ARTE- Pagina 65

La Fondazione Torino Musei per i 90 anni del MAUTO

MAO

Dal 15 luglio al 3 settembre 2023

Sala Polifunzionale

Anche il MAO Museo d’Arte Orientale partecipa alla rassegna diffusa organizzata per celebrare i 90 anni del MAUTO e propone la video installazione dell’artista Axl LE The Six Realms of Reincarnation 2023, che mescola temi ecologici con la visione dei sei regni buddisti come mondi ipertecnologici e distopici.

Utilizzando la tecnologia CG, Axl LE combina un personaggio digitale scansionato in 3D con la sua visione immaginaria del futuro, cercando di reinterpretare il concetto dei sei regni della reincarnazione. L’artista immagina sei regni: il Regno del Cielo, dove le persone caricheranno la loro coscienza sul cloud, entrando in un regno digitale dove tutto è possibile; il Regno Ashura un mondo dove l’intelligenza artificiale prende coscienza di sé e ingaggia una guerra costante con il Regno del Cielo; il Regno umano, un’epoca di coltivazione spirituale attiva; il Regno dell’Inferno, antitesi del Regno del Cielo derivato dalle conseguenze catastrofiche causate da insetti maligni nel mondo delle nuvole; il Regno del fantasma affamato, in cui le persone sono ridotte a schiavi di un’intelligenza artificiale consapevole; il Regno degli animali, in cui le persone hanno perso la resistenza del proprio spirito e del proprio corpo fisico e vivono in un perenne stato di malinconia, incapaci di liberarsi dalla loro situazione.

L’opera è installata in sala Polifunzionale ed è visibile tutti i giorni in orario di apertura del museo.

PALAZZO MADAMA

Dal 15 al 24 luglio 2023

Atrio del museo. Momento inaugurale: lunedì 17 luglio alle 12:30

Torino, luglio 1968: tre Mini Cooper con i colori della bandiera inglese – blu, bianca e rossa – rombano fuori dalla Sala del Senato del Regno d’Italia e si precipitano a capofitto giù per lo Scalone juvarriano di Palazzo Madama.

È Un colpo all’italiana (The Italian Job) di Peter Collinson a segnare un clamoroso caso cinematografico che renderà la città sabauda protagonista di folli inseguimenti tra vie monumentali e i capolavori recenti di Italia ‘61.

Per i 90 anni del MAUTO Palazzo Madama rievoca questi avvenimenti esponendo una Austin Mini Cooper S del 1962 nel suo atrio, accompagnata da una narrazione di quei giorni e da un serrato montaggio a rievocare quanto fu.

Ingresso libero

 

GAM

Dal 18 luglio al 3 settembre 2023

Atrio del museo. Apertura al pubblico: martedì 18 luglio alle 18:30

 

In occasione del novantesimo anniversario del Museo dell’Automobile di Torino, la GAM propone nella grande parete dell’atrio del museo due opere d’arte della sua collezione, entrambe legate alla rappresentazione di un moderno veicolo, possibile o immaginato. Sia nel caso della Macchina del 1963 di Alberto Moretti sia in quello dell’invenzione del Black Scooter realizzato nel 1969 da Gianni Piacentino siamo posti di fronte alla irruzione di una nuova iconografia nell’opera d’arte. Siamo, in entrambi i casi, nei pieni anni sessanta, e dunque in coincidenza con gli anni del boom economico e la massima espansione dell’industria dell’auto e del motore. Queste opere – così come nel caso della auto da corsa ‘ricostruita’ da Salvatore Scarpitta, la mitica Rajo Jack del 1964, acquistata per le collezioni del museo e ora esposta alle OGR – nascono forse sul filo della parodia, ma sono correlate, comunque, a una rivoluzione comportamentale e a un senso della modernità che non si era più visto dai tempi del mito della macchina e della velocità propugnati dai Futuristi al principio del secolo. Da sottolineare è la quasi perfetta coincidenza della nascita di queste opere con i “Car Disasters” di Andy Warhol, proprio del ’63, di cui la GAM possiede il famoso Orange Car Crash, esposto nella collezione permanente.

Ingresso libero

Exposed, il nuovo Festival Internazionale di Fotografia della città di Torino

Torino Foto Festival con la Direzione Artistica di Menno Liauw e Salvatore Vitale.

 

 

Dal 2 maggio al 2 giugno 2024 la prima edizione dal titolo

New Landscapes – Nuovi Paesaggi

 

15 mostre temporanee in 15 sedi e un unico cartellone di eventi dedicati alla fotografia, realizzati coinvolgendo nella loro progettazione e produzione le principali istituzioni culturali e realtà indipendenti cittadine.

 

Il Festival inizia il suo percorso già nel 2023 con una serie di tappe di avvicinamento organizzate in occasione dei più importanti appuntamenti internazionali dedicati alla fotografia e alla cultura contemporanea.

 

 

EXPOSED. Torino Foto Festival

Direzione Artistica: Menno Liauw e Salvatore Vitale

Prima edizione: New Landscapes – Nuovi Paesaggi

2 maggio – 2 giugno 2024

Vernissage: 2 – 5 maggio 2024

 


Torino, 29 giugno 2023. Si intitola EXPOSED. Torino Foto Festival il nuovo Festival Internazionale di Fotografia di Torino che ogni anno porterà nel capoluogo piemontese, nel mese di maggio, mostre temporanee, una fiera specializzata, attività didattiche, incontri, committenze artistiche ed eventi off declinati attorno a un tema e coinvolgendo le principali istituzioni culturalie realtà indipendenti cittadine. Obiettivo del Festival è quello di essere cassa di risonanza dei cambiamenti del panorama fotografico internazionale, offrendo un punto di vista inedito sulla storia della fotografia e su possibili scenari futuri.

 

Promosso da Città di Torino, Regione Piemonte, Camera di commercio di Torino, Intesa Sanpaolo,Fondazione Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT in sinergia con Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT e organizzato da Fondazione per la Cultura Torino, EXPOSED nasce per rinsaldare il profondo legame tra Torino e la fotografia – è stata scattata qui la prima fotografia italiana esistente, nel lontano 1839 – e per sottolineare ancora una volta la vocazione culturale e artistica della città, che vede nelle iniziative incentrate su creatività e innovazione alcuni tra i principali motori di sviluppo e fattori di crescita, non solo turistica, del territorio.

 

La Direzione Artistica, selezionata attraverso una procedura internazionale ad evidenza pubblica, è stata affidata a Menno Liauw e Salvatore Vitale, rispettivamente Direttore e Direttore Artistico di FUTURES, piattaforma internazionale che comprende 19 importanti istituzioni artistiche europee con impatto e influenza nel mondo della fotografia: una direzione artistica con un solido network alle spalle che, a partire dal dibattito più avanzato della fotografia contemporanea, fornirà la chiave di accesso per posizionare il Festival e la città a livello internazionale su temi come nuove tecnologie, digitale, creatività, design.

 

La prima edizione di EXPOSED si svolgerà nel 2024, dal 2 maggio al 2 giugno – con le giornate di apertura delle principali mostre ed eventi concentrate dal 2 al 5 maggio – e si intitolerà New Landscapes – Nuovi Paesaggi: rifacendosi a uno dei temi centrali nella tradizione fotografica italiana, il Festival proporrà una riflessione sull’evoluzione odierna del medium fotografico, delle sue dinamiche di mercato e delle principali sfide e cambiamenti del mondo dell’immagine.

 

Il programma della prima edizione comprenderà la produzione e realizzazione di 15 mostre temporanee in 15 sedi e un unico cartellone di eventi dedicati alla fotografia: un palinsesto ambizioso che verrà realizzato grazie al coinvolgimento nella loro progettazione e produzione delle principali istituzioni cittadine – tra cui già confermate Fondazione Torino Musei con GAM-Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, MAO- Museo d’Arte Orientale, Palazzo Madama, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, Castello di Rivoli, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Gallerie d’Italia, OGR – Officine Grandi Riparazioni, Museo del Cinema, Museo Egizio, Museo Regionale di Scienze Naturali – e grazie al coordinamento del Festival per mettere a sistema l’offerta fotografica dei diversi soggetti coinvolti.

In programma anche proposte e collaborazioni con realtà indipendenti come C2C Festival, SPRINT Milano e The Phair, la fiera del libro d’arte indipendente, e con attori della scena artistica cittadina come le gallerie di TAG Turin Art Galleries e gli artist run spaces come Almanac Inn, Cripta 747, Mucho Mas, Recontemporary, Witty Books.

 

Altro elemento centrale di EXPOSED sarà l’istituzione di un’importante committenza artistica assegnata suopen call internazionale: già a partire da quest’anno, un bando rivolto ad artisti e curatori internazionaliselezionerà un artista a cui verrà commissionata un’opera sul paesaggio in Piemonte, con un premio di 20.000 euro e la produzione di una mostra nel 2024. Questo tipo di committenza riprende una pratica che in città ha un passato illustre: con la mostra 6 x Torinovennero commissionate 300 fotografie a sei fotografi italiani di risalto internazionale, costruendo un vasto archivio sull’imponente trasformazione della città di Torino all’inizio degli anni 2000, oggi parte della collezione della GAM, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea.

 

Arricchiranno e completeranno il calendario una serie di incontri pubblici, attività didattiche ed eventi interattivi, oltre a simposi per i professionisti della fotografia contemporanea: un programma vivace e dinamico, pensato per coinvolgere sia il pubblico di addetti ai lavori che quello degli appassionati, integrando vecchi e nuovi linguaggi.

 

Aspettando la prima edizione del Festival, nei prossimi mesi del 2023 EXPOSED verrà presentato e coinvolto in alcuni dei più importanti appuntamenti internazionalidedicati alla fotografia e alla cultura contemporanea.

 

Venerdì 7 luglio 2023 sarà a Les Rencontres d’Arles, uno dei principali festival internazionali di fotografia con un evento di presentazione alla Parade di Arles, nel corso del quale un gruppo internazionale di curatori, direttori ed esperti, attraverso sessioni di networking, presenteranno il programma.

 

A metà settembre 2023 verrà lanciata l’open call internazionale per selezionare l’artista a cui verrà assegnata la prima commissione e il premio di 20.000 euro.

 

A ottobre 2023 il Festival sarà al CAPA CENTER BUDAPEST con un evento di presentazione all’interno dell’Annual Event del network europeo FUTURES Photography, poi ad Amsterdam al FUTURES HUB in occasione di Unseen, la fiera internazionale di fotografia.

 

Nel mese di novembre 2023, una serie di eventi teaser– come co-produzioni con realtà artistiche locali, nazionali e internazionali di grande respiro, da C2C Festival ad ARTISSIMA, da Paris Photo a CAMERA e SPRINT Milano – andrà a comporre un fitto calendario di avvicinamento al Festival.

Nel corso dell’Art Week torinese, in occasione e in collaborazione con Artissima, verrà organizzato unprogetto teso a valorizzare l’arrivo del Festival in città.

In collaborazione con la direzione artistica di C2C Festival, nel corso dell’edizione 2023 verrà organizzato un talk di approfondimento su temi legati al mondo della fotografia contemporanea, dei linguaggi visivi e dell’interdisciplinarietà, e verrà co-prodotta una commissione a giovani artisti per realizzare i visualdell’evento di Gang of Ducks.

Il Festival contribuirà alla realizzazione della giornata di studi organizzata da CAMERA e dedicata a Germano Celant e al suo rapporto con la fotografia.

E per raggiungere anche un pubblico esterno al settore, parteciperà alle attività organizzate dalla Città di Torino per le NITTO ATP FINALS che si svolgeranno dal 12 al 19 novembre 2023.

Fuori dai confini torinesi, dal 9 al 12 novembre 2023EXPOSED sarà presente a PARIS PHOTO con un evento di networking con artisti, galleristi e ospiti internazionali, mentre dal 24 al 26 novembre sarà presente alla fiera SPRINT MILANO con un punto informativo e un’installazione.

 

LA DIREZIONE ARTISTICA

Menno Liauw è il fondatore e direttore di FUTURES. Attivo da oltre 20 anni come consulente strategico, specializzato in fundraising, sviluppo di prodotti e servizi, branding e reputation management per una vasta gamma di organizzazioni, a livello nazionale e internazionale, ha fondato il marchio del Foam Amsterdam ed è stato il co-fondatore e proprietario di Foam Magazine. Ha lavorato nella direzione del Museo Stedelijk di Amsterdam e della Royal Concertgebouw Orchestra. È stato anche co-fondatore di Unseen, la fiera di fotografia internazionale. È docente ospite presso l’HKU University of the Arts, dove aiuta gli studenti che si preparano per il mondo del lavoro. Menno è membro dell’Advisory Board del programma di inclusività del Museo Van Gogh.

 

Salvatore Vitale è un artista visuale e direttore artistico di FUTURES con sede in Svizzera. Il suo lavoro è stato premiato a livello internazionale ed è stato ampiamente esposto in musei e festival fotografici, con mostre personali alla FMAV Fondazione Modena Arti Visive, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, OGR Torino, MASI Lugano, Fondazione svizzera per la fotografia Winterthur (2018) e MOCAK – Museo d’Arte Contemporanea, Cracovia (2018). Vitale è docente senior presso l’Università di Scienze Applicate e Arti di Lucerna (HSLU), oltre che co-fondatore e redattore capo di Yes Magazine. Vitale ha partecipato e curato diverse pubblicazioni ed è membro della commissione nominatrice della Fondazione fotografica Deutsche Börse.

 

Futures è una piattaforma europea che comprende 19 importanti istituzioni artistiche europee con un grande impatto e influenza nel mondo della fotografia. Questo soggetto rizomatico è composto da Fondazione CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia (Torino, Italia), Robert Capa Contemporary Photography Center Nonprofit Ltd (Budapest, Ungheria), Photo Ireland Festival Limited (Dublino, Irlanda), Fundacja Edukacji Wizualnej – Fotofestiwal (Lodz, Polonia), Deichtorhallen Hamburg GmbH (Amburgo, Germania), Asociatia Photo Romania – Photo Romania Festival (Cluj Napoca, Romania), Fundación Contemporánea – PhotoEspana (Madrid, Spagna), AG Culturele Instellingen Antwerpen/Erfgoed – FOMU (Anversa, Belgio), Copenhagen Photo Festival (Copenaghen, Danimarca), VOID O.E. (Atene, Grecia), Centre Photographique Rouen Normandie (Rouen, Francia), Stiftelsen Fotogalleriet (Oslo, Norvegia), Fotografska Udruga Organ Vida (Zagabria, Croazia), Stichting FOTODOK (Utrecht, Olanda), Biedriba ISSP (Riga, Lettonia), Plataforma de Fotografia Ci.CLO Unipessoal (Porto, Portogallo), Fotograf 07 z.s. (Praga, Repubblica Ceca), Der Greif (Monaco, Germania). FUTURES sta crescendo ogni anno con l’avvio di nuove organizzazioni membri e prevede di trovare una rappresentanza in ogni regione europea.

Bardonecchia, doppia inaugurazione: “Scena 1312 Arte”

Al Palazzo delle Feste ed alla Base Logistico Addestrativa

 

Alla Base Logistico Addestrativa di viale Bramafam, che per questa Stagione estiva, ha offerto all’Amministrazione Comunale la possibilità di utilizzare alcuni suoi spazi, per ospitare eventi culturali, alle 15.30, si inaugurera’ la mostra personale di Guido Adaglio “Vederti nuda è ricordare la terra”. Tele e sculture in legno per declinare la vita, la natura, sentimenti ed aspirazioni dell’uomo.

“Per me fare arte – spiega l’artista – significa raccontare. Come quando prima di conoscere l’alfabeto guardiamo le figure, ecco, cosi è la mia pittura: semplice, da osservare anche senza saper leggere. Parla di sogni fatti e di amori traditi, di gioie vere e dolori cupi, di cose successe e cose che potrebbero succedere.

Per raccontare queste emozioni- aggiunge- uso i corpi come pagine di un diario da condividere”.

Esposte anche alcune sculture in legno.

“Uso il legno, tronchi già secchi in pianta, per creare i miei Alberi nella serie Amo la natura, a modo mio: un appello ad amare la natura per quello che è, e non come fa più comodo a noi”.

 

Sempre domani, alle 17.30, al Palazzo delle Feste, si aprirà la mostra fotografica “Presenze “, che raccoglie alcuni particolari scatti realizzati da Massimo Del Monaco, all’interno del Forte e del paese di Exilles. ” In questa mostra fotografica- spiega Del Monaco – la visione delle immagini vuole essere personale e non ci sono titoli o didascalie a giustificare ogni scatto ma un invito ad immergersi in esse vivendo i momenti a livello personale”. Ed ancora “i fantasmi del passato si aggirano ancora tra le mura del forte, sono nei sotterranei, nei meandri nascosti, sulle ripide scalinate, sulla terra calpestata, sulle pietre lise.

“Opera Viva”… se il Manifesto è capovolto, la colpa è di Luigi o forse no!

In piazza Bottesini, Barriera di Milano, la “Natura Morta” dei gemelli Gianluca e Massimiliano De Serio per “Opera Viva. Il Manifesto”

Lunedì 17 luglio, ore 18,30

La location è sempre quella: lo spazio pubblico di metri 6×3 di piazza Bottesini, in Barriera di Milano. Alla sua nona edizione (con più di cinquanta artisti italiani e stranieri coinvolti nel tempo) “Opera Viva. Il Manifesto”, progetto artistico ideato nel 2015 da Alessandro Bulgini e oggi promosso dall’“Associazione Flashback”, da quest’anno ha cambiato titolo diventando “Opera Viva, Luigi l’addetto alle affissioni”, presentandosi, con eccentrica bizzarria, concentrato sul concetto di “ribaltamento”: in gioco, nessuna figura curatoriale, solo gli artisti di volta in volta ospitati e lui … Luigi, l’addetto alle affissioni, che (un po’ stravagante qual è) appenderà tutte le immagini capovolte. Se volete, dunque, prendervela con qualcuno, sapete a chi rivolgervi. Del resto, però, nessuna lamentela è finora pervenuta da parte degli stessi artisti. Complici anche loro? Certo che sì. E dunque una motivazione, tecnicamente e artisticamente accettabile, ci sarà. Niente rimbrotti, quindi, al povero Luigi l’addetto alle affissioni, che, evidentemente, fa solo ciò che gli è stato detto di fare. Andiamo perciò alla ricerca delle motivazioni.

E allora, ben attenti! Trovatevi lunedì 17 luglio, alle ore 18,30, al solito posto in piazza Bottesini, in Barriera di Milano. Lì si terrà il secondo appuntamento di questa nuova edizione di “Opera Viva”. Luigi probabilmente non ci sarà. Ma non cercatelo, perché troverete già ben affissa l’opera “Natura morta” dei fratelli-gemelli Gianluca e Massimiliano De Serio, torinesi, classe ’78. Ovviamente, anch’essa affissa ben bene in alto e al contrario. Come volevasi dimostrare. La foto è quella di una cinciallegra imbalsamata, con il suo cartello di inventario e il suo piccolo trespolo, proveniente dal deposito della collezione del “Museo Don Bosco” di “Storia Naturale” di Torino. Escluse sbadataggini o stravaganze da parte del solito Luigi l’addetto alle affissioni,  “l’opera – spiegano i responsabili – riflette sui concetti di arte e natura, e sulla loro relazione”. E continuano: “Siamo di fronte alla morte o alla vita eterna? Museificazione della vita o sua duplicazione? Fotografia? Scultura? Scienza? Trofeo? Merce? In un’epoca di catastrofico cambiamento climatico e di urbanizzazioni selvagge, affiorano tentativi di resistenza ecologica nel cemento, di arte non istituzionale che si ramifica nei quartieri. La piccola cincia ci obbliga a un punto di vista nuovo. Per farlo si fa gigante e pop, esce dal suo nido – o dal suo deposito – e ci osserva, ma, anche questa volta, a testa in giù”. Insomma, il motivo (fatevene una ragione!) sta nella voglia – attraverso il capovolgimento delle immagini-  di imprimere al gesto artistico, anche nel momento espositivo, un cambio di direzione, una performativa “mutazione”. Siamo di fronte a un’ azione provocatoria. E la storia dell’arte contemporanea non manca certo di “azioni provocatorie”. Giustamente i responsabili di “Opera Viva” ricordano il gesto di Marcel Duchamp (fra i più iconici artisti del secolo scorso, animatore del dadaismo e del surrealismo, nonché del ready-made e dell’assemblaggio) che nel 1917, rovesciando un “orinatoio” lo trasformò nell’opera “Fontana”, firmata con lo pseudonimo “R. Mutt”, mai esposta al pubblico, andata perduta nell’originale, ma di cui esistono ancor oggi, in giro per il mondo, numerose repliche. Azione provocatoria. Per l’appunto. Per l’artista di origini francesi, che certo non mancava di fantasia e di surreale visionarietà, significava la necessità di un cambiamento nei modi di fare arte. E “anche oggi, in Piazza Bottesini si attua – concludono i responsabili – quel gesto di avanguardia, in un mondo nuovo in cui si cerca di esplorare ogni linguaggio, nell’obiettivo ostinato di far congiungere l’arte con la vita”. Tant’é. Osservare con attenzione per credere. E lasciate in pace il povero Luigi l’addetto alle affissioni. Che non ne può niente.

Tutti residenti ed operanti a Torino gli artisti selezionati per “Opera Viva” edizione 2023, dopo Sergio Cascavilla (ospitato il mese scorso) e Gianluca e Massimiliano De Serio, i prossimi appuntamenti saranno con Luigi GariglioTuri RapisardaPierluigi Pusole ed Alessandro Bulgini.

Gianluca e Massimiliano De Serio lavorano insieme come registi e artisti dal ’99. Hanno esordito nel lungometraggio per il cinema con “Sette opere di misericordia” (2011), presentato nel concorso internazionale del “Festival di Locarno”. “I ricordi del fiume” (2015), ha avuto l’anteprima al “Festival di Venezia”, così come l’ultimo lungometraggio di finzione, “Spaccapietre” (2020), unico italiano in concorso alle “Giornate degli Autori”. Protagonisti dei loro lavori, sia nel cinema che nelle installazioni, sono identità sradicate, o identità collettive e interstiziali, in un percorso ibrido tra messa in scena, memoria e performance.

Per info“Flashback Habitat”, tel. 393/6455301 o www.flashback.to.it

Gianni Milani

Nelle foto:

–       Gianluca e Massimiliano De Serio: “Opera Viva”

–       Gianluca e Massimiliano De Serio: “Natura morta”

“La cura” di Battiato diventa un album illustrato

A firma di Sonia Maria Luce Possentini, verrà presentato nel suggestivo Giardino di “Casa Lajolo” a Piossasco

Domenica 16 luglio, ore 18

Piossasco (Torino)

Suggestioni mistiche e filosofiche (“Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza”). Suggestioni esotiche (“Vagavo per i campi del Tennessee/ come vi ero arrivato chissà”). Suggestioni oniriche (“Più veloci di aquile i miei sogni/ attraversano il mare”). C’è, in compendio, tutto il modo di fare e concepire musica e testi narrativi, come strumenti terreni in grado di far volare su sù sogni poesia memoria ed emozioni, in quello che può indubbiamente considerarsi il capolavoro musicale di Franco (al secolo FrancescoBattiato, nato a Ionia (oggi Riposto) nel 1945 e scomparso due anni fa sempre nel catanese, a Milo. Parliamo de “La cura”, una delle canzoni più note e amate del grande cantautore (ma anche scrittore, regista, pittore e politico) siciliano. Brano dal significato fra i più controversi della sua discografia, pubblicato nel 1996 all’interno dell’album “L’imboscata” e scritto insieme al filosofo Manlio Sgalambro, la canzone è oggi diventata un album illustrato “dai toni sognanti, intimi e delicati”, grazie ai disegni della reggiana di Canossa, Sonia Maria Luce Possentini, fra i nomi più apprezzati del panorama illustrativo contemporaneo, una cattedra di “Illustrazione” alla “Scuola Internazionale di Comics” di Reggio Emilia e all’“Università degli Studi” di Padova, nonché prestigiosi premi vinti in carriera.

L’opera della Possentini, invariato il titolo “La cura” edita da “Einaudi Ragazzi”, verrà presentata domenica 16 luglioalle 18 (ingresso gratuito), nel giardino “a stanze” della settecentesca “Casa Lajolo” a Piossasco, per la rassegna “Bellezza tra le righe”, inserita nel cartellone di “Luci sui Festival”, attività promossa dal “Salone Internazionale del Libro” per supportare la diffusione e la conoscenza delle realtà legate al mondo della lettura e dei libri. E proprio intorno al concetto di “cura” ruota il cartellone di quest’anno di “Bellezza tra le righe”, dal titolo “Maneggiare con cura. Incontri e letture per mettersi in salvo”. Domande: “Sappiamo curare? Sappiamo curarci? Sappiamo prenderci cura? In che modo?” Dunque, non poteva mancare questo volume illustrato, raffinato, delicato, pensato in realtà per tutti, grandi e piccoli, per scoprire o riscoprire la dedizione e il supporto incondizionati per la persona amata: poesia, colore e passione si uniscono e ne emerge il concetto profondo dell’amore come ‘cura’, verso se stessi, gli altri, la propria anima”.

Pittrice e illustratrice, Sonia Maria Luce Possentini, laureata in “Storia dell’arte” al “Dams” di Bologna, ha ricevuto molteplici riconoscimenti in Italia e all’estero, tra cui il “Premio Andersen 2017” come miglior illustratrice, il “Premio Pippi” e il “Silver Award” all’“Illustration Competition West 49” di Los Angeles.

Ha preso parte a numerose mostre, pubblicato albi illustrati e manifesti. Ha firmato copertine per numerose Case editrici italiane ed estere ed insegna “Illustrazione” alla “Scuola Internazionale di Comics” di Reggio Emilia e all’“Università degli Studi” di Padova. Per “Edizioni Curci” ha illustrato il libro “Fate e fantasmi all’Opera” di Cristina Bersanelli e Gabriele Clima. Non si può non menzionare, nel suo ricco curriculum, il libro scritto con Mario Boccia, lo struggente “La fioraia di Sarajevo”, edito nel 2021 da “Orecchio Acerbo”.

  1. m.

Nelle foto:

–       Una tavola de “La cura”

–       Cover “La cura – Battiato Possentini”, Einaudi Ragazzi

–       Sonia Maria Luce Possentini

“Giuseppe Gabellone. Km 2,6”… di scotch

Ritorna alla “GAM” di Torino, l’artista – scultore e fotografo – brindisino, con un video giovanile, sintesi perfetta dell’intera sua sperimentazione artistica

Fino al 1° ottobre

A 27 anni dalla sua mostra personale (“Campo 6”) ospitata alla “GAM” di Torino, in collaborazione con l’allora neonata “Fondazione Re Rebaudengo”, Giuseppe Gabellone, artista brindisino (oggi residente a Parigi) ritorna, fino al 1° ottobre, negli spazi della “Videoteca” del Museo di via Magenta, presentando il video “Km 2,6”, acquisito dalla “Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT”, assicurando così alla Collezione della “VideotecaGAM” un’opera cardine della stagione artistica degli anni Novanta. Erede fra i più rappresentativi dell’“Arte Povera” e della “scultura post-minimalista” (fra gli studenti –  allievi all’“Accademia” di Bologna e a Brera di Alberto Garutti – che diedero vita a Milano al cosiddetto “Gruppo di via Fiuggi”), Gabellone (classe ’73) ha sempre rincorso sperimentazioni artistiche volte ad indagare la relazione fra “bidimensionalità” e “tridimensionalità”, coniugando in un tutt’uno linguaggi scultorei e fotografici, alla ricerca persistente, come ebbe a scrivere Francesco Bonomi in occasione di una sua personale del 2002 al “Museum of Contemporary Art” di Chicago, di idee che in sé contenessero i concetti di “presenza e assenza”. In quest’ottica si colloca anche “Km 2,6”, il video presentato alla “GAM” e realizzato, in una forma che sta fra l’idea di scultura e la dimensione filmica, nel ’93. Dice bene Elena Volpato, curatrice della mostra: “Il video è una di quelle rare opere che arrivano precocissime nel percorso di un artista eppure sembrano già contenere tutto intero il nucleo del suo pensiero. L’intelligenza che anima quel video si è andata infatti sviluppando con assoluta coerenza, in questi trent’anni, nella varietà dei frutti che va producendo”. Unità di misura lineare, quei “Km 2,6” diventano “misura di durata”.  La lunghezza indicata è quella del nastro adesivo che Gabellone, nel video, va dipanando tutt’attorno ai mobili e agli esterni della sua casa di famiglia in Puglia, fino a inglobare in un’unica “ragnatela scultorea” anche alcuni alberi del giardino. Allo svolgersi dello scotch risponde lo scorrere del nastro magnetico che registra l’opera, traducendo lo spazio in tempo e il tempo in spazio. “Ogni singolo frame del video è in realtà una scultura – ancora la Volpato – e lo è doppiamente per via del monitor, un vecchio ‘hantarex’ il cui utilizzo si andava rarefacendo proprio in quell’inizio degli anni Novanta, ma che per i primi decenni della storia del video d’artista aveva prestato al linguaggio elettronico un volume, da solido minimalista, che sarebbe poi andato perduto nella consuetudine delle proiezioni e degli schermi piatti”.

A completare la rassegna, una serie di 8 fotografie“Untitled”, datate 2009: fotografie di fotografie, immagini di sculture, di paesaggi che contengono sculture e anche cifre pittoriche “nel cromatismo che vira la stampa originale”. Sculture, quelle di Gabellone, “laboriosamente artigianali”, che spesso l’artista distrugge, ad additare l’effimero del reale, non prima di averle debitamente fotografate e quindi esistenti solo in quanto immagini fotografiche. Immagini fisse, drappi in cui si racconta di bambini che ridono all’aria aperta o di “volumi ancorati nello spazio, che al contempo si gonfiano sotto l’azione del vento che le modella come fossero bandiere”. Fra grezze manipolature di materiali di scarto dal legno all’acciaio all’alluminio all’argilla, in una sorta di “trasparenti scatole cinesi – conclude Elena Volpato – che contengono, una dentro l’altra, tutte le discipline artistiche attraversate dal pensiero dell’artista con il piacere di dissolverle una nell’altra, fino a liberare l’immagine come pura forza mentale”.

Gianni Milani

“Giuseppe Gabellone. Km 2,6”

“GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea”, via Magenta 31; tel. 011/4429518 o www.gamtorino.it

Fino al 1° ottobre

Orari: da mart. a dom. 10/18. Chiuso lunedì

Nelle foto:

–       Giuseppe Gabellone: “Km 2,6”, video, colore, sonoro, 30’, 1993, “Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT”

–       Giuseppe Gabellone: “Untitled”, stampe digitali, 2009, courtesy l’artista e “ZERO…”, Milano

Visita al Castello di Rivoli con Carolyn Christov-Bakargiev

Agnolo Gaddi
Angelo annunciante, Redentore, Vergine annunciata, 1387-1388
tempera e oro su tavola, 100 x 38,5 cm, 98 x 38,3 cm, 100,3 x 38,4 cm
Collezione Fondazione Francesco Federico Cerruti per l’Arte
deposito a lungo termine Castello di Rivoli, Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino
L’Esperienza dell’Arte

Carolyn Christov-Bakargiev, Essere riservati. L’immortalità attraverso l’immortalità della propria collezione. Dalla precisione alla perfezione

giovedì 13 luglio 2023, ore 18.00* – 19.30
Villa Cerruti, Sala delle Orchidee

Il 13 luglio 2023, dalle 18.00 alle 19.30, Carolyn Christov-Bakargiev, Direttore del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e della Fondazione Cerruti, guiderà il pubblico in una visita speciale alla scoperta dei segreti di Francesco Federico Cerruti e della sua raccolta d’arte e oggetti preziosi. Il rapporto privilegiato del collezionista con il libro e la legatura sarà affrontato esaminando un’importante opera della collezione: le cuspidi raffiguranti l’Angelo annunciante, il Redentore e la Vergine annunciata, 1387-1388, del pittore fiorentino Agnolo Gaddi.

* Il biglietto va ritirato entro le ore 17.45 presso la Biglietteria del Castello di Rivoli
La conferenza, per un numero massimo di 16 persone, si tiene nella Sala delle Orchidee di Villa Cerruti e comprende una visita speciale alla Villa.
È necessaria la prenotazione alla pagina https://www.castellodirivoli.org/tickets/#
Il costo del biglietto intero è di € 26,50; biglietto ridotto € 19,50 (giornalisti, gruppi da 3 o più persone, Abbonamento Musei Piemonte Valle d’Aosta); € 10,00 per studenti universitari fino a 26 anni e istituzioni equiparate.
Il biglietto è comprensivo dell’ingresso al Castello di Rivoli che potrà essere visitato nella stessa giornata, prima dell’incontro. Il Museo chiude alle ore 17.30, ma è possibile recarsi in Biglietteria nella Manica Lunga fino alle ore 17.45.
La navetta di collegamento alla Collezione Cerruti parte alle ore 17.55 dal piazzale antistante al Castello di Rivoli.
Per il ritiro del biglietto è necessario recarsi alla Biglietteria del Castello di Rivoli almeno 15 minuti prima della partenza della navetta.

Carolyn Christov-Bakargiev

Scrittore, storico dell’arte e curatore. Attualmente è Direttore del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e della Fondazione Francesco Federico Cerruti per l’Arte, Rivoli-Torino. Nel 2019 ha ricevuto l’Audrey Irmas Award for Curatorial Excellence. È stata Edith Kreeger Wolf Distinguished Visiting Professor in Art Theory and Practice alla Northwestern University, Chicago (2013-2019). È stata Direttore Artistico della Biennale di Sydney nel 2008, di dOCUMENTA (13) a Kassel, Banff, Alessandria-Cairo e Bamiyan-Kabul nel 2012 e della Biennale di Istanbul nel 2015. Fra le sue maggiori pubblicazioni: Arte Povera (Londra 1999).

Hector ‘Mono’ Carrasco, arte e militanza dal Cile al Monferrato

Hector ‘Mono’ Carrasco è un talento artistico di caratura internazionale grafico, muralista, scrittore – che ha scelto come propria residenza la frazione Cantavenna di Gabiano Monferrato in Valcerrina. Ma ha anche un passato di militanza politica che lo ha costretto nel lontano 1974 a fuggire dal natio Cile dopo il colpo di stato dei militari di Augusto Pinochet che scalzò Salvador Allende, il medico/presidente che era stato eletto in una regolare consultazione sostenuto da Unidad Popular. Carrasco, sempre molto attivo sul piano artistico, intellettuale e sociale, ha raccolto le sue esperienze in un libro, ‘Cile Italia, sola andata – Storia di un profugo cileno’ edito per i tipi di FuoriAsse’. Domenica, alle ore 18.30, l’autore lo presenterà nella rassegna ‘Aperitivo d’autore’ al circolo Il Cortiletto di Villadeati, dialogando con la presidente Nicoletta Piazzo. L’evento segue la ‘prima’ al Circolo dei Lettori di Torino davanti a un pubblico numeroso (“quando sono entrato nella sala e ho visto così tanta gente ho avuto un momento di emozione anche se sono abituato a non esternare i miei sentimenti, retaggio del periodo di clandestinità prima di uscire dal Cile, perché se trovavi per strada un compagno o una compagna dovevi fare finta di niente, avresti potuto mettere a repentaglio la sua o la tua vita” dice Carrasco), poi ad Alessandria al circolo Luigi Longo. Il libro, come spiega ‘Mono’ era già pronto da oltre un anno ma ha preferito l’uscita nel 2023 perché ricorrendo i 50 anni del Golpe con l’assalto alla Moneda, il palazzo presidenziale e l’inizio della dittatura militare, avrebbe potuto essere presentato in diverse manifestazioni di memoria dell’evento. Il testo è introdotto da un prologo di rilievo, quello del presidente del Cile, Gabriel Boric Font. “Non lo conosco di persone, l’avevo mandato alla presidenza se fosse stato interessante, mi è stato risposto di mandarlo anche se ancora in bozza e non importava se il testo fosse in italiano. Poi è arrivato il contributo del presidente che l’ha certamente letto, come ho potuto capire dai particolari che ha ripreso” dice Carrasco. E di Boric Font, capo dello Stato e 38 anni, ricorda un gesto altamente emblematico: “Il giorno del suo insediamento, prima di andare alla Moneda, rompendo il protocollo, si è diretto verso la statua di Allende e gli ha reso omaggio, momento toccante e significativo”.

Il libro, però, non è incentrato interamente su Allende e sull’esperienza ma è, da un lato uno spaccato sulla società cilena dell’epoca, sulle innovazioni introdotte da Allende e da Unidad Popular, sulla vita di ‘Mono’ in Italia e sulle sue esperienze artistiche ed umane e gli incontri maturati nei cinquanta anni da quel tragico giorno. Così si va dall’ingresso nella Gioventù Comunista, alla storia della Brigada Ramona Parra, a Victor Jara che fu barbaramente trucidato nei giorni del Golpe, alla figura dell’artista italo-cileno di fama mondiale Roberto Sebastian Matta che stupì tutti volendo unirsi ai muralisti della Brigada Parra, ai murales fatti ed apprezzati in tutta Italia (ed anche in Monferrato, naturalmente), e nel Cile sua Patria di origine, ma non solo. La presentazione letteraria è in parallelo alla mostra di ‘Mono’ Carrasco, inaugurata la scorsa settimana nella chiesa di San Remiglio, sempre a Villadeati, che rimane aperta sabato e domenica 15 e 16 luglio, dalle 17 alle 22.

Massimo Iaretti

Nella mente di Bessoni: La Mole delle Meraviglie


Un consiglio su una delle mostre più bizzarre da vedere a Torino

Sotto questo cielo azzurro terso, la Mole si staglia netta, come disegnata. Guardarla da sottinsù, intanto che percorro via Montebello, è sempre una sensazione che mi piace: tutti i dettagli architettonici, la peculiare curvatura della cupola e quella punta che pare allungarsi a seconda del punto di osservazione sono particolari che costantemente mi affascinano .
Eppure oggi -per me- l’edificio ha un valore aggiunto, perché si è fatto scrigno di un evento che reputo davvero importante, e proprio non potevo non parteciparvi.
Dal 10 maggio fino all’ 11 settembre 2023, il simbolo dello skyline torinese si trasforma in una gigantesca “Wunderkammer”, un’insospettabile “camera delle meraviglie” nel centro della città, ricolma di “puppets” realizzati per la tecnica dello “stop-motion”, scheletri, animali tassidermizzati, conchiglie e preparati zoologici provenienti dalle collezioni naturalistiche del Liceo Classico e Linguistico “V. Gioberti” di Torino, nonché busti frenologici francesi, compassi antropometrici, modelli didattici sull’anatomia, antiche fotografie identificative di criminali delle collezioni Nautilus e un’elaborazione grafica dei disegni originali di uomini tatuati conservati presso l’Archivio del Museo di Antropologia criminale “Cesare Lombroso”.
Il subconscio di Stefano Bessoni si è raccolto, ha preso vita e ha conquistato la Mole Antonelliana.
Mi distolgono per un attimo dai miei pensieri le voci circostanti, la calura estiva non ferma nè i Torinesi, nè tantomeno i turisti, dall’andarsene in giro per le strade accaldate, oltrepasso qualche gruppo di stranieri fino all’ingresso del Museo del Cinema, stranamente senza trovarvi coda. Chiedo informazioni, una ragazza gentilmente mi indica il percorso e dopo aver seguito le sue indicazioni mi ritrovo immersa nella preziosa esposizione titolata “La Mole delle Meraviglie”, curata da Stefano Bessoni e Domenico De Gaetano.
Voi, cari lettori, non lo sapete, ma il Signor Bessoni, genio creativo e talentuoso, animatore, regista e illustratore, è per me un irremovibile punto di riferimento, uno di quegli artisti “preferiti” la cui ricerca artistica ha segnato nel profondo la mia personale curiosità e mi ha portato ad approfondire specifiche tematiche, come i film sperimentali, la tecnica dello “stop-motion” o ciò che viene definito in ambito artistico-letterario “grottesco”.
Di questo ravvisabile autore ho da sempre apprezzato in principal modo il suo sguardo sul mondo, a metà tra il fantasioso e lo scientifico, tra l’orrorifico e il fiabesco, tra il gioco e la malinconia.
È proprio in questa difficilmente identificabile dimensione che le sue creature prendono vita, sia che si tratti di illustrazioni che di “puppets”, le sue figure sono complesse e ambigue, hanno l’aura di giocattoli abbandonati, sembrano automi sottoposti a sortilegi, sono tutti personaggi sotterranei che per sbaglio hanno perso la bussola.
Mi prendo tutto il tempo necessario e mi perdo tra i disegni a matita, gli acquerelli e i modelli in plastilina imprigionati nelle teche.
È la prima grande mostra che viene dedicata a Stefano Bessoni, sono esposte oltre 150 opere, quasi tutte provenienti dall’archivio privato dello stesso autore e dalla collezione del Museo Nazionale del Cinema; i lavori, opportunamente presentati, raccontano gli ambiti in cui si muove la ricerca espressiva dell’artista e ne delucidano il taglio creativo.
L’autore, classe 1965, crede nel cinema come forma espressiva e nella politica d’autore, ha ottenuto numerosi premi in festival nazionali e internazionali, le storie che racconta le illustra e le racchiude in preziosi libri illustrati, realizza altresì dei lungometraggi come “Frammenti di scienze inesatte”, “Imago Mortis” e “Krokodyle”. Lui stesso ci indica chi sono i suoi punti di riferimento: Peter Greenaway e Jan Švankmajer.
Ad oggi coordina il corso di illustrazione e animazione allo IED di Roma, a Torino invece, presso la Scuola Holden, tiene un corso di alta specializzazione di “puppet making” e animazione “stop-motion”. Ultimamente si dedica all’allevamento di coleotteri giganti tropicali.
Ora che abbiamo inquadrato il personaggio, lasciate, cari lettori, che vi spieghi più nel dettaglio che cos’è visibile in questa preziosa e bislacca mostra.
Tutto parte dal concetto di “Wunderkammer”, termine tedesco traducibile con “camera delle meraviglie”. Si tratta di raccolte private, costituite da oggetti e reperti naturali, presenti nelle corti cinquecentesche o nelle chiese. Degli antichi musei “in nuce”, queste collezioni si basano sull’interesse del collezionare e del raccogliere, interesse che talvolta rasenta l’ossessione. All’interno di questi “gabinetti delle curiosità” si trovavano principalmente stranezze e manufatti strabilianti, affiancati da oggetti naturali. Le wunderkammer si esauriscono con l’avvento dell’Illuminismo e il trionfo della razionalità, eppure sopravvivono tutt’oggi in ambito artistico, come dimostrano le opere di Joseph Cornell, André Breton o Kurt Schwitters. E come dimostra anche l’opera di Bessoni di cui ci stiamo occupando.
Il percorso espositivo si dirama a partire da cinque figure: Antonelli, Prolo, Darwin, Lombroso e Greenaway. Tali personaggi, vissuti in epoche, diverse si trovano qui uniti dal “fil rouge” della medesima vocazione, quella di raccogliere e catalogare oggetti e idee, come lo stesso Bessoni peraltro. L’autore rilegge e reinterpreta attraverso il suo sguardo sia i medesimi personaggi sia le loro opere, nascono così burattini sproporzionati e sagome sbilenche, alcune realizzate a matita, altre invece in plastilina e stoffa.
E così Antonelli si tramuta in un vecchietto scheletrico, arrampicato come King-Kong proprio alla “sua” Mole, Lombroso pare un pingue pupazzo di gommapiuma, morbido e polveroso, nascosto tra crani spaccati e modellini anatomici, mentre la Prolo è raffigurata come una delicata anima malinconica, allungata ed elegante, intellettualmente mimetizzata tra gli oggetti di una scrivania.
Ma la mente di Bessoni non si limita a rileggere i fatti reali, lo dimostrano i numerosi personaggi letterari appesi alle pareti: tra cui spiccano i protagonisti del Mago di Oz, Alice nel Paese delle Meraviglie, Pinocchio, Spoon, i personaggi de “ I Canti della Forca” e tanti altri. Ovviamente non dovete immaginarvi le solite raffigurazioni, piuttosto, in questo mondo all’incontrario, il burattino bugiardo è un automa scheletrico, mentre la Fata Turchina è una ragazzina pallida e mortifera, il cui aspetto lugubre è segnato dai crespi capelli azzurri che arrivano fino alla fine della pagina illustrata; stesso filtro vittoriano per i personaggi di Alice, ora decisamente meno disneyani e più burtoniani, definiti da sguardi conturbanti, frecce che insanguinano le carte di cuori e il Bianconiglio ridotto ad un Arlecchino animalesco di cui rimane solo lo scheletro.
Questo è il magico mondo di Bessoni, una interminabile fiaba macabra che tuttavia ci parla del diverso, ci avvicina a ciò che non capiamo, con l’inganno ci incuriosisce verso tematiche che non avremmo mai approfondito.
Da sempre ho stimato l’opera di questo autore, perché egli racconta l’inclusione, spiega come abbattere i pregiudizi, insegna l’accettazione, e lo fa con una magia delicata, creando personaggi malconci e trasandati, pur tuttavia saggi e profondi, personaggi a cui non ti puoi non affezionare.
Ecco, questa è la mia piccola mostra preferita dell’anno, vi consiglio vivamente di farci un giro e farvi prendere in ostaggio dalle teche luminose, vi auguro di perdervi in quella fantasia sotterranea e di riuscire ad accettare tali mirabolanti rielaborazioni.
Pensateci: c’è l’aria condizionata e l’esposizione è gratuita.

ALESSIA CAGNOTTO

 

Sicily in Decay, le fotografie di Carlo Arancio

Intervista di Laura Goria

Avventurarsi in palazzi abbandonati e scrostati dall’incuria, contrastare l’inesorabile incombere del tempo fermando in immagini quello che sopravvive, raccontare emozioni e fascino.

E’ quello che fa Carlo Arancio, giovane prodigio siciliano, nato a Catania il 20 marzo 1992, studi di architettura, fotografo di sensibilità e talento, esploratore dell’anima di edifici lasciati a se stessi.

Immortala tracce di fasti e vite passate, entra con passo felpato nei mille misteri appannati dall’abbandono.

Ed è talmente bravo che ha vinto gli ND Awards 2020, contest internazionale, come migliore fotografo non professionista nella sezione architettura d’interni.

Se visitate la sua pagina social Sicily_ in_ Decay… scoprirete la bellezza, la magia e il significato più profondo delle magnifiche foto che scatta in ville, chiese e palazzi fatiscenti.

Il passo successivo è scorrere il volume della sua prima mostra personale a Catania “Sicily in Decay. Serie Biscari e serie Scammacca”.

Libro pregiato che raccoglie gli scatti dell’allestimento aperto al pubblico dal dicembre 2020 ad aprile 2021 in due location poco distanti una dall’altra. A Palazzo Biscari nella parte adibita a co-working e nel piano nobile di Palazzo Scammacca, luogo restaurato dopo anni di decadenza ed ora aperto al pubblico come spazio espositivo.

Il libro è acquistabile sul suo sito e…istruzioni per l’uso… va consultato ripetutamente, con calma, scoprendo ogni volta qualche dettaglio in più. Perché, come ci ha raccontato, il suo non è semplicemente addentrarsi in luoghi massacrati dall’incuria.

 

Definirla urbex, dalla fusione di urban ed exploration, è corretto?

Il termine va preso con le molle perché è un calderone enorme che include più attività. C’è chi come me fa ricerca seria, con professionalità e rispetto dei luoghi.

Ma urbex sono anche gli youtuber e alcuni di loro riprendono con i video, senza alcun rispetto. Inseguono la visibilità, scambiano indirizzi come fossero figurine dei calciatori e non considerano che rivelare l’ubicazione di quei luoghi così fragili apre la strada a tutti, con conseguenze devastanti.

Urbex è pure chi fa graffiti nelle fabbriche, chi si arrampica ovunque per il brivido dell’altezza, chi va a caccia di fantasmi con attrezzature da ghostbusters.

Tutte attività dalle quali prendo le distanze.

Perché proprio gli edifici abbandonati?

Intorno ai 15-16 anni mi intrufolavo in una villa, per me rimasta la più bella e insuperabile. Amavo passeggiare nelle sale, guardare le pitture virtuosissime, colorate e decadenti. Mi piaceva stare lì da solo, percepirne l’atmosfera, pensare al senso del tempo e alla bellezza dell’edificio. Crescendo poi la passione per l’architettura e la storia della mia isola hanno determinato la scelta dell’università.

L’idea di fotografarli quando è nata? E perché non dipingerli o scriverne?

Parecchi anni dopo ho rivisitato quella villa in seguito a un terremoto: oltre la metà delle sale era crollata. Rimasi malissimo anche perché alcune non le ricordavo bene. Da quel momento ho iniziato a fotografarle, dapprima col telefonino, come appunto visivo; a volte facevo anche dei disegni, piccoli rilievi dimensionali dell’edificio, annotavo curiosità.

La fotografia cristallizza un attimo, un luogo, ed è un modo giusto di rappresentare il tutto. Preferisco le inquadrature grandangolari per racchiudere in un’immagine sola l’identità di un ambiente. La foto è più veritiera del disegno; più discreta di un video dove si può lasciare trapelare troppo. Voglio che i luoghi che racconto restino anonimi più possibile. Io ho intenti buoni; altre persone invece li cercano per depredarli o vandalizzarli.

Il suo incontro con la macchina fotografica?

Studiavo in Francia e fotografavo ancora con il telefono; c’era l’idea di acquistarne una e mi servivano soprattutto delle lenti grandangolari da usare per l’architettura. Le trovai a prezzo vantaggioso su una bancarella a Barcellona dove ero per uno scambio culturale tra università, le comprai senza neanche avere una Reflex. La settimana dopo lavorai con una fotografa francese che alla fine mi regalò una delle sue 3 macchine, vecchia di una quindicina di anni, ma con l’attacco per la lente che avevo. E’ da allora che non mi sono più separato da una macchina fotografica.

Ricorda la sua prima emozione? Da allora sono sempre le stesse, oppure è diverso?

La prima fu di grande stupore: a bocca aperta, col naso all’insù, guardando le volte dipinte. Emozioni che ho provato altre volte e in altri luoghi: perdere un po’ il senso del tempo, passare tantissime ore in quei luoghi e quasi non accorgersene.

Ogni luogo ha il suo carattere, la sua intimità, non c’è una risposta generica. Alcuni mi hanno emozionato anche se privi di interesse fotografico; altri bellissimi, mi hanno toccato poco.

Lei vanta collaborazioni prestigiose con fotografi famosi, ce le racconta?

La più importante è stata con Thomas Jorion, fotografo francese che scatta con un banco ottico e fa quello che faccio io ma in maniera molto più complessa. Dopo un servizio sul mio lavoro nel Tg nazionale, mi ha cercato in facoltà e chiesto di collaborare con lui. Di solito non si regala il proprio lavoro di ricerca; ma in questo caso ho riconosciuto la sua grande professionalità e bravura. E’ stato uno scambio quasi equo perché grazie alla sua notorietà abbiamo ottenuto autorizzazioni per accedere a luoghi che mi erano stati negati.

Cosa ha imparato da lui?

Insieme siamo entrati in più di una quindicina di edifici ed è stato molto formativo osservarlo fotografare; ha un’attrezzatura complicatissima, ma che permette la miglior resa possibile. Scatta con un banco ottico, una fotografia di altri tempi, utilizzando delle lastre su cui poi resta impressa l’immagine. L’ho studiato sperando di apprendere e ho imparato un bel po’ di cose.

C’è un criterio in base al quale sceglie le sue destinazioni oggi?

Occorre un notevole studio sul territorio. Cerco luoghi che abbiano un pregio artistico, una bellezza fragile di cui custodire memoria. Non sempre è facile giudicare dalla copertina. Per esempio in Sicilia la pittura non era solo nelle case dei nobili, ma anche in quelle borghesi e addirittura in qualche masseria che sembra non avere alcun valore, ma in realtà può nascondere un dipinto importante all’interno. Difficile sapere prima di un sopralluogo quello che si troverà.

Le è capitato di entrare in immobili che poi ha deciso di non fotografare?

Tantissime volte: i primi tempi fotografavo molti palmenti, vasche e botti usate per il vino che erano specchio della cultura locale. Poi ho smesso perché erano troppi. Se invece ci sono pitture pregiate condannate dallo scorrere del tempo mi premuro di fotografarle prima possibile.

Il suo principale campo di azione è la Sicilia, quanto è forte il legame con la sua terra?

Molto profondo, anche se dolce-amaro, e credo che la chiamata sia legata alla mia isola. Ho fotografato altri luoghi nel resto di Italia, in Francia, Belgio e Spagna, ma raramente pubblico quelle immagini perché lì è una tipologia di ricerca fotografica già sviluppata da circa 30 anni. Spesso sai prima cosa trovi ed è più una visita quasi turistica. Invece quando racconto luoghi scoperti ex novo da me dal punto di vista fotografico è molto più emozionante.

Mi appassiona di più una masseria vuota con 4 stucchi e 2 pitture che raccontano l’identità della mia terra. Amo i materiali come la pietra, lavica o arenaria, il legno; parlano il linguaggio della mia anima, anche se meno pregiati di boiserie e ferro battuto di uno Château francese abbandonato.

In Sicilia quanto è forte la sensibilità per queste meraviglie?

Argomento delicato, difficile generalizzare. Il patrimonio Siciliano è immenso, per fotografarlo tutto non basterà una vita. In alcune provincie la sensibilità è maggiore e nascono associazioni per tutelare i luoghi, in altre sono totalmente abbandonati. Determinante è il contesto in cui si trovano. Una masseria decorata e con una bella storia, ma spersa nel nulla, priva di impianti di urbanizzazione primaria e difficilmente raggiungibile in macchina, aveva senso nella sua epoca storica, oggi non più. Molti di questi edifici erano costruiti a scopo di rappresentanza sul territorio del potere della famiglia, che vi abitava stagionalmente. Oggi i costi per mantenerli sono proibitivi.

Quanti immobili abbandonati ha visitato e fotografato? In quanti conta di avventurarsi ancora?

Non sono neanche a un terzo dell’opera, molti più di 500. Spesso sono inaccessibili e per le autorizzazioni occorrono anni. C’è un palazzo bellissimo che sognavo di fotografare senza mai averne ottenuto l’autorizzazione. Ora è crollato e sono riuscito ad entrare da una breccia nel muro, ma non resta assolutamente nulla. Non arrivare in tempo mi fa stare male, però ho dovuto accettare che anche questi luoghi abbiano un triste destino. Mi arrabbio di più quando sono in centri dove potrebbero rinascere.

Predilige alcune case? E su quali dettagli tende a soffermarsi di più?

Non ho una propensione particolare per alcuni edifici rispetto ad altri, però preferisco certi elementi architettonici e ho quasi un feticismo per le alcove. Poi per le stanze di rappresentanza, saloni e sale da pranzo. C’era l’usanza di disegnare piccole vedute, di fantasia oppure reali e legate ai viaggi fatti dalla famiglia. In una villa i proprietari avevano avuto rapporti commerciali con Roma e sopravvivono vedute della città eterna, ed è riconoscibile Castel Sant’Angelo.

I mobili in Sicilia sono più difficili da trovare, spesso sono stati saccheggiati molto prima del mio arrivo; a meno che gli edifici non siano in luoghi difficilmente raggiungibili e sia impossibile un trasloco illecito.

Quando entra, per esempio in una villa nobiliare, immagina il passato e l’anima di quel luogo? Le vite che quelle mura potrebbero raccontare: nascite, liti, amori, tradimenti, morti….?

Certo e quando è possibile faccio anche ricerche, informandomi se c’è una letteratura al riguardo, parlando con la gente del luogo, sulla storia della nascita e della vita di quell’edificio, considerando che spesso la parte finale sono io a raccontarla attraverso le immagini. Tutto quello che c’è prima è un lavoro di ricerca e anche di sensazioni.

Cosa le suggerisce il senso di precarietà di grandi fortune poi crollate come i palazzi?

A volte mi sento piccolo come una formichina di passaggio, perché i tempi dell’uomo sono minuscoli riferiti a quelli dell’architettura che svela anche le storie dei vari gattopardi.

Famiglie nobiliari siciliane che per generazioni hanno gestito potere e patrimoni immensi, poi si sono frammentate.

Recentemente ho fotografato un edificio legato alla famiglia di Giovanni Verga. Nella piazza del paese questo palazzo blasonato è superato in altezza da quello degli imprenditori che si sono arricchiti commerciando i beni che la famiglia nobile produceva. Il confronto tra le due proprietà, con la seconda che sottolinea la sua superiorità, racconta perfettamente le svolte della storia, della società e le alterne fortune. Osservando l’architettura si può scoprire la storia del luogo.

Oggi le saghe familiari incantano, ha mai pensato di raccontare il passato di quello che fotografa anche con le parole?

Si e ci sto lavorando. Attraverso i lasciti architettonici dei patrimoni ho fatto una cernita di edifici che si prestano a raccontare la storia di famiglie che hanno fatto la storia dell’isola. C’è anche la prima dimora dei Florio di cui nel catalogo mostro un’alcova. Sto seguendo il cantiere di restauro dell’edificio, fatto rispettandone la natura e senza badare a spese, lasciandone intatte l’identità e la storia. Dietro le pitture ho potuto scoprire che c’è molto altro da raccontare, ma non anticipo di più.

Il suo lavoro può essere letto anche come una sorta di denuncia contro l’abbandono; è capitato che abbia sortito effetti positivi e richiamato maggiore attenzione?

Argomento delicato. Fotografo sempre in modo anonimo, proprio per tutelare i luoghi che scopro. Ma può anche accadere come durante la mostra a Catania dove si è presentato il proprietario di un immobile che avevo ritratto. Era stato vandalizzato con graffiti in acrilico che impediscono il recupero dell’originaria pittura a tempera, e lui voleva utilizzare le mie foto per un restauro coerente. E’ stata una della mie soddisfazioni più grandi.

Quando entra in questi edifici, oltre a curiosità e rispetto, vive altri stati d’animo?

Anche la paura è un elemento presente; da non sottovalutare ma sfruttare per essere più possibile discreti e prendere le opportune precauzioni. Come valutare lo stato dei solai per il rischio di crolli. Alcuni luoghi poi sono terreno fertile per dinamiche poco legali, dove è bene non trovarsi: il classico posto sbagliato al momento sbagliato. Bisogna fare sempre molta attenzione.

Non credo ai fantasmi, ma penso che le case abbiano una sorta di anima, tracce invisibili di chi ci ha vissuto…lei che ne pensa?

Più che altro una sorta di energia. Ci sono luoghi in cui ho avvertito quasi un invito a fotografarli, non dico mi stessero aspettando, però si prestavano. Altri, invece, tra difficoltà di luce o semplicemente per sensazioni, ho scelto di non raccontarli. Da un lato mi piace pensare che fossero proprio loro a non voler essere fotografati. Per esempio, ho esplorato un edificio dal vissuto molto pesante: un orfanotrofio dove c’è una cappella nella quale, stranamente, e non sono l’unico a cui è capitato, è quasi impossibile fare foto decenti. Ecco un luogo respingente che secondo me non vuole essere raccontato e lo dice a gran voce.

 

L’ iter corretto da seguire per accedere agli edifici, anche in quelli che non hanno più proprietari?

Un’attività fotografica del genere è sul filo del limes tra legale e illegale; è anche vero che se si è rispettosi e si mostra la migliore delle intenzioni è difficile avere problemi. Se possibile è meglio avere un’autorizzazione; perché anche quando il bene è totalmente abbandonato da decenni, sulla carta esiste sempre una proprietà. Nel mio lavoro poi esistono attenuanti, come la mancanza di recinzioni o cartelli di proprietà privata. Dal punto di vista legale se mai dovesse cadermi una tegola in testa, teoricamente la colpa è anche del proprietario che non ha messo in sicurezza il bene. Bisogna essere accorti perché si sta entrando in una proprietà che non è di tutti.

Dovesse raccontarsi …chi è Carlo Arancio?

Una persona curiosa alla quale piace andare al di là delle superfici. Amo i segni del tempo, li ricerco, e non solo perché per me l’architettura è un’arte che si nutre di tutte le altre. Raccontare questi luoghi è anche rappresentare il meglio del lato umano dal punto della produzione artistica.

Quando non esplora e fotografa cosa ama fare: i suoi interessi, hobby?

In realtà la mia attività mi totalizza, un po’ una missione di vita. Il cibo della mia anima.

Le difficoltà maggiori incontrate nel suo cammino professionale?

Ho faticato nel proporre le mie esposizioni proprio in Sicilia dove c’è un certo disinteresse e non mi si prendeva sul serio. Ora ho notato che chi acquista una mia fotografia ha una certa sensibilità ma, a parte le dovute eccezioni, generalmente non è siciliano, o è un architetto.

Lei è giovanissimo, tra 30 anni dove e come si immagina?

Sognando vorrei comprare un giorno una villa di quelle che fotografo, trasformarla in residenza e luogo per eventi culturali. A chiamarmi è soprattutto la fotografia di architettura: quella dell’abbandono mi tocca più nel profondo dell’anima, però mi piace anche quando è viva e ben tenuta. Ho un archivio di palazzi bellissimi, non lasciati a se stessi, ed è un onore poterli raccontare

Mi piacerebbe anche vivere all’estero, magari in Francia paese che amo. Con le mie foto vorrei sempre essere un po’ ambasciatore della cultura siciliana, portarla oltreconfine.

Cose per cui vale la pena fare il suo lavoro?

Gli incontri: quando c’è passione e serietà il mio lavoro avvicina persone di sensibilità simile, crea legami e amicizie bellissime con persone affini. Poi è senza prezzo vedere chi si emoziona davanti a una mia foto. Il ritorno più bello è quello umano.

L’edificio che desidera visitare più di ogni altro e non necessariamente in Sicilia?

Soprattutto due per i quali è impossibile ottenere le autorizzazioni. Uno è siciliano, chiuso e guardianato, con all’interno tesori meravigliosi. L’altro è in Toscana, il castello di Sammezzano, credo unico al mondo. E’ l’opera di un nobile che ha speso tutta la vita per costruire questa reggia infinita, in stile moresco, con sale decorate in modo incredibile. Un luogo che mi fa sognare. Va spesso all’asta ma, per l’enorme impegno economico che richiederebbe, sono sempre deserte.

Cosa non ho chiesto ma le preme dire?

In Sicilia l’attività di esplorazione dei luoghi abbandonati non è ancora massificata come in Francia e Belgio, culle di questa pratica. Ma è bene non lasciarsi prendere dalla febbre dell’esplorazione; ci sono limiti da non superare mai, come sfondare una porta chiusa. Una volta che si sottraggono questi luoghi all’oblio, li si espone a rischi, a dinamiche errate e rovinose.

Al momento a cosa sta lavorando?

A San Vito Lo Capo sto esponendo in uno spazio un po’ atipico: una casa di pescatori, mantenuta decadente, trasformata in enoteca, arredata con gli oggetti dei pescatori che erano al suo interno.

 

Per scoprire il lavoro di Carlo Arancio e il libro potete consultare il sito

www.sicilyindecay.com

 

Per le foto al Winners Awards 2020 il link del Contest:

https://ndawards.net/winners-gallery/nd-awards-2020/non-professional/interior/812/gold-award/