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Arte, inclusione e sostenibilità con la Fondazione Mossetto

“Abbracciare gli alberi” è il titolo dell’iniziativa ideata e promossa dalla Fondazione Giovanni Battista Mossetto, che coniuga tutela dell’ambiente, benessere psicofisico, creatività e inclusione sociale, con una 0articolare attenzione a chi è affetto da autismo. L’iniziativa si terrà sabato 19 e domenica 20 settembre, dalle ore 9 alle ore 18, nello storico giardino di Palazzo Dal Pozzo Della Cisterna, e nell’atrio e cortile d’onore di Palazzo Birago, che saranno trasformati per l’occasione in un laboratorio a cielo aperto di relazioni e cura comunitaria. Al centro dell’iniziativa vi sarà l’installazione di arte urbana a maglia e all’uncinetto, vere e proprie “braccia di lana” avvolte attorno ai tronchi degli alberi, fissate con cura per non arrecare alcun danno alle piante. Si tratta di un gesto simbolico per manifestare rispetto verso l’ambiente e riscoprire il valore del lavoro manuale e del riutilizzo dei filati. Sono numerosi le realtà associative che vi collaborano: tra queste l’Associazione Approdo Sociale ODV di Settimo Torinese, la Cooperativa Sociale Il Riccio di Castiglione Torinese, la Fondazione Teda per l’autismo e l’Associazione di Promozione Sociale Teatro8. L’evento si collega idealmente alla Giornata Mondiale della Salute Mentale del 10 ottobre, e promuove le attività creative come strumento d’aiuto contro ampia e stress. Nel corso del weekend saranno proposti workshop di lanaterapia a cura di Bianca Balocco, letture poetiche e momenti di confronto aperti al pubblico, alle scuole e alle realtà che coinvolgono persone con disabilità e neurodivergenze. A presentare l’iniziativa, giovedì 10 settembre, nella Sala Carpanini del Palazzo Comunale, a Torino, è stata la presidente della Fondazione Mossetto, Anna Paola Mossetto, alla presenza dell’assessore al Verde della Città di Torino, Francesco Tresso, di Rosanna Schillaci, consiliera metropolitana delegata alle Politiche di Parità, e di Guido Bolatto, segretario generale alla Camera di Commercio.

“Abbracciare gli alberi – ha dichiarato la consiliera Rosanna Schillaci – rappresenta la forza dell’inclusione. Attraverso un gesto semplice, ma profondo, questo progetto dimostra come la cura dell’ambiente e i progetti di una persona viaggio sulla stessa strada. Riuscire a coinvolgere anche le fasce più deboli significa abbattere i muri dell’isolamento e costruire una comunità coesa e attenta l benessere di ciascuno”.

“Dall’arte all’inclusione, dalla scuola allo sport – ha dichiarato la presidente della Fondazione, Anna Paola Mossetto, che guida insieme al figlio Alexandre Campra la Fondazione nata nel 1992 per volontà di Giovanni Battista Mossetto e Laura Camoletto – la nostra Fondazione continua a a guardare al futuro del territorio torinese e metropolitano mettendo la persona al centro. ‘Abbracciare gli alberi’ sintetizza la nostra missione: quella di unire innovazione sociale, sostenibilità e relazioni umane autentiche”.

Nel fine settimana del 19 e 20 ottobre, intorno agli alberi del giardino di Palazzo Cisterna, saranno avvolte delle sciarpe di lana.

Mara Martellotta

“Posso uscire”: a Torino i piccoli disegni nati dal lockdown di Fabio Francardo

Martedì 15 settembre, ore 18:30, inaugura alla Libreria Borgopò la mostra che raccoglie le opere realizzate dal pittore durante l’isolamento del 2021. A cura di Gregorio Thaon di Revel Mazzonis, allestimento di Marco Gennaro.

Sono nati per caso, o quasi. Nel 2021, durante uno dei mesi più duri del lockdown, Fabio Francardo, pittore con una lunga carriera alle spalle, ha ripreso in mano la matita per un motivo che definisce “quasi domestico”: insegnare a disegnare a una nipotina. Da quel gesto, ripetuto giorno dopo giorno, sono nati centinaia di piccoli disegni, realizzati recuperando i ritagli delle scatole delle cialde del caffè: un formato minuscolo, dieci centimetri per dieci, diventato presto una pratica quotidiana.

Quei disegni compongono ora “Posso uscire”, la mostra che la Libreria Borgopò di Torino inaugura martedì 15 settembre alle 18:30, a cura di Gregorio Thaon di Revel Mazzonis, con l’allestimento dell’architetto Marco Gennaro.

Un segno infantile, una mano esperta

Nelle piccole tavole di Francardo convivono un’immediatezza quasi ingenua e decenni di mestiere. Le fonti sono le cronache di quei mesi sospesi: i giornali, i telegiornali, le notizie che arrivavano da un mondo fermo. Da lì nascono vere e proprie serie tematiche. Alcune guardano all’attualità più stringente, come la condizione delle donne in Afghanistan al momento del ritiro americano, raccontata in opere come Lo sposo che balla per voi e Cosa hai fatto di me?. Altre affrontano il tema dell’immigrazione, particolarmente caro all’artista, in lavori come Porte aperte e Dove andare. Non mancano incursioni nella memoria personale, con il ricordo delle lotte politiche di fine anni Sessanta in Chiedo il permesso, accanto a soggetti più leggeri e decorativi ispirati alla natura o al mondo animale, come in Topigni bar, dove gli animali diventano specchio ironico dei comportamenti umani.

A legare idealmente l’intera produzione è una frase di Papa Francesco che ha colpito profondamente l’artista, «Adelante juntos», scelta anche come titolo di una serie di disegni: l’idea che da soli non si possa andare avanti, che serva farlo insieme.

Una vita per strade impreviste

Classe 1944, nato a Sangano, in provincia di Torino, il 4 agosto, Fabio Francardo ha attraversato con la sua biografia più di un’epoca e più di un mestiere. Dopo studi irregolari fino al 1961, lavora dal 1964 come disegnatore in un cantiere di posa cavi telefonici. Nel 1966 presta servizio militare a Padova, dove vince il primo premio di pittura interregionale per militari; l’anno successivo lo vede cuoco nel deserto del Sahara, a Ekkar, in un fortino della legione straniera. Con il 1968 vive, come molti della sua generazione, la stagione delle lotte politiche, viaggiando tra Londra e Parigi, per poi lavorare nel cinema come aiuto scenografo.

È nel 1971 che comincia la sua attività di artista, esponendo pittura figurativa alla galleria Il Vaglio di Firenze. Dal 1972 cambia casa quasi ogni anno: San Pancrazio Val di Pesa, Pantelleria, Torino,  mentre dalla metà degli anni Settanta si dedica a una scultura-pittura di impronta concettuale e minimalista, con interventi di Land Art, esposta in gallerie come Mantra a Torino (1974), Omar Aprile Ronda a Biella (1977), Paolo Tonin a Torino (1978), Piero Cavellini a Brescia (1979) ed E-Tre a Roma (1980).

Nel 1982 arriva una svolta radicale: Francardo abbandona improvvisamente l’arte per lavorare nel campo dell’abbigliamento sportswear, prima come designer poi come responsabile d’azienda, un’occupazione che comunque definisce creativa e stimolante e che lo porta a viaggiare in tutto il mondo, da Hong Kong a Bangkok, da New Delhi a Città del Messico, da Los Angeles a New York, accumulando una vasta esperienza visiva.

Nel 1992 si trasferisce a Formentera, dove riemerge il suo vecchio amore per la pittura. Tornato a Torino nel 1996, ricomincia a esporre regolarmente: la galleria San Michele di Brescia (1997), L’Isola di Trento (1998), Weber di Torino (1999) e ancora L’Isola nello stesso anno, oltre a due partecipazioni all’Arte Fiera di Bologna, nel gennaio 1998 e nel 2000.

Oggi Francardo vive tra Torino e Formentera. “Posso uscire” segna la sua prima mostra dopo un lungo periodo lontano dalla scena artistica. Non resta che uscire, dal lavoro, da casa, e incontrarci, questa volta di persona, alla Libreria Borgopò che inaugura domani martedì 15 settembre alle ore 18:30, in via Luigi Ornato 10, Torino.

Lori Barozzino

Al Sacro Monte di Crea il Kuoredistoffa di Stefano Bressani

IL 20 SETTEMBRE 2026 PRESENTATO DA A.L.E.R.A.MO. APS

 

A.L.E.R.A.MO. incontra Stefano Bressani e gli dedica una personale al Museo di Moncalvo e nasce immediatamente una amicizia e una comunanza di intenti artistici e culturali. Con grande gioia A.L.E.R.A.MO. si è fatta portavoce del desiderio di Stefano di offrire in dono una delle sue opere all’amato Santuario di Crea.

Il KUOREDISTOFFA © di Stefano Bressani, che sarà presentato domenica 20 settembre 2026, durante la Santa Messa delle ore 11.00, presso il Santuario.

Il cuore sarà introdotto e benedetto da Monsignore Francesco Mancinelli, Rettore del Santuario della Madonna di Crea. Al termine della celebrazione, l’opera sarà portata in processione dalla balaustra all’altare dedicato alla Madonna.

Il gesto si inserisce nella continuità del progetto dei Kuoridistoffa, opere già presentate e accolte in altri luoghi di culto: non viene semplicemente esposto, ma affidato al luogo sacro e alla comunità che lo accoglie.

A Crea questo passaggio assume un significato particolare. Il Sacro Monte appartiene infatti al complesso dei Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia, riconosciuti nel 2003 dall’UNESCO come Patrimonio Mondiale.

Il KUOREDISTOFFA © non entra formalmente nella Lista del Patrimonio Mondiale, ma viene accolto all’interno di un luogo che appartiene al patrimonio culturale dell’umanità, entrando idealmente nel racconto e nella memoria universale di Crea.

Il cuore di Bressani diventa così una presenza contemporanea all’interno di una storia secolare: un’opera del presente affidata a un luogo nel quale fede, arte e memoria continuano a dialogare.

Il progetto nasce dalla ricerca di Stefano Bressani, artista conosciuto come il “Sarto dell’Arte”, che da anni utilizza la stoffa come materia espressiva. Nei suoi lavori il tessuto non è soltanto un elemento da trasformare, ma porta con sé una storia: è stato indossato, conservato, utilizzato, dimenticato. Ogni frammento contiene una memoria e, attraverso l’opera, può acquisire una nuova vita.

Questa ricerca trova nel Pianeta delle Stoffe una delle sue espressioni più significative: recuperare la materia significa anche interrogare il nostro rapporto con ciò che consideriamo esaurito, superato o destinato alla dimenticanza.

Il legame con Crea nasce soprattutto dal linguaggio dell’ex voto, da secoli parte della storia del Santuario. L’ex voto è un gesto di gratitudine, ma anche una testimonianza: racconta qualcosa che è accaduto e che merita di essere ricordato. Malattie e guarigioni, incidenti, viaggi, nascite, lavoro, famiglia, paure e speranze hanno trovato negli ex voto una forma attraverso cui essere consegnati alla memoria.

Il KUOREDISTOFFA © raccoglie questa tradizione senza imitarla. Se l’ex voto antico nasce generalmente dopo un evento, il cuore di Bressani nasce da una domanda del presente: come possiamo essere davvero connessi? Con il divino, con l’altro, con la comunità, con il nostro tempo.

L’ex voto non scompare. Cambia domanda.

All’interno del cuore compare inoltre un cavo. Non un collegamento tecnologico, ma una metafora della relazione.“Se non sei connesso, non meriti il mio amore”.

La frase diventa una provocazione rivolta al presente. Viviamo in un’epoca nella quale siamo costantemente raggiungibili, ma non necessariamente presenti; possiamo comunicare con chiunque, ma non sempre sappiamo ascoltare.

Il 20 settembre 2026, a Crea, un’opera nata dalla contemporaneità verrà affidata a un luogo che custodisce secoli di memoria. Il cuore di Bressani non interrompe questa storia. La continua.

E, nel silenzio del Sacro Monte, davanti alla Madonna di Crea, aggiunge una domanda semplice e universale: SEI DAVVERO CONNESSO?

INFORMAZIONI SULL’EVENTO

Domenica 20 settembre 2026

Ore 11.00 – Santa Messa

Santuario della Madonna Nera di Crea

Serralunga di Crea (AL)

Durante la celebrazione il KUOREDISTOFFA © di Stefano Bressani sarà presentato, introdotto e benedetto da Monsignore Francesco Mancinelli, Rettore del Santuario della Madonna Nera di Crea, e successivamente collocato sull’altare della Madonna.

COME ARRIVARE

Sacro Monte di Crea

Piazza Santuario

15020 Serralunga di Crea (AL)

Germinale Monferrato Art Fest, un museo diffuso

Fino al 4 novembre si svolge la terza edizione di Germinale Monferrato Art Fest, mostra di arte contemporanea promossa da quasi Fondazione Carlo Gloria, in Provincia di Asti

Germinale Monferrato Art Fest è giunta alla sua terza edizione e prosegue il suo cammino trasformando le colline del Monferrato in un museo diffuso, in cui arte contemporanea, storia, tradizione e bellezza naturale si incontrano in un viaggio sensoriale alla scoperta del territorio.

Sono diciannove i Comuni del Monferrato coinvolti, trenta le sedi espositive e 65 gli artisti  interessati in un’edizione che proseguirà fino al 4 ottobre.

Obiettivo del festival è promuovere l’arte e la cultura contemporanea, ma anche valorizzare il paesaggio e il patrimonio unico di queste terre.

La rassegna ormai da tre anni mette in rete  numerosi comuni tra le province di Asti e Alessandria, creando un itinerario artistico ramificato in cui ogni borgo non rappresenta soltanto una tappa di un percorso culturale, ma anche un’opportunità di partecipazione e di condivisione.

Le sedi espositive che compongono la costellazione di Germinale sono state selezionate per il profondo legame che presentano con la storia, l’architettura e la tradizione locale.

Si tratta di chiese sconsacrata, di castelli, costruzioni di pregio storico architettonico e spazi dalla forte valenza simbolica, che diventano lo scenario perfetto in cui ambientare le opere d’arte contemporanea, contribuendo alla loro tutela e valorizzazione.

La mostra d’arte è stata inaugurata venerdì 11 settembre scorso a Rinco di Montiglio Monferrato, in provincia di Asti ed è stata promossa dalla Quasi Fondazione Carlo Gloria.

In questa grande mostra diffusa espongono artisti affermati, mid-career, affiancati da giovani talenti coinvolti in progetti speciali come SELVAartprize o le Residenze d’arte.

Le opere sono collocate in sedi uniche e fortemente simboliche, invitando i visitatori a scoprire attraverso i linguaggi contemporanei gli spazi più suggestivi e le realtà peculiari di questo territorio così vario.

L’offerta della rassegna non si limita all’esposizione visiva di mostre e installazioni open air, ma si arricchisce  di un calendario che affiancherà i contenuti espositivi durante tutto il corso dell’evento, con talk, incontri culturali, pratiche esperienziali e workshop. Un ricco programma di spettacoli e performing arts, curato da Casa degli Alfieri, animerà i giorni di apertura e le varie sedi per l’intero periodo del festival.

Il tema di questa edizione di Germinale, il cui scopo è la produzione di almeno un’opera per ogni edizione che possa rimanere in modo permanente sul territorio, è “Di marne feconde, un mare”, rassegna curata da Francesca Canfora e titolo che invita a un’esplorazione profonda, verticale del territorio. Si parte da un percorso che si addentra nelle sue fondamenta geologiche, laddove il tempo si è fatto roccia. L’identità del Monferrato rappresenta un paradosso geografico: le sue colline sono l’esito di un’antica marina. Le marne, un mix di argilla e calcare, non sono semplici sedimenti, ma archivi biologici che conservano la memoria di un oceano scomparso. Questa “eredità oceanica” ancora oggi agisce nel presente, e rappresenta la materia che trattiene l’umidità, il fossile che riaffiora tra i solchi ricordandoci che ogni paesaggio rappresenta una sovrapposizione di ere. Il rapporto con la marna definisce l’anima del Monferrato anche nel suo farsi architettura. L’uomo ha riconosciuto in questa pietra una docilità feconda, scavando gli infernot, le cattedrali sotterranee nate per custodire il vino e oggi riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio mondiale. In queste stanze ipogee il confine tra natura e cultura si annulla, dove l’architettura rivela il cuore profondo della terra.

“Di marne feconde, un mare” rappresenta una sollecitazione a guardare sotto ciò che calpestiamo: il sottosuolo diventa metafora dell’inconscio, della riserva di risorse, della memoria che non svanisce, ma si trasforma.

Germinale 2026 non celebra solo la terra, ma la sua profondità generatrice: è un invito a scoprire che il terreno su cui camminiamo è un amore solido, un giacimento di storie millenarie che attendono di essere nuovamente narrate.

Sessantacinque sono gli artisti che danno vita alla rassegna, e tra questi sono rilevanti i nomi di Luigi Mainolfi, di cui viene esposta una scultura in bronzo nell’atrio Soltitan nel palazzo di Città, ad Asti; Riky Ferrero, che presenta un‘installazione in un infernot di Vignale Monferrato; Domenico Borrelli, che presenta un’installazione a palazzo Mazzetti, ad Asti, e Carlo Gloria, che ha realizzato un murale dato in omaggio alla comunità di Rinco di Montiglio Monferrato, dove è stata inaugurata la terza edizione di Germinale Monferrato Art Fest.

Mara Martellotta

Chieri fa doverosa memoria del “suo” Gilli

Nella “Cappella di San Filippo”, la presentazione di otto importanti opere del pittore e incisore Alberto Maso Gilli diventate patrimonio ufficiale della Città

Fino al 26 settembre

Chieri (Torino)

Anno 1873. “Maestro di pittura”: così viene definito, ancora in giovane età, nell’elenco dei soci dell’allora “Circolo degli Artisti” di Torino, Alberto Maso (Tommaso) Gilli. Pittore e incisore di solide basi e gran “belle e meritate speranze”, Gilli aveva allora 33 anni. Era nato a Chieri nel 1840 da Vincenzo e Felicita Serra (sarti, di mestiere) e aveva trascorso la sua giovinezza nella casa dei Montefamerio, in piazza Umberto I, l’antica piazza delle Erbe. Dalla dolce, pacata vita della collina chierese alla convulsa (già allora?) frenesia del vicino capoluogo, a Torino Gilli approda nel 1858 dove studia “pittura” all’“Accademia Albertina” e “incisione” con Agostino Lauro, tra i più noti “acquafortisti” piemontesi. Da allora, il suo “taccuino di viaggio” s’arricchisce di  non poche “vittoriose” tappe. A Parigi ottiene nel 1878 il primo Premio all’“Esposizione Universale” e altri prestigiosi riconoscimenti vanno a rimpinguare il suo ricco palmarès, attraverso la partecipazione ad altre importanti esposizioni nazionali con dipinti di soggetto “paesistico” e “storico”, come il suo celebre “Arnaldo da Brescia dopo il diverbio con Papa Adriano IV”, oggi custodito alla “Galleria d’Arte Moderna” di Torino.

 Altra tappa fondamentale, Roma, dove nel 1885 viene nominato direttore della “Reale Calcografia” e dove promuove la formazione di una nuova “Scuola di incisione”Estremamente formativi anche gli anni di insegnamentodal 1865 al 1873, quale professore aggiunto alla cattedra di Andrea Gastaldi all’“Accademia Albertina” e come docente di “Disegno di Figura” nel 1883 in sostituzione dello scomparso Enrico Gamba, già suo professore. Il ritorno. Chieri e Torino e il Piemonte nel cuore. Sempre. A testimoniarlo, anche la sua appassionata partecipazione alla rinascita dell’architettura medievale collaborando con Edoardo Arborio Mella al restauro del Duomo di Casale e di quello della sua Chieri. Grande successo ottenne anche all’“Esposizione Generale Italiana” del 1884 (tenutasi a Torino con lo scopo di celebrare il progresso scientifico, artistico ed industriale del Regno d’Italia), dopo essere stato scelto da Federico Pastoris e Alfredo D’Andrade a rilevare graficamente i dipinti da inserire nel ciclo pittorico e decorativo del Castello e del Borgo Medievale del Parco del Valentino. Lontano dalla sua terra e dalla sua gente, l’artista scompare a soli 54 anni, il 28 luglio (o il 24 settembre?1894 a Narni (Roma) o, secondo altre fonti, a Calvi dell’Umbriain provincia di Terni. A ricordarlo a Chieri è, dal 1898 – ’99, una lapide commemorativa sulla sua casa natale nell’antica piazza Delle Erbe.

Ora, ad oltre 130 anni dalla scomparsa e a rendere ufficiale un percorso iniziato nove anni fa, quando alcune opere di Gilli furono acquistate, grazie alla mobilitazione di privati e associazioni e date in custodia alla “Città di Chieri”, l’“Amministrazione chierese” e l’“Associazione Carreum Potentia ODV” tornano a fare doverosa memoria dell’illustre cittadino, organizzando la mostra “Alberto Maso Gilli: vita e opere di un artista chierese che ha varcato i confini”, allestita all’interno della “Cappella di San Filippo” (via Vittorio Emanuele II, 63), fino a domenica 27 settembre e visitabile tutti i sabati e le domeniche dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di formalizzare la donazione di otto opere del grande pittore e incisore, cinque delle quali già in custodia al Comune, più una nuova acquisizione e due incisioni di grande pregio che entreranno ufficialmente a far parte del patrimonio cittadino. Da segnalare, in particolare quattro quadri acquistati nel 2017 presso una Galleria d’arte romana grazie all’iniziativa di un gruppo di benefattori chieresi cui si aggiungono il “Ritratto di Luigi Collo” (sindaco di Chieri negli anni Settanta dell’Ottocento) e il “Ritratto di Margherita Collo” (sorella del sindaco). A completare il lotto due incisioni all’acquaforte e  altre due grandi tele, attualmente custodite nel Palazzo Comunale, raffiguranti un poderoso “Ritratto di Michelangelo Buonarroti con il bozzetto del Mosé” datato 1874 e un altrettanto rigoroso, per forme e colori, “Autoritratto”.

Pittura di gran mestiere, quella di Gilli, “seria” mai “seriosa”, ben guidata dal Maestro chierese attraverso i dogmi e le tecniche del più classico realismo ottocentesco. Forme squadrate, senza fronzoli, nelle sue tele domina la “realtà”, realtà di paesaggi ancor oggi perfettamente riconoscibili (quella “Chiesa di San Giorgio” in cima al colle e quella fedele “Porta Torino”, antico varco d’accesso occidentale alla Città) di scorci rurali o urbani privi di idealizzazioni (Gilli pare guardare molto ai parchi principi della vicina “Scuola di Rivara” non meno che alla solida “macchia” dei colleghi toscani) e di quella piccola dignitosa gente d’antan, immersa nella grandiosa umiltà di lavori e di sguardi e di moti “umani”, persi, ahinoi, nel tempo. Quadri senza trucco né inganno. Come esigeva la grande, vera ed onesta pittura di un tempo, in cui mestiere e intuito poetico sapevano convivere e regalare sempre forti emozioni. Da subito. Senza indurti ad astruse, mai certe elucubrazioni per “capire” e “comprendere”. E cosa mai? Per infowww.comune.chieri.to.it

Gianni Milani

Nelle foto: Alberto Maso Gilli “Chiesa di San Giorgio”; Locandina mostra; “Porta Torino”; “Michelangelo Buonarroti con il bozzetto del Mosè”, olio su tavola, 1874

Il “Terzo manifesto” di Fabio Bucciarelli: “No port for Genocide: Genova 2025”

Inaugura lunedì 14 settembre, alle 18.30, in piazza Bottesini

Lunedì 14 settembre, alle ore 18, inaugurerà in piazza Bottesini, a Torino, la terza affissione della 12ª edizione di Opera Viva Barriera di Milano, il Manifesto con l’opera di Fabio Bucciarelli “No port for Genocide”.
Opera Viva Barriera di Milano il Manifesto rappresenta il progetto di arte urbana ideato da Alessandro Bulgini e prodotto da Flashback, che continua a tracciare altre rotte nell’immaginario della navigazione a vela e nelle sue stratificazioni simboliche. La nuova immagine riapre quella che per Opera Viva è sempre stata una finestra sull’altrove, un’apertura verso luoghi, templi, storie che risuonano nel presente. Il terzo manifesto porta la firma di Fabio Bucciarelli, fotoreporter impegnato da oltre 15 anni nella documentazione di fatti di cronaca mondiale e delle loro conseguenze sociali e umanitarie. La sua immagine ci porta a vivere un momento preciso del recente passato: il 28 novembre 2025, quando studenti e studentesse universitarie, cittadini e cittadine, ma soprattutto lavoratori e lavoratrici portuali (in prima linea in tutta Italia e in particolare a Genova con il collettivo CALP e a Livorno) si mobilitano via terra e via mare contro il genocidio palestinese, per bloccare i varchi doganali e impedire il transito di navi cargo e armamenti verso Israele. Bandiere della Palestina sventolano sul porto di Genova, e un grande striscione recita: “No port for Genocide”. In sintonia con il tema dell’edizione “In time” di Opera Viva, il manifesto, in questo attraversamento di epoche e linguaggi, non solo nell’arte ma anche nell’umanità, la vela diventa una presenza tangibile di un sentire collettivo, di un’azione politica e poetica. Non a caso gli attivisti della Flotilla hanno scelto, lo scorso settembre, di navigare verso Gaza con piccole imbarcazioni a vela. Hanno scelto il rischio, il mare e l’ignoto come spazio di mobilitazione. Al contempo, il manifesto, che connette l’altrove a piazza Bottesini, testimonia il presente, e l’opera di Bucciarelli non ci restituisce un mero fatto di cronaca, ma diventa testimonianza di un tempo che ci appartiene, che ha il dovere di scuoterci, di tenere fisso lo sguardo sugli accadimenti del mondo.

Nel giorno dell’inaugurazione, lunedi 14 settembre, alle ore 18.30, sarà presente anche l’artista Fabio Bucciarelli, nato a Torino nel 1980, fotografo, giornalista e autore italiano conosciuto a livello internazionale per la sua documentazione e di conflitti e crisi umanitarie.

Mara Martellotta

Musei Reali, nuovo allestimento per la Collezione Lenci

SABATO 12 SETTEMBRE 2026 RIAPRE AL PUBBLICO

In occasione della Notte Bianca promossa dalla Città di Torino, i Musei Reali saranno straordinariamente aperti dalle ore 19.30 alle ore 24 sabato 12 settembre con tariffa speciale di 10 euro ( under 18 gratuito e tessere convenzionate, 2 euro dai 18 ai 25 anni).
Da sabato 12 settembre , in occasione appunto della Notte Bianca promossa dalla  Città di Torino per la pedonalizzazione di via Roma, la Collezione Lenci dei Musei Reali di Torino riapre al terzo piano della Galleria Sabauda con un allestimento rinnovato e un’apertura straordinaria dalle 19.30 alle 24 con tariffa speciale.
Nel corso della serata sarà  fatta una presentazione della collezione al pubblico da parte delle curatrici dei Musei Reali di Torino.
Da domenica 13 settembre la sezione sarà  aperta ogni fine settimana, venerdì,  sabato e domenica,  e rientrerà nel percorso museale ordinario, incluso nel prezzo del biglietto.

La collezione Lenci raccoglie 132 tra le ceramiche storiche e rare realizzate dalla manifattura torinese negli anni della sua migliore produzione, tra il 1928 e il 1936, collezionate con passione  e generosamente donate per una pubblica fruizione ai Musei Reali di Torino dai coniugi Giuseppe e Gabriella Ferrero nel 2022.

“Desideriamo che giunga a tutti il nostro più sincero apprezzamento per l’appassionata collaborazione della Direttrice Paola D’Agostino e di tutto il personale dei Musei Reali” dichiarano i coniugi Ferrero – Questa iniziativa condivisa, che onora la nostra Collezione, contribuisce a una più  approfondita conoscenza di un periodo storico, imprenditoriale e artistico importante per Torino”.

“La collezione Lenci è un dono che i coniugi Ferrero hanno fatto ai torinesi e ai tantissimi turisti che vengono a visitare i Musei Reali di Torino – dichiara la Direttrice Generale Paola D’Agostino.

Il terzo piano della Galleria Sabauda, dedicato alle arti decorative, conclude un viaggio temporale iniziato con la produzione in argilla antica e termina con l’eccellenza della progettualità manifatturiera e artistica della Torino dei primi decenni del Novecento. Queste opere così ingegnose, che abitano lo spazio, anche all’interno delle vetrine, sono raccontate  nuovamente con apparati didattici accresciuti e un approfondimento multimediale sulle tecniche delle ceramiche Lenci”.
L’allestimento della raccolta, aperta per la prima volta al pubblico nel giugno 2023, con il sostegno della Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino, prevede una cadenza tematica suddivisa in otto settori, l’immagine della donna, il tempo, le stagioni, gli innamorati, scene di vita, miti e storie, il mondo nel vaso, in scena la fiaba e le maschere, gli animali.

I Musei Reali di Torino hanno arricchito, grazie alla generosità dei coniugi Ferrero, il percorso espositivo con nuovi strumenti di approfondimento. Il progetto ha infatti previsto il rinnovamento degli impianti didattici attraverso contenuti multimediali e audiovisivi dedicati alla storia della manifattura, alle tecniche specifiche di lavorazione e alle opere principali degli artisti che contribuirono alla sua produzione,  oltre alla traduzione in lingua inglese dei testi per rendere la collezione accessibile al pubblico internazionale.

Il nuovo video interattivo illustra la tecnica del coraggio, metodo di formatura degli oggetti all’interno di uno stampo, utilizzato per la produzione delle ceramiche, per scoprire le diverse fasi del procedimento attraverso la realizzazione di un pezzo originale, ideato appositamente dai ceramisti ispirandosi alle opere della collezione.
In stretta connessione con l’esposizione della collezione Lenci , si presenta parte della raccolta di opere del Novecento dei Musei Reali di Torino.
Dalla metà degli anni Trenta del Novecento all’inizio del decennio successivo, la Soprintendenza piemontese ha iniziato un’importante acquisizione di opere contemporanee che rispondono all’obiettivo di rappresentare gli esiti dell’attività di artisti emergenti sul territorio torinese e regionale.
Gli acquisti comprendono ottantadue opere alle quali si aggiungono, nel dopoguerra, donazioni di dipinti, acqueforti e litografie. Il nucleo di pitture e sculture del primo Novecento si caratterizza da subito per una grande omogeneità culturale, trattandosi di opere che provengono dal Sindacato Fascista di Belle Arti e organizzate a Torino dal Centro d’Azioni per le Arti. Tra gli artisti figurano pittori e scultori attivi anche per la Lenci come Chessa, Da Milano, Deabate e Riva, oltre a importanti comprimari della scena torinese tra le due guerre.
Emerge in primo piano il ruolo del paesaggio, al quale si affiancano altri filoni tematici, come i ritratti, le nature morte e le scene di genere, che evidenziano  la vitalità della cultura figurativa piemontese in rapporto agli indirizzi di ricerca dell’arte nazionale.

Nel contesto successivo alla seconda guerra mondiale, quando alla modernizzazione industriale continua ad affiancarsi una solida tradizione artigianale legata alla moda e alle arti decorative, nel 1919 Enrico Scavini e la moglie Elena König fondano a Torino una manifattura di giocattoli e bambole, decorazioni per l’abbigliamento, articoli di moda, arazzi e oggetti in feltro.
La ditta è  denominata Lenci dal diminutivo di Elena, poi trasformato nell’acronimo latino Ludus est Nobis Constanter Industria, dallo scrittore Ugo Ojetti, teorico della rinascita delle arti decorative in Italia.
Tra il 1927 e il 1928 l’azienda avvia una raffinata produzione di ceramiche, caratterizzata da un linguaggio moderno ed elegante. Il successo viene sancito nel 1929 da una mostra alla galleria Persano di Milano, curata dallo stesso Ojetti, che consacra Lenci come fenomeno culturale e sociale di rilievo internazionale,  capace di confrontarsi con le coeve ceramiche viennesi, tedesche e danesi.
Protagonista della cifra stilistica di queste sculture d’arredo, eleganti e adatte ad un pubblico borghese, è Mario Sturani, amico di Ponti e di Casorati, che elabora un linguaggio ispirato alle fortunate invenzioni di Fortunato Depero quanto al gusto francese.
Accanto a queste suggestioni emergono scene di vita contadina e popolare, in cui primeggiano i coniugi Ines e Giovanni Grande, i nudi arcaici di Gigi Chessa, i temi naturalistici dell’animalista Felice Toselli e le figure femminili di Nillo Beltrami, Claudia Formica e Sandro Vacchetti, fino all’interpretazione della donna moderna proposta da Elena König  Scavini e da Abele Jacopi.
Nel decennio ’27-’37 la fabbrica viene ad impiegare seicento dipendenti  e, grazie all’innovazione tecnica e all’attività di importanti artisti impegnati anche nel campo della pittura, della grafica, della scenografia e dell’arredo, elabora modelli aggiornati sul gusto déco e sulla tradizione figurativa europea.
La produzione sarebbe continuata fino agli anni Sessanta, ma con un’ispirazione lontana dalle felici invenzioni degli anni Trenta.

Musei Reali di Torino

Piazzetta Reale,1

https://museireali.beniculturali.it
Mara Martellotta

Nel Rifugio Antiaereo di Mirafiori sorge ANTOPIA

A Mirafiori la memoria passa di generazione in generazione e diventa arte

Nel Rifugio Antiaereo sorge ANTOPIA, l!opera di Francesco Bertelé costruita insieme
agli abitanti del quartiere: anziani e bambini trasformano storie, ricordi e
testimonianze in un nuovo immaginario condiviso.
L!inaugurazione il 17 settembre 2026 con l!intitolazione del Rifugio ad Aldo Ratto.
Torino, 8 settembre 2026 _ Per decenni è stato un luogo in cui trovare riparo dalla guerra. Oggi,
a più di 80 anni di distanza, il Rifugio Antiaereo, nei sotterranei della Chiesa della
Visitazione di Maria Vergine e San Barnaba, torna ad accogliere una comunità, con
funzioni radicalmente diverse: ascoltare, raccontare, immaginare.
È nel cuore dell!antica borgata di Mirafiori che nasce Antopia, installazione site-specific
di Francesco Bertelé, nuova opera nell!ambito di “Mirafiori dopo il Mito”, il programma che
dal 2019 ha come obiettivo di mettere in relazione memoria industriale, paesaggio e
comunità. L!Opera, che verrà inaugurata giovedì 17 settembre, è la prima delle tre
residenze d!artista all!interno di spazi di comunità del quartiere, promossa nell!ambito de
“L!Oro di Mirafiori”, iniziativa di Fondazione della Comunità di Mirafiori, in collaborazione
con il Tavolo delle Idee, il comitato scientifico composto da esperte rappresentanti di enti
culturali torinesi, dedicato all!arte contemporanea e alla rigenerazione urbana di Mirafiori.
La Chiesa della Visitazione, fondata nel 1617 per iniziativa del duca Vittorio Amedeo I,
costituisce uno dei nuclei storici della borgata Mirafiori. Durante la Seconda Guerra
Mondiale nei suoi sotterranei venne costruito il Rifugio Antiaereo per la popolazione di
Mirafiori. È proprio questa stratificazione di memoria a rendere il rifugio un luogo
particolarmente significativo per Antopia. Non si tratta infatti soltanto di restaurare o riaprire
uno spazio storico, ma di chiedersi che cosa può diventare oggi un luogo nato per
proteggere una comunità.
L!opera di Francesco Bertelé è stata ideata attraverso un processo di co-creazione
intergenerazionale che ha coinvolto due gruppi rappresentativi del quartiere: alcuni
anziani del Comitato di Borgata di Mirafiori e alcune classi delle scuole dell!infanzia

“Visite suonate” al Museo Mario Giansone

Nei sabati 12, 19 e 26 settembre, alle 17.30, il Museo Mario Giansone di Sant’Ambrogio Torino ospita l’iniziativa “Visite suonate”, che propone tre appuntamenti in cui il jazz diventa chiave di lettura per esplorare la collezione dell’artista piemontese, tra le più originali della scultura del Novecento. Gli eventi, patrocinato dalla Città metropolitana di Torino, sono pensati per ridefinire la fruizione del patrimonio locale con un approccio interdisciplinare capace di porre in dialogo le opere con linguaggi espressivi contemporanei.

Il Museo Giansone è stato inaugurato lo scorso 17 aprile negli spazi riqualificati dell’ex maglificio Fratelli Bosio, e custodisce oltre 260 opere, tra cui 160 sculture, 30 quadri, 23 xilografie e numerosi disegni e incisioni, articolate lungo sette sale per una superficie complessiva di oltre 750 mtq. Durante le “Visite suonate”, il clarinettista e sassofonista Giuseppe Golisano guiderà il pubblico lungo l’itinerario espositivo, traducendo in note i concetti cardine della poetica di Giansone: il dinamismo, la proporzione e la scultura intesa come svelamento della forma celata della materia. Il percorso si snoda attraverso sei tappe; dopo l’introduzione all’ascolto sensoriale, si accede alla Stanza delle Ombre, dove i pieni e i vuoti dialogano con alternanza di suono e silenzio. Nella Sala dei Bronzi, l’improvvisazione restituisce il vigore della fusione e la moltiplicazione ritmica delle forme. So prosegue nella Sala Giuseppe Floridia, incentrata su trame geometriche strutturali, per poi entrare nella Sala delle Pietre e dei Marmi, dove l’architettura sonora ripercorre l’evoluzione dell’apprendimento umano. L’esperienza culmina nell’Opera Omnia, dove l’esperienza spirituale del Requiem e la musica meditativa conducono verso la pura astrazione. Il viaggio trova nella musica un tramite naturale: la passione per il jazz, infatti, percorre tutta la produzione di Mario Giansone.

Mara Martellotta

Le lune di Fernando Montà

Sino al 16 settembre. negli spazi di SwannArt Gallery

Scrivevo già pochi mesi fa delle opere di Fernando Montà, delle memorie personali che le abitano e degli anni trascorsi, di quella natura impressa che è protezione ma che possiede allo stesso tempo qualcosa di offensivo, dei fili d’erba che s’intrecciano fittamente – un’immagine che è un po’ il distintivo primario di quella pittura – (”che possono trasformarsi in aculei, proteggono ma nascondono serpi”, dicevo), dei cieli e delle ombre, delle coperture verdi che sono state, nei prati del suo biellese, il diaframma di uno sguardo infantile che a fatica raggiungeva l’azzurro del cielo. Tra allegria, libertà e timori. Di quella mostra di tarda primavera, rimangono oggi negli spazi della torinese SwannArt Gallery (via Bertola 29) alcune opere, altre se ne sono aggiunte, altrettanto interessanti, altrettanto capaci di accrescere tasselli nuovi a un panorama squisitamente “naturale”, verrebbe anche da dire a una filosofia di vita che reclama bellezza e tranquilla autenticità. Quasi uno slancio vitale che aspira felicemente alle altezze, ma assolutamente lontano da ogni retorica, che vuole – a fatica o no – superare quei tanti sottotraccia che proibiscono, che ingarbugliano, che troppe volte allontanano in modo definitivo.

Paesaggi, immagini rubate agli anni, lembi di visioni che reclamano un evanescente mondo di magie, inquadrature studiate con l’obiettivo del cuore e della mente, un svilupparsi di sequenze, differenti occasioni fermate nel tempo e nello spazio di una storia personale, dinamismi che si sottraggono appieno e pretese e fredde “esercitazioni” ma vitalità pulsanti, da “Onda vegetale” (258 x 86 cm.), che è un leggero e lungo protendersi di fili d’erba, tra il verde e il blu e il violaceo addolcito, contro un cielo immensamente azzurro, un’isola di rasserenante momento meditativo, alle dodici tavole che compongono “Physis”, che si estendono per oltre quattro metri di lunghezza per tre di altezza (“La sua dimensione è infatti parte integrante del suo significato. Davanti a una superficie di questa ampiezza non sono più sufficienti soltanto gli occhi. Lo spettatore è costretto a utilizzare il proprio corpo, a misurarsi fisicamente con l’opera, a spostarsi, a cercare un punto di visione, ad avvicinarsi e allontanarsi. Non si trova semplicemente davanti a un’immagine: vi sta dentro con il proprio corpo”, sottolinea il curatore Riccardo Dellaferrera), vittoria dello spazio, spirali di verde interrotte da anime chiare che s’incuneano verso il centro dell’opera che dà il titolo all’intera mostra. Ci si imbatte altresì ex novo in solide prove che datano già pur tuttavia alcuni lustri, ma fresche e animate di palpiti, ricche di colori inattesi – motore primo, l’occhio umano che fissa e costruisce: si apre (e guarda lontano, attraverso piccole lacerazioni della tela) a una “Luna” (datata 2010, acrilico su tavola), affatto splendente, nella cui parte centrale trovano spazio gli apici di pazienti fili d’erba, questa volta di un verde che tende quasi al giallo; come, inaspettato, un grande fiammeggiante disco rossastro e giallognolo nella sua parte superiore (“Luna rossa”, acrilico su tavola, 2000), crateri e valli ben delineati, ombre e luci che intessono chiaroscuri, una immaginazione di vita spenta che cattura l’attenzione di chi guarda.

Dicevo poco sopra di “un mondo di magie”, di un ambiente per molti versi affidato alla memoria ma altresì “irreale”. Non certo difficile da pensare, ma forse necessario di un cauto avvicinamento, di un ripensamento, di una definizione che s’avvicina e s’impadronisce dello spettatore poco a poco. Scrive ancora Dellaferrera che l’opera dell’autore “sembra suggerirci che non tutto debba essere conosciuto. Che l’esigenza di comprendere, delimitare e definire possa essere sospesa per lasciare spazio a una forma di esperienza più originaria: la percezione. Prima di pensare ciò che vediamo, vediamo. E forse non soltanto cronologicamente. La percezione, in Montà, sembra precedere il pensiero anche in senso ontologico: non è semplicemente il primo momento di un processo cognitivo che terminerà nella conoscenza, ma una modalità autonoma di essere in rapporto con il mondo. L’opera non rappresenta allora soltanto un bosco. Rappresenta l’istante stesso nel quale un soggetto percepiente e una realtà percepita entrano in relazione”.

e. rb.

Nelle immagini, opere di Fernando Montà: “Physis”, acrilico su dodici tavole; “Luna rossa”, acrilico su tavola, 2000.