ARTE- Pagina 2

A “Gliacrobati” un materiale antico, i collage della statunitense India Evans

Se c’è stato un inizio, l’inizio è quella scatola da scarpe strapiena di fotografie in bianco e nero di nudi ottocenteschi, ritrovata tra i banchi del mercato di Porta Portese a Roma, fotografie che, racconta India Evans, “sembravano chiedere di essere riportate alla visibilità”. Poi è stata la continua ricerca tra gli archivi, le librerie, i mercati di New York, per richiamare altre esistenze al presente, per inserire nel mondo di oggi, per dare nuove forme e vita. Evans è nata nel ’78 a New York, ha studiato in Italia presso la Scuola d’Arte Lorenzo de’ Medici di Firenze, ha esposto in Italia e Russia, nel Regno Unito e negli States. Sino al 16 maggio sue opere, differenti collage quasi sempre di piccole dimensioni, sono presenti negli spazi espositivi della galleria “Gliacrobati”, via Ornato 4 (zona Gran Madre), le ha prese a cuore Gloria Alderuccio, sin dal primo momento che le vide, in quell’ambiente domestico dove coabitavano anche le opere del padre John – scomparso nel 2012, cresciuto in California e studi a Chicago, conosciuto per i collage costruiti con i tanti oggetti rinvenuti nelle strade del East Village, ricavati da biglietti da visita, pacchetti di sigarette, ritagli di giornali, volantini, adesivi, istantanee -: “il collage si rivela così come una lingua familiare, un gesto ereditato ma radicalmente riformulato; se nel lavoro del padre il frammento diventa strumento per raccontare una comunità e un tempo storico, in quello di India il collage si fa dispositivo di interrogazione al femminile”, scrive Alderuccio.

Balzano fuori da una memoria collettiva i corpi “antichi” di Evans, il nudo di donna in ricostruzioni d’ambiente, piccoli angoli di camere, tavolini e seggiole d’epoca, inguantato o avvolto da una natura ricostruita o da una larga ragnatela finissima ma pure con il viso intercambiato con quello di una cerva, o devastato da serpenti e teschi, o a grondare sangue tra le grinfie di un coccodrillo come all’interno di una vasca da bagno a esalare spiriti che riportano ai trucchi rabberciati dei vecchi film del secolo passato, tra un recinto che ripropone la Fontana della Vita medievale con il realismo di oggi. La donna – salva spesso (troppo spesso?) la componente dell’eros – come una feroce lupa ad assalire membri virili, o a veder crescere infiorescenze dal proprio pube, immersa in un luogo magico del lontano oriente, al centro di languide immaginazioni: con qualche perplessità, anche nella lettura dei titoli che come ricami sono posti all’interno dei vari collage, mi chiedo se la mostra sia il resoconto di una perfetta manualità o un pressare di suggestioni e angosce e terrori sanguinolenti, oppure un omaggio alle trasformazioni femminili, o ancora le visioni dei pericoli dettati in principal modo dall’elemento maschile, forza contraria in perenne agguato, forse di uno sguardo sul passato che si riverbera senza alcuna fatica sui nostri giorni.

Nell’immagine, di India Evans, “Women into the Depths of the self”. tecnica mista, 2009.

Elio Rabbione

Waltre Pfeiffer e “Modigliani sottopelle” alla Pinacoteca Agnelli

Alla Pinacoteca Agnelli, mercoledì 29 aprile si inaugurano due nuove mostre di Waltre Pfeiffer e “Modigliani sottopelle”, e nuove opere sono esposte sulla Pista 500

La Pinacoteca Agnelli annuncia la programmazione per la primavera-estate del 2026. A partire dal 30 aprile prossimo apriranno al pubblico una mostra monografica dedicata all’artista Walter Pfeiffer, nato nel 1946 a Beggingen, che oggi risiede e lavora a Zurigo. Una nuova edizione del ciclo “Beyhond the Collection”, che vede protagonista Amedeo Modigliani e di una nuova installazione site-specific sulla Pista 500 di Nathalie du Pasquier (1957 Bordeaux), che vive e lavora a Milano, e Peter Fischli (1952), nato a Zurigo, dove vive e lavora. Da giovedì 30 aprile a domenica 13 settembre prossimo, la Pinacoteca Agnelli presenta “In good company”, la prima mostra istituzionale in Italia dedicata a Walter Pfeiffer, a cura di Simon Castets e Nicola Trezzi. Con più di 100 opere a colori e in bianco e nero, scattate dai primi anni Settanta ad oggi, l’esposizione intreccia le serie più iconiche dell’artista con immagini inedite, in un percorso senza gerarchie che evidenzia il suo contributo singolare all’arte, alla fotografia e alla moda. In“In good company” si rende omaggio alla produzione prolifica e pionieristica dell’artista, che ha ridefinito i codici della fotografia che abbraccia tutti i generi della storia dell’arte, specialmente il nudo, il ritratto, il paesaggio e la natura morta, che unisce formalismo, forza cromatica e sensualità. Aprendo ripetutamente nuovi orizzonti, la pratica dell’artista si è sistematicamente avventurata in territori inesplorati: dalle sue rappresentazioni sincere delle identità queer e della sessualità, alla sua reinvenzione, senza precedenti, dell’immaginario dell’alta moda attraverso ironia, giocosità e imperfezione.

L’esposizione “Modigliani sottopelle” presenta l’opera “Nu couché” di Amedeo Modigliani, parte della collezione permanente della Pinacoteca Agnelli, in dialogo con altri tre grandi capolavori dell’artista, in prestito dal Centre Pompidou di Parigi e dalla Staatsgallery di Stoccarda, per offrire nuove chiavi di lettura e una comprensione più articolata della sua pratica pittorica. Il progetto espositivo, in mostra dal 30 aprile al 13 settembre, prende origine da avanzate ipotesi scientifiche che hanno analizzato la trama e l’ordito delle tele, ricostruendo l’origine dei rotoli di tessuto impiegati dall’artista e introducendo un nuovo strumento finalizzato alla datazione delle opere. La mostra, ospitata nello spazio dello Scrigno, nell’ambito del progetto “Beyhond the collection”, è a cura di Pietro Rigolo e Beatrice Zanelli.

La Pista 500, il progetto artistico di Pinacoteca sull’iconica pista di collaudo delle automobili FIAT, si arricchisce di nuove installazioni site-specific degli artisti Nathalie du Paquier e Peter Fischly. I nuovi progetti per la Pista 500 si aggiungono alle opere già presenti sul tetto del Lingotto di Rong Bao, Thomas Bayrle, Monica Bonvicini, Valie Export, Silvie Fleury, Francesco Gennari, Dominic Gonzales-Foerster, Marco Giordano, Louise Lawer, Paul Pfeiffer, Finnegan Shannon e Superflex. La nuova installazione di Nathalie du Pasquier, intitolata “Bandiere per Zefiro”, si estende lungo la facciata est del Lingotto, attivando in modo giocoso l’architettura dell’edificio, fondendo forma, colore e paesaggio. Quindici bandiere basate su disegni inediti dell’artista, caratterizzati da motivi geometrici e forme vivaci, creano un ponte tra l’operazione spazio vissuto. Il progetto di Du Pasquier si allontana dai concetti di nazionalismo, potere e dominio che le bandiere possono rappresentare in tempi di guerra e conflitto, per abbracciare il dialogo e l’apertura attraverso l’arte. Nella rampa ellittica, Peter Fischli, con l’installazione intitolata “Addition-Subtraction-Multiplication”, mette in relazione lo spazio architettonico con i ripetuti meccanismi dell’esperienza umana, tra viaggio, percezione, scoperta e meraviglia. L’opera nasce dall’immagine di trenini automobilistici utilizzati per i tour turistici nelle città : questi “treni senza binari”, con i vagoni talvolta ribaltati, destrutturati e resi, quindi, inutili, esplorano temi quali il falso e l’autentico, richiamando il viaggio come simbolo di movimento fisico e progresso, ma anche di esplorazione mentale tra esperienze stereotipate e percorsi immaginari sottosopra.

Pinacoteca Agnelli – Lingotto, via Nizza 262/103, Torino – www.pinacoteca-agnelli.it

Orari: dalle 10 alle 18 – venerdì dalle 10 alle 20

Mara Martellotta

Varietà di forme e materia alla Galleria Malinpensa

C’è materia e sperimentazione nelle opere di Marco Palma, ingegnere cinquantenne prestato all’arte. Un percorso che lo ha portato a raggiungere la pittura e la poesia, idee che si realizzano grazie ai materiali usati. Espone sino al 23 aprile presso la Galleria d’arte Malinpensa by la Telaccia di corso Inghilterra 51, la curatrice Monia Malinpensa a sottolineare: “Forma, colore e volume interagiscono all’interno della composizione attraverso un dialogo costante generando una struttura dinamica, aperta e in continua evoluzione. La superficie si espande verso una dimensione prossima alla scultura, autonoma e in mutazione costante, capace di accogliere una libertà espressiva che si rigenera nel tempo e si rinnova nello spazio.” È l’impiego e il riunirsi coinvolgente di materiali industriali di recupero (“non solo come scelta etica, ma come potente strumento comunicativo”), il risultato di uno sviluppo lineare come di una tridimensionalità fatta di colorate forme triangolari in plexiglas, di grumi di catrame come di più o meno accennate superfici di sughero, di sporgenze gommose prepotentemente nere, di luci – attraverso elementi LED – che alleggeriscono, come in “Notturno” del 2019, quello che potrebbe risultare esclusivamente un cupo panorama. Ricerca continua, in una – diremmo quasi pressante – evoluzione mai banale, una coniugazione di intenti e di finalità che trovano spazio in simbologie di non sempre facile lettura ma oltremodo interessanti, che spingono lo spettatore a guardare con sempre maggior desiderio dentro l’opera. Nascono “Aliens escaping from black hole”, una tecnica mista del 2025, le “Serie Nero Cromo” (2021), trionfo di materiali particolareggiati, rigorosamente scuri, distribuiti orizzontalmente e verticalmente, lisci e striati, ondulati, chiusi in minime circolarità, riflettenti, opachi e lucidi, nascono le ingentilite “Serie Dream Space”, catrame e trucioli dorati ad ampliare ancora una volta lo spazio. Nascono, belli, lucenti, suggestivi, “opere al nero” alleggerite con sapienza da inserti vitrei – “Scrittura in nero” o “Percorsi della memoria”, del 2025 entrambi -, forme diseguali che s’incuneano, i gialli e i rossi, i blu e i verdi, in una grande affermazione liberatoria.

Con Palma, Lavinia Salvatori, nata a Roma nel 1984, Laurea a Viterbo e studi londinesi, un Master in Arte Terapia, materiali classici e poveri, un interesse verso la scultura raku e la ceramica, un percorso “verso un linguaggio più astratto e personale che potesse esprimere ed esplorare la realtà interna emotiva.” Un desiderio ad esprimersi in maniera improvvisa e scomposta, contenuta ed eccessiva allo stesso tempo, il passaggio dell’”atto artistico” tra il vissuto e un diverso utilizzo di vita sulla tela nel momento della resa pittorica, sino a utilizzare – nelle parole della pittrice – “approfonditamente il metodo dello scarabocchio, un utilizzo del segno come elemento descrittivo in sé, sganciato dalla necessità di rappresentare una struttura figurativa” che non può (con più o minore interesse) lasciare indifferente chi guarda. Monia Malinpensa sottolinea “l’equilibrio (che) nasce dal dialogo costante tra ordine e impulso”, chi scrive guarda ai tanti “senza titolo” che in uno slancio caotico gettano sulle tele la luminosità del bianco assoluto come il tenue di colori trattenuti, gli accenni dorati, i tratti neri colti all’improvviso, le figure impercettibili che ti attraversano la mente, l’autonomia irrefrenabile che invade chi opera.

Nelle immagini, di Marco Palma “Scrittura in nero”, tecnica mista su tela, 2025; di Lavinia Salvatori, “Senza titolo”, tecnica mista e foglia oro su tela, 2026.

Elio Rabbione

Nasce a Sant’Ambrogio il nuovo Museo Mario Giansone

 750 mq e 7 sale, per 263 opere tra marmi, graniti, legni, bronzi, stencil, dipinti, xilografie, litografie, incisioni, stencil e arazzi per restituire a cittadini, appassionati e curiosi l’eredità artistica e culturale di Mario Giansone (1915-1997), artista torinese tra i protagonisti più originali dell’arte italiana del Novecento.

Museo Mario Giansone: Via Sestriere, 1 – Sant’Ambrogio (TO)

 

Torino, 18 aprile 2026 – Inaugura il nuovo Museo Mario Giansone, il nuovo spazio di incontro tra arte, memoria e sperimentazione estetica, che custodisce e valorizza l’opera di Mario Giansone, uno dei protagonisti più originali dell’arte italiana del Novecento.

In un allestimento che unisce rigore critico e fruibilità per tutti, il museo offre un viaggio immersivo nel mondo creativo dell’artista torinese, attraverso dipinti, disegni, materiali d’archivio e installazioni site-specific.

Progettato come spazio dinamico di cultura, il Museo Giansone non è solo custode di un patrimonio artistico unico, ma anche centro di ricerca, dialogo e programmazione culturale. Con circa 170 sculture, 30 quadri, 23 xilografie, 20 disegni, 12 incisioni, 6 litografie, 4 stencil e un arazzo, il Museo si propone come luogo aperto e accessibile, dove riscoprire il valore della sperimentazione visiva e riflettere sulle declinazioni contemporanee del fare arte. Un invito al pubblico a un’esperienza che celebra il genio di Mario Giansone, la sua visione poetica e il suo contributo duraturo alla storia dell’arte italiana. Cornice del museo è l’ex Maglificio Fratelli Bosio.

Il ferro, le pietre, i legni più duri, i marmi, le lamiere non sono bastati a Giansone per placare la sua

ansia di dare forma e volume alla sua anima, alle sue emozioni, alla sua visione dell’umanità,

dell’universo e dell’ultraterreno. Ha disegnato, dipinto, inciso, imprigionato la luce nei fili del retro degli

arazzi, dato forma ed espressione alle ombre, dato movimento alle pietre per esprimere concetti o

creare sensazioni visive. Il Museo a lui dedicato” spiega Giuseppe Floridia, Presidente della Fondazione Giansone “si propone di testimoniare l’impatto emozionale delle sue opere e di consentire la riscoperta di un importantissimo artista del Novecento”.

Il mondo dell’arte tende a storicizzare ogni opera ma le vere opere d’arte restano sempre contemporaneeMario Giansone, 1915-1997.

LE SALE E LE OPERE

L’opera di Mario Giansone attraversa materiali, tecniche e linguaggi diversi, dagli arazzi tessuti a mano alle sculture in legno, bronzo e materiali eterogenei, fino ai dipinti, ai disegni e alle grafiche. Il percorso si sviluppa su 7 sale, attraverso le quali indaga l’armonia nascosta delle opere e dei temi dell’artista: il jazz come espressione del dinamismo del suono e del ballo, la brutalità della guerra, il fascino delle innovazioni tecnologiche del ‘900, i gatti, colti nell’eleganza delle forme, le donne, espressione di delicato intimismo. Un intimismo, quello di Giansone, che non di rado cede il passo ad un percorso verso la spiritualità e la trascendenza. Ogni nucleo di opere racconta una fase della sua ricerca, documentando l’evoluzione di un pensiero artistico che si sviluppa dal gesto scultoreo

Percezioni e memoria, i mondi di Proust e di Michelle Hold

Alla Swann Art Gallery, sino al 6 maggio

È nata a Monaco di Baviera ed è cresciuta a Innsbruck l’artista Michelle Hold, adesso vive e lavora in Italia, nel Monferrato, vicino Ottiglio, dopo aver scelto in maniera definitiva quanto più l’appassiona e le sta a cuore, l’Arte, a seguito di un passato che l’ha vista disegnatrice di tessuti in diversi corsi a Parigi, Londra, New York e Hong Kong, modella, imprenditrice nel settore della ristorazione. Ha esposto di recente a Bruxelles e New York, sino al 6 maggio alcune sue opere sono in mostra presso la Swann Art Gallery di via Bertola 29, “Voyage de découverte” il titolo. Nel catalogo di presentazione si legge che sono le emozioni la radice di queste opere, che “attraverso un gesto pittorico libero e istintivo” confrontando le zone più oscure della propria interiorità. A Hold non interessa “apparire”, sceglie di “esprimere”. “Un percorso che non si esaurisce nella visione di immagini, ma si apre come esplorazione del ‘tempo’ e della sua ‘percezione’”, sottolinea Riccardo Dellaferrera a cui si deve la cura della mostra, mentre – seppur in un clima a tratti rarefatto e decifrabile in sguardi che s’approfondiscono nella visita – coinvolge chi guarda in “una riflessione che affonda le proprie radici nella trasformazione del pensiero tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, chiamando in causa Henri Bergson e soprattutto Marcel Proust, con il percorso della memoria, con la sua “recherche”, con quel suo “mi sono coricato presto la sera” e il sapore di una madeleine (affatto fuori luogo l’ospitalità a Hold, se Dellaferrera ha scelto per la sua galleria il nome di “Swann”).

Quel desiderio d’espressione dell’artista ci arriva attraverso l’uso del colore soprattutto e della forma, attraverso i gesti solo apparentemente scomposti, attraverso l’espandersi nervoso ma totalmente arginato di quei colpi di ampia spatola che finiscono con lo spingerci a entrare maggiormente nella tela, a comprendere interruzioni e forme definite, a definire a noi stessi in primo luogo quella che è divenuta la filosofia comportamentale e quotidiana di Hold, magari a tornare su questo o quel particolare per avvertire una nuova percezione, magari a sentire quella energia che è il componente non di secondo piano delle opere. Guardare in quel suo guardarsi dentro: “Per Marcel Proust la chiarezza non è semplice trasparenza, ma rivelazione di verità interiori profonde, nasce da un viaggio dentro se stessi, dove memoria e percezione illuminano ciò che spesso resta nascosto: i miei dipinti danno forma a ciò che non può essere espresso a parole, trasformando le emozioni private in uno spazio condiviso di riconoscimento.” Da quelle emozioni prendono corpo – rarefatto, impercettibile, tenue ma validamente sottile, che a poco a poco cattura -, attraverso le giuste simbiosi cromatiche, “Circles of Life”, la grande tela (200 x 200 cm) che introduce alla mostra, la conclusione e l’interruzione delle orme circolari, come “New Codes”, il cerchio (o siamo pronti a correggere quella forma in ovoidale? con il richiamo a qualcosa legato alla maternità?) definito a tratti nero ma non completamente “conclusus”, dove ad attraversare il quale sono i vari “reticolati” appartenenti del tutto all’artista.

Nascono quegli orizzonti che, anch’essi capaci d’offrire definitive suggestioni, attraversano “Beyond Time” o gli spazi che vengono a separare altre forme circolari per indicarci che “Anything is possible” (entrambi 2026) o ancora, impercettibile, “Horizon of Hope”, dentro cui la speranza, nelle parole dell’artista, s’avvera quando “il vero viaggio è cambiare occhi e scoprire infiniti mondi negli sguardi degli altri”, nella certezza di fare prima o poi un “magico incontro”. Una certezza che, quasi in una spirale di ricordi, di memorie riaffiorate istante dopo istante, giunge nella piena ricerca di un “lost time”, entrando dal fondo della tela a testimoniare sagome umane, chiamando ancora in campo la speranza e gli affetti e gli esseri umani in “What really matters”, laddove una coppia convive in quel trionfo di blu a ricordare che “ogni giorno è un giorno perso se non abbiamo amato” e l’autrice a sottolineare “quanto conta davvero”. Nascono, sul filo sottile della memoria, forse con una rabbia appena accennata, forse con il rito tranquillo della definitiva dimenticanza, “Letters from the Past”, ancora entro un cerchio che questa volta è vortice quel che rimane di un amore scritto su un foglio di carta. Attraverso le emozioni, le suggestioni, i ricordi di un attimo, i costruttivi suggerimenti, il disordine del cuore, i pensieri che si si sovraccaricano, invadiamo altri campi, più personali, più profondi. E anche chi guarda, e fa proprie le opere, scopre l’importanza di una nuova “découverte”.

La mostra si configura così come un’esperienza articolata – ricorda ancora Dellaferrera -, in cui pittura e pensiero si intrecciano, offrendo al publico non solo uno spazio di visione (un altro “voyage”, attorno a una piccola “chambre”, ndr), ma un vero e proprio tempo da attraversare, in piena sintonia con lo spirito della Swann Art Gallery”, riflettendone “la vocazione culturale e progettuale, fondata sulla trasversalità dei linguaggi e sul dialogo tra arti visive, letteratura e pensiero critico.” A questo proposito, a corollario della mostra, si avranno tre appuntamenti: “Voyage de découverte” con il soprano Marina Verra e Andrea Musso al pianoforte (Specht Residenzen, corso Palestro 5, il 17 aprile ore 18), con musiche di Debussy, Poulenc, Satie e Faurè; “Tempo e arte informale”, ospiti Alice Zatti critica dell’arte e Michelle Hold artista (talk aperitivo, presso la galleria, 21 aprile ore 19); “Tempo, Memoria, Recherche”, presso la galleria, reading aperitivo con gli interventi di Enrica Coletti, docente di letteratura francese e di Hubert Leclercq per alcune letture da testi di Marcel Proust (28 aprile, ore 19), nell’approfondimento del legame tra memoria, percezione e creazione artistica. Eventi gratuiti, per informazioni info@swannarte.com e cell 333 2455018.

Elio Rabbione

Nelle immagini, alcune opere di Michelle Hold: “What really matters”, “Circles of Life” e “Letters from the Past”.

All’Orto Botanico Salucci presenta “Riflessi d’acqua tra arte e natura”

Per la prima volta all’ Orto Botanico dell’Università di Torino si tiene una mostra che pone in dialogo la fotografia contemporanea e l’ambiente, immersi, attraverso la postproduzione, in una dimensione acquatica e straniante. Architetture familiari si trasformano, cosi,  in visioni poetiche e in riflessioni sull’innalzamento delle acque e sul fragile equilibrio presente tra uomo e ambiente.
La mostra è  anche l’occasione per rendere omaggio alla città di Torino con tre opere inedite di Aldo Salucci, dedicate allo skyline cittadino, a piazza San Carlo e allo stesso Orto Botanico.
All’interno della mostra sarà inoltre esposto un kakemono giapponese, un dipinto a inchiostro su seta realizzato a Kyoto intorno alla metà dell’Ottocento  da un artista della scuola Maruyama Shijō, raffigurante una carpa che risale una cascata. L’opera è simbolo di crescita continua attraverso lo studio e la ricerca, e sarà  posta in dialogo con le fotografie di Salucci e potrà essere ammirata nel corso delle visite guidate.
L’intero percorso invita alla quiete e alla riflessione, al rallentare lo sguardo, ascoltare il silenzio dell’acqua e percepire il mutare delle stagioni, che permette di riscoprire l’Orto Botanico come luogo di conoscenza, di dialogo e consapevolezza ambientale, in cui fotografia, natura e ricerca scientifica si incontrano.

La mostra è  realizzata dall’Università di Torino, Orto Botanico, Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi e Associazione Amici Orto Botanico, con il patrocinio della Regione Piemonte, del Comune di Torino e Consolato del Giappone. Main sponsor Smat Società Metropolitana Acque Torino. La mostra fa parte del circuito Extra di Exposed Torino Photo Festival.

Mara Martellotta

Fondazione Sandretto, quattro mostre aprono la primavera

Quattro mostre celebrano la ripresa primaverile alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo inaugurando il 15 aprile prossimo

Inaugurazione contemporanea di quattro mostre personali alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Diego Marcon, Xin Liu, June Crespo e Lenz Geerk, che saranno visitabili fino all’11 ottobre, con l’eccezione di quella di Marcon, che chiuderà  il 2 agosto prossimo.
Ad aprire le danze sarà la mostra dal titolo “Exhaust” , prima personale in Italia dell’artista Xin Liu, realizzata in collaborazione con K11 Art Foundation Hong Kong e con la consulenza editoriale di Hans Ulrich Obrist.
La mostra esplora le conseguenze delle aspirazioni tecnologiche  e scientifiche concentrandosi sui loro residui, detriti spaziali, materiali degradati, codici e organismi alterati.
Attraverso film, installazioni e nuove opere, l’artista riflette su ciò che resta dopo il fallimento delle promesse di progresso, trasformando scarti e obsolescenza in possibilità generative.
Di Diego Macron è la mostra dal titolo “Krapfen”, la prima opera prodotta grazie al New Futures Production Fund, nato dalla collaborazione tra la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo  e il New Museum di New York. Il video ha per protagonisti un ragazzetto dal genere ambiguo e quattro indumenti, un paio di guanti, un foulard, dei pantaloni e un maglione. All’ambientazione fanciullesca si accompagna un’atmosfera allarmata e perturbante, in cui un krapfen sembra diventare l’espediente per chiamare in scena emozioni di terrore e annientamento.

“Theatre of the mind” di Lenz Geerk, artista nativo di Basilea, rappresenta la prima personale in un’istituzione italiana dedicata alla pittura di questo artista, che presenta figure,  oggetti, paesaggi immersi in atmosfere silenziose e introspettive. Attraverso colori delicati e composizioni sospese, i dipinti esplorano stati psicologici e momenti intimi, dove il significato emerge da sottili tensioni emotive piuttosto che da narrazioni esplicite.

Anche l’esposizione “Danzante” di June Crespo, a cura di Bernardo Follini, rappresenta la prima mostra istituzionale italiana dell’artista, che riunisce sculture e installazioni, capaci di dialogare con il corpo e la percezione del visitatore.
Realizzata in collaborazione con la Secession di Vienna e il MO.CO di Montpellier, la mostra di June Crespo riunisce sculture e installazioni che dialogano con il corpo e la percezione del visitatore. I lavori, ispirati alle forme di fiori come iris e uccelli del paradiso, indagano materiali, superfici e texture al fine di creare esperienze fisiche e sensoriali che evocano vitalità, frammentazione e presenza.

L’inaugurazione si terrà giovedì 15 aprile alle ore 19, accompagnata da un talk di inaugurazione dal titolo “Framing Problems/Biennale della Tecnologia”, nell’ambito del quale interverranno Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Guido Saracco, Massimiliano Gioni, Hans Ulrich Obrist, Xin Lui e Diego Marcon. Ingresso libero.

Mara Martellotta

Ottimo bilancio per le giornate inaugurali di EXPOSED 

Sono 5 mila le persone che, nei quattro giorni inaugurali, hanno scaricato il pass per visitare le mostre di EXPOSED Torino Photo Festival, molte delle quali inserite nel “Miglio della Fotografia”, il percorso espositivo diffuso che collega alcune tra le principali istituzioni culturali torinesi. Positiva anche la partecipazione del pubblico al calendario di incontri, letture portfolio, screening ed eventi nello spazio urbano dal 9 al 12 aprile.

“Sono felice di questo inizio di festival, del clima che abbiamo respirato nei giorni di inaugurazione tra le tante mostre, gli incontri con grandi della fotografia come Ralph Gibson e le letture portfolio, la serata a Le Roi, dove alla console si sono alternati un grande dj come Eddie Piller e un fotografo del calibro di Dean Chalkley, e le passeggiate per scoprire le foto in città tra commenti del pubblico estremamente positivi – ha dichiarato il direttore artistico del festival, Walter Guadagnini – i dati di download dei pass sono molto buoni, ma non sono tutto, se consideriamo che solo le presenze registrate a CAMERA e alle Gallerie d’Italia, nel weekend inaugurale, sono state di oltre 3 mila e 500 e di oltre 4 mila, ma la grande soddisfazione è stata anche quella di vedere tutte le persone che hanno partecipato agli incontri, alle visite guidate e chi si è imbattuto nelle mostre outdoor sotto i portici di via Po. Poi, il bello del Festival è anche questo: non essere solo numeri, ma una vera e propria esperienza all’interno della città, che invita a scoprire luoghi sotto una nuova luce. Vedere le persone entusiaste davanti al nuovo volto del portico di Palazzo Carignano, con le fotografie giganti della Contessa di Castiglione e Karla Hiraldo Voleau, le facce stupite nello scoprire una fotografia di Bernard Plossu apparire tra le collezioni del Museo Regionale di Scienze Naturali, le persone che aggiustano i visori per godersi i nudi di Auguste Belloc in 3D presso l’Archivio di Stato. Tutto questo vale quanto i numeri, perché significa che il Festival è sempre più parte della città”.

Promossa dalla Città di Torino, Regione Piemonte, Camera di Commercio di Torino, Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT, in sinergia con Fondazione Arte CRT Intesa Sanpaolo e coordinata da Fondazione per la Cultura Torino, la terza edizione del Festival, curata e realizzata da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, conferma la vocazione di Torino come “città della fotografia”. Fino al 2 giugno 2026, EXPOSED propone un programma articolato che comprende 18 mostre, tra indoor e outdoor, costruendo un percorso diffuso che attraversa alcune delle principali istituzioni culturali cittadine e numerosi spazi urbani. Il cuore del Festival è il Miglio della Fotografia, un itinerari che mette in relazione artisti affermati, pratiche contemporanee e ricerche emergenti, offrendo al pubblico un’ampia prospettiva sul medium fotografico. Le mostre indoor spaziano tra grandi protagonisti della fotografia e progetti di ricerca contemporanea, mentre gli interventi outdoor estendono il festival nello spazio pubblico, trasformando amorino in una piattaforma espositiva a cielo aperto, in dialogo con  la cultura e l’architettura cittadine. Il tema scelto quest’anno, “Mettersi a nudo”, attraversa l’intero programma come chiave di lettura e declinandosi in molteplici prospettive, tra dimensione intima e rappresentazione pubblica, identità e costruzione dell’immagine.

Info: EXPOSED Photo Festival -exposed@camera.to

Mara Martellotta

Bekhbaatar Enkhtur in dialogo con le opere della sezione himalayana del MAO

Una nuova opera site specific entra a far parte delle collezioni del museo

Da martedì 14 aprile 2026

MAO Museo d’Arte Orientale

Via san Domenico, 11 – Torino

Bekhbaatar Enkhtur, Untitled, 2026 – ph Giorgio Perottino

A partire da martedì 14 aprile 2026, nella galleria dell’Asia centro-meridionale e Regione Himalayana del MAO, sarà visibile un’opera site specific dell’artista mongolo Bekhbaatar Enkhtur (Ulaanbaatar, Mongolia, 1994), concepita per essere posta in dialogo con le opere della collezione permanente.

Ispirata alle raffigurazioni dei leoni guardiani, figure simboliche di protezione tradizionalmente collocate all’ingresso dei templi e codificate durante le dinastie Ming e Qing – diffuse nell’Asia interna inclusa la Mongolia sotto il dominio Quing – la scultura di Bekhbaatar Enkhtur propone una reinterpretazione contemporanea dell’idea di offerta religiosa.

In Untitled (2026), realizzata in cera d’api modellata a mano, l’elemento organico – instabile e fragile – ha valore altamente simbolico: mettendo in discussione la natura della scultura come “rappresentazione della materia”, l’opera richiama concetti come l’impermanenza, l’imperfezione, la transitorietà e la perpetua mutazione della vita stessa in tutte le sue forme ed evoluzioni, profondamente radicati nella filosofia e religione buddhista.

Concepito appositamente per il MAO, l’intervento scultoreo prende avvio dal sistema iconografico tradizionale per rielaborarlo e offrirne una nuova interpretazione.

Se nella tradizione il leone maschio incarna la sovranità e il controllo del regno materiale, mentre la leonessa con il cucciolo rappresenta la continuità e la trasmissione della discendenza – in un sistema simbolico che si intreccia anche con la figura del Leone delle Nevi tibetano, emblema di forza intrepida e del cosiddetto “ruggito del leone”, metafora della proclamazione autorevole dell’insegnamento buddhista – nell’opera di Bekhbaatar Enkhtur il cucciolo viene isolato e privato del leone adulto. In questo modo la struttura di autorità e protezione rimane sospesalasciando emergere il segno fragile e vulnerabile della continuità.

L’opera entrerà a far parte delle collezioni del MAO.

La scultura è visibile acquistando il biglietto delle collezioni permanenti e della mostra Chiharu Shiota. The Soul Trembles.

Lavinia Salvatori e Marco Palma: “Materia in ascolto”

Informazione promozionale

Dal 9 al 23 aprile prossimo, la galleria d’arte Malinpensa by La Telaccia ospiterà le opere degli artisti 

Lavinia Salvatori, in mostra insieme all’artista Marco Palma alla galleria d’arte Malinpensa by la Telaccia, manifesta un’intensa propensione alla comunicazione di contenuti psicologici costanti rivolti al fruitore. Le sue opere, generate da una profonda essenza emotiva, sono capaci di suscitare nell’osservatore un’immediata partecipazione. Le rappresentazioni si configurano come segni espressivi di una creatività astratta e informale in grado di raggiungere risultati di notevole equilibrio strutturale e di rilevante valore cromatico. Spazi, volumi e superfici si articolano all’interno dell’opera in una stesura tecnica importante, dove la stratificazione materica diventa veicolo dell’identità più autentica dell’artista. Il processo creativo di Lavinia Salvatori si distingue per il suo lessico pittorico raffinato, capace di trasmettere emozioni e sensazioni continue, elementi fondanti del suo percorso espressivo. La struttura dell’opera si fonda su un ritmo compositivo intenso in cui segni, campiture e tensioni formali si organizzano secondo una logica dinamica e contemporanea. L’equilibrio nasce dal dialogo costante tra ordine e impulso, tra controllo e libertà espressiva, generando una superficie pittorica carica di energia e di comunicativa. Ne deriva un impianto moderno capace di integrare capacità prospettica, movimento e l’articolazione volumetrica sempre in una sintesi visiva aperta e vitale. Nella tecnica mista su tela, l’artista Lavinia Salvatori fonde la materia della tempera con la luminosità del bianco assoluto, generando una purezza formale intensa. Nelle ultime opere, questo approccio si è ulteriormente evoluto: accanto all’uso della foglia oro su tela, emergono gestualità incisive di nero, oltre a un raffinato decorativismo floreale dei dettagli, che conferiscono forza, ritmo e ricchezza compositiva. La superficie pittorica diventa così un campo di sperimentazione in cui colore e segno dialogano tra loro, offrendo una prospettiva nuova e intensa capace di combinare energia espressiva in un perfetto ascolto con la materia. Attraverso una gestualità intensa, carica di sentimento e di spiritualità, l’opera si presenta luminosa e aperta a un‘autonomia interpretativa. Il dinamismo del gesto e l’uso del colore, uniti a una ricca stratificazione culturale, svolgono un ruolo centrale in una ricerca  esecutiva originale e in continua evoluzione. L’impegno tecnico e materico, l’attenzione alla luminosità del bianco e al rapporto tra forma e spazio, definiscono una pittura autentica e originale in cui il colore si carica di valore simbolico e oscilla tra rigore formale e tensione espressiva. Lavinia Salvatori giunge così a una sintesi stilistica personale che costruisce immagini simboliche e narrazioni autonome.

Lavinia Salvatori ha frequentato l’Istituto d’Arte e si è laureata in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Viterbo, nello stesso periodo in cui frequentava un corso di pittura presso la UCLA Summer School of London. In seguito ha proseguito gli studi con un Master in Arte-terapia, specializzandosi nel linguaggio plastico, grafico e pittorico. Ha frequentato due corsi tenuti dall’artista Roberto Joppolo, con il quale ha approfondito il linguaggio della scultura nei suoi vari aspetti formale e informale, materiali classici e la scultura raku. Dagli artigiani locali ha appreso la sapiente arte della ceramica. La sua espressione artistica, già dai tempi dell’Accademia, è partita dallo studio del figurativo classico, spostandosi gradualmente verso un linguaggio più astratto e personale che potesse esprimere ed esplorare la realtà interna ed emotiva. La sua visione dell’arte è sempre stata “globale”, nel senso che, dal suo punto di vista, l’arte non è solo l’opera in sé, quindi il “prodotto finito”, ma tutto il processo che la accompagna, insieme alle spinte interiori che portano a creare un’opera che può arrivare ad avere una finalità che va oltre l’aspetto estetico in sé. Questo suo modo di interpretare l’esperienza creativa, ha trovato la sua corrispondenza e approfondimento negli studi di arte-terapia, dove ha avuto modo di acquisire e sperimentare personalmente la profondità e gli effetti del processo creativo, dei materiali utilizzati e del linguaggio grafico. Creare, per Lavina Salvatori, ha assunto una funzione sempre più profonda e integrata alla sua vita personale, in quanto è diventata per lei una modalità necessaria e costante per elaborare vissuti interiori e per trasformarli in un tempo successivo. L’arte diventa quindi metamorfosi, utilizzando l’atto artistico per elaborare vissuti e vivere in modo diverso una volta esternati nell’opera; questo passaggio è avvenuto maggiormente dopo aver utilizzato in maniera approfondita il metodo dello scarabocchio, elaborato da Nato Frascà negli anni Novanta, a Roma. Questo metodo consiste nell’utilizzo del segno come elemento descrittivo in sé, sganciato dalla necessità di rappresentare una struttura figurativa in un processo che, complessivamente, consta di circa 30 fogli utilizzati consecutivamente, facendo emergere emozioni e vissuti profondi per elaborare energie bloccate.

Nella ricerca dell’artista Marco Palma, la materia diventa campo di sperimentazione e indagine, assumendo un ruolo centrale in continua trasformazione formale e spaziale che si rende visibile e strutturante. L’opera emerge come una trama di interazioni e di tensioni materiali di forte intensità, in cui elementi plastici e cromatici vengono organizzati sulla tela secondo un equilibrio consapevole. Forma, colore e volume interagiscono all’interno della composizione attraverso un dialogo costante, generando una struttura dinamica aperta e in continua evoluzione. La superficie si espande verso una dimensione prossima alla scultura, autonoma e in mutazione costante, capace di accogliere una libertà espressiva che si rigenera nel tempo e si rinnova nello spazio. L’elemento cardine del lessico incisivo dell’artista Marco Palma è il nero, che attraversa la composizione con forza assoluta, trasformandosi in segno simbolico carico di effetti visivi. Attorno a esso, materiali industriali recuperati si intrecciano con interventi pittorici accesi, dando vita a una struttura vibrante attraversata da gesti energici e da geometrie incisive, che ne definiscono il movimento e ne amplificano la tensione interna. Le opere si distinguono per una marcata presenza di vari materiali e per una tridimensionalità che si impone allo sguardo, esprimendo contenuti ambientali e un’invenzione libera, frutto di un processo creativo in continua evoluzione. L’inserimento della luce in alcune opere, attraverso elementi led, crea bagliori e riflessi unici che accentuano la presenza della materia. Simbolismo, ricerca formale e maestria nell’uso dei materiali, alimentano un percorso in costante crescita, in cui nuove strutture astratte trovano armonia con la progettualità dell’opera. Il riciclo assume un ruolo centrale non solo come scelta etica, ma anche come potente strumento comunicativo, capace di veicolare una visione concettuale lucida e consapevole. La pittoscultura di Marco Palma, frutto di un’evidente sperimentazione tecnica e materica, diventa veicolo di ascolto e di confronto, invitando lo spettatore a riflettere sul mutamento, sulla stratificazione e sulla rinascita della materia. La ricerca di Marco Palma si rivela come una presenza viva e lirica, soggetta a continue metamorfosi e ridefinizioni, costantemente attraversate da tensioni, sovrapposizioni e processi di trasformazione incessanti.

Marco Palma è nato a Varese nel 1975, ha alle spalle studi tecnici che lo hanno portato a laurearsi in ingegneria. Accanto alla formazione tecnica, nel corso del tempo si è fatta spazio la vocazione artistica, che lo ha avvicinato alla poesia e alla pittura da autodidatta. Ad oggi ha pubblicato 4 raccolte di poesia, mentre nel campo pittorico ha partecipato a vari concorsi, e alcuni dei suoi lavori sono stati pubblicati sul numero 62 della rivista Arte e Artisti Contemporanei. Molto spesso i suoi lavori nascono dall’osservazione dei materiali e dei processi che si svolgono in ambito lavorativo e industriale.

Galleria d’arte Malinpensa by La Telaccia – corso Inghilterra 51, Torino – 0115628220 -info@latelaccia.it

Mara Martellotta