Sino al 16 settembre. negli spazi di SwannArt Gallery
Scrivevo già pochi mesi fa delle opere di Fernando Montà, delle memorie personali che le abitano e degli anni trascorsi, di quella natura impressa che è protezione ma che possiede allo stesso tempo qualcosa di offensivo, dei fili d’erba che s’intrecciano fittamente – un’immagine che è un po’ il distintivo primario di quella pittura – (”che possono trasformarsi in aculei, proteggono ma nascondono serpi”, dicevo), dei cieli e delle ombre, delle coperture verdi che sono state, nei prati del suo biellese, il diaframma di uno sguardo infantile che a fatica raggiungeva l’azzurro del cielo. Tra allegria, libertà e timori. Di quella mostra di tarda primavera, rimangono oggi negli spazi della torinese SwannArt Gallery (via Bertola 29) alcune opere, altre se ne sono aggiunte, altrettanto interessanti, altrettanto capaci di accrescere tasselli nuovi a un panorama squisitamente “naturale”, verrebbe anche da dire a una filosofia di vita che reclama bellezza e tranquilla autenticità. Quasi uno slancio vitale che aspira felicemente alle altezze, ma assolutamente lontano da ogni retorica, che vuole – a fatica o no – superare quei tanti sottotraccia che proibiscono, che ingarbugliano, che troppe volte allontanano in modo definitivo.
Paesaggi, immagini rubate agli anni, lembi di visioni che reclamano un evanescente mondo di magie, inquadrature studiate con l’obiettivo del cuore e della mente, un svilupparsi di sequenze, differenti occasioni fermate nel tempo e nello spazio di una storia personale, dinamismi che si sottraggono appieno e pretese e fredde “esercitazioni” ma vitalità pulsanti, da “Onda vegetale” (258 x 86 cm.), che è un leggero e lungo protendersi di fili d’erba, tra il verde e il blu e il violaceo addolcito, contro un cielo immensamente azzurro, un’isola di rasserenante momento meditativo, alle dodici tavole che compongono “Physis”, che si estendono per oltre quattro metri di lunghezza per tre di altezza (“La sua dimensione è infatti parte integrante del suo significato. Davanti a una superficie di questa ampiezza non sono più sufficienti soltanto gli occhi. Lo spettatore è costretto a utilizzare il proprio corpo, a misurarsi fisicamente con l’opera, a spostarsi, a cercare un punto di visione, ad avvicinarsi e allontanarsi. Non si trova semplicemente davanti a un’immagine: vi sta dentro con il proprio corpo”, sottolinea il curatore Riccardo Dellaferrera), vittoria dello spazio, spirali di verde interrotte da anime chiare che s’incuneano verso il centro dell’opera che dà il titolo all’intera mostra. Ci si imbatte altresì ex novo in solide prove che datano già pur tuttavia alcuni lustri, ma fresche e animate di palpiti, ricche di colori inattesi – motore primo, l’occhio umano che fissa e costruisce: si apre (e guarda lontano, attraverso piccole lacerazioni della tela) a una “Luna” (datata 2010, acrilico su tavola), affatto splendente, nella cui parte centrale trovano spazio gli apici di pazienti fili d’erba, questa volta di un verde che tende quasi al giallo; come, inaspettato, un grande fiammeggiante disco rossastro e giallognolo nella sua parte superiore (“Luna rossa”, acrilico su tavola, 2000), crateri e valli ben delineati, ombre e luci che intessono chiaroscuri, una immaginazione di vita spenta che cattura l’attenzione di chi guarda.
Dicevo poco sopra di “un mondo di magie”, di un ambiente per molti versi affidato alla memoria ma altresì “irreale”. Non certo difficile da pensare, ma forse necessario di un cauto avvicinamento, di un ripensamento, di una definizione che s’avvicina e s’impadronisce dello spettatore poco a poco. Scrive ancora Dellaferrera che l’opera dell’autore “sembra suggerirci che non tutto debba essere conosciuto. Che l’esigenza di comprendere, delimitare e definire possa essere sospesa per lasciare spazio a una forma di esperienza più originaria: la percezione. Prima di pensare ciò che vediamo, vediamo. E forse non soltanto cronologicamente. La percezione, in Montà, sembra precedere il pensiero anche in senso ontologico: non è semplicemente il primo momento di un processo cognitivo che terminerà nella conoscenza, ma una modalità autonoma di essere in rapporto con il mondo. L’opera non rappresenta allora soltanto un bosco. Rappresenta l’istante stesso nel quale un soggetto percepiente e una realtà percepita entrano in relazione”.
e. rb.
Nelle immagini, opere di Fernando Montà: “Physis”, acrilico su dodici tavole; “Luna rossa”, acrilico su tavola, 2000.



La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.
imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.