Rubriche- Pagina 25

Cannelloni della Befana al Castelmagno

/

Una teglia di cannelloni di magro dal gusto delicato, ricco ed avvolgente. Assolutamente indimenticabili

Un antico detto afferma “L’Epifania tutte le feste si porta via”… Approfittiamo di questa ottima occasione per festeggiare ancora una volta insieme ai nostri cari offrendo loro un primo piatto della tradizione rivisitato in veste “chic” : una teglia di cannelloni di magro dal gusto delicato, ricco ed avvolgente. Assolutamente indimenticabili.

***

Ingredienti per 8 persone:

2 confezioni di sfoglia per lasagna (tipo Rana)

4 porri dolci di Cervere

6 patate

200gr. di formaggio Castelmagno

200gr. di Taleggio

50gr. di grana grattugiato

burro, sale,olio q.b.

Per la besciamella:

800ml di latte intero

50gr.di burro

40gr.di farina

noce moscata, sale q.b.

***

Lavare e tagliare i porri a rondelle, stufarli con olio,una noce di burro e sale per 20 minuti circa. Lessare le patate, schiacciarle come per fare un pure’ ed unirle ai porri. Mescolare bene, unire i formaggi a dadini, il grana grattugiato e il sale. Preparare la besciamella  con il latte, il burro, la farina, il sale e la grattata di noce moscata. Preparare i cannelloni stendendo sulla sfoglia (lato piu’ corto) il ripieno ed arrotolare. Procedere sino ad esaurimento degli ingredienti. Ungere la teglia con burro fuso, sistemare i cannelloni e ricoprire con la besciamella, ciuffetti di burro e grana grattugiato. Cuocere in forno a 200 gradi per 30 minuti circa o sino a completa gratinatura. Buon appetito e buon anno a tutti i lettori !

Paperita Patty

 

Brasato all’Arneis dell’Epifania

/

L’Epifania tutte le feste si porta via…concludiamo cosi’ i  pranzi del periodo natalizio con un secondo di carne ricco e gustoso, di origini antiche, tipico della cucina piemontese, il Brasato. Semplice da preparare, richiede pero’ una marinatura e una cottura lenta e prolungata che conferira’ alla carne una morbidezza ed un gusto insuperabile. Un classico ideale per le occasioni di festa.

 

Ingredienti

 

1kg.di carne di manzo

40gr. di burro

2 cucchiai di olio evo

Sale e pepe

 

Per la marinatura:

1 bottiglia di vino bianco Arneis

1 cipolla

1 costa di sedano

1 carota

1 rametto di rosmarino

2 foglie di alloro

2 chiodi di garofano

2 bacche di ginepro

 

Lavare e ridurre a tocchetti le verdure con i sapori. Mettere la carne in una terrina con le verdure e coprire con il vino bianco. Lasciar riposare in luogo fresco 12 ore. Togliere la carne dalla marinatura, asciugarla bene e farla rosolare da tutti i lati a fuoco vivace nel burro e olio. Aggiungere le verdure scolate dalla marinatura, completare la rosolatura. Abbassare il fuoco, salare e pepare la carne, unire il vino della marinatura e lasciar cuocere coperto per circa tre ore. Per permettere che il sugo si restringa, scoperchiare di tanto in tanto. Terminata la cottura, togliere la carne, frullare il sugo e servire le fette di carne nappate con la salsa. Ideale accompagnato con il pure’ di patate.

 

Paperita Patty

La rinascita nella musica tra il “prete rosso” e l’allieva

/

Primavera”, opera prima di Damiano Michieletto

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Ricavandolo dal romanzo “Stabat Mater” di Tiziano Scarpa, vincitore dello Strega nel 2009, Damiano Michieletto, enfant prodige dell’opera lirica per le sue regie (da Pesaro alla Fenice a Berlino, da Salisburgo alla Scala alla Royal Opera House di Londra: nella giornata del 6 febbraio prossimo, nello Stadio di San Siro, sarà lui il Direttore Creativo della Cerimonia di Apertura dei Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina), genio e sregolatezza intesa come piena libertà contemporanea nel rendere al pubblico di oggi certi sacrosanti libretti, firma la sua prima prova cinematografica con “Primavera” – se escludiamo il “Gianni Schicchi” presentato quattro anni fa al Torino Film Festival -, con rara importanza e con tempistica consacrazione se, come appare nei titoli, anche la Warner Bros. s’è interessata all’operazione, produttiva e di distribuzione, con buon occhio al mercato estero. Scommettendo persino l’uscita nel giorno di Natale e andando a cozzare per cui nei giganti del divertimento squinternato di Checco Zalone e nella macchina hollywoodiana e fantastica di Cameron con il suo terzo capitolo della saga di “Avatar” e degli uomini Na’vi. Film imperfetto ma colto, dedicato non soltanto allo spettatore musicale, bensì al cinefilo che cerca agganci con titoli del passato, esempio perfetto di passaparola, ricercato ma pronto al vasto pubblico, in sontuosa forma, elegante.

Venezia, 1716, l’Ospedale della Pietà. Colei che è alla guida delle tante ragazze – che le povere madri hanno deposto là, sulla soglia, marchiate sulla caviglia e riunificabili attraverso un’immagine suddivisa à metà e conservata negli annuari del luogo -, scoperta la nascita di una manciata di piccoli gattini, li strappa alla madre, li mette in un sacco e senza una parola li butta nel canale che scorre dinanzi all’ingresso. Perplessità sgomento dolore brividi, ogni sentimento abbraccia le ragazze, vedendo chiaro in quel gesto, simbolicamente, il loro destino di rifiutate. Sanno che da quel luogo potranno uscire un giorno alla richiesta di un matrimonio da parte di un ricco signore, da altri per esse scelto, o in quello stesso luogo coltiveranno una vita, le più dotate, dedita alla musica e al canto. Protette da una grata o da una maschera, unica eccezione ai tanti divieti la presenza di questo o quel potente che si penserà a soddisfare immediatamente, faranno spettacolo per il pubblico elegante, civettuolo, imbellettato, danaroso che all’Ospedale elargirà quattrini a piene mani – “qui si parla solo di soldi”, dirà una ragazza, le relazioni sfociano soltanto in quelli e nient’altro. Alla necessità di un maestro che le guidi con maggior nerbo, torna a frequentare le sale dell’Ospedale Antonio Vivaldi, che ha toccato pressoché i quaranta, di salute malferma ma peraltro deciso a riaffermarsi a seguito di certi incidenti della sorte e deciso a comporre nuovamente; anche incrociando gli sguardi di Cecilia, ventenne, di cui vede immediatamente il grande talento nel ricavare suoni dal suo violino: ragazza solitaria, che aspira a una indipendenza in un secolo che quella indipendenza non accetta, che con amarezza rivive l’abbandono di una madre da sempre sconosciuta a cui, nel buio della notte, continua a rivolgere lettere, prontamente nascoste ai piedi di un altare, che sa benissimo non potranno avere mai risposta. S’instaura tra maestro e allieva, con il passare dei mesi, al di là di una raffrenata quanto sotterranea simpatia, una solida ragnatela d’affinità elettive, d’ammaestramenti che trovano immediate rispondenze, di reciproche soddisfazioni. Sino alle note della “Juditha Triumphans”, sino alle note del capolavoro vivaldiano (già in precedenza “contaminato” dagli apporti musicali di Fabio Massimo Capogrosso) toccato soltanto in quelle della “Primavera”, sino al precipitare degli eventi, ma anche alla fuga di Cecilia che sarà capace d’abbandonare la scena e lo spettatore con un liberatorio sorriso.

Imperfetto, dicevo: nella scrittura (Michieletto ha avuto la collaborazione di Ludovica Rampoldi, anche lei di recente di un’opera prima in veste di regista, “Breve storia d’amore”), nella volontà di ricreare non l’ambiente ma lo spessore dei personaggi, nella troppa linearità a tratti del racconto, mancando di quell’incisività, di uno scavo maggiore che gli avremmo voluto vedere: gli accenni, come quelli che affiorano attorno al personaggio della superiora (seppur ci sia di mezzo la sempre intensa Cecilia Sacchi), avrebbero dovuto trovare più “corpo” per dar vita a una storia “al femminile” che non apparisse qua e là sbiadita, che desse maggior spazio alla disubbidienza e alla rivincita, allo sguardo obliquo sul potere, sul sovvertimento delle regole. Laddove suppliscono le buone prove degli attori, Tecla Insolia, rivelazione e raccoglitrice di successi e di premi per “L’arte della gioia” di Valeria Golino, qui fragile e battagliera al tempo stesso, ribelle e capace d’incassare le tante prove, e soprattutto Michele Riondino, che mostra tutta la debolezza fisica e non soltanto del suo “prete rosso”, lui sì capace di irrobustire con mezzi personali quegli accenni di cui sopra che fanno crescere un personaggio.

Per cui “Primavera” si fa davvero apprezzare, in primo luogo, per quanto di tecnico lo compone. Il montaggio di Walter Fasano, le scenografie di Gaspare De Pasquali a rappresentare gli ambienti bui e soffocanti che soltanto la musica può aprire e lasciar respirare, i costumi bellissimi e importanti di Maria Rita Barbera (cresciuta con Mazzacurati e Moretti, Luchetti e Giordana), quelle divise rosse che astraggono le allieve dal grigio della scuola, la fotografia soprattutto di Daria D’Antonio, abituale collaboratrice di Sorrentino (sino alla “Grazia” di prossima uscita), un gioco perfetto di luci e di ombre, di chiarori improvvisi, certe finestre di sapore caravaggesco e certe candele che rischiarano e che t’accompagnano nella memoria al “Barry Lyndon” di Kubrick.

La rassegna dei libri del mese

/

Il Libro del Mese – La Scelta dei Lettori

Il più discusso tra i titoli presenti sul nostro gruppo FB è Cosa Si Prova, l’ultima pubblicazione di Sophia Kinsella, la scrittrice, recentemente scomparsa, da sempre molto amata nella nostra community.

Anno nuovo libri nuovi! Se avete intenzione di iniziare l’anno nuovo con una buona scorta di letture, accompagnateci in un giro in libreria per scoprire quali novità vi aspettano tra gli scaffali.

Torna Maurizio De Giovanni con un nuovo romanzo dedicato a Sara Morozzi: Sara Le Origini (BUR) sarà in libreria dal 3 gennaio.

Se amate le storie di sport, vi segnaliamo l’uscita di Finding Her Edge – Passione Sul Ghiaccio (Rizzoli), di Jennifer Iacobelli, una storia con risvolti romantici ambientata nel mondo del pattinaggio.

Se cercate letture impegnative, Mondadori in gennaio pubblicherà Linguaggi Della Verità, un’antologia di testi critici di Salma Rushdie, che anlaizza il processo di creazione delle storie.

 

Consigli per gli acquisti

 Questa è la rubrica nella quale diamo spazio agli scrittori emergenti, agli editori indipendenti e ai prodotti editoriali che rimangono fuori dal circuito della grande distribuzione.

Il Demone Di Roma, di Shahram Sherkat (auto-pubblicazione, 2025), un romanzo nel quale si intrecciano storia, teologia e mito, e che ha per reale protagonista  Roma e uno dei suoi figli più enigmatici; un libro che piacerà agli appassionati di storie dense di atmosfera e mistero.

La Grandezza della Semplicità (Nicomp, 2025) di Claudio Zenimond, un romanzo costruito come un’inchiesta consigliato a chi voglia approfondire la storia di Milano attraverso le vicende che l’hanno vista protagonista in anni turbolenti.

 

Per rimanere aggiornati su novità e curiosità dal mondo dei libri, venite a trovarci sul sito www.ilpassaparoladeilibri.it

 

Mariolino e la guida dell’uomo col cappello

/

Da qualche anno possiedo una barca. E’ la Lampreda, cedutami a poco prezzo dal vecchio Lino Sgambarolli, costretto a buttar l’ancora sulla terraferma a causa dei reumatismi e della sciatica che l’hanno piegato in due.

La “sua” Lampreda era la terza di una serie. Diventata mia, riverniciata di bianco e d’azzurro, si è guadagnata il titolo di quarta. Lino mi aveva lasciato piena libertà. “Il nome deve essere quello che più ti piace. Non c’è l’obbligo di tener lo stesso e lo puoi cambiare, tanto lei – che la si chiami per nome o no –  volterà la prua dove decidi tu, manovrando il timone o il colpo di remi. Ma se ti garba chiamarla come l’ho chiamata io, fai una cosa: ribattezzala “quarta”, così la storia va avanti”. Mi raccontò che prima di lei c’erano state altre due Lamprede. La prima, messa in acqua, sul finire degli anni trenta s’inabissò nell’agosto del 1944 davanti alla Punta di Crabbia, dov’era ormeggiata. Un aereo tedesco, volando sul lago in appoggio a un rastrellamento contro i partigiani del Mottarone, tanto per sfogare la sua rabbia impotente visto che i partigiani se ne stavano nascosti nei boschi, la  colpì a morte con una raffica di mitraglia , sventrandole entrambe le fiancate. La seconda barca era stata bagnata nel maggio del 1947, dopo quasi tre anni durante i quali Lino fu costretto ad una lontananza forzata dal lago, minatore prima e scalpellino poi in terra di Francia, dalle parti di Lione. I magri guadagni lasciavano ben poco alla speranza di metter qualcosa da parte ma quei quattro franchi in croce e qualche lira racimolata vendendo un boschetto di castagni dalle parti di Brolo gli bastarono per l’acquisto di una modesta ma robusta lancia da lago. Per trent’anni Lino e la sua barca hanno attraversato in lungo e in largo il Cusio, pescando in ogni dove, con ogni tempo e in tutte le stagioni dell’anno. Fatto salvi, ovviamente, i periodi di ferma. Dalle rive lo salutavano, nei mercati si vendevano i suoi pesci ( almeno finché l’ammoniaca, il cromo e gli altri veleni non trasformarono, a poco a poco, l’acqua in aceto), nelle osterie capitava di ascoltare le sue storie al modico prezzo di un quartino di barbera del Monferrato. A metà degli anni ’80, una massiccia immissione di carbonato di calcio,  riportò l’acqua ad un valore accettabile di acidità. Quella grande pastigliona di bicarbonato fece digerire il lago, tanto che i pesci – dopo tanto boccheggiare – tornarono a respirare e Lino si rimise a pescarli con la sua Lampreda ( la seconda, appunto). Giunta alle soglie del pensionamento forzoso, dopo più di trent’anni di onesta navigazione, figli e nipoti gli fecero una grande sorpresa, regalandogli un gioiello di barca, uscita fresca, fresca  dai cantieri navali di Solcio, sul lago Maggiore. La forma aguzza, slanciata; il fasciame di legno liscio e brillante, gli scalmi d’acciaio inossidabile, lucidi come i pomelli della stufa dell’osteria dove andava a far bisboccia. Un bijoux che si è goduto per poco. Lino è stato un gran vogatore che solo negli ultimi anni si è arreso al motore. Io non ho la sua tempra e seppur non disdegnando d’infilare i remi negli scalmi e darci dentro a bracciate regolari, uso frequentemente il motore. Al calare della sera, tiro in secca la barca nei pressi dell’ex Canottieri, dalle parti dell’Ospedale della Madonna del Popolo. A volte la ricovero da Mariolino, alla Bagnera di Orta. Una soluzione abbastanza comoda, dato che possiede uno sgabbiotto, chiuso con catena e lucchetto, dove si possono ritirare remi e motore. A far la guardia c’è Lupo, il cane di Mariolino: un bastardino bianco e nero che tira fuori i denti e ringhia proprio come un lupo quando s’avvicina un estraneo. “ Il tuo motore è come in banca, lì dentro”, rassicura Mariolino. Non ne dubito affatto. Lupo  esegue l’incarico come un mastino. E se il suo padrone gli dice di star di sentinella ( proprio così..”di sentinella” ) si può scommettere che lui ci mette una grinta sufficiente a scoraggiare i malintenzionati. Mariolino è fortunato ad avere, come “migliore amico dell’uomo” quel cagnetto. Sono sempre insieme, anche quando Mariolino guida la sua vecchia NSU Prinz. Lupo guarda fuori dal finestrino laterale, ringhia alle auto, abbaia alle luci colorate del semaforo, scodinzola quando si passa davanti all’osteria dove la signora Maria spesso gli “allunga” un cartoccio d’avanzi. Il problema è che  Mariolino, con la sua guida da “uomo col cappello”,  fa venire i brividi gelati lungo la schiena. Avete presente quella categoria di automobilisti che, con il loro stile di guida, fanno dannare l’anima? Se si ha la sventura di incontrarne uno così, magari su una strada stretta e tutta curve, o – peggio – essere costretti a stargli dietro mentre arranca sui tornanti, non ci sarà alcun bisogno di usare la tenaglia per strapparvi dalla gola il peggior campionario di accidenti, riversandoglielo addosso. Perché quando si mette al volante un “uomo col cappello” sono guai seri. Non superano mai i trenta all’ora, viaggiano a centro strada, frenano in continuazione, pigiano continuamente il clacson. Impermeabili a tutto: impettiti, con gli avambracci tesi e le mani intente a strangolare il volante. In più, come un distintivo, l’immancabile copricapo ben calcato sulla nuca. In casi come questi il vero malcapitato sei tu, povero diavolo, costretto a guidare a passo d’uomo, alternando il piede da un pedale all’altro: acceleratore ,freno, frizione. Cambio. Freno, acceleratore. Attento a non tamponarlo,  roso dall’indecisione sull’eventuale sorpasso. Manovra, quest’ultima, caldamente sconsigliata: l’uomo col cappello può decidere di svoltare da un momento all’altro, senza preavviso e, dunque, senza mettere la freccia. L’assoluta certezza che lo anima è proporzionale all’incapacità che manifesta impugnando il volante. Dunque, mai sottovalutare chi guida con il cappello. Non conviene contraddirlo. Non mettetegli fretta, armatevi di pazienza e fatevene una ragione. Ecco, Mariolino è uno di questi. L’ esatto contrario del mito futurista della velocità. Più lento della lentezza ma senza alternativa: prendere o lasciare. Si vede proprio che chi nasce uomo d’acqua fa fatica a muoversi con quattro ruote sulla terraferma.

Marco Travaglini

Casa 2026: tendenze che durano e mode da lasciar andare

/

ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.

Il 2025 ha confermato una direzione chiara: meno clamore, più sostanza. L’arredo ha rallentato, ha smesso di stupire per forza e ha iniziato a rassicurare. Il 2026 non rompe questo percorso: lo affina. Vediamo cosa resta, cosa evolve e cosa – con elegante nonchalance – possiamo salutare.

I protagonisti del 2025

Il colore simbolo è stato Mocha Mousse, una tonalità calda e avvolgente che ha segnato il ritorno ai neutri “emotivi”: marroni morbidi, sabbia, beige evoluti, greige. Colori che non stancano e dialogano bene con la luce naturale, amatissimi nei contesti urbani eleganti – sì, anche nei palazzi torinesi di fine ’800.

Accanto:

  • verdi salvia e oliva

  • terracotta desaturati

  • blu polverosi

Cosa ritroveremo nel 2026

Questi colori non spariscono, ma diventano più profondi:

  • il beige vira verso il tortora caldo

  • il verde si fa bosco

  • il blu diventa notte

Il colore smette di essere protagonista assoluto e diventa struttura, usato per definire spazi, quinte, nicchie.

Le vere novità

  • Accenti bruciati (ruggine, cacao, carbone caldo)

  • Gialli sporchi e minerali, molto sofisticati

  • Ritorno controllato del bordeaux, usato come segno grafico, non come total look

Fuori: colori iper saturi, pastelli “instagrammabili” senza profondità. Bellissimi in foto, stancanti nella vita reale.

Materiali: ritorni autentici e addii silenziosi

Il 2025 ha sancito una verità semplice: i materiali finti non convincono più.

Quelli che restano (e crescono)

  • Legno vero, anche imperfetto, con venature visibili

  • Pietra naturale (travertino, pietra di Luserna, ceppo)

  • Metalli caldi: bronzo, ottone brunito, ferro cerato

  • Tessuti materici: lino, lana, bouclé compatto

I grandi ritorni

  • Vetro lavorato e cannettato

  • Ceramiche artigianali

  • Intonaci materici e calce naturale

Materiali che invecchiano bene. E questo, nel 2026, è lusso puro.

Cosa sparisce

  • Effetti marmo troppo lucidi

  • Superfici iper tecniche ma fredde

  • Arredi “tutti uguali”, replicabili ovunque

Mode passeggere vs scelte intelligenti

Moda è cambiare cucina ogni 5 anni.
Scelta intelligente è progettare una base neutra, flessibile, che si aggiorna con pochi gesti.

Nel 2026 vince:

  • l’arredo su misura

  • la progettazione degli spazi (più della decorazione)

  • la casa pensata per essere vissuta, non mostrata

Torino, con la sua anima borghese e colta, questo lo sa da sempre.

Il nuovo lusso: sobrio, colto, silenzioso

Il lusso del 2026:

  • non ostenta

  • non luccica

  • non segue trend urlati

È fatto di:

  • proporzioni giuste

  • materiali autentici

  • colori che durano

  • spazi che funzionano

Una casa elegante oggi non dice “guardami”, ma “resta”.

Il 2026 non chiede rivoluzioni, ma scelte consapevoli.
Chi progetta (e chi abita) guarda meno ai trend e più alla qualità del tempo che passerà tra quelle mura.

E forse è proprio questa la tendenza più torinese di tutte:
fare bene, una volta sola.

www.domus-atelier.com – info@domus-atelier.com

Note di Classica: Fazil Say, Renaud Capucon e Simon Trpceski, le “stelle” di gennaio

/

Giovedì 8 alle 20.30 e venerdì 9 alle 20, all’Auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Andrès Orozco-Estrada e con Ettore Pagano al violoncello, eseguirà musiche di Berlioz, Saint-Saens, Respighi. Venerdì 9 alle 20.30 per Lingotto Musica all’Auditorium Agnelli, l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da Manfred Honeck e con Simon Trpceski al pianoforte, eseguirà musiche di Weber, Cajkovskij, Dvoràk. Mercoledì 14 alle 20.30 al conservatorio G. Verdi, per l’Unione Musicale, Renaud Capucon violino e Guillaume Bellon pianoforte, eseguiranno musiche di Brahms. Giovedì 15 alle 20.30 per “I Pianisti del Lingotto”, nella Sala 500 del Lingotto, Angela Hewitt pianoforte, eseguirà musiche di Bach. Giovedì 15 alle 20.30 e venerdì 16 alle 20 all’Auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Ottavio Dantone e con Nicola Patrussi oboe, eseguirà musiche di Richard Strauss.

Sabato 17 alle 18 al teatro Vittoria per l’Unione Musicale, il Trio Quodlibet eseguirà musiche di Bach, con un invito all’ascolto di Antonio Valentino. Domenica 18 alle 16.30 per l’Unione Musicale, i PICello Bros. eseguiranno musiche di Beethoven, Chopin, Molinelli. Lunedì 19 alle 20 al teatro Vittoria per l’Unione Musicale, il Duo Repicco eseguirà musiche di de Visèe, Couperin, Couperin-de Visèe, von Westhoff. Martedì 20 alle al teatro Regio, debutto de “La Cenerentola” di Gioacchino Rossini. Melodramma giocoso in due atti. L’Orchestra del teatro Regio sarà diretta da Antonino Fogliani. Repliche fino a Martedì 27. Martedì 20 alle 20 al teatro Vittoria per l’Unione Musicale, Paolo Angeli chitarra sarda preparata e voce, presenta in concerto l’album “Lema”. Mercoledì 21 alle 20.30 al conservatorio, Natalie Clein violoncello e Cèdric Pescia pianoforte, eseguiranno musiche di Bloch, Lutyens, Schubert, Elias, Brahms. Giovedì 22 alle 20.30 e venerdì 23 alle 20, all’auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Diego Ceretta e con Fazil Say pianoforte, eseguirà musiche di Ravel, Say, Musorgskij.

Martedì 27 alle 20.30 all’ auditorium Agnelli per Lingotto Musica, la Camerata Salzburg con Giovanni Guzzo violino concertatore e Pierre-Laurent Aimard pianoforte, eseguiranno musiche di Haydn e Mozart. Giovedì 29 alle 20.30 e venerdì 30 alle 20 all’auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Nicolò Umberto Foron, con Fleur Barron mezzosoprano, eseguirà musiche di Messiaen, Mahler, Rachmaninov. Sabato 31 alle 18 al teatro Vittoria per l’Unione Musicale, Loris Palladino clarinetto, Pietro Beltramo pianoforte, con Antonio Valentino, eseguiranno musiche di Brahms, Debussy, Poulenc.

Pier Luigi Fuggetta

Quintino e la “passione” per gli animali

/

Vi ricordate del Quintino? Quello che era stato pizzicato dal maresciallo Valenti?! Ve lo rammentate? Beh, è stato visto dalle parti di Armeno. Ormai conduce una vita randagia. Un po’ qua, un po’ là, senza fissa dimora.

Quando gli riesce si fa ospitare da qualcuno che gli offre un piatto di minestra e lo fa dormire nel fienile o dentro alla stalla. Quando “marca picche”, invece, chiede la carità sul sagrato delle chiese e quand’è stanco s’infila in qualche androne con la sua coperta. Che vita grama…In fondo mi dispiace, ma guardate.. è meglio che stia lontano da qui perché di guai ne ha combinati tanti, troppi“.

Il macellaio Belmonti era ossessionato da Quintino. Da quando aveva rilevato l’attività del vecchio Aurelio, ritiratosi in pensione più per via dell’artrite che gli aveva deformato le mani che per l’età, si riforniva di carne bianca quasi esclusivamente dai “locali”. Cioè, per farvi capire meglio, da tutti quelli che allevavano polli, anatre, oche o conigli tra le farzioni di Stresa e Baveno. Principalmente si serviva dalla “signorina” Rosa Princisvalli, una donnetta secca e nervosa di quasi ottant’anni che viveva sola dopo che il marito – il droghiere Brunello Pinzocchi – non era più tornato a casa dopo essere uscito per prendere il giornale, una domenica mattina. Il fatto, accaduto più di trent’anni prima, aveva suscitato grande scalpore. E solo qualche tempo dopo si era saputo che il droghiere aveva lasciato la moglie per trasferirsi “oltralpe”, cioè in Francia. C’era chi giurava che si fosse invaghito di una trapezista del circo di Lione che aveva frequentato le piazze dei paesi affacciati sul lago Maggiore con qualche spettacolo.

***

C’era chi era pronto a scommettere, invece,  che la “fuga” fosse stata l’epilogo di una lunga e mal sofferta convivenza con la “signorina” che non voleva sentir ragione di cedere alle lusinghe del povero commerciante. “Un matrimonio in bianco”, dicevano le malelingue. “E per di più con una donna dal carattere impossibile”, aggiungevano quelli che sapevano tutto di tutti. Così la nostra Rosa  Princisvalli finì con il restare ,per tutto il paese, “la signorina”. La poveretta si era così buttata, anima e corpo, nell’allevamento intensivo degli animali da cortile. Che, una volta raggiunta la “pezzatura” giusta, venivano ceduti ,a modico prezzo, al macellaio Belmonti. Tutto andava via liscio come l’olio finché non iniziarono i problemi. Era da un po’  che in località Viscania, tra la parte bassa di Oltrefiume e la massicciata della ferrovia, i pollai  – nottetempo – venivano visitati da faine o volpi. Erano vere e proprie razzie di polli. Sparivano, come d’incanto, quasi senza lasciar traccia, se si escludevano poche penne sparse qua e là. Un lavoro  fin troppo “pulito” che aveva suscitato molti dubbi e interrogativi. Poi erano iniziati a sparire anche i conigli. E questo sì che era un fatto molto, ma molto strano. Stavano rinchiusi nelle loro gabbie con tanto di chiavistello. Come facevano i predatori a ghermirli? “ Altro che faina o volpe. Qui i predatori sono sì dei gran animali, ma a due gambe. E, lo giuro sul Padreterno, se mi capitano a tiro di schioppo non ci metto neanche un attimo a premere il grilletto. Brutti manigoldi!  Guardate qui anche voi! Guardate che roba. Mi hanno fregato dieci conigli, tre anatre e una mezza dozzina di galline ovaiole. Delinquenti del boia!“.

***

Amedeo Scozzari , che abitava vicino alla “signorina” Rosa, era stato “visitato” pure lui, ed era infuriato come un toro. Seduto al tavolo d’angolo del circolo operaio, raccontava la sua disavventura, rosso in faccia e in preda all’ira, stringendo il collo della bottiglia di Barbera quasi volesse strangolarla. Le denunce dei furti erano poi finite, in carta da bollo, sulla scrivania del maresciallo Ovidio Valenti che incaricò il brigadiere Alfio Birilli di effettuare i necessari sopralluoghi per avviare l’ormai inevitabile indagine. Del resto, di fronte alle denunce, l’Arma non poteva chiudere gli occhi. E così, dopo un paio di settimane di verifiche, controlli e appostamenti, il mistero venne svelato, smascherando i responsabili delle azioni criminose. Infatti, ottenuto un mandato di perquisizione, il maresciallo – accompagnato dal brigadiere e dall’appuntato Jannuzzi – si presentò alla porta di casa di Quintino, a fianco della foresteria di Villa Mussi. Al bussare insistente del maresciallo Valenti l’uomo non si fece pregare, aprendo la porta.

Agli occhi dei carabinieri, varcata la soglia, si presentò una scena incredibile. C’erano galline e conigli che scappavano in ogni angolo. Piume dappertutto e polli – defunti e spennati –  messi in fila sul tavolone di legno della grande cucina. Un paio di oche starnazzavano sul vecchio divano sfondato che metteva in mostra le sue molle. Persino un tacchino che, a occhio e croce poteva pesare una quindicina di chili, correva su è giù per la stanza goglottando. E Quintino? Con una flemma anglosassone guardò negli occhi il maresciallo e, indicandogli il cugino che stava seduto di fronte al lavello , colto di sorpresa mentre era tutto intento a spennare un’anatra, gli disse: “Maresciallo, è il cielo che la manda. Mi aiuti lei a dire a mio cugino che non mi piace vedere tutti questi animali per casa. Io, per parte mia, gliel’ho rammentato un sacco di volte di non portare queste bestie in casa ma lui, niente. E’ un gran testone. Dice che gli piacciono tanto, che ama gli animali!”. I carabinieri ascoltarono attoniti e poi, pur tenendo conto della disarmante confessione di Quintino, non potendo far altrimenti, arrestarono entrambi, denunciandoli a piede libero come “ ladri di polli”. A sua volta, il giudice del tribunale di Pallanza che li giudicò per direttissima, pur condannandoli, inflisse loro la pena minima, con tutte le attenuanti: tre mesi, con la condizionale, una multa di centomila lire e la raccomandazione di non manifestare più in quel modo illegale la  “passione” per gli animali.

Marco Travaglini

 

I freddi rapporti familiari nelle parabole di Jim Jarmush

/

“Father mother sister brother”, Leone d’oro a Venezia

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Eppure Alexander Payne è uomo d’onore. Sceneggiatore con due Oscar all’attivo e regista, vanta una carriera di tutto rispetto, da “A proposito di Schmidt” a “Nebraska”, da “Sideways” impareggiabile a “Paradiso amaro”. Eppure, con la sua compagine di giurati veneziani – c’era anche la nostra Maura Delpero, già acclamatissima per “Vermiglio” -, ha decretato lo scorso settembre il Leone d’oro a “Father Mother Sister Brother” di Jim Jarmush, 72enne regista dell’Ohio, campione di quel cinema americano indipendente (per tutti, da “Stranger than Paradise” a Daunbailò” a “Broken Flowers”, a “Dead Man” del ’95, credo il suo vero capolavoro) che ha fatto scuola e allievi, da sempre a descrivere quella parte di società del proprio paese che ama vivere ai margini, appartata e irregolare, un’esistenza sempre eguale, monotona, quotidianamente appassita. Vite che si ripetono, come le parole e le chiacchiere, come le emozioni spente, come i luoghi in cui ci si trasporta a vivere.

Luoghi diversi anche nel suo ultimo film, un unicum che si suddivide in tre episodi – nel tempo che viviamo, infelicità e freddezza e menzogne a collegarli come un fluttuante fil rouge, tratti che si ripetono, come certe frasi o un Rolex che non saprai mai se sia vero o falso, come quel piccolo gruppo di skaters ripreso en ralenti che ti ritrovi sempre a intralciare gli angoli delle strade, come le leggere simbologie disseminate qua e là, come le riprese dall’alto a inquadrare brindisi coi bicchieri colmi d’acqua o di tè o di caffè o di pasticcini che si vanno ad acquistare sempre nel solito posto di fiducia – ai confini di una cittadina innevata della zona nord-orientale degli States (riprese nel New Jersey) il primo, in Irlanda e a Parigi gli altri due. Il primo è “Father”, i figli Adam Driver e Mayim Bialik ci arrivano, rigorosamente in auto, a trovare il padre Tom Waits – faccia icona di Jarmush, come lo è Driver -, che non vedono da parecchio tempo. Durante il viaggio, la matura prole ci ha fatto sapere dello stato di salute del vecchio, dei suoi umori, del suo stato economico precario e degli aiuti che ogni tanto negli anni Jeff è stato costretto a dargli con i buoni mugugni della moglie, della solitudine: con un quadro di complessiva esistenza che non mette certo lo spettatore a proprio agio. Discorsi di convenienza, imbarazzi, ancora un’offerta d’aiuto per un muro della casa che avrebbe necessità di qualche lavoro, una scatola di alimenti (pasta e sugo con il formaggio già incorporato rigorosamente italiani) che Jeff ha portato, una scure che salta fuori a dimostrarsi via via più minacciosa, un pickup che non sai come faccia ancora a viaggiare, una sorpresa che non sveleremo.

“Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo”, avrebbe detto l’autore di “Anna Karenina” ma forse per Jarmush non è vero. O per lo meno, è quel che ci pare d’avvertire. Ancora strade, ancora auto (attraverso i quartieri come in fotocopia di Dublino) che, questa volta separatamente, conducono le due sorelle Vicky Krieps e Cate Blanchett da una madre scrittrice con parecchi libri all’attivo, gelidamente ospite (Charlotte Rampling) che non ama si parli di quelli per il loro incontro annuale, casa ordinata, un giardino ordinato e verdissimo, un anonimato e un panorama solitario interrotto soltanto da qualcuno che passa con il suo cane al guinzaglio, ti trovo bene, sorrisi, bacetti, ci vogliamo mettere a tavola?, qualche imbarazzo, fotografie a rispolverare un’infanzia, il tè servito nel servizio più bello, il vaso con i fiori che sono un regalo di Timothea/Blanchett che va tolto perché impedisce di vedersi in faccia e sostituito, tre esistenze che non si toccano, un assurdo appuntamento, un cellulare tenuto sul tavolo per affari pressanti, ecco ho finito!, l’attesa di una macchina che verrà a riprendere la figlia dai capelli rosa, mancano ancora tre minuti, i saluti composti e un arrivederci al prossimo tè.

Terzo episodio ambientato tra le strade di Parigi, al tavolino di un caffè e nell’alloggio ormai vuoto dei genitori scomparsi di recente in un incidente nei cieli delle Azzorre. Ci arrivano i gemelli di colore Luka Sabbat e Indya Moore, i più naturali, i più vivi, quelli in cui scorre qualche goccia di sincerità e d’affetto, di aiuto reciproco, di abbracci autentici: sono lì per un’ultima visita, tutto quanto era in quella casa lo ha stipato in un magazzino Billy, in un lavoro che s’è sobbarcato da solo, ma anche a scoprire le piccole bugie di padre e madre, la legalità tenuta negli anni un po’ in disparte, a saldare le tre mensilità che la proprietari viene a reclamare, a guardare fotografie e vecchi documenti manipolati a dovere, disegni di bambini. Finalmente si respira qualcosa che somiglia all’amore e l’ultima immagine è un pezzo di strada fatto insieme, magari a tentare di cancellare tutto l’astio sotterraneo che si respira negli episodi precedenti. I due ragazzi – passati per una manciata di minuti tra quelle pareti che con sapienti giochi di specchi le allargano, in un confronto continuo e reciproco, a differenza di quegli altri ambienti zeppi di cianfrusaglie o ordinati in un arredamento inverosimile, ansioso e soffocante – s’affacceranno sul lungo balcone, acquietati, gioiosi, pronti a continuare insieme una vita.

Ma tutto questo finale consolatorio – che ti viene anche il sospetto legittimo che sia decisamente e forzatamente sbilanciato, Jarmush cavalca le abitudini ma finisce col restarne vittima, il vuoto ma ci cade dentro: mentre ci aspetteremmo un racconto che in qualche modo lo risollevi – non interrompe certo quegli interrogativi su Payne e sul suo onore e su quel Leone dorato. Sul lavoro di una giuria. Un premio che appare come un regalo alla cinematografia, indipendente o no (ma qui c’erano anche i quattrini della Saint Laurent Co. e del suo direttore creativo e mentore attuale Anthony Vaccarello), a stelle e strisce, appare come la volontà a vedere e “testimoniare” qualcosa che va troppo oltre, che s’affanna ad affermare un freddo quanto quotidiano minimalismo, alacremente, cocciutamente, a mostrare tutta la “costruzione” che c’è o ci possa essere negli affetti familiari o nelle convenzioni tirate su negli anni: ma che rimane in conclusione fermo al palo, inamovibile, stanco, in una ripetizione d’intenti e di descrizioni che mentre ce lo spiega in mille dettagli finisce per rivelarsi sempre più sbiadito.

Progresso regresso

/

Se ci chiedessero cosa sia il progresso, probabilmente tutti risponderemmo che sia l’evoluzione tecnologica, sociale, culturale di una società; in altre parole, è il miglioramento della vita dovuto a nuove scoperte, nuovi mezzi insieme a cambiamenti sociali intervenuti in seguito all’integrazione etnica ed a modelli di importazione.

In generale, dunque, attribuiremmo al termine una valenza positiva.

Se, tuttavia, analizziamo il progresso, ad esempio della nostra società, nelle sue varie componenti, risulta evidente come spesso ad un dichiarato progresso corrisponda, nella realtà, un cambiamento nei costumi, nelle abitudini, nel modo di pensare non sempre positivo o migliorativo, bensì spesso dannoso per chi lo attua.

E’ il caso, ad esempio, delle comunicazioni: quando avevamo soltanto un telefono a casa non sentivamo il bisogno di stare in contatto con tutto il mondo, continuamente, in modo compulsivo anche quando non vi sia una reale bisogno. Ora che il telefono è come una prolunga del nostro corpo non siamo più liberi di non rispondere o di non dare segno di noi per più di 5 minuti o scatta la caccia all’uomo.

Analogamente, se fino a trent’anni fa ci si trovava per parlare, ascoltare gli amici, organizzare una serata al pub o in discoteca, ora ci si trova tutti su una panchina ma rigorosamente ognuno col proprio smartphone in mano in stile “decerebrato omologato”.

Al ristorante lo smartphone diventa una cybernanny, una tata informatica che tiene occupati i bimbi mentre i genitori mangiano e parlano con i commensali: non ho mai chiesto se sia stato il loro medico a prescrivere loro di andare a cena fuori e, in subordine, diriprodursi.

Potrei proseguire con tanti altri esempi, dove la tecnologia, il progresso, l’evoluzione hanno sì portato vantaggi a scapito, però, della qualità della vita.

Avere la telecamera in casa visionabile dallo smartphone, usare quest’ultimo per accendere la caldaia, comandare una presa elettrica sono sicuramente vantaggi ma a quale prezzo? Quasi tutti noi usiamo il navigatore incluso nel telefonino, più aggiornato rispetto al modello presente nel veicolo; in un ‘epoca in cui le auto hanno tutti i dispositivi di sicurezza immaginabili, ci aspetteremmo che i sinistri stradali, anche gravi, siano ridotti. Mai come in questi anni, invece, si verificano incidenti su ogni tipo di strada, anche quando il guidatore sia sobrio, per la distrazione del conducente che sta guardando il navigatore o sta parlando con il cellulare in mano anziché usare il vivavoce.

Il tempo di reazione di un individuo sano è circa 1 secondo; consideriamo che, andando a 90 km/ora, in quel secondo percorriamo circa 25 metri; avete idea in venticinque metri quanti oggetti posso spazzolare tra auto, pedoni, animali selvatici, pali e guardrail? Senza considerare che posso anche andare ad abbracciare chi viene nel senso opposto invadendo la sua corsia.

Alcuni dispositivi (bluetooth sulle vecchie auto) costano tra i dieci ed i venti euro, molti meno di quanto ci costerà la contravvenzione, in ogni caso salvandoci la pelle.

E la TV che ci fa compagnia? Certo, non la guardiamo e proseguiamo il nostro smart working ma il nostro cervello la percepisce ugualmente e, non solo non siamo totalmente concentrati sul lavoro ma, anzi, sottoponiamo il nostro sistema nervoso a troppi stimoli contemporanei, peraltro inutili.

Sembrerebbe una situazione senza via di uscita: in realtà la soluzione, anche se parziale, c’è: usare il cervello decidendo consapevolmente. Se vado a cena fuori con altre persone è perché voglio trascorrere un po’ di tempo in loro compagnia, scambiandoci opinioni, raccontando ed ascoltando i racconti altrui. Se mi isolo alzandomi ogni dieci minuti per rispondere ad una chiamata i casi sono due: o sono un famoso cardiochirurgo, ma difficilmente potrò salvare una vita al telefono, oppure sono uno stolto che ha aderito alla cena pur sapendo che sarebbe stato ore al telefono.

Oppure un’altra ipotesi: sono semplicemente maleducato, ma disquisire se la colpa sia di mamma o di papà diventa difficile perché Mater semper certa est, pater numquam.

Sergio Motta