Diario minimo urbano. Vedere e ascoltare… per credere
Di Gianni Milani
“A ventaria propi maseie tuti ‘sti Talebani. Cume fan lur. Sti boia…” Me cojoni! Dall’alto mi soffia un alito di rabbia incontenibile, a pochi centimetri dai pochi capelli che mi sono rimasti in testa. Mi giro, inquieto, e sopra di me alle mie spalle, il signor Pautasso (chiamiamolo così per la sua travolgente piemontesità) sta commentando ad alta voce – con qualche compatibile errore di interpretazione – il drammatico titolone e la foto da brividi della prima pagina de “La Stampa” (“La strage di Kabul”) appena acquistata alla vicina edicola di piazza Bernini. Sono (o meglio, ero) rilassato – caffè ristretto, croissant e giornale bello spaparanzato sul tavolino – nel dehor esterno di un bar della piazza, dove con mia moglie proseguo in questi giorni le buone abitudini vacanziere della prima colazione mattutina. Ma il bel film bruscamente s’interrompe. Alzo lo sguardo, perfino un po’ spaventato (le tragiche vicende afghane lasciano segni profodni sotto pelle), ed eccomelo davanti. Pantaloni larghi a piena presa d’aria, maglioncino di un grigio-grigiastro a strisce orizzontali rosse, capelli bianchi, pochi e decisamente in disaccordo col pettine, scarpe scamosciate modello estate-autunno-primavera-inverno, mascherina in viso che copre e non copre, età indefinita ma carica di molte primavere, bastone piantato saldamente a terra. A’s duvria propi maseie tuti, insiste. Ah, che brut mund. Accenno un sì con la testa. E lui scompare. Ahimé, per poco. Passano non più di cinque minuti ed eccolo ricomparire. Anche lui, ora, giornal-dotato. Si siede al tavolino di fianco. Mi prende un senso non piacevole di sottile ansia. Propi ‘n brut mund!, riprende da dove s’era interrotto. E chiel, qul falabrach, cume s’ciama…Conte, che dis a’d dialughé cun lur, cun i boia. Ma che i parli chiel. Ma nén d’inturn a un bel taul, ma adsura al mur indua che i afghan a tentu da scapé. Difficile fermarlo. “La culpa?”. Non glielo avevo chiesto, ma lui insiste. Di ‘sti autri dui badola. Sì, Trump e Biden (nome pronumciati tal quali sono scritti, non Tramp e Baiden!) che sun scapasne. Cume an Vietnam, boia faus! Pautasso è uno tsunami. Inarrestabile. Sfoglia nervosamente il giornale. Legge i titoloni. Io annuisco. Ho perso l’uso della parola. Anzi, mi è impedito l’uso della parola. Spero in una pausa. Ma da Kabul, l’ “amico” passa alla poltica e alla cronaca nazionale e locale. Una gentile cameriera gli porta, non senza regalarmi un compassionevole sorrisetto (questa mattina ci sei cascato tu!), brioche e caffè. Pautasso dev’essere un habitué. E varda sì. Vas no vas (sic!), crin pas (sic!)”. Accenno un sorriso supplichevole. Ma ‘l buteisu st’oblig, balenghi, mi sai nén. Il caffè sarà ormai freddo. Anche la brioche mi appare “affaticata”, un po’ piegata sul lato sinistro con la marmellata che pian piano si scioglie sul piattino. Ma Pautasso è un fiume in piano. Non si ricorda manco più di caffè e brioche. Praticamente ho letto quasi tutto il giornale attraverso i suoi “saggi” commenti. E ancora prosegue con la stessa inquietante goduria con cui un sadico ama rivelare il nome dell’assassino al lettore di un romanzo giallo. E pòi le vutasiun a utuber. Bin, vutuma ancura qui fulatun ‘d Grillo. Ma tant sun tuti uguai. Mi sai nén se vadu a vuté. E chiel?. “Ma – tento di rispondere – il voto…”. Mi blocca. Men che meno gli interessa il mio parere. La sua era solo una domanda pro-forma, sfuggita a un soliloquio o a un monologo davvero degno del miglior cabarettista dialettale. Ma lasuma perde. Che brut mund, boia fa! Certo ai nos temp…E qui cado in una momentanea ma intensa crisi depressiva. Pautasso avrà almeno vent’anni più di me! Ora mi aspetto solo più che dica: “E certo, si stava meglio quando si stava peggio!”. Provvidenziale, ai limiti dello sfinimento, mi arriva però in soccorso mia moglie: “Gianni dobbiamo andare, ci aspettano a casa”. “Già, vero. Quanto mi dispiace! Grazie per la compagnia”. Sorrido al dispiaciuto Pautasso, costretto ora a cercarsi un’altra vittima. E già si guarda attorno. A l’ha fait piasì co a mi, magari s’riveduma duman matin. “Magari!” gli rispondo, incrociando le dita. Cerea, arvedse! “Arrivederci”, mi congedo, mentre Pautasso sta brontolando e commentando da solo altri titoli de “La Stampa”. Mi piaceva quel bar e, in fondo, anche Pautasso mi era simpatico. Ma da quel giorno ho cambiato dehor! Immaginatevi il perché.
Nota Bene: chiedo venia ai lettori, in particolare ai piemontesi, per il mio “piemontese” scritto certamente infarcito di non pochi errori!
(Foto Getty Images)
Fratelli d’Italia e Lega sono insorti contro Montanari, chiedendone le dimissioni da rettore a Siena. Montanari ha reagito, minacciando azioni legali e facendo sapere che l’ex senatore Pagliarulo, attuale presidente nazionale dell’ Anpi, votò contro la legge istitutiva del 10 febbraio. Adesso arriva la solidarietà dell’Anpi nazionale a Montanari per la sua presa di posizione contro il 10 febbraio. Pagliarulo (che sembrerebbe non avere uno straccio di titolo di studio, da quanto si legge ) è stato un politico a tempo pieno che di professione fa il pubblicista (un’attività che di norma è abbinata all’essere professore, avvocato, medico ecc. e, quando non lo è, rivela il limite professionale di un giornalista di piccole testate o giornali di partito). Pagliarulo va anche ricordato per i suoi continui passaggi politici, ovviamente sempre nell’ambito dell’estremismo di sinistra, se si eccettua una rapida comparsata nel Pd. L’ Anpi per la sua storia meritava di meglio che un qualunque Pagliarulo.
Forse di lui resta intatto il ricordo del gastronomo, ma sarebbe errato scrivere di Sandro Doglio

Che inutile sgarbo lo stupido sfregio al murale in piazza Risorgimento a Torino dedicato a Teresa Noce! Piccolo sfregio… eppure nessun si muove

