ARTE- Pagina 2

“Sia Luce”: ultima settimana

Si celebra anche attraverso l’arte, nel quattrocentesco “Duomo – Cattedrale di Santo Stefano” di Biella, la Santa Pasqua di Resurrezione

Da marzo a domenica 7 giugno, giornata del “Corpus Domini”

Biella

“Immagini di soglia”. Così sono state, a ragione, definite le opere del chioggiotto Riccardo Albiero, solo due, esposte nella maestosa solennità della quattrocentesca “Cattedrale di Santo Stefano” a Biella (fatta costruire dalla Comunità locale nel 1402, a seguito di un voto fatto alla Madonna di Oropa per la scampata pestilenza del 1399 e diventata “Cattedrale” nel 1772, con la titolazione della “Città della Lana” a sede vescovile) in quel tempo pasquale che tradizionalmente invita a riflettere sul passaggio “dalla notte alla luce”, “dalla morte alla vita”. Attraverso “immagini di soglia”che sono “preghiera muta” e “apparizione fugace”, per l’appunto. Solo due, si diceva, perfettamente inserite nel Progetto “Sia Luce”, promosso dalla “Parrocchia di Santo Stefano” (patrono di Biella), a cura di Irene Finiguerra per “BI-BOx – APS”, nell’ambito del Bando “CulturHUB” di Città e Cattedrali e della “Consulta Regionale per i Beni Ecclesiastici”. “The Silent Choir” (“Il suono del silenzio”, olio e acquerello su tela, di grandi dimensioni) e “A Sorrowful Charm” (“Un fascino doloroso”, olio su tavola), i titoli dei dipinti, entrambi datati 2025, entrambi espressione tecnicamente rigorosa di “un universo silenzioso e contemplativo dove la pittura si fa gesto spirituale, evocazione ed offerta”.

In tal senso, é da leggersi la pittura di fragile realismo, pur nella tecnica di perfetta definizione, di Riccardo Albiero. Figura ascetica, le braccia lungo i fianchi, una postura composta in silente, intima preghiera nel suo fisso osservarci quali amichevoli presenze cui chiedere gesti di comune devota condivisione, quella del giovane (autoritratto?) dallo sguardo profondo e penetrante di “The Silent Choir”. Alle sue spalle un “telo sospeso” (quasi sipario teatrale) in cui vediamo muoversi “ombre di colombe in volo” (simbolo eterno di pace cristiana e riconciliazione divina), riflesse in un gioco di smosso chiaro-scuro nell’ampia camicia chiusa ai polsi, fiori appena accennati nella delicatezza di morbide cromie e un “cardo” disegnato in basso a sinistra. Il volto del giovane “non descrive un’ identità definita–sottolinea Irene Finiguerrama una presenza interiore, come una figura che affiora come memoria dell’anima, come tracce di un mistero che non si lascia afferrare ma solo intuire”. E mistero, realtà simbolica è ancora il “cardo” che si ripete da “The Silent Choir” al più piccolo “Sorrowful Charm”, dove appare tenuto in mano forse dallo stesso giovane del precedente dipinto. Anche qui, non semplice  grafica ornamentale di una comune “pianta” erbacea, ma, in ambito religioso, elevato simbolo associato al dolore, alla corona di spine e alla passione del Cristo, del Cristo che si fa uomo e assume su di sé la maledizione della Genesi per redimere l’umanità. Ancora Irene Finiguerra:“Queste opere parlano a chi crede, ma anche a chi è in ricerca. A chi riconosce nel tempo pasquale un mistero di fede e a chi, semplicemente, attraversa la Cattedrale in cerca di silenzio. Non chiedono appartenenza, ma disponibilità all’ascolto. In un tempo spesso segnato dal rumore e dalla fretta, invitano a sostare senza difese, a lasciarsi toccare da una luce che non impone risposte ma apre domande. Fino a giugno, nel tempo disteso che segue la Pasqua e conduce verso la pienezza della luce estiva, queste immagini continuano a parlare di vita che rinasce e di presenza che si fa discreta. Non proclamano, non spiegano: accompagnano. Sono come preghiere mute affidate alla pittura, offerte silenziose che chiedono soltanto di essere accolte”.

Preghiere. Preghiere che fanno volare alto sentimenti d’amore. E che, personalmente, mi sollecitano ricordi e domande su altre accorate musicali invocazioni:

“Ti guardo camminare in chiese così alte/Ti sento parlare e fai esplodere il mio cuore/Sento il …/Sento il coro silenzioso/

E tu, ti prendi cura di me?/E tu, pensi mai a me? …/

Invocazioni, interrogativi riportati in musica “stile – coldwave” nel brano “The Silent Choir” (stesso titolo del dipinto di Albiero) pubblicato nel 2018 dal duo musicale svizzero-britannico degli “Lebanon Hanover”. Puro caso? Mia casuale suggestione? O anche per Riccardo Albiero, fascinosa fonte d’ispirazione? In ogni caso, restano le motivazioni di un dolce incantesimo e “la connessione profonda tra anime solitarie – come si è scritto – che non hanno bisogno di parole per comprendersi”.

“Sia Luce”

Il Progetto mette al centro del suo interesse il complesso della “Cattedrale di Biella”, come fulcro della spiritualità della città e del suo territorio. Dall’ottobre del 2019, anno di nascita del progetto a oggi, sono state più di settanta le iniziative ospitate. “Sia Luce” è dunque un’occasione per approfondire la conoscenza della “Cattedrale” e di tutto il complesso di “architettura sacra” che si è sviluppato, su Piazza Duomo, nel corso dei secoli. Una periodica esposizione di opere d’arte contemporanee legate al tema del “sacro” consentono di integrare e far dialogare i beni artistici che la “Cattedrale” o il “Battistero” custodiscono con un linguaggio nuovo e accattivante.

Per info: tel. 392/5166749 o info.bibox@gmail.como www.bi-boxartspace.com

Gianni Milani

 

Nelle foto: Allestimento interno opere Riccardo Albiero; “The Silent Choir”; “A Sorrowful Charm”; Biella, Piazza Duomo (Ph. Davide Corona)

Ai Musei Reali di Torino una mostra che anticipa la rivoluzione caravaggesca

All’interno dello Spazio Scoperte dei Musei Reali di Torino, al secondo piano della Galleria Sabauda, si apre la mostra “La luce del vero prima di Caravaggio: Lotto e Savoldo” dal 30 maggio al 15 settembre prossimo. Si tratta di un approfondimento riguardante due protagonisti del primo Cinquecento veneto e lombardo, ovvero Lorenzo Lotto (Venezia, 1480-Loreto, 1556/57) e Giovanni Girolamo Savoldo (1480 – Venezia, post 1548). In comune tra i due artisti vi è la sensibilità verso una cultura figurativa nordica, evidente nell’attenzione alla luce, al dato naturale e alla resa psicologica dei personaggi attraverso una pittura intensa, partecipativa, emotiva e rigorosa nell’indagare il reale, anticipazione della rivoluzione caravaggesca.

Questa linea interpretativa venne evidenziata da Roberto Longhi, tra i maggiori studiosi di Caravaggio, che nella celebre monografia del 1952 individuò in Lotto e Savoldo alcuni dei più significativi precursori del maestro lombardo, riconoscendo nelle loro opere “una umanità piùaccostante” e un “colorito più vero ed attento”, capaci di rivelare una nuova comprensione della natura umana e della realtà.

La riscoperta di questi due artisti è avvenuta grazie al lavoro decennale di Giovan Battista Cavalcaselle (Legnago, 1819 – Roma, 1897), pioniere della disciplina della storia dell’arte, al quale è dedicata la seconda sala della mostra. Qui sono riprodotti – per gentile concessione della
Biblioteca Marciana di Venezia, dove sono confluite tutte le sue carte – i disegni di studio relativi alle tre opere esposte. Cavalcaselle, in un momento in cui la fotografia non è ancora diventata uno strumento chiave per lo sviluppo della storia dell’arte, usa la propria abilità di disegnatore per fissare, ora con tratto sommario, ora con dovizia di dettagli, la memoria delle opere d’arte viste in collezioni pubbliche e private.

“Ancora una volta – ha dichiarato Paola D’Agostino, Direttrice Generale dei Musei Reali di Torino – proponiamo al nostro pubblico una mostra dossier che invita a guardare lentamente (slow-looking), a fermarsi perscoprire dettagli, a cambiare il passo di visite ai musei fatte sempre più in velocità. Ringrazio Annamaria Bava e Alessandro Uccelli, che hanno curato la mostra con un taglio inedito, molto riuscito, nell’evocare anche il modo di studiare l’arte di due grandi conoscitori del passato. Ringrazio anche tutto il personale dei Musei Reali di Torino, che ogni giorno lavora con dedizione e professionalità. Esprimo la mia gratitudine, infine, anche ai colleghi a guida di altre istituzioni museali e agli studiosi che terranno alcune conferenze per il nostro pubblico, all’interno del nostro public program”.

“Il prestito della Sacra Famiglia con santa Caterina d’Alessandria ai Musei Reali di Torino – ha dichiarato Maria Luisa Pacelli, Direttrice dell’Accademia Carrara di Bergamo – rappresenta per l’Accademia Carrara un’occasione particolarmente significativa per condividere con un nuovopubblico uno dei dipinti più poetici della maturità di Lorenzo Lotto. Datata 1533, l’opera rivela la capacità dell’artista di intrecciare intensità emotiva, luce e profondità spirituale in una visione del sacro profondamente umana e moderna. Allo stesso tempo, il confronto con un diverso contesto museale offre la possibilità di far emergere nuove risonanze e prospettive di lettura, valorizzando la forza narrativa e la sottile tensione psicologica della sua pittura. In questo senso, il dialogo con i dipinti di Savoldo mette in luce la ricchezza della culturafigurativa lombardo-veneta del primo Cinquecento, accomunata da una sensibilità nuova verso il dato naturale, la dimensione interiore e la resa atmosferica della luce. Questo progetto testimonia infine la collaborazione particolarmente feconda tra Accademia Carrara e Musei Reali di Torino, fondata sulla condivisione di ricerca, visioni e patrimonio”

 Musei Reali, Galleria Sabauda Spazio Scoperte – Piazzetta Reale 1, Torino

Dal 30 maggio al 15 settembre 2026

Orari: dal giovedì al martedì 9.00-19.00 (la biglietteria chiude alle
ore 18.00) – Chiuso il mercoledì

La mostra dossier è a cura di Annamaria Bava e Alessandro Uccelli
Progetto allestitivo Stefania Dassi e Barbara Vinardi
Progetto grafico Paolo Mamino
Filmato prodotto da Stefano P. Testa per Lab80 Film su un testo di
Alessandro Uccelli

Mara Martellotta

Due nuove sale, tutte da vedere, alla Palazzina di Stupinigi

Sono la “Sala Crivelli” e la “Sala Principini”: inaugurate nei giorni scorsi, entrano nel percorso di visita della juvarriana “Residenza Sabauda”

Nichelino (Torino)

Se mai ce ne fosse stato bisogno, c’è oggi un motivo in più per debitamente visitare quello splendore “Barocco” – “Rococò” che è la sabauda “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, progettata nel 1729 da Filippo Juvarra per volere di Vittorio Amedeo II di Savoia e principalmente adibita, come ben si sa, alle sfarzose “battute di caccia” e alle grandi, sontuose feste e ricevimenti di corte. Nei giorni scorsi, tra storiche “quadrerie”, nature morte, pitture di animali e ritrattistica infantile di corte, sono state infatti inaugurate due nuove magnifiche “Sale” che raccontano un capitolo poco conosciuto del “Museo dell’Arte e dell’Ammobiliamento”, ospitato nella “Palazzina” e composto da oltre duecento opere (datate tra XVII e XIX secolo) giunte a Stupinigi negli Anni Venti del Novecento proprio per l’allestimento del succitato “Museo”. Due nuove “Sale”, si diceva: la “Sala Crivelli” e la “Sala Principini”. Davvero due magnifiche “scoperte”, regalate alla Città e destinate ad arricchire oltremodo gli splendori della “Palazzina”, “Patrimonio UNESCO”.

“Sala Crivelli”

A completamento della visita dell’“Appartamento del Re”, la nuova saletta restaurata (ai tempi destinata a piccola camera da letto) è  dedicata a un nucleo di quindici dipinti, opera di Angelo Maria Crivelli, detto il “Crivellone”, e del figlio Giovanni, il “Crivellino”, tra i più apprezzati interpreti lombardi della pittura di “animali” e “nature morte” tra la fine del Seicento e la metà del Settecento. Padre e figlio lavorarono molto insieme, con uno stile di chiara “matrice fiamminga” il primo, più attento a giochi di rigoroso e suggestivo “virtuosismo espressivo” il secondo, chiamato nel 1733 da Filippo Juvarra a realizzare gli “otto paracamini” del “Salone Centrale” della Palazzina, a tutt’oggi conservati. Le opere esposte – provenienti dal “Castello di Moncalieri” e successivamente confluite nelle raccolte di Stupinigi – raccontano un genere molto presente nelle Residenze Sabaude: scene di cortileselvagginapescipaesaggi boschivi e composizioni floreali costruite con attenzione naturalistica e forte impatto decorativo. Due opere di grandi dimensioni della stessa serie, raffiguranti “animali da cortile”, sono conservate, pare, nello “Studio” del “Presidente della Repubblica” al Quirinale. 

I dipinti del “Crivellone” si concentrano in prevalenza su “scene di caccia”, animali selvatici e da cortile colti con grande minuzia di segno e svolazzi cromatici all’aperto, “in un dialogo continuo tra osservazione del dato reale e costruzione scenografica dell’immagine”. Nelle opere del “Crivellino” (forse più apprezzato, rispetto al padre, dalla Corte Sabauda) prevalgono invece le grandi “nature morte” di pesci, soprattutto, arricchite da conchiglie, funghi, verdure e dettagli naturalistici. Pittura più complessa nella struttura scenografica e nella scelta tematica. Esposte tra il 2024 e il 2025 le opere dei Crivelli sono state in parte restaurate, grazie al contributo di “AON spa”, a cura di “Open Care – Servizi per l’Arte” di Milano. Un ultimo intervento di manutenzione straordinaria sulle opere non ancora restaurate è stato recentemente eseguito dal “Centro Conservazione e Restauro” de “La Venaria Reale”.

“Sala Principini”

Nelle sale del “Gabinetto di toeletta” dell’“Appartamento della Regina” e nella “sala successiva” sono presentati 23 ritratti (XVII – XVIII secolo) di “bambini” e “infanti” diretti discendenti della “Casa Savoia” o ad essa correlati: dipinti di raffinata qualità pittorica, che nel tempo sono stati studiati ed esposti in molte occasioni singolarmente. Le firme vanno da autori di pregio della corte sabauda (da Francesco Cairo a Maria Giovanna Battista Clementi – “La Clementina” a Giuseppe Duprà) a  pittori francesi della cerchia di Nicolas de Largillière e Pierre Gobert, loro i ritratti dei principi di Lorena. La nuova “Sala” rappresenta, inoltre, due serie omogenee di ritratti: da una parte i figli di Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773) e, dall’altra la serie dei figli di Vittorio Amedeo III e Maria Antonia Ferdinanda di Spagna, il cui ritratto recentemente restaurato (con il sostegno del “Rotary Club Distretto 2031”) rappresenta il primo recupero delle immagini delle “dame di corte” che affianca quello dei piccoli “principi”. Figlia di Filippo V, re di Spagna, e di Isabella Farnese, Maria Antonia Ferdinanda di Borbone-Spagna sposò nel 1750 il principe Vittorio Amedeo, futuro Vittorio Amedeo III, entrando a far parte della “corte sabauda” in una fase di profondo rinnovamento politico e culturale. “Regina di Sardegna” dal 1773 al 1796, soggiornò a lungo nei mesi estivi alla “Palazzina” di Stupinigi, animandola con “feste” e “battute di caccia”.

Per info: “Palazzina di Caccia”, piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi-Nichelino (Torino); tel. 011/6200601 o www.ordinemauriziano.it

Gianni Milani

Nelle foto: Allestimenti (particolari) “Sala Crivelli” e “Sala Principini” (Ph. Mariano Dallago)

L’Arazzo di Bayeux torna a Londra, i legami con il Piemonte

Ci sono alcuni legami indiretti tra il famoso Arazzo di Bayeux dell’XI secolo e il Piemonte anche se non esiste un collegamento diretto e documentato. Qualche punto di contatto si può però trovare. Perché ne parliamo? Intanto perché è un’opera storica e grandiosa, 70 metri di ricamo di lana su lino che narrano la conquista dell’Inghilterra da parte del Duca normanno Guglielmo il Conquistatore nel 1066, la celebre battaglia di Hastings contro il re inglese Harold, una delle pagine più importanti della storia inglese. Cinquantotto scene, oltre 600 personaggi, una trentina di imbarcazioni e più di 200 cavalli, scene di guerra e cerimonie di corte, con abbigliamenti e costumi dell’epoca. È attualmente custodito in un luogo segreto della città normanna perché la sua vera sede, il Museo locale, è chiuso per lavori di ristrutturazione.
Ma la notizia è un’altra: dopo quasi 1000 anni il Bayeux Tapestry torna nel Regno Unito, al British Museum, per una mostra eccezionale, visitabile da settembre 2026 a luglio 2027. E si potrà vedere come finora non si è mai visto, disteso per intero, in posizione orizzontale, in una vetrina appositamente progettata. Ma c’è anche una domanda che inquieta storici dell’arte e servizi segreti…riuscirà ad attraversare il Canale della Manica e uscirne indenne? Già nel 2021 alcuni scienziati avevano segnalato lo stato di fragilità dell’opera, ritenuta troppo delicata per essere trasferita. Un danno non sarebbe riparabile. Per la preziosa tappezzeria medievale (forse rivestiva le pareti del refettorio di un monastero) è stata stipulata una folle assicurazione di 800 milioni di sterline, poco più di 900 milioni di euro. Quell’opera d’arte, forse realizzata a Canterbury, resta un oggetto di pregevolezza inestimabile che racconta l’XI secolo. Nel secolo successivo i Normanni ebbero rapporti molto stretti con i Savoia che poi avrebbero governato il Piemonte. La dinastia dei Savoia faceva parte della stessa rete aristocratica europea che comprendeva anche i Normanni che transitavano spesso per i valichi alpini e visitavano l’abbazia della Sacra di San Michele. L’arazzo onora la cavalleria feudale con cavalieri, cavalli, armi e stendardi, una cultura cavalleresca medievale che si diffuse presto anche nell’area piemontese.                                           Filippo Re
nelle fotografie l’Arazzo nel Museo di Bayeux e scene della battaglia di Hastings (1066)

Reggia di Venaria, “Eredità visiva di tre generazioni”

La  Reggia di Venaria ospita dal 28 maggio al 30 agosto prossimi, lungo la Promenade della Galleria Alferiana, una nuova mostra fotografica dal titolo “Eredità visiva di tre generazioni”.
L’esposizione, curata da Pierangelo Cavanna e Paolo Robino, è organizzata dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude grazie al coordinamento dell’architetto Stefano Trucco e al contributo di una serie di sponsor, personalità e enti, che hanno consentito il suo allestimento e la sua realizzazione ed è compresa nel percorso di visita della Reggia.
La mostra è dedicata ad una singolare genealogia familiare, quasi una saga, che ha per protagonisti tre membri della famiglia Robino che, nel corso di tre quarti di secolo, si sono dedicati e si dedicano all’universo delle immagini scattate dalla macchina fotografica, dalla fotografia analogica a quella digitale e ora all’immagine di sintesi e all’intelligenza artificiale.

Si tratta di un viaggio affascinante attraverso l’evoluzione dell’immagine tracciando il percorso artistico e tecnologico di tre generazioni di autori torinesi. Tre storie di immagini che testimoniano anche il progressivo passaggio dalla pratica amatoriale a quella professionale, nei distinti ambiti della documentazione del patrimonio artistico e architettonico e della fiction.
La mostra è  articolata in tre sezioni ordinate in senso cronologico, ciascuna dedicata a un membro della famiglia e si apre con le fotografie del padre Stefano, seguite da quelle del figlio Paolo, per chiudere con le elaborazioni e produzioni digitali del nipote Filippo.
Di Stefano Robino ( 1922-2017) sono presenti 85 stampe fotografiche, realizzate tra il 1948  e il 1970, che ricostruiscono l’attività di questo autore che, nelle sue stesse parole, ebbe sempre un approccio professionale senza mai diventare un professionista, nonostante la notorietà raggiunta a partire  dalla metà  degli anni Cinquanta, con partecipazione a mostre e concorsi internazionali e la pubblicazione su importanti riviste quali “Il Corriere Fotografico”, “Ferrania”, “Leica Photografie”, “Life” e “Modern Photography”.
Il lavoro condotto sull’archivio di Stefano Robino, ricco di decine di migliaia di negativi, provini e stampe originali, ha permesso di comprendere il suo processo di produzione e le tematiche da lui privilegiate, i Luoghi, le Fabbriche, le Figure, i Racconti, per chiudere con una sezione intitolata L’Archivio rivisitato, che si propone come una ulteriore apertura, quasi un suggerimento di ricerca, costituita di immagini che egli non aveva scelto, non aveva mai stampato, ma che ancora oggi ci appaiono suggestive e stimolanti.

Sono 54 le fotografie in mostra di Paolo Robino ( 1952), professionista dal 1978. La sua sequenza antologica parte dai primi anni Settanta, quando raccoglieva l’eredità artistica del padre, per giungere fino alle ultimissime produzioni, con un’ampia proposta di campagne di documentazione del patrimonio artistico e architettonico, indicata anche dal progressivo passaggio dalla fotografia analogica all’immagine digitale, cui si aggiungono alcuni ritratti  e figure ambientate, tracce di legami affettuosi professionali e personali.

Ambiente digitale e immagine di sintesi sono ormai il territorio di elezione della pratica professionale di Filippo Robino (1987), attivo come autore di effetti speciali ( FX Artist)  e da alcuni anni titolare di uno studio specializzato nella produzione di effetti speciali. In mostra l’artista fotografo propone  un interessante video di animazione in AI delle fotografie realizzate  dal nonno Stefano  e uno Showreel personale con estratti delle proprie produzioni VFX per film e serie TV, spot pubblicitari, videogiochi e videoclip musicali.

MM

Ad Maiora Art, espongono Valentino e Sandona’

Manca ormai pochissimo all’inaugurazione della nuova mostra bipersonale ospitata da Ad Maiora Art, che vedrà protagonisti gli artisti Lara Valentino e Cristiano Sandonà. Un percorso espositivo che metterà in dialogo arte materica e linguaggio bidimensionale, dando vita a un confronto intenso tra stili, tecniche e visioni differenti.
Grande attenzione anche da parte del direttore generale Alessio Torzi, da sempre sostenitore della sperimentazione artistica contemporanea e della ricerca legata alla materia.
La comunicazione dell’evento porta invece la firma di Andrea De Benedictis, che ha ideato un progetto visivo capace di fondere le opere dei due artisti in illustrazioni, locandine e contenuti digitali, trasformando la promozione stessa in parte integrante dell’esperienza espositiva.
La mostra sarà visitabile a ingresso libero dal 1° al 30 giugno presso la sede di Via Santa Maria 4/C a Torino.
Per informazioni: 3273089505.

Enzo Grassano

KASAI folk giapponese, ritmi footwork e sperimentazioni glitch

Ultimo appuntamento del public programme della mostra Chiharu Shiota. The Soul Trembles

A cura di Chiara Lee e freddie Murphy

 

Giovedì 28 maggio 2026 ore 19:30

 

MAO Museo d’Arte Orientale

Via san Domenico 11 – Torino

 

Anche per Chiharu Shiota: The Soul Trembles, il MAO presenta Evolving Soundscapes, il public programme curato da Chiara Lee e freddie Murphy che, attraverso una selezione di musicisti e sound artist contemporanei espande e arricchisce la mostra attraverso il suono.

All’interno dello stesso percorso curatoriale si inserisce anche la serie di vinili ideata da Chiara Lee, freddie Murphy e Davide Quadrio, direttore del MAO: un catalogo audio delle mostre temporanee, che finora comprende le uscite di Shigeru Ishihara, Abdullah Miniawy e Park Jiha.
Nell’ottica di collaborazione che contraddistingue l’attività del MAO, per l’edizione 2025-26 il programma si estende oltre gli spazi del museo con concerti co-prodotti e co-curati insieme a OGR Torino, dando vita a una rassegna condivisa, e con Combo, sede dell’evento inaugurale del 21 ottobre.

L’evento di chiusura di Evolving Soundscapes in programma giovedì 28 maggio alle 19:30 è affidato a KASAI, artista di Kyoto che sperimenta con gli antichi stili folk giapponesi fin dal 2015.

Utilizzando il concetto giapponese di 温故知新 (onko-chishin), che significa “sviluppare nuove idee a partire dallo studio del passato”, KASAI lavora sulla creazione di un’espressione del tutto unica della musica folk Ondo e Minyo, infondendola di una modernità ipnotica ed esuberante attraverso beat e ritmi complessi tipici del footwork.

Come molti della sua generazione, KASAI ha vissuto in luoghi diversi, spesso in periferia, e non si riconosce radicato in una cultura folk iper-locale, come sarebbe stato per un artista minyo un secolo fa. Eppure riporta il minyo alle sue radici quotidiane — le realtà materiali della vita di tutti i giorni, con le sue fatiche e le sue gioie senza tempo — offrendo così uno sguardo raro sulla vita della classe lavoratrice contemporanea in Giappone.

Ha pubblicato gli album OWN ℃ (2021) e J/P/N (2023) con l’etichetta Chinabot, ed è il fondatore della tape label Hoge Tapes.

Biglietto unico: 5€ acquistabile in museo e online

L’archeologia si racconta nei Musei nazionali del Piemonte 

ARWE 2026, Torino capitale della ricerca artistica internazionale

Arte, scienza e visione 

L’arte è profetica: anticipa il futuro, rende visibili le trasformazioni ancora in atto e offre strumenti per immaginare e costruire mondi migliori. Da questa convinzione nasce ARWE – Art Research World Expo, uno spazio di confronto promosso dall’Accademia Albertina di Torino.

 

Dal 25 al 30 maggio 2026, con esposizioni visitabili fino al 6 giugno, Torino ospita ARWE – Art Research World Expo: un evento promosso dall’Accademia Albertina di Belle Arti che trasforma la città in un laboratorio globale di ricerca artistica contemporaneaMostreperformanceteatrodanzacircooperaworkshop e conferenze animano i luoghi simbolo della città, costruendo una mappa culturale diffusa e accessibile a tutta la comunità.

 

Culmine del progetto INAR – Italian Network of Artistic Research, finanziato dall’Unione Europea attraverso i fondi Next Generation EU del PNRR, ARWE mette a sistema il talento di una nuova generazione di artisti provenienti da ventuno scuole d’arte italiane e ventisette istituzioni internazionali di diciotto Paesi. Non è la celebrazione di ciò che l’Accademia è stata, ma la dimostrazione di ciò che è capace di essere: un’istituzione nata nel 1678 che sceglie oggi di aprirsi a tutti i linguaggi espressivi del presente.

 

A testimoniare il peso culturale e istituzionale della manifestazione, il messaggio del Ministro dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini. Un segnale chiaro da parte del Governo: ARWE non è un evento accademico tra i tanti, ma un progetto strategico per il Paese, e investire in ricerca artistica significa investire nel futuro della cultura, dell’innovazione e della formazione italiana nel mondo.

 

«Arte e scienza parlano linguaggi che possono sembrare diversi. In realtà condividono la stessa direzione: superare i confini di ciò che sappiamo e dare forma a ciò che non conosciamo. La tecnologia può accelerare il cambiamento, l’arte che lo rende umano, comprensibile, necessario. È da questo incontro che nasce l’innovazione più vera: quella che non si limita a costruire il futuro, ma lo immagina e lo rende possibile. Per questo il riconoscimento a Michelangelo Pistoletto e a Stelarc ha un valore che va oltre le singole opere. Racconta visioni diverse, ma unite da una stessa tensione: spingere l’umanità oltre i propri confini, tra materia e pensiero, tra corpo e tecnologia, tra immaginazione e realtà.»

 

La scelta di Torino non è casuale. La città non è solo la sede dell’evento: è essa stessa sistema. Ha saputo trasformare la propria identità industriale in una piattaforma culturale avanzata, in cui istituzioni pubbliche e private, musei, fondazioni e centri di ricerca convivono in un equilibrio dinamico. ARWE amplifica questa rete, facendo di Torino una meta ideale per la ricerca artistica nazionale e internazionale.

 

Le parole chiave di ARWE 2026: tre direzioni per immaginare il futuro attraverso l’arte

 

ARWE è orientato da tre parole chiave che non sono slogan, ma assunzioni di responsabilità: un manifesto che guida la selezione degli artisti, la struttura del programma e la filosofia dell’intera manifestazione.

 

Saving the World | Salvare il mondo: non una dichiarazione salvifica, ma la consapevolezza che l’arte rende intelligibili le crisi – climatiche, culturali, identitarie – producendo forme di comprensione che sono il prerequisito di ogni trasformazione.

 

Connecting Cultures | Connettere le culture: un passaggio dalla rappresentazione dell’altro all’esperienza condivisa. La cooperazione artistica internazionale non è un esercizio diplomatico, ma un processo di costruzione di senso attraverso la pratica. ARWE porta a Torino artisti, ricercatori e studenti da istituzioni che, in altri contesti, difficilmente si troverebbero allo stesso tavolo.

 

Empowering and Connecting People | Valorizzare e mettere in relazione le persone: le accademie non formano solo artisti, ma persone dotate di strumenti critici, creativi e relazionali per operare in un mondo complesso. Il fare arte è un atto civile: una responsabilità verso la comunità e verso le generazioni future.

“Luccicanza. Di fiori e di filo, di pietra e di terra, di pelle e di radice”

La Fondazione Zegna presenta da domenica 24 maggio al 22 novembre prossimo la mostra “Luccicanza. Di fiori e di filo, di pietra e di terra, di pelle e di radice”, un progetto di Chiara Camoni concepito per gli spazi di Casa Zegna e curato da Ilaria Bonacossa. A poche settimane dell’inaugurazione della 61esima Biennale di Venezia, dove l’artista rappresenta l’Italia con il progetto “Con te, con tutto”, e di cui Zegna è main sponsor, la mostra nasce da una relazione costruita nel tempo tra la ricerca di Camoni, il paesaggio di Oasi Zegna e la memoria materiale del luogo.

Pensata in connessione con il territorio dell’Oasi, “Luccicanza” si sviluppa come un paesaggio abitabile, in cui scultura, tessitura, ceramica e materia naturale intrecciano le forme del vivente e diventano memoria e trasformazione. Terre, minerali, fibre vegetali e filati provenienti dall’Oasi entrano direttamente nelle opere come elementi attivi, generando un dialogo tra pratica artistica, paesaggio e cultura materiale. La mostra si inserisce nella visione culturale promossa da Fondazione Zegna e da Zegna Art, la struttura che riunisce le iniziative artistiche di Zegna, fondato sull’idea che arte, manifattura e territorio possano essere pensati come parte di una stessa trama culturale e sensibile. Questa mostra di Chiara Camoni, in programma dal 24 maggio a domenica 22 novembre, presso Casa Zegna, dimostra come per la Fondazione Zegna l’arte sia diventata un dispositivo di trasformazione lenta, un modo per osservare la materia, ascoltare i materiali e riconoscere le relazioni che uniscono corpi, paesaggi e storie.

Chiara Camoni è un’artista nata a Piacenza nel 1974 che vive e lavora in un piccolo borgo tra le Alpi Apuane. La sua pratica comprende il disegno, la stampa vegetale,  il video e soprattutto la scultura, con particolare attenzione alla ceramica. I suoi lavori sono spesso frutto di collaborazione con gruppi informali e spontanei, di workshop e seminari più istituzionali.

Info: la mostra è aperta tutte le domeniche dalle 11 alle 17, presso Casa Zegna, in via Marconi 23, Trivero Valdilana, Biella – 015 7591463 – casazegna@fomdazionezegna.org

Mara Martellotta