ARTE- Pagina 2

Il Duca d’Aosta a vent’anni

I monumenti di Torino  / La statua in bronzo fu  trasportata, nel giugno del 1900, dalle fonderie Sperati (corso Regio Parco) al Parco del Valentino e per compiere quel tragitto di circa tre chilometri furono necessarie più di sei ore a causa appunto delle ingenti dimensioni del monumento

Il monumento è situato all’interno del Parco del Valentino, in asse con corso Raffaello e nel centro del piazzale nel quale confluiscono i viali Boiardo, Ceppi e Medaglie D’Oro. La statua che raffigura, sul cavallo ritto sulle zampe posteriori, il poco più che ventenne Amedeo di Savoia Duca d’Aosta durante la battaglia di Custoza, è posta su un dado di granito che poggia a sua volta su un basamento contornato da una fascia di coronamento in bronzo,rappresentante (in altorilievo) 17 figure tra cui numerosi personaggi celebri della dinastia sabauda. Ai gruppi di cavalieri si alternano vedute paesaggistiche come la Sacra di San Michele, il Monviso e Torino con il colle di Superga sullo sfondo.Sul fronte del basamento, poggiata sulla chioma di un albero al quale è appeso lo stemma reale di Spagna, un’aquila ad ali spiegate regge tra gli artigli lo scudo dei Savoia.Nato il 30 maggio 1845 da Vittorio Emanuele (il futuro re Vittorio Emanuele II) e da Maria Adelaide Arciduchessa d’Austria, Amedeo Ferdinando Maria Duca d’Aosta e principe ereditario di Sardegna, crebbe seguendo una rigida educazione militare.Nel 1866 gli venne affidato il comando della brigata Lombardia e partecipò alla battaglia di Custoza nella quale, nonostante fosse stato ferito da un proiettile di carabina, continuò a battersi distinguendosi così per il suo coraggio ed il suo valore.In seguito alla rivoluzione del 1868 e alla cacciata dei Borboni, in Spagna venne proclamata la monarchia costituzionale e nonostante la situazione risultasse molto difficile, Amedeo di Savoia accettò l’incarico così, il 16 novembre 1870, venne eletto Re di Spagna con il nome di Amedeo I di Spagna.Ma la situazione politica risultò ancora più instabile di come lui se la fosse prospettata e davanti a rivolte e congiure (nel 1872 sfuggì miracolosamente ad un attentato), nel 1873 abdicò rinunciando per sempre al trono.Tornato in Italia, venne nominato Tenente Generale e Ispettore Generale della Cavalleria; si spense il 18 gennaio 1890 a causa di una incurabile broncopolmonite.

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Signorilmente affabile con tutti, sempre pronto a prodigarsi per il bene della sua amata città, fu (anche durante il periodo della sua sovranità in Spagna) un personaggio molto popolare e ben voluto tanto che, neanche una settimana dopo la sua morte, la città di Torino costituì un comitato promotore per l’erezione di un monumento a lui dedicato, sotto la presidenza del conte Ernesto di Sambuy. Venne aperta una sottoscrizione internazionale alla quale, la stessa città di Torino, partecipò con la somma di L. 25.000 e in seguito, il 6 marzo 1891, venne bandito un concorso tra gliartisti italiani per stabilire chi sarebbe stato l’autore dell’imponente opera. Tra i ventinove bozzetti presentati ne furono scelti sei che vennero esposti nei locali della Società Promotrice di Belle Arti, in via della Zecca 25 ed in seguito, tra i sei artisti vincitori, venne bandito un nuovo e definitivo concorso che vide come vincitore (nel dicembre del 1892) Davide Calandra. La decisione, secondo le parole della Giuria, fu motivata “dal poetico fervore immaginoso della concezione, dall’eleganza decorativa dell’insieme, dalla plastica efficacia del gruppo equestre e dalla vivace risoluzione del difficile motivo della base“. Inizialmente l’ubicazione del monumento avrebbe dovuto essere, secondo la proposta del Comitato Esecutivo approvata dalla Città di Torino nella seduta del Consiglio Comunale dell’11 giugno 1894, il centro dell’incrocio dei corsi Duca di Genova e Vinzaglio, ma a causa delle dimensioni maestose del basamento si decise che fosse necessario uno spazio più ampio per ospitare l’opera. Dopo avere effettuato delle prove con un simulacro di grandezza naturale in tela e legname (costato alla Città la somma di L. 2480), si decise di collocarla nel Parco del Valentino sul prolungamento dell’asse di Corso Raffaello, presso l’ingresso principale dell’Esposizione Generale Italiana tenutasi del 1898: il 9 novembre 1899 il ConsiglioComunale approvò la scelta della Giunta di tale ubicazione.

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La statua in bronzo fu dunque trasportata, nel giugno del 1900, dalle fonderie Sperati (corso Regio Parco) al Parco del Valentino e per compiere quel tragitto di circa tre chilometri furono necessarie più di sei ore a causa appunto delle ingenti dimensioni del monumento. Il monumento venne inaugurato il 7 maggio 1902, in occasione della Prima Esposizione Internazionale di Arte Decorativa e Moderna di Torino, durante la quale lo scultore fu anche premiato per aver inserito nell’opera elementi di “Art Noveau”. Nel corso dell’inaugurazione il conte Ernesto di Sambuy, a nome del Comitato, consegnò l’opera al Sindaco di Torino. Originariamente il monumento venne circondato da una cancellata in ferro dell’altezza di circa 130 centimetri, disegnata dallo stesso Calandra, che venne rimossa probabilmente a causa delle requisizioni belliche durante la Prima Guerra Mondiale. Nel 2004 il monumento è stato restaurato dalla Città di Torino. Per fare un piccolo accenno al Parco del Valentino, di cui certamente parleremo in modo più approfondito prossimamente, bisogna ricordare che ilmonumento ad Amedeo di Savoia è situato nell’area nella quale, fra Ottocento e Novecento, si tennero a Torino alcune tra le più importanti rassegne espositive internazionali. Nel 1949, proprio a fianco del monumento, sorse il complesso di Torino Esposizioni, un complesso fieristico progettato da Pier Luigi Nervi che, durante le Olimpiadi Invernali di Torino 2006, ha ospitato un impianto per l’hockey su ghiaccio dove sono state giocate circa la metà delle partite dei tornei maschili e femminili. Al termine delle Olimpiadi, la struttura è tornata all’originario uso abituale ripredisponendo un padiglione come palaghiaccio per i mesi invernali. Cari lettori anche questa ennesima passeggiata tra le “bellezze torinesi” termina qui. Mi auguro che il monumento equestre ad Amedeo di Savoia vi abbia incantato ed incuriosito proprio come ha fatto con me; nel frattempo io vi do appuntamento alla prossima settimana alla scoperta o meglio “riscoperta” della nostra città.

Simona Pili Stella

Il Manifesto di Matthew Attard in piazza Bottesini

Prima affissione di Opera Viva Barriera di Milano nell’ambito di Flashback Habitat

Lunedì  20 luglio, alle ore 19, in piazza Bottesini, in Barriera di Milano a Torino, inaugura la dodicesima edizione  di “Opera Viva il Manifesto”, progetto di arte urbana ideato da Alessandro Bulgini, nell’ambito di Flashback.
L’edizione 2026 è  intitolata IN TIME e prosegue la ricerca di Flashback sul tempo inteso non come successione lineare di epoche, ma come dimensione aperta, in cui passato, presente e futuro convivono e si contaminano reciprocamente. Tutte le opere, per Flashback, parlano sempre al presente nell’incontro con l’osservatore. Essere ‘in time’ significa, quindi, essere dentro il proprio tempo, ma anche attraversare tutti i tempi, costruendo connessioni inattese tra immagini, storie e esperienze.
Il primo manifesto è  rappresentato dall’opera “Follow the Ship(s)- Drawing Detail #2”  di Matthew Attard ed è parte del progetto “ I will follow the ship” presentato dall’artista al Padiglione di Malta alla 60esima Biennale di Venezia.

Attard si ispira ai graffiti navali incisi da marinai e pellegrini nelle chiese di Malta, ex voto, segni lasciati da chi affidava al mare le proprie speranze e richieste di protezione. Il titolo costituisce un invito implicito, che è  anche una suggestione, del metodo di realizzazione dell’opera, ‘segui le barche’.
Il disegno non nasce, infatti, dal movimento della mano, ma da un sistema di eye tracking che registra il movimento degli occhi dell’artista mentre segue i contorni delle incisioni. A quei tracciati si intrecciano immagini digitali del mare e delle rotte delle navi.
L’antico graffito e il segno digitale, che incarnano passato e presente, si fondono in una nuova immagine. A cambiare è la tecnica, ma non la funzione. Oggi, come allora, quel disegno affida al mare una speranza di salvezza.
IN TIME è  questo essere presenti e partecipi del proprio tempo, riconoscere che il tempo non separa, ma mette in relazione, un tempo inteso come materia viva dalla quale attingere per parlare dell’oggi, per stare dentro le sue tensioni, le sue trasformazioni e urgenze.
In questa prospettiva il viaggio diventa la metafora che guida l’intera edizione, viaggio inteso non come un percorso con una meta già definita, ma come un attraversamento nel quale orientarsi leggendo il presente, accogliendo l’imprevisto e modificando di continuo la propria rotta. La barca a vela incarna perfettamente questa condizione, procede grazie al vento, alle correnti e alla capacità di interpretare ciò che accade, trasformando l’incertezza in possibilità.
La navigazione accompagna da sempre l’immaginario dell’umanità, quale simbolo dell’attraversamento, della conoscenza, del desiderio di libertà  e della ricerca di nuovi approdi e la vela continua a narrare la condizione umana, il suo rapporto con l’ignoto, con il rischio e con la speranza.
I manifesti di questa edizione rappresentano un compendio di opere dedicate al tema della navigazione a vela, realizzate da artisti e artiste italiani e internazionali in collaborazione con istituzioni ed enti museali, dando vita ad un insieme di immagini capaci di attraversare la storia senza seguire una cronologia, ma lasciando emergere corrispondenze, analogie e nuove letture.

Flashback Habitat,  corso Giovanni Lanza 75

Mara Martellotta

GAM e Fondazione Torino Musei in Giappone per Antonio Fontanesi

Un grande progetto internazionale prodotto dalla GAM – Galleria Civica d’arte Moderna e Contemporanea di Torino, dedicato alle attività internazionali della sesta linea culturale di Fondazione Torino Musei e, in particolare, al 160⁰ anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, è incentrato sull’opera dell’artista Antonio Fontanesi (1818–1882) e prende forma attraverso una mostra itinerante, che toccherà fino al 4 aprile 2027 le città nipponiche di Kyoto, Tokyo e Nagoya, dal titolo “Antonio Fontanesi. Transcending Landscape. A European Artist at the Opening of Japan”, curata da Elena Volpato e Alessandro Botta. Si tratta di una rilettura della figura di Fontanesi come protagonista della pittura di paesaggio europea dell’Ottocento e in quanto artefice di uno dei più significativi momenti di incontro tra la cultura artistica occidentale e il Giappone dell’epoca Meiji. A centocinquant’anni dal soggiorno giapponese di Antonio Fontanesi, e a quasi cinquant’anni dalla storica esposizione “Fontanesi, Ragusa e l’arte giapponese nel primo periodo Meiji (Tokyo e Kyoto, 1977-1978)”, il progetto torna a indagare il ruolo svolto dall’artista in Giappone, dove tra il 1876 e il 1878 fu chiamato a insegnare presso la Kōbu Bijutsu Gakkō, contribuendo in modo determinante alla formazione della moderna scuola giapponese di pittura. mostra riunisce oltre duecento opere, provenienti da collezioni italiane e giapponesi, tra dipinti (con capolavori come La quiete, Novembre, Aprile e Le nubi), disegni e opere grafiche, offrendo la più ampia ricognizione dedicata negli ultimi decenni alla sua attività artistica e alla sua eredità culturale. Il percorso espositivo ripercorre le principali tappe della sua carriera, dagli anni della formazione e del soggiorno svizzero alle esperienze francesi e inglesi, fino al ritorno in Italia e agli ultimi esiti della sua ricerca.

Articolata in otto sezioni tematiche, l’esposizione mette in luce l’evoluzione di una visione del paesaggio che supera la dimensione descrittiva per diventare espressione di stati d’animo, percezioni atmosferiche e tensioni interiori. Il rapporto con le esperienze di Constable, Turner, Corot e della scuola di Barbizon, l’attenzione agli effetti mutevoli della luce e alle relazioni tra uomo e natura, così come l’interesse per il lavoro agricolo e per il paesaggio urbano, restituiscono l’immagine di un artista profondamente europeo e al tempo stesso sorprendentemente moderno.

Un nucleo centrale della mostra è dedicato al soggiorno giapponese e al dialogo instaurato con i suoi allievi. Accanto alle opere realizzate da Fontanesi durante la permanenza in Giappone, saranno presentati dipinti e disegni degli artisti formatisi sotto la sua guida, oltre a opere conservate nei musei giapponesi che testimoniano la fortuna critica e la duratura ricezione della sua poetica nel Paese.
La sezione conclusiva approfondisce infine l’eredità lasciata da Fontanesi tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, evidenziando la sua influenza su artisti quali Daniele Ranzoni, Tranquillo Cremona, Leonardo Bistolfi, Medardo Rosso, Felice Casorati e Carlo Carrà.

In questo quadro si inserisce il lavoro della GAM, che conserva la più importante raccolta di opere di Antonio Fontanesi, confluita nelle collezioni del museo nel 1905 grazie al lascito di Giovanni Camerana, amico ed esecutore testamentario dell’artista. A partire da questo patrimonio, il museo ha sviluppato negli anni un approfondimento dedicato alla figura di Fontanesi e ai suoi rapporti con il Giappone, ponendo le basi per un progetto di respiro internazionale.

La mostra è realizzata grazie alla collaborazione tra The National Museum of Modern Art, Kyoto, il Mitsubishi Ichigokan Museum, Tokyo e il Nagoya City Art Museum, insieme alla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino e alla Fondazione Torino Musei con il sostegno  del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale attraverso la Direzione Generale per la Crescita e la Promozione delle Esportazioni, e la collaborazione speciale dell’Ambasciata d’Italia a Tokyo e degli Istituti Italiani di Cultura di Tokyo e Osaka e in partnership con la Camera di Commercio di Torino.
Il ciclo di mostre dedicate a Fontanesi in Giappone rappresenta una delle espressioni più compiute del percorso di internazionalizzazione promosso dalla Fondazione Torino Musei: un disegno culturale che pone al centro la produzione di conoscenza, la promozione del patrimonio, la valorizzazione dell’articolato know-how professionale della Fondazione e la costruzione di relazioni stabili per rafforzare la presenza delle istituzioni museali torinesi nel contesto internazionale e per contribuire attivamente alle politiche di diplomazia culturale promosse dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Il progetto espositivo toccherà le città di Kyoto, Tokyo e Nagoya.

The National Museum of Modern Art, Kyoto
18 luglio – 4 ottobre 2026

Mitsubishi Ichigokan Museum, Tokyo
17 ottobre 2026 – 24 gennaio 2027

Nagoya City Art Museum
6 febbraio 2027 – 4 aprile 2027

 

Mara Martellotta

Mario Dondero. Inediti. L’archivio di un partigiano dell’umano

Un nuovo ed inedito progetto fotografico al Forte di Bard. Mario Dondero. Inediti. L’archivio di un partigiano dell’umano è il titolo della mostra a cura di Claudio Composti in programma nelle sale delle Cantine del Forte di Bard dal 24 luglio al 18 ottobre 2026. L’esposizione rivela per la prima volta un corpus di fotografie inedite tratte dall’archivio di Mario Dondero (Genova 1928 – Fermo 2015), grande fotoreporter e testimone civile del Novecento. Scatti mai pubblicati né esposti, riscoperti dal curatore durante una visita all’archivio due anni fa, restituiscono al pubblico uno sguardo radicale, antiretorico e profondamente umano che ha attraversato mezzo secolo di Storia.

Un partigiano dell’umano

Mario Dondero non è stato soltanto un fotoreporter: è stato un testimone che ha scelto da che parte stare. Partigiano giovanissimo in Val d’Ossola, poi cronista militante nella stampa politica italiana del dopoguerra — da “Lavoro Nuovo” all’Avanti!, dall’Unità a “Le Ore” come cronista — e infine fotografo del mondo, Dondero ha sostituito la rotta nautica (da ragazzo sognava il mare) con una rotta etica, percorrendo l’Europa, l’Africa, l’America Latina, il Medio Oriente, l’Asia. Il suo sguardo nasceva da un amore profondo per l’essere umano: chi vive ai margini, chi attraversa la Storia senza scriverla, chi ne subisce le conseguenze più che governarne le forme. «Mi interesso a tutto quello che interviene nella nostra vita» diceva. Un operaio sudamericano o un rifugiato asiatico avevano per lui lo stesso peso di Sartre, Beckett, Giacometti o Pasolini, intellettuali e artisti amici che ritrasse con la stessa misura: nessuno mai in posa, il potere sempre disarmato, l’eroismo mai esibito.

Un archivio che torna a parlare

L’archivio di Mario Dondero — conservato in larga parte dalla Fototeca Provinciale di Fermo ad Altidona — è un patrimonio vastissimo e ancora in parte inesplorato: centinaia di migliaia di immagini tra negativi in bianco e nero, diapositive e stampe professionali, accompagnate da oltre duecento quaderni di appunti. Molte delle stampe vintage selezionate per questa mostra recano sul retro, annotazioni a penna o a matita: descrizioni dell’evento, titoli, date, firme. Documento fotografico e traccia letterari riflettono l’inseparabilità, per Dondero, tra scrittura e immagine, due forme complementari di testimonianza, come i suoi oltre duecento quaderni di appunti, pieni di frasi interrotte, osservazioni sul presente, brevi racconti di ciò che leggeva o di cui era testimone. «I fotografi di solito non scrivono e neppure parlano. Sono come i pesci, muti anch’essi nel vasto mare silente» annotava in uno di essi. Lui era l’eccezione: un fotografo che non smetteva mai di pensare per iscritto. Il curatore Claudio Composti ha selezionato e organizzato il materiale inedito in tre macro-sezioni tematiche: Memorie del presente — dedicata a manifestazioni e movimenti sociali collettivi; Sguardi politici — sui protagonisti della storia politica del Novecento; Verso il mondo — omaggio al quotidiano, ai gesti e alle vite degli ultimi, della gente semplice, incontrata in ogni angolo del pianeta. Un percorso che attraversa decenni e geografie ma rivela una linea coerente: la fotografia come scelta morale, come impossibilità di restare neutrali.

La fotografia come atto politico e umano

In un’epoca in cui la fotografia politica tendeva a costruire mitologie visive, Dondero compì un gesto controcorrente: riportare i protagonisti alla loro dimensione umana. Dal ritratto collettivo degli scrittori del Nouveau Roman davanti alle Éditions de Minuit (1959) — Robbe-Grillet, Sarraute, Butor, Beckett, Simon — alla Grecia dei Colonnelli, dalla Spagna franchista ai movimenti di liberazione africana, dal muro di Berlino alla Russia post-sovietica, il suo sguardo non cedette mai al sensazionalismo. «La fotografia è un’arma formidabile nella ricerca della verità» ripeteva, ma anche un’arma che può essere manipolata: per questo sentiva il mestiere come una responsabilità.

Il valore degli inediti e dell’archivio

Portare alla luce fotografie rimaste ai margini della circolazione pubblica non significa semplicemente aggiungere nuove immagini alla storia di Dondero: significa riattivare il loro potenziale di senso. Come scriveva Walter Benjamin, l’immagine non è mai soltanto ciò che mostra, ma ciò che accade quando viene guardata di nuovo in un altro tempo. L’archivio si rivela così uno spazio critico, un luogo in cui le fotografie continuano a produrre significato, riaprendo il dialogo tra immagine, memoria e storia. La recente attività di riordino promossa dalla Fototeca Provinciale di Fermo, grazie al direttore Pacifico D’Ercoli e all’ultima compagna di vita di Dondero, Laura Strappa, rappresenta non solo un intervento conservativo, ma un passaggio critico decisivo: l’istituzionalizzazione dell’archivio consente di riconsiderare l’opera nel quadro della storia europea del fotogiornalismo politico.

«Mi auguro che le mie fotografie, mosse dalla simpatia, colgano nel segno lo spirito dei luoghi e l’umanità intensa delle persone» scriveva Dondero. In questa frase è contenuta tutta la sua poetica. In un tempo che tende a trasformare tutto in icona e consumo visivo, i suoi inediti riaffermano la fotografia come tempo lento e come responsabilità: non semplice memoria visiva, ma esercizio critico. L’archivio politico di un partigiano dell’umano che continua a parlare di uomini agli uomini.

Orari
Da martedì a venerdì 10.00 / 18.00

Sabato, domenica e festivi 10.00 / 19.00

Lunedì chiuso

Tariffe*

Intero: 15,00 euro. Ridotto 12.00 (over 65, 19-25 anni)

*Includono altri due spazi espositivi a scelta.

Gratuità: possessori Abbonamento Musei Piemonte Valle d’Aosta e Abbonamento Musei Lombardia Valle d’Aosta; Membership Card Forte di Bard, minori di 18 anni.

Info

Associazione Forte di Bard

Bard. Valle d’Aosta

T. + 39 0125 833811 | info@fortedibard.it | fortedibard.it

Il genio alato e i titani di piazza Statuto

Alla scoperta dei monumenti di Torino / La piramide di massi frana sotto i piedi di un Genio alato, simbolo della scienza trionfante, trascinando nella sua caduta sette titani, rappresentanti la forza bruta della natura

 

Ed eccoci nuovamente pronti alla scoperta delle meraviglie di Torino, con la nostra ormai consueta e spero piacevole, passeggiata “con il naso all’insù”. Questa volta, miei cari amici lettori, vorrei parlarvi di una delle opere tra le più “chiacchierate” della città, forse anche grazie all’alone di mistero che da sempre la circonda: sto parlando del monumento Al Traforo del Cenisio-Frejus. Collocata in testa a Piazza Statuto, sul lato ovest aperto verso l’imbocco di Corso Francia, l’opera si erge imponente, rappresentando la superiorità della scienza e della tecnologia contro la forza bruta della natura. Conosciuto più comunemente come “Monumento ai caduti del Frejus”, l’opera, pietrosa e frastagliata, si erge al centro di una vasca circolare che raccoglie l’acqua che zampilla tra i massi, simulando torrenti alpini che si aprono la via sul dorso di una montagna.

La piramide di massi frana sotto i piedi di un Genio alato, simbolo della scienza trionfante, trascinando nella sua caduta sette titani, rappresentanti la forza bruta della natura.  Il Genio si erge come la punta di un faro, dove converge lo sguardo di chi percorre via Garibaldi in direzione della piazza. Egli compare con una penna in mano, nell’atto di incidere sulla pietra, ad intramontabile memoria, i nomi dei tre ingegneri che resero possibile l’opera del Traforo. L’idea del monumento nacque nel settembre del 1871, precisamente all’indomani dei festeggiamenti per l’apertura della ferrovia che collegava (e collega ancora oggi) Italia e Francia attraverso il Traforo del Frejus; fu un opera di ingegneria compiuta in un brevissimo lasso di tempo e che sembrò realizzare i sogni di progresso e di comunione dei popoli. Grazie infatti al talento e alla collaborazione tra gli Ingegneri Sommelier, Grandis e Grattoni, il progetto della costruzione del traforo si avvalse dell’uso di perforatrici ad aria compressa, che ridussero le vittime e resero possibile la via di comunicazione transalpina nel giro di quattro anni.

L’entusiasmo per il successo tecnologico e per l’apertura di nuove e più veloci vie di comunicazione, spinse il conte Marcello Panissera da Veglio a proporre l’erezione di un monumento commemorativo. Quindi, su precise indicazioni riguardo al tema e alla metafora che il monumento doveva simboleggiare, venne indetto un concorso presso la Regia Accademia delle Belle Arti, che fu vinto da un giovane allievo dell’Accademia stessa, Luigi Belli. Il monumento (formato inizialmente da otto titani che poi si ridussero a sette e dal Genio alato che all’inizio doveva essere in marmo di Carrara e poi venne realizzato in bronzo), doveva rappresentare la Scienza (e quindi il progresso) vincitrice assoluta sulla natura. Associazioni operaie fecero immediatamente propria l’idea, interpretando l’intenzione del monumento, più che un elogio alla tecnologia, come un ricordo dei tanti lavoratori che parteciparono all’impresa della ferrovia e raccolsero (di loro iniziativa) fondi cospicui che fecero partire il progetto. (E’ interessante precisare come ancora oggi l’interpretazione “operaistica” sia condivisa da molti torinesi che cadendo nello stesso fraintendimento, definiscono il monumento un omaggio ai lavoratori caduti nell’edificazione della galleria del Frejus).

La sottoscrizione avviata dalle società Operaie trovò una controparte nell’analoga iniziativa capitanata dal commendatore Laclaire, che riunì la borghesia cittadina inquietata al pensiero di rimanere a guardare; infine anche la Città stanziò un fondo per la realizzazione dell’opera. I lavori cominciarono però solo nel 1874, coinvolgendo anche altri studenti dell’Accademia per l’esecuzione delle figure dei titani: sei allievi a titolo ufficialmente gratuito, prestarono la loro opera sotto la direzione dello scultore Odoardo Tabacchi e del professor Ardy, incaricati di occuparsi della statua del Genio e del concetto d’insieme dell’intero monumento. In seguito Luigi Belli, discordante con gli altri, verrà estromesso dalla realizzazione, tanto che disconoscerà l’opera giudicandola non fedele all’idea che l’aveva plasmata. Successivamente altri imprevisti e ad alcuni problemi di natura tecnica (nel 1877 ad esempio i lavori rimasero fermi per molto tempo a causa della costruzione del condotto idrico che collegava il monumento ai serbatoi del mattatoio comunale) ritardarono maggiormente l’esposizione dell’opera. Finalmente il 26 ottobre 1879, alla presenza di S.M. Re Umberto, di numerose delegazioni comunali italiane, di corpi dell’esercito, di alcune associazioni operaie e di una gran folla di privati cittadini, venne svelato il monumento, al grido magniloquente di “Volere è potere”.

L’accoglienza dell’opinione pubblica sembrò positiva, ma sui giornali dilagò immediatamente la polemica: il monumento venne giudicato sgraziato, ridicolo, pesante e grottesco. In suo soccorso subentrò però Carlo Felice Biscarra, della Regia Accademia Albertina di Belle Arti, che lo difese come opera innovativa e diversa, necessaria a svecchiare il paludato mondo cimiteriale della statuaria cittadina. L’opera è sicuramente una singolarità all’interno della città: non esiste altro monumento a Torino così mosso, così ricco e dall’apparenza così poco rifinita; se anche la piramide di sassi si distanzia molto dalle sembianze di una montagna vera, i titani esprimono con verosimiglianza la fatica e l’estromissione date da una forza più grande che è giunta a scalzarli. Anzi sono forse loro i veri protagonisti dell’intero monumento tanto che si può comprendere l’identificazione popolare tra questi titani abbattuti e gli operai schiacciati dal lavoro, sentite come vittime e a cui va l’empatia dell’osservatore. Per quanto il Genio alato sia di ottima fattura e rifinito nei minimi particolari (da notare accorgimento dei drappi che si gonfiano alle sue spalle e celano i rinforzi metallici che lo sostengono) il suo ruolo risulta piuttosto di finitura: è situato troppo in alto per poter essere ammirato per le sue qualità artistiche.

Parlando di questo monumento non si può non parlare dell’alone di mistero che da sempre lo circonda, dato dall’immaginario esoterico della Torino Magica che vede Piazza Statuto ed il monumento come deputati al male e alla confluenza di energie nefaste. La piazza, costruita sui resti della “valle occisorum” (vale a dire una necropoli romana), orientata verso occidente dove tramonta il sole ed essendo vicina al celebre rondò d’la furca (o rondò della forca), luogo un tempo predisposto per le condanne a morte, è ritenuta un punto di energie negative. In questo contesto, secondo gli esoteristi, il luogo di massima negatività sarebbe proprio il “Monumento ai caduti del Frejus” che rappresenterebbe proprio la porta dell’Inferno mentre il Genio alato non simboleggerebbe la scienza trionfante, bensì Lucifero, l’angelo ribelle, con la stella ad attestarne l’origine sovrannaturale e con lo sguardo rivolto a controllare Piazza Castello, punto di energia positiva.

Allontanandoci da questa suggestiva visione per così dire “magica” dell’opera, è interessante segnalare una piccola variazione avvenuta al monumento nel 1971 proprio in occasione del centenario dell’ideazione della ferrovia. In quell’occasione si è provveduto a far aggiungere una targa che rendesse il merito dovuto a Giuseppe Francesco Medail, l’imprenditore nativo di Bardonecchia che per primo sostenne la causa del Traforo e che morì senza veder realizzato il suo sogno. Così, se pur con clamoroso ritardo, si diede voce all’accorata protesta della sua vedova, che già all’indomani dell’inaugurazione, nel marzo del 1880, rimproverò l’amministrazione cittadina di non aver associato al monumento il nome del marito.

(Foto: il Torinese)

Simona Pili Stella

Re Umberto I, il conservatore che abolì la pena di morte

Alla scoperta dei monumenti di Torino / Prese parte alla Seconda Guerra d’Indipendenza, distinguendosi nella battaglia di Solferino del 1859.Il 9 gennaio del 1878, alla morte del padre, salì sul trono italiano con il nome di Umberto I e con il nome di Umberto IV su quello sabaudo, dal momento che suo padre aveva stabilito, malgrado l’unità nazionale, il prosieguo della tradizione nominale sul trono sabaudo

Nel piazzale, davanti alla Basilica di Superga, si innalza imponente il monumento dedicato al Re Umberto I di Savoia. Su un basamento di marmo si erge un Allobrogo, guerriero capostipite dei piemontesi, con indosso un elmo alato, lunghe trecce, ascia e corno di guerra. Il guerriero tiene un braccio levato mentre con l’altro punta una spada sulla corona ferrea circondata dalle palme del martirio, in segno di fedeltà e con accanto uno scudo sabaudo lambito da due serpenti, simboli rispettivamente della dinastia reale e del tempo. Alle spalle del guerriero si trova un’ alta colonna corinzia di granito, il cui capitello in bronzo si prolunga in una figura d’aquila imperiosa ad ali spiegate, trafitta da una freccia; allegoria del re assassinato.

 

Umberto I nacque il 14 marzo 1844 a Torino, precisamente a Palazzo Moncalieri, da Vittorio Emanuele II (allora duca di Savoia ed erede al trono sabaudo) e da Maria Adelaide d’ Austria. Ebbe, come da tradizione sabauda, un’educazione essenzialmente militare e nel marzo del 1858 intrapreseproprio la carriera militare, cominciando con il rango di capitano; successivamente prese parte alla Seconda Guerra d’Indipendenza, distinguendosi nella battaglia di Solferino del 1859.Il 9 gennaio del 1878, alla morte del padre, salì sul trono italiano con il nome di Umberto I e con il nome di Umberto IV su quello sabaudo, dal momento che suo padre aveva stabilito, malgrado l’unità nazionale, il prosieguo della tradizione nominale sul trono sabaudo.

Assunse, sul fronte della politica interna, una posizione rigida e autoritaria soprattutto in senso anti-parlamentare: le insurrezioni e i moti, come quelli dei Fasci dei Lavoratori in Sicilia e l’insurrezione della Lunigiana (1894), che minacciavano l’ordine interno e l’unità stessa dell’Italia, lo portarono a firmare provvedimenti come ad esempio lo Stato d’Assedio. A seguito di questi e di altri gravi avvenimenti, si procedette, ad opera del governo Crispi,allo scioglimento del Partito Socialista, delle Camere del Lavoro e delle Leghe Operaie. Il suo regno fu contrassegnato da opinioni e sentimenti opposti, infatti se da alcuni venne elogiato per per il suo atteggiamento dimostrato nel fronteggiare sciagure come l’epidemia di colera a Napoli del1884 ( si prodigò personalmente nei soccorsi), o ad esempio per la promulgazione del cosiddetto codice Zanardelli che portò all’abolizione della pena di morte, da altri fu aspramente avversato per il suo duro conservatorismo. Fu aspramente criticato dall’opposizione anarchico-socialista e repubblicana italiana, soprattutto per la decorazione del generale Fiorenzo Bava-Beccaris che fece uso dei cannoni contro la folla a Milano per disperdere, il 7 maggio 1898, i partecipanti alle manifestazioni di protesta scatenate dalla tassa sul macinato. Dopo esser sfuggito a due attentati, Umberto I venne ucciso a Monza il 29 luglio del 1900, per mano dell’anarchico Gaetano Bresci.

A pochi mesi di distanza dall’attentato di Monza, il vice-presidente dell’Unione Artisti ed Industriali di Torino, Alessio Capello, propose l’erezione di un monumento in memoria di Umberto I, con l’idea di farlo sorgere sul colle di Superga, presso le tombe degli avi di Casa Savoia. L’assemblea dell’Unione Artisti ed Industriali, presieduta da Giacomo Rava, acconsentì all’ iniziativa e venne immediatamente costituito un Comitato esecutivo che aprì una sottoscrizione e raccolse, nel giro di pochissimo tempo, una somma di 15.000 lire provenienti da oltre ottanta comuni piemontesi e da circa cento Associazioni. L’incarico di scolpire il monumento fu affidato allo scultore Tancredi Pozzi che concluse l’opera in poco più di un anno dall’approvazione del progetto. L’inaugurazione avvenne l’ 8 maggio del 1902 alla presenza del sindaco di Torino Severino Casana, del presidente del Comitato esecutivo Alberini e del canonico Amedeo Bonnet, prefetto della Basilica di Superga, che prese in custodia il monumento per conto della Casa Reale. 

 Simona Pili Stella

 

Foto Xavier Caré / Wikimedia Commons

Caveau Fondazione Ettore e Ines Fico, nuovi spazi per l’arte

 

Riceviamo e pubblichiamo

 Con lo stesso spirito, con cui abbiamo aperto il Museo Ettore Fico in Barriera di Milano nel 2014, abbiamo deciso di trasferirci nel quartiere Madonna di Campagna nel 2026 per poter dimostrare che le periferie posso offrire una visione alternativa alla consuetudine, attivare un pubblico nuovo per le attività culturali e offrire alla Città un’alternativa alle zone centrali.

Dalla nostra nuova sede si può usufruire del Parco Dora e degli spazi del Kappa Futur Festival (Ex Teksid-Ferriere Fiat), della chiesa di Antonio Botta, del Museo dell’Ambiente e del distaccamento di Informatica dell’Università, incontrare moltissimi ragazzi che studiano e altrettanti operai, impiegati e semplici persone che lavorano o vivono qui. Il nostro nuovo progetto è riformulato rispetto alle attività del Museo Ettore Fico che, per il momento, è stato “congelato” in attesa di un nuovo e proficuo dialogo con la Città e le Istituzioni. La programmazione delle mostre sarà semestrale e inizierà alla fine del mese di settembre con una mostra personale di Giovanni Termini, l’artista vincitore del Premio MEF assegnato durante Artissima 2025. Ogni mostra sarà l’“assolo” di un singolo artista che si confronterà con lo spazio e la produzione di una singola installazione site-specific. Questa serie di mostre avrà un unico titolo: “Caveau” e un sottotitolo deciso dall’artista invitato, per sottolineare la preziosità e l’unicità dell’operazione. Le mostre avranno durata di sei mesi ciascuna e le visite avverranno in un contesto intimo e meditativo. L’ingresso sarà gratuito e su appuntamento, il numero di visitatori sarà di 15/20 partecipanti per ogni incontro, tutti insieme e allo stesso orario, e potranno beneficiare di una visita esclusiva con operatori culturali che illustreranno le opere e la loro poetica. Le visite saranno su prenotazione nominale, ci piace sapere chi ci verrà a trovarci per poter attivare una reciproca conoscenza, avere un reciproco rapporto privilegiato, si potranno instaurare rapporti fra i visitatori stessi dando vita a interessanti scambi interpersonali che daranno frutti in contrapposizione all’anonimato in cui quotidianamente ci troviamo. Chiederemo a tutti di lasciare per un’ora i telefoni spenti ed entrare in sintonia con le opere e lo spazio nel “caveau” dell’arte. Giovanni Termini Assoro (Enna) 1972, vive e lavora a Pesaro. La sua ricerca si concentra su una ridefinizione della scultura, intesa non come organizzazione di volumi statici, ma come combinazione di forme in espansione. I media da lui utilizzati, consistono in oggetti quotidiani provenienti dai contesti più diversi e realizzati con materiali differenti: legno, acciaio, vetro, tubi da ponteggio che dialogano fra loro per affermare il primato della materia e della forma. Gli oggetti, accostati in modo contrastante, coinvolgono lo spettatore sia fisicamente sia mentalmente e le installazioni che realizza trasmettono uno spaesamento ironico o paradossale invitando il pubblico a fermarsi e a riflettere, mettendo in relazione la solidità delle strutture con l’insicurezza dell’esistenza. Il paradosso tra stabilità-forza e squilibrio-precarietà riflette la condizione umana, collegandosi alle tensioni interne delle strutture. Termini realizza preferibilmente opere site-specific, con l’intento di inventare un nuovo alfabeto dello spazio, dando vita e voce a prospettive inusuali e a grandi luoghi non convenzionali. Egli indaga precedentemente lo spazio in cui le sue opere verranno create, lo assorbe e lo vive prima di attuare l’installazione. Il processo concettuale e riflessivo è vitale come la fase dell’assorbimento concettuale, quando l’idea si trasforma in forma. La sua idea di spazio – lo spazio in cui l’artista lavora e in cui l’opera nasce e vive – non coincide con una dimensione astratta e predefinita, il suo non è uno spazio cartesiano, bensì uno spazio valutato dalla prospettiva stessa dell’artista come grado zero. Lo spazio diventa infatti un “cantiere” – parola chiave nella pratica di Termini, sinonimo di un ambiente in continuo progresso, avanzamento e trasformazione – che nasce come strumento di introspezione e diventa infine la forma espressiva distintiva dell’artista. Il cantiere non è soltanto il luogo in cui si lavora e la materia si trasforma, è anche il luogo in cui dominano ordine, rigore, logica del movimento e in cui tutto può accadere, come nella vita.

Fondazione Ettore e Ines Fico

Quando la collaborazione tra istituzioni e realtà private dà buoni frutti

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A Palazzo Madama torna il “San Giuseppe” di Daniel Seiter

Uno svolazzo di angioletti, più o meno paffuti, un punto di chiarore in quel Bambinello a rischiarare la scena costruita nei toni bruni, il viso misericordioso della Vergine avvolta nella sua veste rosata e San Giuseppe, il ramo fiorito di fiori bianchi ai suoi piedi, a offrire quel gruppo di famiglia ai fedeli, a quell’angolo di città che timidamente Daniel Seiter, pittore di corte di Vittorio Amedeo II, ha posto, tra il 1698 e il 1699, in questa grande tela, alta e imponente, tre metri per due, che torna oggi al pubblico di Palazzo Madama, nella Camera delle Guardie: opera acquistata in asta a Vercelli nel maggio scorso, operazione eccellente di munificenza voluta da un gruppo che riunisce gli Amici della Fondazione Torino MuseI, più che volenterosa e agguerrita presidente Maria Leonetti Cattaneo, e l’avvocato Marziano Marzano, già assessore alla Cultura e vice sindaco di Torino. Non soltanto un’acquisizione ma la conferma, in tempi gretti e inariditi e quanto mai ingenerosi, che il mecenatismo non fu prerogativa di un rinascimento o di un’epoca barocca ma che può trovare spazio – un ampio spazio? – anche ai nostri giorni. Non era giusto che “Il Patrocinio di San Giuseppe e l’Immacolata Concezione con Gesù Bambino” finisse in qualche collezione privata o risparisse chissà dove, come già successe in epoca di trafugamenti francesi di epoca napoleonica che ne fecero perdere le tracce. “Senza trionfalismi” – ripete con eleganza sabauda Marzano – “e come esempio di bella storia istituzionale” e di senso civico, i signori si sono dati da fare, hanno affrontato tempi stretti e carte bollate e hanno riportato a casa di storia torinese.

Questo “San Giuseppe” venne commissionato dalla Città di Torino verso la fine del secolo XVII e concepito per la chiesa di Santa Cristina, devozione e onore al santo che era stato eletto compatrono della città, dopo la conclusione della guerra contro la Francia di Luigi XIV. Gli ultimi decenni hanno dato spazio a studi approfonditi che hanno consentito di ricostruirne la storia e di identificarlo con la grande pala documentata dalle fonti settecentesche. È felicemente posto oggi nella prima sala che introduceva agli appartamenti di Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, al piano nobile del palazzo: di qui si raggiungevano infatti la Camera di Parata e gli appartamenti di rappresentanza. Unione che si fa ancora maggiore se si pensa al legame che legò la sovrana sostenitrice del culto del santo, che accrebbe giorno dopo giorno il proprio rapporto privilegiato con il monastero di Santa Cristina (volle tra l’altro essere sepolta in abito monacale) e con la beata Maria degli Angeli. Per molte ragioni la tela doveva tornare alla società del capoluogo, gesto di generosità – ripetiamolo -, di valida appartenenza e di altezza intellettuale. L’impegno e la fatica li ha descritti con vivacità Maria Cattaneo, durante la presentazione di ieri: “Non è stata cosa da poco l’intera operazione, forte per noi che ci sovvenzioniamo con una quota associativa annuale di cento euro, centocinquanta se a sottoscrivere sono marito e moglie, ma l’occasione voleva dire che san Giuseppe aveva proprio scelto noi”, entusiasmo corrisposto da Marzano che di recente s’è fatto già promotore del restauro di un polittico di Defendente Ferrari.

Daniel Seiter – nato a Vienna nel 1647 e morto a Torino nel 1705, dopo un apprendistato veneziano e un breve soggiorno romano venne nella capitale sabauda, lavorò tra l’altro a Palazzo Reale (la “Galleria del Daniel”, che da lui prende il nome, raffigura nella volta il trionfo di Vittorio Amedeo II) e nella Villa della Regina, sono andate perdute le sue opere per l’Ospizio di Carità in via Po, altre tele in alcune chiese torinesi e in Germania, a Brunswick e Dresda – torna ospite in un nuovo allestimento della sala, seicentesca a tutto tondo, specchio della stagione barocca italiana, accompagnandosi a Giovanni Serodine e al Cairo, a Orazio Gentileschi e al Dauphin e al Cerano, “sottolineando il ruolo di Torino quale crocevia artistico europeo. Ha sottolineato Giovanni C.F. Villa, direttore di Palazzo Madama: “Il museo non è soltanto il luogo della conservazione delle opere, ma lo spazio in cui la storia della città ritrova le proprie connessioni.Il ritorno della pala di Daniel Seiter ci permette di rileggere una stagione fondamentale della cultura sabauda e, al tempo stesso, di restituire nuova forza e nuovo significato a uno degli ambienti più rappresentativi del piano nobile del palazzo”.

Rosanna Purchia, assessora alla Cultura della Città, ha ribadito quanto l’acquisizione sia “un gesto di grande attenzione verso il patrimonio comune e conferma quanto la collaborazione tra istituzioni, cittadini e realtà private possa contribuire in modo concreto alla tutela e alla valorizzazione del proprio percorso museale, rafforzando il legame tra le collezioni civiche, la città e la sua storia”; mentre Massimo Broccio, Presidente della Fondazione Torino Musei, commenta in conclusione: “Tra gli obiettivi strategici della Fondazione vi è quello di favorire una partecipazione sempre più ampia alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio, promuovendo forme di sostegno capaci di trasformare l’interesse individuale in una responsabilità condivisa verso la collettività. Le acquisizioni, i restauri e i progetti di valorizzazione acquistano infatti il loro significato più profondo quando diventano occasioni di coinvolgimento della comunità e strumenti di trasmissione della memoria alle generazioni future”.

Elio Rabbione

Nelle immagini, la tela di Daniel Seiter posta a Palazzo Madama (part.); l’ex vice sindaco di Torino, Marziano Marzano, l’assessora Rosanna Purchia, la Presidente degli Amici della Fondazione di Palazzo Madama e Giovanni Villa, direttore del Palazzo, alle loro spalle l’opera. Ph. Perottino

“Omaggio a Morbelli”, torna il concorso alla Colma di Rosignano

Sabato 18 luglio il prestigioso concorso di pittura estemporanea “Omaggio a Morbelli” ritornerà alla Colma di Rosignano nella dimora estiva “Villa Maria” del grande artista divisionista, il più osservante della tecnica del Neoimpressionismo Scientifico a cui dedicò l’intera esistenza. L’evento, organizzato da Marco Morbelli, nuovo presidente dell’Associazione “Amis d’la Curma”, darà opportunità di visitare lo studio del pittore, il giardino e l’orto curati dalla famiglia Morbelli resi maggiormente accessibili grazie all’impegno del Comune di Rosignano e dell’Istitito Agrario Luparia. Le opere esposte saranno valutate dalla presidente di giuria Giuliana Romano Bussola, Pio Carlo Barola, Piergiorgio Panelli, Laura Rossi, Elena Varvelli.