BRANDELLI Postille di troppo su artisti contemporanei
Di Riccardo Rapini
In via dei Mercanti 8, all’angolo con via Barbaroux e a pochi passi dal cuore monumentale di Torino, si trova una bottega che appare come una fenditura temporale, un ricco e strano acquario di memorie aggrovigliate: una teca di nostalgie, usanze, desideri, passioni e incubi sopravvissuti ai loro proprietari o sottratti al macero.
Il termine più azzeccato per definire ciò che si intravede dalle vetrine scenograficamente allestite è quello di wunderkammer, un termine che risuona a secoli di distanza dalla sua nascita come una piccola epifania.
Tra la fine del Quattrocento e il Seicento si assiste a un momento in cui il reale sembra espandersi: nuove scoperte geografiche, rivoluzioni scientifiche, nuovi strumenti ottici.
L’Europa scopre tangibilmente che le cose sono più vaste e più inquietanti di quanto immaginasse.
Collezionare significa allora anche contenere l’angoscia dell’infinito: comprimere il mondo in una camera delle meraviglie come atto di potere simbolico.
È la stessa pulsione che porta a fabbricare un mappamondo, a sezionare un corpo anatomico, a progettare un sottomarino capace di penetrare gli abissi: imporre il controllo sull’immensamente grande e l’immensamente piccolo.
Dunque il collezionista, per quanto possibile, raccoglie le propagazioni di grazia dall’esterno per aprirsi un nascondiglio fuori dai marciapiedi del mondo e dalla loro mascherata di passi irruenti e insensati.
La bottega di via dei Mercanti si chiama Nautilus Antiques, come il mollusco dalla logaritmica conchiglia a spirale che occupa nuove camere man mano che cresce ma anche riferendosi alla futuristica imbarcazione di Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne, capace di bucare baratri e ghiacci: in essa una civiltà sommersa rifiuta la superficie e vive in saloni illuminati da elettricità segreta, biblioteche, organi musicali, strabilianti bacheche marine.
Il collezionista cerca quindi di trattenere frammenti di eternità, nel caso specifico del Nautilus, anche di condividerli.
Il proprietario è Alessandro Molinengo, ingegnere elettronico che lavora per una ditta che produce valvole cardiache. In parallelo ha coltivato la sua passione per il collezionismo che trova il suo albore, quando, da bambino, raggruppava piccoli oggetti come tappi di bottiglia per poi, poco più tardi, verticalizzare nella raccolta di antichi ferri da stiro.
Ci incontriamo nella sua bottega un giovedì sera, che lui ha riempito secondo una logica stratificata più che lineare. Un caos profondamente ordinato in cui regna una gerarchia visiva che richiama quella museale o di un allestimento scenico teatrale.
È un uomo dall’aspetto rassicurante Alessandro, alto e asciutto, dallo sguardo gentile e curioso dietro un paio di occhiali dalla montatura semplice.
È accogliente, di quell’ospitalità tipica di chi non manca di empatia: nelle varie occasioni in cui ho visitato la bottega lascia passeggiare tra le sue collezioni senza invadere con la sua presenza, a patto che tu non sia curioso su qualche oggetto, solo allora ti lascia carpire la sua passione nel mentre racconta e descrive, come un confessore un po’ spifferone del suo manufatto.
I prezzi sono tendenzialmente alti, a volte da capogiro: non è un luogo di consumo il Nautilus. Dopotutto con l’acquisto è come se stessi sottraendo un capitoletto a un libro.
Ma ho come la sensazione che se davvero si è interessati a uno dei suoi “articoli”, un accordo lo si può trovare.
Mentre chiacchieriamo mi sento immerso in un carosello di immagini che m’inonda gli occhi, un valzer visivo simile ad un mise en abyme: globi cartografici, manichini sartoriali con teste da modisteria, scheletri osteologici umani e animali, preparati tassidermici, tavole anatomiche murali, litografiche, busti neoclassici in gesso, maschere teatrali popolari, marionette, stendardi confraternali ricamati, crocifissi, ex-voto, bastoni pastorali e aste processionali intagliate, insegne commerciali dipinte, strumenti scientifici d’epoca, ephemera funeraria, teratologie corporee di ogni tipo, strumenti di tortura, iconografie devozionali, fotografie d’archivio, arte antica naïf e potrei andare avanti per molto ancora.
Ma non cadete in inganno per l’assetto quasi post-apocalittico della disposizione degli oggetti e dalla loro natura: il macabro qui è solo un caso o un equivoco.
La superstizione e i talismani sono per Alessandro (agnostico) interessanti in quanto dati sull’umanità, micro-difese psicologiche contro il nulla, di certo non come gesti vissuti.
Il suo è più un animo romantico: l’algebra lineare e la geometria differenziale, di cui si serve per costruire i dispositivi valvolari cardiaci, si integrano con una sensibilità umana profonda che vede in un cuore anatomico stilizzato in argento, pegno di una grazia ricevuta, una struggente miniatura del dolore e della salvezza; in parole povere una storia.
Chi compra una mappa nautica consunta non desidera solo carta e inchiostro, bensì la prova tangibile che l’orientamento è concepibile. Che qualcuno, prima di lui, ha temuto il mare e lo ha misurato.
Il filo conduttore che lega tutta la sua collezione è proprio l’attenzione per le vicende che hanno portato l’oggetto a prendere forma, a farsi urgenza manifesta.
Se molte cose che conserva portano l’ombra superficiale del raccapricciante è perché il dolore lascia impronte più profonde della gioia.
Come la disciplina storica è massimamente un focus sui patimenti umani: cicatrici su cicatrici.
L’uomo ha sempre cercato di fissare l’irrimediabile, di incorniciare e sublimare l’angoscia.
Quando si è felici ci si gode la felicità.
Per questo nella sua orbita possono entrare anche reperti estremi, fatture a morte, feti in formaldeide, cilici.
Uno dei suoi oggetti, esteticamente poco accattivante, ma che porta con sé una storia che parla della nostra specie con la precisione di un atlante di psicologia, è una siringa battesimale utilizzata per benedire il feto all’interno dell’utero prima di procedere con l’aborto.
Al di là di un’istintiva reazione repulsiva iniziale, è un oggetto che trattiene dati antropologici e sentimentali giganteschi.
In chiusura della nostra conversazione Alessandro mi rivela che salverebbe, da un ipotetico fuoco disintegratore, un particolare cuore votivo trovato su Ebay: datato 1600 e proveniente dal Sudtirolo, area geograficamente molto circoscritta, è un ringraziamento per un parto travagliato con esito felice.
La sua peculiarità è che si presenta come una palla di legno trafitta da numerosi chiodi: a prima vista appare come la rappresentazione di una mina nell’atto di esplodere.
Invece il legno rappresenta l’utero, i chiodi il dolore del parto.
Un’altra storia, altre immagini ti si spalancano dinanzi, volti, relazioni, speranze, dubbi.
Tra amore e morte, come una venere anatomica: un’estasi da Santa Teresa d’Avila allargata su una cruda e complessa anatomia.










