ARTE- Pagina 3

I segreti della Gran Madre

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Torino, bellezza, magia e mistero

Torino città magica per definizione, malinconica e misteriosa, cosa nasconde dietro le fitte nebbie che si alzano dal fiume? Spiriti e fantasmi si aggirano per le vie, complici della notte e del plenilunio, malvagi satanassi si occultano sotto terra, là dove il rumore degli scarichi fognari può celare i fracassi degli inferi. Cara Torino, città di millimetrici equilibri, se si presta attenzione, si può udire il doppio battito dei tuoi due cuori.

Articolo1: Torino geograficamente magica
Articolo2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Articolo3: I segreti della Gran Madre
Articolo4: La meridiana che non segna l’ora
Articolo5: Alla ricerca delle Grotte Alchemiche
Articolo6: Dove si trova ël Barabiciu?
Articolo7: Chi vi sarebbe piaciuto incontrare a Torino?
Articolo8: Gli enigmi di Gustavo Roll
Articolo9: Osservati da più dimensioni: spiriti e guardiani di soglia
Articolo10: Torino dei miracoli

Articolo 3: I segreti della Gran Madre

La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.

La chiesa, di evidente stampo neoclassico, venne edificata nella piazza dell’antico borgo Po su progetto dell’architetto torinese Ferdinando Bonsignore; iniziato nel 1818, il Pantheon subalpino venne ultimato solo nel 1831, sotto re Carlo Alberto. L’edificio ubbidiva all’idea di una lunga fuga prospettica che doveva collegare la piazza centrale della città, Piazza Castello, alla collina. La chiesa è posta in posizione rialzata rispetto al livello stradale, e una lunga scalinata porta all’ingresso principale. Al termine della scalinata vi è un grande pronao esastilo costituito da sei colonne frontali dotate di capitelli corinzi. All’interno del pronao vi sono ai lati altre colonne, affiancate da tre pilastri addossati alle pareti. Eretta su un asse ovest-est, con ingresso a occidente e altare a oriente, essa presenta orientazioni astronomiche non casuali: a mezzogiorno del solstizio d’inverno, il sole illumina perfettamente il vertice del timpano visibile dalla scalinata d’ingresso. Il timpano, sul frontone, è scolpito con un bassorilievo in marmo risalente al 1827, eseguito da Francesco Somaini di Maroggia, (1795-1855) e raffigura la Vergine con il Bambino omaggiata dai Decurioni torinesi. Ai lati del portale d’ingresso sono visibili due nicchie, all’interno delle quali si trovano i santi San Marco Evangelista, a destra, e San Carlo Borromeo, a sinistra. Fanno parte dell’edificio due imponenti gruppi statuari, allegorie della Fede e della Religione, entrambi eseguiti dallo scultore carrarese Carlo Chelli nel 1828. Sulla sinistra si erge la Fede, rappresentata da una donna seduta, in posizione austera, con il viso serio, sulle ginocchia poggia un libro aperto che tiene con la mano destra, con l’altra, invece, innalza un calice verso il cielo. Spunta in basso alla sua destra un putto alato, che sembra rivolgersi a lei con la mano sinistra, mentre nella destra tiene stretto un bastone. Dall’altro lato si trova la Religione, raffigurata come una matrona imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.

Entrando nella chiesa ci si ritrova in un ampio spazio tondeggiante e sobrio, c’è un’unica navata a pianta circolare, l’altare maggiore, come già indicato, è posto a oriente, all’interno di un’abside semicircolare provvista di colonne in porfido rosso. Numerose sono le statue che qui si possono ammirare, ma su tutte spicca la figura marmorea della Gran Madre di Dio con Bambino, posta dietro l’altare maggiore, il cui misticismo è incrementato dalla presenza di raggi dorati che tutta la circondano. Nelle nicchie ai lati, in basso, vi sono alcune statue simboliche per la città e per i committenti della chiesa, cioè i Savoia. Oltre a San Giovanni Battista, il patrono della città, anch’egli con una grande croce nella mano sinistra, S. Maurizio, il santo prediletto dei Savoia, Beata Margherita di Savoia e il Beato Amedeo di Savoia. La cupola, considerata un capolavoro neoclassico piemontese, sovrasta l’edificio ed è costituita da cinque ordini di lacunari ottagonali di misura decrescente. La struttura è in calcestruzzo e termina con un oculo rotondo, da cui entra la luce, del diametro di circa tre metri. Sotto la chiesa si trova il sacrario dei Caduti della Grande Guerra, inaugurato il 25 ottobre 1932 alla presenza di Benito Mussolini. La bellezza architettonica dell’edificio nasconde dei segreti tra i suoi marmi. Secondo gli occultisti, la Gran Madre è un luogo di grande forza ancestrale, anche perché pare sorgere sulle fondamenta di un antico tempio dedicato alla dea Iside, divinità egizia legata alla fertilità, anche conosciuta con l’appellativo “Grande Madre”. Iside è l’archetipo della compagna devota, per sempre fedele a Osiride, simbolo della consapevolezza del potere femminile e del misticismo, il suo ventre veniva simboleggiato dalle campane, lo stesso simbolo di Sant’Agata. Si è detto che Torino è città magica e complessa, metà positiva e metà maligna, tutta giocata su delicati equilibri di opposti che sanno bilanciarsi, tra cui anche il binomio maschio-femmina. Questo aspetto è evidenziato anche dalla contrapposizione tra il Po e la Dora che, visti in chiave esoterica, rappresentano rispettivamente il Sole, componente maschile, e la Luna, componente femminile. I due fiumi, incrociandosi, generano uno sprigionamento di forte energia. Altri luoghi prettamente maschili sono il Valentino e il Borgo Medievale, che sorgono lungo il Po e sono anche simboli di forza; ad essi si contrappone la zona del cimitero monumentale, in prossimità della Dora, legata alla sfera notturna e femminile. L’importanza esoterica dell’edificio non termina qui, ci sono alcuni che sostengono ci sia un richiamo alle tradizioni celtiche con evidente allusione a un ordine taurino nascosto tra le parole della dedica: se leggiamo l’iscrizione a parole alterne resta infatti la dicitura: Ordo Taurinus. Ma il più grande mistero che in questa chiesa si cela è tutto contenuto nella statua della Fede. Secondo gli esoteristi, la donna scolpita in realtà sorreggerebbe non un calice qualunque ma il Santo Graal, la reliquia più ricercata della Cristianità, e con il suo sguardo indicherebbe il luogo preciso in cui esso è nascosto. Allora basta capire dove guarda la marmorea giovane -secondo alcuni la stessa Madonna – e il gioco è fatto! Sì, peccato che chi ha scolpito il viso si sia “dimenticato” di incidervi le pupille, così da rendere l’espressione della figura imperscrutabile, e il Graal introvabile. Se non per chi sa già dove si trovi.

Alessia Cagnotto

Beato Angelico e Bartholomeus Spranger, due “Giudizi” a confronto

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Sino al 3 maggio, nello Spazio Scoperte della Sabauda

È tornata a casa “La Madonna dell’Umiltà” – sino allo scorso 25 gennaio posta in quell’ampio quanto bellissimo, pressoché completo, percorso artistico che è stata la mostra fiorentina intorno alla figura del Beato Angelico, 140 opere suddivise tra il porticato e i corridoi e le celle del Convento di San Marco e le sale di palazzo Strozzi, provenienze italiane ed estere in un numero che s’aggirava intorno alla settantina, prenotazioni e pur interminabili code anche negli ultimi giorni, un successo più che affermativo che ha visto centomila presenze nel primo luogo e 250mila nel secondo -, è tornata nelle sale della Sabauda a fare un tutto a sé, allineata a due piccoli “Angeli” – forse parti di un precedente polittico, belli nella delicatezza dei visi, chiusi nel blu intenso delle vesti, impreziositi dai motivi in oro sulle ali e sulle aureole -, a lato di un confronto che vede da un lato “Il giudizio universale” del frate del Mugello (nacque nel 1395 Guido di Piero ed entrò nell’ordine domenicano prendendo il nome di Fra Giovanni da Fiesole, fece importante quella che divenne la sua abitazione con le tante scene di devozione e di contemplazione, un invito alla preghiera per sé e per i confratelli, non ultimo il Savonarola, scese a lavorare nella Roma di Nicolò V, alla morte venne sepolto in Santa Maria sopra Minerva: divenne per tutti e nella storia il Beato Angelico e il Vasari ebbe a definirlo “umilissimo e modesto” mentre, a pochi anni dalla morte, fra Domenico di Giovanni coniava per lui il titolo di “angelicus pictor”) e l’egual titolo di Bartholomeus Spranger (nacque ad Anversa nel 1546, fu uno dei principali protagonisti del tardo Manierismo internazionale, chiamato nelle più importanti corti d’Europa per il suo stile elegante e ricercato, poco più che ventenne giunse in Italia, a Milano a Parma a Roma, dove entrò nella cerchia del cardinale Alessandro Farnese, a partire dal 1575 passò a seguito di una calda raccomandazione del Giambologna alle corti di Vienna e Praga, dove fu attivo per l’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, sino alla morte avvenuta nel 1611).

Per la mostra “Beato Angelico negli occhi di Bartholomeus Spranger. Giudizi Universali a confronto” (sino al 3 maggio nello Spazio Scoperte della Galleria Sabauda) l’opera dell’angelicus è un prezioso prestito della Direzione regionale Musei nazionali Toscana, tassello di quelle relazioni culturali e degli scambi che dovrebbero sempre essere l’intelaiatura collaborativa del Sistema museale nazionale del Ministero della Cultura. Questa occasione segna la dimostrazione di come tra istituzioni si possa fare rete, come agli occhi del pubblico siano importanti e altresì doverosi questi passaggi, che rendono le mostre “imperdibili” (lo ha detto la direttrice dei Musei Reali Paola D’Agostino e ha ragionissima). Occasioni di studio e di verifica, certo non soltanto per appassionati, “confronti formali e concettuali”, che dovrebbero portare ognuno a spingersi più a fondo nel mondo dell’Arte, a saper gustare meglio. Dipinto (1425/28) a tempera e oro, quattro tavole in legno di pioppo, prima rappresentazione (è conservato nel Museo di San Marco a Firenze) del soggetto tra le tante in seguito eseguite – la forma trilobata della tavola nella parte superiore suggerisce una destinazione d’uso specifica: potrebbe essere stata concepita come sovrapporta oppure per un’area cimiteriale del convento”, ci avverte una delle tante mappe esplicative di cui è disseminata intelligentemente ed esaurientemente la mostra – basato sulla lettura della Città di Dio di Agostino d’Ippona, il “Giudizio” dell’Angelico è riproposto “in una struttura tripartita, dominata dalla figura del Cristo Giudice e affiancato dalla Vergine, dal Battista e da una schiera di santi” mentre nella parte inferiore la scena è geometricamente suddivisa tra i beati sulla sinistra, accompagnati dagli angeli nella città celeste, e i condannati a destra, sospinti verso i castighi eterni di diversa natura, in sgradevole quanto minuziosa descrizione, secondo le colpe commesse, una serie di bianchi sepolcreti al centro. Nella grande ricchezza della tavolozza (giallorino e blu d’oltremare e ocra rossa, cinabro e lacca di cocciniglia e resinato di rame, tra i molti colori), l’Angelico conserva con l’uso degli elementi aurei le lezioni degli antichi maestri, le dorature “a mordente”, i riflessi che si riversano nelle aureole in linee sottili, i graffiti disseminati, pur tuttavia verso quell’abbandono che lo fa traghettare all’interno dei successivi decenni rinascimentali: terreni abbandonati del tutto, un secolo dopo, nell’eleganza di un personale manierismo da Spranger, in questo “specchio” eseguito nel 1571 per papa Pio V per il convento domenicano di Santa Croce, fondato dal pontefice – il vincitore di Lepanto – nel suo paese natale di Bosco Marengo, in provincia di Alessandria. La geometricità del frate è più libera, il supporto è una lastra di rame, lo sguardo aggiornato è rivolto alle indicazioni della Controriforma, la tavolozza usata è più naturale, pur ricca di una quindicina di splendidi colori.

I mezzi di approfondimento non mancano e sono davvero preziosi, il visitatore non mancherà la prima sala espositiva dove le riproduzioni dei due Giudizi consentono d’orientarsi negli spazi delle due differenti azioni e di riconoscere, attraverso un brillante quanto preciso lavoro su cui gran parte dello staff ha posto tutta la propria attenzione e competenza, i personaggi raffigurati. Nella seconda sala, sono i risultati di alcune indagini scientifiche, dove le Università e i diversi Enti di Firenze e Torino hanno lavorato di comune accordo, gli uni accanto agli altri.

Non ultimo interesse è rappresentato da quegli approfondimenti riguardanti la tecnica esecutiva delle diverse dorature che Beato Angelico utilizza nella tavola della “Madonna”: approfondimenti e curiosità, vera manna per gli appassionati, che verranno “svelati” in una serie di quattro appuntamenti, tra il 13 febbraio e il 17 aprile, sempre alle ore 17, e sono firmati da storici dell’arte (Annamaria Bava, Giorgia Corso, Alessandro Uccelli, Sofia Villano), restauratori (Alessandra Curti, Linda Josephine Lucarelli, Tiziana Sandri) e architetti (Stefania Dassi e Barbara Vinardi), un lungo percorso che abbraccerà un’iconografia che spazia tra storia e letteratura e arte, pigmenti e tecniche e dorature, confronti e sguardi pittorici attraverso la storia dell’arte.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Andrea Guermani, i “Giudizi universali”, messi a confronto nella mostra, di Beato Angelico e Bartholomeus Spranger, e la direttrice dei Musei Reali Paola D’Agostino; un particolare del “Giudizio” del pittore fiammingo.

Le Grottesche, i mascheroni satirici che guardano Torino

Dalle forme plastiche suggestive, narrano di una città inquieta e fantastica.

i muri della città parlano” diceva il barone de La Brède e di Montesquieu che giunse a Torino nel 1728. Effettivamente è così, ma oltre a raccontare una parte della storia della città queste sculture in pietra, che rivestono perlopiù gli edifici storici di Torino, osservano cose e persone con sguardi talvolta caustici ed altri minacciosi. Queste opere d’arte che si fanno notare per la loro plasticità, i loro particolari e la ricchezza che conferiscono ai palazzi che li ospitano, sono le Grottesche, anche conosciute come Mascheroni. Possono essere entità fantastiche o mostruose, mitologiche, animali, facce deformi o altre sagome e rimandano al quello straordinario periodo artistico che è stato Barocco europeo, ma anche a epoche seguenti come il Liberty. Nella nostra città sono molte e conturbanti e non furono scolpite unicamente come ricco ornamento, ma anche come veicolo potente di un linguaggio simbolico e satirico, un mezzo per raccontare ciò che non si poteva dire apertamente: l’instabilità del potere, la vanità della ricchezza, le paure del mondo e i desideri inconfessabili, il tutto scolpito su una base monocolore in pietra e di stucchi o simili a quelle di epoca romana, caratterizzate da una pittura multi-cromata, trovate nei resti sotterranei della Domus di Nerone (le “grotte” appunto)

A Torino le Grottesche non sono urlate come nella Capitale o a Firenze, sono più nascoste, meno protagoniste e per un occhio che le cerca e guarda con attenzione e curiosità, ma nonostante questa loro personalità sobria, in linea con il carattere culturale territoriale, riescono a farsi notare, risultano eloquenti ed affascinanti.

Qualche esempio più noto? A Palazzo Chiablese, affacciato su piazza San Giovanni, ospita uno dei cicli più importanti di grottesche della città, con affreschi che ornano volte e stanze laterali. Qui si incontrano tritoni, chimere, teste giganti con occhi vuoti, tra decori vegetali e medaglioni enigmatici. Palazzo Carignano, tra le meraviglie barocche del Guarini, conserva motivi grotteschi sia all’interno sia all’esterno, tra mascheroni scolpiti nei timpani delle finestre. I volti deformati sembrano rimproverare severamente chi guarda, belli ma inflessibili.

Passeggiando, inoltre, per via della Rocca, via Giolitti, via Bogino, via San Francesco da Paola, ma anche per le strade di Cit Turin, come corso Francia dove si trova il Palazzo delle Vittoria, si possono osservare mascheroni sui portoni in legno o sulle chiavi di volta degli archi. Spesso sono volti demoniaci, nasi adunchi, oppure caricature dalla forma animale posizionati come elementi apotropaici, protettivi, per allontanare il male.

Anche in alcune chiese della città si possono trovare elementi grotteschi di interesse artistico, come nei dettagli in stucco della Chiesa della Misericordia o nelle cappelle laterali di San Lorenzo, si tratta di putti deformi o di volti che sembrano fondersi con il fogliame.

Le Grottesche sono, dunque, una forma d’arte in conflitto con qualsiasi canone, non mirano alla perfezione o alla armonia, ma all’inquietudine.
Guardarle e ammirarle significa comprendere che l’arte, nei secoli si è occupata anche di incubi, di paure e sogni deformati. Torino, con la sua personalità solenne e lineare, nasconde, ma neanche tanto, un’anima caustica e magicamente teatrale, un lato sarcastico in contrasto con la geometria a e il rigore sabaudo, i mascheroni sono un esempio di questo carattere anticonformista che fa di questa città un luogo eccezionale e complesso.

Maria La Barbera

Il “MAO” trasloca per un giorno alle Ogr

Asuna + Rie Nakajima: quarto appuntamento del “public programme” legato alla mostra “Chiharu Shiota: The Soul Trembles”

Domenica 8 febbraio, ore 18

Dalla sede ufficiale di via San Domenico 11 a corso Castelfidardo 22, sede delle “OGR” di Torino.

Negli spazi delle “Officine Grandi Riparazioni”, dal 2017 – ‘19 “hub internazionale” di cultura, innovazione e tecnologia rinato da un ex complesso industriale ottocentesco – si sposterà infatti il “doppio appuntamento” realizzato per il quarto concerto del public programme “Evolving Soundscapes” (curato, in occasione della mostra “Chiharu Shiota: The Soul Trembles”, da Chiara Lee e freddie Murphy) teso, attraverso una sapiente selezione di musicisti e “sound artist”contemporanei ad “espandere e arricchire” la rassegna, presente al “MAO” fino al prossimo 28 giugno, attraverso l’ausilio del suono.

Nell’ottica della collaborazione che contraddistingue l’attività del “MAO”, per l’edizione 2025-26, il programma si estende infatti oltre gli spazi del “Museo” con concerti co-prodotti e co-curati insieme a “OGR” Torino – dando vita a una rassegna condivisa – e con “Combo”,“hub ibrido” di corso Regina Margherita 128 (sede un tempo dell’ex Caserma dei “Vigili del Fuoco”, zona Porta Palazzo), e location  dell’evento inaugurale del 21 ottobrescorso.

All’interno dello stesso percorso curatoriale si inserisce anche la serie di “vinili” ideata da Chiara Lee, freddie Murphy e Davide Quadrio, direttore del “MAO”: un “catalogo audio” delle mostre temporanee, che finora comprende le uscite di Shigeru Ishihara (o DJ Scotch Egg), dell’egiziano Abdullah Miniawy e della polistrumentista e compositrice coreana Park Jiha.

Orbene, la data programmata per il “doppio appuntamento” alle “OGR” è per domenica 8 febbraio (ore 18) con Asuna (“Un’ipnotica e ondulante armonia sonora”) e con Rie Nakajima(“Un’opera inventiva di bricolage meccanico e sonoro”). I due porteranno in scena sperimentazioni che utilizzano oggetti non convenzionali per dare vita ad una performancefatta di “interferenze sonore” e “dispositivi cinetici”.

Bio … in pillole

ASUNA è un artista sonoro giapponese riconosciuto a livello internazionale nella scena della musica e dell’arte sperimentale. Attivo dalla fine degli anni ’90, è emerso dalla scena di improvvisazione di Tokyo, fondendo influenze che spaziano dall’“hardcore” al “punk”, fino ad esplorare mondi sonori delicati e melodici. Le sue performance spesso utilizzano fonti sonore non convenzionali – dai giocattoli a carica alle caramelle frizzanti, ai “kazoo” (strumenti musicali a fiato di origine africana) – combinando una sperimentazione ludica con la sensibilità profonda di un vero artista d’avanguardia. Il suo recente progetto su larga scala “100 Keyboards” è una “performance site-specific” che coinvolge oltre cento “tastiere-giocattolo” che suonano contemporaneamente, generando un’armonia sonora ondulante, al tempo stesso ipnotica e misteriosa. L’opera è stata presentata in importanti festival e sedi internazionali, tra cui il “BAM” di New York.

RIE NAKAJIMA, scultrice e “sound artist”giapponese, ma residente a Londra, crea suoni per installazioni e performance, utilizzando una combinazione di dispositivi motorizzati e oggetti quotidiani, fondendo scultura e suono. “La sua pratica artistica rimane aperta al caso e all’influenza degli altri”.

Per ulteriori info: “MAO-Museo d’Arte Orientale”, via San Domenico 11, Torino: Tel. 011/4436932 o www.maotorino.it

g.m.

Nelle foto: Asuna e Rie Nakajima

Doppia esposizione al Museo MIIT Italia Arte

Il primo appuntamento si intitola “La maschera e il volto”, un dialogo di Angelo Cucchi e Giuseppe Comazzi tra arte contemporanea internazionale e prestigiosi reperti antichi orientali. La seconda esposizione si intitola “Sei gradi di separazione, ovvero, ël mond a lè cit” con la partecipazione di Doriana Bertino e Luca Givan (Luigi Vigna).


“La maschera e il volto” non è solo una mostra di arte contemporanea ricca di opere di pittura, scultura, fotografia e installazioni, ma vuole essere anche un salto nel passato e nell’affascinante arte orientale e tribale, in particolare del territorio dell’Indonesia e delle isole che ne formano l’arcipelago. Tutto ciò grazie all’esposizione di maschere appartenenti al mistero suscitato da quel territorio, eppure per certi versi così vicino alla cultura occidentale della commedia dell’arte. La maschera viene intesa come elemento decorativo, ma soprattutto come presenza sacrale e ancestrale per esorcizzare paure ataviche, per porsi in contatto in dialogo con le divinità, per richiamare fertilità e benessere in una sorta di duplicazione contemporanea e spirituale. Il prestito di queste maschere antiche, provenienti da una preziosa collezione privata, fa da cornice alla mostra di sculture di Angelo Cucchi e alle fotografie Giuseppe Comazzi. Angelo Cucchi, tra i maggiori scenografi italiani, ricrea con le sue sculture realizzate con elementi di recupero macchinari futuristici, presenza totemiche, maschere del nostro subconscio e della nostra storia. Nato nel 1949 a Torino, è figlio d’arte di un antiquario e restauratore, intagliatore del legno, da cui giovanissimo ha imparato il mestiere. Giuseppe Comazzi, da sempre fotografo attento e rigoroso nella tecnica, ha selezionato una serie di scatti dedicati ad alcuni grandi artisti del Novecento, anch’essi maschere che rientrano nella sua passione per l’incontro, l’amicizia e la condivisione di emozioni, fotografando grandi maestri e attori del passato e contemporanei. Comazzi è nato nel 1954. Diplomatosi al liceo artistico di Torino, vive e lavora a Torino e contribuisce con il suo lavoro fotografico alla creazione del Film “Anni duri alla Fiat” di Gian Vittorio Baldi.

Ad affiancare la mostra anche la seconda esposizione, composta da sculture, fotografie e installazioni fotografiche e di virtualismo materico, intitolata “6 gradi di separazione, ovvero ël mond a lè cit”, di Doriana Bertino e Luca Givan (Luigi Vigna), basata sulla teoria dei sei gradi di separazione, sulla statistica, cioè, che ogni persona sulla Terrà è collegata a qualsiasi altra attraverso una catena di conoscenze e relazioni comuni che non superi la media di sei passaggi. Doriana Bertino si è diplomata negli anni Settanta al liceo Artistico e, in seguito, all’Accademia di Belle Arti. Ha avuto la fortuna di conoscere molti grandi artisti che ne hanno segnato la maturazione artistica. Luca Givan, dal 1973 al 1978 ha svolto attività di disegno e progettazione edile presso uno studio di ingegneria di Pinerolo. Ha svolto anche incarichi e docenze per importanti istituzioni culturali italiane, tra le quali la Scuola per Artigiani e Restauratori del Sermig di Torino, il Ministero per i Beni Culturali, la Scuola di Conservazione e Restauro dell’Accademia delle Belle Arti di Torino.

MARA MARTELLOTTA

Museo MIIT – corso Cairoli 4, Torino  -12-28 febbraio 2026 – inaugurazione 12 febbraio alle ore 18 – orari visite: da martedì a sabato 15.30/19.30 – info: 011 29776 – 334 3135903

La tavolozza di Federico Montesano, tra ricchezza e solennità

Alla Galleria Malinpensa by La Telaccia, sino a sabato 7 febbraio

Frammenti sospesi è il titolo della mostra visitabile sino a sabato 7 febbraio negli spazi della Galleria Malinpensa by La Telaccia di corso Inghilterra 51. L’attenta curatela è di Monia Malinpensa, l’autore è Federico Montesano, trentacinquenne, nativo di Monza, un giovane passato di diploma e specializzazione in Scenografia presso l’Accademia di Brera e del Corso di Scenografia presso la Scala milanese – non dimenticando un interessante quanto ricco excursus tra l’esposizioni in alcune gallerie del capoluogo lombardo, il Premio Paris Expo 2021 e la IX Biennale d’Arte di Montecarlo, la partecipazione a molti avvenimenti della Malinpensa lungo le ultime stagioni (è stato uno degli artefici del successo della galleria alla recente Fiera di Bergamo, con artisti ormai storicizzati, Piero D’Orazio e Ugo Nespolo e Piero Gilardi tra gli altri, e i più giovani che hanno preso a far parte di una agguerrita scuderia), la personale “Dal disegno alla materia”, nel ’23, su invito del Comune di Brugherio o quelle, un paio di anni fa, “Il cavaliere errante” negli spazi del Museo Maio di Cassina De’ Pecchi e “Passaggi”, presso la Stazione degli Artisti di Gambettola – Cesena.

La sospensione di quali frammenti? Di una volta di cielo, che ricopre ogni cosa in quelle ampie dimensioni a cui l’artista non sfugge o rincantucciato in una più piccola porzione, di un universo e di un cielo che albeggi o si vada accendendo mentre il pomeriggio s’inoltra sino all’ultimo dentro le ombre della sera, nelle tele di Montesano lavorate con l’acrilico, che letteralmente ti invadono e rendono chi guarda – diciamolo subito, con vera ammirazione, per la maestria visibilissima, ad ogni attimo tangibile, della composizione, per la ricchezza e la solennità, per la strenua capacità nello studio del ravvicinare questo a quel colore, in una sorta di riuscita e orecchiabile musicalità: scende nello specifico Monia Malinpensa nel presentare l’artista: “colori gialli che si accendono al sole, verdi che respirano di speranza, rossi che ardono di passione, arancioni che custodiscono la memoria, dialogano con il blu profondo del cielo creando armonie di straordinaria intensità poetica” -, attimi che ci fanno andare con la memoria a quelli di grandi maestri del passato (certe distese o tempeste o cieli infuriati scelti dalla pittura di un paio di secoli or sono), per il magma cromatico che si espande irruente in tutto il suo ordine – partecipe di una pregnante materia, reale e favolistica allo stesso tempo, costruita d’ispirazione e di lirismo, che si offre alla narrazione altrui ma che, in quel suo costante avvolgerti, si rende forte nel tuo stesso intimo. Non è, in Montesano, soltanto il piacere di usare il colore e di padroneggiarlo, il pittore (a cui io credo possa ancora essere accomunato il termine “giovane”, con simpatia e rispetto, con la consapevolezza di quelli che oggi sono i suoi maturi traguardi) ti rende partecipe della sua opera e tu, immediatamente, senza ombre o tentennamenti, dai conferma. Che ti piacerebbe sottolineare appropriandoti ancora di più – quasi un’altra firma che si insinua nella tela, un tramite di più ampio respiro – di quelle macchie bluastre che sono il segno del pittore, immancabile, poste centrali o di lato, posate con il colore o con un’impercettibile materia di differente consistenza, quei tratteggi e quelle linee continue che formano inaspettati confini o ulteriori orizzonti, le leggere sovrapposizioni che la luce rada sulla tela lascia affiorare, le colature indifferenti che Montesano – con accorta libertà – disperde tra le sue pianure e gli orizzonti lontani, i grandi fiumi che corrono al mare, i cieli notturni e le tempeste e le spiagge, i “transiti metafisici” che trascorrono da un mondo ad un altro, caparbiamente, da quattro cinque anni a questa parte.

Mentre ti fermi a osservare quanto i soggetti e le tecniche siano saggiati (al piano inferiore della galleria) con altre finezze negli acquerelli o nei disegni (l’unione di grafite, carboncino e pastello), mentre ti rendi conto di come nella Natura di Montesano sia negata la presenza umana, quasi come all’indomani di un evento – apocalittico? – che abbia avuto la forza di rovesciare ogni cosa, di bruciarla, di annientarla, disseminando ogni angolo di silenzi, o di come altro non rimanga che sparute tracce di vegetazione, a volte biancastra, anonima e irreale, più o meno appartata, più o meno impercettibile: ecco che ti chiedi se quella natura, la Natura che Montesano mette davanti ai nostri occhi, pur nel fiammeggiare sparso dei rossi e dei gialli e dei blu profondissimi – inarrivabili: altri mondi, altre epoche? chissà se non è azzardato chiedersi: altre spiritualità? -, nella bellezza di un profondo atto pittorico rivoluzionario, non sia “matrigna”, raggomitolata e rinchiusa in se stessa, leopardianamente, una sorta di “odorata ginestra / contenta dei deserti”, ultima bellezza, “frammento sospeso” della nostra epoca che l’artista recupera e offre. Mi chiedo ancora, se a un passo dal pessimismo cosmico o dall’ostilità lucreziana di scolastiche reminiscenze.

Ampie dimensioni, dicevo, un cinemascope di emozioni, come pure piccole emozioni ridotte in piccoli spazi. La medesima “tensione poetica” la scopri anche nelle installazioni di plexiglass e nei libri d’artista con cui Montesano punteggia la propria mostra, allineando dei bozzetti e offrendo un vero e proprio esempio, laddove in un godibile gioco di specchi – che permettono in parte a chi guarda di entrare nell’opera, in veste di testimone – un incastro di riflessione amplifica l’idea e il riuscito esperimento di Montesano, frutto targato 2025.

Prima di uscire dalla galleria, se volete farvi assorbire completamente dalla tavolozza del pittore, dalla sua completezza, giratevi ancora una volta – come ha fatto chi scrive queste note, che tra l’altro (perdonatemi l’appunto personale) tornava freschissimo dalla mostra fiorentina del Beato Angelico e s’era sino a ieri riempito gli occhi di manti della Vergine e di lussureggianti cappe e di pale d’altare, tra i colori irrefrenabili di Lorenzo Monaco e di Botticelli e dei tanti colleghi come degli ori dei Trecentisti – e guardate come ai blu e ai rossi si siano aggiunti in una ricchezza incomparabile le tante calibrature dell’arancio e dei viola, in un amalgama perfetto, direi oggi predominante. C’è un “Crepuscolo”, recentissimo, che è una tavolozza perfetta, il rosso di un tramonto a fondersi con la distesa del mare, il quale s’esprime in un violaceo che tocca il bagnasciuga carico di qualche cenno di verde, di qualche piccola pianta, e un’area di cielo azzurro e blu, in disparte un giallo squillante, sulla sinistra, un cenno quasi timido. Montesano non vuole épater le bourgeois, non ne ha bisogno, a quanto parrebbe comandare la corrente moderna, gli è sufficiente guardare ai maestri, usare il suo occhio moderno e creare piccoli capolavori.

Elio Rabbione

Nelle immagini, di Federico Montesano: “Crepuscolo”, acrilico su tela, cm 100×140, 2025; “Transito metafisico 40”, acrilico su tela, cm 100×100, 2024; “Transito metafisico 45”, acrilico su tela, cm 100×150, 2024; “Transito metafisico 49”, acrilico su tela, cm 70×100, 2024.

Con Caravaggio il via ai festeggiamenti per il ventennale del Forte di Bard

Al complesso fortificato della Vallée trionfa il “San Giovanni Battista-Borghese” opera tarda del grande Maestro lombardo

Fino al 6 aprile

Bard (Aosta)

Un lungo viaggio. Dalla capitolina “Galleria Borghese” ai circa cinquecento metri di altitudine del valdostano “Forte di Bard”. Grande protagonista e primattore della Festa (oltre Cinquecento le persone intervenute) tenutasi in occasione delle celebrazioni del Ventennale di attività del sabaudo “complesso fortificato”, nuovo “polo culturale” delle Alpi occidentali, è stato il celebre “San Giovanni Battista” o “Buon Pastore”, fra le ultime opere realizzate da Michelangelo Merisi detto Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610), massimo esponente della rinascimentale “Corrente naturalistica moderna”, contrapposta ai raffinati virtuosismi di “Manierismo” e “Classicismo”, nonché vigoroso sublime precursore della sensibilità barocca. Datato probabilmente intorno al 1610, ed eseguito dunque a pochi mesi dalla scomparsa, a soli 38 anni al termine di una vita “balorda” ed irrequieta, del pittore lombardo, il quadro (dato in prestito al “Forte” dalla “Galleria Borghese” di Roma) era con ogni probabilità una delle tre opere che Caravaggio portava con sé nell’ultimo drammatico viaggio da Napoli a Roma – con la speranza di ottenere la grazia dalla condanna a morte inflittagli da Papa Paolo V per l’omicidio di tal Ranuccio Tomassoni, suo rivale in amore, omicidio compiuto semplicemente, si racconta, per un “fallo” al gioco della pallacorda – e terminato invece con la sua prematura morte a Porto Ercole.

Opera intensa, quella in mostra al “Forte di Bard” fino a lunedì 6 aprile, che racconta in veste inedita ed essenziale, in un inquietante passionale rincorrersi di luci e ombre, la figura del Santo, privando il giovane martire dei soliti ripetitivi attributi iconografici (la ciotola d’acqua o favo di miele, l’agnello, il lungo bastone sormontato dalla croce e dalla scritta Ecce Agnus Dei, fino in più casi alla testa mozzata e posta su un vassoio) per proporcelo nella figura assorta di un giovane Pastore affiancato da un montone/ariete (molteplici, in ciò, le interpretazioni critiche) ritratto nell’atto di rosicchiare alcune foglie di vite e rivolto verso l’interno di un dipinto che ci offre una nuova visione del Santo “congelato – secondo lo storico dell’arte Eberhard Konig – nella vaga malinconia di colui che tace e medita in attesa del Verbo”.

“Capolavori al Forte” – Con il “San Giovanni Battista – Borghese” del Caravaggio prende il via il progetto triennale “Capolavori al Forte” (promosso con la collaborazione di “MondoMostre” e della “Galleria Borghese” di Roma) che vedrà alternarsi ogni anno, sino al 2028, un grande capolavoro dell’arte italiana all’interno della ex “Cappella militare”. Obiettivo: la volontà di valorizzare opere uniche, rispecchianti non solo il genio di grandi Maestri italiani ma anche “storie e iconografie eccezionali”.

Spiega, in proposito, la presidente dell’“Associazione Forte di Bard”, Ornella Badery:  “Per onorare nel migliore dei modi questa tappa importante della seconda vita del Forte di Bard, trasformato da fortezza di difesa a luogo di arte e cultura, abbiamo pensato, come primo ‘ospite’ ad un artista capace di esprimere in modo significativo e universale la qualità e l’importanza delle opere che dal Rinascimento all’epoca moderna il mondo ci invidia; la risposta unanime nella scelta è stata Caravaggio”.

“Lux in tenebris” – Appuntamento di grande interesse, sempre collegato alle celebrazioni del Ventennale e all’esposizione del Caravaggio, è anche l’omaggio musicale dedicato al grande artista e in programma domenica 18 gennaio (ore 15,30) nella “Sala Olivero” del “Forte”, con il concerto “Lux in tenebris” dell’Ensemble vocale chivassese de “Gli Invaghiti”. L’organico vocale e strumentale sarà ricco e variegato, suddiviso in tre momenti caratterizzanti la vita dell’artista, attraverso la propria formazione a Milano, Roma e Napoli. Ad arricchire il contesto culturale del concerto, saranno proposti anche alcuni “madrigali” che lo stesso Caravaggio ha dipinto sulle varie versioni del “suonatore di liuto”. Il tema dei contrasti chiaroscurali, così come in ambito pittorico proprio del Caravaggio, verrà esaltato attraverso la riproposizione di brani che alternano tematiche sacre a quelle profane, in andamenti ritmici diversi fra loro.

Gianni Milani

“Capolavori al Forte: protagonista il Caravaggio”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Fino a lunedì 6 aprile

Orari: feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; lunedì chiuso

Nelle foto: Caravaggio “San Giovanni Battista” e opera in allestimento (Ph. Mauro Coen B.); “Gli Invaghiti”

“Guardami dentro gli occhi”, da una canzone il tema di Arteinfiera

MOSTRA NAZIONALE DI SAN GIUSEPPE 13/22 marzo 2026

La San Giuseppe compie 77 anni e per la seconda volta si fregerà del prestigioso titolo di Mostra Nazionale a dimostrazione della notevole crescita avvenuta negli ultimi anni e confermata anche nell’edizione 2025

L’evento si terrà al Polo Fieristico Riccardo Coppo di Casale Monferrato dal 13 al 22 marzo 2026 organizzato dalla società D&N Eventi S.R.L. con il patrocinio della Regione Piemonte, della Città di Casale Monferrato, della Provincia di Mantova, dell’Unione dei Comuni della Valcerrina e di Asproflor Comuni Fioriti e in partnership con Confartigianato Imprese Alessandria, Confagricoltura Alessandria, Coniolo Fiori, Vivai Varallo e Alma Carpets

Anche quest’anno c’è un ritorno molto atteso dagli appassionati e dagli intenditori d’arte:

Guardami dentro gli occhi” è il titolo della 29 edizione di Arteinfiera, mostra d’arte contemporanea allestita nella Mostra di San Giuseppe, ideata e curata dal 1995 dal pittore e critico d’arte Piergiorgio Panelli. Il titolo è stato ispirato da un testo di Roberto Vecchioni, che ci aiuta ad affrontare un viaggio a ritroso in un contemporaneo invaso da intelligenze virtuali e schermi illuminati dentro l’esperienza del dialogo. Un Dialogo con il linguaggio universale della bellezza e dell’anima dove forse riusciremo a capire meglio la confusione etica di un contemporaneo surreale e superficiale . Ricordiamo che Arteinfiera nel suo spirito originale che nel tempo ha mantenuto è nata per creare un nuovo dialogo fra una fiera generica ed un pubblico sempre più vasto essendo Nazionale sul concetto di arte e bellezza promuovendo l’arte contemporanea del territorio delle nuove generazioni ma anche dei maestri storicizzati che si sono alternati nel tempo circa 260, diventando uno dei gioielli storici della Mostra ed un momento prestigioso per ogni artista invitato.

Alla Weber & Weber l’artista visiva iraniana Elmira Abolhasani 

Giovedì 29 gennaio, alle ore 18 fino alle 21, inaugura presso la galleria d’arte contemporanea Weber & Weber di via San Tommaso 7, a Torino, la mostra “Diafania”, prima personale in Italia della giovane artista iraniana Elmira Abolhasani, che ha l’obiettivo di riassumere il cuore pulsante della sua ricerca, incentrata sulla complessa tematica dell’identità e sui suoi significati intimi e personali. La mostra, realizzata in collaborazione con la Weber & Weber, è a cura del collettivo Exo Art Lab. Il progetto “Diafania” nasce dalla pratica di Elmira Abolhasani, la cui ricerca attraversa il tema dell’incontro con l’alterità come fioritura del lavoro di introspezione e apertura del sé. La sua poetica ha una vocazione politica nel senso più autentico del termine: lei si fa messaggera di una pluralità che non dimentica le voci messe a tacere, di una narrazione  che restituisce alla storia una coscienza, per usare le parole di Walter Benjamin “una rammemorazione dell’ingiustizia e delle omissioni su cui si è costruito il racconto dei vincitori”. Elmira libera le note silenziate del mondo attraverso una proposta etica fondata sull’ascolto, sulla collaborazione e sull’incontro. Nelle sue opere, l’alterità non è mai oggetto di dominio o sottomissione, ma uno spazio da accogliere attraverso una frattura interna dell’Io, una crepa che si fa albergo per l’altro da sé.

Questa tensione si traduce nell’uso di materiali caratterizzati dalla trasparenza, intesa come possibilità di passaggio, filtraggio e rivelazione. Il medium privilegiato è il vetro, che incarna al contempo una dimensione rivelativa e riflessiva: superfici che separano e, allo stesso tempo, lasciano filtrare la luce. Il titolo della mostra, “Diafania”, si fa reinterpretazione del concetto di diafano, in chiave simbolica, filosofica e politica. Il trasparente diventa una postura etica, un rivelare attraverso, un lasciar filtrare la luce, che non è altro che un coraggioso nido dell’Io a ciò che è altro. La mostra sarà visitabile fino al 14 marzo prossimo.

Inaugurazione  giovedì 29 gennaio ore 18-21

Galleria Weber & Weber – via San Tommaso 7, Torino

Mara Martellotta

Chiharu Shiota al MAO: quando i fili fanno tremare l’anima

Il MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino – conferma la sua vocazione di centro culturale aperto al dialogo tra Oriente e Occidente con la mostra “Chiharu Shiota – The Soul Trembles” (in esposizione fino al 28 giugno 2026), una delle più intense e visionarie esposizioni dedicate a un’artista contemporanea che ha saputo intrecciare memoria, corpo e spazio in un unico respiro. Le sale del museo diventano un paesaggio mentale in cui fili di lana, oggetti quotidiani e ricordi personali si fondono e si tendono, dando forma visibile a emozioni, paure e desideri

Shiota Chiharu, Uncertain Journey – 2016/2019- Metal frame, red wool- Dimensions variable- Installation view: Shiota Chiharu: The Soul- Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019- Photo: Sunhi Mang- Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo

Un incendio, un pianoforte e il potere della memoria

Il percorso si apre con un ricordo d’infanzia: l’artista racconta di quando, a nove anni, un incendio scoppiò nella casa accanto alla sua. Il giorno dopo, davanti a quell’abitazione bruciata, restava solo un pianoforte, annerito come il carbone ma incredibilmente intatto, trasformato in simbolo ancora più potente proprio perché sopravvissuto alle fiamme. In quel silenzio denso di fumo e di odore di bruciato, Shiota dice di aver sentito la propria voce farsi indistinta, come se la realtà stessa vacillasse. Da qui nasce la consapevolezza che alcune esperienze – il trauma, la perdita, la paura – non trovano parole ma cercano forme, e che l’arte può renderle quasi fisicamente percepibili

I primi gesti: una linea che diventa mondo

Negli anni Novanta l’artista sperimenta quanto possa essere difficile, dopo una crisi, persino tracciare una semplice linea su un foglio. In “One Line (Una linea)” raccoglie i baccelli vuoti dei fagioli caduti nel cortile di una scuola australiana, li incolla su un foglio e disegna una sola linea, ritrovando una gioia quasi infantile nel gesto più elementare del disegno, liberato da ogni tecnica. Poco dopo, in “Flow of Energy (Flusso di energia)”, appende al soffitto sacchi da pallone da calcio dipinti di nero e li dispone nello spazio per visualizzare i flussi invisibili di energia che attraversano il mondo, ispirandosi anche alle letture di James Gleick sul caos. È il momento in cui Shiota comincia a pensare lo spazio espositivo come un corpo vivo, attraversato da forze che l’installazione rende visibili.

Il sonno, il sogno e l’idea di casa

In “During Sleep (Durante il sonno)” l’artista racconta il confine incerto tra sogno e realtà partendo dal celebre racconto di Zhuangzi sull’uomo che sogna di essere una farfalla e al risveglio non distingue più ciò che è reale. L’artista traspone questa storia nel vivido raccontoDopo essersi trasferita in Germania e aver cambiato casa più volte, Shiota realizza che la propria camera da letto è diventata un bozzolo, un luogo da cui non si è mai del tutto certi di voler uscire. L’installazione combina letto, lana nera e video, come se il sonno fosse una materia densa che avvolge il corpo e al tempo stesso lo espone: il pubblico entra così in una scena onirica dove la vulnerabilità diventa paesaggio condiviso.

Il corpo, gli abiti, la pelle del tempo

Altre opere mettono al centro il corpo e la sua assenza, attraverso abiti e oggetti che ne conservano la traccia. In “Try and Go Home (Cerca di tornare a casa)” l’esperienza di un workshop con Marina Abramović in Bretagna – tra digiuni, esercizi estremi, riflessioni sul tempo – diventa una performance in cui l’artista tenta di arrampicarsi fuori da una cavità nel terreno, come se cercasse una nuova nascita o un ritorno impossibile. “After That (Da allora)” presenta invece lunghi vestiti cuciti da Shiota e ricoperti di fango, appesi davanti a un muro e lavati in continuazione dall’acqua, senza che il ricordo sulla “pelle” della stoffa possa davvero scomparire. Quest’opera, esposta per la prima volta alla Triennale di Yokohama con il titolo “Memory of Skin”, ha contribuito a far emergere l’artista sulla scena giapponese proprio per la sua capacità di trasformare gli abiti in archivi emotivi.

Fili e nodi: quando lo spazio diventa emozione

Il cuore della mostra torinese è la grande sezione dedicata ai fili di lana, diventati nel tempo la firma visiva di Chiharu Shiota. L’artista racconta di muovere le mani come a disegnare qualcosa nell’aria: quei gesti generano linee che, sovrapponendosi, creano prima una superficie e poi una massa densa che finisce per riempire completamente lo spazio. “I fili si intrecciano, si aggrovigliano, si spezzano, si annodano, si allungano”, si legge nel pannello, e possono diventare metafora delle relazioni tra le persone, dei legami affettivi ma anche delle fratture che li attraversano. Nelle installazioni più monumentali, fili neri o di un rosso intensissimo si addensano fino a impedire allo sguardo di seguirne il percorso: è in quel momento, dice Shiota, che ha l’impressione di poter intravedere “ciò che si trova oltre e toccare la verità”. In un altro testo esposto al MAO, l’artista confessa che mente e corpo a volte si separano e le emozioni diventano incontrollabili, al punto da immaginare il proprio corpo in pezzi con cui dialogare mentalmente. Collegare il corpo a fili rossi, allora, è il tentativo di dare forma a quelle emozioni indicibili, pur sapendo che ogni forma implica anche una piccola distruzione dell’anima, una ferita necessaria per rendere visibile l’invisibile.

Shiota Chiharu, Reflection of Space and Time (detail) 2018 White dress, mirror, metal frame, Alcantara black thread 280 × 300 × 400 cm Commissioned by Alcantara S.p.A Installation view: Shiota Chiharu: The Soul Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019 Photo: Sunhi Mang Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo

 

Terra, morte e radici: la dimensione esistenziale

La mostra dedica una sala anche al rapporto dell’artista con la terra, legato ai ricordi d’infanzia nella prefettura di Kochi, dove da bambina visitava ogni estate i nonni. Shiota ricorda la paura provata davanti alle tombe degli antenati e la sensazione fisica nelle mani quando strappava le erbacce dal terreno sopra la sepoltura della nonna, immaginando di poter sentire il suo respiro. Da quell’esperienza nasce una consapevolezza precoce della morte, che negli anni si tradurrà nell’uso ricorrente di terra e suolo come simboli del luogo in cui tutti torneremo, ma anche dell’origine stessa della vita. Insieme, questi pannelli e le installazioni tessute fanno del MAO un luogo dove lo spettatore non è più semplice visitatore ma presenza coinvolta: camminare tra i fili, i letti avvolti, gli abiti di fango significa entrare in un racconto che parla di memoria personale e, allo stesso tempo, di fragilità universali.

Valeria Rombolà

In copertina: Shiota Chiharu, Reflection of Space and Time (detail) 2018 White dress, mirror, metal frame, Alcantara black thread 280 × 300 × 400 cm Commissioned by Alcantara S.p.A Installation view: Shiota Chiharu: The Soul Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019 Photo: Sunhi Mang Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo