TORINO TRA LE RIGHE


GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLASETTIMANA
Lunedì. Al teatro Alfieri la Premiata Forneria Marconi rende omaggio a Fabrizio De Andrè.
Mercoledì. Al Lambic suonano gli Ashville. Al Charlie Bird si esibisce il contrabbassista Viden Spassov. Al Blah Blah concerto per ricordare Gigi Rostagno con la Blues Gang di Dario Lombardo, Omini, Mao e Marco Ciari.
Giovedì. Al Cafè Neruda suona il quartetto di Luca Biggio. Al Vinile si esibiscono i Soulful Dress.
Allo Ziggy sono di scena i NI.
Venerdì. Al Magazzino sul Po si esibisce CAL! + Still Charles + ITTO. Al Folk Club è di scena Heloisa Lourenco, Jacopo Jacopetti, Marco Ponchiroli, Alvise Seggi ed Enzo Zirilli. Al Circolo Sud suonano gli Shook Roots. Al Circolino si esibisce Johnny Lapio & Arcote Project.
Sabato. Allo Spazio 211 è di scena Amalfitano. Al Circolo Sud si esibisce Niccolò Piccinini.
Pier Luigi Fuggetta
Magnifica Torino / Piazza San Carlo il giorno dell’Epifania
Una teglia di cannelloni di magro dal gusto delicato, ricco ed avvolgente. Assolutamente indimenticabili
Un antico detto afferma “L’Epifania tutte le feste si porta via”… Approfittiamo di questa ottima occasione per festeggiare ancora una volta insieme ai nostri cari offrendo loro un primo piatto della tradizione rivisitato in veste “chic” : una teglia di cannelloni di magro dal gusto delicato, ricco ed avvolgente. Assolutamente indimenticabili.
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Ingredienti per 8 persone:
2 confezioni di sfoglia per lasagna (tipo Rana)
4 porri dolci di Cervere
6 patate
200gr. di formaggio Castelmagno
200gr. di Taleggio
50gr. di grana grattugiato
burro, sale,olio q.b.
Per la besciamella:
800ml di latte intero
50gr.di burro
40gr.di farina
noce moscata, sale q.b.
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Lavare e tagliare i porri a rondelle, stufarli con olio,una noce di burro e sale per 20 minuti circa. Lessare le patate, schiacciarle come per fare un pure’ ed unirle ai porri. Mescolare bene, unire i formaggi a dadini, il grana grattugiato e il sale. Preparare la besciamella con il latte, il burro, la farina, il sale e la grattata di noce moscata. Preparare i cannelloni stendendo sulla sfoglia (lato piu’ corto) il ripieno ed arrotolare. Procedere sino ad esaurimento degli ingredienti. Ungere la teglia con burro fuso, sistemare i cannelloni e ricoprire con la besciamella, ciuffetti di burro e grana grattugiato. Cuocere in forno a 200 gradi per 30 minuti circa o sino a completa gratinatura. Buon appetito e buon anno a tutti i lettori !
Paperita Patty
L’Epifania tutte le feste si porta via…concludiamo cosi’ i pranzi del periodo natalizio con un secondo di carne ricco e gustoso, di origini antiche, tipico della cucina piemontese, il Brasato. Semplice da preparare, richiede pero’ una marinatura e una cottura lenta e prolungata che conferira’ alla carne una morbidezza ed un gusto insuperabile. Un classico ideale per le occasioni di festa.
Ingredienti
1kg.di carne di manzo
40gr. di burro
2 cucchiai di olio evo
Sale e pepe
Per la marinatura:
1 bottiglia di vino bianco Arneis
1 cipolla
1 costa di sedano
1 carota
1 rametto di rosmarino
2 foglie di alloro
2 chiodi di garofano
2 bacche di ginepro
Lavare e ridurre a tocchetti le verdure con i sapori. Mettere la carne in una terrina con le verdure e coprire con il vino bianco. Lasciar riposare in luogo fresco 12 ore. Togliere la carne dalla marinatura, asciugarla bene e farla rosolare da tutti i lati a fuoco vivace nel burro e olio. Aggiungere le verdure scolate dalla marinatura, completare la rosolatura. Abbassare il fuoco, salare e pepare la carne, unire il vino della marinatura e lasciar cuocere coperto per circa tre ore. Per permettere che il sugo si restringa, scoperchiare di tanto in tanto. Terminata la cottura, togliere la carne, frullare il sugo e servire le fette di carne nappate con la salsa. Ideale accompagnato con il pure’ di patate.
Paperita Patty
“Primavera”, opera prima di Damiano Michieletto
PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione
Ricavandolo dal romanzo “Stabat Mater” di Tiziano Scarpa, vincitore dello Strega nel 2009, Damiano Michieletto, enfant prodige dell’opera lirica per le sue regie (da Pesaro alla Fenice a Berlino, da Salisburgo alla Scala alla Royal Opera House di Londra: nella giornata del 6 febbraio prossimo, nello Stadio di San Siro, sarà lui il Direttore Creativo della Cerimonia di Apertura dei Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina), genio e sregolatezza intesa come piena libertà contemporanea nel rendere al pubblico di oggi certi sacrosanti libretti, firma la sua prima prova cinematografica con “Primavera” – se escludiamo il “Gianni Schicchi” presentato quattro anni fa al Torino Film Festival -, con rara importanza e con tempistica consacrazione se, come appare nei titoli, anche la Warner Bros. s’è interessata all’operazione, produttiva e di distribuzione, con buon occhio al mercato estero. Scommettendo persino l’uscita nel giorno di Natale e andando a cozzare per cui nei giganti del divertimento squinternato di Checco Zalone e nella macchina hollywoodiana e fantastica di Cameron con il suo terzo capitolo della saga di “Avatar” e degli uomini Na’vi. Film imperfetto ma colto, dedicato non soltanto allo spettatore musicale, bensì al cinefilo che cerca agganci con titoli del passato, esempio perfetto di passaparola, ricercato ma pronto al vasto pubblico, in sontuosa forma, elegante.
Venezia, 1716, l’Ospedale della Pietà. Colei che è alla guida delle tante ragazze – che le povere madri hanno deposto là, sulla soglia, marchiate sulla caviglia e riunificabili attraverso un’immagine suddivisa à metà e conservata negli annuari del luogo -, scoperta la nascita di una manciata di piccoli gattini, li strappa alla madre, li mette in un sacco e senza una parola li butta nel canale che scorre dinanzi all’ingresso. Perplessità sgomento dolore brividi, ogni sentimento abbraccia le ragazze, vedendo chiaro in quel gesto, simbolicamente, il loro destino di rifiutate. Sanno che da quel luogo potranno uscire un giorno alla richiesta di un matrimonio da parte di un ricco signore, da altri per esse scelto, o in quello stesso luogo coltiveranno una vita, le più dotate, dedita alla musica e al canto. Protette da una grata o da una maschera, unica eccezione ai tanti divieti la presenza di questo o quel potente che si penserà a soddisfare immediatamente, faranno spettacolo per il pubblico elegante, civettuolo, imbellettato, danaroso che all’Ospedale elargirà quattrini a piene mani – “qui si parla solo di soldi”, dirà una ragazza, le relazioni sfociano soltanto in quelli e nient’altro. Alla necessità di un maestro che le guidi con maggior nerbo, torna a frequentare le sale dell’Ospedale Antonio Vivaldi, che ha toccato pressoché i quaranta, di salute malferma ma peraltro deciso a riaffermarsi a seguito di certi incidenti della sorte e deciso a comporre nuovamente; anche incrociando gli sguardi di Cecilia, ventenne, di cui vede immediatamente il grande talento nel ricavare suoni dal suo violino: ragazza solitaria, che aspira a una indipendenza in un secolo che quella indipendenza non accetta, che con amarezza rivive l’abbandono di una madre da sempre sconosciuta a cui, nel buio della notte, continua a rivolgere lettere, prontamente nascoste ai piedi di un altare, che sa benissimo non potranno avere mai risposta. S’instaura tra maestro e allieva, con il passare dei mesi, al di là di una raffrenata quanto sotterranea simpatia, una solida ragnatela d’affinità elettive, d’ammaestramenti che trovano immediate rispondenze, di reciproche soddisfazioni. Sino alle note della “Juditha Triumphans”, sino alle note del capolavoro vivaldiano (già in precedenza “contaminato” dagli apporti musicali di Fabio Massimo Capogrosso) toccato soltanto in quelle della “Primavera”, sino al precipitare degli eventi, ma anche alla fuga di Cecilia che sarà capace d’abbandonare la scena e lo spettatore con un liberatorio sorriso.
Imperfetto, dicevo: nella scrittura (Michieletto ha avuto la collaborazione di Ludovica Rampoldi, anche lei di recente di un’opera prima in veste di regista, “Breve storia d’amore”), nella volontà di ricreare non l’ambiente ma lo spessore dei personaggi, nella troppa linearità a tratti del racconto, mancando di quell’incisività, di uno scavo maggiore che gli avremmo voluto vedere: gli accenni, come quelli che affiorano attorno al personaggio della superiora (seppur ci sia di mezzo la sempre intensa Cecilia Sacchi), avrebbero dovuto trovare più “corpo” per dar vita a una storia “al femminile” che non apparisse qua e là sbiadita, che desse maggior spazio alla disubbidienza e alla rivincita, allo sguardo obliquo sul potere, sul sovvertimento delle regole. Laddove suppliscono le buone prove degli attori, Tecla Insolia, rivelazione e raccoglitrice di successi e di premi per “L’arte della gioia” di Valeria Golino, qui fragile e battagliera al tempo stesso, ribelle e capace d’incassare le tante prove, e soprattutto Michele Riondino, che mostra tutta la debolezza fisica e non soltanto del suo “prete rosso”, lui sì capace di irrobustire con mezzi personali quegli accenni di cui sopra che fanno crescere un personaggio.
Per cui “Primavera” si fa davvero apprezzare, in primo luogo, per quanto di tecnico lo compone. Il montaggio di Walter Fasano, le scenografie di Gaspare De Pasquali a rappresentare gli ambienti bui e soffocanti che soltanto la musica può aprire e lasciar respirare, i costumi bellissimi e importanti di Maria Rita Barbera (cresciuta con Mazzacurati e Moretti, Luchetti e Giordana), quelle divise rosse che astraggono le allieve dal grigio della scuola, la fotografia soprattutto di Daria D’Antonio, abituale collaboratrice di Sorrentino (sino alla “Grazia” di prossima uscita), un gioco perfetto di luci e di ombre, di chiarori improvvisi, certe finestre di sapore caravaggesco e certe candele che rischiarano e che t’accompagnano nella memoria al “Barry Lyndon” di Kubrick.
Il Libro del Mese – La Scelta dei Lettori
Il più discusso tra i titoli presenti sul nostro gruppo FB è Cosa Si Prova, l’ultima pubblicazione di Sophia Kinsella, la scrittrice, recentemente scomparsa, da sempre molto amata nella nostra community.
Anno nuovo libri nuovi! Se avete intenzione di iniziare l’anno nuovo con una buona scorta di letture, accompagnateci in un giro in libreria per scoprire quali novità vi aspettano tra gli scaffali.
Torna Maurizio De Giovanni con un nuovo romanzo dedicato a Sara Morozzi: Sara Le Origini (BUR) sarà in libreria dal 3 gennaio.
Se amate le storie di sport, vi segnaliamo l’uscita di Finding Her Edge – Passione Sul Ghiaccio (Rizzoli), di Jennifer Iacobelli, una storia con risvolti romantici ambientata nel mondo del pattinaggio.
Se cercate letture impegnative, Mondadori in gennaio pubblicherà Linguaggi Della Verità, un’antologia di testi critici di Salma Rushdie, che anlaizza il processo di creazione delle storie.
Consigli per gli acquisti
Questa è la rubrica nella quale diamo spazio agli scrittori emergenti, agli editori indipendenti e ai prodotti editoriali che rimangono fuori dal circuito della grande distribuzione.
Il Demone Di Roma, di Shahram Sherkat (auto-pubblicazione, 2025), un romanzo nel quale si intrecciano storia, teologia e mito, e che ha per reale protagonista Roma e uno dei suoi figli più enigmatici; un libro che piacerà agli appassionati di storie dense di atmosfera e mistero.
La Grandezza della Semplicità (Nicomp, 2025) di Claudio Zenimond, un romanzo costruito come un’inchiesta consigliato a chi voglia approfondire la storia di Milano attraverso le vicende che l’hanno vista protagonista in anni turbolenti.
Per rimanere aggiornati su novità e curiosità dal mondo dei libri, venite a trovarci sul sito www.ilpassaparoladeilibri.it
Da qualche anno possiedo una barca. E’ la Lampreda, cedutami a poco prezzo dal vecchio Lino Sgambarolli, costretto a buttar l’ancora sulla terraferma a causa dei reumatismi e della sciatica che l’hanno piegato in due.
La “sua” Lampreda era la terza di una serie. Diventata mia, riverniciata di bianco e d’azzurro, si è guadagnata il titolo di quarta. Lino mi aveva lasciato piena libertà. “Il nome deve essere quello che più ti piace. Non c’è l’obbligo di tener lo stesso e lo puoi cambiare, tanto lei – che la si chiami per nome o no – volterà la prua dove decidi tu, manovrando il timone o il colpo di remi. Ma se ti garba chiamarla come l’ho chiamata io, fai una cosa: ribattezzala “quarta”, così la storia va avanti”. Mi raccontò che prima di lei c’erano state altre due Lamprede. La prima, messa in acqua, sul finire degli anni trenta s’inabissò nell’agosto del 1944 davanti alla Punta di Crabbia, dov’era ormeggiata. Un aereo tedesco, volando sul lago in appoggio a un rastrellamento contro i partigiani del Mottarone, tanto per sfogare la sua rabbia impotente visto che i partigiani se ne stavano nascosti nei boschi, la colpì a morte con una raffica di mitraglia , sventrandole entrambe le fiancate. La seconda barca era stata bagnata nel maggio del 1947, dopo quasi tre anni durante i quali Lino fu costretto ad una lontananza forzata dal lago, minatore prima e scalpellino poi in terra di Francia, dalle parti di Lione. I magri guadagni lasciavano ben poco alla speranza di metter qualcosa da parte ma quei quattro franchi in croce e qualche lira racimolata vendendo un boschetto di castagni dalle parti di Brolo gli bastarono per l’acquisto di una modesta ma robusta lancia da lago. Per trent’anni Lino e la sua barca hanno attraversato in lungo e in largo il Cusio, pescando in ogni dove, con ogni tempo e in tutte le stagioni dell’anno. Fatto salvi, ovviamente, i periodi di ferma. Dalle rive lo salutavano, nei mercati si vendevano i suoi pesci ( almeno finché l’ammoniaca, il cromo e gli altri veleni non trasformarono, a poco a poco, l’acqua in aceto), nelle osterie capitava di ascoltare le sue storie al modico prezzo di un quartino di barbera del Monferrato. A metà degli anni ’80, una massiccia immissione di carbonato di calcio, riportò l’acqua ad un valore accettabile di acidità. Quella grande pastigliona di bicarbonato fece digerire il lago, tanto che i pesci – dopo tanto boccheggiare – tornarono a respirare e Lino si rimise a pescarli con la sua Lampreda ( la seconda, appunto). Giunta alle soglie del pensionamento forzoso, dopo più di trent’anni di onesta navigazione, figli e nipoti gli fecero una grande sorpresa, regalandogli un gioiello di barca, uscita fresca, fresca dai cantieri navali di Solcio, sul lago Maggiore. La forma aguzza, slanciata; il fasciame di legno liscio e brillante, gli scalmi d’acciaio inossidabile, lucidi come i pomelli della stufa dell’osteria dove andava a far bisboccia. Un bijoux che si è goduto per poco. Lino è stato un gran vogatore che solo negli ultimi anni si è arreso al motore. Io non ho la sua tempra e seppur non disdegnando d’infilare i remi negli scalmi e darci dentro a bracciate regolari, uso frequentemente il motore. Al calare della sera, tiro in secca la barca nei pressi dell’ex Canottieri, dalle parti dell’Ospedale della Madonna del Popolo. A volte la ricovero da Mariolino, alla Bagnera di Orta. Una soluzione abbastanza comoda, dato che possiede uno sgabbiotto, chiuso con catena e lucchetto, dove si possono ritirare remi e motore. A far la guardia c’è Lupo, il cane di Mariolino: un bastardino bianco e nero che tira fuori i denti e ringhia proprio come un lupo quando s’avvicina un estraneo. “ Il tuo motore è come in banca, lì dentro”, rassicura Mariolino. Non ne dubito affatto. Lupo esegue l’incarico come un mastino. E se il suo padrone gli dice di star di sentinella ( proprio così..”di sentinella” ) si può scommettere che lui ci mette una grinta sufficiente a scoraggiare i malintenzionati. Mariolino è fortunato ad avere, come “migliore amico dell’uomo” quel cagnetto. Sono sempre insieme, anche quando Mariolino guida la sua vecchia NSU Prinz. Lupo guarda fuori dal finestrino laterale, ringhia alle auto, abbaia alle luci colorate del semaforo, scodinzola quando si passa davanti all’osteria dove la signora Maria spesso gli “allunga” un cartoccio d’avanzi. Il problema è che Mariolino, con la sua guida da “uomo col cappello”, fa venire i brividi gelati lungo la schiena. Avete presente quella categoria di automobilisti che, con il loro stile di guida, fanno dannare l’anima? Se si ha la sventura di incontrarne uno così, magari su una strada stretta e tutta curve, o – peggio – essere costretti a stargli dietro mentre arranca sui tornanti, non ci sarà alcun bisogno di usare la tenaglia per strapparvi dalla gola il peggior campionario di accidenti, riversandoglielo addosso. Perché quando si mette al volante un “uomo col cappello” sono guai seri. Non superano mai i trenta all’ora, viaggiano a centro strada, frenano in continuazione, pigiano continuamente il clacson. Impermeabili a tutto: impettiti, con gli avambracci tesi e le mani intente a strangolare il volante. In più, come un distintivo, l’immancabile copricapo ben calcato sulla nuca. In casi come questi il vero malcapitato sei tu, povero diavolo, costretto a guidare a passo d’uomo, alternando il piede da un pedale all’altro: acceleratore ,freno, frizione. Cambio. Freno, acceleratore. Attento a non tamponarlo, roso dall’indecisione sull’eventuale sorpasso. Manovra, quest’ultima, caldamente sconsigliata: l’uomo col cappello può decidere di svoltare da un momento all’altro, senza preavviso e, dunque, senza mettere la freccia. L’assoluta certezza che lo anima è proporzionale all’incapacità che manifesta impugnando il volante. Dunque, mai sottovalutare chi guida con il cappello. Non conviene contraddirlo. Non mettetegli fretta, armatevi di pazienza e fatevene una ragione. Ecco, Mariolino è uno di questi. L’ esatto contrario del mito futurista della velocità. Più lento della lentezza ma senza alternativa: prendere o lasciare. Si vede proprio che chi nasce uomo d’acqua fa fatica a muoversi con quattro ruote sulla terraferma.
Marco Travaglini
Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà Il 2025 ha confermato una direzione chiara: meno clamore, più sostanza. L’arredo ha rallentato, ha smesso di stupire per forza e ha iniziato a rassicurare. Il 2026 non rompe questo percorso: lo affina. Vediamo cosa resta, cosa evolve e cosa – con elegante nonchalance – possiamo salutare.
Il colore simbolo è stato Mocha Mousse, una tonalità calda e avvolgente che ha segnato il ritorno ai neutri “emotivi”: marroni morbidi, sabbia, beige evoluti, greige. Colori che non stancano e dialogano bene con la luce naturale, amatissimi nei contesti urbani eleganti – sì, anche nei palazzi torinesi di fine ’800.
Accanto:
verdi salvia e oliva
terracotta desaturati
blu polverosi
Questi colori non spariscono, ma diventano più profondi:
il beige vira verso il tortora caldo
il verde si fa bosco
il blu diventa notte
Il colore smette di essere protagonista assoluto e diventa struttura, usato per definire spazi, quinte, nicchie.
Accenti bruciati (ruggine, cacao, carbone caldo)
Gialli sporchi e minerali, molto sofisticati
Ritorno controllato del bordeaux, usato come segno grafico, non come total look
Fuori: colori iper saturi, pastelli “instagrammabili” senza profondità. Bellissimi in foto, stancanti nella vita reale.
Il 2025 ha sancito una verità semplice: i materiali finti non convincono più.
Legno vero, anche imperfetto, con venature visibili
Pietra naturale (travertino, pietra di Luserna, ceppo)
Metalli caldi: bronzo, ottone brunito, ferro cerato
Tessuti materici: lino, lana, bouclé compatto
Vetro lavorato e cannettato
Ceramiche artigianali
Intonaci materici e calce naturale
Materiali che invecchiano bene. E questo, nel 2026, è lusso puro.
Effetti marmo troppo lucidi
Superfici iper tecniche ma fredde
Arredi “tutti uguali”, replicabili ovunque
Moda è cambiare cucina ogni 5 anni.
Scelta intelligente è progettare una base neutra, flessibile, che si aggiorna con pochi gesti.
Nel 2026 vince:
l’arredo su misura
la progettazione degli spazi (più della decorazione)
la casa pensata per essere vissuta, non mostrata
Torino, con la sua anima borghese e colta, questo lo sa da sempre.
Il lusso del 2026:
non ostenta
non luccica
non segue trend urlati
È fatto di:
proporzioni giuste
materiali autentici
colori che durano
spazi che funzionano
Una casa elegante oggi non dice “guardami”, ma “resta”.
Il 2026 non chiede rivoluzioni, ma scelte consapevoli.
Chi progetta (e chi abita) guarda meno ai trend e più alla qualità del tempo che passerà tra quelle mura.
E forse è proprio questa la tendenza più torinese di tutte:
fare bene, una volta sola.