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Chieri fa doverosa memoria del “suo” Gilli

Nella “Cappella di San Filippo”, la presentazione di otto importanti opere del pittore e incisore Alberto Maso Gilli diventate patrimonio ufficiale della Città

Fino al 26 settembre

Chieri (Torino)

Anno 1873. “Maestro di pittura”: così viene definito, ancora in giovane età, nell’elenco dei soci dell’allora “Circolo degli Artisti” di Torino, Alberto Maso (Tommaso) Gilli. Pittore e incisore di solide basi e gran “belle e meritate speranze”, Gilli aveva allora 33 anni. Era nato a Chieri nel 1840 da Vincenzo e Felicita Serra (sarti, di mestiere) e aveva trascorso la sua giovinezza nella casa dei Montefamerio, in piazza Umberto I, l’antica piazza delle Erbe. Dalla dolce, pacata vita della collina chierese alla convulsa (già allora?) frenesia del vicino capoluogo, a Torino Gilli approda nel 1858 dove studia “pittura” all’“Accademia Albertina” e “incisione” con Agostino Lauro, tra i più noti “acquafortisti” piemontesi. Da allora, il suo “taccuino di viaggio” s’arricchisce di  non poche “vittoriose” tappe. A Parigi ottiene nel 1878 il primo Premio all’“Esposizione Universale” e altri prestigiosi riconoscimenti vanno a rimpinguare il suo ricco palmarès, attraverso la partecipazione ad altre importanti esposizioni nazionali con dipinti di soggetto “paesistico” e “storico”, come il suo celebre “Arnaldo da Brescia dopo il diverbio con Papa Adriano IV”, oggi custodito alla “Galleria d’Arte Moderna” di Torino.

 Altra tappa fondamentale, Roma, dove nel 1885 viene nominato direttore della “Reale Calcografia” e dove promuove la formazione di una nuova “Scuola di incisione”Estremamente formativi anche gli anni di insegnamentodal 1865 al 1873, quale professore aggiunto alla cattedra di Andrea Gastaldi all’“Accademia Albertina” e come docente di “Disegno di Figura” nel 1883 in sostituzione dello scomparso Enrico Gamba, già suo professore. Il ritorno. Chieri e Torino e il Piemonte nel cuore. Sempre. A testimoniarlo, anche la sua appassionata partecipazione alla rinascita dell’architettura medievale collaborando con Edoardo Arborio Mella al restauro del Duomo di Casale e di quello della sua Chieri. Grande successo ottenne anche all’“Esposizione Generale Italiana” del 1884 (tenutasi a Torino con lo scopo di celebrare il progresso scientifico, artistico ed industriale del Regno d’Italia), dopo essere stato scelto da Federico Pastoris e Alfredo D’Andrade a rilevare graficamente i dipinti da inserire nel ciclo pittorico e decorativo del Castello e del Borgo Medievale del Parco del Valentino. Lontano dalla sua terra e dalla sua gente, l’artista scompare a soli 54 anni, il 28 luglio (o il 24 settembre?1894 a Narni (Roma) o, secondo altre fonti, a Calvi dell’Umbriain provincia di Terni. A ricordarlo a Chieri è, dal 1898 – ’99, una lapide commemorativa sulla sua casa natale nell’antica piazza Delle Erbe.

Ora, ad oltre 130 anni dalla scomparsa e a rendere ufficiale un percorso iniziato nove anni fa, quando alcune opere di Gilli furono acquistate, grazie alla mobilitazione di privati e associazioni e date in custodia alla “Città di Chieri”, l’“Amministrazione chierese” e l’“Associazione Carreum Potentia ODV” tornano a fare doverosa memoria dell’illustre cittadino, organizzando la mostra “Alberto Maso Gilli: vita e opere di un artista chierese che ha varcato i confini”, allestita all’interno della “Cappella di San Filippo” (via Vittorio Emanuele II, 63), fino a domenica 27 settembre e visitabile tutti i sabati e le domeniche dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di formalizzare la donazione di otto opere del grande pittore e incisore, cinque delle quali già in custodia al Comune, più una nuova acquisizione e due incisioni di grande pregio che entreranno ufficialmente a far parte del patrimonio cittadino. Da segnalare, in particolare quattro quadri acquistati nel 2017 presso una Galleria d’arte romana grazie all’iniziativa di un gruppo di benefattori chieresi cui si aggiungono il “Ritratto di Luigi Collo” (sindaco di Chieri negli anni Settanta dell’Ottocento) e il “Ritratto di Margherita Collo” (sorella del sindaco). A completare il lotto due incisioni all’acquaforte e  altre due grandi tele, attualmente custodite nel Palazzo Comunale, raffiguranti un poderoso “Ritratto di Michelangelo Buonarroti con il bozzetto del Mosé” datato 1874 e un altrettanto rigoroso, per forme e colori, “Autoritratto”.

Pittura di gran mestiere, quella di Gilli, “seria” mai “seriosa”, ben guidata dal Maestro chierese attraverso i dogmi e le tecniche del più classico realismo ottocentesco. Forme squadrate, senza fronzoli, nelle sue tele domina la “realtà”, realtà di paesaggi ancor oggi perfettamente riconoscibili (quella “Chiesa di San Giorgio” in cima al colle e quella fedele “Porta Torino”, antico varco d’accesso occidentale alla Città) di scorci rurali o urbani privi di idealizzazioni (Gilli pare guardare molto ai parchi principi della vicina “Scuola di Rivara” non meno che alla solida “macchia” dei colleghi toscani) e di quella piccola dignitosa gente d’antan, immersa nella grandiosa umiltà di lavori e di sguardi e di moti “umani”, persi, ahinoi, nel tempo. Quadri senza trucco né inganno. Come esigeva la grande, vera ed onesta pittura di un tempo, in cui mestiere e intuito poetico sapevano convivere e regalare sempre forti emozioni. Da subito. Senza indurti ad astruse, mai certe elucubrazioni per “capire” e “comprendere”. E cosa mai? Per infowww.comune.chieri.to.it

Gianni Milani

Nelle foto: Alberto Maso Gilli “Chiesa di San Giorgio”; Locandina mostra; “Porta Torino”; “Michelangelo Buonarroti con il bozzetto del Mosè”, olio su tavola, 1874

Il “Terzo manifesto” di Fabio Bucciarelli: “No port for Genocide: Genova 2025”

Inaugura lunedì 14 settembre, alle 18.30, in piazza Bottesini

Lunedì 14 settembre, alle ore 18, inaugurerà in piazza Bottesini, a Torino, la terza affissione della 12ª edizione di Opera Viva Barriera di Milano, il Manifesto con l’opera di Fabio Bucciarelli “No port for Genocide”.
Opera Viva Barriera di Milano il Manifesto rappresenta il progetto di arte urbana ideato da Alessandro Bulgini e prodotto da Flashback, che continua a tracciare altre rotte nell’immaginario della navigazione a vela e nelle sue stratificazioni simboliche. La nuova immagine riapre quella che per Opera Viva è sempre stata una finestra sull’altrove, un’apertura verso luoghi, templi, storie che risuonano nel presente. Il terzo manifesto porta la firma di Fabio Bucciarelli, fotoreporter impegnato da oltre 15 anni nella documentazione di fatti di cronaca mondiale e delle loro conseguenze sociali e umanitarie. La sua immagine ci porta a vivere un momento preciso del recente passato: il 28 novembre 2025, quando studenti e studentesse universitarie, cittadini e cittadine, ma soprattutto lavoratori e lavoratrici portuali (in prima linea in tutta Italia e in particolare a Genova con il collettivo CALP e a Livorno) si mobilitano via terra e via mare contro il genocidio palestinese, per bloccare i varchi doganali e impedire il transito di navi cargo e armamenti verso Israele. Bandiere della Palestina sventolano sul porto di Genova, e un grande striscione recita: “No port for Genocide”. In sintonia con il tema dell’edizione “In time” di Opera Viva, il manifesto, in questo attraversamento di epoche e linguaggi, non solo nell’arte ma anche nell’umanità, la vela diventa una presenza tangibile di un sentire collettivo, di un’azione politica e poetica. Non a caso gli attivisti della Flotilla hanno scelto, lo scorso settembre, di navigare verso Gaza con piccole imbarcazioni a vela. Hanno scelto il rischio, il mare e l’ignoto come spazio di mobilitazione. Al contempo, il manifesto, che connette l’altrove a piazza Bottesini, testimonia il presente, e l’opera di Bucciarelli non ci restituisce un mero fatto di cronaca, ma diventa testimonianza di un tempo che ci appartiene, che ha il dovere di scuoterci, di tenere fisso lo sguardo sugli accadimenti del mondo.

Nel giorno dell’inaugurazione, lunedi 14 settembre, alle ore 18.30, sarà presente anche l’artista Fabio Bucciarelli, nato a Torino nel 1980, fotografo, giornalista e autore italiano conosciuto a livello internazionale per la sua documentazione e di conflitti e crisi umanitarie.

Mara Martellotta

Musei Reali, nuovo allestimento per la Collezione Lenci

SABATO 12 SETTEMBRE 2026 RIAPRE AL PUBBLICO

In occasione della Notte Bianca promossa dalla Città di Torino, i Musei Reali saranno straordinariamente aperti dalle ore 19.30 alle ore 24 sabato 12 settembre con tariffa speciale di 10 euro ( under 18 gratuito e tessere convenzionate, 2 euro dai 18 ai 25 anni).
Da sabato 12 settembre , in occasione appunto della Notte Bianca promossa dalla  Città di Torino per la pedonalizzazione di via Roma, la Collezione Lenci dei Musei Reali di Torino riapre al terzo piano della Galleria Sabauda con un allestimento rinnovato e un’apertura straordinaria dalle 19.30 alle 24 con tariffa speciale.
Nel corso della serata sarà  fatta una presentazione della collezione al pubblico da parte delle curatrici dei Musei Reali di Torino.
Da domenica 13 settembre la sezione sarà  aperta ogni fine settimana, venerdì,  sabato e domenica,  e rientrerà nel percorso museale ordinario, incluso nel prezzo del biglietto.

La collezione Lenci raccoglie 132 tra le ceramiche storiche e rare realizzate dalla manifattura torinese negli anni della sua migliore produzione, tra il 1928 e il 1936, collezionate con passione  e generosamente donate per una pubblica fruizione ai Musei Reali di Torino dai coniugi Giuseppe e Gabriella Ferrero nel 2022.

“Desideriamo che giunga a tutti il nostro più sincero apprezzamento per l’appassionata collaborazione della Direttrice Paola D’Agostino e di tutto il personale dei Musei Reali” dichiarano i coniugi Ferrero – Questa iniziativa condivisa, che onora la nostra Collezione, contribuisce a una più  approfondita conoscenza di un periodo storico, imprenditoriale e artistico importante per Torino”.

“La collezione Lenci è un dono che i coniugi Ferrero hanno fatto ai torinesi e ai tantissimi turisti che vengono a visitare i Musei Reali di Torino – dichiara la Direttrice Generale Paola D’Agostino.

Il terzo piano della Galleria Sabauda, dedicato alle arti decorative, conclude un viaggio temporale iniziato con la produzione in argilla antica e termina con l’eccellenza della progettualità manifatturiera e artistica della Torino dei primi decenni del Novecento. Queste opere così ingegnose, che abitano lo spazio, anche all’interno delle vetrine, sono raccontate  nuovamente con apparati didattici accresciuti e un approfondimento multimediale sulle tecniche delle ceramiche Lenci”.
L’allestimento della raccolta, aperta per la prima volta al pubblico nel giugno 2023, con il sostegno della Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino, prevede una cadenza tematica suddivisa in otto settori, l’immagine della donna, il tempo, le stagioni, gli innamorati, scene di vita, miti e storie, il mondo nel vaso, in scena la fiaba e le maschere, gli animali.

I Musei Reali di Torino hanno arricchito, grazie alla generosità dei coniugi Ferrero, il percorso espositivo con nuovi strumenti di approfondimento. Il progetto ha infatti previsto il rinnovamento degli impianti didattici attraverso contenuti multimediali e audiovisivi dedicati alla storia della manifattura, alle tecniche specifiche di lavorazione e alle opere principali degli artisti che contribuirono alla sua produzione,  oltre alla traduzione in lingua inglese dei testi per rendere la collezione accessibile al pubblico internazionale.

Il nuovo video interattivo illustra la tecnica del coraggio, metodo di formatura degli oggetti all’interno di uno stampo, utilizzato per la produzione delle ceramiche, per scoprire le diverse fasi del procedimento attraverso la realizzazione di un pezzo originale, ideato appositamente dai ceramisti ispirandosi alle opere della collezione.
In stretta connessione con l’esposizione della collezione Lenci , si presenta parte della raccolta di opere del Novecento dei Musei Reali di Torino.
Dalla metà degli anni Trenta del Novecento all’inizio del decennio successivo, la Soprintendenza piemontese ha iniziato un’importante acquisizione di opere contemporanee che rispondono all’obiettivo di rappresentare gli esiti dell’attività di artisti emergenti sul territorio torinese e regionale.
Gli acquisti comprendono ottantadue opere alle quali si aggiungono, nel dopoguerra, donazioni di dipinti, acqueforti e litografie. Il nucleo di pitture e sculture del primo Novecento si caratterizza da subito per una grande omogeneità culturale, trattandosi di opere che provengono dal Sindacato Fascista di Belle Arti e organizzate a Torino dal Centro d’Azioni per le Arti. Tra gli artisti figurano pittori e scultori attivi anche per la Lenci come Chessa, Da Milano, Deabate e Riva, oltre a importanti comprimari della scena torinese tra le due guerre.
Emerge in primo piano il ruolo del paesaggio, al quale si affiancano altri filoni tematici, come i ritratti, le nature morte e le scene di genere, che evidenziano  la vitalità della cultura figurativa piemontese in rapporto agli indirizzi di ricerca dell’arte nazionale.

Nel contesto successivo alla seconda guerra mondiale, quando alla modernizzazione industriale continua ad affiancarsi una solida tradizione artigianale legata alla moda e alle arti decorative, nel 1919 Enrico Scavini e la moglie Elena König fondano a Torino una manifattura di giocattoli e bambole, decorazioni per l’abbigliamento, articoli di moda, arazzi e oggetti in feltro.
La ditta è  denominata Lenci dal diminutivo di Elena, poi trasformato nell’acronimo latino Ludus est Nobis Constanter Industria, dallo scrittore Ugo Ojetti, teorico della rinascita delle arti decorative in Italia.
Tra il 1927 e il 1928 l’azienda avvia una raffinata produzione di ceramiche, caratterizzata da un linguaggio moderno ed elegante. Il successo viene sancito nel 1929 da una mostra alla galleria Persano di Milano, curata dallo stesso Ojetti, che consacra Lenci come fenomeno culturale e sociale di rilievo internazionale,  capace di confrontarsi con le coeve ceramiche viennesi, tedesche e danesi.
Protagonista della cifra stilistica di queste sculture d’arredo, eleganti e adatte ad un pubblico borghese, è Mario Sturani, amico di Ponti e di Casorati, che elabora un linguaggio ispirato alle fortunate invenzioni di Fortunato Depero quanto al gusto francese.
Accanto a queste suggestioni emergono scene di vita contadina e popolare, in cui primeggiano i coniugi Ines e Giovanni Grande, i nudi arcaici di Gigi Chessa, i temi naturalistici dell’animalista Felice Toselli e le figure femminili di Nillo Beltrami, Claudia Formica e Sandro Vacchetti, fino all’interpretazione della donna moderna proposta da Elena König  Scavini e da Abele Jacopi.
Nel decennio ’27-’37 la fabbrica viene ad impiegare seicento dipendenti  e, grazie all’innovazione tecnica e all’attività di importanti artisti impegnati anche nel campo della pittura, della grafica, della scenografia e dell’arredo, elabora modelli aggiornati sul gusto déco e sulla tradizione figurativa europea.
La produzione sarebbe continuata fino agli anni Sessanta, ma con un’ispirazione lontana dalle felici invenzioni degli anni Trenta.

Musei Reali di Torino

Piazzetta Reale,1

https://museireali.beniculturali.it
Mara Martellotta

Nel Rifugio Antiaereo di Mirafiori sorge ANTOPIA

A Mirafiori la memoria passa di generazione in generazione e diventa arte

Nel Rifugio Antiaereo sorge ANTOPIA, l!opera di Francesco Bertelé costruita insieme
agli abitanti del quartiere: anziani e bambini trasformano storie, ricordi e
testimonianze in un nuovo immaginario condiviso.
L!inaugurazione il 17 settembre 2026 con l!intitolazione del Rifugio ad Aldo Ratto.
Torino, 8 settembre 2026 _ Per decenni è stato un luogo in cui trovare riparo dalla guerra. Oggi,
a più di 80 anni di distanza, il Rifugio Antiaereo, nei sotterranei della Chiesa della
Visitazione di Maria Vergine e San Barnaba, torna ad accogliere una comunità, con
funzioni radicalmente diverse: ascoltare, raccontare, immaginare.
È nel cuore dell!antica borgata di Mirafiori che nasce Antopia, installazione site-specific
di Francesco Bertelé, nuova opera nell!ambito di “Mirafiori dopo il Mito”, il programma che
dal 2019 ha come obiettivo di mettere in relazione memoria industriale, paesaggio e
comunità. L!Opera, che verrà inaugurata giovedì 17 settembre, è la prima delle tre
residenze d!artista all!interno di spazi di comunità del quartiere, promossa nell!ambito de
“L!Oro di Mirafiori”, iniziativa di Fondazione della Comunità di Mirafiori, in collaborazione
con il Tavolo delle Idee, il comitato scientifico composto da esperte rappresentanti di enti
culturali torinesi, dedicato all!arte contemporanea e alla rigenerazione urbana di Mirafiori.
La Chiesa della Visitazione, fondata nel 1617 per iniziativa del duca Vittorio Amedeo I,
costituisce uno dei nuclei storici della borgata Mirafiori. Durante la Seconda Guerra
Mondiale nei suoi sotterranei venne costruito il Rifugio Antiaereo per la popolazione di
Mirafiori. È proprio questa stratificazione di memoria a rendere il rifugio un luogo
particolarmente significativo per Antopia. Non si tratta infatti soltanto di restaurare o riaprire
uno spazio storico, ma di chiedersi che cosa può diventare oggi un luogo nato per
proteggere una comunità.
L!opera di Francesco Bertelé è stata ideata attraverso un processo di co-creazione
intergenerazionale che ha coinvolto due gruppi rappresentativi del quartiere: alcuni
anziani del Comitato di Borgata di Mirafiori e alcune classi delle scuole dell!infanzia

“Visite suonate” al Museo Mario Giansone

Nei sabati 12, 19 e 26 settembre, alle 17.30, il Museo Mario Giansone di Sant’Ambrogio Torino ospita l’iniziativa “Visite suonate”, che propone tre appuntamenti in cui il jazz diventa chiave di lettura per esplorare la collezione dell’artista piemontese, tra le più originali della scultura del Novecento. Gli eventi, patrocinato dalla Città metropolitana di Torino, sono pensati per ridefinire la fruizione del patrimonio locale con un approccio interdisciplinare capace di porre in dialogo le opere con linguaggi espressivi contemporanei.

Il Museo Giansone è stato inaugurato lo scorso 17 aprile negli spazi riqualificati dell’ex maglificio Fratelli Bosio, e custodisce oltre 260 opere, tra cui 160 sculture, 30 quadri, 23 xilografie e numerosi disegni e incisioni, articolate lungo sette sale per una superficie complessiva di oltre 750 mtq. Durante le “Visite suonate”, il clarinettista e sassofonista Giuseppe Golisano guiderà il pubblico lungo l’itinerario espositivo, traducendo in note i concetti cardine della poetica di Giansone: il dinamismo, la proporzione e la scultura intesa come svelamento della forma celata della materia. Il percorso si snoda attraverso sei tappe; dopo l’introduzione all’ascolto sensoriale, si accede alla Stanza delle Ombre, dove i pieni e i vuoti dialogano con alternanza di suono e silenzio. Nella Sala dei Bronzi, l’improvvisazione restituisce il vigore della fusione e la moltiplicazione ritmica delle forme. So prosegue nella Sala Giuseppe Floridia, incentrata su trame geometriche strutturali, per poi entrare nella Sala delle Pietre e dei Marmi, dove l’architettura sonora ripercorre l’evoluzione dell’apprendimento umano. L’esperienza culmina nell’Opera Omnia, dove l’esperienza spirituale del Requiem e la musica meditativa conducono verso la pura astrazione. Il viaggio trova nella musica un tramite naturale: la passione per il jazz, infatti, percorre tutta la produzione di Mario Giansone.

Mara Martellotta

Le lune di Fernando Montà

Sino al 16 settembre. negli spazi di SwannArt Gallery

Scrivevo già pochi mesi fa delle opere di Fernando Montà, delle memorie personali che le abitano e degli anni trascorsi, di quella natura impressa che è protezione ma che possiede allo stesso tempo qualcosa di offensivo, dei fili d’erba che s’intrecciano fittamente – un’immagine che è un po’ il distintivo primario di quella pittura – (”che possono trasformarsi in aculei, proteggono ma nascondono serpi”, dicevo), dei cieli e delle ombre, delle coperture verdi che sono state, nei prati del suo biellese, il diaframma di uno sguardo infantile che a fatica raggiungeva l’azzurro del cielo. Tra allegria, libertà e timori. Di quella mostra di tarda primavera, rimangono oggi negli spazi della torinese SwannArt Gallery (via Bertola 29) alcune opere, altre se ne sono aggiunte, altrettanto interessanti, altrettanto capaci di accrescere tasselli nuovi a un panorama squisitamente “naturale”, verrebbe anche da dire a una filosofia di vita che reclama bellezza e tranquilla autenticità. Quasi uno slancio vitale che aspira felicemente alle altezze, ma assolutamente lontano da ogni retorica, che vuole – a fatica o no – superare quei tanti sottotraccia che proibiscono, che ingarbugliano, che troppe volte allontanano in modo definitivo.

Paesaggi, immagini rubate agli anni, lembi di visioni che reclamano un evanescente mondo di magie, inquadrature studiate con l’obiettivo del cuore e della mente, un svilupparsi di sequenze, differenti occasioni fermate nel tempo e nello spazio di una storia personale, dinamismi che si sottraggono appieno e pretese e fredde “esercitazioni” ma vitalità pulsanti, da “Onda vegetale” (258 x 86 cm.), che è un leggero e lungo protendersi di fili d’erba, tra il verde e il blu e il violaceo addolcito, contro un cielo immensamente azzurro, un’isola di rasserenante momento meditativo, alle dodici tavole che compongono “Physis”, che si estendono per oltre quattro metri di lunghezza per tre di altezza (“La sua dimensione è infatti parte integrante del suo significato. Davanti a una superficie di questa ampiezza non sono più sufficienti soltanto gli occhi. Lo spettatore è costretto a utilizzare il proprio corpo, a misurarsi fisicamente con l’opera, a spostarsi, a cercare un punto di visione, ad avvicinarsi e allontanarsi. Non si trova semplicemente davanti a un’immagine: vi sta dentro con il proprio corpo”, sottolinea il curatore Riccardo Dellaferrera), vittoria dello spazio, spirali di verde interrotte da anime chiare che s’incuneano verso il centro dell’opera che dà il titolo all’intera mostra. Ci si imbatte altresì ex novo in solide prove che datano già pur tuttavia alcuni lustri, ma fresche e animate di palpiti, ricche di colori inattesi – motore primo, l’occhio umano che fissa e costruisce: si apre (e guarda lontano, attraverso piccole lacerazioni della tela) a una “Luna” (datata 2010, acrilico su tavola), affatto splendente, nella cui parte centrale trovano spazio gli apici di pazienti fili d’erba, questa volta di un verde che tende quasi al giallo; come, inaspettato, un grande fiammeggiante disco rossastro e giallognolo nella sua parte superiore (“Luna rossa”, acrilico su tavola, 2000), crateri e valli ben delineati, ombre e luci che intessono chiaroscuri, una immaginazione di vita spenta che cattura l’attenzione di chi guarda.

Dicevo poco sopra di “un mondo di magie”, di un ambiente per molti versi affidato alla memoria ma altresì “irreale”. Non certo difficile da pensare, ma forse necessario di un cauto avvicinamento, di un ripensamento, di una definizione che s’avvicina e s’impadronisce dello spettatore poco a poco. Scrive ancora Dellaferrera che l’opera dell’autore “sembra suggerirci che non tutto debba essere conosciuto. Che l’esigenza di comprendere, delimitare e definire possa essere sospesa per lasciare spazio a una forma di esperienza più originaria: la percezione. Prima di pensare ciò che vediamo, vediamo. E forse non soltanto cronologicamente. La percezione, in Montà, sembra precedere il pensiero anche in senso ontologico: non è semplicemente il primo momento di un processo cognitivo che terminerà nella conoscenza, ma una modalità autonoma di essere in rapporto con il mondo. L’opera non rappresenta allora soltanto un bosco. Rappresenta l’istante stesso nel quale un soggetto percepiente e una realtà percepita entrano in relazione”.

e. rb.

Nelle immagini, opere di Fernando Montà: “Physis”, acrilico su dodici tavole; “Luna rossa”, acrilico su tavola, 2000.

“Tessile e Tecnologia”. Al Museo di Chieri

Una giornata di studio in occasione della “Festa Patronale” della Città collinare

Martedì 15 settembre, ore 15,30

Chieri (Torino)

Nella settimana celebrativa della “Festa Patronale” della Città di Chieri (dedicata a “Santa Maria delle Grazie”, con festeggiamenti e iniziative equamente articolate tra “Sacro” e “Profano” ad iniziare ufficialmente da lunedì 14 settembre), era impensabile escludere dal programma di “Festa”, quell’autentica chicca storico-artistica della Città qual è il suo celebre “Museo del Tessile”, situato nell’ex “Convento di Santa Chiara” e testimonianza ben concreta di quella “vocazione tessile”, che dal Basso Medioevo ha fatto della Città uno dei massimi centri italiani di produzione e commercio di tessuti, famosi su tutti il “fustagno” accanto all’uso del “gualdo” (o “Isatis tintctoria”) pianta da cui si ricava un prezioso “colore blu”.

Così, anche quest’anno, per l’occasione, martedì 15 settembrecon inizio alle 15,30, si torna a rinnovare l’“appuntamento specialistico” annuale al “Museo” di via Santa Clara, incentrato, per l’edizione 2026, sul tema “Tessile e Tecnologia”. Appuntamento aperto a tutti (di sicuro interesse non solo per gli “addetti ai lavori”)  e a ingresso libero.

La giornata di studio si terrà nella “Sala Polifunzionale” del “Museo” (allestita, per l’occasione con disegni tecnici per componenti di telai meccanici) e si aprirà con il saluto istituzionale della “Fondazione” e di Antonella Giordano, assessora alla Cultura della “Città di Chieri”, maggior sostenitore dell’evento.

Dopo una breve introduzione al tema di quest’anno, seguiranno gli interventi dei relatori ospiti. Per prima, Silvana Nota, critica e curatrice d’arte, spazierà “Tra arte, telaio tradizionale e telaio digitale”, soffermandosi anche su casi esemplari di “Fiber Art” (linguaggio dell’arte tessile contemporanea che assume a mezzo espressivo fibre tessili, filati, tessuti o materiali flessibili di vario genere), di cui è massima e riconosciuta esperta.

A seguire toccherà ad Elena Baistrocchi, direttrice della “Fondazione Arte della Seta Lisio” di Firenze, discutere proprio di “Tecnologia e tradizione tessile: un rapporto alla pari”, presentando l’attività di studio, progettazione e produzione di tessuti contemporanei ispirati alle tecniche storiche presso l’eccellenza fiorentina da lei amministrata e con cui la “Fondazione Chierese per il Tessile” ha intrecciato un’intesa consolidata ormai nel tempo.

A chiudere gli interventi, sarà la “digital designer” Giulia Panero che presenterà gli esiti della sua ricerca di tesi “Trame sonore” con cui si è diplomata a pieni voti all’“Accademia Albertina” di Torino nel luglio scorso, adiuvata dal relatore Stefano Sasso, docente di “Sound Design” e dal co-relatore Melanie Zefferino, docente di “Cultura Tessile” (nonché presidente della “Fondazione Chierese per il Tessile” e del “Museo del Tessile”), che contribuiranno all’intervento della giovane artista torinese.

L’installazione artistica “interattiva” di Giulia Panero, che coniuga “cultura materiale tessile” e “tecnologia del suono”, sarà esposta nell’ambito del convegno.

Come di consueto, grazie a Mitti BaiottiLaura ScagliaWalter Borsetto e ad altri collaboratori, preziose “guide”  della “Fondazione”, la giornata terminerà con una “visita guidata” al “Museo” e all’“Orto del Tessile” di Chieri.

 

Ingresso libero al Convegno e al “Museo”.

Prenotazione obbligatoriaprenotazioni@fmtessilchieri.org

Per ulteriori info: “Museo del Tessile”, via Santa Clara 6, Chieri (Torino); tel. 329/4780542 o www.fmtessilchieri.org

g.m.

Nelle foto: “Fondazione Arte della Seta Lisio”; Silvana Nota e Giulia Panero

Il Frutteto dell’Abbazia di Vezzolano

È carico di frutti, rigoglioso e poetico come sempre, il Meleto di Vezzolano, ad Albugnano, nato accanto alla millenaria Abbazia, uno dei più importanti monumenti medievali del Piemonte, tra boschi e vigneti sulle colline astigiane. Si raccolgono le prime mele mentre tutto intorno impazza la vendemmia, anticipata per il caldo torrido. Illuminato dal sole, il Frutteto della Chiesa Canonica di Santa Maria di Vezzolano (questo il vero nome dell’edificio religioso) risplende di fascino e pare ancora più bello del solito. Compie 30 anni di vita e riprende l’antica tradizione dei monaci che coltivavano alberi da frutto per la propria comunità religiosa. Ma queste sono mele speciali con forme, colori, profumi e sapori che oggi non si trovano quasi più. In questo meleto, nato nel 1996, si trovano le più antiche varietà autoctone di mele che erano a rischio scomparsa. Una cinquantina le piante e 24 le varietà, ogni mela ha un aspetto diverso dalle altre, come avveniva anticamente. E qui sta il valore autentico del meleto che risiede nella tradizione di conservare il patrimonio genetico delle varietà locali senza dimenticare il rapporto storico tra monasteri, il paesaggio e la coltivazione della terra. La varietà più precoce è la San Giovanni, poi la Ciocarina rossa, raccolta a fine settembre, mentre nella prima metà di ottobre si raccolgono Pom Arnent, Marcon e Ciocarina bianca. Il terreno dietro la Canonica di Vezzolano fu affidato negli anni Novanta a un gruppo di volontari che decisero di ricreare, indagando antichi disegni, un frutteto simile a quello dell’epoca medievale. Si costituì così “il Frutteto della Canonica-Comitato per la salvaguardia del paesaggio rurale” di cui fece parte, tra gli altri, lo scrittore Carlo Fruttero. Purtroppo il meleto non è visitabile, non è infatti inserito nel percorso di visita dell’abbazia, un vero peccato, si può però vedere dall’alto, dal piazzale della chiesa, meglio di niente. Si può entrare solo per attività didattiche e agronomiche con i soci dell’associazione “Frutteto di Vezzolano”.
                                                                                             Filippo Re

Al Circolo degli Artisti la mostra “Il sé, i fiori e il vento” dell’artista Nadia Carrà

Sarà inaugurata lunedì 7 settembre prossimo, alle ore 17, presso la Giardiniera Reale, la mostra personale di Nadia Carrà dal titolo “Il sé, i fiori e il vento”, promossa dal Circolo degli Artisti di Torino. Tre sono i simboli e gli archetipi rappresentativi dell’esposizione e della ricerca dell’artista che, attraverso essi, entra in una dimensione di legami che le società occidentali hanno perso progressivamente nel tempo, a partire dal Novecento. Il tema del “sé”, riportato nell’arte di Nadia Carrà al suo stato più puro, fanciullesco e privo di sovrastrutture, entrerà in contatto con un rinnovato sguardo sulla bellezza, la caducità e la delicatezza dei fiori, evocati nelle sue opere pittoriche come una sorta di tenero monito contro la dimenticanza, mossi dallo stesso vento che sfiora la materia e la vita, eterna rappresentazione del tempo che attraversiamo e da cui inevitabilmente veniamo attraversati.
Un viaggio artistico nell’identità e nella coscienza, quello di Nadia Carrà, espresso nell’originalità di una tecnica pittorica libera, scevra da gabbie stilistiche “accademiche” che andrebbero a rallentare il rapporto volutamente empatico con il pubblico.

Nadia Carrà è un’artista visiva autodidatta, i suoi studi sono basati su una profonda osservazione della luce volta alla visione interiore che traspare nei suoi dipinti, sculture e installazioni, elevando così l’arte pittorica e scultorea da semplice materia a vero e proprio spirito.

Giardiniera Reale – corso San Maurizio 6, Torino

“Il sé, i fiori e il vento” – mostra personale di Nadia Carrà dal 7 al 20 settembre 2026 – inaugurazione lunedì 7 settembre alle ore 17.

Orari: da lunedì a venerdì ore 15.30/19.30 – sabato e domenica su appuntamento.

Ingresso libero

Info: www.circoloartistitorino.it – info@circoloartistitorino.it

Mara Martellotta

Quando la macchina smette di calcolare e comincia a pensare: la GAM acquisisce tre opere di Vincenzo Agnetti  

Grazie al contributo di Strategia Fotografia 2026, il museo torinese arricchisce le proprie collezioni con tre lavori storici del ciclo Macchina drogata. Un’acquisizione che dialoga con la mostra dedicata all’artista e che, a più di cinquant’anni di distanza, interroga ancora il nostro rapporto con tecnologia, linguaggio e creatività artificiale.

Cosa accade quando una macchina smette di fare ciò per cui è stata costruita? Quando un oggetto progettato per calcolare viene sottratto alla sua funzione, alterato, spinto fuori dalla logica della precisione e trasformato in qualcosa di imprevedibile?

È da una domanda che oggi sembra appartenere pienamente al nostro tempo, sospeso tra intelligenza artificiale, automazione e creatività tecnologica, che prende forma una delle ricerche più radicali di Vincenzo Agnetti. E proprio a quell’universo la GAM di Torino dedica ora un nuovo e importante capitolo.

La Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea si è infatti aggiudicata il contributo di Strategia Fotografia 2026, l’avviso pubblico promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, destinato all’acquisizione di tre opere di Agnetti, Oltre il linguaggio, realizzate tra il 1969 e il 1970 e appartenenti al celebre ciclo della Macchina drogata. Un ingresso significativo nelle collezioni del museo che arriva mentre è ancora in corso, fino al 1° novembre 2026, la mostra dedicata alle sperimentazioni fotografiche dell’artista tra gli anni Settanta e Ottanta, nell’ambito del progetto Vincenzo Agnetti in occasione del centenario della nascita dell’artista e curato da Chiara Bertola con Virginia Lupo.

Una calcolatrice fuori controllo

La Macchina drogata nasce da un gesto tanto semplice quanto rivoluzionario: Agnetti interviene su una macchina calcolatrice, privandola della sua funzione originaria e trasformandola simbolicamente in una sorta di co-autrice dell’opera. La macchina, insomma, non deve più soltanto eseguire. Può sbagliare, deviare, produrre un risultato inatteso.

È qui che l’artista mette in crisi alcuni dei grandi miti della modernità: l’affidabilità della tecnica, la razionalità dei sistemi, la possibilità stessa di ridurre il linguaggio a un codice perfettamente controllabile. Il successivo intervento sul materiale fotografico restituisce immagini enigmatiche, sospese tra documento e invenzione, tra calcolo e poesia.

Guardate oggi, queste opere sembrano quasi aver attraversato il tempo con una certa dose di preveggenza. In un presente in cui affidiamo sempre più spesso alle macchine la capacità di produrre testi, immagini, idee e persino simulazioni della creatività, le domande poste da Agnetti oltre mezzo secolo fa acquistano una nuova e sorprendente risonanza.

Può una macchina essere creativa? Che cosa accade quando l’automatismo si inceppa? E, soprattutto, chi è davvero l’autore di un’immagine quando il processo creativo viene condiviso con uno strumento?

L’acquisizione delle tre opere non rappresenta soltanto un riconoscimento per il progetto espositivo dedicato ad Agnetti, ma contribuisce a costruire all’interno della GAM un nucleo sempre più organico attorno alla sua ricerca. Le opere entreranno nel percorso della collezione permanente nell’autunno del 2026, in occasione della presentazione del catalogo della mostra, realizzato in collaborazione con l’Archivio Agnetti. Andranno così ad affiancare Photo-graffia, già entrata nelle collezioni del museo nel 2024 grazie al sostegno della Fondazione Arte CRT. Un percorso che permette di raccontare con maggiore continuità la ricerca di uno dei protagonisti più originali dell’arte concettuale italiana del secondo Novecento, mettendola inoltre in dialogo con altri grandi nomi della fotografia italiana già presenti nelle raccolte della GAM, da Luigi Ghirri a Mario Giacomelli, fino a Claudio Abate.

Valeria Rombolà

Foto: Vincenzo Agnetti, oltre il linguaggio, 1969 (particolare) ingrandimento fotografico di colore verde su tela emulsionata. Opera acquisita nell’ambito del progetto vincitore di Strategia Fotografia, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura