e di indubbio livello culturale. E tutto senza pagare un biglietto d’ingresso per la visita e senza l’assillo dell’orario di apertura o chiusura, considerato il fatto che le opere sono esposte sui muri delle case e negli spazi pubblici del centro abitato. Ideato nel 1985 dall’ingegno eclettico e talentuoso di Maurizio Corgnati, regista e uomo di grande cultura – noto anche per essere stato l’ex-marito della rossa “pantera di Goro”, la cantante Milva – il Macam è un museo del tutto singolare. Corgnati, ritiratosi nella sua casa di Maglione, dov’era nato il primo agosto del 1917, invitò, anno dopo anno, molti artisti italiani e stranieri affinché dipingessero le loro opere sulle pareti esterne delle case messe disposizione dai proprietari o installassero sculture nelle piazze di Maglione. Nel corso degli anni prese forma una straordinaria mescolanza tra stili e scuole diverse, affiancando la tradizione pittorica alle avanguardie più innovative. Si disegnò un percorso di grande fascino, accostando artisti come Mauro Chessa, Giò Pomodoro, Ugo Nespolo , Armando Testa,  Eugenio Comencini e Francesco Tabusso con altri meno noti, ma non meno interessanti. Tra le sculture spicca anche il monumento al contadino “vittima ignorata di tutte le guerre e di tutte le paci”, costruito da Pietro Gilardi con l’aiuto degli anziani coltivatori di Maglione, utilizzando vecchi  aratri e attrezzi della civiltà rurale. Maurizio Corgnati, che amava definirsi “un buon giocatore di scopa e un grande cuoco” , oltre ad essere amico di Calvino, Fruttero e Lucentini e tanti altri protagonisti del mondo della cultura, riuscì nel suo intento di  far crescere quest’ associazione “senza fine di lucro con operatività indirizzata alla diffusione e promozione dell’arte contemporanea”. Gli artisti accettarono di buon grado la proposta di creare gratuitamente le opere murali ,trovandosi a Maglione sul finire di settembre, nel periodo dei festeggiamenti del patrono, San Maurizio. Un evento battezzato “Paese vecchio, pittura nuova” che , fino a quando Corgnati era in vita, veniva concluso con una grande cena, preparata dallo stesso regista per  “ripagare i pittori e trascorrere qualche ora in buona compagnia”. Del resto, frequentando il piccolo borgo cavanesano, gli artisti compresero fin dall’inizio lo spirito di questa iniziativa,”priva di risvolti commerciali e basata esclusivamente sull’amore per l’arte, ritrovando l’autentico piacere di stare insieme e “produrre” cultura per tutti. Questa tradizione dura ancora oggi, mantenendo vivo il ricordo e la volontà di Maurizio Corgnati che, in conclusione, definiva così la sua “creatura”: “Ecco il perché di questo museo a Maglione: i bambini di un tempo sono cresciuti in mezzo a immagini piene di mucche, pecore, ruscelli, nani, conigli e fate; i bambini futuri di Maglione avranno occhi pieni di queste immagini che stanno sui muri delle loro case“.

Marco Travaglini

 

(foto: emozionincanavese.it)

Agnese Pini e il collettivo Scirò per Fondazione Mirafiore

Sabato 14 febbraio prossimo, alle ore 18.30, in occasione della XVI edizione del Laboratorio Permanente di Resistenza della Fondazione Mirafiore di Serralunga d’Alba, sarà protagonista Agnese Pini in un incontro dal titolo “L’etica del domandare”, dedicato al valore della verità e alla responsabilità di chi racconta il mondo. Direttrice di quotidiani come La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno, Agnese Pini è una delle grandi voci del giornalismo italiano, capace di coniugare rigore professionale, profondità di sguardo e attenzione alle persone. A partire dal suo libro intitolato “La verità è un fuoco” (Chiarelettere), l’incontro si concentra su una tematica contemporanea, quella riguardante il significato del cercare la verità in un’epoca segnata dalla sovrabbondanza delle informazioni, dalla velocità dei social e dalla crescente difficoltà di distinguere fatti, opinioni e narrazioni interessate. Nel suo racconto, Pini intreccia l’esperienza professionale a quella personale, riflettendo sulle sfide quotidiane del mestiere giornalistico: la pressione delle agende politiche ed economiche, la responsabilità nei confronti dei lettori, il rapporto tra informazione e potere, ma anche la necessità di mantenere uno sguardo umano, empatico e libero. L’etica del domandare diventa così non solo una pratica professionale, ma un esercizio civile che riguarda tutti: porre le domande esistenti significa aprire spazi di dialogo, difendere la complessità del reale e opporsi alle semplificazioni, perché, come suggerisce l’autrice, la verità non è mai un possesso definitivo, ma un fuoco da alimentare con coraggio, responsabilità e passione.

Domenica 15 febbraio, alle ore 16.30, la Fondazione Mirafiore aprirà le porte a bambini e famiglie con il terzo appuntamento della rassegna teatrale dedicata ai più piccoli, “Creature immaginarie e altre visioni-omaggio a Tim Burton”, uno spettacolo di Daniela Febino e del collettivo Scirò, che celebra il potere dell’immaginazione e della diversità. Che cosa accade quando il teatro incontra il mondo poetico, gotico e un po’ strampalato di Tim Burton ? Nasce un viaggio popolato da personaggi eccentrici, atmosfere surreali e mondi sospesi, in cui il fantastico diventa una lente per guardare la realtà da una nuova prospettiva. I bambini vengono accompagnati in un universo dove ciò che appare “strano” rivela spesso una sensibilità profonda, un talento inatteso, una luce speciale. Sul palco sono Marta Salomone e Rosita Pepe a dare vita a figure buffe, poetiche e sorprendenti, mentre la voce narrante di Daniela Febino guida il pubblico attraverso visioni in grado di incantare e far riflettere. Le scene sono curate dall’Atelier di Beppe Pepe, e ricreano l’atmosfera sognante e gotica tipica dei film di Burton, tra giochi di ombre, forme insolite e dettagli evocativi che diventano parte essenziale dell’esperienza teatrale.

Mara Martellotta

Jas Gawronski, il cosmopolitismo come categoria etico – politica

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Giungono da tutta Italia, anche dall’estero, gli auguri per i novant’anni di Jas Gawronski, giornalista famoso, deputato europeo del Pri e poi di Forza Italia, Senatore della Repubblica che sarebbe stato giusto nominare senatore a vita. E’ uomo libero che è stato amico di Papa Wojtyla, di Giovanni Agnelli e di Silvio Berlusconi , ma ha sempre saputo mantenere la sua indipendenza di giudizio inalterata. E’ amico di Giuliano Ferrara, senza condividerne gli estremismi. E’ stato molto amico di Enzo Bettiza che lo iniziò al giornalismo e ha deciso di lasciare i suoi libri in dono alla storica  Biblioteca dei Chiostri di Ravenna che ha già ricevuto quelli di Bettiza. Un gesto molto importante apprezzato dal presidente Antonio Patuelli.
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E’ stato con slancio generoso  impegnato nel sostenere il Centro “Pannunzio“ di cui è presidente onorario, ma non si può assolutamente definire un “pannunziano“ intransigente – che poi sarebbe un ossimoro – perché l’essere di padre polacco lo ha portato naturaliter  ad un cattolicesimo profondo – mai dogmatico – a cui è legato anche dal fatto di essere nipote di San Pier Giorgio Frassati. Anche la sua candidatura nel PRI e poi in Forza Italia non va confusa con un’ottusa militanza di partito che gli è  stata assolutamente estranea. Jas è nipote di Alfredo Frassati, senatore del Regno e della Repubblica, ambasciatore a Berlino, liberale antifascista e sa mantenere la schiena diritta come il nonno. In tutta la sua lunga carriera di giornalista in America, in Francia e in Russia in giro per il mondo  non ha mai dato segni di essere lottizzato come tanti giornalisti Rai.

Marcello Sorgi, Jas Gawronski, Pier Franco Quaglieni, Umberto Agnelli
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Jas Gawronski è  grande italiano cittadino del mondo, uno dei pochi italiani conosciuti e stimati a livello internazionale. La madre di Jas, Luciana Frassati Gawronska, donna davvero fuori ordinanza, l’ha certo educato in modo esemplare, ma il figlio ha saputo scegliere le sue strade in autonomia per non lasciarsi condizionare da una famiglia così autorevole e prestigiosa. Aver avuto modo di collaborare con lui per molti decenni mi ha sprovincializzato e mi ha fatto capire cosa sia il cosmopolitismo come categoria etico – politica da contrapporre alle angustie del populismo sovranista.

Incipit Offresi: il talent approda a Moncalieri

 

Giovedì 12 febbraio, ore 18

Il primo talent letterario itinerante che scopre nuovi autori e trasforma gli incipit in storie da pubblicare

 

Pubblicare un libro, grazie a un incipit: il primo talent letterario itinerante è alla ricerca di aspiranti scrittori a Moncalieri (TO). La sesta tappa dell’undicesima edizione è in programma giovedì 12 febbraio alle 18 alla Biblioteca Arduino, in occasione della settimana “Moncalieri che legge”. Presenta Nicole Dubois, con l’accompagnamento musicale di Simone Pavan.

Incipit Offresi è un vero e proprio talent della scrittura, lo spazio dove tutti gli aspiranti scrittori possono presentare la propria idea di libro. L’obiettivo non è premiare il romanzo inedito migliore, ma scovare nuovi talenti, promuovere la lettura e valorizzare le biblioteche come luoghi di partecipazione e di promozione culturale. In 10 anni Incipit Offresi ha scoperto più di 150 nuovi autori, pubblicato oltre 80 libri e coinvolto circa 12mila spettatori l’anno, 30 case editrici e più di 80 biblioteche e centri culturali. Partecipa Ago Edizioni, casa editrice indipendente di narrativa straniera del Novecento.

 

I partecipanti, in una sfida uno contro uno, avranno 60 secondi di tempo per leggere il proprio incipit o raccontare il proprio libro. Il/la concorrente che, secondo il giudizio del pubblico in sala, avrà ottenuto più voti, passerà alla fase successiva, dove avrà ancora 30 secondi di tempo per la lettura del proprio incipit prima del giudizio della giuria tecnica che assegnerà un voto da 0 a 10. Una volta designato il/la vincitore/trice di tappa, si aprirà il voto del pubblico per il secondo classificato. Chi otterrà più voti potrà partecipare alla gara di ballottaggio. Il vincitore o la vincitrice di tappa si aggiudicherà un buono libro del valore di 50 euro. I primi classificati di ogni tappa e gli eventuali ripescaggi potranno accedere alle semifinali per giocarsi la possibilità di approdare alla finale, in programma a giugno 2026.

I concorrenti primo e secondo classificato riceveranno rispettivamente un premio in denaro di 1.500 euro e 750 euro. Saranno inoltre messi in palio il Premio Scuola Holden con un corso di scrittura; il Premio Italo Calvino, con la partecipazione gratuita al prestigioso premio letterario; i Premi Golem e Leone Verde, con la pubblicazione dell’opera; il Premio Miraggi costituito da una lampada artistica fatta di libri; i Premi Indice dei Libri del Mese, Fondazione Circolo dei lettori, Pagina 37 e il Premio Archimede per gli under 35, con la pubblicazione del proprio racconto nella raccolta Archimedebook e, da questa edizione, il Premio Sostenibilità, a cura del Centro Scienza, un riconoscimento speciale agli scritti che affrontano temi ambientali, ecologici e climatici. Tutti gli iscritti al concorso, inoltre, grazie alla collaborazione con Scuola Holden, potranno seguire gratuitamente il corso “Chi ben comincia” a cura di Fronte del Borgo: due lezioni in streaming per scoprire come costruire un incipit capace di catturare il lettore dalle primissime righe, tra scelte stilistiche, tensione narrativa, esempi celebri e piccole esercitazioni.

 

Incipit Offresi è un’iniziativa ideata e promossa dalla Fondazione ECM – Biblioteca Archimede di Settimo Torinese e Regione Piemonte, con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo e la collaborazione di Emons Edizioni, Fondazione Circolo dei lettori, Scuola Holden e FUIS – Federazione Unitaria Italiana Scrittori.

Il Premio Incipit e il campionato sono dedicati a Eugenio Pintore, per la passione e la professionalità con cui ha fatto nascere e curato Incipit Offresi.

INFO E ISCRIZIONI

Giovedì 12 febbraio 2026, ore 18

Biblioteca Civica Antonio Arduino

Via Cavour 31, Moncalieri (TO)

www.incipitoffresi.it – info@incipitoffresi.it

tel. 011 80.28.722/588 – cell. 339 521.48.19

Soumaila Diawara a Torino: raccontare l’Africa per rileggere il presente

Anche Torino celebra il Black History Month, il mese dedicato alla storia, alle voci e alle esperienze delle comunità nere, nato negli Stati Uniti e oggi riconosciuto a livello internazionale come spazio di memoria, riflessione e confronto. Per tutto il mese di febbraio, la città ospita incontri, presentazioni e dibattiti che mettono al centro narrazioni spesso trascurate, fondamentali per comprendere il presente globale.

In questo contesto si è inserito l’incontro con Soumaila Diawara, attivista e scrittore maliano, ospitato dalla Libreria Trebisonda, luogo simbolo del dibattito cittadino, dove le storie e i vissuti di persone e comunità diverse trovano spazio e attenzione. Un appuntamento intenso, che ha superato la classica presentazione letteraria, trasformandosi in una vera e propria lezione di storia e geopolitica.
Durante l’incontro, Diawara ha parlato del suo libro L’Africa martoriata, ma soprattutto ha guidato il pubblico in una riflessione più ampia sul continente africano, unendo storia, politica e attualità. Il libro ripercorre le ferite storiche lasciate dal colonialismo, dai massacri e dallo sfruttamento delle potenze occidentali, ma racconta anche le lotte per l’indipendenza e il coraggio di leader come Patrice Lumumba, Thomas Sankara e Nelson Mandela.
Più che una cronaca, l’opera è una voce critica che interpella il presente: Diawara invita a comprendere le conseguenze del colonialismo ancora oggi, come conflitti etnici, disuguaglianze economiche e instabilità politica, ma evidenzia anche le potenzialità straordinarie del continente africano. L’incontro ha quindi unito analisi storica e geopolitica, mostrando come il passato africano continui a influenzare le dinamiche globali.
Come sottolineato dallo stesso Diawara durante l’incontro, “non sempre c’è bisogno di un risarcimento, ma almeno di un riconoscimento”.
Soumaila Diawara è nato a Bamako, capitale del Mali, dove ha conseguito una laurea in Scienze Giuridiche e Politiche, specializzandosi in diritto privato internazionale. Fin dagli anni universitari si è impegnato attivamente nella vita politica del paese, partecipando ai movimenti studenteschi e aderendo al partito di opposizione Solidarité Africaine pour la Démocratie et l’Indépendance (SADI), assumendo ruoli di responsabilità nella guida dei giovani e nella comunicazione del partito.
Nel 2012, a seguito di un colpo di Stato che ha destabilizzato il Mali, Diawara è stato accusato ingiustamente di aggressione contro il Presidente dell’Assemblea Legislativa. Costretto alla fuga, ha attraversato Burkina Faso, Algeria e Libia, affrontando detenzioni e condizioni disumane, fino al 2014, quando è giunto in Italia grazie all’intervento di una nave della Marina Militare italiana, ottenendo la protezione internazionale e vivendo oggi come rifugiato politico.
Accanto a L’Africa martoriata, Diawara ha pubblicato altri libri che intrecciano esperienza personale, analisi politica e riflessione sociale: Sogni di un uomo, La nostra civiltà e Le cicatrici del porto sicuro, quest’ultimo un diario-testimonianza arricchito da fotografie e interviste, che documenta le cause profonde delle migrazioni e le violenze vissute dai rifugiati.

L’appuntamento alla Libreria Trebisonda non è stato solo un evento letterario, ma un’occasione di ascolto, confronto e apprendimento, in perfetta sintonia con lo spirito del Black History Month. La voce di Soumaila Diawara ha restituito complessità a una storia troppo spesso semplificata, mostrando come la memoria, il riconoscimento e la consapevolezza siano strumenti essenziali per costruire un futuro più giusto. Raccontare l’Africa oggi significa anche interrogare il nostro presente e le nostre responsabilità.

Per chi desidera consultare il programma completo del Black History Month Torino 2026, prenotarsi ad altri eventi, è possibile visitare il sito ufficiale
👉 https://www.blackhistorymonthtorino.it/

GIULIANA PRESTIPINO