ARTE- Pagina 2

“Ghiacciai” … così forti, così fragili!

Il valdostano “Forte di Bard” omaggia l’opera di Sebastião Salgado attraverso le sue fotografie in bianco e nero dedicate ai più importanti ghiacciai del mondo

Dal 24 aprile al 27 settembre 2026

Bard (Aosta)

Nel bianco infinito candore di ghiacciai “eterni” (come si soleva definirli anni addietro), solo a tratti interrotto da cupi grigiori che raccontano i drammatici, già ben evidenti sfaceli del tempo, una composta impeccabile schiera di dieci pinguini, tutti in perfetta linea indiana, simili ad eleganti panciuti commendatori in abito di gala, s’appresta con felice solerzia ad assaporare il piacevole gelo dell’Oceano Antartico, verso il quale, dall’alto di una discesa innevata, già sta spiccando un atletico salto – volo un loro più sollecito “collega”. L’immagine è, di per sé, di indubbia piacevolezza. Ritratta con la capacità tecnica e l’inventiva creatività di chi, a ragione, è considerato uno dei maggiori fotografi del XX e XXI secolo.

Meno piacevole, ma sempre di grande partecipazione emotiva, è invece un’altra immagine, specchio terribile dei rovinosi danni prodotti all’ambiente (anche al più apparentemente incontaminato) dagli inarrestabili cambiamenti climatici che, da tempo, stanno trasfigurando – sotto ogni aspetto – il volto del Pianeta. Siamo alle “Australi Isole Sandwich”: davanti a noi gigantesche, astratte “scaglie” di iceberg abbandonano gli “ormeggi” di ghiaccio, loro sicura sede millenaria, per avventurarsi senza meta in acque ignote e insicure, di certo non ideali neppure per le “paciose” colonie di pinguini di cui sopra. Due volti. Due immagini, custodi di un’unica terribile riflessione e verità: quella dell’ormai da record scioglimento del ghiaccio marino, che solo nel 2022 (racconta la scienza) pare aver causato la morte, proprio nella Penisola Antartica, di migliaia di pulcini di “pinguino imperatore” che non avevano ancora sviluppato piume impermeabili, rendendoli dunque incapaci di salvarsi a nuoto nelle gelide acque oceaniche. Eccezionali descrizioni paesistiche e di monito (per quanto utile!) alle coscienze umane, che ritroviamo rammentate con grande efficacia tecnico – artistica ed ineccepibile coinvolgimento emotivo, nelle 54 fotografie in bianco e nero, opera del celebre fotografo brasiliano Sebastião Salgado (Amorès, 1944 – Parigi, 2025), ospitate, da venerdì 24 aprile a domenica 27 settembre, a quasi un anno dalla scomparsa dell’artista, dal valdostano “Forte di Bard”, in una grande retrospettiva, frutto di quell’intenso lavoro che negli anni più recenti aveva portato Salgado a documentare uno degli ecosistemi più suggestivi e, allo stesso tempo, più a rischio su scala mondiale: quello delle “nevi perenni”.

Curata da Lélia Wanick Salgado (consorte di  Sebastião e con lui fondatrice nel 2004 dell’Agenzia di stampa fotografica “Amazonas Images”, dopo che già nel 1988, i due avevano dato vita all’“Instituto Terra”, organizzazione ambientalista impegnata nel ripristino della “Valle del Rio Doce”, stato del “Minas Gerais” in Brasile), la retrospettiva ha per titolo, semplice semplice, “Ghiacciai” ed è prodotta in collaborazione con l’Editrice italiana “Contrasto”, leader nel settore della fotografia, con sedi a Roma e a Milano (fondata da Roberto Koch) e con cui Salgado aveva già pubblicato due volumi “In Cammino” e “Ritratti di bambini in cammino”, documentazione dei suoi reportages (dal 1993 al 1999) sul tema delle “migrazioni umane”. In mostra al sabaudo “Forte” della Vallée, gli scatti fotografici si presentano affiancati, quali doveroso omaggio all’artista brasiliano, da un “video” e da un esteso “apparato biografico”. Sebastião Salgado non è stato solo un eccelso fotografo, ma un testimone instancabile della nostra epoca: attraverso il suo sguardo di “attivista – umanista”, ha documentato le metamorfosi sociali ed economiche del mondo. “In questo progetto – sottolineano gli organizzatori – ha rivolto l’obiettivo verso la bellezza vulnerabile delle nevi perenni, immortalando in innumerevoli scatti uno degli ecosistemi più affascinanti e minacciati del pianeta, cui lo stesso ‘Forte di Bard’ dedica da tempo iniziative molteplici di divulgazione scientifica”. Dalla “Penisola Antartica” al “Canada”, dalla “Patagonia” all’“Himalaya” e dalla “Georgia del Sud” alla “Russia”, Salgado cattura la tragica “bellezza mozzafiato” di un ricchissimo patrimonio ambientale oggi decisamente a rischio. Patrimonio che le sue immagini cristallizzano in un “bianco e nero” ricco di contrasti (spesso applicando con un pennello uno “sbiancante” per smorzare l’eccessivo peso di ombre troppo intense), “proponendoci un nuovo tributo visivo che ci invita ancora una volta a riflettere sull’importanza della salvaguardia degli ecosistemi, attraverso comportamenti più rispettosi e consapevoli nei confronti della natura per preservarne la bellezza e l’equilibrio”. Fino a che se n’è a tempo!

Gianni Milani

Sebastião Salgado. “Ghiaccai”: Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833824 o www.fortedibard.it

Dal 24 aprile al 27 settembre 2026. Orari: feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; lunedì chiuso

Nelle foto: “Penisola Antartica”, 2005, © Sebastião Salgado/Contrasto; “Iceberg alla deriva. Isole Sandwich Australi”, 2009, © Sebastião Salgado/Contrasto

“A Weak Monument”, Monumenta Italia a Palazzo Madama

Dal 22 aprile al 6 luglio, a Palazzo Madama, nella Piccola Guardaroba e nel Gabinetto Cinese, saranno esposte le opere di Irene Pittatore dal titolo “A Weak Monument”, curate da Tea Taramino

Lunedì 20 aprile, alle ore 17, a Palazzo Madama, viene presentato un incontro dedicato a Monumenta Italia, un progetto di arte pubblica itinerante con Irene Pittatore, Tea Taramino e Elisa Parola, seguito dall’inaugurazione dell’esposizione a cura di Tea Taramino. L’evento, realizzato nell’ambito del public program della mostra MonumeTO – Torino Capitale, approfondisce alcune dinamiche al centro del lavoro di Monumenta Italia dell’artista Irene Pittatore, proponendo una riflessione sull’esiguità di monumenti dedicati a donne o realizzati da esse nello spazio pubblico. Si tratta di un vuoto che diventa occasione per interrogarsi sul significato contemporaneo di “memoria collettiva, patrimonio urbano e monumentalità”, in una prospettiva di genere. In occasione della conferenza, e fino al 6 luglio prossimo, nella Piccola Guardaroba e nel Gabinetto Cinese di Palazzo Madama sarà esposta, a cura di Tea Taramino, una selezione e di opere di Irene Pittatore, tra le quali manifesti, cartoline, video e un gonfalone utilizzati in mostre e laboratori, lezioni e azioni nello spazio pubblico. Il cantiere di Monumenta Italia, progetto aperto che opera a livello nazionale, ha la sua basea Torino, dove nel 2024 sono stati diffusi manifesti nelle biblioteche civiche, alla fermata Bengasi della metropolitana, all’URP del Consiglio Regionale del Piemonte, la rassegna Opera Viva, il manifesto in piazza Bottesini, e organizzati mostre e laboratori. Il progetto è in corso di svolgimento anche a Novara, con una campagna di 71 affissioni urbane, e si è concluso a Savona con azioni performative e cantieri fotografici diffusi. Cantieri di ricerca sono attivi a Bologna e Roma, è stato inoltre presentato all’Università degli Studi Di Padova e alla Casa degli Artisti di Milano.

Monumenta Italia prende le mosse da Monumentale Dimenticanza, progetto di ricerca a del Centro Studi e documentazione del Pensiero Femminile APS, nel 2019, volto a censire la presenza di monumenti, fontane e statue su suolo pubblico dedicate a storiche figure femminili nelle città e nei comuni piemontesi.

Torino è la città con più monumenti in Italia: 102, di cui uno solo dedicato a una donna, l’Edicola celebrativa della figura di Juliette Colbert, nota come Giulia di Barolo, posta nel dicembre 2025 sulla facciata di Palazzo Barolo. Le rare figure femminili presenti all’interno di produzioni scultoree e monumenti, sono soggetti anonimi o immagini allegoriche, come la Fede e la Vittoria. Ancora più spesso sono semplici comparse nude, in posizioni ascellari, spesso ai piedi dell’eroe. Un dato che evidenzia il mancato riconoscimento pubblico di meriti civili, intellettuali, artistici e scientifici delle donne. A questo si aggiunge un’ulteriore assenza: tra queste opere solo una, la “Fontanella di Venere”, del 1997, è stata realizzata da una donna. È possibile raccontare la storia delle città ignorando quella delle donne? Adottando un punto di vista androcentrico e negando la pluralità degli sguardi? Possiamo oggi immaginare idee più aperte di un monumento per celebrare la storia delle donne? Monumenta Italia si pone l’obiettivo di generare consapevolezza su questi temi e offrire un punto di osservazione sul patrimonio monumentale, capace di contemplare la prospettiva di genere e la secolare e emarginazione del contributo femminile. Ne scaturisce un’occasione di riflessione civica sul patrimonio artistico urbano e sul significato contemporaneo di monumentalità, memoria e identità, alla quale la cittadinanza è invitata a partecipare.

Mara Martellotta

“Carpe Diem”, le tecniche di Bruno Cantino di Reino

Negli spazi della libreria Mondadori del Centro Storico di Chieri la mostra inaugura martedì 28 aprile alle 18

Inaugura martedì 28 aprile alle ore 18 la mostra intitolata “Carpe Diem”, negli spazi della libreria  Mondadori del Centro Storico di Chieri, in via Vittorio Emanuele 42 B. Si tratta di un nuovo appuntamento della rassegna “Arte tra i libri”, curata da Piemonte Arte, testata giornalistica settimanale di www.100torri.it. La mostra, aperta fino al 24 maggio, è visitabile anche online sul sito di Piemonte Arte.
L’esposizione è incentrata sulle tecniche di Bruno Cantino di Reino e sulle sue opere, realizzate per lo più ad acquerello e raffiguranti paesaggi e capaci di catturare attimi di vita quotidiana. I suoi lavori condividono una tensione poetica comune, l’urgenza di fermare l’effimero, di rendere visibile ciò che, per sua natura, sfugge.
La trasparenza e la leggerezza dell’acquerello fanno sì che le forme non siano completamente definite, come se il paesaggio fosse in continuo divenire, con la luce che ha un ruolo da vero protagonista.
Ciò che accomuna entrambe le pratiche è  rappresentato dalla volontà di cogliere l’istante prima che svanisca. Mentre l’acquerello tende a dissolversi, le realizzazioni ad acquaforte, puntasecca  o acquatica lo ancorano al reale, rendendolo quasi tangibile.
Le opere di Bruno Cantino di Reino sono davvero una sorpresa perché  permettono allo spettatore di vedere elementi ordinari con un nuovo sguardo.
Bruno Cantino di Reino, di formazione geometra, è  un artista autodidatta la cui ricerca creativa si sviluppa a partire dalla metà degli anni Settanta, dapprima influenzato dall’Impressionismo, poi deciso a passare a tecniche miste caratterizzate dall’utilizzo di materiali come stagno e rame applicati su tavola, dando vita a sculture piane originali.
Parallelamente alla pittura, nasce in lui negli anni Settanta la passione per la fotografia, parallelamente allo sviluppo di esperienza nel campo della grafica pubblicitaria. A partire dal 1990 frequenta un corso di nudo e dà  avvio a una personale ricerca sul colore e sulle principali correnti espressive, elaborando tecniche miste e rivolgendosi a tematiche legate al sociale e all’ecologia.
Dal 2006 è  membro dell’Unione Artisti Chierese, partecipando attivamente alle iniziative dell’associazione  e frequentando il laboratorio di Calcografia di Chieri, dove esplora diverse tecniche incisorie. Dal 2007 approfondisce la tecnica dell’acquerello presso il laboratorio allestito all’Unitre di Pecetto Torinese.

Mara Martellotta

A “Gliacrobati” un materiale antico, i collage della statunitense India Evans

Se c’è stato un inizio, l’inizio è quella scatola da scarpe strapiena di fotografie in bianco e nero di nudi ottocenteschi, ritrovata tra i banchi del mercato di Porta Portese a Roma, fotografie che, racconta India Evans, “sembravano chiedere di essere riportate alla visibilità”. Poi è stata la continua ricerca tra gli archivi, le librerie, i mercati di New York, per richiamare altre esistenze al presente, per inserire nel mondo di oggi, per dare nuove forme e vita. Evans è nata nel ’78 a New York, ha studiato in Italia presso la Scuola d’Arte Lorenzo de’ Medici di Firenze, ha esposto in Italia e Russia, nel Regno Unito e negli States. Sino al 16 maggio sue opere, differenti collage quasi sempre di piccole dimensioni, sono presenti negli spazi espositivi della galleria “Gliacrobati”, via Ornato 4 (zona Gran Madre), le ha prese a cuore Gloria Alderuccio, sin dal primo momento che le vide, in quell’ambiente domestico dove coabitavano anche le opere del padre John – scomparso nel 2012, cresciuto in California e studi a Chicago, conosciuto per i collage costruiti con i tanti oggetti rinvenuti nelle strade del East Village, ricavati da biglietti da visita, pacchetti di sigarette, ritagli di giornali, volantini, adesivi, istantanee -: “il collage si rivela così come una lingua familiare, un gesto ereditato ma radicalmente riformulato; se nel lavoro del padre il frammento diventa strumento per raccontare una comunità e un tempo storico, in quello di India il collage si fa dispositivo di interrogazione al femminile”, scrive Alderuccio.

Balzano fuori da una memoria collettiva i corpi “antichi” di Evans, il nudo di donna in ricostruzioni d’ambiente, piccoli angoli di camere, tavolini e seggiole d’epoca, inguantato o avvolto da una natura ricostruita o da una larga ragnatela finissima ma pure con il viso intercambiato con quello di una cerva, o devastato da serpenti e teschi, o a grondare sangue tra le grinfie di un coccodrillo come all’interno di una vasca da bagno a esalare spiriti che riportano ai trucchi rabberciati dei vecchi film del secolo passato, tra un recinto che ripropone la Fontana della Vita medievale con il realismo di oggi. La donna – salva spesso (troppo spesso?) la componente dell’eros – come una feroce lupa ad assalire membri virili, o a veder crescere infiorescenze dal proprio pube, immersa in un luogo magico del lontano oriente, al centro di languide immaginazioni: con qualche perplessità, anche nella lettura dei titoli che come ricami sono posti all’interno dei vari collage, mi chiedo se la mostra sia il resoconto di una perfetta manualità o un pressare di suggestioni e angosce e terrori sanguinolenti, oppure un omaggio alle trasformazioni femminili, o ancora le visioni dei pericoli dettati in principal modo dall’elemento maschile, forza contraria in perenne agguato, forse di uno sguardo sul passato che si riverbera senza alcuna fatica sui nostri giorni.

Nell’immagine, di India Evans, “Women into the Depths of the self”. tecnica mista, 2009.

Elio Rabbione

Waltre Pfeiffer e “Modigliani sottopelle” alla Pinacoteca Agnelli

Alla Pinacoteca Agnelli, mercoledì 29 aprile si inaugurano due nuove mostre di Waltre Pfeiffer e “Modigliani sottopelle”, e nuove opere sono esposte sulla Pista 500

La Pinacoteca Agnelli annuncia la programmazione per la primavera-estate del 2026. A partire dal 30 aprile prossimo apriranno al pubblico una mostra monografica dedicata all’artista Walter Pfeiffer, nato nel 1946 a Beggingen, che oggi risiede e lavora a Zurigo. Una nuova edizione del ciclo “Beyhond the Collection”, che vede protagonista Amedeo Modigliani e di una nuova installazione site-specific sulla Pista 500 di Nathalie du Pasquier (1957 Bordeaux), che vive e lavora a Milano, e Peter Fischli (1952), nato a Zurigo, dove vive e lavora. Da giovedì 30 aprile a domenica 13 settembre prossimo, la Pinacoteca Agnelli presenta “In good company”, la prima mostra istituzionale in Italia dedicata a Walter Pfeiffer, a cura di Simon Castets e Nicola Trezzi. Con più di 100 opere a colori e in bianco e nero, scattate dai primi anni Settanta ad oggi, l’esposizione intreccia le serie più iconiche dell’artista con immagini inedite, in un percorso senza gerarchie che evidenzia il suo contributo singolare all’arte, alla fotografia e alla moda. In“In good company” si rende omaggio alla produzione prolifica e pionieristica dell’artista, che ha ridefinito i codici della fotografia che abbraccia tutti i generi della storia dell’arte, specialmente il nudo, il ritratto, il paesaggio e la natura morta, che unisce formalismo, forza cromatica e sensualità. Aprendo ripetutamente nuovi orizzonti, la pratica dell’artista si è sistematicamente avventurata in territori inesplorati: dalle sue rappresentazioni sincere delle identità queer e della sessualità, alla sua reinvenzione, senza precedenti, dell’immaginario dell’alta moda attraverso ironia, giocosità e imperfezione.

L’esposizione “Modigliani sottopelle” presenta l’opera “Nu couché” di Amedeo Modigliani, parte della collezione permanente della Pinacoteca Agnelli, in dialogo con altri tre grandi capolavori dell’artista, in prestito dal Centre Pompidou di Parigi e dalla Staatsgallery di Stoccarda, per offrire nuove chiavi di lettura e una comprensione più articolata della sua pratica pittorica. Il progetto espositivo, in mostra dal 30 aprile al 13 settembre, prende origine da avanzate ipotesi scientifiche che hanno analizzato la trama e l’ordito delle tele, ricostruendo l’origine dei rotoli di tessuto impiegati dall’artista e introducendo un nuovo strumento finalizzato alla datazione delle opere. La mostra, ospitata nello spazio dello Scrigno, nell’ambito del progetto “Beyhond the collection”, è a cura di Pietro Rigolo e Beatrice Zanelli.

La Pista 500, il progetto artistico di Pinacoteca sull’iconica pista di collaudo delle automobili FIAT, si arricchisce di nuove installazioni site-specific degli artisti Nathalie du Paquier e Peter Fischly. I nuovi progetti per la Pista 500 si aggiungono alle opere già presenti sul tetto del Lingotto di Rong Bao, Thomas Bayrle, Monica Bonvicini, Valie Export, Silvie Fleury, Francesco Gennari, Dominic Gonzales-Foerster, Marco Giordano, Louise Lawer, Paul Pfeiffer, Finnegan Shannon e Superflex. La nuova installazione di Nathalie du Pasquier, intitolata “Bandiere per Zefiro”, si estende lungo la facciata est del Lingotto, attivando in modo giocoso l’architettura dell’edificio, fondendo forma, colore e paesaggio. Quindici bandiere basate su disegni inediti dell’artista, caratterizzati da motivi geometrici e forme vivaci, creano un ponte tra l’operazione spazio vissuto. Il progetto di Du Pasquier si allontana dai concetti di nazionalismo, potere e dominio che le bandiere possono rappresentare in tempi di guerra e conflitto, per abbracciare il dialogo e l’apertura attraverso l’arte. Nella rampa ellittica, Peter Fischli, con l’installazione intitolata “Addition-Subtraction-Multiplication”, mette in relazione lo spazio architettonico con i ripetuti meccanismi dell’esperienza umana, tra viaggio, percezione, scoperta e meraviglia. L’opera nasce dall’immagine di trenini automobilistici utilizzati per i tour turistici nelle città : questi “treni senza binari”, con i vagoni talvolta ribaltati, destrutturati e resi, quindi, inutili, esplorano temi quali il falso e l’autentico, richiamando il viaggio come simbolo di movimento fisico e progresso, ma anche di esplorazione mentale tra esperienze stereotipate e percorsi immaginari sottosopra.

Pinacoteca Agnelli – Lingotto, via Nizza 262/103, Torino – www.pinacoteca-agnelli.it

Orari: dalle 10 alle 18 – venerdì dalle 10 alle 20

Mara Martellotta

Varietà di forme e materia alla Galleria Malinpensa

C’è materia e sperimentazione nelle opere di Marco Palma, ingegnere cinquantenne prestato all’arte. Un percorso che lo ha portato a raggiungere la pittura e la poesia, idee che si realizzano grazie ai materiali usati. Espone sino al 23 aprile presso la Galleria d’arte Malinpensa by la Telaccia di corso Inghilterra 51, la curatrice Monia Malinpensa a sottolineare: “Forma, colore e volume interagiscono all’interno della composizione attraverso un dialogo costante generando una struttura dinamica, aperta e in continua evoluzione. La superficie si espande verso una dimensione prossima alla scultura, autonoma e in mutazione costante, capace di accogliere una libertà espressiva che si rigenera nel tempo e si rinnova nello spazio.” È l’impiego e il riunirsi coinvolgente di materiali industriali di recupero (“non solo come scelta etica, ma come potente strumento comunicativo”), il risultato di uno sviluppo lineare come di una tridimensionalità fatta di colorate forme triangolari in plexiglas, di grumi di catrame come di più o meno accennate superfici di sughero, di sporgenze gommose prepotentemente nere, di luci – attraverso elementi LED – che alleggeriscono, come in “Notturno” del 2019, quello che potrebbe risultare esclusivamente un cupo panorama. Ricerca continua, in una – diremmo quasi pressante – evoluzione mai banale, una coniugazione di intenti e di finalità che trovano spazio in simbologie di non sempre facile lettura ma oltremodo interessanti, che spingono lo spettatore a guardare con sempre maggior desiderio dentro l’opera. Nascono “Aliens escaping from black hole”, una tecnica mista del 2025, le “Serie Nero Cromo” (2021), trionfo di materiali particolareggiati, rigorosamente scuri, distribuiti orizzontalmente e verticalmente, lisci e striati, ondulati, chiusi in minime circolarità, riflettenti, opachi e lucidi, nascono le ingentilite “Serie Dream Space”, catrame e trucioli dorati ad ampliare ancora una volta lo spazio. Nascono, belli, lucenti, suggestivi, “opere al nero” alleggerite con sapienza da inserti vitrei – “Scrittura in nero” o “Percorsi della memoria”, del 2025 entrambi -, forme diseguali che s’incuneano, i gialli e i rossi, i blu e i verdi, in una grande affermazione liberatoria.

Con Palma, Lavinia Salvatori, nata a Roma nel 1984, Laurea a Viterbo e studi londinesi, un Master in Arte Terapia, materiali classici e poveri, un interesse verso la scultura raku e la ceramica, un percorso “verso un linguaggio più astratto e personale che potesse esprimere ed esplorare la realtà interna emotiva.” Un desiderio ad esprimersi in maniera improvvisa e scomposta, contenuta ed eccessiva allo stesso tempo, il passaggio dell’”atto artistico” tra il vissuto e un diverso utilizzo di vita sulla tela nel momento della resa pittorica, sino a utilizzare – nelle parole della pittrice – “approfonditamente il metodo dello scarabocchio, un utilizzo del segno come elemento descrittivo in sé, sganciato dalla necessità di rappresentare una struttura figurativa” che non può (con più o minore interesse) lasciare indifferente chi guarda. Monia Malinpensa sottolinea “l’equilibrio (che) nasce dal dialogo costante tra ordine e impulso”, chi scrive guarda ai tanti “senza titolo” che in uno slancio caotico gettano sulle tele la luminosità del bianco assoluto come il tenue di colori trattenuti, gli accenni dorati, i tratti neri colti all’improvviso, le figure impercettibili che ti attraversano la mente, l’autonomia irrefrenabile che invade chi opera.

Nelle immagini, di Marco Palma “Scrittura in nero”, tecnica mista su tela, 2025; di Lavinia Salvatori, “Senza titolo”, tecnica mista e foglia oro su tela, 2026.

Elio Rabbione

Nasce a Sant’Ambrogio il nuovo Museo Mario Giansone

 750 mq e 7 sale, per 263 opere tra marmi, graniti, legni, bronzi, stencil, dipinti, xilografie, litografie, incisioni, stencil e arazzi per restituire a cittadini, appassionati e curiosi l’eredità artistica e culturale di Mario Giansone (1915-1997), artista torinese tra i protagonisti più originali dell’arte italiana del Novecento.

Museo Mario Giansone: Via Sestriere, 1 – Sant’Ambrogio (TO)

 

Torino, 18 aprile 2026 – Inaugura il nuovo Museo Mario Giansone, il nuovo spazio di incontro tra arte, memoria e sperimentazione estetica, che custodisce e valorizza l’opera di Mario Giansone, uno dei protagonisti più originali dell’arte italiana del Novecento.

In un allestimento che unisce rigore critico e fruibilità per tutti, il museo offre un viaggio immersivo nel mondo creativo dell’artista torinese, attraverso dipinti, disegni, materiali d’archivio e installazioni site-specific.

Progettato come spazio dinamico di cultura, il Museo Giansone non è solo custode di un patrimonio artistico unico, ma anche centro di ricerca, dialogo e programmazione culturale. Con circa 170 sculture, 30 quadri, 23 xilografie, 20 disegni, 12 incisioni, 6 litografie, 4 stencil e un arazzo, il Museo si propone come luogo aperto e accessibile, dove riscoprire il valore della sperimentazione visiva e riflettere sulle declinazioni contemporanee del fare arte. Un invito al pubblico a un’esperienza che celebra il genio di Mario Giansone, la sua visione poetica e il suo contributo duraturo alla storia dell’arte italiana. Cornice del museo è l’ex Maglificio Fratelli Bosio.

Il ferro, le pietre, i legni più duri, i marmi, le lamiere non sono bastati a Giansone per placare la sua

ansia di dare forma e volume alla sua anima, alle sue emozioni, alla sua visione dell’umanità,

dell’universo e dell’ultraterreno. Ha disegnato, dipinto, inciso, imprigionato la luce nei fili del retro degli

arazzi, dato forma ed espressione alle ombre, dato movimento alle pietre per esprimere concetti o

creare sensazioni visive. Il Museo a lui dedicato” spiega Giuseppe Floridia, Presidente della Fondazione Giansone “si propone di testimoniare l’impatto emozionale delle sue opere e di consentire la riscoperta di un importantissimo artista del Novecento”.

Il mondo dell’arte tende a storicizzare ogni opera ma le vere opere d’arte restano sempre contemporaneeMario Giansone, 1915-1997.

LE SALE E LE OPERE

L’opera di Mario Giansone attraversa materiali, tecniche e linguaggi diversi, dagli arazzi tessuti a mano alle sculture in legno, bronzo e materiali eterogenei, fino ai dipinti, ai disegni e alle grafiche. Il percorso si sviluppa su 7 sale, attraverso le quali indaga l’armonia nascosta delle opere e dei temi dell’artista: il jazz come espressione del dinamismo del suono e del ballo, la brutalità della guerra, il fascino delle innovazioni tecnologiche del ‘900, i gatti, colti nell’eleganza delle forme, le donne, espressione di delicato intimismo. Un intimismo, quello di Giansone, che non di rado cede il passo ad un percorso verso la spiritualità e la trascendenza. Ogni nucleo di opere racconta una fase della sua ricerca, documentando l’evoluzione di un pensiero artistico che si sviluppa dal gesto scultoreo

Percezioni e memoria, i mondi di Proust e di Michelle Hold

Alla Swann Art Gallery, sino al 6 maggio

È nata a Monaco di Baviera ed è cresciuta a Innsbruck l’artista Michelle Hold, adesso vive e lavora in Italia, nel Monferrato, vicino Ottiglio, dopo aver scelto in maniera definitiva quanto più l’appassiona e le sta a cuore, l’Arte, a seguito di un passato che l’ha vista disegnatrice di tessuti in diversi corsi a Parigi, Londra, New York e Hong Kong, modella, imprenditrice nel settore della ristorazione. Ha esposto di recente a Bruxelles e New York, sino al 6 maggio alcune sue opere sono in mostra presso la Swann Art Gallery di via Bertola 29, “Voyage de découverte” il titolo. Nel catalogo di presentazione si legge che sono le emozioni la radice di queste opere, che “attraverso un gesto pittorico libero e istintivo” confrontando le zone più oscure della propria interiorità. A Hold non interessa “apparire”, sceglie di “esprimere”. “Un percorso che non si esaurisce nella visione di immagini, ma si apre come esplorazione del ‘tempo’ e della sua ‘percezione’”, sottolinea Riccardo Dellaferrera a cui si deve la cura della mostra, mentre – seppur in un clima a tratti rarefatto e decifrabile in sguardi che s’approfondiscono nella visita – coinvolge chi guarda in “una riflessione che affonda le proprie radici nella trasformazione del pensiero tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, chiamando in causa Henri Bergson e soprattutto Marcel Proust, con il percorso della memoria, con la sua “recherche”, con quel suo “mi sono coricato presto la sera” e il sapore di una madeleine (affatto fuori luogo l’ospitalità a Hold, se Dellaferrera ha scelto per la sua galleria il nome di “Swann”).

Quel desiderio d’espressione dell’artista ci arriva attraverso l’uso del colore soprattutto e della forma, attraverso i gesti solo apparentemente scomposti, attraverso l’espandersi nervoso ma totalmente arginato di quei colpi di ampia spatola che finiscono con lo spingerci a entrare maggiormente nella tela, a comprendere interruzioni e forme definite, a definire a noi stessi in primo luogo quella che è divenuta la filosofia comportamentale e quotidiana di Hold, magari a tornare su questo o quel particolare per avvertire una nuova percezione, magari a sentire quella energia che è il componente non di secondo piano delle opere. Guardare in quel suo guardarsi dentro: “Per Marcel Proust la chiarezza non è semplice trasparenza, ma rivelazione di verità interiori profonde, nasce da un viaggio dentro se stessi, dove memoria e percezione illuminano ciò che spesso resta nascosto: i miei dipinti danno forma a ciò che non può essere espresso a parole, trasformando le emozioni private in uno spazio condiviso di riconoscimento.” Da quelle emozioni prendono corpo – rarefatto, impercettibile, tenue ma validamente sottile, che a poco a poco cattura -, attraverso le giuste simbiosi cromatiche, “Circles of Life”, la grande tela (200 x 200 cm) che introduce alla mostra, la conclusione e l’interruzione delle orme circolari, come “New Codes”, il cerchio (o siamo pronti a correggere quella forma in ovoidale? con il richiamo a qualcosa legato alla maternità?) definito a tratti nero ma non completamente “conclusus”, dove ad attraversare il quale sono i vari “reticolati” appartenenti del tutto all’artista.

Nascono quegli orizzonti che, anch’essi capaci d’offrire definitive suggestioni, attraversano “Beyond Time” o gli spazi che vengono a separare altre forme circolari per indicarci che “Anything is possible” (entrambi 2026) o ancora, impercettibile, “Horizon of Hope”, dentro cui la speranza, nelle parole dell’artista, s’avvera quando “il vero viaggio è cambiare occhi e scoprire infiniti mondi negli sguardi degli altri”, nella certezza di fare prima o poi un “magico incontro”. Una certezza che, quasi in una spirale di ricordi, di memorie riaffiorate istante dopo istante, giunge nella piena ricerca di un “lost time”, entrando dal fondo della tela a testimoniare sagome umane, chiamando ancora in campo la speranza e gli affetti e gli esseri umani in “What really matters”, laddove una coppia convive in quel trionfo di blu a ricordare che “ogni giorno è un giorno perso se non abbiamo amato” e l’autrice a sottolineare “quanto conta davvero”. Nascono, sul filo sottile della memoria, forse con una rabbia appena accennata, forse con il rito tranquillo della definitiva dimenticanza, “Letters from the Past”, ancora entro un cerchio che questa volta è vortice quel che rimane di un amore scritto su un foglio di carta. Attraverso le emozioni, le suggestioni, i ricordi di un attimo, i costruttivi suggerimenti, il disordine del cuore, i pensieri che si si sovraccaricano, invadiamo altri campi, più personali, più profondi. E anche chi guarda, e fa proprie le opere, scopre l’importanza di una nuova “découverte”.

La mostra si configura così come un’esperienza articolata – ricorda ancora Dellaferrera -, in cui pittura e pensiero si intrecciano, offrendo al publico non solo uno spazio di visione (un altro “voyage”, attorno a una piccola “chambre”, ndr), ma un vero e proprio tempo da attraversare, in piena sintonia con lo spirito della Swann Art Gallery”, riflettendone “la vocazione culturale e progettuale, fondata sulla trasversalità dei linguaggi e sul dialogo tra arti visive, letteratura e pensiero critico.” A questo proposito, a corollario della mostra, si avranno tre appuntamenti: “Voyage de découverte” con il soprano Marina Verra e Andrea Musso al pianoforte (Specht Residenzen, corso Palestro 5, il 17 aprile ore 18), con musiche di Debussy, Poulenc, Satie e Faurè; “Tempo e arte informale”, ospiti Alice Zatti critica dell’arte e Michelle Hold artista (talk aperitivo, presso la galleria, 21 aprile ore 19); “Tempo, Memoria, Recherche”, presso la galleria, reading aperitivo con gli interventi di Enrica Coletti, docente di letteratura francese e di Hubert Leclercq per alcune letture da testi di Marcel Proust (28 aprile, ore 19), nell’approfondimento del legame tra memoria, percezione e creazione artistica. Eventi gratuiti, per informazioni info@swannarte.com e cell 333 2455018.

Elio Rabbione

Nelle immagini, alcune opere di Michelle Hold: “What really matters”, “Circles of Life” e “Letters from the Past”.

All’Orto Botanico Salucci presenta “Riflessi d’acqua tra arte e natura”

Per la prima volta all’ Orto Botanico dell’Università di Torino si tiene una mostra che pone in dialogo la fotografia contemporanea e l’ambiente, immersi, attraverso la postproduzione, in una dimensione acquatica e straniante. Architetture familiari si trasformano, cosi,  in visioni poetiche e in riflessioni sull’innalzamento delle acque e sul fragile equilibrio presente tra uomo e ambiente.
La mostra è  anche l’occasione per rendere omaggio alla città di Torino con tre opere inedite di Aldo Salucci, dedicate allo skyline cittadino, a piazza San Carlo e allo stesso Orto Botanico.
All’interno della mostra sarà inoltre esposto un kakemono giapponese, un dipinto a inchiostro su seta realizzato a Kyoto intorno alla metà dell’Ottocento  da un artista della scuola Maruyama Shijō, raffigurante una carpa che risale una cascata. L’opera è simbolo di crescita continua attraverso lo studio e la ricerca, e sarà  posta in dialogo con le fotografie di Salucci e potrà essere ammirata nel corso delle visite guidate.
L’intero percorso invita alla quiete e alla riflessione, al rallentare lo sguardo, ascoltare il silenzio dell’acqua e percepire il mutare delle stagioni, che permette di riscoprire l’Orto Botanico come luogo di conoscenza, di dialogo e consapevolezza ambientale, in cui fotografia, natura e ricerca scientifica si incontrano.

La mostra è  realizzata dall’Università di Torino, Orto Botanico, Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi e Associazione Amici Orto Botanico, con il patrocinio della Regione Piemonte, del Comune di Torino e Consolato del Giappone. Main sponsor Smat Società Metropolitana Acque Torino. La mostra fa parte del circuito Extra di Exposed Torino Photo Festival.

Mara Martellotta

Fondazione Sandretto, quattro mostre aprono la primavera

Quattro mostre celebrano la ripresa primaverile alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo inaugurando il 15 aprile prossimo

Inaugurazione contemporanea di quattro mostre personali alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Diego Marcon, Xin Liu, June Crespo e Lenz Geerk, che saranno visitabili fino all’11 ottobre, con l’eccezione di quella di Marcon, che chiuderà  il 2 agosto prossimo.
Ad aprire le danze sarà la mostra dal titolo “Exhaust” , prima personale in Italia dell’artista Xin Liu, realizzata in collaborazione con K11 Art Foundation Hong Kong e con la consulenza editoriale di Hans Ulrich Obrist.
La mostra esplora le conseguenze delle aspirazioni tecnologiche  e scientifiche concentrandosi sui loro residui, detriti spaziali, materiali degradati, codici e organismi alterati.
Attraverso film, installazioni e nuove opere, l’artista riflette su ciò che resta dopo il fallimento delle promesse di progresso, trasformando scarti e obsolescenza in possibilità generative.
Di Diego Macron è la mostra dal titolo “Krapfen”, la prima opera prodotta grazie al New Futures Production Fund, nato dalla collaborazione tra la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo  e il New Museum di New York. Il video ha per protagonisti un ragazzetto dal genere ambiguo e quattro indumenti, un paio di guanti, un foulard, dei pantaloni e un maglione. All’ambientazione fanciullesca si accompagna un’atmosfera allarmata e perturbante, in cui un krapfen sembra diventare l’espediente per chiamare in scena emozioni di terrore e annientamento.

“Theatre of the mind” di Lenz Geerk, artista nativo di Basilea, rappresenta la prima personale in un’istituzione italiana dedicata alla pittura di questo artista, che presenta figure,  oggetti, paesaggi immersi in atmosfere silenziose e introspettive. Attraverso colori delicati e composizioni sospese, i dipinti esplorano stati psicologici e momenti intimi, dove il significato emerge da sottili tensioni emotive piuttosto che da narrazioni esplicite.

Anche l’esposizione “Danzante” di June Crespo, a cura di Bernardo Follini, rappresenta la prima mostra istituzionale italiana dell’artista, che riunisce sculture e installazioni, capaci di dialogare con il corpo e la percezione del visitatore.
Realizzata in collaborazione con la Secession di Vienna e il MO.CO di Montpellier, la mostra di June Crespo riunisce sculture e installazioni che dialogano con il corpo e la percezione del visitatore. I lavori, ispirati alle forme di fiori come iris e uccelli del paradiso, indagano materiali, superfici e texture al fine di creare esperienze fisiche e sensoriali che evocano vitalità, frammentazione e presenza.

L’inaugurazione si terrà giovedì 15 aprile alle ore 19, accompagnata da un talk di inaugurazione dal titolo “Framing Problems/Biennale della Tecnologia”, nell’ambito del quale interverranno Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Guido Saracco, Massimiliano Gioni, Hans Ulrich Obrist, Xin Lui e Diego Marcon. Ingresso libero.

Mara Martellotta