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La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Il discorso del Sindaco di Torino al Giorno della Memoria – Altissimo – Vannacci tra Crosetto e Borghezio – Un Giolitti privato e il suo medico – Lettere

Il discorso del Sindaco di Torino al Giorno della Memoria
 Ho partecipato alla manifestazione al Comune di Torino per il giorno della Memoria ed ho ascoltato da parte del sindaco Lo Russo un discorso di particolare rilievo che ha mi ha  affascinato. Questo giorno della memoria era  molto difficile dopo Gaza, ma Lo Russo ha concentrato il suo dire sul piano storico e sull’Olocausto degli ebrei con parole chiare e oneste, non abituali in un politico.
Anche nello stile è stato asciutto, direi tacitiano, senza concessioni alla retorica . Vorrei poter pubblicare tutto il suo discorso. Mi limito ad alcune frasi: “La memoria non è un rituale“ ed ancora  “Il male non nasce già riconoscibile. Diventa normale poco alla volta, mentre qualcuno guarda altrove. Diventa accettabile quando il silenzio prende il posto della responsabilità  e l’indifferenza quello della coscienza”.
“Nel giorno della memoria ricordiamo le vittime della tragedia della Shoah e tutte le persone perseguitate e uccise dal nazifascismo. Ed ancora: “Giustizia e vendetta non sono la stessa cosa. La vendetta genera altra violenza. La giustizia richiede la fatica del pensiero complesso, la rinuncia a risposte immediate, il coraggio di non adeguarsi alla logica di “noi contro loro”. Ed infine: “Richiede la capacità di non ridurre i conflitti a slogan, di non trasformare interi popoli in colpe collettive, di distinguere sempre tra governi, responsabilità politiche , popoli e persone. “ Nel discorso del Sibdaco c’è l’aria dei ventilati altipiani, come diceva Mario Soldati, riferendosi ai suoi maestri. Non bisogna semplificare la storia , sembra essere l’imperativo di Lo Russo. Lo stesso del grande storico ebreo  ucciso dai tedeschi che invitava a capire la storia prima di giudicare.
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Altissimo
Non ho mai avuto occasione di conoscere di persona Renato Altissimo , ministro liberale e anche segretario  generale del PLI .Ci siamo visti più volte in mille occasioni, ma non siamo mai andati oltre il buonasera o il  buongiorno. A volte ci  incontravamo nella libreria Zanaboni che ambedue sicuramente avevamo conosciuto quand’era una famosa e fornitissima cartoleria. Forse non l’ho mai neppure apprezzato politicamente perché mi sembrava molto snob e molto confindustriale: il conte Carandini scrisse di un PLI affittato alla Confindustria proprio sul “ Mondo“ di Pannunzio. Nel 1970 sul settimanale “Torino giorni“ che avevo iniziato a dirigere,  scrissi un velenoso corsivo che colpì sicuramente nel segno e che  forse fu la causa di un rapporto mai nato anche in tempi successivi. Commentando politicamente l’elezione di Zanone e Bastianini alle elezioni amministrative di quell’anno  scrissi che erano dei veri “illuministi“ perché illuminati dai fari Altissimo , in riferimento alla nota azienda di famiglia che Renato chiuse per dedicarsi totalmente  alla politica e alla bella vita: era stato eletto deputato nel 1972 e divenne romano ad ogni effetto.
Leggendo le commemorazioni  di Zanone nel decennale della morte nessuno ha ritenuto di ricordare anche  Altissimo forse perché i due liberali litigarono di brutto e non si riconciliarono più . Per ragioni storiche va detto – e lo dico ad onor del vero e anche a nome di un amico scomparso lo scorso anno ( Edoardo Massimo Fiammotto stretto collaboratore di Altissimo ) – che  senza l’apporto economico e il sostegno in Confindustria di Altissimo la corrente di “ Rinnovamento liberale “ non sarebbe mai nata . Lo slogan del 1970 ABZ (le iniziali dei tre soci fondatori) si realizzò perché Altissimo gli diede  le gambe  per camminare. Diversamente Zanone avrebbe continuato a  fare  il funzionario di partito e il docente di Lettere al serale dell’ Avogadro. Ignorare Altissimo ed esaltare Zanone è  sbagliato. Lo scorso anno Fiammotto, direttore della scuola di liberalismo in Piemonte, voleva ricordare Altissimo, ma ci furono liberali che glielo impedirono per inspiegabili motivi di invidia e di antico livore. I due liberali Altissimo e Zanone vanno ricordati insieme, unendo nel ricordo il giornalista e scrittore Ostellino che dei tre era sicuramente il migliore, non nel senso togliattiano del termine.
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Vannacci tra Crosetto e Borghezio
 A Ventimiglia il gen. Vannacci è stato accolto festosamente  da Borghezio e dal sindaco della cittadina ligure. Sembra che il generale si stia mettendo in proprio con un nuovo movimento di estrema destra  e l’accoglienza di Borghezio è un sintomo significativo. Dare spazio a Vannacci nel centro – destra fu un grave errore perché le sue posizioni sono sempre state estremiste.
Un tizio che fece il vigile urbano nel Ponente ligure e che si atteggia a politico almirantiano (sic!) invitò subito a Garlenda il generale per presentare il suo libro. Aveva ragione Crosetto che da ministro della Difesa prese subito le distanze dal generale della “Folgore”: una posizione molto coraggiosa e difficile da assumere. Adesso la Lega si troverà ad avere un vicesegretario ingovernabile anche dal “capitano“ Salvini.
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Un Giolitti privato e il suo medico
In un bel libro di di memorie famigliari , opera di Riccardo  Mattòli, che verrà presentato al Senato della Repubblica,  viene ricordato Agostino  Mattòli, il medico personale di Giovanni  Giolitti,  divenuto suo segretario nel suo quinto ed ultimo governo e anche deputato tra il ‘21 e il ‘24. E’ un libro che ha l’intento di mettere a nudo un Giolitti segreto o almeno poco conosciuto attraverso carteggi inediti importanti . Pensando al medico diventato deputato, viene  spontaneo dire che già allora, negli anni Venti, anche il presidente del Consiglio, che Salvemini giudicò ingiustamente il “ministro della malavita”, non era indifferente a promuovere gli amici in Parlamento.
Giovanni Giolitti
Non tutti i giolittiani erano statisti come Soleri e Peano, ma Mattòli fu certamente una personalità di spicco, al di là dell’amicizia con Giolitti. Il libro ha dei meriti storici indiscutibili  perché ci  consente  di conoscere un Giolitti che finora gli storici non avevano mai indagato. Riccardo Mattòli con un lungo e metodico lavoro ha contribuito alla storicizzazione  dello statista  di Dronero, di  cui nel 2028 ricorderemo il centenario della morte.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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La casa tartassata
Dopo il disastro di Niscemi dovuto a noncuranza e complicità  pubblica  di tanti anni, torna l’ipotesi della assicurazione obbligatoria sulle case. Cosa ne pensa?   Felice Ghio
Sono contrarissimo ad un obbligo che ha costi alti per fatti che sono ascrivibili a chi ha concesso licenze edilizie illecite per non dire folli . La casa è già gravata da mille tasse e balzelli . Semmai la casa va sgravata dalle imposizioni fiscali volute dal governo Monti.
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I Savoia
Ho letto che insieme a personaggi un po’ “irregolari“ come Luxuria verrà invitato a Torino anche Emanuele Filiberto di Savoia. Questa politica- spettacolo alla Signorini  è del tutto  negativa e significa la fine ingloriosa di una dinastia che  cade nel ridicolo dopo aver portato l’Italia nel dramma del fascismo, delle leggi razziali e della seconda guerra mondiale.  Filippo De Carico
La storia dei Savoia e ‘ molto più complessa di quella che lei sostiene. Certo esistono errori e complicità , ma il Risorgimento è opera dei Savoia. L’ultimo discendente fa ciò che può  dopo tanti anni di esilio e senza studi regolari. Aveva scelto saggiamente  una vita borghese, come anche suo padre, sposando una attrice francese con cui ebbe due figlie . Adesso vuole fare l’erede ad un trono che non c’è. Liberissimo di farlo in una Repubblica democratica che ha eliminato la pena dell’esilio del tutto incostituzionale. Il ramo Aosta oggi è l’unico che tiene alto il nome e la storia del Casato. Non sia così severo con Luxuria che giudico negativamente solo perché ha voluto fare la parlamentare senza averne le competenze. La vita privata è altra cosa.
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Askatasuna
L’annuncio dei Verdi – Sinistra italiana  di scendere in piazza con i vari Grimaldi, Ravinale, Dieni  con Askatasuna  appare incompatibile con la permanenza in giunta a Torino di esponenti di AVS. O si sta con la legge o con l’eversione. Non ci sono mezze misure.  Franca Giuli
Concordo con lei. In Italia non esiste la presunta repressione denunciata da Grimaldi, contro cui urlavano i contestatori nel ‘68. Ci fu invece l’eversione del terrorismo che cominciò sfasciando le vetrine in via Roma. Non ci possono essere ambiguità sull’ordine democratico e sulla legalità repubblicana.
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Foglianti
Sono trent’anni che esce il “Foglio “ di Ferrara e Cerasa, una lettura per pochi. Il giornale continua ad uscire solo perché ha un finanziamento pubblico cospicuo?  E’ giusto?
Biagio Novelli Bordighera
Leggo saltuariamente quel giornale graficamente di difficile lettura . I “Foglianti“ si considerano quasi come il nuovo “Mondo“ di Pannunzio, ma sono anni luce lontani, sia con Ferrara che con Cerasa che appare molto ambiguo. Spesso non condivido i suoi articoli. Finché c’è un finanziamento pubblico è  giusto che lo abbiano tutti gli aventi diritto, anche  le qualità del giornale non sono certo eccezionali. Io non ne  festeggio il trentennale, come non festeggio i 50 anni di “Repubblica“ , un giornale in via di estinzione tra i lettori.

Pronto? Ci sei?

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Quante volte ci è capitato di parlare di lavoro o, tra amici, di chiacchierare amabilmente notando che uno dei presenti sembra distratto, assente, quasi non capisse di cosa si stia parlando.

In virtù del pensiero unico, ormai imperante, diamo per scontato che quella persona a) si dia arie e si ritenga superiore agli altri, b) non stia capendo il discorso, sicuramente per limiti suoi, c) è timido e non riesce ad inserirsi nel discorso.

Quasi nessuno, complice il QI in caduta libera almeno nei Paesi occidentali, pensa che quella persona preferisca ascoltare prima di parlare, che voglia acquisire elementi per poter giudicare oggettivamente, che stia valutando tutte le persone coinvolte.

Al QI in coma si aggiunge l’ormai consolidata prassi del pensiero unico: il primo che sui social lancia un commento, critica o approva un post, viene preso inconsciamente a modello di perfezione, a guru indiscusso dell’argomento e chiunque osi dissentire o anche solo astenersi dal commentare viene indicato come fallito, incapace, boomer o peggio.

Un adagio orientale dice “Il saggio parla poco e pensa molto” a indicare che se vuoi esprimere concetti attendibili devi avere tempo e modo di valutare tutti gli elementi, anche quelli meno evidenti.

Chi mi conosce bene sa che io non sbaglio quasi mai l’impressione che ho di una persona, già al primo contatto, a condizione che mi sia dato il tempo per studiarlo; il che avviene anche parlandogli insieme, proponendo temi di conversazione apparentemente banali, informandomi sui suoi gusti, hobbies, ecc.

Quando vedo una persona che ascolta come se faticasse a comprendere il senso del discorso, per mia forma mentis penso stia valutando il senso delle parole, formandosi un’idea del contesto, valutando la propria posizione rispetto alle tesi emerse e la cosa non può che farmi piacere perché personalmente preferisco una persona riflessiva, che magari fornisca una risposta in ritardo ma dopo averla ponderata, piuttosto che un soggetto impulsivo che cambia idea dieci volte, che parla solo per sentire la sua voce o per dimostrare la sua attività neuronale in un raro momento di lucidità.

I social hanno incancrenito un problema preesistente, specie nel nostro Paese; il nostro triathlon è composto da lancio delle accuse, sollevamento delle polemiche e tiro del sasso nascondendo poi la mano; giudicare senza conoscere, esprimere pareri non avendo competenza in merito e alzando la voce per sostenere la propria tesi sono quanto di peggio un cervello umano possa partorire.

Partiamo dalla considerazione che il nostro giudizio su un determinato fatto dipende da alcuni fattori come esperienza, cultura, carattere e convenienza: se consideriamo che l’ignoranza (non solo a livello scolastico) sta dilagando a macchia d’olio, diventa facile comprendere come la maggior parte delle persone siano sempre più ignoranti, più litigiose, più superficiali, più venali e che, dunque, rispondono positivamente ad un numero esiguo di messaggi, eventi, discorsi ritenendo che tutto il resto non sia meritevole di esistere, sia dannoso per loro, sia censurabile a priori.

Il grosso pericolo che tutti noi corriamo è di venire trascinati in questo modus cogendi e, per non complicarci la vita, non soffrire, non stressarci, tralasciare ogni giudizio su un fatto diventando anche noi ignoranti.

Einstein sosteneva che la curiosità è sinonimo di intelligenza: se davvero è così la maggior parte delle persone che ci circondando ha il QI di un protozoo stante ciò che riescono a concepire.

A proposito di concepimento: speriamo che la riduzione del QI viaggi di pari passo con quella degli spermatozoi; sarebbe un segno incontrovertibile che la natura sa rimediare ai danni dell’uomo.

Sergio Motta

Rock Jazz e dintorni a Torino: i Nomadi e Flavio Giurato Quartet

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA

Lunedì. Alla Bottega Baretti si esibisce Mark Bonifati.

Martedì. Alla Cricca Matteo Castellano canta Jannacci.

Mercoledì. All’Hiroshima Mon Amour è di scena Vegas Jones. Al Vinile suona Felicia Juno Ensemble.

Giovedì. Alla Divina Commedia si esibisce la House Band. Al Blah Blah suonano i Medusa +Malibu Stacey. All’Hiroshima è di scena il quintetto Si’ Boom! Voilà!

Venerdì. Al Magazzino sul PO sono di scena gli Hate Moss. Alla Divina Commedia si esibiscono i Secret Chords. All’Hiroshima suonano i Mefisto Brass. Al Circolo Sud è di scena la Piccola Compagnia “Behemoth”. Al Circolino suona  Giorgio Diaferia Ensemble. Al Vinile si esibisce il Trio Marciano & Silver. Al Blah Blah suonano i No More Extasy + Hexabrot.

Sabato. Al Teatro Colosseo arrivano i Nomadi. Al Folk Club suona il quartetto di Flavio Giurato. Alla Divina Commedia si esibiscono i Bluescreen. Alla Suoneria di Settimo  è di scena la Banda Osiris. Al Circolo Sud si esibisce Ila Rosso. Al Vinile suona Diane Kowa 6 Piaggio Soul Combination.

Domenica. Allo Ziggy sono di scena Nyos + Gordonzola. Al Blah Blah suona Iguana Project + The Bang Tales. Al Vinile si esibiscono Milkway + Funkyfied.

Pier Luigi Fuggetta

Il Politecnico di Torino, dove le idee diventano futuro

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SCOPRI – TO   ALLA SCOPERTA DI TORINO

Torino ha sempre avuto un rapporto speciale con l’ingegno, con il lavoro e con la capacità di trasformare le intuizioni in realtà concrete. Nel cuore di questa tradizione si trova il Politecnico di Torino, una delle università tecniche più antiche e prestigiose d’Europa, un luogo che da oltre centocinquant’anni forma menti capaci di lasciare un segno nel mondo dell’ingegneria, dell’architettura, della ricerca e dell’innovazione.

Fondato nel 1859, lo stesso anno dell’Unità d’Italia, il Politecnico nasce come Scuola di Applicazione per gli Ingegneri e cresce insieme al Paese, accompagnandone lo sviluppo industriale, scientifico e tecnologico. Dai primi laboratori legati alla meccanica e alle costruzioni, fino ai moderni centri di ricerca su aerospazio, sostenibilità ed energia, l’ateneo torinese ha sempre mantenuto uno sguardo rivolto al futuro, senza mai dimenticare le proprie radici.

Dalle aule al mondo: i nomi che hanno fatto la storia

Tra i corridoi del Politecnico di Torino sono passati studenti e docenti che hanno contribuito a scrivere pagine importanti della storia italiana e internazionale. Uno dei nomi più noti è senza dubbio quello di Giulio Natta, premio Nobel per la chimica nel 1963, che al Politecnico ha insegnato e condotto parte delle sue ricerche fondamentali sui polimeri, aprendo la strada a materiali oggi utilizzati in ogni ambito della vita quotidiana.

Anche il mondo dell’industria automobilistica e aerospaziale porta l’impronta dell’ateneo torinese. Numerosi dirigenti, progettisti e ingegneri che hanno lavorato per aziende come Fiat, Ferrari, Leonardo e grandi gruppi internazionali si sono formati tra le sue aule. Il Politecnico ha rappresentato per molti di loro non solo un luogo di studio, ma un vero laboratorio di idee, dove imparare a unire teoria e pratica, visione e concretezza.

Non mancano figure che si sono distinte anche in ambiti diversi, come l’architettura e l’urbanistica. Progettisti formati a Torino hanno contribuito a ridisegnare città, spazi pubblici e infrastrutture in Italia e all’estero, portando con sé uno stile che unisce funzionalità, attenzione all’ambiente e sensibilità per il contesto urbano.

 

Innovazioni che nascono a Torino

Il Politecnico di Torino non è soltanto un luogo di formazione, ma un vero e proprio motore di ricerca e sperimentazione. Negli ultimi decenni ha sviluppato progetti che spaziano dall’energia rinnovabile alla mobilità sostenibile, dall’intelligenza artificiale ai materiali avanzati. Nei suoi laboratori si studiano soluzioni per rendere le città più intelligenti, i trasporti più sicuri, le industrie più efficienti e rispettose dell’ambiente.

Uno dei settori in cui l’ateneo si è distinto a livello internazionale è quello dell’aerospazio. Grazie alla collaborazione con aziende e agenzie spaziali, il Politecnico partecipa allo sviluppo di satelliti, sistemi di navigazione e tecnologie per l’esplorazione spaziale. Torino, grazie a questo legame, si è guadagnata un ruolo di primo piano nel panorama europeo dell’industria aeronautica e spaziale.

Importante è anche il contributo nel campo dell’energia. Ricercatori e studenti lavorano su soluzioni per migliorare l’efficienza delle reti elettriche, sviluppare nuove tecnologie per l’accumulo di energia e promuovere l’uso delle fonti rinnovabili. L’obiettivo è quello di accompagnare la transizione verso un modello più sostenibile, capace di rispondere alle sfide ambientali del presente e del futuro.

Un’università aperta alla città e al mondo

Il Politecnico di Torino non vive isolato dal contesto che lo circonda. Al contrario, è profondamente legato alla città e al territorio. I suoi campus, distribuiti tra il centro urbano e le aree limitrofe, sono spazi vivi, frequentati non solo da studenti e docenti, ma anche da cittadini, professionisti e imprese che partecipano a eventi, conferenze e progetti condivisi.

Allo stesso tempo, l’ateneo ha una forte dimensione internazionale. Accoglie ogni anno migliaia di studenti stranieri e collabora con università e centri di ricerca in tutto il mondo. Questo scambio continuo di idee e culture contribuisce a creare un ambiente dinamico, in cui il confronto diventa una risorsa fondamentale per la crescita personale e professionale.

Per molti giovani, studiare al Politecnico di Torino significa entrare in una comunità che guarda lontano, che crede nel valore della conoscenza e nella responsabilità di metterla al servizio della società. È un’esperienza che non si limita agli anni universitari, ma lascia un’impronta duratura nel modo di affrontare il lavoro, i problemi e le sfide della vita.

Oggi come ieri, il Politecnico continua a rappresentare uno dei simboli più forti di Torino: una città che ha saputo reinventarsi più volte, passando da capitale industriale a polo di innovazione, cultura e ricerca. Tra le sue aule, i suoi laboratori e i suoi cortili, si respira ancora quella stessa idea che lo ha fatto nascere oltre un secolo fa: che il sapere, se coltivato con passione e rigore, può davvero cambiare il mondo.

NOEMI GARIANO

“E ritorno ad amare con te”

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Music Tales, la rubrica musicale

“E ritorno ad amare con te
E mi sento sincero
Tanto da parlarti di me
Tanto per parlare di me”
Ritorno ad amare è uno dei brani più emblematici della scrittura di Biagio Antonacci: una canzone che non cerca l’effetto, ma la sottrazione. Nasce e si muove in una dimensione raccolta, quasi confessionale, dove l’attenzione è tutta rivolta al percorso interiore del protagonista.
Non è una canzone sull’amore trionfante, ma sull’atto delicato e faticoso di rimettersi in gioco dopo una ferita.
Il verbo chiave è “ritorno”: non c’è slancio, non c’è conquista, ma un movimento cauto, quasi timoroso. Amare non è presentato come un istinto naturale, bensì come una scelta consapevole, che arriva dopo il dolore, la paura, la disillusione.
Poi arriva lei, che di cover ne ha fatte molte ed alcune  anche molto interessanti.
Laura Pausini è indiscutibilmente una grande cantante, anche se non rientra tra le mie interpreti di riferimento. Proprio per questo, forse, resto spesso un po’ così, senza grande entusiasmo di fronte ai suoi videoclip, che raramente riescono a coinvolgermi davvero.
In questa occasione, purtroppo, meno che mai.
La cover di Ritorno ad amare sembra voler andare oltre la semplice rilettura del brano di Biagio Antonacci, trasformandolo in una performance dal respiro internazionale fin troppo programmatico. Fin dall’ingresso della batteria, che richiama in modo evidente l’andamento percussivo e marziale di “We Will Rock You”, il brano viene spinto verso un immaginario da “arena rock” che poco ha a che fare con l’intimità originaria della canzone a mio parere.
Attenzione, non mi dispiace l’arrangiamento ma credo non rispetti le vere intenzioni dell’autore né il significato del testo.
Il giubbottino giallo e l’atteggiamento scenico richiamano apertamente l’iconografia di Freddie Mercury, mentre i cori stratificati e solenni rimandano alle celebri armonizzazioni dei Queen di “Bohemian Rhapsody”.
Più che suggestioni, qui sembrano vere e proprie citazioni, accumulate senza particolare pudore. Non me ne vogliano i pausiniani; la mia opinione vale sempre solo uno, non si deve dimenticarlo.
Il risultato è un’operazione certamente ambiziosa, ma anche forse eccessiva: la fragilità emotiva del brano originale viene sacrificata a favore di una spettacolarità costruita, che finisce per sovrastare il senso stesso della canzone. Laura Pausini osa, ma questa volta l’azzardo appare più estetico che emotivo, più imitativo che necessario. Peccato ma sono certa ci regalerà altre emozioni come fa quasi sempre.
Fatemi sapere la vostra, mi fa piacere.
“Vi è nella natura, e continua a sussistere nell’uomo, una tendenza perenne all’eccesso.”
Georges Bataille
CHIARA DE CARLO
scrivete a musictales@libero.it se volete segnalare eventi o notizie musicali!
Ecco a voi gli eventi da non perdere
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Rock Jazz e dintorni a Torino. Alice e i Dream Syndicate

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA

Martedì. Al Teatro Colosseo si esibisce Alice.

Mercoledì. All’Hiroshima Mon Amour suonano i The Dream Syndicate.

Giovedì. Al Blah Blah si esibiscono i Melty Groove + Make Pop. Allo Spazio 211 sono di scena i Julie’S Haircut. All’ Off Topic suonano i The Nerve. Alla Divina Commedia è di scena Lele Piras Trio. Al Vinile si esibiscono gli Evrida.

Venerdì. Al Teatro Concordia si esibisce Franco 126.Alla Divina Commedia sono di scena Ladies & the Boomers. All’Hiroshima suonano gli Skiantos. Al Circolino suona Chiara Nicora Trio. Al Blah Blah sono di scena i Docks Dora. Al Folk Club si esibisce Luca Falomi.

Sabato. Alla Divina Commedia si esibiscono i 011…..live. Al Circolo Sud suonano gli Idiluvia. All’Off Topic sono di scena gli Avanzi di Balera. Allo Ziggy suonano gli Insidia + Hateworld. Al Blah Blah si esibiscono i Semprefreski e La Fabbrica.

Domenica. Al Vinile si esibiscono i Casa Beat. Alla Divina Commedia suonano Johnny e The Nowheremen. Al Blah Blah concerto per la Palestina con :I Fasti, Bandini, Carlo Magno , Storia di una Passione.

Pier Luigi Fuggetta

Il Po e i suoi quartieri: anime diverse lungo lo stesso fiume

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ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.
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In una Torino spesso raccontata attraverso le sue architetture monumentali e la sua anima industriale, il Po rappresenta la dimensione più intima e contemplativa della città. Un confine morbido tra natura e tessuto urbano, tra movimento e quiete, capace di offrire una lettura diversa dell’abitare contemporaneo.

Il Po scorre lento, silenzioso, mai invadente, eppure imprime un carattere preciso a tutto ciò che lo circonda. Vivere vicino al fiume non è soltanto una scelta abitativa, ma un vero e proprio stile di vita: significa abitare la città senza subirla, trovare uno spazio di respiro all’interno del ritmo urbano, ristabilire un rapporto quotidiano con il paesaggio.

L’acqua, in città, ha un valore che va ben oltre l’estetica. È luce che cambia durante il giorno, riflettendo il cielo e ammorbidendo i volumi architettonici. È aria che si muove e respira, un microclima naturale, uno scenario che rende gli spazi più vivibili, più umani. Abitare lungo il Po significa convivere con un paesaggio che non è mai statico: le stagioni si leggono nei colori delle rive, nei riflessi invernali o nelle ombre lunghe delle sere estive. Una presenza discreta ma costante, che accompagna la quotidianità senza sovrastarla.

Il Po come filo urbano

Il Po non attraversa Torino in modo neutro. La accompagna, la sfiora, la modella. E, nel farlo, incontra quartieri molto diversi tra loro, restituendo a ciascuno un’identità distinta. Vivere lungo il fiume significa scegliere non solo una vista privilegiata, ma un’atmosfera, un ritmo, un modo specifico di abitare la città.

Gran Madre: il salotto elegante sul fiume

Il tratto del Po che incontra Gran Madre è forse il più iconico. Qui il fiume dialoga con la monumentalità della chiesa, con i viali alberati e con una dimensione urbana composta, borghese, quasi parigina.

Abitare in questa zona significa vivere il Po come estensione naturale del proprio spazio domestico: una passeggiata mattutina lungo il fiume, una corsa al tramonto, uno sguardo che si posa sull’acqua prima di rientrare a casa. È il quartiere di chi cerca equilibrio, centralità e bellezza senza eccessi.

Crimea: residenzialità alta e silenzio

Poco più in alto, il Po lambisce la Crimea, una delle zone residenziali più riservate e prestigiose della città. Qui il fiume non è protagonista scenografico, ma presenza discreta, quasi protettiva.

Ville, palazzi immersi nel verde, strade tranquille: il Po diventa elemento di valore ambientale e simbolico. È il quartiere di chi sceglie la qualità della vita come priorità assoluta, lontano dal rumore ma perfettamente connesso al centro urbano.

Borgo Po e Cavoretto: tra città e collina

Nel tratto che accompagna Borgo Po e sale verso Cavoretto, il fiume dialoga con la collina. Qui l’abitare si fa più intimo, quasi sospeso tra piano e panorama.

È una zona di passaggio e di connessione: tra città e natura, tra il quotidiano e la dimensione più contemplativa. Il Po accompagna questa transizione, rafforzando l’idea di un vivere “a misura”, dove architettura e paesaggio convivono con naturalezza.

Il Valentino e San Salvario: il Po come spazio pubblico

Scendendo verso sud, il fiume incontra il Parco del Valentino e lambisce il quartiere di San Salvario. In questo tratto il Po diventa spazio pubblico, vissuto, attraversato, condiviso.

Il parco restituisce al fiume una dimensione sociale e culturale: studenti, famiglie, sportivi, cittadini di ogni età. È il volto più dinamico del Po, quello che racconta una città viva, in movimento, capace di mescolare energie e funzioni diverse.

I Murazzi: memoria e trasformazione

Infine, i Murazzi del Po. Un luogo che per anni ha incarnato la notte torinese, la movida, l’eccesso, ma che oggi si prepara a una nuova identità. Qui il Po è stato confine e movimento; oggi diventa opportunità di rigenerazione urbana.

Per lungo tempo i Murazzi hanno rappresentato l’altra faccia del fiume: rumorosa, informale, notturna. Una stagione intensa che ha lasciato il segno, ma che ha anche mostrato criticità legate al degrado e alla convivenza con il contesto residenziale. Oggi, però, il racconto sta cambiando.

Il progetto di riqualificazione annunciato dal Comune di Torino segna un passaggio simbolico importante: non una semplice riapertura, ma una ridefinizione profonda del rapporto tra città e fiume.

L’obiettivo è restituire i Murazzi come spazio pubblico continuo, vissuto durante tutto l’arco della giornata. Meno concentrazione di locali notturni, più funzioni ibride: attività culturali, ristorazione di qualità, botteghe creative, spazi per lo sport leggero e il tempo libero. Il fiume torna così a essere paesaggio urbano, non semplice sfondo.

Un nuovo modo di abitare il lungo Po

Questa trasformazione ha un impatto diretto sull’abitare. I quartieri affacciati sul Po — da Gran Madre alla Crimea — vedono rafforzarsi la loro vocazione residenziale di pregio, sempre più legata alla qualità dello spazio urbano e al benessere quotidiano.

I Murazzi diventano una cerniera tra centro e natura, tra memoria storica e progetto contemporaneo, tra vita sociale e quiete residenziale. Una visione più matura, più europea, che guarda ai waterfront urbani come infrastrutture culturali e ambientali.

Vivere vicino al fiume significa scegliere una relazione diversa con la città: più profonda, più armonica, più autentica.

C’è anche un valore simbolico, quasi archetipico. L’acqua è passaggio, trasformazione, continuità. Non a caso le città più affascinanti si sono sviluppate lungo i fiumi. Il Po, in questo senso, è memoria viva: ha visto cambiare Torino, ne ha accompagnato le trasformazioni, restando fedele a se stesso.

Il Po non uniforma: distingue. Attraversa la città come una linea continua che cambia voce a ogni quartiere. Ed è proprio questa la sua forza: offrire molte possibilità di abitare senza perdere coerenza. In una Torino che riscopre il valore dei suoi spazi d’acqua, il Po continua a essere non solo un elemento geografico, ma un vero luogo dell’anima urbana.

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