ARTE- Pagina 2

Gli arazzi di Pavia, sei dentro la battaglia!

Fino al 24 febbraio
Non c’è bisogno di andare fino a Napoli per vederli, è sufficiente una gita a Pavia, gran bella città longobarda, che ospita al Castello Visconteo tutti gli arazzi, ben sette, dedicati alla celebre battaglia di Pavia del 1525 tra Francesco I, re di Francia, e le truppe imperiali di Carlo V, reduci da grandi mostre negli Stati Uniti. Fino al 24 febbraio, giorno della battaglia. I “magnifici sette”, tutti insieme, monumentali, come al Museo di Capodimonte sulla collina di Napoli, la sede permanente, e non un unico arazzo come accadde nel 2015 in un’analoga mostra a Pavia. Ammirarli nell’ultima grande sala dell’esposizione al castello, dedicata anche alle arti nel Cinquecento lombardo, significa entrare in una delle fasi più drammatiche del Rinascimento europeo.
Guardando i vari momenti delle scene che portano al trionfo delle armate imperiali e alla cattura del re di Francia sembra di essere dentro la battaglia. Davvero imponenti, lunghi quasi 8 metri per 5 di altezza, gli arazzi fiamminghi, realizzati tra il 1528 e il 1531, fermano le scene più importanti dello scontro avvenuto nel parco Visconteo della città sul Ticino. Forse manca un sottofondo di musica rinascimentale con i rumori dei combattimenti, i suoni, il frastuono, i boati, forse troppo silenzio, ma tutto il resto c’è e lo vedi negli arazzi, senti quasi i colpi degli archibugi, i veri vincitori dello scontro, i cavalli al galoppo, le urla dei soldati, l’avanzata dei lanzichenecchi armati di picche e poi i personaggi come Francesco I di Francia, circondato e catturato dagli spagnoli comandati dagli ufficiali di Carlo V, non presente alla battaglia che cambiò le sorti d’Europa. Furono almeno diecimila i morti. E proprio le armi da fuoco, gli archibugi usati dagli spagnoli contro le spade dei francesi decisero le sorti della contesa che cambiò il modo di combattere il nemico. Il pezzo forte della mostra è indubbiamente la spettacolare illustrazione dello scontro con i sette arazzi tessuti con lana, seta e fili d’oro e d’argento dalla manifattura fiamminga di Jan e Willem Dermoyen su disegni del pittore Bernard van Orley che per illustrare l’evento utilizzò notizie e dicerie che udiva a corte.
La rassegna “Pavia 1525, le arti nel Rinascimento e gli arazzi della battaglia” presenta al pubblico, spiegano gli organizzatori, “una prestigiosa testimonianza della splendida fioritura artistica e culturale che la città conobbe nel Cinquecento attraverso le opere di grandi maestri come Leonardo da Vinci, Ambrogio Bergognone, Pietro Perugino e Bernardino Zenale. L’iniziativa è promossa dai Musei Civici di Pavia e dal Comitato promotore per il Cinquecentenario della battaglia di Pavia. Orari di apertura: da lunedì a giovedì 10.00-18.00, venerdì, sabato e domenica 10.00-19.00.                                       Filippo Re
nelle foto, la mostra al Castello Visconteo di Pavia
sala con i sette arazzi della battaglia
arazzo con la cattura di Francesco I

Mario Micheletti, pittore monferrino. Da Torino alla casa reale inglese

Nato da Silvia Giardino e Antonio, impiegato comunale, Mario Micheletti (Balzola 1892-San Maurizio Canavese 1975) si trasferì a Torino per completare gli studi classici presso l’Istituto Salesiano San Giovannino e frequentò l’Accademia Albertina.  Considerato un allievo prediletto di Giacomo Grosso, illustre esponente dell’arte pittorica torinese di fine ‘800 unitamente a Edoardo Calandra, Marco Calderini e Vittorio Cavalleri, fu introdotto da Felice Casorati nel castello di Cereseto alla corte del mecenate Riccardo Gualino. Durante la fase di completamento, i soffitti del castello furono decorati dal pittore Angelo Bigatto di Balzola su indicazioni di Mario Micheletti e dell’ing. Vittorio Tornielli, progettista del maniero neogotico inaugurato nel 1912. L’arredamento delle sale fu affidato ad un altro balzolese, lo scultore in legno Aldo Boggione.

Nella sfera artistica della musa Cesarina Gurgo Salice, moglie del Gualino, entrò la pittrice britannica Jessie Boswell come dama di compagnia e governante della figlia Listvinia Gualino nata cieca, bellissima bambina ritratta con il fratello Renato da Mario Micheletti nel 1916. Jessie Boswell, cognata di Venanzio fondatore della banca Sella, abitò a Biella ed in seguito a Torino, ottenne la cittadinanza italiana, diventò allieva di Casorati e Micheletti ed espose alla Biennale di Venezia. Fu l’unica donna  appartenente al gruppo dei sei pittori torinesi, Francesco Menzio, Luigi Chessa, Enrico Paulucci, Nicola Galante e Carlo Levi, in seguito accolti nel mondo culturale del Gualino. Nel 1921 Micheletti ricevette a Torino il premio Riccardo Gualino ed espose alla Biennale di Venezia, alle Quadriennali di Torino e Roma. Nei primi anni venti, dopo i viaggi in Svizzera, l’eclettico artista si stabilì a Londra e fu ritrattista presso la casa reale inglese, esponendo alla Galleria Burlington. A Parigi frequentò gli artisti di Montmartre e conobbe Picasso, Matisse e Jean Cocteau.

Fu influenzato dalla scapigliatura lombarda e dal verismo, creando una intensa luminosità, sempre attento all’introspezione psicologica. A Fossano restaurò nel 1926 la chiesa di San Giorgio con varie figure ed esegui due grandi tele, tra cui la Preghiera di Gesù nell’orto dei Getsemani. Nel Monferrato affrescò negli anni ’40 le chiese di Morano sul Po e Balzola e nel 1960, durante il restauro della chiesa parrocchiale di Cereseto, rappresentò il viso di noi scolaretti delle elementari in un gruppo di cherubini sulla cupola accanto ai quattro evangelisti. La sua carriera si concluse, purtroppo, a causa di una grave malattia nelle mani che gli impedì di dipingere. Le sue opere si trovano nelle gallerie di arte moderna e nei musei civici. Due sue opere ad olio del 1972 e 1973 sono state recentemente ritrovate in una collezione privata, “Confidenze infantili” e “Madonna”, eseguite due anni prima della morte.
Armano Luigi Gozzano

“Ettore Fico. Paradisi ritrovati” al MEF

Doverosa retrospettiva dedicata all’indimenticato Ettore Fico nelle Sale del “suo” “MEF – Museo Ettore Fico” di via Cigna, a Torino

Fino a domenica 15 marzo

Finalmente! Attraverso un “corpus” di opere fondamentali appartenenti alla sua lunga carriera professionale, si torna a regalare alla Città una nuova mostra tesa a far debita memoria di una delle figure più rilevanti del Novecento artistico piemontese e torinese, troppo spesso e in maniera decisamente ingiustificabile trascurata dal “cerchio ufficiale” (Musei e Gallerie) della “Comunità artistica” subalpina. Tant’è che, ancora una volta, la suggestiva attuale retrospettiva dedicata al grande biellese Ettore Fico (nativo di Piatto Biellese, 1917 e scomparso a Torino nel 2004) porta la firma del “MEF”, il “Museo” fortemente voluto nel 2014, per lasciare alla città un segno indelebile dell’opera dell’artista – così come la “Fondazione” sempre a lui dedicata nel 2007 – dalla moglie Ines Sacco Fico, scomparsa nel 2017.

“Paradisi ritrovati”, é il titolo della mostra, a cura di Andrea Busto, direttore del “MEF”. Che sottolinea: “I ‘Paradisi ritrovati’ di Ettore Fico sono boschi incontaminati, paesaggi collinari, vigneti, pergolati e soprattutto giardini fioriti, ricolmi di tonalità variopinte che brulicano vivide e squillanti sulla superficie pittorica. L’assunto fondamentale da cui scaturisce il percorso della mostra è la sintesi di un ideale ‘manifesto programmatico’ dell’artista”. “Manifesto” cui Fico rimase fedele, vita natura durante, fatte salve alcune tentazioni giovanili che, negli anni del dopoguerra, gli fecero strizzare l’occhio a certa ricerca stilistica americana misuratamente rivolta all’“informale” (infatuazione di poco conto!). Non “roba” sua. Infatuazione irrilevante, che non lo staccò mai dai temi più cari della sua singolare e inconfondibile pittura, trasmessagli nei suoi principi basilari dalla frequentazione per diversi anni dello studio di Luigi Serralunga: la natura, i giardini, le composizioni floreali, ma anche ritratti (memorabili quelli eseguiti durante il servizio militare e la prigionia in Nord Africa, dal 1943 al 1946), i suoi interni e l’amato cane “Moretto”, protagonista di varie opere realizzate fra gli Anni ’60 e ’80. Artista di grandi capacità tecniche e indubbia libertà espressiva, Fico amava tutto quanto poteva venirgli e ispirarlo dal colore, da tratti cromatici lasciati liberi di scorrazzare per la tela intrecciandosi fra rossi accesi, blu, verdi e gialli in giochi di estremo rigore tonale, pur nella loro fascinosa e lirica e visionaria concezione segnica. Dalle potenzialità del colore, per Fico, parte tutto. Colore come giostra inebriante di emozioni, come geniale scrittura narrante le voci trasmesse dagli occhi al cuore, in pagine intense di gusto post-impressionistico in cui, a tratti, non si possono eludere importanti richiami alle “geometrie cézanniane” o al “fare puntinistico” di un Seurat. Su questi sentieri, Fico ha saputo e voluto muoversi con caparbia ed eticamente corretta puntualità lungo tutta la sua lunga carriera professionale. Pur negli anni del dopoguerra, allorché la scena artistica torinese sembrava assolutamente monopolizzarsi tra il “realismo” di Felice Casorati e l’“astrattismo” di Luigi Spazzapan. Spirito indipendente, anche quando, Anni ’60 – ’70, le campiture cromatiche si piegarono, in certo senso, a narrazioni più distese, al cui interno gli oggetti tornarono ad appropriarsi di contorni più netti e segnicamente decifrabili. Il tutto risolto “in proprio”. In piena, inattaccabile indipendenza rispetto alle “grandi scuole” del passato o di quel “presente” che, da tutti o da tanti osannato, gli stava al fianco, ma che, in cuor suo, non sentiva capace di regalargli nuove vie di espressiva intensità. Quelle, pur anche insidiose ma mai abbandonate, fatte di tenace, faticosa ricerca sul colore, “bene prezioso”, il solo in grado di scavare nella concretezza del paesaggio, nei grappoli profumati di un glicine (simbolo di amicizia e di amore eterno), negli alberi o in un giardino fiorito – temi, in assoluto, legati alla maturità dell’artista – per farne emergere esaltanti sensazioni e profonde verità capaci di aprire squarci di sereno splendore nelle ombre inquiete del quotidiano.

Dice bene, in proposito, Andrea Busto“Nonostante la naturale e fisiologica maturazione stilistica che accompagna l’evoluzione della poetica individuale, Ettore Fico ha sempre dimostrato una sorprendente coerenza di intenti conservando intatto, durante oltre sessant’anni di attività, un proposito fondamentale: quello di trasfigurare la natura attraverso una sorta di ‘astrazione irrisolta’, sondando cioè la profondità delle cose senza smarrirne la presenza ontologica, fattuale e restituendone in definitiva un’immagine filtrata dalla propria capacità di rielaborazione a posteriori. Attraverso opere indubbiamente fondamentali, la mostra intende narrare la storia di un cammino personale, partecipato ed emotivamente intenso”.

Gianni Milani

“Ettore Fico. Paradisi ritrovati”

“MEF – Museo Ettore Fico”, via Cigna 114, Torino; tel. 011/852510 o www.museofico.it . Fino al 15 marzo

Orari: dal merc. alla dom. 11/19; lun. e mart. chiuso

Nelle foto: Ettore Fico “Estate”, olio su tela, 1998; “Glicine n.2”, olio su tela, 1995; “Vite vergine”, olio su tela, 2000

Galleria Malinpensa by La Telaccia, Massimiliano Gissi: “Prospettive luminose”

Informazione promozionale

L’artista Massimiliano Gissi è protagonista di una mostra personale presso la galleria Malinpensa by La Telaccia fino al 28 febbraio prossimo, dal titolo “Prospettiva luminose”.

Nato nel settembre del 1976 a Torino, fin dai primi anni d’età ha sempre dimostrato feeling con il colore e il disegno, diplomandosi successivamente a pieni voti allo IED, Istituto Europeo di Design di Torino. I suoi maestri sono stati gli artisti Alex Ognianoff, Gian Cravero e Marco D’Aponte, che lo hanno aiutato a crescere nella tecnica pittorica. Predilige la tecnica ad acquerello, anche se tende ad usare tecniche miste per ottenere il risultato prestabilito. In molte opere si constata un insieme di vari espedienti cromatici realizzati con acrilici, tempere, gessetti e matite colorate, con finiture scintillanti di glitters, vinavil e oggetti di recupero di varia natura. Il suo stile ricorda l’arte surrealista e metafisica, e il cromatismo così acceso è intriso di colori che fanno pensare alla pittura di Marc e Nolde, mantenendo un’originalità propria di Gissi. Fortemente simbolista nei dettagli, non lascia nulla al caso e, contemplando l’insieme delle sue opere, si ha un’impressione fantastica e magica, fiabesca, quasi che ogni cosa da lui dipinta sia lì per mandare un messaggio preciso.

“L’artista Massimiliano Gissi dà vita a mondi sospesi tra realtà e immaginazione – spiega l’art director e direttrice della galleria d’arte, Monia Malinpensa – le sue opere non si limitano a essere viste, ma sussurrano all’anima invitando chi osserva a vagare tra favole reinventate. Ogni scultura, nata da frammenti dimenticati e materiali riciclati, si trasforma in meraviglia, raccontando storie di metamorfosi e leggerezza. Il colore si fa melodia, la materia un canto e l’arte si apre come un universo segreto, personale e sorprendentemente libero, dalla cui fantasia nascono creature fatate, avvolte da un intreccio di materiali, di luci suggestive, di consistenze cromatiche che sembrano prendere vita”.

Galleria Malinpensa by La Telaccia – corso Inghilterra 51, Torino

Telefono: 011 5628220 – info@latelaccia.it

Mara Martellotta

“Dialoghi senza parole” di Pier Tancredi De-Coll’

ARTE TRA I LIBRI: …e la mostra è anche on-line in PIEMONTE ARTE su www.100torri.it

Chieri – Libreria Mondadori-Centro Storico. Dal 20 febbraio al 22 marzo 2026

Continuano gli appuntamenti della rassegna “Arte tra i libri”, negli spazi della Libreria Mondadori – Centro Storico di Chieri, in Via Vittorio Emanuele 42 B, a cura di Piemonte Arte, la testata giornalistica settimanale di www.100torri.it.

Sabato 20 febbraio alle ore 18,00 sarà inaugurata la Mostra “Dialoghi senza parole” opere di Pier Tancredi De-Coll’.

La mostra presenta una selezione di opere recenti di Pier Tancredi De-Coll’ presentate dal critico Angelo Mistrangelo che scrive, tra l’altro:

Sospese in atmosfere immateriali le immagini di Pier Tancredi De-Coll’ rivelano la singolare interpretazione di una quotidianità rivisitata, di una sequenza di meditati e suggestivi interni e di una visione che si rinnova, di volta in volta, secondo un’attenta definizione della struttura compositiva.

Vi è in questa sua lettura della realtà la volontà di fissare un luogo della memoria, un silenzioso giardino o una natura morta, “Cuisine”, che occupano lo spazio con la sensibilità del dialogo che intercorre tra l’artista e gli oggetti, tra il fascino di un incontro e un accogliente salotto……

Maurizio Vitiello – Scrittore e critico

De-Coll’ motiva calibrati impianti, di mano sciolta ed esemplare, che colpiscono ed affasciano, nonché produce interessanti immagini, legate ad una dimensione d’affetti e d’intenti, e sistema e accorda elaborazioni equilibrate per un ventaglio prezioso di riassunti singolari e congruenze su cromatismi segnaletici.

Formula circostanze emotive con accordanti scatti. …

Paola Gribaudo  – Presidente dell’Accademia Albertina ed Editore d’Arte
Con all’attivo oltre mille libri curati  o editati so riconoscere quando ho a che fare con qualcosa di speciale.

Duccio Trombadori – Critico dell’Arte
….C’è un mondo di storia visiva e cultura depositata nell’espressione raggiunta da Pier Tancredi De-Coll’ che emerge appena la sua mano trova la più spontanea e versatile via d’uscita figurativa. Via d’uscita che non risponde tanto al connubio professionale di arte e tecnica, in cui Pier Tancredi è pure un virtuoso, quanto invece alla liberazione di un intenso dispositivo lirico che, come il manzoniano cielo di Lombardia, “è cosi bello quando è bello”….

tancredi

Pier Tancredi De-Coll’, torinese (classe 1959) è un pittore di impianto espressionista che si è formato frequentando l’atelier dell’artista torinese Serafino Geninetti.  Ha esordito come vignettista per i quotidiani Stampa Sera e La Stampa (1982-1995) con oltre 1.000 pubblicazioni.

Nel 1986, con lo scrittore Federico Audisio di Somma (Premio Bancarella 2002) ha realizzato il libro di disegni e poesie Femmes, Donne Elettriche con la prefazione di Gianni Versace.

Su questo percorso artistico è stato scritto il libro Pura Pittura (Gli Ori) curato dalla Presidente dell’Accademia Albertina Paola Gribaudo e scritto da Federico Audisio di Somma (presentato al Salone del Libro 2017). Nel 2018 la Città di Arezzo gli ha dedicato una mostra antologica presso la Galleria Comunale d’Arte Contemporanea, a cura di Liletta Fornasari .

Suoi lavori sono stati selezionati per il  Premio Sulmona, ricevendo nel 2022 la Menzione d’Onore della Giuria presieduta da Vittorio Sgarbi. Ha recentemente aderito alla corrente romana dell’Effettismo, promossa da Francesca Romana Fragale. E’ membro della Consulta dell’Accademia Italiana d’Arte e Letteratura.

Un suo lavoro è stato esposto nel 2024 alla Fondazione Il Vittoriale degli Italiani, nell’ambito della prestigiosa mostra D’Annunzio e la Cina.

Sue opere sono esposte in permanenza presso numerose gallerie italiane e sul suo lavoro si sono espressi critici e personalità del mondo dell’ arte come Angelo Mistrangelo, Maurizio Vitiello, Liletta Fornasari, Cosimo Savastano, Paola Gribaudo, Vittorio Raschetti, Antonio Perotti, Duccio Trombadori.

“La materia delle forme”. Edward Weston a Camera

Approda in Italia, negli spazi di Camera – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, l’importante mostra dedicata al celebre fotografo statunitense Edward Weston, intitolata “La materia delle forme”.

L’esposizione, curata da Sergio Mah e organizzata dalla Fundación Mapfre in collaborazione con Camera Torino, sarà visitabile fino al prossimo 2 giugno. Dopo le tappe di Madrid e Barcellona, la mostra arriva per la prima volta nel nostro Paese, offrendo un ampio approfondimento sull’opera di uno dei protagonisti assoluti della fotografia moderna. La mostra propone una lettura articolata dell’eredità lasciata da una delle figure più influenti della fotografia nordamericana, il cui lavoro rappresenta un significativo contrappunto estetico e concettuale al modernismo delle prime avanguardie fotografiche europee.

Il percorso espositivo presenta 171 immagini, molte delle quali vintage, configurandosi come una vasta antologia che attraversa tutte le fasi della produzione artistica di Weston, nato in Illinois nel 1886 e scomparso in California nel 1958. La rassegna include inoltre una selezione delle prime edizioni dei libri pubblicati dall’autore durante la sua carriera. Completa il percorso il cortometraggio The Photographer, diretto da Willard Van Dyke nel 1948, che documenta l’ultima fase dell’attività di Weston, offrendo uno sguardo ravvicinato sul suo metodo di lavoro e sul suo processo creativo.

Il percorso ricostruisce l’evoluzione della ricerca fotografica di Weston a partire dagli esordi, caratterizzati da un linguaggio vicino all’impressionismo e al pittorialismo. In questa prima fase, l’autore si concentra su temi pastorali, ritratti espressivi e su un uso morbido della messa a fuoco e delle ombre, rivelando già un forte interesse per la fotografia come forma autonoma di espressione artistica.

Determinanti per la sua maturazione furono i soggiorni in Messico tra il 1923 e il 1926. In questo periodo Weston ampliò il proprio repertorio tematico, abbandonando definitivamente il pittorialismo e sviluppando uno stile fondato su rigore tecnico, precisione formale e attenzione compositiva. L’artista maturò la convinzione che l’essenza della fotografia risiedesse nel momento dello scatto e nella capacità di osservare e selezionare, trasformando soggetti ordinari in immagini di straordinaria intensità visiva.

Successivamente Weston realizzò importanti serie dedicate al nudo, in cui il corpo umano viene concepito principalmente come forma. Emblematiche sono le opere del 1936, nelle quali la sensualità nasce dal dialogo tra linee, volumi, contorni e giochi di luce, più che da una dimensione narrativa o psicologica.

Dal 1927 l’autore si dedicò anche alle nature morte, attraverso le quali ricercò l’essenza senza tempo degli oggetti naturali, mettendo in risalto le potenzialità percettive del mezzo fotografico. In immagini celebri come Peperone n. 30, il soggetto assume le sembianze di un corpo umano colto di spalle, mentre opere come Conchiglia e Foglia di cavolo trascendono la dimensione dell’oggetto quotidiano per trasformarsi in protagonisti assoluti della scena.

A partire dalla fine degli anni Venti, il paesaggio diventa centrale nella sua produzione. Weston fotografa i vasti territori dell’Ovest americano — deserti, coste e parchi naturali — privilegiando luoghi incontaminati e privi di presenza umana. Le sue immagini restituiscono una visione epica e contemplativa della natura, attenta alla luce, ai fenomeni atmosferici e alla morfologia del territorio. Le fotografie realizzate nella Death Valley, ad esempio, perseguono finalità artistiche piuttosto che documentarie. Negli anni Quaranta il suo immaginario assume toni più malinconici, con immagini legate ai temi della decadenza e della morte.

A Point Lobos Weston individua infine una natura primordiale e vitale, capace di sostenere uno sguardo rinnovato sul mondo naturale, al tempo stesso concreto e metafisico.

Pioniere di una visione rigorosamente moderna, Weston scelse la fotocamera a grande formato come strumento privilegiato, realizzando immagini in bianco e nero di straordinaria nitidezza e ricchezza di dettagli. Il suo rigore tecnico, unito a un profondo legame con luce, forma e natura, ha dato vita a un corpus che comprende nature morte, nudi, paesaggi e ritratti oggi considerati iconici. La sua opera, profondamente radicata nel paesaggio e nella cultura statunitense, offre una prospettiva unica sul processo di affermazione della fotografia e sul ruolo che essa ha assunto nella cultura visiva contemporanea.

Camera – Centro Italiano per la Fotografia
Via delle Rosine 18, Torino
www.camera.to

Mara Martellotta

Maglione, dove i muri “narrano” di arte e pittura

Maglione è un piccolo borgo rurale sulle colline moreniche del basso Canavese, a meno di venti chilometri da  Ivrea e distante  poco più del doppio da Torino

 

 Il nome, si dice, deriverebbe da “malhones” , il cui significato richiama i vigneti che producono le uve del bianco Erbaluce. Le poche centinaia di abitanti di Maglione vivono praticamente sul confine con il vercellese, a pochi passi da Moncrivello e nelle vicinanze di Borgo d’Ale e Cigliano.

Un paese tranquillo, silenzioso dove – da più di trent’anni – si può visitare il  M.A.C.A.M, acronimo che sta per Museo d’arte contemporanea all’aperto di Maglione. Dalla mappa si ricava un percorso di visita “en plein air”, ammirando ben 167 opere di importanti artisti  che, dalla piazza XX° settembre – davanti alla chiesa parrocchiale, dove campeggia una scultura di Giò Pomodoro – accompagnano i visitatori lungo le vie del paese. In questo straordinario museo a cielo aperto s’incontra una proposta di opere d’arte contemporanea di diverse tendenze e di indubbio livello culturale. E tutto senza pagare un biglietto d’ingresso per la visita e senza l’assillo dell’orario di apertura o chiusura, considerato il fatto che le opere sono esposte sui muri delle case e negli spazi pubblici del centro abitato. Ideato nel 1985 dall’ingegno eclettico e talentuoso di Maurizio Corgnati, regista e uomo di grande cultura – noto anche per essere stato l’ex-marito della rossa “pantera di Goro”, la cantante Milva – il Macam è un museo del tutto singolare. Corgnati, ritiratosi nella sua casa di Maglione, dov’era nato il primo agosto del 1917, invitò, anno dopo anno, molti artisti italiani e stranieri affinché dipingessero le loro opere sulle pareti esterne delle case messe disposizione dai proprietari o installassero sculture nelle piazze di Maglione. Nel corso degli anni prese forma una straordinaria mescolanza tra stili e scuole diverse, affiancando la tradizione pittorica alle avanguardie più innovative. Si disegnò un percorso di grande fascino, accostando artisti come Mauro Chessa, Giò Pomodoro, Ugo Nespolo , Armando Testa,  Eugenio Comencini e Francesco Tabusso con altri meno noti, ma non meno interessanti. Tra le sculture spicca anche il monumento al contadino “vittima ignorata di tutte le guerre e di tutte le paci”, costruito da Pietro Gilardi con l’aiuto degli anziani coltivatori di Maglione, utilizzando vecchi  aratri e attrezzi della civiltà rurale. Maurizio Corgnati, che amava definirsi “un buon giocatore di scopa e un grande cuoco” , oltre ad essere amico di Calvino, Fruttero e Lucentini e tanti altri protagonisti del mondo della cultura, riuscì nel suo intento di  far crescere quest’ associazione “senza fine di lucro con operatività indirizzata alla diffusione e promozione dell’arte contemporanea”. Gli artisti accettarono di buon grado la proposta di creare gratuitamente le opere murali ,trovandosi a Maglione sul finire di settembre, nel periodo dei festeggiamenti del patrono, San Maurizio. Un evento battezzato “Paese vecchio, pittura nuova” che , fino a quando Corgnati era in vita, veniva concluso con una grande cena, preparata dallo stesso regista per  “ripagare i pittori e trascorrere qualche ora in buona compagnia”. Del resto, frequentando il piccolo borgo cavanesano, gli artisti compresero fin dall’inizio lo spirito di questa iniziativa,”priva di risvolti commerciali e basata esclusivamente sull’amore per l’arte, ritrovando l’autentico piacere di stare insieme e “produrre” cultura per tutti. Questa tradizione dura ancora oggi, mantenendo vivo il ricordo e la volontà di Maurizio Corgnati che, in conclusione, definiva così la sua “creatura”: “Ecco il perché di questo museo a Maglione: i bambini di un tempo sono cresciuti in mezzo a immagini piene di mucche, pecore, ruscelli, nani, conigli e fate; i bambini futuri di Maglione avranno occhi pieni di queste immagini che stanno sui muri delle loro case“.

Marco Travaglini

 

(foto: emozionincanavese.it)

“Nichelino Lights Map”, la mappa dei murales 

È stata inaugurata il 6 febbraio scorso, all’interno della galleria del centro commerciale “Il Castello di Nichelino”, in piazza Aldo Moro 50, la Nichelino Lights Map, la mappa dei murales del progetto Nichelino Lights Up, un itinerario urbano che trasforma la città in un museo a cielo aperto attraverso opere di street art realizzate da artisti di fama nazionale e internazionale. La mappa è ospitata su due pannelli di grandi dimensioni, di 4×2 metri ciascuno, collocati in uno spazio di passaggio e incontro quotidiani, e restituisce una visione complessiva delle opere presenti nello spazio urbano, invitando cittadini e visitatori a scoprire i murales e i loro significati, oltre i confini del centro commerciale.

Il progetto Nichelino Lights Up, promosso e sostenuto dal comune di Nichelino, nasce con l’obiettivo di cambiare la narrazione della città, attraverso interventi di riqualificazione urbana e street art, capaci di generare coinvolgimento, identità e appartenenza. Le opere, dipinte su facciate cieche di edifici cittadini, raccontano storie, temi sociali e culturali lasciando un segno tangibile e duraturo nello spazio urbano, e contribuisce a valorizzare Nichelino dal punto di vista artistico e turistico, in dialogo con le grandi Capitali della street art. Per Nova Coop, ospitare la Mappa di Nichelino Lights Up rappresenta un gesto significativo. Da un lato rende visibile ciò che si trova oltre i muri del centro commerciale, rafforzando la connessione tra il punto vendita, il territorio e la comunità; dall’altro introduce un riferimento all’arte, alla bellezza e al loro valore sociale all’interno di un luogo dedicato ai consumi quotidiani, in coerenza con lo spirito del progetto promosso dalla città. La presenza della mappa, in galleria, diventa così un invito ad alzare lo sguardo, ad attraversare la città con occhi nuovi.

“Per Nova Coop, ospitare la mappa di Nichelino Lights Up è un piccolo gesto di grande valore – spiega Carlo Ghisoni – direttore delle Politiche Sociali di Nova Coop – perché significa rafforzare la connessione tra il nostro punto vendita e la città, con la sua storia e le sue energie vive, e le persone che ogni giorno se ne prendono cura. Nova Coop è una realtà profondamente radicata sul territorio, in costante dialogo con le comunità di riferimento, un approccio che rafforza la nostra funzione sociale e culturale”.

“Nichelino Lights Up è un progetto importante per l’Amministrazione, ma anche per i nichelinesi – commentano Giampiero Tolardo, Sindaco di Nichelino, e Fiodor Verzola, assessore alla Politiche Giovanili – siamo quindi molto felici che Niva Coop abbia scelto di ospitare la mappa dei murales nichelinesi, dedicata a tutta la cittadinanza per aggiungere ancora più valore a un progetto di per sé importantissimo, che ha saputo coinvolgere generazioni e valorizzare la città. Un grande ringraziamento va a Nova Coop per aver compreso il valore di Nichelino Lights Up e aver saputo sostenere arte e bellezza della nostra Nichelino”.

Mara Martellotta

I segreti della Gran Madre

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Torino, bellezza, magia e mistero

Torino città magica per definizione, malinconica e misteriosa, cosa nasconde dietro le fitte nebbie che si alzano dal fiume? Spiriti e fantasmi si aggirano per le vie, complici della notte e del plenilunio, malvagi satanassi si occultano sotto terra, là dove il rumore degli scarichi fognari può celare i fracassi degli inferi. Cara Torino, città di millimetrici equilibri, se si presta attenzione, si può udire il doppio battito dei tuoi due cuori.

Articolo1: Torino geograficamente magica
Articolo2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Articolo3: I segreti della Gran Madre
Articolo4: La meridiana che non segna l’ora
Articolo5: Alla ricerca delle Grotte Alchemiche
Articolo6: Dove si trova ël Barabiciu?
Articolo7: Chi vi sarebbe piaciuto incontrare a Torino?
Articolo8: Gli enigmi di Gustavo Roll
Articolo9: Osservati da più dimensioni: spiriti e guardiani di soglia
Articolo10: Torino dei miracoli

Articolo 3: I segreti della Gran Madre

La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.

La chiesa, di evidente stampo neoclassico, venne edificata nella piazza dell’antico borgo Po su progetto dell’architetto torinese Ferdinando Bonsignore; iniziato nel 1818, il Pantheon subalpino venne ultimato solo nel 1831, sotto re Carlo Alberto. L’edificio ubbidiva all’idea di una lunga fuga prospettica che doveva collegare la piazza centrale della città, Piazza Castello, alla collina. La chiesa è posta in posizione rialzata rispetto al livello stradale, e una lunga scalinata porta all’ingresso principale. Al termine della scalinata vi è un grande pronao esastilo costituito da sei colonne frontali dotate di capitelli corinzi. All’interno del pronao vi sono ai lati altre colonne, affiancate da tre pilastri addossati alle pareti. Eretta su un asse ovest-est, con ingresso a occidente e altare a oriente, essa presenta orientazioni astronomiche non casuali: a mezzogiorno del solstizio d’inverno, il sole illumina perfettamente il vertice del timpano visibile dalla scalinata d’ingresso. Il timpano, sul frontone, è scolpito con un bassorilievo in marmo risalente al 1827, eseguito da Francesco Somaini di Maroggia, (1795-1855) e raffigura la Vergine con il Bambino omaggiata dai Decurioni torinesi. Ai lati del portale d’ingresso sono visibili due nicchie, all’interno delle quali si trovano i santi San Marco Evangelista, a destra, e San Carlo Borromeo, a sinistra. Fanno parte dell’edificio due imponenti gruppi statuari, allegorie della Fede e della Religione, entrambi eseguiti dallo scultore carrarese Carlo Chelli nel 1828. Sulla sinistra si erge la Fede, rappresentata da una donna seduta, in posizione austera, con il viso serio, sulle ginocchia poggia un libro aperto che tiene con la mano destra, con l’altra, invece, innalza un calice verso il cielo. Spunta in basso alla sua destra un putto alato, che sembra rivolgersi a lei con la mano sinistra, mentre nella destra tiene stretto un bastone. Dall’altro lato si trova la Religione, raffigurata come una matrona imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.

Entrando nella chiesa ci si ritrova in un ampio spazio tondeggiante e sobrio, c’è un’unica navata a pianta circolare, l’altare maggiore, come già indicato, è posto a oriente, all’interno di un’abside semicircolare provvista di colonne in porfido rosso. Numerose sono le statue che qui si possono ammirare, ma su tutte spicca la figura marmorea della Gran Madre di Dio con Bambino, posta dietro l’altare maggiore, il cui misticismo è incrementato dalla presenza di raggi dorati che tutta la circondano. Nelle nicchie ai lati, in basso, vi sono alcune statue simboliche per la città e per i committenti della chiesa, cioè i Savoia. Oltre a San Giovanni Battista, il patrono della città, anch’egli con una grande croce nella mano sinistra, S. Maurizio, il santo prediletto dei Savoia, Beata Margherita di Savoia e il Beato Amedeo di Savoia. La cupola, considerata un capolavoro neoclassico piemontese, sovrasta l’edificio ed è costituita da cinque ordini di lacunari ottagonali di misura decrescente. La struttura è in calcestruzzo e termina con un oculo rotondo, da cui entra la luce, del diametro di circa tre metri. Sotto la chiesa si trova il sacrario dei Caduti della Grande Guerra, inaugurato il 25 ottobre 1932 alla presenza di Benito Mussolini. La bellezza architettonica dell’edificio nasconde dei segreti tra i suoi marmi. Secondo gli occultisti, la Gran Madre è un luogo di grande forza ancestrale, anche perché pare sorgere sulle fondamenta di un antico tempio dedicato alla dea Iside, divinità egizia legata alla fertilità, anche conosciuta con l’appellativo “Grande Madre”. Iside è l’archetipo della compagna devota, per sempre fedele a Osiride, simbolo della consapevolezza del potere femminile e del misticismo, il suo ventre veniva simboleggiato dalle campane, lo stesso simbolo di Sant’Agata. Si è detto che Torino è città magica e complessa, metà positiva e metà maligna, tutta giocata su delicati equilibri di opposti che sanno bilanciarsi, tra cui anche il binomio maschio-femmina. Questo aspetto è evidenziato anche dalla contrapposizione tra il Po e la Dora che, visti in chiave esoterica, rappresentano rispettivamente il Sole, componente maschile, e la Luna, componente femminile. I due fiumi, incrociandosi, generano uno sprigionamento di forte energia. Altri luoghi prettamente maschili sono il Valentino e il Borgo Medievale, che sorgono lungo il Po e sono anche simboli di forza; ad essi si contrappone la zona del cimitero monumentale, in prossimità della Dora, legata alla sfera notturna e femminile. L’importanza esoterica dell’edificio non termina qui, ci sono alcuni che sostengono ci sia un richiamo alle tradizioni celtiche con evidente allusione a un ordine taurino nascosto tra le parole della dedica: se leggiamo l’iscrizione a parole alterne resta infatti la dicitura: Ordo Taurinus. Ma il più grande mistero che in questa chiesa si cela è tutto contenuto nella statua della Fede. Secondo gli esoteristi, la donna scolpita in realtà sorreggerebbe non un calice qualunque ma il Santo Graal, la reliquia più ricercata della Cristianità, e con il suo sguardo indicherebbe il luogo preciso in cui esso è nascosto. Allora basta capire dove guarda la marmorea giovane -secondo alcuni la stessa Madonna – e il gioco è fatto! Sì, peccato che chi ha scolpito il viso si sia “dimenticato” di incidervi le pupille, così da rendere l’espressione della figura imperscrutabile, e il Graal introvabile. Se non per chi sa già dove si trovi.

Alessia Cagnotto

Beato Angelico e Bartholomeus Spranger, due “Giudizi” a confronto

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Sino al 3 maggio, nello Spazio Scoperte della Sabauda

È tornata a casa “La Madonna dell’Umiltà” – sino allo scorso 25 gennaio posta in quell’ampio quanto bellissimo, pressoché completo, percorso artistico che è stata la mostra fiorentina intorno alla figura del Beato Angelico, 140 opere suddivise tra il porticato e i corridoi e le celle del Convento di San Marco e le sale di palazzo Strozzi, provenienze italiane ed estere in un numero che s’aggirava intorno alla settantina, prenotazioni e pur interminabili code anche negli ultimi giorni, un successo più che affermativo che ha visto centomila presenze nel primo luogo e 250mila nel secondo -, è tornata nelle sale della Sabauda a fare un tutto a sé, allineata a due piccoli “Angeli” – forse parti di un precedente polittico, belli nella delicatezza dei visi, chiusi nel blu intenso delle vesti, impreziositi dai motivi in oro sulle ali e sulle aureole -, a lato di un confronto che vede da un lato “Il giudizio universale” del frate del Mugello (nacque nel 1395 Guido di Piero ed entrò nell’ordine domenicano prendendo il nome di Fra Giovanni da Fiesole, fece importante quella che divenne la sua abitazione con le tante scene di devozione e di contemplazione, un invito alla preghiera per sé e per i confratelli, non ultimo il Savonarola, scese a lavorare nella Roma di Nicolò V, alla morte venne sepolto in Santa Maria sopra Minerva: divenne per tutti e nella storia il Beato Angelico e il Vasari ebbe a definirlo “umilissimo e modesto” mentre, a pochi anni dalla morte, fra Domenico di Giovanni coniava per lui il titolo di “angelicus pictor”) e l’egual titolo di Bartholomeus Spranger (nacque ad Anversa nel 1546, fu uno dei principali protagonisti del tardo Manierismo internazionale, chiamato nelle più importanti corti d’Europa per il suo stile elegante e ricercato, poco più che ventenne giunse in Italia, a Milano a Parma a Roma, dove entrò nella cerchia del cardinale Alessandro Farnese, a partire dal 1575 passò a seguito di una calda raccomandazione del Giambologna alle corti di Vienna e Praga, dove fu attivo per l’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, sino alla morte avvenuta nel 1611).

Per la mostra “Beato Angelico negli occhi di Bartholomeus Spranger. Giudizi Universali a confronto” (sino al 3 maggio nello Spazio Scoperte della Galleria Sabauda) l’opera dell’angelicus è un prezioso prestito della Direzione regionale Musei nazionali Toscana, tassello di quelle relazioni culturali e degli scambi che dovrebbero sempre essere l’intelaiatura collaborativa del Sistema museale nazionale del Ministero della Cultura. Questa occasione segna la dimostrazione di come tra istituzioni si possa fare rete, come agli occhi del pubblico siano importanti e altresì doverosi questi passaggi, che rendono le mostre “imperdibili” (lo ha detto la direttrice dei Musei Reali Paola D’Agostino e ha ragionissima). Occasioni di studio e di verifica, certo non soltanto per appassionati, “confronti formali e concettuali”, che dovrebbero portare ognuno a spingersi più a fondo nel mondo dell’Arte, a saper gustare meglio. Dipinto (1425/28) a tempera e oro, quattro tavole in legno di pioppo, prima rappresentazione (è conservato nel Museo di San Marco a Firenze) del soggetto tra le tante in seguito eseguite – la forma trilobata della tavola nella parte superiore suggerisce una destinazione d’uso specifica: potrebbe essere stata concepita come sovrapporta oppure per un’area cimiteriale del convento”, ci avverte una delle tante mappe esplicative di cui è disseminata intelligentemente ed esaurientemente la mostra – basato sulla lettura della Città di Dio di Agostino d’Ippona, il “Giudizio” dell’Angelico è riproposto “in una struttura tripartita, dominata dalla figura del Cristo Giudice e affiancato dalla Vergine, dal Battista e da una schiera di santi” mentre nella parte inferiore la scena è geometricamente suddivisa tra i beati sulla sinistra, accompagnati dagli angeli nella città celeste, e i condannati a destra, sospinti verso i castighi eterni di diversa natura, in sgradevole quanto minuziosa descrizione, secondo le colpe commesse, una serie di bianchi sepolcreti al centro. Nella grande ricchezza della tavolozza (giallorino e blu d’oltremare e ocra rossa, cinabro e lacca di cocciniglia e resinato di rame, tra i molti colori), l’Angelico conserva con l’uso degli elementi aurei le lezioni degli antichi maestri, le dorature “a mordente”, i riflessi che si riversano nelle aureole in linee sottili, i graffiti disseminati, pur tuttavia verso quell’abbandono che lo fa traghettare all’interno dei successivi decenni rinascimentali: terreni abbandonati del tutto, un secolo dopo, nell’eleganza di un personale manierismo da Spranger, in questo “specchio” eseguito nel 1571 per papa Pio V per il convento domenicano di Santa Croce, fondato dal pontefice – il vincitore di Lepanto – nel suo paese natale di Bosco Marengo, in provincia di Alessandria. La geometricità del frate è più libera, il supporto è una lastra di rame, lo sguardo aggiornato è rivolto alle indicazioni della Controriforma, la tavolozza usata è più naturale, pur ricca di una quindicina di splendidi colori.

I mezzi di approfondimento non mancano e sono davvero preziosi, il visitatore non mancherà la prima sala espositiva dove le riproduzioni dei due Giudizi consentono d’orientarsi negli spazi delle due differenti azioni e di riconoscere, attraverso un brillante quanto preciso lavoro su cui gran parte dello staff ha posto tutta la propria attenzione e competenza, i personaggi raffigurati. Nella seconda sala, sono i risultati di alcune indagini scientifiche, dove le Università e i diversi Enti di Firenze e Torino hanno lavorato di comune accordo, gli uni accanto agli altri.

Non ultimo interesse è rappresentato da quegli approfondimenti riguardanti la tecnica esecutiva delle diverse dorature che Beato Angelico utilizza nella tavola della “Madonna”: approfondimenti e curiosità, vera manna per gli appassionati, che verranno “svelati” in una serie di quattro appuntamenti, tra il 13 febbraio e il 17 aprile, sempre alle ore 17, e sono firmati da storici dell’arte (Annamaria Bava, Giorgia Corso, Alessandro Uccelli, Sofia Villano), restauratori (Alessandra Curti, Linda Josephine Lucarelli, Tiziana Sandri) e architetti (Stefania Dassi e Barbara Vinardi), un lungo percorso che abbraccerà un’iconografia che spazia tra storia e letteratura e arte, pigmenti e tecniche e dorature, confronti e sguardi pittorici attraverso la storia dell’arte.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Andrea Guermani, i “Giudizi universali”, messi a confronto nella mostra, di Beato Angelico e Bartholomeus Spranger, e la direttrice dei Musei Reali Paola D’Agostino; un particolare del “Giudizio” del pittore fiammingo.