Tag archive

CENTRO STUDI PIEMONTESI

Carcaveja, conosci il significato di questa parola piemontese?

in Rubriche
castello spettrale Carcaveja

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontesi

Carcaveja. Non è un esercizio noioso curiosare tra le pagine dei dizionari: porta sempre a scoprire parole che da anni non capitava di sentire o di leggere. Facendo una ricerca sul REP (Repertorio Etimologico Piemontese, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2015) mi sono imbattuta in Carcaveja: una parola che ricordo in uso in anni lontani e poi scomparsa, e per forse per questo conserva una specie di magia. La traduzione è: incubo, spettro, fantasma; miraggio; aria piena di vapori delle giornate di gran caldo estivo…. Leggiamo dal REP: “voce di uso domestico, versione piemontese dell’espressione ‘calca la vecchia’, derivata da un’antica e diffusa credenza secondo la quale l’incubo è l’anima di un mostro o di una strega che, nelle sembianze di una vecchia, ‘calca, schiaccia’ nel sonno il dormiente disturbandone la quiete…”.

“Ombra giaja”, conoscete quest’espressione piemontese?

in Rubriche
primavera ombra giaja centro studi piemontesi

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontesi

Ombra giaja. Anche: ombra gaja (vedi Renzo Gandolfo, Da ‘n sla riva…, Torino, Centro Studi Piemontesi- Ca dë Studi Piemontèis, 1998, p. 37). Riposarsi a l’ombra gaja o giaja, significa cercare un luogo sotto gli alberi, dove può filtrare tra le foglie qualche raggio di sole: un’ombra “chiazzata”.  Giaj vuol dire anche lentigginoso, striato, cosparso di chiazze, variegato, maculato…. Alla voce Giaja, il vocabolario di Gianfranco Gribaudo (Ël Neuv Gribàud. Dissionari piemontèis, Torino, Daniela Piazza, 1996), dà varie indicazioni tra cui: “aggettivo e nome dato alle vacche di pelo nero”; “creta, terra secca e bruciata”. Da Giaj poi derivano giajèt, giajolà, giajolura…un mondo di parole e di cose. Chi vuole approfondire etimi e significati deve prendere i diversi dizionari a partire dal REP, che sempre citiamo in questa rubrica, e sfogliarseli con calma all’ombra giaja.

Rabadan, la parola piemontese che ricorda “ramadan”

in Rubriche
Rabadan bambino che grida al microfono

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontesi

Rabadan. La parola piemontese Rabadan ha diversi significati: baccano, fracasso; ma anche cianfrusaglie (altrimenti dette ciapapoér!); persona di poco conto, e perfino donnaccia. Bella la storia etimologica: nel REP (Repertorio Etimologico Piemontese, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2015), la voce rabadan rimanda a ramadan, sempre col significato di baccano, e come “spregiativo riferito a cose e a persone”. La parola viene dall’arabo “RAMADĀN  ‘caldo torrido, mese del digiuno’….voce del lessico religioso giunta in Italia attraverso le città di Genova e Marsiglia che in piemontese ha assunto il significato di ‘rumore’ per la gozzoviglia…” ecc..

Quanto camminano le parole, e cambiano il loro significato originale!

Mascarin-a, parola piemontese attualissima

in Rubriche
Mascarin-a

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontesi

Mascarin-a. C’è un’altra parola che ci lascia in eredità il Covid 19: mascherina!

E come possiamo dirlo a nòsta manera, in piemontese?

Pesco dai vocabolari più noti, ma questa volta la creatività dei nostri lettori sarà davvero indispensabile!

Parto da Giuseppe Gavuzzi, Vocabolario-Italiano Piemontese (1896): per Machera ci dà mascra, mostacia, bavéra, visagéra; Ballo in maschera: bal masché.  

Per mascheretta, mascherina, dà: mascarin-a. Su Ël Neuv Gribàud. Dissionari piemontèis (1996), troviamo anche le forme mascherin-a, mascrin-a.

Per Mascra il REP (Repertorio Etimologico Piemontese, 2015), parla di etimo incerto, probabilmente dal latino medievale MĂSCAM “STREGA”,  e altro…

Una marenda sinòira “poetica” proposta da Tavo Burat

in Rubriche
Marenda sinòira salumi e formaggi

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontese

Na marenda sinòira poetica proposta da Tavo Burat (1932-2009)

Na tomatica

doe feuje ‘d basiricò

‘nt ël tond un drapò.

Un pomodoro/ due foglie di basilico/ nel piatto di terra una bandiera.

(Tavo Burat, Poesìe, Torino, Ca dë Studi Piemontèis, 2008)

Marenda sinòira, ecco un sonetto ispirato a questa tradizione piemontese

in Rubriche
Marenda sinòira salumi e formaggi

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontesi

Marenda sinòira. Avete presente l’happy hour? I piemontesi lo praticavano dal tempo dei tempi. Sarebbe la nostra tradizionale Marenda sinòira, merenda-cena, o merenda cenatoria. 

“A la ciamo marenda, ma sinòira /ch’a veul dì na marenda ‘n pòch viròira /përchè ch’a l’é come na via ‘d mes…/ … e fin-a farinela,/ ch’an buta ‘n alegrìa, an buta ‘n tema/ përchè ch’a l’é n’anvìt ëd comunion/…/… na copà ‘d vin e tanti bon bocon”

(La chiamano merenda, ma cenatoria/ che significa una merenda un po’ bizzarra/ perché è come una via di mezzo,/… ci mette in allegria, ci mette in tema/ perché è un invito di comunità/… una coppa di vino e tanti buoni bocconi).

Sono alcuni versi di un Sonetto inedito di Giovanni Tesio. 

La sòtola, una parola dai molteplici significati

in Rubriche
sòtola trottola in piemontese

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontesi

La sòtola. La trottola, un tempo di legno, gioco antichissimo per bambini, ma anche per adulti. La parola piemontese deriva (vedi REP – Repertorio Etimologico Piemontese) “dal latino SALTĀRE: ballare, saltare, balzare…”.  Interessanti i significati che assume oltre al gioco, di “donna leggera” e di “testa” come nei modi di dire: “esse lord come na sòtola” (essere stordito, avere il capogiro, ma anche essere incostante); fè giré la sòtola (far girare la testa);  lustré la sòtola  (tagliare i capelli) ecc… .

(Vedi: Domenio Musci, Còse ëd na vòlta, Torino, Il Punto/Piemonte in Bancarella, 2015;  Gianfranco Gribaudo, Ël Neuv Gribàud. Dissionari piemontèis, Torino, Daniela Piazza, 1996).

Falabrach, un bonario insulto in lingua piemontese

in Rubriche
Falabrach stupido

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontesi

Falabrach. Persona sciocca, ingenua, inetta. Fa parte una folta schiera di parole usate per insultare bonariamente qualcuno. Ce ne sono una gran quantità. Ne ha fatto uno studio curioso e interessante Luca Bellone, Lo sciocco in piemontese: preliminari di un’indagine onomasiologica, pubblicato sulla rivista “Studi Piemontesi” (XLIII, 2, 2014, pp.435-447): “Dallo spoglio dei principali strumenti lessicografici nostrani, come risaputo principalmente sensibili – seppur con eccezioni – alla sola koinè torinese, si rilevano oltre 210 varianti sinonimiche per designare ‘chi è poco intelligente, privo di vivacità di spirito e di arguzia, superficiale, stupido, babbeo’”. Falabrach è anche il titolo di una bella poesia in piemontese di Giovanni Arpino (1927-1987) (in Bocce ferme, Torino, Daniela Piazza Editore, 1982).

Falabrach: qualche curiosità

E  “ ‘L Falabrach”  è stata la testata di un giornale in piemontese, rarissimo, che si pubblicò a Torino a cominciare dal 1877 fino ad almeno il 1884.  Acquistò popolarità pubblicando in particolare una rubrica di Falabracade (scempiataggini). La storia del «Falabrach» è complicata dal fatto che dall’8 luglio 1888 cominciò ad uscire un settimanale dal titolo «’L neuv falabrach, giornal scassa fastidi», stampato a Torino, ma senza indicazioni tipografiche e l’11 gennaio 1902 cominciò ad uscire un altro settimanale «L’ falabrach modern, umoristich, satirich, politich, regional», stampato sempre a Torino dalla Tipografia Bosio, di cui la Nazionale di Firenze possiede, in forma lacunosa, la prima e la seconda annata, e non si sa se la pubblicazione cessò con il 1903. Vedi Gianrenzo P. Clivio, I Giornali in Piemontese, in Profilo di storia della letteratura in piemontese, Torino, Centro Studi Piemontesi, 2002.

“Na partìa a ciance”, un simpatico detto piemontese

in Rubriche
Ciance Centro studi piemontesi

Rubrica a cura di Centro Studi Piemontesi 

Ciance è parola assai nota (e praticata!): chiacchiere! Ciancé, cianciare, fare discorsi futili e oziosi, chiacchierare del più e del meno. Di qui derivano ad esempio ciancèt, chiacchierone; ciancëtta, parlantina, ma anche persona che parla molto; e tanti bei modi di dire e proverbi: avèj mach ëd ciancia, essere vuoto; le ciance a fan nen maja, le chiacchiere non fanno maglia, non producono; Le panse a s’ampinisso nen ëd ciace, le pance non si riempiono di chiacchiere (di grande attualità!). Però quella che mi piace di più è l’espressione Na partìa a ciance, o fé na man a ciance: una partita, una mano (un giro) a chiacchiere!, perché dà l’idea di amici che si incontrano, si ritrovano per contarsela, conversare, stare insieme per “giocare” a parlare. Per l’etimologia di ciancé …cicaleccio vedi Repertorio Etimologico Piemontese REP, a cura di Anna Cornagliotti, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2015.

La pera garga, una storia in lingua piemontese

in Rubriche
la pera garga

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontesi 

La pera garga

C’era una volta, in una borgata di campagna negli immediati dintorni di Torino (frazione Bauducchi nel Comune di Moncalieri), oggi sconvolta da autostrade, svincoli, superstrade, industrie, un nucleo di cascine fiancheggiate da una polverosa stradina in terra battuta. Lungo la strada, in una sorta di slargo davanti a quella che era la bottega del fré (il fabbro), a l’ombra giaja delle foglie di un’arbra (un pioppo) c’era una grande pietra rotonda. Questa pietra aveva come antico uso di servire al fré a tiré le roe dij cher e dij carton (tirare, ridare rotondità, risistemare le ruote dei carri). Chiusa la bottega del fré, la pietra era rimasta lì inutilizzata e per la gente del posto era diventata un punto di incontro.

Lì si trovavo i ragazzi a giocare; lì veniva a sedersi la gente le sere d’estate o le domeniche pomeriggio. Ci si fermava su queste pietra-punto di incontro, nei momenti di riposo dal lavoro e così nel lessico familiare di quel posto la pera è diventata garga, cioè pigra, attraverso un investimento in qualche modo magico e primitivo: ossia attribuendo all’oggetto d’uso la condizione dei suoi fruitori.

Da qui si Torna su