ARTE- Pagina 2

Torino e l’acqua

Oltre Torino. Storie, miti, leggende del torinese dimenticato

 

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce

 

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Il fil rouge di questa serie di articoli su Torino vuole essere lacqua. Lacqua in tutte le sue accezioni e con i suoi significati altri, lacqua come elemento essenziale per la sopravvivenza delpianeta e di tutto lecosistema ma anche come simbolo di purificazione e come immagine magico-esoterica.

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1. Torino e i suoi fiumi

2. La Fontana dei Dodici Mesi tra mito e storia

3. La Fontana Angelica tra bellezza e magia

4. La Fontana dellAiuola Balbo e il Risorgimento

5. La Fontana Nereide e lantichità ritrovata

6. La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?

7. La Fontana Luminosa di Italia 61 in ricordo dellUnità dItalia

8. La Fontana del Parco della Tesoriera e il suo fantasma

9. La Fontana Igloo: Mario Merz interpreta lacqua

10. Il Toret  piccolo, verde simbolo di Torino

 

1. Torino e i suoi fiumi

Il fil rouge di questa serie di articoli vuole essere lacqua. Lacqua in tutte le sue accezioni e con i suoi significati altri, lacqua come elemento essenziale per la sopravvivenza del pianeta e di tutto lecosistema ma anche come simbolo di purificazione e come immagine magico-esoterica.

Il 71% del Pianeta Terra è coperto dacqua.

Il corpo umano è costituito di acqua per il 60%; alla nascita, il peso corporeo di un bambino è costituito dacqua per l80%.

Eppure, per capire quanto tale elemento sia essenziale è necessario fare riferimento ad altre cifre: gli studi dellUnicef sottolineano che ogni giorno circa 700 bambini muoiono a causa di malattie causate dallutilizzo di acqua non pulita; 2,1 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua potabile e almeno 263 milioni di individui impiegano più di 30 minuti per raccogliere dellacqua pulita. Secondo altre statistiche ONU sono ben 3900 i bambini che decedono ogni giorno per scarsità idrica. 

Cifre, queste, terrificanti e obbrobriose, che dovrebbero comparire nelle nostre menti tutte le volte che per un po’ di calore, per stanchezza o anche solo per capriccio, ci fermiamo con tranquillità e noncuranza ad abbeverarci ad una fontana.

La definizione del termine acqua” sul dizionario dice trattasi di un composto chimico di due atomi di idrogeno e uno di ossigeno, è inodore, incolore e insapore, costituente fondamentale degli organismi viventi, in natura si trova allo stato liquido, (fiumi laghi, mari), allo stato solido, (neve, ghiaccio), allo stato aeriforme, (vapore acqueo).

Continuando a leggere ci si accorge di quanto sia presente tale parola nel linguaggio, sia che si tratti di argomenti scientifici, sia che ci si riferisca a modi di dire o frasi fatte; vi è poi anche il richiamo alle proprietà purificatrici attribuite allacqua nelle diverse culture e religioni. 
Si parla di acqua corrente, cioè disponibile grazie ad un dato sistema di condutture; acqua minerale, cioè contenente minerali, utili e necessari per il funzionamento dellorganismo; per i puntigliosi esiste l’ “acqua frizzante, per alcuni sistemi chimici si utilizza l’ “acqua distillata. Si differenzia l’ “acqua dolce”  dallacqua salata, diversa ancora da quel che si intende per acqua morta, cioè stagnante, ancora diversificabile a sua volta dalle acque bianche” e dalle acque nere. Distaccandosi daisignificati più terreni, possiamo fare riferimento a quellacqua utilizzata nelle funzioni religiose, per questo definita santa; se esiste poi una sorta di via di mezzo tra la terra e il cielo, per coloro i quali usano un approccio salutistico o olistico, nella lunga definizione del dizionario, sono presenti le tanto elogiate proprietà delle acque termali.  In ultima analisi, per sottolineare quanto tale parola sia presente non solo nellimmenso ecosistema, ma anche nel complesso universo linguistico, proponiamo ad esempio alcuni modi di dire: acqua in boccafare un buco nellacqua, ragazza acqua e sapone” ecc.

La questione non si esaurisce solo in un lungo elenco di espressioni linguistiche e di statistiche geologiche, una cosa” di tale arcana importanza e ancestrale essenzialità non può che essere portatrice di significati nascosti, interni ed esoterici.  Lacqua è un simbolo ricco di significati, è presente, sotto tale accezione nella Bibbia e nel Nuovo Testamento, è, inoltre, uno dei quattro elementi principali, (acqua, aria, terra, fuoco), a cui tradizionalmente sono attribuite qualità di intuizione e adattabilità. Lacqua è associata alla sfera femminile e alla passività. In alchimia è lelemento associato al numero 2, simboleggia le polarità in antitesi allunità, (identificata con lelemento fuoco). Quando lacqua si trova allo stato liquido può insinuarsi ovunque e assumere svariate forme, portando al significato traslato di unione tra spirito e materia.

La religione cristiana associa lacqua a Cristo, in quanto sorgente che disseta eternamente. Lacqua è anche purificatrice, utilizzata durante il battesimo, quando i bambini vengono bagnati con lacqua santa. Lacqua, dunque, pulisce non solo a livello materiale ma anche spirituale, proprio per questo è elemento essenziale in quasi tutti i rituali di purificazione. Nella religione ebraica, lacqua, viene associata a Dio, perché ritenuta come sua manifestazione allinizio della creazione. Lelemento viene anche associato al concetto di nascita” perché  essa dona la vita,  così come accade durante la gestazione, che vede il nascituro immerso per 9 mesi in un liquido. Sono molte le culture dellantichità in cui lacqua era considerata fonte di vita, principio cosmico femminile e Madre, proprio in quanto generatrice. Per gli antichi greci i mari, i fiumi, i laghi erano nati da Oceano, figlio di Urano e Gea; rimanendo sempre in ambito classico, si pensi poi al mito di Narciso, vicenda in cui lacqua è lo specchio che permette di scoprire se stessi. 

Lacqua ha anche un significato onirico: quando si sogna lacqua, significa che linconscio richiama a sé significati di energia materna, legati allambito profondo e sentimentale, e può indicare stati emotivi diversi a seconda che lacqua appaia limpida o torbida.

In alcune culture si parla di prova dellacqua, momento importante per il cammino iniziatico, in cui si mette alla prova il candidato, chiamato a resistere ad una serie di difficoltà. La prova diventa metafora di una capacità di adattamento alle diverse condizioni di vita, che liniziato deve avere: o ci si adatta o si perisce.

Ma cosa centra il discorso dellacqua con la nostra città? Ebbene, esso si collega al capoluogo  piemontese più di quanto ci possa sembrare. Torino è posta alla confluenza di tre fiumi: il Po, la Dora Riparia e la Stura di Lanzo. Anche altre città sorgono vicino a dei corsi fluviali, ma il nostro è un caso particolare, infatti a Torino, città magica, città in cui si respira lascendenza egizia, si percepiscono le linee sincroniche, proprio i due fiumi, il Po e la Dora, assumono una particolare importanza. Analizzati in chiave esoterica, il primo rappresenta il Sole e la componente maschile, la seconda corrisponde alla Luna e alla parte femminile. Sui fiumi inoltre incidono correnti energetiche  che, incrociandosi, generano un punto dintersezione  di peculiare forza. Chi si intende di esoterismo sottolinea che il castello del Valentino e il vicino  Borgo Medievale  simboleggiano  forza  e per questo si trovano in riva al Po. Il grande cimitero monumentale,  invece, si situa sulle sponde del fiume più “notturno, la Dora. 

I due fiumi giustificherebbero dunque lambivalenza torinese: città solare e maschile, a cui fa da contraltare una città lunare, femminile, come una sorta di grande madre. 

Non dimentichiamo, infine, che a specchiarsi sulle acque del Po c’è anche una chiesa assai particolare, la Gran Madre.

Tre sono i fiumi che bagnano Torino, ma due sono particolarmente cari alla cittadinanza, il Po e la Dora, i due corsi dacqua diventano, infatti, protagonisti di un angolo di città, fissati in personificazioni statiche e solenni. Si tratta della piazzetta CLN, posta nel centro storico della cittàappena dietro le due chiese gemelle di piazza San Carlo (Santa Cristina e San Carlo), lungo lasse di via Roma in direzione di piazza Carlo Felice e dei giardini Sambuy. Prima del 1935 la piccola piazza era conosciuta come piazza delle due chiese.

Laspetto attuale si deve alla ristrutturazione del 1935 prevista dal progetto di Marcello Piacentini, avvenuta in pieno periodo fascista, che riguardava il secondo tratto di via Roma e la zona circostante. Nel progetto erano comprese anche le statue di Benito Mussolini, Vittorio Emanuele III di Savoia e due fontane poste sul retro delle due chiese, con allegorie antropomorfe dei fiumi Po e Dora Riparia. Solo le ultime due statue vennero effettivamente realizzate e la piazza venne rinominata Piazza delle due Fontane, realizzate dallo scultore Umberto Baglioni nel 1973. Durante loccupazione nazista  la piazzetta si incupisce di unombra crudele ma purtroppo reale, e ospita il comando della Gestapo, ubicato presso lalbergo Nazionale. Alla fine della guerra, forse proprio per chiudere quella ferita storica, il nome della zona vene cambiato e dedicato al Comitato di Liberazione Nazionale costituitosi al termine del fascismo.

Il tempo scorre, proprio come lacqua delle due fontane che guardano ieratiche il susseguirsi degli uomini e degli avvenimenti. Eppure anche loro hanno avuto delle peripezie da affrontare,  nel1987 le fontane furono svuotate e messe fuori servizio a causa dellusura  della copertura della vasca e dellimpianto idrico.

Solo nel 2005, dopo un significativo restauro, vennero rimesse in funzione; nel 2013 altri lavori di ristrutturazione costrinsero la fontana del Po ad essere chiusa nuovamente, finché il 23 dicembre dello stesso anno vennero nuovamente inaugurate  entrambe, con una cerimonia alla presenza dellallora sindaco di Torino Piero Fassino.

Nel 2017 un pezzo di cornicione di marmo del retro della chiesa di Santa Cristina precipitò sulla fontana dedicata alla Dora Riparia, fortunatamente senza danni né alle perone né al monumento.

Infine, dopo varie vicissitudini, per il Po e per la Dora arriva il vero momento di gloria: la piazza venne scelta nel 1975 dal regista Dario Argento per alcune scene del film Profondo Rosso, rimanendo impressa per sempre sia in una delle pellicole cinematografiche più conosciute, sia nella mente degli appassionati dellhorror.

Alessia Cagnotto

Ryo Kato, l’artista nipponico tutto da scoprire

La mostra nel prossimo marzo 2027

È un artista di origini giapponesi Ryo Kato, ha quasi cinquant’anni e una faccia di ragazzo. È nato a Nimi, nella prefettura di Okayama, all’interno dell’isola di Honshū, una città che inneggia alla natura e ospita uno dei tre più famosi giardini del Giappone, di antica data, un ampio luogo verde che utilizza una tecnica paesaggista il cui nome è “shakkei”, traducibile come “paesaggio in prestito”, ovvero l’inserimento di elementi esterni al giardino in modo tale da dare la sembianza di farne parte, come le lontane montagne incastonate tra gli alberi, come gli edifici e le colline chiamati a fare intimamente da sfondo. Questo il mondo della sua infanzia, l’introduzione a una filosofia di vita, per pochi anni coltivata. Ma non ancora ventenne ha saggiato l’aria artistica di Parigi per nove mesi e l’esperienza non lo ha soddisfatto, costringendolo a raggiungere Berlino dove oggi vive, con la famiglia, e opera. Felicemente. Tra il 2001 e il 2005 ha frequentato i corsi di Wolfgang Petrick, poi, l’anno successivo, in qualità di “master scholar”, alla Berlin Academy of Arts ha seguito gli insegnamenti di Daniel Richter, proponendo mostre in varie occasioni tedesche e avviandosi verso vari premi. Non ha mai esposto in Italia. “Con una certa emozione” lo farà conoscere Riccardo Dellaferrera nel marzo prossimo negli spazi della Swann Art Gallery, a Torino: lo ha presentato alcuni giorni fa, in una sala che si è riempita a poco a poco, un piccolo assaggio delle sue opere, interessata e curiosa nell’affrontare una pittura nuova, forse espressa con una crudele asprezza, che cerca di collegare due culture, l’europea e la nipponica, che trascina con sé testa e pancia, che certo s’inserisce a buon diritto nell’identità di una galleria che in un solo anno di vita s’è fatta carico – brillantemente e con estrema serietà e con invidiabili corollari alle proprie mostre – della scoperta di nuovi talenti, dell’interesse di un pubblico sempre più numeroso e partecipe, della conoscenza di indirizzi ad ogni occasione diversi e stimolanti.

Sarà nei mesi prossimi Massimo Scaringella, con la propria curatela, a delineare il rapporto tra uomo e natura, a imprimere negli scritti e nelle parole la veemente, rabbiosa denuncia dell’artista “verso questo precipizio su cui continuiamo ad affacciarci”, di quella distruzione che stiamo vivendo, a esplorare i movimenti d’onde trasmesse tra astratto e figurativo, a configurare appieno quel mondo “naturale”, aspro intricato nodoso quanto vilipeso e ferito, che Ryo Kato ha fatto suo, “storie attraverso un linguaggio visivo audace e d’impatto immediato”, tra tratti nervosi e sguardi drammatici e piena consapevolezza, che vogliono esprimere idee corpose intorno alle questioni sociali e ambientali di oggi.

Una famiglia che amava l’arte, quella di Ryo Kato. La nonna dipingeva e il padre era un apprezzato ceramista, impossibile che l’artista sin da ragazzo non avvertisse quell’atmosfera di segni e di colori, non amasse il disegno e la pittura. All’età di otto anni, contro la propria inclinazione, per la sola volontà paterna, si trasferì a Tokyo per iniziare la formazione con un maestro di Go – un antichissimo gioco da tavolo, che necessita di logica e intuizione, considerato un’opera d’arte volta, con l’utilizzo di pietre bianche e nere, alla costruzione di intelligenti configurazioni spaziali, in un attento sguardo alla situazione generale come alle singole aree particolari, nella piena capacità di prevedere e pianificare -, in vista di una carriera professionale come giocatore. Un ambiente urbano e un mondo frenetico ben lontani da un’indole del tutto legata alla natura e alle sue emozioni.

Ma la carriera che l’artista andava cercando e il suo mondo erano altri, “il mio mondo era la pittura, era la sera poter guardare, una volta a letto, sotto le coperte, le immagini di un catalogo di Monet e dell’impressionismo. Solo in seguito avrei finalmente trovato il coraggio di parlare con mio padre, parecchio tempo dopo, avrei parlato delle mie vere aspirazioni, dell’educazione dei figli e della loro libertà, solo allora avrei cominciato a vivere veramente la mia vita.” Non soltanto quel personale sradicamento dal proprio mondo naturale creò un vero shock per Ryo Kato, anche un tratto di foresta che ammirava ogni giorno andando a scuola venne improvvisamente abbattuto: anche da questo episodio nacque il suo impegno contro lo sfruttamento della natura. Oggi, nella casa/studio che ha acquistato, torna spesso a quel dolore quasi fisico, seduto sul divano con una tazza di caffè in mano mentre comincia a schizzare su di un foglio, mentre inizia a prevedere, come accade per il Go, quale sarà la visione globale sulla tela che avrà forma: e allora nascono, tra i colori forti e dilaganti, tra i tratti sghembi e zigzaganti che guardano all’espressionismo, tra il movimento incessante e il silenzioso frastuono, mentre le immagini si fondono l’una nell’altra, gli squarci delle bombe, le crisi economiche e ambientali, gli animali che fuggono o cercano rifugio, gli scarponi dei militari che avanzano tra brandelli di alberi, fuochi che divampano e variopinti pappagalli che tentano di alzarsi in volo, grandi camion a scaricare liquami e immondizia, mostri umani che si sovrappongono agli animali, i rapporti sconnessi e i traumi legati alle bombe, gli eccidi e i fuochi e le belve che si fanno inaspettatamente vittime. In una poetica – sottolinea Scaringella da remoto – che non potrà non emozionare chi visiterà la mostra futura. La visione di cento intuizioni, ognuna ripensata e razionalizzata. Un pensiero, una filosofia, il deciso rifiuto di un manager, l’acquisizione di un livello internazionale costruito tutto da solo, un agguerrito ottimismo nella consapevolezza che ad ogni aspetto negativo succederà sempre qualcosa di positivo a rimettere ogni cosa al suo posto, un successo inseguito che lo sta spingendo sempre più oltre i confini della patria di elezione. Un puzzle a comporre la personalità di Ryo Kato. Tutto da scoprire, in cui perdersi, da abbracciare o da ripensare. Ne parleremo ancora al suo arrivo a Torino, nella primavera prossima.

Elio Rabbione

Nelle immagini alcune opere di Ryo Kato: “Cappuccetto Rosso in viaggio”, “Il potere della natura” e “Estinzione di massa”.

“Mario Dondero. Inediti”. Al “Forte di Bard”

Le fotografie inedite, in bianco e nero, tratte dall’“Archivio” di uno fra i massimi fotografi e fotoreporter italiani del Novecento

Fino a domenica 18 ottobre

Bard (Aosta)

In parete ci sono gli scatti dei grandi fotoreportage realizzati cavalcando “campi di lavoro” (spesso teatro di gravi crisi sociali e politiche mai prive di reali contingenti e ben calcolati pericoli) che dall’Europa lo spinsero all’etica documentazione dei “fatti” storicamente fondamentali e “rivoluzionari” dell’Africa “post-coloniale”, non meno che dell’America Latina, di Medio Oriente e Asia: dal racconto, per immagini e parole, del “regime dittatoriale” (1965 – 1997) di Mobutu (Sese Seko) nella “Repubblica Democratica del Congo” alla Libia della “Jamahiriya” di Mu’ammar Gheddafi e alla Persia – Iran dell’ultimo “Scià degli Scià” Mohammad Reza Pahlavi ritratto al fianco della moglie, l’imperatrice Farah Diba, e del figlio primogenito Reza Pahlavi, da decenni in esilio negli States. E ancora, dalla Grecia dei Colonnelli e dalla Spagna Franchista al “Muro” di Berlino e alla Russia post-sovietica. Senza mai cedere ad effetti di voluto sensazionalismo, ecco la “grande” Storia. Ma anche quella di quotidiane (ma quanto importanti!) “minuzie” e immense “verità”: dal sorriso delicato e lieve del “sarto” di quella Baghdad il cui nome (ironia della sorte) storicamente significa “donato da Dio” e che invece è da anni e anni crogiolo di conflitti, atti terroristici, criminalità e tensioni geopolitiche tali da renderla oggi una delle terre più insicure al mondo fino alla “nostrana” piccola Scuola di quel “Piccolo mondo antico” raccontato nella “Scolarizzazione con la Tv” in quel di Reggio Emilia , negli Anni ’50 e ’60, allorché contro la piaga, assai diffusa nelle zone rurali, dell’analfabetismo, insieme alla “Televisione di Stato” (“Programma Ministeriale Telescuola”), un ruolo politico e sociale fondamentale svolse anche il cosiddetto “Reggio Emilia Approach” o progetto dei “cento linguaggi” (celebre ancor oggi in tutto il mondo) sotto la guida del pedagogista Loris Malaguzzi.

E’ davvero l’“Archivio di un partigiano dell’umano” – titolo della mostra a cura di Claudio Composti – il progetto fotografico dedicato a Mario Dondero (Milano 1928 – Petritoli di Fermo, 2015) in programma, fino a domenica 18 ottobre, nelle “Sale delle Cantine” del valdostano “Forte di Bard”. L’esposizione rivela, per la prima volta, un “corpus” di fotografie inedite tratte dall’“Archivio” (conservato, in larga parte dalla “Fototeca Provinciale” di Fermo ad Altidona e riordinato, con intensa passione, anche dall’ultima compagna di vita del fotografo, Laura Strappa) di uno dei maggiori fotoreporter e “testimoni civili” del nostro tempo. Tutte rigorosamente in bianco e nero.

 “Il colore – scriveva Dondero – distrae. Fotografare una guerra a colori mi pare immorale”. E ci pare proprio avesse ragione. Lui  che non solo è stato un eccezionale fotoreporter, ma anche un “cronista militante” della stampa politica italiana del dopoguerra (da “Lavoro Nuovo” all’“Avanti!” dall’“Unità” a “Le Ore”) e, soprattutto, un “testimone” attento e coraggioso che ha ben saputo scegliere, in ogni istante della sua vita, da che parte stare. Fin dagli anni giovanili, che lo videro fervente partigiano sulle alture della Val d’Ossola. Partigiano di fatto e, in arte, “Partigiano dell’Umano”. Raccontava: “Mi interesso a tutto quello che interviene nella nostra vita”. E scrive, in tal senso, il curatore Composti“Un operaio sudamericano o un rifugiato asiatico avevano per lui lo stesso peso di Sartre, Beckett, Giacometti o Pasolini, intellettuali e artisti amici che ritrasse con la stessa misura: nessuno mai in posa, il potere sempre disarmato, l’eroismo mai esibito”.

Molte delle stampe vintage selezionate per questa mostra (e distribuite in tre macro-sezioni tematiche, da “Memorie del presente” a “Verso il mondo” passando per “Sguardi politici”) recano sul retro, annotazioni a penna o a matita, riflettendo per Dondero l’inseparabilità tra scrittura e immagine, due forme complementari – e “mai neutrali” – di testimonianza. Proprio come i suoi oltre duecento quaderni di appunti, pieni di frasi interrotte, osservazioni sul presente, brevi racconti di ciò che leggeva o di cui era testimone. “I fotografi – annotava in uno di essi – di solito non scrivono e neppure parlano. Sono come i pesci, muti anch’essi nel vasto mare silente”. Lui era la “bella” eccezione. “Mi auguro – sempre parole di Dondero – che le mie fotografie, mosse dalla simpatia, colgano nel segno lo spirito dei luoghi e l’umanità intensa delle persone”. Frase totalmente emblematica rispetto alla sua “poetica”. “In un tempo che tende a trasformare tutto in icona e consumo visivo – scrive ancora Composti – i suoi inediti riaffermano la fotografia non come semplice memoria visiva, ma come esercizio critico. L’archivio politico di un ‘partigiano dell’umano’ che continua a parlare di uomini agli uomini”.

Gianni Milani

“Mario Dondero. Inediti – L’archivio di un partigiano dell’umano”

“Forte di Bard”, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it . Fino al 18 ottobre. Orari: da mart. a ven. 10/18, sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto da “Archivio Mario Dondero”: “Mobutu”, “Scià di Persia con Farah Diba e figlio”, “Reggio Emilia Scolarizzazione con la Tv”, “Il sarto di Baghdad”, “Gheddafi”

Opere Vive. Percorsi di arte pubblica del cuneese

A Ivrea l’arte scende in strada con San Lorenzo ArtDabò

 

Una notte di arte, creatività e divertimento sotto le stelle

L’estate a Ivrea si illumina con un appuntamento dedicato all’arte, alla condivisione e alla creatività. Sabato 8 agosto 2026, dalle ore 21.00, Daniela Borla Dabò e Luca Stratta invitano tutta la cittadinanza a partecipare a San Lorenzo ArtDabò, un evento gratuito e aperto a tutti che trasformerà via Arduino in un laboratorio artistico a cielo aperto. Protagonista della serata sarà un grande live painting collettivo. Una maxi tela bianca verrà installata direttamente all’esterno dell’Atelier ArtDabò e chiunque potrà contribuire alla sua realizzazione. Non servono competenze artistiche, basterà prendere un pennello, scegliere un colore e lasciare il proprio segno, diventando “artista per una notte”. Ogni partecipante sarà protagonista dell’evento anche sui canali social dell’atelier: fotografie, tag e contenuti dedicati racconteranno i volti e i gesti di chi avrà contribuito alla realizzazione dell’opera. Al termine della serata sarà inoltre realizzato un video ufficiale, che verrà pubblicato sul canale YouTube dell’Atelier ArtDabò. Una volta completata e asciutta, la grande tela collettiva sarà esposta nella vetrina dell’atelier come testimonianza permanente di una serata vissuta insieme, all’insegna della creatività e della partecipazione.

San Lorenzo ArtDabò dedica un momento speciale anche ai bambini con una maxi gara luminosa di nascondino a premi, che si svolgerà nelle vie limitrofe all’atelier. Ogni partecipante riceverà un bastoncino LED luminoso che, al calare della sera, trasformerà i bambini in tante piccole stelle, creando un’atmosfera magica e suggestiva nella notte di San Lorenzo. Non mancheranno premi, divertimento e tante sorprese. Con questa iniziativa l’Atelier ArtDabò rinnova il proprio impegno nel promuovere un’arte aperta, inclusiva e partecipata, capace di uscire dagli spazi espositivi per incontrare direttamente il pubblico e trasformarsi in un’esperienza condivisa.

“L’Originale. L’Arte ad Ivrea” è molto più di uno slogan: è un invito a vivere la creatività come occasione di incontro, gioco e comunità. La tela è bianca. Il prossimo segno potrebbe essere il tuo. L’ingresso e la partecipazione a tutte le attività sono completamente gratuiti. Porta la tua famiglia, gli amici, la tua curiosità e la voglia di metterti in gioco.

L’appuntamento è per sabato 8 agosto 2026, dalle ore 21.00, all’Atelier ArtDabò, in Via Arduino 37 a Ivrea.

 

Due nuove sale, tutte da vedere, alla Palazzina di Stupinigi

Sono la “Sala Crivelli” e la “Sala Principini”: inaugurate a maggio entrano nel percorso di visita della juvarriana “Residenza Sabauda”

Nichelino (Torino)

Se mai ce ne fosse stato bisogno, c’è oggi un motivo in più per debitamente visitare quello splendore “Barocco” – “Rococò” che è la sabauda “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, progettata nel 1729 da Filippo Juvarra per volere di Vittorio Amedeo II di Savoia e principalmente adibita, come ben si sa, alle sfarzose “battute di caccia” e alle grandi, sontuose feste e ricevimenti di corte. Nel mese di maggio, tra storiche “quadrerie”, nature morte, pitture di animali e ritrattistica infantile di corte, sono state infatti inaugurate due nuove magnifiche “Sale” che raccontano un capitolo poco conosciuto del “Museo dell’Arte e dell’Ammobiliamento”, ospitato nella “Palazzina” e composto da oltre duecento opere (datate tra XVII e XIX secolo) giunte a Stupinigi negli Anni Venti del Novecento proprio per l’allestimento del succitato “Museo”. Due nuove “Sale”, si diceva: la “Sala Crivelli” e la “Sala Principini”. Davvero due magnifiche “scoperte”, regalate alla Città e destinate ad arricchire oltremodo gli splendori della “Palazzina”, “Patrimonio UNESCO”.

“Sala Crivelli”

A completamento della visita dell’“Appartamento del Re”, la nuova saletta restaurata (ai tempi destinata a piccola camera da letto) è  dedicata a un nucleo di quindici dipinti, opera di Angelo Maria Crivelli, detto il “Crivellone”, e del figlio Giovanni, il “Crivellino”, tra i più apprezzati interpreti lombardi della pittura di “animali” e “nature morte” tra la fine del Seicento e la metà del Settecento. Padre e figlio lavorarono molto insieme, con uno stile di chiara “matrice fiamminga” il primo, più attento a giochi di rigoroso e suggestivo “virtuosismo espressivo” il secondo, chiamato nel 1733 da Filippo Juvarra a realizzare gli “otto paracamini” del “Salone Centrale” della Palazzina, a tutt’oggi conservati. Le opere esposte – provenienti dal “Castello di Moncalieri” e successivamente confluite nelle raccolte di Stupinigi – raccontano un genere molto presente nelle Residenze Sabaude: scene di cortileselvagginapescipaesaggi boschivi e composizioni floreali costruite con attenzione naturalistica e forte impatto decorativo. Due opere di grandi dimensioni della stessa serie, raffiguranti “animali da cortile”, sono conservate, pare, nello “Studio” del “Presidente della Repubblica” al Quirinale. 

I dipinti del “Crivellone” si concentrano in prevalenza su “scene di caccia”, animali selvatici e da cortile colti con grande minuzia di segno e svolazzi cromatici all’aperto, “in un dialogo continuo tra osservazione del dato reale e costruzione scenografica dell’immagine”. Nelle opere del “Crivellino” (forse più apprezzato, rispetto al padre, dalla Corte Sabauda) prevalgono invece le grandi “nature morte” di pesci, soprattutto, arricchite da conchiglie, funghi, verdure e dettagli naturalistici. Pittura più complessa nella struttura scenografica e nella scelta tematica. Esposte tra il 2024 e il 2025 le opere dei Crivelli sono state in parte restaurate, grazie al contributo di “AON spa”, a cura di “Open Care – Servizi per l’Arte” di Milano. Un ultimo intervento di manutenzione straordinaria sulle opere non ancora restaurate è stato recentemente eseguito dal “Centro Conservazione e Restauro” de “La Venaria Reale”.

“Sala Principini”

Nelle sale del “Gabinetto di toeletta” dell’“Appartamento della Regina” e nella “sala successiva” sono presentati 23 ritratti (XVII – XVIII secolo) di “bambini” e “infanti” diretti discendenti della “Casa Savoia” o ad essa correlati: dipinti di raffinata qualità pittorica, che nel tempo sono stati studiati ed esposti in molte occasioni singolarmente. Le firme vanno da autori di pregio della corte sabauda (da Francesco Cairo a Maria Giovanna Battista Clementi – “La Clementina” a Giuseppe Duprà) a  pittori francesi della cerchia di Nicolas de Largillière e Pierre Gobert, loro i ritratti dei principi di Lorena. La nuova “Sala” rappresenta, inoltre, due serie omogenee di ritratti: da una parte i figli di Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773) e, dall’altra la serie dei figli di Vittorio Amedeo III e Maria Antonia Ferdinanda di Spagna, il cui ritratto recentemente restaurato (con il sostegno del “Rotary Club Distretto 2031”) rappresenta il primo recupero delle immagini delle “dame di corte” che affianca quello dei piccoli “principi”. Figlia di Filippo V, re di Spagna, e di Isabella Farnese, Maria Antonia Ferdinanda di Borbone-Spagna sposò nel 1750 il principe Vittorio Amedeo, futuro Vittorio Amedeo III, entrando a far parte della “corte sabauda” in una fase di profondo rinnovamento politico e culturale. “Regina di Sardegna” dal 1773 al 1796, soggiornò a lungo nei mesi estivi alla “Palazzina” di Stupinigi, animandola con “feste” e “battute di caccia”.

Per info: “Palazzina di Caccia”, piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi-Nichelino (Torino); tel. 011/6200601 o www.ordinemauriziano.it

Gianni Milani

Nelle foto: Allestimenti (particolari) “Sala Crivelli” e “Sala Principini” (Ph. Mariano Dallago)

Ricognizioni per artisti emergenti

Nell’ambito del programma culturale interdisciplinare Energie Eccentriche nasce RICOGNIZIONI, progetto dedicato alla valorizzazione, al sostegno e alla mappatura delle artiste e degli artisti emergenti del territorio torinese, promosso dalla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino e curato da Virginia Lupo.

Con questa iniziativa la GAM consolida il proprio ruolo di luogo di ricerca e sperimentazione, favorendo l’incontro tra le pratiche artistiche emergenti e i pubblici del museo.

Il progetto prevede una call rivolta ad artiste e artisti di età compresa tra i 19 e i 35 anni che vivono e lavorano a Torino, invitati a presentare un progetto espositivo (non si richiedono nuove produzioni o progetti inediti). Attraverso questa call, la GAM intende intercettare le più interessanti esperienze artistiche contemporanee del territorio e offrire loro uno spazio dedicato all’interno del museo.

Le candidature saranno valutate da una giuria composta dalla Direttrice della GAM Chiara Bertola, dalla curatrice del progetto Virginia Lupo, da Adrien Gardère, curatore del programma Energie Eccentriche e da Almanac, organizzazione non profit torinese dedicata a esplorare la molteplicità di forme e linguaggi dell’arte contemporanea.

Saranno selezionati due progetti che verranno presentati alla GAM tra ottobre 2026 e aprile 2027. Durante il periodo espositivo, alle due figure selezionate sarà inoltre richiesto di progettare, in collaborazione con il Dipartimento Educazione GAM e Almanac, un workshop rivolto a persone di età compresa tra i 19 e i 35 anni che si svolgerà presso il Community Hub di via Baltea 3, per promuovere pratiche partecipative e momenti di scambio tra artiste, artisti e comunità.

Energie Eccentriche

RICOGNIZIONI è una delle azioni di Energie Eccentriche, un progetto sperimentale basato su un processo di co-ideazione di un programma polifonico e pluriennale che con la cultura innesca un processo di sviluppo locale nel quartiere più eccentrico, giovane e internazionale di Torino: Barriera di Milano.

In Energie Eccentriche, non c’è un’unica istituzione che propone al pubblico un programma prestabilito ma una rete che mette a disposizione esperienze e competenze, coinvolge chi partecipa in ogni step, secondo un approccio orizzontale di ascolto e costruzione partecipata di un patrimonio culturale comune. In coerenza con questa scelta, come strumento primo di coinvolgimento attivo il programma privilegia la call to action, tanto di artiste e artisti quanto di partecipanti.

Energie Eccentriche è un programma culturale che si sviluppa nell’arco delle quattro stagioni e prende forma a partire da un territorio che mette al centro le persone, le relazioni e i valori di una società più aperta e consapevole.

COME APPLICARE

Compilare il modulo disponibile a questo link entro domenica 20 settembre alle ore 23:59
I risultati verranno comunicati lunedì 28 settembre 2026.

REQUISITI PER LA CANDIDATURA

Saranno selezionate persone di età compresa tra i 19 e i 35 anni che presenteranno un progetto espositivo, successivamente affinato insieme alla curatrice. I candidati dovranno inoltre presentare una proposta di workshop, che sarà successivamente sviluppato in collaborazione con il Dipartimento Educazione GAM e la direzione di Energie Eccentriche.

SUPPORTO

Fee Energie Eccentriche: € 1.000 lordi per ogni progetto
Supporto tecnico e organizzativo per l’allestimento delle opere
Trasporto di andata e ritorno delle opere
Non è richiesta la produzione di nuove opere, questa voce non è inclusa nel contributo.

SELEZIONE

La giuria valuterà tutte le candidature ammissibili e selezionerà due progetti espositivi, che saranno sviluppati insieme alla curatrice secondo il calendario indicato:

SELEZIONE 1
Inaugurazione: 15 ottobre 2026 (GAM)
Durata: 16 ottobre 2026 – 10 gennaio 2027 (GAM)
Workshop: 12 dicembre 2026 (Community Hub di Via Baltea 3)

SELEZIONE 2
Inaugurazione: 21 gennaio 2027 (GAM)
Durata: 22 gennaio – 4 aprile 2027 (GAM)
Workshop: 13 marzo 2027 (Community Hub di Via Baltea 3)

CONTATTI

Tutte le info: https://www.gamtorino.it/it/evento/ricognizioni/
Per ulteriori informazioni contattare: assistentedirezionegam@fondazionetorinomusei.it

Energie Eccentriche è un progetto di Sumisura APS, Centro Studi Piero Gobetti, Fondazione Time2, GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, Jazz School Torino, Radio Banda Larga, Tangram Teatro con Enchiridion, con la curatela di Adrien Gardère.

Con il sostegno dell’Ambasciata e Consolato Generale dei Paesi Bassi in Italia e della Fondazione Compagnia di San Paolo e con il patrocinio della Città di Torino.

Torino, piazza San Carlo: gli affreschi dedicati alla Sindone

Due opere per celebrare uno dei simboli della città 

La Sacra Sindone rappresenta molto per Torino. Il suo  fascino misterioso e senza tempo racconta, attraverso un telo di lino bianco in uso nella cultura ebraica per la sepoltura dei morti, la Passione di Cristo. Emblema del confronto tra Chiesa e scienza, rimane la reliquia piu’ famosa di sempre, capace di far peregrinare milioni di persone devote ad ogni sua sontuosa ostensione, un evento molto sentito e solenne. Questo lenzuolo, carico di storia, ma anche di miti e leggende, appare nella storia nel 1353 quando Goffredo di Charny, cavaliere e scrittore medievale francese, lo   porto’ dalla Terra Santa nella cittadina francese di Lirey dove fece costruire una chiesetta per custodirlo. Successivamente fu venduto al Ducato di Savoia, che aveva il suo capoluogo a Chambery, dove fu conservato fino al 1532 nella Sainte-Chapelle duSaint-Suaire quando un incendio, che fortunatamente non lo distrusse completamente,  gli provoco’ degli evidenti segni di bruciatura.

 

Dopo vari spostamenti il  sacro lino fu portato da San Carlo Borromeo, particolarmente devoto, da Milano a Torino per ordine di Emanuele Filiberto di Savoia, “testa di ferro”. Lo spostamento fu un vero e proprio pellegrinaggio che duro’ 4 giorni, con intervalli di meditazione spirituale ed esercizi di pieta’,  percorso a piedi scalzi e  accompagnato da un gruppo  di quattordici persone. Appena arrivato a Torino  fu subito onorato con una ostensione pubblica a cui parteciparono numerosissimi fedeli.

In piazza san Carlo, cosi’ nominata in memoria del viaggio del Santo con il famoso lenzuolo, ci sono due affreschi, di piccole dimensioni e poco conosciuti, che narrano i fatti accaduti quell’ottobre  del 1578 quando la Sacra Sindone arrivo’ a Torino con la promessa scritta di Emanuele Filiberto, mai mantenuta, di riportarla a Chambery in breve tempo. Questi dipinti murali commemorativi, dall’autore ignoto e che un tempo erano ben 4, si trovano all’estremita’ della piazza, il primo, che raffigura la Madonna con Emanuele Filiberto e San Carlo Borromeo, nell’angolo con via Alfieri e l’altro, dove si riconosce ancora la Vergine Maria, questa volta con San Francesco D’Assisi e un frate, e’ sito all’angolo con via Santa Teresa. Gli altri due dipinti sono purtroppo andati perduti durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Nella Chiesa di San Carlo Borromeo, inoltre,  si possono ammirare due affreschi che celebrano l’arrivo a piedi di San Carlo a Torino e  il Santo in adorazione del piu’ famoso telo.

MARIA LA BARBERA 

“COSE. Stanze come mondi”

Nell’ottocentesca “Villa Giulia” di Verbania, la “città giardino” sul Lago Maggiore dedica un’importante retrospettiva ad Alessandro Mendini

Dal 16 maggio al 27 settembre

Verbania

Una grandiosa (in tutti sensi) “Poltrona di Paglia”, che mi fa subito venire alla mente le “Big Benches” (“Panchine Giganti” panoramiche, oggi sparse in tutta Italia, la maggior parte in Piemonte), ideate dal designer automobilistico americano Chris Bangle quando insieme alla moglie, nel 2009, si trasferì nelle Langhe di Clavesana e proprio lì creò la sua prima “Panchina Gigante”. La “Panchina n. 1”. Correva l’anno 2010. Non una novità, se si pensa all’enorme “Poltrona di Paglia”, di cui sopra, progettata da Alessandro Mendini, era il 1974 (ben 35 anni prima!), tra i più geniali interpreti del “design” e dell’“architettura” del nostro Novecento, cui la Città di Verbania dedica nell’ottocentesca “Villa Giulia”, sul versante piemontese del Lago Maggiore, una prestigiosa retrospettiva, curata da Loredana Parmesani (con allestimento di Alex Mocika), e visibile da sabato 16 maggio a domenica 27 settembreBen 130 le opere in mostra, tra le più significative della sterminata produzione di Mendini (Milano, 1931 – 2019) e capaci di ripercorrere tutta la sua lunga carriera, dando voce e corpo ad un vasto arco cronologico che scorre dai primi passi nel “Radical Design” milanese degli anni Settanta fino alle più pronunciate “teorie post-moderne”, che ritroviamo anche nella sua collaborazione con l’Azienda “Alessi”, la cosiddetta “Fabbrica dei sogni”, che proprio nel Verbano-Cusio-Ossola (precisamente ad Omegna, dove fu fondata nel 1921 da Giovanni Alessi) ha la sua sede operativa.

Organizzata dal “Comune di Verbania”, in collaborazione con l’“Archivio Alessandro Mendini (Elisa e Fulvia Mendini)”, il Patrocinio di “Regione Piemonte” e “Provincia del Verbano-Cusio- Ossola” (insieme ad altri numerosi Enti ed Istituzioni), la rassegna segue fedelmente un particolare “percorso espositivo” che si snoda lungo un allestimento modulato sulla struttura interna di “Villa Giulia”. In cui s’affiancano, per l’appunto (per dirla con il titolo della stessa mostra), “Cose” che guardano – in un gioco ludico fatto di alta maestria ma anche di sottile ironia e non poca visionarietà – alle “Stanze come mondi”.  Ogni stanza, infatti, é dedicata a un capolavoro di Mendini, scelto in collaborazione con le figlie Fulvia ed Elisa.

In mostra, ci si muove dunque dalla famosa “Poltrona di Paglia” del 1974, progettata per dichiarare quanto il “design” possa essere non solo creazione di “oggetti utili”, ma anche “strumento di provocazione, sensibilizzazione e attivismo sociale”, alla “Poltrona di Proust” del 1978, dedicata allo scrittore francese e a metà tra “Rococò” e “Puntinismo”; dal “Divano K2”  per “A LOT OF Brazil” (importante industria di “design” brasiliana) del 2013 – omaggio ai riferimenti artistici a lui più vicini, quali De ChiricoSavinioCarràKandinskijFuturismo e le avanguardie storiche del tempo – al “Mendinigrafo” del 1985, una sorta di “normografo” o “strumento da disegno” in legno che racchiude i segni e i decori caratterizzanti la sua produzione, fino al “100% Make up” di “Alessi” del 1992, una “Collezione di 100 vasi in porcellana” con il coperchio disegnato da Mendini, ma decorati da altrettanti artisti, architetti e “designer” internazionali. E tant’altro, ancora, di imprevedibile e geniale creatività. Ciascuna opera, inoltre, ci appare accompagnata da disegni, oggetti, dipinti e testi che ne spiegano la genesi e ne sottolineano la collocazione storica e l’importanza estetica.

Sottolinea la curatrice, Loredana Parmesani“In ogni spazio, l’oggetto iconico dà il via a un racconto progettuale ed emozionale che si sviluppa in un percorso fatto di oggetti, disegni, fotografie, scritti che sostengono la peculiarità teorica e formale dell’argomento affrontato. Perché le stanze? Perché le stanze come mondi? Perché le stanze sono state uno dei fili conduttori della sua ricerca. La stanza, a lui così cara, è luogo della riflessione, del riposo, della quiete, del lavoro ma anche il luogo della turbolenza, dell’inquietudine che può divenire anche prigione da cui fuggire grazie all’immaginazione”.

Particolarmente intenso e fecondo anche l’estroso lavoro di “architetto” di Mendini che, insieme al fratello Francesco e con il loro “Atelier”, ha dato vita a innumerevoli progetti in Italia e nel mondo, dalle “Fabbriche Alessi” a Omegna alla “Piscina Olimpionica” di Trieste e alle stazioni della “Metropolitana” a Napoli, fino, in estrema sintesi, al “Museo di Groningen” in Olanda, a un quartiere di Lugano in Svizzera, a un “Palazzo Commerciale” a Lörrach in Germania e, in Corea del Sud, alla “Torre Osservatorio” di Suncheon.

Gianni Milani

“COSE. Stanze come mondi”

Villa Giulia, corso Zanitello 10, Verbania; tel. 0323/503249 o www.viviverbania.it

Dal 16 maggio al 27 settembre

Orari: dal lun. al ven. 10,30/13 e 16/19; sab. e dom. 11/19

Nelle foto: Alessandro Mendini seduto sulla “Poltrona di paglia”, 1974 (Ph. Enrico D. Bona); “Poltrona di Proust”, 1978 (Ph. Carlo Lavoratori); “K2 Amazzonia”, 2013 (“Archivio Alessandro Mendini”); “100% Make Up, Alessi”, 1992 (“Archivio Alessandro Mendini”)

Liberty misterioso: Villa Scott

Oltre Torino: storie miti e leggende del torinese dimenticato

È luomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nellarte 

Lespressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo luomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché  sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare.

Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo.  Non furono da meno gli  autori delle Avanguardie del Novecento  che, con i propri lavori disperati, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto Secolo Breve.

Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di ricreare la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i ghirigori del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa ledera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di unarte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che larte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso. (ac)

Torino Liberty

1.  Il Liberty: la linea che invase l’Europa
2.  Torino, capitale italiana del Liberty
3.  Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
4.  Liberty misterioso: Villa Scott
5.  Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
6.  Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
7.  Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
8.  La Venaria Reale ospita il Liberty:  Mucha  e  Grasset
9.  La linea che veglia su chi è stato:  Il Liberty al Cimitero Monumentale
10.  Quando il Liberty va in vacanza: Villa  Grock

Articolo 4. Liberty misterioso: Villa Scott

Talvolta il cinema va in cerca di luoghi suggestivi e unici, per rendere la pellicola ancora più indimenticabile. Uno di questi ambienti da cellulosa si trova nella collina torineseuna villa silenziosaNascosta in un elegante “vedo non vedo” tra il verde degli alberil’abitazione si affaccia indifferente sul panorama torinese che si prostra poco più in  delle sue fondamenta. È Villa Scott, situata in Corso Giovanni Lanza 57, uno dei più fulgidi esempi dello stile floreale a livello nazionale. Il committente, Alfonso Scott, consigliere delegato della Società Torinese Automobili Rapid, nel 1901 acquista un appezzamento di terreno precollinare affidando l’incarico di costruire una villa per la propria famiglia all’ingegnere Fenoglioche allora aveva 36 anni

Fenoglio si impegna nella costruzionedando al  progetto caratteristiche architettoniche di alto pregio, con una chiara apertura al Liberty, e con prospetti caratterizzati da decorazioni floreali in litocemento e in ferro battutoAlla morte di Alfonso Scott, la villa passa alle Suore della Redenzioneche la utilizzano per ospitare un collegio femminilenoto con il nome di Villa Fatima. Fenoglioche lavora al progetto di Villa Scott in collaborazione con il collega Gottardo Gussonirisolve le difficoltà di realizzazione – dato che vi è un dislivello di ben 24 metri tra la villa e il cancello d’ingresso – con una scalinata e con l’inserimento di diversi corpi di fabbricaaccanto al complesso principale lievemente curvilineo della villa. Il volume della costruzione è arricchito da un apparato decorativo che trae vita anche dalla scala esternaL’edificio viene completato nel 1902, anno in cui Fenoglio si dedica anche alla palazzina Fenoglio-La Fleur di corso Francia angolo via Principi d’AcajaNel contesto dell’ampio spazio verde in cui è ubicata Villa Scott, si stagliano netti i due corpi laterali a torrettauno su quattro livelliun altro sutre, ma con un bovindo quadratocollegati da una veranda vetrata sormontata da una terrazza.  La pianta di Villa Scott è amabilmente articolata in un gioco di loggebovindivetrategli elementi litocementizi di finitura murariaripieni e turgidi con misura, quasi rinviano all’ultimo barocco, con radiosi richiami ecletticiLa fantasmagoria floreale, la fitta lavorazione del terrazzinogli ariosi loggia-ti laterali, la decorazione a stucchi e boiseries di color crema e oroil tutto perfettamente in armoniacon l’arredo interno, un mobilio apertamente ispirato a un fioritoLuigi XVI, ne fanno una dimora elegante e raffinata, e piuttosto suggestivatanto che il regista Dario Argento vi ha ambientato uno dei più celebri gialli italianiProfondo rosso, del 1975.

Villa Scott viene infatti scelta per essere la villa del bambino urlante e gioca un ruolo essenziale per lo svolgimento della trama: è tra queste mura che si trova la soluzione del mistero. Tra gli appassionatialcuni indentificano la sfarzosa e terribile residenza del film giallo-horror con l’altrettanto celebre Villa Capriglioanch’essa situata in collina e nascosta tra la vegetazionesede inquietante di vicende 

orrorifichepurtroppo più veritiere rispetto a quelle altrettanto spaventose ma irreali di Villa Scott. 

Occorre ricordare che all’epoca delle riprese la villa era utilizzata come collegio femminile e abitata da suore e fanciulle che ovviamente non potevano rimanere  mentre veniva girato il film. La produzione dovette allora trovare un escamotagepoiché non si poteva abbandonare quella location così perfettamente suggestiva! Si decise dunque di offrire un periodo di villeggiatura a Rimini alle suore e a tutte le ragazze del collegio, le quali non opposero alcuna obiezione e con la loro vacanza inaspettata contribuirono alla realizzazione di una delle pellicole horror più conosciute. Dopo un breve periodo di abbandono, la villa è stata  restaurata e adibita a residenza privata.

Alessia Cagnotto