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Vaccini: “Priorità alla comunità penitenziaria”

“Il nuovo focolaio di Covid nella Casa di reclusione di Quarto Inferiore d’Asti rende sempre più evidente la necessità di vaccinare al più presto l’intera comunità penitenziaria”. Lo dichiara il garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano.

“Al momento è stato effettuato il tampone all’intera sezione che ha evidenziato lo sviluppo del focolaio – continua Mellano – e su 40 detenuti 25 sono risultati positivi: si è quindi opportunamente deciso di effettuare il tampone molecolare a tutta la popolazione reclusa. Si attendono i responsi e si spera. Al momento i positivi risulterebbero comunque asintomatici o paucisintomatici”.

“Ad aggravare la situazione – aggiunge – è il fatto che la Casa di reclusione di Asti è dedicata a detenuti in regime di alta sicurezza e, su una capienza regolamentare di 205 posti, al 28 febbraio erano presenti 300 ristretti, con una percentuale di sovraffollamento del 146%, il tasso più alto del Piemonte”.

Carcere e sovraffollamento in Piemonte; tra realtà e princìpi

A cura di Carmen Bonsignore / L’inizio della pandemia, con il connesso pericolo di diffusione del virus, aveva fatto salire alla ribalta delle cronache, nei primi mesi dello scorso anno, un problema poco noto ai non addetti ai lavori e molto spesso sottovalutato, quello del sovraffollamento carcerario.

Si tratta di questione che non solo incide sulle modalità di esecuzione della pena, rendendole il più delle volte contrastanti con la dignità della persona, ma che viola anche principi fondamentali della nostra Costituzione e della normativa sovranazionale, in particolare dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali (Cedu).

Secondo il dettato costituzionale (art. 27, terzo comma, Cost.) “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. In sintonia con la norma citata, l’art. 3 CEDU, secondo il quale “nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.
I principi sottesi alle disposizioni richiamate, sono due: quello di umanità della pena e della sua funzione rieducativa.

Il compito di predisporre tutte le condizioni per il perseguimento della finalità della pena spetta allo Stato, il quale dovrà garantire, tra l’altro, che all’interno degli istituti penitenziari tutti i detenuti abbiano spazi adeguati, accesso alle cure mediche, possano seguire percorsi psicologici personalizzati, studiare e lavorare.
Non sempre, però, la realtà aderisce ai principi e le difficoltà sono generalizzate. In più occasioni l’Italia è stata sanzionata dalla Corte EDU, la quale ha rilevato che il sovraffollamento carcerario è un problema sistemico e strutturale, che svilisce la funzione della pena. La Corte EDU ha, conseguentemente, previsto la necessità di introdurre nell’ordinamento italiano rimedi preventivi e compensativi, funzionali alla risoluzione del problema.
Il legislatore ha, pertanto, introdotto l’art. 35 ter della legge sull’ordinamento penitenziario, che consente ai detenuti che ritengano violato il loro diritto ad uno spazio adeguato, quale strumentale alla funzione rieducativa della pena, di rivolgere al Magistrato di Sorveglianza una richiesta risarcitoria, che potrà essere soddisfatta anche tramite uno sconto di pena.
Il cuore della questione non è, però, di spazi da usufruire, per quanto il tema sia aperto e su di esso si sia pronunciata di recente la Corte di Cassazione a Sezioni Unite (sentenza n. 6551/2021, depositata il 19.02.2021), ma di incidenza numerica sulle possibilità di recupero.

Se le persone ristrette superano la ordinaria capienza, non solo avranno ciascuno meno spazio a disposizione, ma potranno anche usufruire in misura inferiore al necessario dei servizi medici, psicologici, dell’opera di educatori, dell’accesso a serie misure di recupero e rieducazione.
A ciò si aggiunga che trattamenti non corrispondenti al senso di umanità, incidono fortemente su personalità già fragili, accrescendo esponenzialmente le probabilità di suicidio all’interno degli istituti di pena.
La situazione colpisce indifferentemente le carceri, al di là della collocazione geografica. Con maggiore intensità gli istituti di pena più grandi, rispetto a quelli di minori dimensioni.
Secondo i dati emergenti dall’allegato al V Dossier delle criticità e logistiche strutturali delle carceri piemontesi, ad esempio, al 28.12.2020 il Carcere Lo Russo e Cotugno ospitava al 29 febbraio un numero di detenuti superiore del 122% rispetto alla capienza ordinaria. In sovraffollamento anche il Carcere di Verbania e quello di Vercelli, mentre virtuosi risultano l’Istituto di pena di Saluzzo, occupato al 75%, e quello di Fossano al 90%.

Preoccupanti anche i numeri di suicidi in carcere, che, secondo la stima fornita dal Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Piemonte, nel ventennio 2000-2020 si sono attestati intorno ad una media del 40% delle morti complessive.
Molto è sicuramente stato fatto e confortante risulta la presenza, ormai quasi capillare, sul territorio nazionale del “Garante dei detenuti”. Figura istituzionale che, in totale autonomia, svolge attività di diversa natura, finalizzate a promuovere la reale garanzia dei diritti fondamentali delle persone private della libertà, con un focus centrale al tema del lavoro, quale elemento rieducativo e risocializzante fondamentale.
Tanto, però, deve ancora essere fatto, affinchè la prospettiva costituzionale e sovranazionale possa davvero essere traguardata.
Il primo passo, sicuramente, un cambio di visione, che renda la realtà più sincronica ai principi e consenta di perseguire la certezza del diritto e non la certezza del carcere, facendo degli istituti di pena non luoghi desocializzanti, ma risocializzanti, quando, nel caso concreto, nessun’altra misura alternativa venga ritenuta idonea allo scopo.

Case lavoro, un “carcere” senza processo

E’ necessario “rivedere e riconsiderare l’istituto delle misure di sicurezza, che per come oggi sono svolte all’interno delle cosiddette Case lavoro, rappresentano un rudere, un fossile vivente”, come ha spiegato l’organizzatore del seminario Bruno Mellano, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà del Consiglio regionale del Piemonte. Secondo Franco Corleone Garante della Regione Toscana, si tratta addirittura di “una vera e propria truffa.

Perché non è accettabile che in Italia ci siano 330 persone rinchiuse in posti che fanno a pugni con la definizione di ‘Casa lavoro’. Una denominazione che rimanda a un concetto buono, lontano dal luogo carcerario. Però abbiamo praticamente solo ex prigioni o ex ospedali psichiatrici giudiziari, quindi non sono case e non c’è il lavoro”.

L’occasione per una sensibilizzazione sul tema è stato un incontro in videoconferenza, intitolato “Senza CASA, senza LAVORO: gli internati in misura di sicurezza e il caso Piemonte”, organizzato dal garante piemonteseLa nostra regione, del resto, “con 53 internati nella sede di Biella, è sul podio per numero di soggetti interessati. 78 sono in Abruzzo, 54 in Emilia Romagna, 35 in Sicilia, 23 in Sardegna eccetera”, ha ricordato Mellano, chiarendo che “la situazione subalpina è ancora più difficile, perché al momento si definisce Casa-Lavoro una sezione del carcere di Biella (nella foto, ndr), con la prospettiva incerta di spostare gli internati suddividendoli fra Alba ed Alessandria. Sempre rigorosamente in ambito penitenziario”.

Nelle Case lavoro vanno le persone considerate socialmente pericolose, non condannate, né processate e molti interventi hanno messo in luce l’aleatorietà della definizione che talvolta può avere questa decisione. Per Alessandro Prandi, Garante della Città di Alba, “gli internati non sono colpevoli, non sono innocenti, sono considerati pericolosi. Vengono privati della libertà sino a che questa condizione non cambia. Si tratta di persone che spesso non hanno nemmeno avuto un processo. Oggi le case lavoro hanno celle, sbarre e agenti. Sono popolate da disperati, malati di mente, tossicodipendenti, infermi, stranieri senza documenti, persone fragili”.

Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della Libertà, ha portato un saluto iniziale, ricordando che “l’attuale casa lavoro ha poco di dissimile rispetto alla detenzione e nel caso di rilascio le persone si ritrovano a tornare nel loro contesto, ma senza casa e senza lavoro”. D’accordo anche Sonia Caronni esperta di esecuzione penale, Garante della Città di Biella, ha ricordato che “si tratta di percorsi di reclusione lunghissimi, che alienano totalmente dalla vita esterna le persone che passano anni e anni all’interno di queste strutture. È risultato quasi impossibile il reinserimento nella società, quando abbiamo provato”.

Per Francesco Maisto Garante detenuti Milano, “il concetto di pericolosità sociale ha un’inconsistenza scientifica. La domanda a questo punto è: assimilando di fatto la pena e la misura detentiva a queste misure restrittive, non è fondato porre una questione di costituzionalità su questo punto?”

Katia Poneti, esperta giuridica presso il Garante della Toscana, ha sottolineato che “i reclusi non sono persone con una carriera criminale, ma molto spesso soggetti con gravi problemi personali”. Per Marco Pellissero, Docente di Diritto Penale dell’Università di Torino, “le misure di sicurezza per i soggetti imputabili sono anche una palese truffa delle etichette, specie quando l’esecuzione della misura si identifica sostanzialmente con l’esecuzione della pena”.

Stefano Anastasia, Portavoce nazionale dei Garanti regionali e territoriali, ha concluso i lavori sostenendo “che le necessità di contenere la marginalità è frutto di una cultura penalistica e giuridica del secolo scorso, che io considero incompatibile con i principi costituzionali. Oggi è decontestualizzata rispetto a quella casa di lavoro che si pensava di realizzare e quindi dovremmo semplicemente e radicalmente cancellarla”.

Sono intervenuti anche Valeria Quaregna responsabile degli educatori del carcere di Biella, che ha confermato le gravi problematiche gestionali degli internati e il Provveditore della Amministrazione Penitenziaria del Piemonte Liguria e Valled’Aosta, Pierpaolo D’Andria, che ha assicurato l’attenzione del Ministero di Giustizia alla delicata questione, annunciando che si è in una fase di riflessione sulle decisioni da assumere.

Parlamentari e consiglieri regionali denunciano la situazione al carcere di Torino

“Facciamo appello al Governo affinché siano garantite le ore di colloquio dei detenuti. Il diritto all’affettività non può essere negato”.

“Conosciamo purtroppo le condizioni difficili e le carenze strutturali del nostro sistema detentivo. Oggi il Covid rende la situazione dei carcerati ancora più penosa, perché i colloqui in presenza con i propri cari si sono trasformati in videochiamate. Eppure scopriamo che al Lorusso Cotugno di Torino le sei ore settimanali disposte per legge per ogni detenuto non sono garantite, ledendo duramente il loro diritto all’affettività” – è la denuncia proveniente da alcuni parlamentari, Nicola Fratoianni e Paola Nugnes (LEU), Doriana Sarli, Jessica Costanzo (M5S) e dai consiglieri regionali Marco Grimaldi (LUV) e Francesca Frediani (Movimento 4 Ottobre).

È cominciato per queste ragioni lo sciopero della fame di Dana Lauriola e altre due compagne, proprio mentre la Corte d’appello si è pronunciata sugli scontri del 2011 in Val di Susa tra le forze dell’ordine e il movimento No Tav, riducendo drasticamente le pene, ridimensionando in modo sostanziale la gravità del giudizio sulla manifestazione e concentrandosi invece sulle singole condotte degli imputati.

Pene dimezzate per gli imputati del processo d’appello bis, quindi, ma non per Dana, condannata invece per un atto dimostrativo avvenuto nel 2012: per lei, incensurata, resta in piedi una condanna a due anni da scontare in carcere, poiché le sono stati negati gli arresti domiciliari. Una pena reputata spropositata anche da Amnesty International.

“Dana Lauriola non dovrebbe essere lì, è assurda la pena che sta scontando. Chiediamo che almeno la voce delle detenute sia ascoltata e siano garantiti a chi è privato della libertà quei legami e quegli affetti senza i quali nessuno di noi può vivere” – proseguono parlamentari e consiglieri, e concludono: “La prossima settimana si apre l’anno giudiziario, ci appelliamo al Governo affinché risolva immediatamente questa situazione”.