ARTE- Pagina 2

“Wildlife Photographer of the Year 2025” al “Forte di Bard”

Le migliori fotografie naturalistiche scattate oggi nel mondo

Fino al 12 luglio

Bard (Aosta)

L’immagine è davvero spettrale. Terrifica ed inquietante. Provate ad immaginarvi in quel contesto. Notte fonda e voi in mezzo a una iena bruna, la più rara al mondo e dall’aspetto assai poco rassicurante, e una città fantasma scheletrica, Kolmanskop in Namibia, un tempo (specificano opportune note) sede di importanti miniere di diamanti. Per carità, tranquillizatevi! Trattasi solo di una foto. Ma che foto! Uno scatto di infinita qualità tecnica, di infinito intuito e di … infinita pazienza! Pensate che l’autore, il fotografo sudafricano Wim van den Heever si dice abbia impiegato, dopo aver rinvenuto tracce ed escrementi del povero animale, ben dieci anni per catturare lo scatto perfetto. Alla fine, la “foto-trappola” ha fatto il suo dovere. E la pazienza davvero “da Giobbe” del fotoreporter, tradotta nell’immagine dal titolo “Ghost Town Visitor” (“Visitatore della città fantasma”), gli ha fatto portare a casa il prestigioso titolo del 61° “Wildlife Photographer of the Year”, assegnato dal “Museo di Storia Naturale” di Londra.

Titolo largamente meritato in un oceano di fotografie che quest’anno ha registrato oltre 60mila candidature da parte di fotografi di ogni età e livello di esperienza, provenienti da 113 Paesi. Le opere sono state giudicate in forma anonima per creatività, originalità ed eccellenza tecnica da una “Giuria internazionale” di esperti e molte le troviamo, anche quest’anno, esposte, fino a domenica 12 luglio, al sabaudo “Forte di Bard”“L’esposizione – spiegano gli organizzatori – accende i riflettori su immagini potenti e affascinanti che catturano comportamenti animali poco noti, specie spettacolari e contesti naturali molto diversi tra loro. Utilizzando l’esclusivo potere emotivo della fotografia, le immagini condividono storie e specie da tutto il mondo, incoraggiando un futuro di difesa del pianeta”.

Soffermiamoci su alcune, in particolare. Certamente fra le più significative. Di toccante e tenera narrazione è ad esempio lo scatto “Orphan of the Road”, vincitore dell’“Impact Award” di quest’anno e realizzato dal brasiliano Fernando Faciole che documenta l’immagine davvero straziante di un cucciolo di “formichiere gigante” rimasto orfano a seguito di un incidente stradale che docilmente segue, ferito alle zampe anteriori, il suo custode dopo la poppata serale in un centro di riabilitazione. Guarito e capace di cavarsela da solo, il povero cucciolo sarà rilasciato in natura.

Di tutt’altro tenore “End of the Round-up”, il portfolio (“Premio per il miglior reportage”) del fotoreporter spagnolo Javier Aznar Gonzàlez de Rueda che descrive il complesso rapporto tra l’uomo e i “serpenti a sonagli” negli States. Immagini attraverso le quali Gonzàlez de Rueda sperava e spera di sensibilizzare la popolazione americana a proteggere questi serpenti, ormai in lenta via di estinzione e in alcuni Stati ancora oggi fortemente demonizzati, eppure oggetto di studio per la medicina d’avanguardia nonché di interesse economico per la vendita delle carni e della pelle.

E dei fotografi italiani? Chi mai troviamo sul podio?

Primo fra tutti in maglia “bianca-rosso-verde”, il giovanissimo talento, originario di Velletri, Andrea Dominizi, vincitore assoluto del prestigioso Premio (“Young”) per fotografi naturalisti di età pari o inferiore ai 17 anni. La sua immagine “After the Destruction” “Dopo la distruzione”) racconta una toccante storia di perdita di habitat, quella di un coleottero delle specie “Cerambycidae” in un’area disboscata, incorniciata da macchinari ormai abbandonati, sui Monti Lepini, le alture calcaree site fra le province di Latina, Roma e Frosinone. Gli altri italiani che si sono distinti al concorso sono: il sudtirolese Philipp Egger, vincitore nella categoria “Ritratti di Animali” con lo scatto “Shadow Hunter” (“Cacciatore di ombre”), rappresentante un “gufo reale” nelle montagne di Naturno (Bolzano) che emerge dal buio con il luccichio arancione degli occhi e la luce della sera sulle piume, e tre finalisti con “menzione d’onore”: Fortunato Gatto con “The frozen swan” (“Il cigno congelato”) nella categoria “Arte della natura”, Roberto Marchegiani con “The calm after the storm” (“La calma dopo la tempesta”) e “Shadowlands” (“Terre d’ombra”) nella categoria “Animali nel loro ambiente” e Gabriella Comi con “Wake-up call” (“Sveglia”) nella categoria “Comportamento: Mammiferi”.

Gianni Milani

“Wildlife Photographer of the Year”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Fino al 12 luglio

Orari: feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; lun. chiuso

Nelle foto: Wim van den Heever “Ghost Town Visitor”; Fernando Faciole “Orphan of the Road”; Javier Aznar Gonzàlez de Rueda “End of the Round-up”; Andrea Dominizi  “After the Destruction”

Le giornate inaugurali di Exposed Torino Photo Festival

Con un invito a guardare oltre le apparenze, interrogando la relazione tra identità  e rappresentazione,  corpo e immagine,  visibile e invisibile, giovedì 9 aprile prossimo aprirà ufficialmente ‘Mettersi a nudo’, terza edizione di Exposed Photo Festival,  che presenta diciotto mostre, in città,  molte delle quali all’interno del miglio della fotografia, il percorso espositivo diffuso che collega alcune delle principali istituzioni culturali torinesi, accompagnate da un programma di talk, incontri, letture portfolio, screening ed eventi diffusi nello spazio urbano.

Giovedì 9 aprile il Festival inaugurerà la sua terza edizione di EXPOSED con l’apertura al pubblico di tutte le mostre, visitabili dalle ore  11 alle ore 21; la mostra “Diana Markosian. Replaced” a Gallerie d’Italia  è  visitabile dalle ore 19.30 e la mostra collettiva  Metamorphosis dalle ore 15, mentre dal 10 al 12 aprile l’apertura è  prevista dalle 11 alle 20. Le mostre outdoor sono visitabili a partire dalla mattina del 9 aprile nei diversi luoghi della città.

Venerdì 10 aprile, dalle ore 15 alle ore 18.30, alle Gallerie d’Italia  si svolgerà ‘The Searchlights- Public Portfolio Review’, realizzata da IED, Istituto Europeo di Design in collaborazione con Gallerie d’Italia.  Diciotto studenti dei corsi di fotografia delle sedi di Torino, Milano e Roma presenteranno un confronto aperto con curatori, professionisti e pubblico. Si tratta di un’iniziativa che interroga alcune delle questioni più urgenti del presente, dalla crisi climatica alle diseguaglianze,  dalle migrazioni ai diritti, mettendo al centro lo sguardo della nuova generazione e la fotografia come strumento di consapevolezza e di presa di posizione.

Nella stessa giornata prende avvio anche il programma di talk che, a partire dal tema “Mettersi a nudo”, approfondisce le mostre del Festival con curatori, artisti e figure di riferimento, trasformando così la visita ad una mostra in un’esperienza di dialogo e confronto e permettendo al pubblico  di conoscere le autrici  e gli autori degli scatti, figure di primissimo piano della fotografia contemporanea o autentiche leggende della sua storia recente.

Alle ore 18, alle Gallerie d’Italia di Torino, la fotografa Diana Markosian  dialogherà con il pubblico prendendo spunto dalla sua mostra ‘Replaced’, presentata in anteprima mondiale in occasione del Festival. Si tratta di un progetto  che, tra fotografie e un film riadattato alla sala immersiva del museo, ricostruisce una storia d’amore durata oltre dieci anni, interrogando memoria, mito romantico e senso di smarrimento alla fine di una relazione.

Dalle ore 21 alle ore 24 partirà ‘Esterno Notte’, evento partecipato di proiezioni diffuse che coinvolgeranno le vie, i cortili, le facciate della città,  trasformando Torino in un grande spazio espositivo a cielo aperto.  Si tratta di un invito ad alzare lo sguardo, riscoprendo lo spazio urbano sotto una nuova luce, una festa collettiva dedicata alla fotografia e all’immagine, resa possibile grazie alla partnership con Lavazza Group e con la partecipazione delle gallerie di TAG Torino Art Galleries.

Sabato 11 aprile sarà la giornata dei talk ospitati da CAMERA: alle ore 11 il maestro Ralph Gibson dialogherà con Giangavino Pazzola e Walter Guadagnini a partire dalla mostra “Self Exposed”, ospitata dall’Archivio di Stato di Torino, un’esposizione che ripercorre oltre cinquant’anni di carriera attraverso una settantina di opere che mettono in luce un linguaggio inconfondibile, fatto di contrasti netti, inquadrature audaci e continue tensioni tra astrazione e realtà.

Gli spazi di Gallerie d’Italia Torino, alle ore 12, ospiteranno la presentazione al pubblico dell’atteso rapporto annuale sulla fotografia del Giornale dell’Arte, alla presenza del vicedirettore delle Gallerie d’Italia, Antonio Carloni, e delle curatrici Rica Cerbarano e Chiara Massimello, e dell’editore Tommaso Perrillo.

Alle ore 17, presso CAMERA, si terrà il dialogo tra il fotografo britannico Dean Chalkley con Walter Guadagnini, in occasione della mostra “Back in Ibiza e altre storie” presso il Circolo del Design, percorso espositivo che riunisce tre serie dedicate alla cultura musicale giovanile tra gli anni Ottanta e la contemporaneità, tra ritratti iconici della scena britannica e reportage intimi che raccontano comunità, viaggi e libertà.

Alle 18.30, sempre a CAMERA, si terrà il talk dedicato agli artisti che hanno dato vita alla mostra “Metamorphosis”, progetto realizzato in collaborazione con l’unica piattaforma per la fotografia emergente sostenuta dall’Unione Europea: Futures photography. Protagonisti del talk saranno gli artisti Ada Zielinska, Benedetta Casagrande, Yana Wernincke, Claudia Amatruda, Anna Orlowska e Máté Bartha, in dialogo con il curatore di CAMERA Giangavino Pazzola e con Menno Liaw, direttore di Futures. L’incontro approfondirà i temi della mostra diffusa, ospitata da una rete di spazi indipendenti della città, che indaga il concetto di trasformazione individuale, sociale, ambientale attraverso il lavoro di giovani autori internazionali. La giornata di sabato 11 aprile si concluderà alle ore 22 con una vera e propria festa di inizio festival, aperta a tutti i possessori del Pass Exposed, che si terrà presso Le Roi Music Hall, un luogo che si collega a sua volta al Festival perché è stato progettato da Carlo Mollino, protagonista della mostra all’Archivio di Stato. Sarà il momento in cui artisti, curatori, istituzioni, tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione del Festival, si incontreranno con il pubblico per ascoltare musica, ballare e stare insieme. Alla console si alterneranno artisti come il leggendario dj Eddie Piller, fondatore dell’etichetta Acid Jazz, che ha segnato la scena musicale degli anni Ottanta e Novanta, oggi impegnato con Modcast, il podcast dedicato alla musica Mod in tutte le sue declinazioni, e come Dean Chalkley, il fotografo protagonista della mostra “Back in Ibiza e altre storie”, che si tiene al Circolo del Design e che è una della figure di primo piano della scena musicale e fotografica inglese, dj per passione. A loro si affianca il producer Piero Casanova, appena tornato da una tournée in India con la sua Soul Therapy Extatic Dance, che a proposito delle sue serate scrive: “tu porta scarpe comode e outfit impeccabili, al resto pensiamo noi”.

Ultimo appuntamento sarà domenica 12 aprile, alle ore 11, presso il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, con la fotografa Carla Iraldo Voleau, che dialogherà con Walter Guadagnini e Camilla Marrese del suo progetto “You can have it all”, presentato nel portico del Museo. Tra fotografia, scrittura e azioni rituali, l’artista trasforma la propria esperienza personale in un processo di consapevolezza, dando forma a un percorso di autodeterminazione in cui il corpo è chiamato prima di tutto a esistere, a essere protagonista attivo e non semplice oggetto dello sguardo.

Tutti gli incontri sono inseriti nel programma inaugurale, e gratuiti con il Pass Exposed. Partecipazione libera fino a esaurimento posti.

Info: exposed@camera.to – exposed@torino.photo.festivalexposed.to.it

Mara Martellotta

Il Castello di Rivoli presenta la seconda edizione di “Inserzioni”

Con le opere di Gabriel Chaile, Lonnie Holley e Huda Takriti dal 27 marzo al 23 agosto prossimo

Il 27 marzo prossimo, il Castello di Rivoli Museo di Arte Contemporanea presenta la seconda edizione di “Inserzioni”, il programma semestrale di commissioni che introduce nuove opere concepite in dialogo con le sale barocche normalmente dedicate alla collezione permanente, trasformandole in un dispositivo espositivo in continua evoluzione. Il progetto interviene nella narrazione museale, invitando artisti contemporanei a misurarsi con l’architettura incompiuta del castello e con la stratificazione storica e simbolica delle sue sale, attivando relazioni inedite tra opere, spazio e memoria. A cura di Francesco Manacorda, con l’intervento di Huda Takriti, curato da Linda Fossati, “Inserzioni” coinvolge per questa edizione Gabriel Chaile, Lonnie Holley e Huda Takriti, le cui pratiche affrontano temi legati alla memoria, alla genealogia e alla costruzione delle narrazioni collettive in contesti geografici e culturali diversi. Concepite usando le sale auliche come punte di partenza non neutrali, le opere si inseriscono nel percorso della collezione contribuendo a rinnovarne periodicamente l’allestimento e ad ampliarne la prospettiva culturale. Attraverso queste commissioni, il museo prosegue nel ripensamento dei canoni della storia dell’arte, aprendosi a tradizioni e visioni che criticamente interrogano le narrazioni occidentali dominanti.

Il progetto si radica nella vocazione originale del Castello di Rivoli come luogo aperto all’intervento diretto degli artisti, in cui l’architettura diventa condizione generativa. Gli artisti sono così chiamati a partecipare attivamente alla scrittura della storia espositiva del Museo, contribuendo all’evoluzione del suo patrimonio culturale.

Tra gli artisti figurano Gabriel Chaile, nato a San Miguel de Tucumán, in Argentina, nel 1985, che presenta un intervento in relazione al pozzo medievale del Castello, elemento che connette l’edificio alla collina su cui sorge. Lo spazio viene trasformato in un ambiente sospeso tra diorama storico e scenario fantascientifico, in cui una figura antropomorfa in creta interagisce con elementi scultorei evocativi di un accampamento precario, suggerendo una condizione di sopravvivenza post-apocalittica. La ricerca d’artista si fonda sul concetto di genealogia della forma, secondo cui le forme custodiscono stratificazioni culturali e tracce di memorie individuali e collettive. Le sue sculture, realizzate con argilla, terra e adobe, si ispirano alle tradizioni artigianali e alle cosmologia indigene del Nord Ovest argentino, evocando narrazioni ancestrali e i processi di trasmissioni culturali. In dialogo con i frammenti di affreschi storici presenti in sala, l’intervento intreccia memoria architettonica e immaginazione contemporanea, riflettendo su storia, identità e trasformazione; Lonnie Holley, nato a Birmingham, in Alabama, negli Stati Uniti, nel 1950, presenta un gruppo di nuove sculture e dipinti concepiti per la Sala dei Continenti, decorata nel Settecento con rappresentazioni allegoriche che riflettono la visione geopolitica dell’epoca. Estendendo la tradizione della Black Art del Sud degli Stati Uniti, Holley trasforma materiali trovati e di recupero, come il legno bruciato, il metallo, la plastica e oggetti di uso quotidiano in assemblaggi che attivano le narrazioni insite negli stessi materiali. Attraverso un processo intuitivo e improvvisato, Holley affronta temi quali memoria collettiva, diseguaglianze sociali, violenza storica e possibilità di trasformazione spirituale e politica. Nel contesto del Castello, le opere instaurano una tensione critica con le rappresentazioni storiche della Sala, proponendo nuove prospettive sul potere e sulla memoria. Sculture dipinte su trapunta evocano presenze collettive e genealogie simboliche che ridefiniscono la percezione dello spazio espositivo.

La pratica espositiva di Huda Takriti, nata a Damasco, in Siria, nel 1990, oggi residente a Vienna, intreccia ricerca d’archivio, video e performance, dando vita a installazioni che mettono in relazione immagini in movimento e materiali storici con il contesto architettonico. Per “Inserzioni”, l’artista presenta un progetto che indaga il ruolo delle immagini, del cinema, delle istituzioni e dell’industria nella costruzione delle narrazioni storiche del secondo dopoguerra. Il soggetto riunisce il video “Clarity is the Closest Wound to the Sun”, del 2023, e due nuove produzioni, tra cui “It is Always Midnight in Their Minds”, del 2026, sviluppata a partire da ricerche condotte negli archivi italiani. L’opera indaga il rapporto tra l’Ente Nazionale Idrocarburi ENI e le ex colonie europee, comprese quelle italiane, e quelle ancora in lotta per la liberazione negli anni Cinquanta e Sessanta, esaminando le intersezioni tra sostegno politico, interessi economici e produzione cinematografica nel contesto dei processi di decolonizzazione. Accanto ai video, Takriti realizza un’installazione in vinile concepita come un affresco contemporaneo che si estende sulle pareti della sala 29, stabilendo un dialogo con gli affreschi storici della residenza. Il progetto riflette sulle modalità attraverso cui le narrazioni storiche vengono costruite e trasmesse, interrogando il ruolo delle immagini nella costruzione dell’immaginario collettivo.

Info: Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea-piazza Mafalda di Savoia, Rivoli – info@castellodirivoli.org – 0119565222 – orari d’apertura: da mercoledì al venerdì dalle 10 alle 17/ sabato, domenica e festivi dalle 11 alle 18.

Mara Martellotta

“Van Dyck l’europeo”, quando un genio ritorna nella “sua” città

Nelle sale del Palazzo Ducale di Genova, fino al 19 luglio

Un giouinetto portato da così nobile generosità di costumi, e da così bello spirito nella pittura”, scriveva Pietro Bellori, storico dell’arte che ha attraversato l’intero Seicento e che nella prima edizione (1672) delle sue “Vite” ha tramandato i ritratti e le qualità morali e la bellezza di dodici artisti. Eccolo lì, adesso, quel “giouinetto” – e noi a confrontarci con lui, a guardare quei due occhi che osservano lo spettatore e se ne vogliono impossessare, che bucano lo schermo, che affascinano nella loro già piena maturità, a guardare quell’incarnato perfetto e la genialità del tratto, come il pennello abbia corso veloce e abbia creato gote e riccioli che scendono sulla fronte, ogni cosa risucchiata prepotentemente dal fondo scuro che è alle spalle – e quel “giouinetto”, al tempo di questa piccola tavola, di questo “autentico gioiello”, non era che quindicenne. Il suo nome Anton Van Dick, era nato ad Anversa il 22 marzo del 1599, una famiglia che già il nonno aveva fatto prosperare con il commercio della seta e il cui figlio Francesco, proseguendo nell’attività, poteva permettersi una casa spaziosa e riccamente arredata, capace di comprendere anche un bagno.

Eccolo lì, adesso, “quel” giouinetto, protagonista indiscusso e ammiratissimo della grande mostra, inaugurata pochi giorni fa (visitabile sino al prossimo 19 luglio: e davvero Parigi val bene una messa!) nelle sale del Palazzo Ducale di Genova, con grande spolvero di sponsor, simbiosi perfetta di pubblico e privato – Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e Comune di Genova con il sostegno di Regione Liguria, Banca Passadore, Camera di Commercio e Fondazione San Paolo, il Secolo XIX e Rai Cultura e molti altri – e di prestatori – dal Louvre al Prado, dalla National Gallery londinese al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, da Brera alla Galleria Nazionale di Parma ai Musei Reali di Torino (“Isabella Clara Eugenia infanta di Spagna”), accresciuti da alcune collezioni private – che hanno messo a disposizione 60 opere, in dieci stazioni tematiche, che non possono essere definite altro che capolavori. Un lavoro che ha impiegato la fatica di un triennio, uno staff organizzato e guidato dalle curatrici Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen – “noi siamo qui a fare da palcoscenico”, sottolinea la prima durante la conferenza stampa di presentazione, “ma è stato davvero un lavoro continuo di squadra, in cui tutti si sono prodigati”: e sarà giusto da parte nostra sottolineare come a quel tavolo, su quel palcoscenico, ai vari microfoni, ci siano sette rappresentanti del gentil sesso -, un percorso che si svolge non soltanto in quelle sale ma che altresì s’amplia attraverso l’intera città, tra i Musei della Strada Nuova – Palazzo Rosso e Palazzo Bianco -, una diffusione che è lo specchio del “secolo dei Genovesi”, di quanti hanno fatto la città sul mare Superba, dell’importante alta classe sociale che si rivestiva dei mezzi e delle doti di banca europea, atta a supportare reali e nobiltà di Spagna, Francia e Inghilterra, di fiorire con gli scambi e i commerci. Grande quanto appassionata preparazione, studi consolidati e nuove scoperte e riscritture, un giusto orgoglio, l’amore per la Cultura che di diritto ha l’iniziale maiuscola. “Palazzo Ducale torna a esplorare con questa mostra un periodo storico che aveva proiettato la città verso un ruolo internazionale e l’aveva portata a essere una delle capitali artistiche d’Europa”, sottolinea Sara Armella, presidente Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura; altresì il ritorno ad un nome che ventinove anni fa già aveva impiegato le conoscenze e gli uffici di una più giovane Anna Orlando, neo-specializzata, un altro viaggio “di un artista, non solo amatissimo, ma anche dal talento eccezionale: quello di un genio”.

Un genio che a soli 18 anni è già iscritto come maestro indipendente alla gilda di San Luca e può vantare una bottega propria, che a ventuno è chiamato alla corte di Carlo I a Londra, che a ventidue, ricevuto in dono un cavallo dal maestro Rubens – che ne aveva ampiamente influenzato gli esordi – decide di partire per Roma, dove sarebbe dovuto restare soltanto otto mesi, dove ha modo d’appassionarsi alle grandi collezioni, di guardare a Caravaggio e al suo pittore preferito, Tiziano: la decisione finale, passando di città in città, di corte in corte, Ancona Firenze Parma Reggio Emilia Mantova Padova Milano sino a raggiungere (dicembre 1622) Torino e la corte ducale, sarà una lunga permanenza nella città che gli consegnerà il pieno successo e che si concluderà soltanto nel 1626. Un primo soggiorno genovese, con una ventina di ritratti per la ricca e potente aristocrazia; poi sarà una lunga permanenza che si concluderà soltanto nel 1626, un fiorire della committenza, dove i suoi modelli e la sua clientela furono gli Spinola e i Durazzo, i Lomellini e i Brignole-Sale e i Doria e quanti molti altri volessero fieramente e socialmente apparire – ottimo pubblicitario di se stesso, “quando faceva li ritratti, li cominciava il mattino per tempo, e senza interrompere il lavoro teneva a desinare seco quei Signori, fossero pure personaggi, e Dame grandi vi andavano volentieri come a sollazzo, tirati dalla varietà dei trattamenti. Dopo il pranzo egli tornava all’opera, ovvero ne avrebbe coloriti due in un giorno, terminandoli poi con qualche ritocco” (è sempre Bellori a darci le notizie) -, non giungendo gli stessi da una nobiltà di terre e di nascita bensì di censo (“oltre la naturalezza conferiva alle teste una certa nobiltà e grazia nell’atto”, ancora lo stesso).

L’Italia e oltre i confini, ecco il perché di questo titolo “Van Dick l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova a Londra”, le tre città – 80.000 abitanti, una stagione di relativa stabilità politica e di rinnovata identità cattolica, una prospera borghesia mercantile, la prima; 70.00 anime, una influenza economica straordinaria, reti bancarie e abilità diplomatica, i “palazzi dei rolli” a dar testimonianza delle ricchezze, la seconda; 200.000 abitanti sotto gli Stuart, il mecenatismo e le collezioni e le tensioni politico-religiose, l’ultima – che maggiormente hanno segnato il percorso dell’artista. Non un percorso dalla rigorosa sequenza cronologica, quello della mostra, ma dodici sale dove le opere sono felicemente accostate per temi e ambiti della sua attività, dove mettere a confronto, magari con soggetti analoghi, la maniera del Van Dick giovane nella terra d’origine, quella del periodo italiano e quella della maturità inglese (avrebbe lasciato, dopo la morte di Rubens e la chiamata di Luigi XIII a Parigi, la corte di re Carlo e non ne avrebbe visto la decapitazione il 30 gennaio del ’49, dinanzi alla sua dimora di Whitehall e la fugace repubblica di Cromwell, l’artista sarebbe morto di lì a pochi anni, nel dicembre del ’41 nella sua Anversa): con tutto l’interesse di scoprire i tratti e il portamento e le vesti sontuose o vedovili e la sensibilità e il gusto sempre signorilmente diverso di una dama che avesse avuto palazzo e servitori a Genova, come a Bruxelles e Anversa, come a Londra. È Van Dick a mettere la propria arte al servizio del diverso momento e della diversa persona, la sua capacità a “sintonizzarsi con gli ambienti in cui operò, mettendo in luce al tempo stesso il confronto estetico e tematico tra richieste e committenze sempre diverse. Un percorso che testimonia come la sua arte abbia saputo adattarsi, maturare e conquistare il favore di tutti.”

Allora come oggi. In questo oggi di Palazzo Ducale il visitatore ammirerà il Van Dick delle opere sacre, dove coabitano il pathos e la teatralità, forse il capitolo meno studiato della sua attività pittorica, “Il matrimonio mistico di Santa Caterina” che giunge dal Prado o il “San Sebastiano” (da Edimburgo, accostato a Rubens), una stupefacente “Cattura di Cristo” (1620- 1621), dalla Phoebus Foundation di Anversa, eccezionale nella disposizione dei circa dodici personaggi, nella unica luce che illumina la notte del Getsemani, nella tragicità del bacio di Giuda e l’irruenza di Pietro nell’atto di ferire l’orecchio dell’uomo che gli sta accanto, le macchie del blu all’esterno della tela, la concitazione. Il tutto a chiudersi con un inedito “Ecce Homo”, di collezione privata europea, una grande fonte di luce a illuminare le carni straziate (ma Van Dick non aveva ancora considerato il film di Mel Gibson) del Cristo fatto doloroso uomo; e nella completamente affrescata cappella del Doge, momentaneamente ricavata dalla piccola chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo), unica opera dell’artista a destinazione pubblica, il coup de théâtre della “Crocifissione”, oscura e intensa, un’eclisse di sole sullo sfondo a rispetto dei vangeli.

Tra “Vanitas” e “Allegorie” si passa al rapporto con Rubens, da cui l’allievo prende presto le distanze, laddove si dovesse paragonarlo a un linguaggio il primo lo si dovrebbe definire “più colorato e chiassoso” mentre per il secondo saremmo obbligati a usare il termine “più sussurrato”. Poi la sala ambientata a descrivere i fermenti guerreschi dell’Europa dell’epoca, le opere guardano a “Carlo V a cavallo” (1620) e al marchese Ambrogio Spinola, grande generale al servizio della corona spagnola, altri personaggi reali e forse d’invenzione, cappe nere e armature dalle striature lucenti, anche i bambini venivano in tal modo rappresentati già in giovanissima età. Dalla National Gallery arrivano i “bambini Giustiniani Longo” a cui gli studi hanno ridato le esatte identità, sontuosità d’abiti e fieri nella loro fanciullezza, una imponenza che si può accostare senza fatica a quella che fu propria degli eredi delle dinastie europee, portando con sé il ricordo di morti premature, rappresentate da quei più e meno piccoli uccelli, chiari e neri, che sono rappresentati tra le loro mani e a terra nella tela: fanno parte di quel tema familiare (non soltanto il sovrano inglese e la moglie Enrichetta, anche i coniugi De Witte di Anversa a mostrare gli stemmi araldici o Jan de Wael e la moglie Geertrud, chiusi nei loro sontuosi abiti scuri, i bianchi e pieghettati collari, guanti e manicotto di pelliccia, la famiglia come intramontabile valore, nucleo primo della vita sociale, ma anche frutto di eleganza raffinata e di vanità e volontà a tramandare le ingenti sostanze, coppie, genitori e figli, persone mature e vecchi) che tanta importanza ha avuto nella breve vita del pittore.

Il catalogo che accompagna la mostra l’ultimo bellissimo omaggio di Umberto Allemandi a quel mondo dell’Arte che lui ha tanto amato.

Elio Rabbione

Nelle immagini: “Autoritratto”, olio su tavola, 1615 circa, Anversa; “Ritratto di Lord John Belasyse”, olio su tela, 1636 circa; “I bambini Giustiniani Longo” dalla National Gallery di Londra; la “Crocifissione” oggi nella chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo).

Già a fine marzo Torino vivace centro della ricerca artistica

In attesa della grande Expo Internazionale a maggio
Siamo ancora parecchio lontani, tutto si svolgerà dal 25 al 30 maggio con esposizioni
visitabili sino al prossimo 6 giugno, ma è bello anticipare il tutto ai giorni prossimi che
vedranno un ricco programma di sette anteprime in vari luoghi della città con la
presenza di studenti, artisti e ricercatori. Arriverà ARWE – Art Researche World Expo
Turin 2026, grande manifestazione internazionale dedicata alla ricerca artistica
contemporanea, curata da Salvo Bitonti, Direttore dell’Accademia Albertina. Sottolinea
Bitonti: “Il concetto di ricerca e creazione è fondamentale, perché l’arte – in tutte le
sue forme, dalla poesia al cinema, dalle arti visive a quelle perfomative – contiene
sempre un elemento profetico. L’arte ha la capacità di anticipare il futuro. Per questo è
importante avvicinare il pubblico, il più ampio possibile, alle opere contemporanee e,
più in generale, all’arte in tutte le sue declinazioni. L’arte non solo offre stimoli e
suggestioni ma ci invita a immaginare nuovi orizzonti e possibili scenari per la nostra
vita e per il futuro della società.” Momenti importanti che vedranno sicuramente la
folta partecipazione del pubblico e che potranno coinvolgere i principali poli culturali
della città, dalle Residenze Reali Sabaude (Villa della Regina e Palazzo Carignano) alla
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo alla Fondazione Amendola, dalla Fondazione
Accorsi-Ometto alle Gallerie d’Italia, dal Museo Egizio a Camera Centro Italiano per la
fotografia.
Qualche progetto attende ancora una conferma definitiva, poche presenze sono in
forse guardando alla situazione che attraversa il momento attuale per quanto riguarda
le presenze e gli arrivi dei tanti nomi di prestigio chiamati a partecipare, ma tutto
sembra essersi aggiustato senza troppi patemi d’animo. Mostre, performance,
proiezioni, spettacoli teatrali e di danza, fashion show e conferenze e momenti di
networking – provenienti da trenta paesi – in quello che è l’evento conclusivo del
progetto INAR – Italian Network of Artistic Research, nato su un bando PNNR del MUR
dedicato alla internazionalizzazione, alla valorizzazione e alla promozione dei percorsi
di ricerca artistica sviluppati nelle istituzioni italiane e rivolto a favorire la più
approfondita cooperazione culturale. Non soltanto i progetti promossi dall’Albertina,
bensì le opere delle numerose istituzioni straniere, dei dottorandi e il lavoro
complessivo delle Accademie italiane esposto al Padiglione Italia di Expo Osaka 2025.
Una giuria internazionale consegnerà gli Albertina Academy Awards for Art Research,
mentre i cataloghi, le varie pubblicazioni, un sito e una rivista online saranno il
documento del percorso completo della manifestazione.
Per questo primo “antipasto” si è inaugurato nei giorni scorsi “In Between Places You
Can Find Me” negli spazi del Pav, mostra curata da Franko B, ovvero una selezione di
artiste e artisti dell’Accademia impegnati in una ricerca che esplora le relazioni tra
umano e non umano, interrogando il rapporto tra arte, ecologia e società. Come, oltre
ai workshop, si ha la presentazione del volume antologico “R-ESISTENZE” che
raccoglie testimonianze di studiosi e ricercatori italiani e internazionali sul tema “Save
the World – Connecting Cultures”, il progetto “Filo Rosso” (22 marzo), arte pubblica e
performance partecipata che s’inserisce nel percorso di rigenerazione urbana “Arte in
Transito”, ben 22 grandi pannelli di 3×3 metri lungo il muro ferroviario di Borgo San
Secondo, la realizzazione è di 60 studenti della Scuola di Decorazione dell’Albertina
guidati dal duo artistico YizhongArt; come “L’arte del Kathakali” che dovrebbe farci
entusiasmare da questa antica forma di teatro-danza che trova le proprie origini nel
Kerala, nel sud dell’India (sino al 21 marzo), come “Viral/Vocal/Virtual” (il 28 presso
l’Unione Cuturale Franco Antonicelli), una giornata dedicata alla sperimentazione tra
voce, narrazione e arti multimediali.
e. rb.
Nelle immagini: Salvo Bitonti, Direttore dell’Accademia Albertina; Evento “Filo Rosso”;
Evento “In Between Places You Can Find Me”.

TAG Torino Art Galleries: scambio con Palma Art Contemporani

Torino Art Galleries e APC Art Palma Contemporani annunciano la seconda tappa del progetto di scambio tra le due associazioni, volto a promuovere il dialogo culturale tra le realtà artistiche di Torino e Palma di Maiorca. Verrà proposta al pubblico internazionale un’iniziativa inedita che non risulta avere precedenti nella scena dell’arte contemporanea. TAG intende promuovere, infatti, il ruolo delle gallerie come protagoniste attive della produzione culturale ed essere ponti fra territori, artisti e pubblici differenti. Dopo la prima fase, iniziata nel 2025 e conclusa nei primi mesi del 2026, in cui le gallerie di TAG hanno ospitato le gallerie di APC, il progetto ora procede a Palma di Maiorca, in concomitanza con gli eventi artistici realizzati sull’isola. Con questo progetto TAG rinnova il suo impegno nella promozione dell’arte contemporanea, creando ponti culturali, valorizzando la città di Torino e l’eccellenza italiana. Viene così rafforzato il dialogo internazionale tra realtà indipendenti del sistema dell’arte contemporanea, favorendo nuove opportunità e collaborazione tra professionisti del settore.
L’iniziativa sarà inaugurata sabato 21 marzo, in occasione dell’Art Palm Brunch, dalle 11 alle 15, uno degli appuntamenti più rilevanti del calendario culturale maiorchino. Le mostre saranno visitabili nei mesi successivi, anche durante la fiera Art Cologne Palma Mallorca, dal 9 al 12 aprile, e il festival PHOF Mallorca PhotoFest, dal 25 aprile al 30 agosto 2026. L’iniziativa è possibile grazie a al contributo della Camera di Commercio di Torino, che ha voluto sostenere il progetto dell’associazione per il suo anniversario e promuovere il panorama offerto dalle gallerie torinesi, valorizzandone il territorio e i suoi protagonisti. Per questa edizione dello scambio, ogni galleria torinese presenterà i propri artisti all’interno degli spazi di una galleria maiorchina, dando vita a un articolato intreccio di collaborazioni.

Mara Martellotta

Villarbasse, la più grande collezione di quadri dedicati alla Maddalena

Il Comune di Villarbasse, ubicato in Provincia di Torino, nel verde della Collina Morenica, vanta molte meraviglie, tra le quali splendidi palazzi nobiliari, il Torrazzo del XIII secolo, una chiesa parrocchiale seicentesca affrescata da Luigi Morgari e la più grande collezione di quadri dedicati ad una figura un po’ bistrattata dalla storia: Santa Maria Maddalena.
Questa straordinaria raccolta è custodita nelle sale di Palazzo Mistrot, edificio che nel 1705 legò il suo destino all’omonima nobile famiglia, la quale lo fece ristrutturare portandolo ad assumere il suo odierno aspetto barocco. Negli anni ’70 del Novecento le ultime Contesse Mistrot cedettero il palazzo alla famiglia Capello, attuale proprietaria, che lo riportò agli antichi splendori e dal 2008 mette a disposizione il grande salone per concerti, conferenze e mostre, organizzati dall’Associazione culturale “Amici di San Nazario”, la cui Presidente è la Dott. Piera Capello.
Ho visitato la collezione di Maddalene in un uggioso pomeriggio di fine febbraio e ad accogliermi è stato colui che l’ha creata: l’instancabile Roberto Rubiola.
Egli costudisce qui ben 204 quadri dedicati alla santa, realizzati tra fine Quattrocento e il XVIII secolo da prestigiosi maestri del calibro di Giacinto Brandi, Francesco Cairo, Francesco Salviati e addirittura Guido Reni. Maddalena viene così raccontata in tutte le sue sfaccettature, dalla peccatrice pentita alla donna immersa nella preghiera. Ogni quadro sembra dialogare con gli altri. Fanno da cornice a queste meraviglie gli splendidi soffitti a cassettoni del palazzo.
Rubiola ha iniziato la sua collezione oltre vent’anni fa quando un dipinto seicentesco lo ha colpito per la forza espressiva dello sguardo della santa penitente.
Appena entrato mi ha colpito subito una “Deposizione di Gesù Cristo dalla Croce” del pittore Joseph Heintz il Vecchio (1564-1609). Questo dipinto, come spiegatomi da Roberto, presenta dei particolari riconducibili al El Greco, tra le figure più importanti del tardo Rinascimento spagnolo, spesso considerato il primo maestro del Siglo de Oro. E’ possibile che l’artista abbia dipinto alcuni personaggi.
Le Maddalene mi osservavano come incuriosite dalla mia presenza ed io, con gli occhi colmi di meraviglia, sarei rimasto tutto il pomeriggio ad ammirarle.
La più particolare di loro è probabilmente quella raffigurata ventenne in adorazione di Gesù Bambino tra le braccia della Vergine, con San Dionigi che tiene la propria testa sotto braccio. Egli venne infatti decapitato attorno al 270 sulla collina di Montmartre e secondo una leggenda prese la sua testa e camminò per diversi chilometri predicando un sermone, prima di crollare definitivamente. Nell’iconografia cristiana è raffigurato con la sua testa tra le mani.
Una Crocifissione potrebbe essere opera addirittura del celebre pittore fiammingo Antoon van Dyck, mentre la “Conversione della Maddalena” potrebbe essere stata realizzata da Charles Le Brun, pittore francese celebre per i suoi lavori di arredamento e decorazione alla Reggia di Versailles. La “Maddalena Penitente” è invece attribuita alla Bottega di Tiziano. La “Maddalena e la deposizione di Cristo” è della Bottega del Perugino e potrebbe essere stata realizzata addirittura dall’autore in persona.
Molto regale è la “Maddalena con vaso”, realizzata da Domenico Carpioni; un identico quadro si trova a La Valletta, capitale di Malta.
In queste stanze non sono solo esposte Maddalene, ma anche splendidi dipinti opera di illustri maestri di scuola fiamminga e le copie dei quadri che si ammirano nei più importanti musei del mondo, tra questi un “Tomiri con il capo reciso di re Ciro
” che potrebbe essere un bozzetto dell’opera di Rubens oggi esposta al Museo del Louvre e un “Erigone” probabile opera di Guido Reni, alla cui bottega è attribuita la “Crocifissione con Maddalena ai piedi della Croce”.
Completano il tutto una “Maddalena penitente” in marmo bianco di Carrara, il cui autore potrebbe essere Antonio Canova e due “Crocifissioni con Maddalena, la Madonna e San Giovanni” realizzate in cuoio a sbalzo ad inizio Seicento. Per quanto riguarda queste ultime opere nel mondo ne esistono solo altre due.
Alcuni dipinti Rubiola li ha donati ad importanti istituzioni, tra queste il Museo Diocesano di Torino.
Il celebre critico d’arte Vittorio Sgarbi è rimasto meravigliato da questi quadri e si è rivolto spesso a Rubiola per averne in prestito da portare in mostre importanti a confronto con opere famose.
Il mio sogno è quello di trovare uno spazio adatto dove collocare i miei quadri affinché le persone possano godere della loro bellezza, rendendo giustizia alla figura della Maddalena, che per troppi anni è stata relegata al ruolo di prostituta, cosa che non è assolutamente veraafferma Roberto, il quale è sempre disponibile a far visitare questa collezione gratuitamente a chi lo desidera.
Prima che andassi via ha ancora voluto mostrarmi un’ultima meraviglia: tre volumi in pergamena del XVIII secolo che raccontano il Vecchio e il Nuovo Testamento. Queste tre opere sono impreziosite da trecento incisioni realizzate dai più importanti artisti fiamminghi dell’epoca.


ANDREA CARNINO

 

Se la “traccia alfabetica” si fa libera “narrazione d’arte”

L’arte “calligrafica” e “asemica” di Eugenia Di Meo in mostra all’Associazione Culturale “Fuocoinfinito” di via Carlo Alberto, a Torino

Fino al 29 marzo

Le lettere dell’alfabeto, di più alfabeti (e non solo occidentali), trasformate in “scrittura decorata” e in preziose, minute opere d’arte. E’ un esercizio di altissima certosina perizia tecnica, quello portato avanti con interesse e passione infinita dalla torinese Eugenia Di Meo, ma esercizio pur anche capace di trasformarsi (se lasciato liberamente volare in spazi di pura fantasia il sotteso, ma sempre scalpitante, gioco cromatico) in pagine di pura e visionaria poesia. “Calligrafia” e “arte asemica” (“lettere non lettere”):  ha cavalcato e seguito con ottimi risultati secoli e secoli di storia dell’arte il percorso artistico di Eugenia Di Meo, come ben testimonia quella trentina di sue opere esposte, fino a domenica 29 marzo, presso l’Associazione Culturale “Fuocoinfinito” di via Carlo Alberto, a Torino. Il titolo riassume alla perfezione, nei suoi caratteri segnici e negli obiettivi concettuali, il variegato ma lineare contenuto della rassegna: “Fili Trame e Tessuti che si intrecciano per formare nuove storie”. E quante storie! Intrecciate in un complessivo racconto espositivo che va dai “capilettera miniati” antichi – che sembrano evasi dalla misteriosa labirintica Biblioteca svizzera dell’Abbazia di “San Gallo” di echiana memoria – alle “sculture tridimensionali” di carta fino ai più moderni “calligrammi”, in un intuitivo rincorrersi di alte citazioni che passano dall’ “Orfismo” delle “opere su carta” e delle famose “Finestre” dell’ucraina Sonia Delaunay fino agli “Arazzi con lettere” (calibrati nella giusta contrapposizione di “ordine” e “disordine”) di Alighiero Boetti e, laddove la potenza cromatica riesce a spezzare le “catene” della più rigorosa “bella grafia”, alle visioni colorate, surreali e libere di varcare tutti i cieli, del grande Mirò.

Il tutto incentrato e semplificato nell’osservazione ammirata di alcune opere esposte, che mi piace volutamente ricordare: dal raffinato capolettera di una “L” ornata in “calligrafia gotica rotunda” alle “tre lettere” di altrettanti alfabeti dall’artista riprodotte in variazioni assolutamente singolari e in un groviglio colorato di evasiva informalità, fino alle “composizioni asemiche”, due in particolare (riportate in foto) giocate in prevalenza sulla felice imprevedibilità e riconquistata libertà di colore-forma, non più prigioniero ma sfuggito alle maglie geometricamente inclusive della grafia, già pubblicate in California su uno specifico “Annuario” femminile di artiste “asemic – Art”.

Torinese di nascita, Eugenia è “architetta” di formazione, con laurea al “Politecnico”, seguita alla frequentazione del torinese “Istituto Statale d’Arte”, sezione di Moda e Costume. “Il disegno, nelle sue molteplici forme, è sempre stato racconta – una presenza costante nel mio percorso formativo e, in questo ambito, ho portato avanti una lunga sperimentazione volta a scoprire la ‘mia traccia’, spaziando tra diversi settori per periodi più o meno lunghi: dall’arredamento alla moda, dalla ceramica alla calligrafia, settore, quest’ultimo, rivelatosi come la via più congeniale per orientare la mia indagine espressiva”. Il grande “amore” della vita. Con quegli “alti” e “bassi” propri di tutti i grandi amori. Forieri di passioni irrefrenabili, ma anche, a tratti, vissuti come una sorta di “impedimento” a nuove esperienze e libertà espressive, cui sempre, comunque, Eugenia ha lasciato (come già detto) le porte ben aperte nelle loro richieste di più matura “evasione”. Supportata sempre dalla forza di un “mestiere” consolidatosi e perfezionatosi negli anni.

E in virtù anche di una preparazione “di bottega” di primo piano, seguendo “corsi” e “workshop” con i più famosi maestri calligrafi italiani e stranieri, arrivando a conoscere e a praticare circa una quindicina di stili calligrafici, occidentali e non, attraverso mezzi di scrittura fra i più vari: dai tradizionali pennini e inchiostri, fino a strumenti fra i più inusuali “da una conchiglia – ci ricorda Eugenia – a un pezzo di pasta o altro, montati su disparati supporti al fine di renderli utilizzabili per lasciare una ‘traccia’”. “La” traccia che fa dell’opera un’opera singolare e unica. E che l’ha pian piano avvicinata anche alla pratica dell’“Asemic Writing Art”, di quella “scrittura” (nata negli States negli anni ’50) che è “semplice simulazione di scrittura”, priva di significato semantico, cui la Di Meo si diletta ad “aggiungere grafismi inediti di notevole efficacia – scrive in presentazione Beatrice Pirocca – fino a dimostrare l’ormai matura gestualità ritmica di un segno fatto di ‘parole – non – solo – più – parole, che ci invita a ripercorrere con lei l’evoluzione delle poetiche d’avanguardia”. E di sue, e nostre, particolari emozioni, che dal tratto certosino del segno all’esplosione inarrestabile del colore, ci trasportano in spazi di pura poetica “visionarietà”. Spazi “amici”, decisamente indimenticabili!

Gianni Milani

“Fili Trame e Tessuti che si intrecciano per formare nuove storie”

Associazione Culturale “Fuocoinfinito”, via Carlo Alberto 11/p, Torino; Tel. 349/2187206; fino a domenica 29 marzo. Orari: lun. – ven. 15,30/18,30; sab. – dom. 10,30/12,30 e 15,30/18,30

Nelle foto: “Rielaborazione di un capolettera, ‘L’ ornata, in calligrafia ‘gotica rotunda’”; “Tre lettere di altri alfabeti rielaborate”; Coppia di “Composizioni ‘asemiche’ (lettere non lettere)”, foto pubblicate in California su un Annuario di “artiste asemic – Art”

I pittori che dipinsero gli Italiani all’indomani dell’Unità

Al castello di Novara, sino al 6 aprile

 

Adesso che s’era fatta l’Italia bisognava fare gli Italiani. E ancora oggi sappiamo quanta fatica si porti appresso l’infinito di quel verbo. Prima c’erano state le “speranze e aspirazioni” di chi sognava un’Italia unita: c’erano stati alcuni prima, all’inizio di un lungo percorso, le giornate di Milano ma anche “la fatal”Novara che quelle aveva spazzato via, poi finalmente, il 17 marzo 1861, l’unione. Ma ancora molto rimaneva da fare – ma pure, “la storia poi è proseguita, certo tra mille difficoltà, tra eventi gloriosi e altri meno, ma una bellissima storia”. Anche l’arte e gli artisti vollero raccontare, come fedeli narratori, il cambiamento di questo popolo “nuovo” ripreso nei tanti aspetti piacevoli della sua quotidianità, ma anche il disincanto e la fatica del lavoro, la giustizia, l’istruzione, la condizione della donna, troppe volte avvilente: magari con lo sguardo dell’uomo rattristito e ferito, con una moglie e un figlio alle sue spalle, un misero bagaglio con sé, all’interno di un paesaggio roccioso, a osservare una terra che non vede il momento di raggiungere, protagonista dell’opera di Stefano Usai L’esule che dall’Alpe guarda l’Italia (1850). È il punto d’inizio della mostra L’Italia dei primi Italiani. Ritratto di una nazione appena nata, curata da Elisabetta Chiodini negli spazi del Castello di Novara, organizzata da Mets Percorsi d’Arte con il Comune di Novara e la Fondazione Castello di Novara, con l’apporto di importanti sponsor e visitabile sino al 6 aprile. ”Dovevamo offrire qualcosa che lasciasse il segno – dice Paolo Tacchini, presidente di Mets -, di cui si potesse conservare un ricordo indelebile e che fosse legato alla nostra terra e alle sue peculiarità. Qualcosa però che fosse coerente con la nostra specifica missione, divulgare l’arte di un periodo ben preciso.” Ovvero di quell’Ottocento che, ormai dal 2018, ha preso a invadere felicemente le sale del Castello, nei suoi aspetti più differenti e culturalmente validi, nei suoi percorsi più approfonditi, guardando al paesaggio e a Les Italiens à Paris, al Romanticismo per le strade di Milano e i canali veneziani, al Divisionismo e ai Macchiaioli, promettendo fin da ora il prossimo appuntamento Moda e costume nella società moderna, tre ritratti – Hayez Boldini Casorati – e oltre, a partire dal 31 ottobre prossimo.

Non un percorso legato al passaggio del tempo ma la visione dilatata di questo, settant’anni circa, sino agli anni Trenta del Novecento, e settanta opere in esposizione, provenienti da collezioni private e da importanti gallerie di Milano (Maspes ed Enrico, Quadreria dell’Ottocento e Mainetti), Torino (Aversa) e Pinerolo (Il Portico), dalla Fondazione Cariplo, da Novara (Galleria Giannoni) e dalla GAM torinese, attraverso sette sezioni: dal territorio variegato di pianure, valli e monti alle regioni bagnate dal mare con le loro attività, dai tanti volti delle città al tempo libero della borghesia, dall’arte declinata al femminile all’amore nella sua venalità alla vita nelle metropoli, dove lusso e miseria convivono, dove la medicina progredisce e i più o meno grandi soprusi crescono. Opere di grande importanza e nomi che abitano l’immaginario artistico collettivo (Lega e Signorini, Carcano e Fattori e Cosola, De Nittis e Morbelli e Maggi), opere preziose che ci portano anche a scoprire bellezze di autori forse immeritatamente tenuti lontani dai grandi appuntamenti (Eugenio Spreafico e Arnaldo Ferraguti, Stefano Bruzzi e Guglielmo Ciardi, Pio Joris (che in Circo Agonale del 1900 ritrae una piazza Navona nel suo dispiegarsi di popolani, venditori di frutta, religiosi in attesa, bambini ai primi passi, cani che giocano, il tutto raccontato in una affascinante ricchezza di abbigliamenti, affabulazioni, pettegolezzi di donne), Alberto Rossi e Carlo Cressini e Italo Nunes Vais (Ancora un bacio, 1885, una addio o un arrivederci sul predellino di un treno che sta per partire), Giovanni Sottocornola e il mirabile Francesco Netti, allievo di Domenico Morelli, con il suo In Corte d’Assise, un olio su tela del 1882, di importanti dimensioni (96 x 182 cm), proveniente dalla Pinacoteca Metropolitana Corrado Giaquinto di Bari. 

Dove racconta di una seduta del processo – lo potremmo definire il “primo mediatico” della storia, assai simile a quelli che circolano oggi – che doveva condannare i responsabili dell’omicidio del capitano Giovanni Fadda, eroe delle guerre risorgimentali in cui, il poveretto, aveva perduto la propria virilità, ovvero la moglie Raffaella Saraceni, particolarmente bella, e il suo amante, un giovane cavallerizzo che aveva tolto di mezzo quell’imbarazzante coniuge con 23 pugnalate. Processo nel ’79, ergastolo per lui e per lei, riconosciuta come mandante, condanna ai lavori forzati e a trent’anni di reclusione prima, ridotti poi per essere fatta uscire dopo soli dieci anni (con buona pace degli “scandali” attuali). A chi vorrà ancora visitare la mostra – e ve la consigliamo davvero in quest’ultimo scorcio – interesserà quella sorta di rituale che Nitti ci ha tramandato, quelle signore che tra abiti eleganti e cappellini alla moda, tra ventagli e tazzine distribuite di caffè e gioielli che il pittore ha posto in primo piano, talune comodamente sedute alla balaustra del piano superiore e altre costrette scomodamente a sporgersi per non perdere nulla della scena che al piano inferiore mostra l’imputata stretta in mezzo a una coppia di cappelluti carabinieri; come pure il testo di Carducci, dell’ottobre, quando il poeta, graffiante e acido cronista, nel suo A proposito del processo Fadda stigmatizzava signore e signorine che, con “gli occhi dilatati,/ le pupille in giù fitte,/ tra le labbra rosse/ contratte in fiero ghigno”, sgretolavano “i pasticcini/ tra il palco e la galera” mentre si cullavano nel sogno degli “abbracciamenti de’ cavallerizzi/ tra i colpi di pugnali.”

Ma non sono soltanto corti d’assise. C’è il continuo omaggio al paesaggio visto con gli occhi sperimentatori dei Macchiaioli, come delle Scuole, dall’uno all’altro capo della penisola, di Rivara e di Resina, tra l’Arno (Signorini) e Sur la route de Castellammare di De Nittis, c’è l’Italia rurale e la fatica del lavoro con Le risaiuole di Morbelli (1897) e La raccolta delle zucche di Michetti, il luminoso Alla sbianca di Spreafico del 1890 e Le lavandaie nell’Ema di Angiolo Tommasi, c’è il variare delle stagioni che permette o no questo o quel lavoro (Sole d’inverno di Tominetti e Prime giornate di bel tempo di Bruzzi), in un ampio scorcio di costa e di mare lavorano i Rappezzatori di reti a Castiglioncello di Fattori, forse il capolavoro lo si ritrova per l’eccellente realismo nei tre ragazzini che per raggranellare qualche soldo si dedicano alla Scelta delle moeche, che Leonardo Bazzarro ha dipinto nel 1900. C’è l’animazione dei mercati, non soltanto attraverso le povere cose di Joris ma altresì grazie a Vincenzo Migliaro che con Porta Capuana (1907) ti fa sentire tutta la sonorissima pubblicità che certi venditori, al centro di una indescrivibile folla che preme a ridosso della porta napoletana, fanno dei loro prodotti ittici, tutto e tutti illuminati da un sole che sta invadendo lo spiazzo; come c’è quello milanese di Filippo Carcano, del 1882, Il verziere alla vigilia della commemorazione delle Cinque Giornate, già le bandiere tricolori esposte ai balconi mentre di sotto è tutto un raggrupparsi di banchi e ombrelloni.

Il tempo libero occupa la quarta sezione, dove primeggia di Angelo Morbelli In battello sul lago Maggiore, del 1915, ancora un momento di calma prima che scoppi la bufera della guerra, uno scorcio fotograficamente interpretato a racchiudere in primissimo piano una signora che al riparo dal sole sta attraversando la distesa d’acqua, rappresentante di una nuova borghesia di rapida trasformazione alla ricerca dell’affermarsi di nuovi svaghi, come il viaggio e la vacanza che a poco a poco andavano a sostituire la villeggiatura trascorsa nelle proprietà di mare o di campagna. È la nascita della Belle Epoque, delle stazioni termali con gli hotel di lusso che si possono più facilmente raggiungere grazie ai moderni mezzi di trasporto. È l’epoca in cui la donna – alcune donne, quelle che appartengono alle classi più abbienti – cercano di ritagliare per se stesse un posto discreto ma ben definito all’interno della società e dei fermenti che l’accompagnano: s’affidano al loro gusto e con Carpanetto diventano Critici gentili forse a dare il loro assenso nello studio del pittore a un’opera che esse stesse hanno commissionato o con Lega, che ci tramanda il viso della modella e allieva Isolina Cecchini, tentano La pittura o scoprono il turismo con grande interesse per la scoperta dei tanti itinerari (Alberto Rossi, Il Baedeker, Venezia, non si sa se più ossequioso o critico). Mentre altre ci restituiscono infelicità e sfruttamento, debolezze e classi meno abbienti, prostituzione (una ricerca per Morbelli, tra il 1884 e l’87, un linguaggio fatto di severità e crudezza verso una denuncia che guarda a una dilagante realtà, forse disteso “in un racconto altrettanto drammatico, ma nel quale la raffinatezza tecnica divisionista e quindi la luce, caricano l’immagine di una valenza psicologicamente ed emotivamente più sottile e inquieta”) e lavoro minorile (di Longoni La piscinina, 1890, all’uscita da una sartoria per presentare alla signora l’abito ordinato), piaghe che erano un contraltare non indifferente a quell’aria di festa e di speranza che inevitabilmente circolava all’indomani dell’Unità. 

Ancora la figura femminile chiude la bellezza della mostra. Donne che, con Demetrio Cosola, accolgono la vaccinazione dei figli e la loro istruzione o si mescolano nei ricoveri per una scodella di minestra, magari ripensando a quegli anni antichi che non torneranno più (Pusterla e ancora Morbelli). Emozionante il sonno che ha catturato la giovanissima Venditrice di frutta che Spreafico dipinse nel 1888: anche in quella momentanea “sconfitta” sta il ritratto di buona parte di un popolo. 

Elio Rabbione

Nelle immagini, Francesco Netti, “In Corte d’Assise”, 1882, olio su tela, Bari, Pinacoteca; Pio Joris, “Circo Agonale (Piazza Navona)”, olio su tela, collezione privata; Angelo Morbelli – “In battello sul lago Maggiore”, 1915, olio su tela, collezione Fondazione Cariplo; Silvestro Lega – “La pittura (Isolina Cecchini)”, 1869, olio su tavola, collezione privata.

Una piazza per l’artista Alberto Bertazzi

Sabato 13 marzo si è svolta a Balzola, nella piazza antistante la Casa di riposo, l’intitolazione ad Alberto Bertazzi, grande artista a cui il paese ha dato i natali nel 1953 e scomparso prematuramente nel 1993.

Presenti alla cerimonia l’onorevole Enzo Amich, il sindaco Marco Torriano con l’intera giunta, i consiglieri comunali con il vice sindaco Luca Graziotto, oltre all’assessore alla sanità regionale piemontese Federico Riboldi che ha sottolineato l’importanza di conservare la memoria di un personaggio che ha dato lustro al paese.

Presenti anche i sindaci Fabrizio Bremide di Villanova, Andrea Manachino di Rive e il vicesindaco di Morano Maura Tosi.

Dopo lai benedizione impartita dal parroco  don Taddeo, ha preso la parola il critico d’arte Giuliana Romano Bussola che conobbe Bertazzi e gli curò molte mostre, in particolare la antologica postuma nel castello di Casale Monferrato.

E’ stata riportata in vita la prepotente personalità del geniale pittore e scenografo dalle varie sfaccettature, apparentemente contraddittorie  ma armonizzate dal viscerale amore per l’arte.

Si conciliano in lui, infatti, due anime, da una parte quella semplice che guarda la quotidiana realtà contadina, risaie, campi di grano, rogge contornate dai gelsi, con occhio limpido e sereno e un’affettuosità pari ad un Jean Francois Millet;  dall’altra l’anima tormentata e inquieta che s’addentra nel mondo dell’occulto, dell’esoterico e del mistico con una visione romantica della natura attraverso la rappresentazione dei fenomeni più inquietanti tra fulmini, lampi tenebrosi, luci misteriose e sublimi, apparizioni sconvolgenti e apocalittiche.

Sono questi i dipinti che affascinano maggiormente e rendono la sua arte personalissima e immediatamente riconoscibile  attraendo  e al tempo stesso causando turbamento accostandosi alla poetica del Sublime.

Una nota piacevole è stata data dai bambini delle scuole elementari con piccoli deliziosi dipinti con tematiche contadine ispirate dalle opere di Bertazzi.