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POLITICA - page 134

La navigazione del Pd è senza rotta e si arena sull’Aventino

in POLITICA

Stupisce fino all’irritazione politica questo “Aventino” del Pd. Si tirano fuori visto che “abbiamo perso e tocca a voi governare”. Con la speranza che i reciproci veti rendano impossibile la formazione di un governo. Rendano inutile l’aver votato. E per ora ci stanno riuscendo. I tanto vituperati Salvini e Di Maio sono riusciti nell’intento di eleggere i presidenti di Camera e Senato. Con strane affermazioni da parte degli altri come: i pentastellati hanno perso la loro verginità o questo é un inciucio”.  Come un malato terminale il Pd era di fatto contento dopo il no a Berlusconi. Si sono incartati, non ne escono.  Ma da quello che si capisce leghisti e grillini si stanno appropinquando nel formare un governo. Il Pd? Aventino, Aventino. In attesa che l’empasse magari li rimetta in gioco e speranzosi nelle capacità del Presidente fella Repubblica. Non é la prima volta. Con Giorgio Napolitano che accettò di essere rieletto con la condizione di fare le riforme. Ed il successivo tragico errore di delegare Matteo Renzi con i relativi disastri. Ma tutto ciò é storia,  recente ma pur sempre storia. E il pd forse vuole ripartite ma deve  individuare il suo zoccolo duro di Occhettiana memoria, deve individuare una rotta, capendo da quale porto può partite e a quale porto vuole approdare. Forse pretendo troppo. Per “navigare” bisogna avere una rotta che si chiama linea politica. Ed anche qui pretendo troppo. Una volta si diceva: studiare e fare la gavetta. Poi è arrivata la rottamazione e  ci sono state le new entries, diciamocelo,  molto ma molto deludenti. Da dove partire? Ricostruire il partito? Degnissima affermazione che non fa i conti con la sua esistenza. Almeno potenziale. Ora con la moria di deputati e senatori le dissanguate casse del partito avranno meno entrate. La bancarotta del Pd non sarebbe solo politica. Partire dal popolo delle primarie? Renzi ha stravinto alle primarie e straperso le politiche. Qualcosa del meccanismo non torna. Gli iscritti? Con tutto rispetto per il singolo il più delle volte sono truppe “cammellate”. E i dirigenti? Qui si fa articolata l’analisi. Il più delle volte all’incarico politico nel partito si abbina un incarico nelle istituzioni. . A tal proposito in Piemonte e Torino il tutto é emblematico. Ho incontrato ex parlamentari del Pd. Palese la delusione. Chi dice che smette di fare politica. Chi viceversa intensifica il suo impegno politico sul territorio. Un ritorno alle origini. Davide Gariglio si è dimesso, atto forzatamente dovuto. La vecchia quercia di Giancarlo Quagliotti non gli ha fatto sconti e con lo stile comunista gli ha fatto gli auguri per il nuovo incarico romano. Solo Davide Ricca sodale del democristiano Gariglio parla di normalità delle dimissioni. Lui ” turista per caso” continua nel suo lavoro di Presidente di quartiere, eletto perché sodale dell’altro Davide, storico sodale del Matteo fiorentino. Ed ecco la zampata di Nadia Conticelli e dell’arrabbiato Stefano Esposito. Due garanti : Chiampa e la novarese Giuliana Manica. Entrambi da 50 anni in politica. Non è facile trovare chi ha esperienza, capacità e soprattutto disponibilità.  Bisogna averne voglia. E già si ventilano alcune certezze. Davide Gariglio non sarà il candidato del Pd come governatore piemontese. Sergio Chiamparino continua nello studiare da segretario nazionale e magari Giuliana Manica girerà il Piemonte per capire che cosa si può fare. Insomma, tutto rinviato al congresso. Con la certezza che se si dovesse rivotare sarebbe un disastro. Un disastro , sia ben chiaro per tutta la sinistra. Ma a questa sinistra, mi raccomando,  non parlare di unità.  Di condivisione anche, pur momentanea  Quello ideologicamente più affine a te é sempre il nemico più prossimo. Oggi più che sperare si dovrebbe tornare alla politica. E  l’Aventino non é un modo d’agire politicamente. O forse con questo voto si è veramente passati alla terza repubblica. Mi ha particolarmente colpito una affermazione di Beppe Grillo: il sistema é ed era in crisi. Noi Pentastellati ci siamo solo assunti  l’onere di dare l’ultima spallata. Se ha ragione, ciò che c’era nella seconda repubblica é superato. Nella prima la sostanziale dicotomia tra Dc e Pci. Con la discesa in campo del Berlusca che contrastava i “comunisti” rappresentati dal centrosinistra.  Ora la terza dove si ” affaccia” la dicotomia tra Salvini e Di Maio. Tra la Lega non più Lega Nord e i pentastellati rappresentanti di un Sud apoteosi dell’ evasione fiscale e della precarietà. Con un centro Italia terra di conquista per entrambi. Si dice che la Storia non si ripete. A Torino nelle votazioni dopo la divisione dal Pci  Rifondazione ebbe più voti del Pds. Ora Rifondazione é un gruppetto extraparlamentare e il Pds ottenne più voti dell attuale Pd… Forse entrando in un’ altra era gli orizzonti o i poeti saranno diversi dai porti del passato. 

 

Patrizio Tosetto

Casellati, senatrice ma non presidenta

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IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

Maria Elisabetta Casellati, fatta oggetto di attacchi furiosi del solito “Fatto quotidiano”,quasi quel giornale potesse anche decidere le alte cariche dello Stato,eletta presidente del Senato  ha esordito con un discorso altamente istituzionale che le fa molto onore e che rivela come  anche una donna di parte possa ricoprire la seconda carica dello Stato con dignità ed onore, come ha detto citando a Costituzione. Dallo scranno di presidi Palazzo Madama si è subito rivelata all’altezza ruolo. Il nuovo presidente della Camera Fico  non ha voluto liberarsi dai suoi abiti partigiani ed ha fatto un discorso partigiano. Le sue origini nei centri sociali sono difficili da superare, mentre l’avvocato proveniente dal Csm ha rivelato una cultura molto apprezzabile. Aver chiuso il suo  discorso con” Viva l’Italia “ le fa onore. Se posso fare un confronto, quando ho sentito la senatrice Casellati ,ho pensato al senatore Marcello Pera, filosofo prestato alla politica che ebbe il coraggio di infrangere certe vulgate. Quando ho sentito Fico, ho pensato a Fini, anche se non gli auguro il tremendo epilogo della carriera dell’ex delfino di Almirante. Fico e’ anni luce da Nilda Jotti, e’ un laureato di quella inutile facoltà di scienza della comunicazione che ha sfornato tanti inutili parolai.  E mi è piaciuto anche che  Casellati abbia chiesto di non chiamarla presidentessa, ma presidente. Dopo cinque lunghi anni della presidenta Boldrini  era necessaria un’inversione di tendenza in nome  del rispetto della lingua italiana . Se la legislatura durerà cinque  anni, cosa assai improbabile, la senatrice Casellati dimostrerà di che pasta è fatta. L’essere rimasta sempre fedele dal 1994 alle sue idee in un parlamento di voltagabbana risulta essere una grande virtù . E lo scrive uno che non è del suo partito ed a volte ha dissentito dalle sue posizioni. Le ingenerose  critiche del “Fatto” nei suoi confronti sono come medaglie  al valore. Un’ultima osservazione riguarda il PD che ,scegliendo come candidata presidente del Senato l’ex ministra  del MIUR, ha fatto una scelta sbagliata. Tra tante donne valide del Pd scegliere Fedeli e’ apparso  davvero incomprensibile .

Legge elettorale regionale, Radicali Italiani: “si è perso tanto tempo ma è ancora possibile una riforma”

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“In senso maggioritario e uninominale. Da tre anni giace in Consiglio la nostra petizione”

Il 7 gennaio 2015 i cittadini piemontesi Gloria Benincasa e Igor Boni depositarono presso il  Consiglio regionale del Piemonte il testo di una petizione popolare per la riforma elettorale regionale in senso uninominale e maggioritario, con la contestuale abolizione del listino, del sistema proporzionale e delle preferenze.

In particolare, la petizione  propone: il mantenimento dell’elezione diretta del Presidente della Regione; l’abolizione del listino collegato al candidato alla presidenza; la suddivisione dell’intero territorio regionale in 50 collegi uninominali nei quali eleggere con sistema maggioritario un consigliere per collegio, seguendo un criterio di suddivisione che contemperi numero di abitanti ed estensione territoriale.

I primi dieci firmatari della petizione (con relative cariche politiche del 2015) : Gloria Benincasa (Direzione regionale PD); Igor Boni (presidente associazione Aglietta); Davide Ricca e Mario Sechi (segreteria regionale PD); Alfonso Badini Confalonieri (coordinatore provinciale Scelta Civica); Marco Bussone (UNCEM); Luigi Brossa (Libertà Eguale); Giulio Manfredi (segretario associazione Aglietta); Dino Barrera (Verdi); Marco Carena (Torino Viva).

 

Igor Boni e Giulio Manfredi (esponenti di Radicali Italiani) sostengono:

“Non ci risulta che la Prima Commissione e il Consiglio Regionale abbiano trattato la nostra petizione, come previsto dagli art. 113 e 114 del Regolamento consiliare. Non appena il Consiglio Regionale avrà effettuato il restyling post elettorale – eleggendo il nuovo Presidente, il nuovo Ufficio di Presidenza e ratificando i consiglieri subentranti – chiederemo di essere auditi dalla Prima Commissione sulla nostra petizione.

Ricordiamo che nel luglio 2016 l’UNCEM (Unione nazionale Comuni e Comunità Montane) ha presentato in Consiglio Regionale una proposta di riforma elettorale maggioritaria. Il rischio che vaste zone del Piemonte rimangano prive di rappresentanza a Palazzo Lascaris è concreto ed è concreto il rischio che il Piemonte rimanga intrappolato nel sistema proporzionale a preferenze.

Malgrado siano passati quasi 4 anni c’è ancora tempo per arrivare a una legge elettorale giusta, che garantisca a ciascun cittadino piemontese uguale peso nella scelta sia del Presidente della Regione sia dei consiglieri regionali.

La modifica della legge elettorale regionale sarà una delle priorità che porteremo all’auspicabile tavolo programmatico del centrosinistra, preannunciato da Sergio Chiamparino.”

IVREA, VIGNALE (MNS): “COSTRUIRE UN NUOVO OSPEDALE, UNA PRIORITÀ PER LA SANITÀ EPOREDIESE”

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“La Regione s’impegni per dare ad Ivrea un nuovo ospedale” lo chiede il presidente del gruppo regionale del Movimento nazionale per la sovranità Gian Luca Vignale, che nei giorni scorsi ha visitato l’ospedale di Ivrea insieme ai sindaci di Burolo, Franco Cominetto, di Settimo Rottaro, Massimo Ottogalli, di Montalenghe, Valerio Grasso, e di Ozegna, Sergio Bartoli. 

Quella nel Canavese è un’ulteriore tappa del “tour sanità” che sta portando Vignale in tutti gli ospedali del Piemonte.  “L’ospedale Civile di Ivrea, è una struttura inadeguata alle esigenze del territorio, difficile da raggiungere e senza possibilità di parcheggio. Delle tante risorse che la Regione ha deciso di stanziare per l’edilizia sanitaria, è necessario riservarne una parte per dare agli eporediesi una struttura funzionale ed efficiente”.

Vignale sottolinea che ogni anno l’ospedale registra 50 mila passaggi in pronto soccorso, 750 nascite e serve un bacino di 60 mila abitanti. “Numeri spiega – che confermano l’esigenza di una nuova struttura. D’altronde ci sarà un motivo per cui i sindaci da tempo chiedono una nuova struttura. Ma purtroppo come oramai troppo spesso accade, anche in questo caso le richieste del territorio sono rimaste inascoltate e Saitta ha preferito utilizzare le risorse a disposizione in altri interventi, alcuni dei quali non certo condivisibili “.

Vignale infine sottolinea che “il nuovo ospedale dell’eporediese non dovrà in alcun modo prevedere la chiusura dell’ospedale di Cuorgnè, presidio sanitario fondamentale per quella zona di territorio. Altresì, sarà necessario garantire all’interno del già esistente ospedale di Ivrea servizi ambulatoriali per tutta la cittadinanza. L’intervento, insomma, dovrà configurarsi come un potenziamento dell’offerta sanitaria e non certo, come dieci anni fa si voleva fare, una riduzione”.

Giù le mani dalla Dc. Non ha eredi

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di Giorgio Merlo

Leggo, con curiosità e anche con incredulità, che si moltiplicano gli apprezzamenti e gli elogi per il ruolo politico che ha svolto ai suoi tempi la Democrazia Cristiana. Anche, e soprattutto, da parte di chi l’ha insultata, derisa e ridicolizzata per interni decenni. E, al riguardo, e’ partita dopo il 4 marzo la caccia al confronto con gli attuali partiti. Confronti simpatici se non fossero addirittura blasfemi. Blasfemi perché confrontano la Dc con i cartelli elettorali che dominano attualmente la scena politica italiana. Qualcuno, ad esempio, ipotizza che il movimento 5 stelle sarebbe la “nuova Dc” perché ha un consenso orizzontale nel paese e perché interpreta le ansie diffuse e profonde della società italiana. Ovvero, un autentico partito interclassista degli anni duemila. Altri, con altrettanta approssimazione e superficialità, paragonano il ruolo della Dc al cartello del centro destra. E questo perché, secondo un’anacronistica interpretazione, rappresenterebbe il grande “contenitore centrista” del nostro paese. Altri ancora, per fortuna in minoranza, attribuiscono una certa similitudine del Pd alla vecchia Dc. Forse per il motivo, abbastanza futile, che in quel partito si riconosce un pezzo della antica casta democristiana. Ma quello che colpisce maggiormente e’ la similitudine tra il movimento 5 stelle e, appunto, la Democrazia Cristiana. Ora, al netto delle diversità storiche, politiche, culturali e di costume di quegli anni rispetto all’attualità, mi volete spiegare dove ci sarebbe questa somiglianza? Provo a indicare alcuni punti, a mio parere tra i più importanti ed evidenti. Vogliamo paragonare la classe dirigente democratico cristiana con quella grillina? Fermiamoci qui, per carità di patria. In che cosa consisterebbe la somiglianza del progetto politico grillino con quello democristiano? Un partito che si vanta di essere “oltre la sinistra, il centro e la destra” evidenzia, del tutto legittimamente, una ostentata assenza di cultura politica e di precisi riferimenti ideali che porta questo movimento – e questo però lo si deve pur riconoscere – ad avere un consenso che prescinde da qualsiasi valutazione politica e culturale. L’esatto opposto della Dc che nella sua lunga storia, seppur tra alti e bassi, si è sempre caratterizzata con una politica “di centro che guarda a sinistra”. Per dirla con una celebre definizione di De Gasperi e poi proseguita, nella concretezza delle scelte e degli orientamenti politici, da tutti i principali leader democristiani che si sono succeduti sino all’esaurimento del partito nel 1993. In ultimo, per fermarsi solo ai dati più macroscopici, la “cultura delle alleanze”. Un elemento essenziale e decisivo nella cinquantenne esperienza della Democrazia Cristiana. Un accidenti da cui liberarsi per il movimento 5 stelle che fa proprio della sua autosufficienza e del suo isolamento gli elementi decisivi per caratterizzare la sua presenza nello scenario politico italiano. Ecco perché, forse, e’ sufficiente un pizzico di memoria storica per arrivare ad una banale conclusione: quando si vogliono fare confronti e paragoni storici si abbia almeno il pudore di non pigliare lucciole per lanterne. E per evitare ciò, basta un pizzico di conoscenza politica del proprio paese per non diventare ridicoli agli occhi della storia e patetici a quelli della società contemporanea.

Bilancio di previsione del Comune

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La Conferenza dei Capigruppo, presieduta da Fabio Versaci, ha stabilito nei giorni scorsi le date in cui il Consiglio comunale  si riunirà per l’illustrazione, la discussione e la votazione della delibera relativa al bilancio di previsione per il triennio 2018-2020. Nella seduta ordinaria di lunedì 26 marzo la delibera sarà illustrata a cura della Giunta, le sedute straordinarie dei giorni 29 e 30 marzo saranno dedicate alla discussione ed alle votazioni del provvedimento. Il termine per la presentazione degli emendamenti è fissato per le ore 12 del 23 marzo.

Quali scenari dopo il voto

in POLITICA

 

LA VERSIONE DI GIUSI  di Giusi La Ganga

Quando le cose sono complicate e l’emotività è grande, il dovere di un politico è quello di usare il cervello, di capire le ragioni degli avversari, di entrare in sintonia con gli elettori prospettando una via d’uscita, e di saper guardare un po’ più avanti dell’immediato. Questa premessa è indispensabile se vogliamo provare a capire cosa può avvenire in Italia nei prossimi mesi e quali rischi corrono le forze democratiche. Non mi soffermo sulle cause della vittoria di populisti e sovranisti (sono denominazioni discutibili, ma serve ad intenderci). Esse comunque vengono da lontano, dall’incapacità dei democratici di governare la globalizzazione e gli squilibri che ha generato. Solo una nuova capacità di analisi ed un nuovo progetto di società potrà riaprire la sfida con le forze antisistemiche. (Anche qui la definizione è sommaria, ma ci fa capire). In Italia, per la sua fragilità e per i gravi errori politici del PD, i fenomeni presenti in tutto l’Occidente si sono manifestati in modo straordinariamente impetuoso. Ed oggi non sappiamo come affrontarli. E veniamo al presente. Ieri la Direzione del PD ha deciso (giustamente) che la sconfitta subita comporta il passaggio all’opposizione parlamentare, per ritrovare una nuova capacità di analisi politico-sociale e per costruire un nuovo progetto.

Alcuni hanno argomentato stizziti: “Avete votato così; adesso arrangiatevi”. Stupidissima posizione. Bisogna esser più umili. “Stiamo all’opposizione perché vogliamo riordinare le idee e correggere gli errori”. Questo bisognerebbe dire. Non lo pretenderei da Renzi, che è costituzionalmente incapace di umiltà, ma dagli altri dirigenti sì. Ma veniamo al presente. Un governo all’Italia va pur dato. E questo in teoria compete a chi ha vinto le elezioni.   Il guaio è che non le ha vinte nessuno, nel senso che nessuno ha una maggioranza parlamentare. Qualche cervello fine del PD invita Lega e Cinque Stelle a far il governo insieme. Il che non avverrà mai. Per la semplice ragione che queste due forze si considerano ormai leader dei rispettivi schieramenti, e pensano di poter ancora ampliare la vittoria. Quel che si delinea all’orizzonte è un’intesa istituzionale (la presidenza di Camera e Senato) e magari la disponibilità di un governo breve (vi risparmio l’eventuale denominazione) ispirato dal Presidente della Repubblica, per varare una nuova legge elettorale e tornare al voto rapidamente.

Bene: un PD dotato di un minimo di raziocinio dovrebbe fare carte false per evitare un simile esito. Lega e Cinque Stelle possono accordarsi su una legge elettorale fortemente bipolare che stritola le forze perdenti il 4 marzo. Un voto accelerato non potrebbe che accentuare le tendenze in atto, rafforzando la Lega nel centrodestra e i Cinque Stelle a sinistra. (Dicono di non essere né di destra né di sinistra, ma di fatto svuotano, come in Grecia e in Spagna, il partito riformista di governo). E se si mettesse in atto una dinamica di questo genere rischierebbe di essere irreversibile. Agevolata da chi si illude in una rapida rivincita del PD. Aver votato con la fiducia la legge elettorale nella scorsa legislatura ha creato un precedente che ora si ritorce contro le eventuali vittime di un nuovo bipolarismo forzato. Insomma un bel pasticcio, in cui vengono al pettine tutti i nodi di un riformismo generoso ma improvvido, dimentico che il riformismo senza popolo sconfina nel velleitarismo. Su queste basi non è facile trovare una strada; ma per trovarla bisogna intanto sapere cosa cercare. Trovare il modo di dare un po’ di respiro alla legislatura mi sembra un passaggio necessario per tentare di ricostruire un’alleanza di centrosinistra, che si possa preparare ad una difficile riscossa. Reiterare rapidamente il voto non farebbe che inchiodare lo status quo, probabilmente peggiorandolo.

Cattolici e politica, Famiglia Cristiana ha ragione

in POLITICA

di Giorgio Merlo

La recente inchiesta/denuncia di Famiglia Cristiana sulla “irrilevanza politica dei cattolici” durante e dopo il voto del 4 marzo non può e non deve passare sotto silenzio. E, accanto a questa oggettiva e sacrosanta riflessione, molti osservatori e commentatori delle cose politiche italiane rilevano che le urne hanno anche trasmesso un altro segnale, altrettanto grave. Ovvero, la sostanziale scomparsa del “centro” dalla contesa politica nel nostro paese. E questo non per legare i “cattolici” con il “centro”, che pur e’ stata una coppia simbolica che per molti anni ha accompagnato il dibattito sulla presenza dei cattolici italiani nello scenario pubblico del nostro paese. Ma perché sono due “mondi” che sono, di fatto, evaporati dopo il voto del 4 marzo. Ora, per fermarsi ai cattolici, non possiamo non essere d’accordo con le riflessioni puntuali dello storico organo dei Paolini. E cioè, i cattolici – o meglio gli esponenti dell’associazionismo di base del mondo cattolico italiano – sono assenti dal Parlamento. Ma non possiamo fermarci agli esponenti più rappresentativi di questo mondo perché dalle aule parlamentari sono anche assenti le figure di spicco di questa corrente culturale ed ideale. E quelli che ci sono  ridotti, di fatto, ad essere espressione della “nomina” o della “designazione” dei rispettivi capi partito del momento e a questi rispondono. Fa eccezione, e forse per il momento, il Pd perché Renzi dopo aver compilato le liste e’ stato gentilmente invitato a dimettersi per l’uragano che ha investito quel partito perdendo una quantità di voti inimmaginabile sino a qualche settimana fa. Ma quello che conta è che, forse per la prima volta nella nostra storia democratica, una delle culture fondanti la nostra democrazia e la nostra Costituzione, non trova cittadinanza nel Parlamento italiano. Ecco perchè, di fronte ad uno scenario del genere, si impone una semplice ma decisiva domanda. E cioè, ci si deve rassegnare definitivamente a questa irrilevanza politica, culturale e programmatica in virtù di una maldestra modernità politologica oppure ci sono ancora delle munizioni ideali ed organizzative capaci di invertire la rotta senza attendere tempi biblici?

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È solo dalla risposta a questa banale domanda che noi capiremo se la tradizione del cattolicesimo politico e del cattolicesimo sociale potrà ancora giocare un ruolo protagonistico nella politica italiana. Certo, e’ perfettamente inutile pensare che questo protagonismo politico avvenga per gentile concessione dei cartelli elettorali, ossia degli attuali partiti. Se nessuno pensa, per il momento, di dar vita ad un movimento politico che recuperi quella tradizione in chiave innovativa e contemporanea, e’ pur vero che la denuncia/inchiesta di Famiglia Cristiana non la si affronta e soprattutto non la si risolve con le armi della contemplazione e della riflessione intellettuale ed accademica. Servono altri ingredienti. Quelli tradizionali perché non c’è nulla da inventare o da escogitare a tavolino. E cioè, elaborazione culturale, assunzione di responsabilità, classe dirigente, rigore morale e soprattutto un progetto politico da mettere in campo. Se tutto ciò non capita e ci si limita a descrivere solo ciò che non va e ciò che si dovrebbe fare, non potremmo poi lamentarci se la presenza politica dei cattolici italiani e’ un fatto che riguarda solo la storia del nostro paese. Un fatto, cioè, che riguarda solo ed esclusivamente gli storici e gli amanti del passato. Un vuoto, quindi, che adesso va riempito. E per centrare questo obiettivo, che sarà lungo e complesso, serve però l’apporto di tanti. Dall’associazionismo cattolico di base nelle sue varie e multiformi espressioni alla vitalità del laicato cattolico, dai “maestri” del passato a tutti coloro che mal sopportano questa situazione anomala nei vari partiti e schieramenti, dai pochi intellettuali e uomini di cultura alle moltissime persone che si sentono “orfane” in questo contesto storico. Serve, cioè, uno scatto d’ala di questi mondi vitali capace di portare un contributo di rinnovamento, di cultura e di freschezza ad uno stanco e ripetitivo dibattito politico. Sempre più arido, sempre più demagogico e sempre più proteso alla sola occupazione del potere a prescindere da valori e principi che, seppur con alterne vicende, hanno comunque accompagnato la crescita e il consolidamento della democrazia nel nostro paese.

Olimpiadi, non c’è più Agnelli ma Torino ce la può fare

in POLITICA
STORIE DI CITTA’ di Patrizio Tosetto
Olimpiadi invernali 2026 A Torino? Speriamo! La partenza non è stata bruciante, ma siamo inguaribili ottimisti soprattutto per il futuro della nostra città, sempre più una nobile decaduta ma pur sempre nobile. Città conosciuta in tutto il mondo. Città che merita di essere conosciuta in tutto il mondo. Deve, come fosse quasi un imperativo categorico di carattere morale. Deve perché ne va della stessa sopravvivenza. Esistere esisterà, ma sempre più marginale. Anche la via Francigena passava da queste parti. Eppure chi é contrario obbietta : ma non vedete cosa é successo nel 2006? E noi gli replichiamo: non conoscete proprio che cosa é avvenuto allora. Ed anche nei grillini si affaccia un po’ di ideologia. Magari spicciola ma pur sempre ideologia.  Non è una novità che una “certa sinistra” si annida neĺle loro file, contro le “inutili ” opere faraoniche che distruggono solo il territorio, contro la linea Tav ecc. ecc. Anche perché loro sono garantiti dal  proprio stipendio di statali.  Cosa c’entra? Credo di non sbagliarmi nel sostenere che la loro ideologia si basa sul rappresentare i deboli ed oppressi grazie al loro essere garantiti. Ma forse c’è dell’altro. Si favoleggia di un accordo sotterraneo tra i nostri professionisti del no e qualche leghista italiano (pensate, fino a tre mesi fa leghista e italiano era un ossimoro. Come cambiano velocemente i tempi) per portarle nelle Dolomiti. Prova generale per accordi tra Salvini e Di Maio? Magari stupidaggini che comunque confermano che tutto in una certa classe politica é diventato polemica. Le sorti di Torino dovrebbero essere superiori a tutto per i politici locali.E stavolta l Appendino ha tenuto botta e, seppure a fatica, ha rispettato l’accordo con Chiamparino. Mi sembra così elementare: il Sindaco di Torino desidera i Giochi e lavora per realizzare qui le Olimpiadi. Il Presidente della Regione desidera lo stesso e lavora per realizzare le Olimpiadi nel capoluogo piemontese. Federalismo? Anche, ma soprattutto logica e buon senso di amministratori torinesi e piemontesi. Ma non basta. Il Coni piemontese ci sembra assente, la Federazione piemontese del ghiaccio ci sembra assente. Sbaglieremo ma non vediamo le dovute pressioni politiche per ottenere l’evento. Lecitamente, sia ben chiaro, visto che gli interessi dei torinesi e dei piemontesi sono leciti. Si perdono nella notte dei tempi le affermazioni vallettiane: ciò che va bene per la Fiat va bene per la città e per l Italia. Anche perché non non c’è più la Fiat né a Torino né in Italia.  Rimangono gli urlanti sindacati che ritmicamente sostengono: dare lavoro é una questione anche morale. Vero, anche morale. Ma si crea lavoro se c’ é sviluppo. Ecco il perché della candidatura. Sarà più facile perché ci sono già le strutture.Sarà più difficile perché non c’è più l’ avvocato Agnelli. E, si sa, Marchionne vive più negli States che qui.Ma vale la pena tentare. Con noi torinesi che abbiamo voglia di lottare anche per i nostri figli.

La sinistra e il mondo capovolto

in POLITICA
STORIE DI CITTA’ di Patrizio Tosetto
Mi sa che un’ altra botta come una nuova sconfitta elettorale il Pd non la regge. Almeno il Pd torinese e piemontese.  Ed in queste rovinose cadute si tira dietro la sinistra, quella che dice: noi essendo più a sinistra di tutti siamo la sinistra. Era vero ed é fondato che esiste un elettorato progressista stanco di essere preso in giro dai dem. Ma ha votato i cinque stelle e non solo per le loro promesse elettorali e non soltanto per protestare, però non si é sentito tutelato e rappresentato né dal Pd né da Leu e neppure da Potere al Popolo. Aperta una enorme crisi di rappresentanza sociale all’ incontrario, con i poveri che guardano alla destra e i benestanti che guardano a sinistra o, se volete, al centrosinistra. I dati elettorali sono lapalissiani e nella loro evidenza fanno ulteriormente ammutolire il Pd e quelli che obtorto collo hanno a che fare con il Pd. Così nel borghese centro e collina il professore Andrea Giorgis vince e nella ex barriera rossa, Barriera di Milano, trionfa il forzista Roberto Rosso. E il Pd è il primo partito solo dove borghesia e ceto medio rimasto la fanno ancora da padrone. Un mondo capovolto. Ci vorrebbe un colpo di reni per invertire la rotta. Non ci sono segnali di fumo. Surrettiziamente è iniziata la notte dei lunghi coltelli con la parvenza di una volontà comune,  ma si ha l’impressione che si pensi di più ai destini personali e non ad una discussione sulla linea politica. Un “qualcosa” di comune tipico di chi vuole vivere in una comunità chiamata partito. Spicca il segretario regionale Beppe Gariglio imperturbabile alle richieste da più parti di dimettersi. Gli rimbalzano così come le critiche gli scivolano addosso senza provocare nessun attrito.  Ora è parlamentare e Consigliere regionale, Capogruppo e segretario Pd. Un novello Kim Jong Un. Eppure arriva dalla esperienza democristiana.  Impara presto anche perché non ha abbandonato le ambizioni di essere candidato a Governatore al posto di Chiampa. Eppure la sua conduzione da segretario é stata disastrosa..Nessuna citta capoluogo è governata dal centrosinistra. Lui é rimasto saldamente in sella per un biglietto per la Camera dei deputati, marcando stretto Renzi con il risultato d’aver piazzato i suoi. Hanno rottamato i vecchi Pd costringendoli all’esilio come Piero Fassino. E l’ hanno chiamato deserto. Proprio difficile il confronto. Ma molti si vogliono iscrivere nuovamente al partito ricordando Clark Gable in Via con Vento, un debole per le cause perse. Tutto è perduto? Scuserete la banalità ma fin che c’è speranza c’é vita. Però la botta per loro è stata dura. Nel giro di quattro anni passare dal 40 al 18 % non é da tutti. Segnali positivi ci sono: Luciano Salizzoli si candida nelle liste del Pd nella sua natia Ivrea. Comunista da sempre. Famoso per la sua bravura di chirurgo ha rinunciato a molti soldi per essere fedele ai propri principi. A Settimo Pd ed Mdp vorrebbero fare insieme la festa dell Unità. Prove di riunificazione? Presto per dirlo. Anche se sarebbe un percorso logico, ma culturalmente la sinistra ha bisticciato con la logica. E poi tanti ma tanti odi personali. Sì, Proprio odi che rendono difficile la ricomposizione, impossibile anche all’interno dello stesso partito. Molti affermano: basta con la gestione famigliare. In questo partito esistiti solo se appartieni. Non ci sono idee comuni. Io mi limito nell’ osservare: partito? Da un po’ di tempo, più che partito é un ologramma. Forse è figlio dei tempi. Forse è figlio di un totale disinteresse verso la forma partito, non esiste più l’orgoglio di appartenenza. Ora ci sono tre  poli. Destra grillini e forse sinistra. Questa è la scommessa di un possibile nuovo Pd e di tutta la sinistra sbrindellata. Un sistema uninominale a doppio turno aiuterebbe. Come un animale anfibio che deve scegliere se vivere solo in acqua o solo sulla terra il Pd dovrà scegliere prima che cosa vuole essere e poi vedere se sarà possibile.
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