Rubriche- Pagina 27

Quintino e la “passione” per gli animali

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Vi ricordate del Quintino? Quello che era stato pizzicato dal maresciallo Valenti?! Ve lo rammentate? Beh, è stato visto dalle parti di Armeno. Ormai conduce una vita randagia. Un po’ qua, un po’ là, senza fissa dimora.

Quando gli riesce si fa ospitare da qualcuno che gli offre un piatto di minestra e lo fa dormire nel fienile o dentro alla stalla. Quando “marca picche”, invece, chiede la carità sul sagrato delle chiese e quand’è stanco s’infila in qualche androne con la sua coperta. Che vita grama…In fondo mi dispiace, ma guardate.. è meglio che stia lontano da qui perché di guai ne ha combinati tanti, troppi“.

Il macellaio Belmonti era ossessionato da Quintino. Da quando aveva rilevato l’attività del vecchio Aurelio, ritiratosi in pensione più per via dell’artrite che gli aveva deformato le mani che per l’età, si riforniva di carne bianca quasi esclusivamente dai “locali”. Cioè, per farvi capire meglio, da tutti quelli che allevavano polli, anatre, oche o conigli tra le farzioni di Stresa e Baveno. Principalmente si serviva dalla “signorina” Rosa Princisvalli, una donnetta secca e nervosa di quasi ottant’anni che viveva sola dopo che il marito – il droghiere Brunello Pinzocchi – non era più tornato a casa dopo essere uscito per prendere il giornale, una domenica mattina. Il fatto, accaduto più di trent’anni prima, aveva suscitato grande scalpore. E solo qualche tempo dopo si era saputo che il droghiere aveva lasciato la moglie per trasferirsi “oltralpe”, cioè in Francia. C’era chi giurava che si fosse invaghito di una trapezista del circo di Lione che aveva frequentato le piazze dei paesi affacciati sul lago Maggiore con qualche spettacolo.

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C’era chi era pronto a scommettere, invece,  che la “fuga” fosse stata l’epilogo di una lunga e mal sofferta convivenza con la “signorina” che non voleva sentir ragione di cedere alle lusinghe del povero commerciante. “Un matrimonio in bianco”, dicevano le malelingue. “E per di più con una donna dal carattere impossibile”, aggiungevano quelli che sapevano tutto di tutti. Così la nostra Rosa  Princisvalli finì con il restare ,per tutto il paese, “la signorina”. La poveretta si era così buttata, anima e corpo, nell’allevamento intensivo degli animali da cortile. Che, una volta raggiunta la “pezzatura” giusta, venivano ceduti ,a modico prezzo, al macellaio Belmonti. Tutto andava via liscio come l’olio finché non iniziarono i problemi. Era da un po’  che in località Viscania, tra la parte bassa di Oltrefiume e la massicciata della ferrovia, i pollai  – nottetempo – venivano visitati da faine o volpi. Erano vere e proprie razzie di polli. Sparivano, come d’incanto, quasi senza lasciar traccia, se si escludevano poche penne sparse qua e là. Un lavoro  fin troppo “pulito” che aveva suscitato molti dubbi e interrogativi. Poi erano iniziati a sparire anche i conigli. E questo sì che era un fatto molto, ma molto strano. Stavano rinchiusi nelle loro gabbie con tanto di chiavistello. Come facevano i predatori a ghermirli? “ Altro che faina o volpe. Qui i predatori sono sì dei gran animali, ma a due gambe. E, lo giuro sul Padreterno, se mi capitano a tiro di schioppo non ci metto neanche un attimo a premere il grilletto. Brutti manigoldi!  Guardate qui anche voi! Guardate che roba. Mi hanno fregato dieci conigli, tre anatre e una mezza dozzina di galline ovaiole. Delinquenti del boia!“.

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Amedeo Scozzari , che abitava vicino alla “signorina” Rosa, era stato “visitato” pure lui, ed era infuriato come un toro. Seduto al tavolo d’angolo del circolo operaio, raccontava la sua disavventura, rosso in faccia e in preda all’ira, stringendo il collo della bottiglia di Barbera quasi volesse strangolarla. Le denunce dei furti erano poi finite, in carta da bollo, sulla scrivania del maresciallo Ovidio Valenti che incaricò il brigadiere Alfio Birilli di effettuare i necessari sopralluoghi per avviare l’ormai inevitabile indagine. Del resto, di fronte alle denunce, l’Arma non poteva chiudere gli occhi. E così, dopo un paio di settimane di verifiche, controlli e appostamenti, il mistero venne svelato, smascherando i responsabili delle azioni criminose. Infatti, ottenuto un mandato di perquisizione, il maresciallo – accompagnato dal brigadiere e dall’appuntato Jannuzzi – si presentò alla porta di casa di Quintino, a fianco della foresteria di Villa Mussi. Al bussare insistente del maresciallo Valenti l’uomo non si fece pregare, aprendo la porta.

Agli occhi dei carabinieri, varcata la soglia, si presentò una scena incredibile. C’erano galline e conigli che scappavano in ogni angolo. Piume dappertutto e polli – defunti e spennati –  messi in fila sul tavolone di legno della grande cucina. Un paio di oche starnazzavano sul vecchio divano sfondato che metteva in mostra le sue molle. Persino un tacchino che, a occhio e croce poteva pesare una quindicina di chili, correva su è giù per la stanza goglottando. E Quintino? Con una flemma anglosassone guardò negli occhi il maresciallo e, indicandogli il cugino che stava seduto di fronte al lavello , colto di sorpresa mentre era tutto intento a spennare un’anatra, gli disse: “Maresciallo, è il cielo che la manda. Mi aiuti lei a dire a mio cugino che non mi piace vedere tutti questi animali per casa. Io, per parte mia, gliel’ho rammentato un sacco di volte di non portare queste bestie in casa ma lui, niente. E’ un gran testone. Dice che gli piacciono tanto, che ama gli animali!”. I carabinieri ascoltarono attoniti e poi, pur tenendo conto della disarmante confessione di Quintino, non potendo far altrimenti, arrestarono entrambi, denunciandoli a piede libero come “ ladri di polli”. A sua volta, il giudice del tribunale di Pallanza che li giudicò per direttissima, pur condannandoli, inflisse loro la pena minima, con tutte le attenuanti: tre mesi, con la condizionale, una multa di centomila lire e la raccomandazione di non manifestare più in quel modo illegale la  “passione” per gli animali.

Marco Travaglini

 

I freddi rapporti familiari nelle parabole di Jim Jarmush

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“Father mother sister brother”, Leone d’oro a Venezia

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Eppure Alexander Payne è uomo d’onore. Sceneggiatore con due Oscar all’attivo e regista, vanta una carriera di tutto rispetto, da “A proposito di Schmidt” a “Nebraska”, da “Sideways” impareggiabile a “Paradiso amaro”. Eppure, con la sua compagine di giurati veneziani – c’era anche la nostra Maura Delpero, già acclamatissima per “Vermiglio” -, ha decretato lo scorso settembre il Leone d’oro a “Father Mother Sister Brother” di Jim Jarmush, 72enne regista dell’Ohio, campione di quel cinema americano indipendente (per tutti, da “Stranger than Paradise” a Daunbailò” a “Broken Flowers”, a “Dead Man” del ’95, credo il suo vero capolavoro) che ha fatto scuola e allievi, da sempre a descrivere quella parte di società del proprio paese che ama vivere ai margini, appartata e irregolare, un’esistenza sempre eguale, monotona, quotidianamente appassita. Vite che si ripetono, come le parole e le chiacchiere, come le emozioni spente, come i luoghi in cui ci si trasporta a vivere.

Luoghi diversi anche nel suo ultimo film, un unicum che si suddivide in tre episodi – nel tempo che viviamo, infelicità e freddezza e menzogne a collegarli come un fluttuante fil rouge, tratti che si ripetono, come certe frasi o un Rolex che non saprai mai se sia vero o falso, come quel piccolo gruppo di skaters ripreso en ralenti che ti ritrovi sempre a intralciare gli angoli delle strade, come le leggere simbologie disseminate qua e là, come le riprese dall’alto a inquadrare brindisi coi bicchieri colmi d’acqua o di tè o di caffè o di pasticcini che si vanno ad acquistare sempre nel solito posto di fiducia – ai confini di una cittadina innevata della zona nord-orientale degli States (riprese nel New Jersey) il primo, in Irlanda e a Parigi gli altri due. Il primo è “Father”, i figli Adam Driver e Mayim Bialik ci arrivano, rigorosamente in auto, a trovare il padre Tom Waits – faccia icona di Jarmush, come lo è Driver -, che non vedono da parecchio tempo. Durante il viaggio, la matura prole ci ha fatto sapere dello stato di salute del vecchio, dei suoi umori, del suo stato economico precario e degli aiuti che ogni tanto negli anni Jeff è stato costretto a dargli con i buoni mugugni della moglie, della solitudine: con un quadro di complessiva esistenza che non mette certo lo spettatore a proprio agio. Discorsi di convenienza, imbarazzi, ancora un’offerta d’aiuto per un muro della casa che avrebbe necessità di qualche lavoro, una scatola di alimenti (pasta e sugo con il formaggio già incorporato rigorosamente italiani) che Jeff ha portato, una scure che salta fuori a dimostrarsi via via più minacciosa, un pickup che non sai come faccia ancora a viaggiare, una sorpresa che non sveleremo.

“Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo”, avrebbe detto l’autore di “Anna Karenina” ma forse per Jarmush non è vero. O per lo meno, è quel che ci pare d’avvertire. Ancora strade, ancora auto (attraverso i quartieri come in fotocopia di Dublino) che, questa volta separatamente, conducono le due sorelle Vicky Krieps e Cate Blanchett da una madre scrittrice con parecchi libri all’attivo, gelidamente ospite (Charlotte Rampling) che non ama si parli di quelli per il loro incontro annuale, casa ordinata, un giardino ordinato e verdissimo, un anonimato e un panorama solitario interrotto soltanto da qualcuno che passa con il suo cane al guinzaglio, ti trovo bene, sorrisi, bacetti, ci vogliamo mettere a tavola?, qualche imbarazzo, fotografie a rispolverare un’infanzia, il tè servito nel servizio più bello, il vaso con i fiori che sono un regalo di Timothea/Blanchett che va tolto perché impedisce di vedersi in faccia e sostituito, tre esistenze che non si toccano, un assurdo appuntamento, un cellulare tenuto sul tavolo per affari pressanti, ecco ho finito!, l’attesa di una macchina che verrà a riprendere la figlia dai capelli rosa, mancano ancora tre minuti, i saluti composti e un arrivederci al prossimo tè.

Terzo episodio ambientato tra le strade di Parigi, al tavolino di un caffè e nell’alloggio ormai vuoto dei genitori scomparsi di recente in un incidente nei cieli delle Azzorre. Ci arrivano i gemelli di colore Luka Sabbat e Indya Moore, i più naturali, i più vivi, quelli in cui scorre qualche goccia di sincerità e d’affetto, di aiuto reciproco, di abbracci autentici: sono lì per un’ultima visita, tutto quanto era in quella casa lo ha stipato in un magazzino Billy, in un lavoro che s’è sobbarcato da solo, ma anche a scoprire le piccole bugie di padre e madre, la legalità tenuta negli anni un po’ in disparte, a saldare le tre mensilità che la proprietari viene a reclamare, a guardare fotografie e vecchi documenti manipolati a dovere, disegni di bambini. Finalmente si respira qualcosa che somiglia all’amore e l’ultima immagine è un pezzo di strada fatto insieme, magari a tentare di cancellare tutto l’astio sotterraneo che si respira negli episodi precedenti. I due ragazzi – passati per una manciata di minuti tra quelle pareti che con sapienti giochi di specchi le allargano, in un confronto continuo e reciproco, a differenza di quegli altri ambienti zeppi di cianfrusaglie o ordinati in un arredamento inverosimile, ansioso e soffocante – s’affacceranno sul lungo balcone, acquietati, gioiosi, pronti a continuare insieme una vita.

Ma tutto questo finale consolatorio – che ti viene anche il sospetto legittimo che sia decisamente e forzatamente sbilanciato, Jarmush cavalca le abitudini ma finisce col restarne vittima, il vuoto ma ci cade dentro: mentre ci aspetteremmo un racconto che in qualche modo lo risollevi – non interrompe certo quegli interrogativi su Payne e sul suo onore e su quel Leone dorato. Sul lavoro di una giuria. Un premio che appare come un regalo alla cinematografia, indipendente o no (ma qui c’erano anche i quattrini della Saint Laurent Co. e del suo direttore creativo e mentore attuale Anthony Vaccarello), a stelle e strisce, appare come la volontà a vedere e “testimoniare” qualcosa che va troppo oltre, che s’affanna ad affermare un freddo quanto quotidiano minimalismo, alacremente, cocciutamente, a mostrare tutta la “costruzione” che c’è o ci possa essere negli affetti familiari o nelle convenzioni tirate su negli anni: ma che rimane in conclusione fermo al palo, inamovibile, stanco, in una ripetizione d’intenti e di descrizioni che mentre ce lo spiega in mille dettagli finisce per rivelarsi sempre più sbiadito.

Progresso regresso

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Se ci chiedessero cosa sia il progresso, probabilmente tutti risponderemmo che sia l’evoluzione tecnologica, sociale, culturale di una società; in altre parole, è il miglioramento della vita dovuto a nuove scoperte, nuovi mezzi insieme a cambiamenti sociali intervenuti in seguito all’integrazione etnica ed a modelli di importazione.

In generale, dunque, attribuiremmo al termine una valenza positiva.

Se, tuttavia, analizziamo il progresso, ad esempio della nostra società, nelle sue varie componenti, risulta evidente come spesso ad un dichiarato progresso corrisponda, nella realtà, un cambiamento nei costumi, nelle abitudini, nel modo di pensare non sempre positivo o migliorativo, bensì spesso dannoso per chi lo attua.

E’ il caso, ad esempio, delle comunicazioni: quando avevamo soltanto un telefono a casa non sentivamo il bisogno di stare in contatto con tutto il mondo, continuamente, in modo compulsivo anche quando non vi sia una reale bisogno. Ora che il telefono è come una prolunga del nostro corpo non siamo più liberi di non rispondere o di non dare segno di noi per più di 5 minuti o scatta la caccia all’uomo.

Analogamente, se fino a trent’anni fa ci si trovava per parlare, ascoltare gli amici, organizzare una serata al pub o in discoteca, ora ci si trova tutti su una panchina ma rigorosamente ognuno col proprio smartphone in mano in stile “decerebrato omologato”.

Al ristorante lo smartphone diventa una cybernanny, una tata informatica che tiene occupati i bimbi mentre i genitori mangiano e parlano con i commensali: non ho mai chiesto se sia stato il loro medico a prescrivere loro di andare a cena fuori e, in subordine, diriprodursi.

Potrei proseguire con tanti altri esempi, dove la tecnologia, il progresso, l’evoluzione hanno sì portato vantaggi a scapito, però, della qualità della vita.

Avere la telecamera in casa visionabile dallo smartphone, usare quest’ultimo per accendere la caldaia, comandare una presa elettrica sono sicuramente vantaggi ma a quale prezzo? Quasi tutti noi usiamo il navigatore incluso nel telefonino, più aggiornato rispetto al modello presente nel veicolo; in un ‘epoca in cui le auto hanno tutti i dispositivi di sicurezza immaginabili, ci aspetteremmo che i sinistri stradali, anche gravi, siano ridotti. Mai come in questi anni, invece, si verificano incidenti su ogni tipo di strada, anche quando il guidatore sia sobrio, per la distrazione del conducente che sta guardando il navigatore o sta parlando con il cellulare in mano anziché usare il vivavoce.

Il tempo di reazione di un individuo sano è circa 1 secondo; consideriamo che, andando a 90 km/ora, in quel secondo percorriamo circa 25 metri; avete idea in venticinque metri quanti oggetti posso spazzolare tra auto, pedoni, animali selvatici, pali e guardrail? Senza considerare che posso anche andare ad abbracciare chi viene nel senso opposto invadendo la sua corsia.

Alcuni dispositivi (bluetooth sulle vecchie auto) costano tra i dieci ed i venti euro, molti meno di quanto ci costerà la contravvenzione, in ogni caso salvandoci la pelle.

E la TV che ci fa compagnia? Certo, non la guardiamo e proseguiamo il nostro smart working ma il nostro cervello la percepisce ugualmente e, non solo non siamo totalmente concentrati sul lavoro ma, anzi, sottoponiamo il nostro sistema nervoso a troppi stimoli contemporanei, peraltro inutili.

Sembrerebbe una situazione senza via di uscita: in realtà la soluzione, anche se parziale, c’è: usare il cervello decidendo consapevolmente. Se vado a cena fuori con altre persone è perché voglio trascorrere un po’ di tempo in loro compagnia, scambiandoci opinioni, raccontando ed ascoltando i racconti altrui. Se mi isolo alzandomi ogni dieci minuti per rispondere ad una chiamata i casi sono due: o sono un famoso cardiochirurgo, ma difficilmente potrò salvare una vita al telefono, oppure sono uno stolto che ha aderito alla cena pur sapendo che sarebbe stato ore al telefono.

Oppure un’altra ipotesi: sono semplicemente maleducato, ma disquisire se la colpa sia di mamma o di papà diventa difficile perché Mater semper certa est, pater numquam.

Sergio Motta

Che colore indossare a Natale?

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E’ tradizionalmente il rosso il colore indicato non solo per la tavola di Natale, ma anche per l’abito. Non preoccupiamoci se ci dona o no: il True Red di Pantone, come è il rosso di Natale, rientra tra i colori esistenti in natura e adatti a chiunque. Non a caso, forse, Valentino lo scelse come colore principe delle sue collezioni, tanto da parlarsi di “rosso Valentino”.

Il bianco panna è un altro colore adatto al Natale. Presente da anni non soltanto in montagna ma anche nell’abbigliamento invernale in città, risulta particolarmente raffinato, in inverno, per le persone con capelli biondi o comunque non troppo scuri. A Natale può essere arricchito da qualche dettaglio in oro giallo. Da evitare, invece, l’accostamento rosso-oro.

Il nero, o blu notte, rimane, specie per le serate di festa.  Di tendenza, quest’anno, il testa di moro, in tonalità fredda.

E poi…libertà: un colore che amiamo e ci renda felici, sempre che ci doni!

Evitiamo i colori forti, aggressivi, audaci, sgargianti, anche nei dettagli, come una sciarpa su un cappotto: non si addicono al Natale.

E’ una festa gioiosa, familiare, fantastica in presenza di bimbi. Per gli adulti, riaccende ricordi, spesso commoventi, che intridono la gioia di dolce malinconia. Permettiamo, dunque, che in questo speciale giorno dell’anno ognuno indossi l’abito del colore che lo rispecchia, evitando pacchianerie, nel segno della ricorrenza religiosa.

Buon Natale!

Chiara Prele

 

Delicato patè, facile e… natalizio

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Un raffinato antipasto ideale per la tavola delle feste e non solo e’ il pate’; realizzato con carne o pesce ridotto a crema, modellato in uno stampo e raffreddato, puo’ essere preparato in anticipo con pochi ingredienti, e’ facile, veloce e soprattutto goloso, viene solitamente accompagnato da crostini. Non si tratta ahime’ di un piatto dietetico, ma una volta all’anno ce lo possiamo permettere…

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Ingredienti

 

200gr. di lonza di maiale tritata

200gr. di fegato di vitello

2 fegatini di pollo

150gr.di burro

200gr. di mascarpone

Timo e maggiorana q.b.

Sale e pepe q.b.

 

Cuocere la carne di maiale con un pizzico di timo e di maggiorana in 50gr. di burro per almeno 15 minuti, aggiungere il fegato di vitello tagliato a striscioline ed i fegatini di pollo tagliati a tocchetti (privati delle nervature), portare a cottura. Lasciar raffreddare e versare tutto nel mixer con il burro rimasto ed il mascarpone. Frullare sino ad ottenere una crema vellutata. Rivestire uno stampo con pellicola trasparente, versare la crema ottenuta, chiudere con la pellicola e conservare in frigo per almeno 12 ore. Al momento di servire togliere la pellicola dallo stampo e sformare il pate’. Decorare a piacere e servire con crostini.

 

 

 

Paperita Patty

Il potere della gratitudine nelle relazioni affettive / 3

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L’espressione della gratitudine è molto importante ed è essenziale affinché un rapporto duri nel tempo. Non lasciamoci condizionare dalla paura di esprimerla, temendo che questo ci metta in una posizione di minor potere nella relazione, o che il partner possa pensare che, se siamo grati, lei/lui possa in qualche modo approfittare della nostra gratitudine.

Perché sono proprio questi retropensieri dominati dalla paura che possono avvelenare e uccidere un amore. Essere grati significa anche mostrare all’altra persona quanto sia preziosa e importante per la nostra vita. Una relazione di coppia quindi, funziona tanto meglio quanto più, al proprio interno, è elevato il grado di reciproca gratitudine, sia quella che esprimiamo al partner sia quella che percepiamo da lui/lei.

Siamo dunque grati che l’altro/a esista, per quello che rappresenta per noi, per ciò che fa per noi, per le piccole attenzioni che ci manifesta, per le emozioni che ci procura, per il cammino in comune, lungo o corto che sia, che abbiamo fatto e stiamo facendo, per il sostegno che ci dà. L’amore, in fondo, è anche, e forse soprattutto, questo.

Ogni coppia, nel corso della propria esistenza, inevitabilmente affronta anche una serie di problematiche di varia natura, legate, ad esempio, a questioni finanziarie, a dinamiche relazionali interne, quali le differenze caratteriali ed emotive, i diversi approcci esistenziali, gli obiettivi divergenti, le differenti pulsioni affettive e sessuali, ecc.

Ed esterne, tra cui le relazioni parentali, gli amici e le figure di riferimento, le situazioni di lavoro, ecc. La gratitudine si rivela di grande aiuto per la coppia anche nell’affrontare le tante difficoltà che si incontrano nella vita. Perché parte dal presupposto che la cosa più importante è la presenza dell’altra persona nella nostra esistenza.

Perché limita le aspettative ed evidenzia le disponibilità, perché ci mette nella condizione di accogliere le negatività e di sottolineare le positività nella relazione e si rivela un vero e proprio antidoto, un elemento efficace e prezioso in grado di frenare e modificare i nostri pensieri negativi, che minano la nostra salute e rovinano i nostri rapporti affettivi.

(Fine della terza e ultima parte dell’argomento).

Potete trovare questi e altri argomenti dello stesso autore legati al benessere personale sulla Pagina Facebook Consapevolezza e Valore.

Roberto Tentoni
Coach AICP e Counsellor formatore e supervisore CNCP.
www.tentoni.it
Autore della rubrica settimanale de Il Torinese “STARE BENE CON NOI STESSI”.

Un delicato e classico risotto ai quattro formaggi

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Un primo piatto ricco, perfetto per chi ama i formaggi, cremoso, nutriente, saporito e avvolgente. Semplicemente delizioso

Ingredienti

350gr. di riso per risotti
1 piccola cipolla bianca
1 bicchierino di vino bianco secco
1 litro di brodo vegetale
50gr. di Taleggio
50gr. di Gorgonzola dolce
60gr. di ricotta
50gr. di Parmigiano
Burro, sale e pepe q.b.

Tritare la cipolla e lasciarla imbiondire in una padella con una noce di burro. Versare il riso, tostare per pochi minuti, sfumare con il vino bianco, lasciare evaporare ed iniziare ad aggiungere il brodo caldo. Lasciar cuocere il tempo necessario poi, togliere dal fuoco e aggiungere i formaggi, tranne il parmigiano, mescolare bene fino a quando saranno ben sciolti, infine mantecare con una noce di burro ed il Parmigiano. Servire caldo e a piacere, spolverare con pepe macinato al momento.

Paperita Patty

Croccanti spiedini di polpettine di pesce

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Gli spiedini che vi propongo questa settimana sono ideali come finger food per un aperitivo o come antipasto per un menu’ a base di pesce. Le polpettine, croccanti fuori e morbide dentro, si adattano ad essere preparate con diversi tipi di pesce, sono semplici e gustose, ottime servite calde o tiepide.

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Ingredienti

300gr. di filetti di nasello

1 fetta di pancarre’

2 uova

2 cucchiai di pecorino grattugiato

Latte q.b.

Prezzemolo q.b.

Succo di 1/2 limone

Olio per friggere

Sale e pepe q.b.

Pangrattato q.b.

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Cuocere a vapore i filetti di nasello acidulati con il succo del limone poi frullarli con la fetta di pancarre’, precedentemente bagnata nel latte, il pecorino, il sale, il pepe, il prezzemolo tritato e l’uovo intero. Con il composto ottenuto preparare delle piccole polpette che passerete prima nell’uovo sbattuto e poi nel pangrattato. Friggere in abbondante olio caldo, sgocciolare su carta assorbente ed infilzare sullo spiedino. Servire subito. Delicate e deliziose.

Paperita Patty