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Ristoranti greci a Torino: sapori mediterranei che conquistano la città

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SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO

Torino è una città che ama mangiare bene e che negli ultimi anni ha dimostrato una crescente curiosità verso le cucine del mondo. Tra le proposte internazionali che hanno saputo ritagliarsi uno spazio sempre più solido c’è quella greca, capace di unire semplicità, intensità di sapori e un’idea di convivialità che mette al centro la tavola. Origano, carne alla griglia, formaggi saporiti, yogurt denso e pane pita caldo sono elementi che, messi insieme, evocano immediatamente il Mediterraneo. In diversi quartieri del capoluogo piemontese si trovano locali che interpretano questa tradizione in modo autentico, offrendo un’alternativa gustosa sia per una cena rilassata sia per un pasto veloce ma ricco di carattere.

Grekos: l’atmosfera della taverna nel cuore di Torino

Tra gli indirizzi più apprezzati c’è Grekos, un ristorante che richiama fin dall’ingresso l’immaginario delle taverne elleniche. L’ambiente è accogliente, con richiami ai colori del mare e dettagli che rimandano alle isole greche, creando un contesto caldo e informale. La proposta gastronomica punta con decisione sulla tradizione. Il percorso inizia spesso con le meze, piccoli assaggi pensati per essere condivisi: tzatziki cremoso accompagnato da pita calda, foglie di vite ripiene di riso e spezie, feta condita con olio extravergine e origano, melanzane e altre verdure grigliate dal profumo intenso.

Il menu prosegue con i grandi classici della cucina greca. Il souvlaki, preparato con carne marinata e cotta alla griglia, viene servito sia al piatto sia all’interno della pita, insieme a pomodori freschi, cipolla e salsa allo yogurt. Il gyros, tagliato sottile e saporito, rappresenta uno dei piatti più richiesti, grazie al suo equilibrio tra croccantezza e morbidezza. Non manca la moussaka, piatto simbolo della tradizione ellenica, con i suoi strati di melanzane, carne speziata e copertura dorata al forno. A chiudere, dolci come il baklava, ricco di miele e frutta secca, che completa l’esperienza con una nota intensa e avvolgente.

Greek Food Lab: tradizione e contemporaneità a tavola

Un’altra realtà interessante è Greek Food Lab, che propone una lettura più moderna della cucina greca. Gli spazi sono curati, luminosi, con un’impronta essenziale che valorizza la presentazione dei piatti. L’attenzione alle materie prime è evidente: yogurt greco compatto e vellutato, olive dal gusto deciso, formaggi tipici serviti caldi come la saganaki, con una superficie dorata e un interno morbido.

Il menu alterna proposte classiche e interpretazioni più attuali. Il gyros viene declinato in diverse varianti, con carne di pollo o maiale marinata e cotta lentamente, servita con verdure fresche e salse preparate al momento. Le insalate, come la tradizionale con pomodori, cetrioli, cipolla e feta, diventano piatti completi, capaci di restituire i sapori semplici e genuini della cucina mediterranea. Ampio spazio anche alle proposte vegetariane, con legumi, ortaggi grigliati e combinazioni aromatiche che raccontano una Grecia meno conosciuta ma altrettanto ricca. In alcune preparazioni trova posto anche il pesce, elemento fondamentale della tradizione ellenica, che aggiunge ulteriore varietà all’offerta.

Pita Way: lo street food greco in versione torinese

Per chi predilige una formula più informale, Pita Way rappresenta un riferimento per lo street food greco a Torino. L’ambiente è dinamico, pensato per una pausa veloce ma soddisfacente. La pita è la vera protagonista: soffice, scaldata al momento, pronta ad accogliere ripieni generosi.

Il gyros è tra le scelte più richieste, con carne saporita tagliata al momento e completata da pomodori, cipolla, patatine e salse che bilanciano freschezza e intensità. Il souvlaki, servito su spiedini, può essere accompagnato da riso o verdure grigliate, mentre non mancano alternative vegetariane con falafel e formaggi. Ogni proposta mantiene una forte identità, puntando su ingredienti semplici ma ben equilibrati, capaci di restituire l’essenza dello street food ateniese.

Nel complesso, i ristoranti greci presenti a Torino offrono esperienze differenti ma accomunate da un filo conduttore chiaro: la valorizzazione di una cucina che fa della condivisione e della qualità degli ingredienti il proprio punto di forza. Tra piatti alla griglia, salse fresche e profumi mediterranei, lasciarsi tentare da questi indirizzi significa concedersi un piccolo viaggio gastronomico senza allontanarsi dalla città.

Noemi Gariano

La memoria collettiva, come un lungo caotico romanzo

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“L’agente segreto”, candidato a quattro premi Oscar

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Due giovani ragazze, più vicine alla nostra epoca, percepiscono una retribuzione per ricomporre, attraverso registrazioni, articoli dei tanti giornali, intercettazioni ambientali, come in un puzzle che non conosce delimitazioni ma che al contrario si dilata ad ogni nuovo sguardo, giorno dopo giorno: i tratti, l’esistenza, gli spostamenti, i fatti e la morte di Armando alias Marcelo, dando forma a una spy story che trova le proprie radici durante un carnevale di Recife della seconda metà dei Settanta, caotico e sanguinoso, di quelli che pur tra i festeggiamenti seminano catene di vittime. Frammenti dopo frammenti, tracce, visi che si mescolano e si fanno sempre più numerosi, parole e chiacchiere, voci, tante voci disseminate e ancora silenziose, un intreccio che non si chiarifica, che s’affida anche al cinema – che non è certo sempre spettacolo benevolo, se una donna può uscire dalla sala in preda come posseduta da quanto ha appena visto – e agli schermi su cui scorrono le immagini dello “Squalo” horrorifico del giovane Spielberg o il naso schiacciato di Belmondo circondato da cento bellezze, o alle locandine che s’affacciano sugli ingressi delle sale, “Pasqualino Settebellezze” della nostra Wertmuller, per esempio. Si tenta di ricomporre la storia ma altresì la Storia, quella con la esse maiuscola, quella della dittatura e dei generali al comando, della corruzione e delle uccisioni a cui la parola inchiesta per ristabilire laverità e i mandanti sarà del tutto negata. Realtà e ricostruzioni, al di là di qualche decennio, sangue e anche ironia, sberleffo che dovrebbe accompagnarti al sorriso (o alla risata) ma che dentro quel sangue non ci riesce, per cui anche “la gamba pelosa”, trovata in bocca allo squalo, che va disseminando strage in un giardinetto notturno dentro cui da coppiette o trii di grande mescolanza si consuma un’ampia ginnastica sessuale, si fa realissima in tutto il suo più genuino surrealismo. Brandello importante di un grottesco che è una delle anime dell’intera, doverosa, gustabilissima vicenda. Imprigionato in esso quel memento di b-movie che spesso è arrivato a terrorizzarci e a farci anche un po’ sorridere, in avanti con gli anni.

Pugni nello stomaco dello spettatore, ingarbugliamenti e un racconto dove molte cose (troppe?) rimangono sotto il pelo dell’acqua, un preteso caos che dà la mano a quel materiale disordinato e misterioso che andiamo cercando, sbocconcellamenti cinematografici che ritroviamo qua e là. Fin dall’inizio. Una stazione di servizio dove il protagonista giunge a bordo di un giallo maggiolino per rifornirsi mentre un cadavere, al riparo dal sole ma non dai tafani che gli ronzano intorno e dai cani randagi che gli si avvicinano, occupa il suo spazio nell’area di sosta. L’incredulo viene informato che il morto è lì disteso già da qualche giorno e che nessuno ancora è venuto a reclamarlo: mentre un’auto della polizia gli viene a passare accanto, chiede documenti e informazioni ad Armando/Marcelo, reclama con calma al padrone del servizio una qualche mancia per la buona polizia. È l’inizio. Poi facciamo la conoscenza di Dona Sebastiana e della sua casa ospitale con “i rifugiati”, del piccolo Fernando che è il figlio di Armando e che vive con i nonni, del corrotto capo della polizia Euclides, della famosa gamba pelosa che qualcuno pensa bene di sostituire nella cella dell’obitorio con una zampa d’animale, del nuovo lavoro che il protagonista riesce a ottenere nell’ufficio dell’anagrafe locale, di un ebreo sfuggito all’olocausto, dei due sicari che il perfido quanto arrogante Ghirotti, genovese d’origine, ha assoldato per far fuori Armando/Marcelo, colpevole d’aver scoperto che il famigerato ha annullato tutti i finanziamenti all’università dove lui è a capo di un gruppo di ricerca. E ancora, Elza che guida un movimento di resistenza politica, una storia di passaporti di cui si ha sempre più urgenza, una carneficina con tanto di macchie rossastre che s’allargano sul selciato, il figlio di Armando con un salto di decenni, che una delle ragazze investigatrici ha rintracciato in una clinica dove approdano i donatori di sangue e che ha preso il posto di un vecchio cinema. Fernando confessa di non aver nessun ricordo del padre ma ricorda benissimo di aver visto in quello spazio dove oggi lavora proprio il film di Spielberg, con il nonno.

L’agente segreto”, suddiviso in tre capitoli, è valso il Premio per la regia a Cannes al suo regista Kleber Mendonça Filho e il Palmarès per la miglior interpretazione maschile a Wagner Moura, eccellente triplice (potremmo dire) interprete, che si è pure preso tra le mani il Golden Globe con quello come miglior film straniero, mentre ora attende di conoscere quale/quali delle quattro candidature porti a casa lo zio Oscar. “L’agente segreto” a ben vedere è un grande romanzo fiume, di quelli che si leggerebbero comodamente seduti in poltrona, flussi di parole senza briglie a frenarle, 158’ impressi sullo schermo, un fiume (volutamente?) disperso e mai dispersivo, inesauribile di immagini, di memorie e di sentimenti, di ossessioni, di ricordi sfocati e di un’immaginazione che pur avrà fatto ricorso all’immaginario collettivo di un tempo, che ha preso a emblema l’immagine di un uomo che improvvisamente vediamo cadavere ricoperto di sangue e abbandoniamo in un sottofinale. Un dramma (diventa un drammone, con tutte le proprie leggi, in taluni momenti?) a cui si potrebbe non perdonare la eccessiva lunghezza e quei tratti di “avventura” che sviano lo sguardo dello spettatore rendendolo più “facile” ma che certo ha in sé due momenti di cinema “alto” come sono quelli che danno vita alla riunione e alla cena con Ghirotti e che, come si usa scrivere in questi momenti, varrebbero il prezzo del biglietto: ma certamente “L’agente segreto” non ha la robustezza, la dolenza e la commiserazione, lo sguardo lucidamente triste di un film che l’anno scorso abbiamo amato moltissimo, “Io sono ancora qui” del brasiliano Walter Salles, Oscar come miglior film in lingua straniera e un monumento per Fernanda Torres, costruzione di memoria collettiva e privata allo stesso tempo, di quella medesima terra del Brasile che ancora ricerca i suoi desaparecidos.

Forme dell’attrito

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BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

 

Nel terzo appuntamento di Brandelli vi parlo della regista Giulia Odetto.

Originaria di Fossano e formatasi alla Scuola del Teatro Stabile di Torino, si destreggia, giovanissima, sul filo di lana di più linguaggi: attriceassistente alla regiamacchina concreta delle produzioni, fino ad approdare alla regia come fucina in cui amalgamare al meglio l’energia rigogliosa che l’attraversa.

Nel 2016 fonda Effetto Pullman, poi Collettivo EFFE, dove già in nuce si può trovare aggrovigliata la traiettoria che prenderà: non un teatro di rappresentazione, ma abbastanza ampio da mettere in attrito corpi e medianatura e tecnologia, stracolore di luci e buio.

Arriva anche il riconoscimento pubblico come attrice quando viene scelta per Tango Glaciale Reloaded, diretto da Mario Martone, del quale lei parla con affetto: “uomo calmo e risolto”.
Uno spettacolo in cui la dirompenza della sua giovinezza può deflagrare tra pareti che si aprono, stanze che cambiano funzione, oggetti che diventano improvvisamente “altro da sé”.

Poi c’è Onirica, finalista alla Biennale College Teatro (registi under 30), e Wonderland, prodotto dal Teatro Stabile di Torino nel gennaio 2024, ispirato ad Alice in Wonderland, dove il mondo infantile si fa macchina percettiva che moltiplica la realtà come attraverso la lente di un canocchiale che esplode, e un vociare nevrastenico riecheggia in un fantasmagorico tunnel lampeggiante.

Oggi lavora tra creazione e istituzioni, ed è impegnata nell’allestimento di Come vi piace di Shakespeare al Teatro Carignano, l’autore per antonomasia, che le permetterà di sperimentare anche là dove sembra essere già stato saggiato tutto.

Ci incontriamo una mattina di pioggia al bar Antico Borgo, in zona Borgo Dora, uno di quei quartieri di Torino che, di per sé, sembra un’imprudente scenografia teatrale: una ripetizione quotidiana di gesti e di volti che appaiono come irrorati dalle fiamme tremule di una corte dei miracoli.
Impataccata, rimbombante, sottosopra, spesso grottesca, reale, qui Torino dismette il suo abito da sera sabaudo e si impiastriccia malamente il viso con un trucco umano che la fa assomigliare al quadro La maschera di Frida Kahlo.

Vedo Giulia dai vetri del bar, indossa un cappello da pescatore leopardato che non le permette di mimetizzarsi e un sorriso da folletto che ben predispone.
Mentre parliamo seduti a un tavolino noto in lei una tendenza naturale alla pianificazione, alla struttura, come se il caos – che pure la attrae – dovesse sempre passare attraverso un filtro prima di essere esaudito.

Ogni frammento della realtà le appare come potenziale teatro: nulla è davvero neutro.
Come se il quotidiano non fosse una banalità da oltrepassare, ma una miniera che permette di accumulare una fortuna da dilapidare in scena.

Giulia si percepisce come un collante umano: le piace lavorare in gruppo e, seppur mantenendo di fondo la veste di regista-demiurgo, non domina né invade. Immagina uno spazio dove poter osservare tanti corpi, presenze, materie vive, da far risuonare in un attrito inizialmente controllato e che, da scintilla, può generare il fuoco.

Parliamo di balle di fieno, di faine, di pullman, di spaventi, di corpi umani, di montagne.
Di montagne: nel suo spettacolo Il mio corpo è (come) un monte del 2021, Giulia si pone non una metafora poetica ma un’ipotesi ontologica: farsi cima.
Tenta l’inesaudibile attraverso il corpo della ballerina Lidia Luciani e “l’occhio in vista” e lo strumento percettivo, visivo e sonoro, di Daniele Giacometti.

I movimenti sono rallentati, rotti e spesso minimi, talvolta prossimi all’immobilità. La scena non cambia: è il rapporto tra corpo e spazio a mutare lentamente, producendo una sensazione di durata geologica.
I suoni sono d’acqua che gocciola, d’aria sferzante e soprattutto di sassi che si scontrano, continui e stratificati: microscopiche placche tettoniche in azione.
Cambiamenti minimi di intensità e temperatura nella luce accompagnano la metamorfosi.
Tutto dal vivo.

Nel progetto la parola che ritorna è “rinuncio”: un ammasso di rinunce all’umano che tentano, appunto, di ammassarsi e diventare monte.
Una ricerca che si concentra sull’abbandono come sincera dichiarazione d’identificazione, sull’idea che diminuendo l’umano si possa espanderlo, fino a farsi tangente di condizioni limite dell’esistenza.

Termino l’articolo su questo suo lavoro, che mi vede particolarmente partecipe negli intenti, e che ha trovato un forte nodo di congiuntura con Giulia.
Uno smarginare oltre una terra isolata del corpo, un perpetuo oltrepassamento per sfiorare ciò che “è più lontano a ciò che è vicino e più vicino a ciò che è lontano”.

Edifici “liberati” e restituiti alla città

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ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.

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Negli ultimi giorni si parla molto di edifici liberati, di spazi restituiti, di immobili che tornano finalmente visibili dopo anni di abbandono. Al di là delle cronache e delle letture contingenti, il tema apre una riflessione più ampia e necessaria: che cosa significa oggi recuperare l’esistente, soprattutto quando un edificio porta con sé un valore storico, artistico o socioculturale?

Abitare con stile non riguarda solo l’interno di una casa o la qualità di un progetto d’arredo. Riguarda il modo in cui una città sceglie di prendersi cura dei propri spazi, della propria memoria e delle trasformazioni future.

Recuperare un edificio non significa semplicemente ristrutturarlo. Significa reinterpretarne il ruolo, comprenderne la vocazione, inserirlo nuovamente nel tessuto urbano con una funzione viva, sostenibile e coerente con il contesto. È un atto culturale prima ancora che edilizio.

Torino, in questo senso, è un laboratorio straordinario.

Città industriale per eccellenza, ha attraversato profonde trasformazioni economiche e sociali, lasciando dietro di sé grandi contenitori vuoti: fabbriche, complessi militari, edifici pubblici dismessi. Proprio da questi vuoti sono nati alcuni dei più interessanti esempi di rigenerazione urbana.

Un caso emblematico è la Cavallerizza Reale. Un complesso monumentale di enorme valore storico, rimasto a lungo in una condizione sospesa, oggi al centro di un percorso di recupero che punta a restituirlo alla città come spazio culturale, creativo e pubblico. Qui il progetto non cancella la memoria, ma la amplifica: l’architettura storica diventa contenitore di nuove funzioni, dialogando con il presente senza perdere identità.

Un altro esempio significativo è quello delle OGR Torino. Le Officine Grandi Riparazioni, un tempo cuore pulsante dell’industria ferroviaria, sono oggi uno dei poli culturali e innovativi più dinamici della città. Il recupero ha mantenuto la forza spaziale originaria, reinterpretandola per ospitare arte, musica, ricerca e impresa. Un intervento che dimostra come anche l’archeologia industriale possa diventare motore di nuova vitalità urbana.

Lo stesso vale per Parco Dora, dove le strutture industriali non sono state cancellate, ma integrate nel paesaggio. Pilastri, travi e volumi preesistenti convivono con il verde, creando uno spazio pubblico unico, identitario, profondamente contemporaneo. Un esempio virtuoso di come il recupero possa essere anche paesaggio, esperienza, qualità della vita.

Accanto ai grandi progetti simbolici, esistono poi interventi più silenziosi ma altrettanto rilevanti: ex aree produttive trasformate in residenze, edifici abbandonati riconvertiti in spazi abitativi, culturali o di servizio. Qui il recupero dell’esistente diventa anche risposta concreta al bisogno di nuove case, di quartieri più equilibrati, di una città che cresce senza consumare nuovo suolo.

Il valore di questi progetti non sta solo nel risultato architettonico, ma nel metodo. Recuperare significa lavorare sull’identità dei luoghi, sulla sostenibilità ambientale, sull’equilibrio tra memoria e innovazione. Significa progettare con responsabilità, evitando soluzioni standardizzate e puntando su interventi sartoriali, calibrati sul contesto.

In un momento storico in cui le città sono chiamate a ripensarsi, il recupero degli edifici esistenti rappresenta una delle risposte più intelligenti e lungimiranti. Non solo per preservare il passato, ma per costruire un futuro urbano più consapevole, inclusivo e autentico.

Abitare con stile, oggi, passa anche da qui: dalla capacità di leggere ciò che esiste, valorizzarlo e trasformarlo in una nuova opportunità di vita, di relazione e di bellezza.

www.domus-atelier.com – info@domus-atelier.com

Coppa deliziosa alle fragole

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Fragole che passione!  Offriamo a fine pasto ai nostri ospiti questo scenografico dolce delizioso e di semplice realizzazione

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Dosi per 4 persone:

½ Kg.di fragole

1 Banana

4/5 biscotti savoiardi

2 bicchierini di limoncello

200 ml di panna da montare

Crema pasticcera

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Sul fondo di una coppa in vetro trasparente mettere i savoiardi spezzettati bagnati con 1 bicchierino di limoncello (allungato con un bicchierino di acqua). Preparare una crema pasticcera con 3 tuorli, ½ litro di latte, 1 bustina di vanillina, 20gr. di farina, 60 gr.di zucchero e 1 bicchierino di limoncello. Lasciar raffreddare.

Tagliare le fragole ben pulite e la banana a fettine. Iniziare a decorare la circonferenza della coppa con le fette di fragole, quando terminato mettere le restanti fragole nella coppa livellando la superficie e procedere nello stesso modo con la banana.

Montare la panna con un poco di zucchero a velo.

Stendere sullo strato di banane la crema pasticcera raffreddata e completare con uno strato di panna montata. Decorare a piacere.

PaperitaPatty

 

Sua maestà la bagna cauda

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Esistono numerose varianti  della ricetta tradizionale che prevede esclusivamente l’utilizzo di pochi ingredienti di ottima qualita’: acciughe, aglio e olio

La Bagna Cauda e’ senza dubbio uno dei pilastri della cucina piemontese, ed ha origini lontane nel tempo. E’ una ricetta semplice ricca di gusto e passione che esalta la convivialita’, un rito simbolo di amicizia ed allegria poiche’ in genere la “bagna” si consuma in compagnia. Esistono numerose varianti  della ricetta tradizionale che prevede esclusivamente l’utilizzo di pochi ingredienti di ottima qualita’: acciughe, aglio e olio. Vi propongo la mia variante modernizzata per “addolcire” l’intingolo.

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Ingredienti per 4 persone:

2 teste d’aglio intere

1 etto di acciughe “rosse” di Spagna sotto sale a persona

200ml di olio evo

200ml di latte intero

200ml di panna da cucina

acqua e aceto q.b.

Verdure fresche di stagione a piacere (cardo gobbo, cavolo verza, topinambur, peperoni arrostiti, patate lesse, cipolle al forno, barbabietola ecc.)

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Dissalare velocemente le acciunghe in acqua e aceto e ridurre a filetti. Preparare l’aglio eliminando il germoglio centrale di ogni spicchio poi, affettare sottilmente. Far cuocere a fuoco lentissimo l’aglio in 100ml di latte sino a quando e’ tenerissimo, scolare il latte e ridurre in poltiglia. In una terrina di coccio (“fojot” in piemontese) versare l’olio e quando e’ caldo mettere le aggiughe e la crema di aglio, rimestare con un cucchiaio di legno sino a quando e’ tutto sciolto infine, aggiungere la panna ed il rimanente latte. La salsa e’ pronta per essere servita bollente in ciotole di terracotta singole per ogni commensale. Abbinamento perfetto con un giovane barbera vivace.

 

Paperita Patty

 

Rock Jazz e dintorni a Torino: Tommy Emmanuel e Liana Marino

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA 

Lunedì. Al Teatro Alfieri suona il chitarrista Tommy Emanuel.

Martedì. Alle OGR suona il quartetto di Simona Daniele. Al Blah Blah si esibiscono i Supersuckers.

Mercoledì. All’Osteria Rabezzana è di scena il The Sailor Steps Duo.

Giovedì. Al Teatro Esedra la cantante e chitarrista Liana Marino, rilegge in chiave acustica il repertorio di Pino Daniele. Al Vinile si esibisce Gianluca Lulu. All’Hiroshima Mon Amour suonano i Sick Tamburo. Alla Divina Commedia si esibiscono i RRB Roagna Rizzi Buelow. Al Blah Blah è di scena Giulia Bi + Salvario.

Venerdì. Al Folk Club per 2 sere consecutive, suona Rhiannon Giddens & Francesco Turrisi Quartet. Allo Ziggy sono di scena i Giobia + Hyperwulff. Allo Spazio 211 si esibiscono i This Eternal Decay + Estetica Noir. Al Circolo Sud il TetraQuartet reinterpreta  i successi dei Subsonica. Al Circolino “Grande notte del Jazz” con oltre 20 musicisti del panorama torinese. Al Peocio di Trofarello suona il gruppo Il Segno del Comando. Alla Divina Commedia si esibiscono i Ladz. Al Magazzino sul Po sono di scena Cardine + Manduria+ Giulia Doner. A seguire Afrorack+ Anasbri-Kudd-Isaias.

Sabato. Al Cap 10100 suonano i Madbeat. Al Magazzino di Gilgamesh è di scena la Dany Franchi Blues Band. Alla Divina Commedia si esibiscono gli Angeli Di Strada. Al Blah Blah sono di scena i Dobermann. Allo Ziggy suonano i Konquest +Hounds.

Domenica. Allo Ziggy si esibiscono i Doye + Click Head. Al Blah Blah suonano i Not Moving. Alla Divina Commedia sono di scena gli ImmaginAria.

Pier Luigi Fuggetta

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Il discorso del Sindaco di Torino al Giorno della Memoria – Altissimo – Vannacci tra Crosetto e Borghezio – Un Giolitti privato e il suo medico – Lettere

Il discorso del Sindaco di Torino al Giorno della Memoria
 Ho partecipato alla manifestazione al Comune di Torino per il giorno della Memoria ed ho ascoltato da parte del sindaco Lo Russo un discorso di particolare rilievo che ha mi ha  affascinato. Questo giorno della memoria era  molto difficile dopo Gaza, ma Lo Russo ha concentrato il suo dire sul piano storico e sull’Olocausto degli ebrei con parole chiare e oneste, non abituali in un politico.
Anche nello stile è stato asciutto, direi tacitiano, senza concessioni alla retorica . Vorrei poter pubblicare tutto il suo discorso. Mi limito ad alcune frasi: “La memoria non è un rituale“ ed ancora  “Il male non nasce già riconoscibile. Diventa normale poco alla volta, mentre qualcuno guarda altrove. Diventa accettabile quando il silenzio prende il posto della responsabilità  e l’indifferenza quello della coscienza”.
“Nel giorno della memoria ricordiamo le vittime della tragedia della Shoah e tutte le persone perseguitate e uccise dal nazifascismo. Ed ancora: “Giustizia e vendetta non sono la stessa cosa. La vendetta genera altra violenza. La giustizia richiede la fatica del pensiero complesso, la rinuncia a risposte immediate, il coraggio di non adeguarsi alla logica di “noi contro loro”. Ed infine: “Richiede la capacità di non ridurre i conflitti a slogan, di non trasformare interi popoli in colpe collettive, di distinguere sempre tra governi, responsabilità politiche , popoli e persone. “ Nel discorso del Sibdaco c’è l’aria dei ventilati altipiani, come diceva Mario Soldati, riferendosi ai suoi maestri. Non bisogna semplificare la storia , sembra essere l’imperativo di Lo Russo. Lo stesso del grande storico ebreo  ucciso dai tedeschi che invitava a capire la storia prima di giudicare.
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Altissimo
Non ho mai avuto occasione di conoscere di persona Renato Altissimo , ministro liberale e anche segretario  generale del PLI .Ci siamo visti più volte in mille occasioni, ma non siamo mai andati oltre il buonasera o il  buongiorno. A volte ci  incontravamo nella libreria Zanaboni che ambedue sicuramente avevamo conosciuto quand’era una famosa e fornitissima cartoleria. Forse non l’ho mai neppure apprezzato politicamente perché mi sembrava molto snob e molto confindustriale: il conte Carandini scrisse di un PLI affittato alla Confindustria proprio sul “ Mondo“ di Pannunzio. Nel 1970 sul settimanale “Torino giorni“ che avevo iniziato a dirigere,  scrissi un velenoso corsivo che colpì sicuramente nel segno e che  forse fu la causa di un rapporto mai nato anche in tempi successivi. Commentando politicamente l’elezione di Zanone e Bastianini alle elezioni amministrative di quell’anno  scrissi che erano dei veri “illuministi“ perché illuminati dai fari Altissimo , in riferimento alla nota azienda di famiglia che Renato chiuse per dedicarsi totalmente  alla politica e alla bella vita: era stato eletto deputato nel 1972 e divenne romano ad ogni effetto.
Leggendo le commemorazioni  di Zanone nel decennale della morte nessuno ha ritenuto di ricordare anche  Altissimo forse perché i due liberali litigarono di brutto e non si riconciliarono più . Per ragioni storiche va detto – e lo dico ad onor del vero e anche a nome di un amico scomparso lo scorso anno ( Edoardo Massimo Fiammotto stretto collaboratore di Altissimo ) – che  senza l’apporto economico e il sostegno in Confindustria di Altissimo la corrente di “ Rinnovamento liberale “ non sarebbe mai nata . Lo slogan del 1970 ABZ (le iniziali dei tre soci fondatori) si realizzò perché Altissimo gli diede  le gambe  per camminare. Diversamente Zanone avrebbe continuato a  fare  il funzionario di partito e il docente di Lettere al serale dell’ Avogadro. Ignorare Altissimo ed esaltare Zanone è  sbagliato. Lo scorso anno Fiammotto, direttore della scuola di liberalismo in Piemonte, voleva ricordare Altissimo, ma ci furono liberali che glielo impedirono per inspiegabili motivi di invidia e di antico livore. I due liberali Altissimo e Zanone vanno ricordati insieme, unendo nel ricordo il giornalista e scrittore Ostellino che dei tre era sicuramente il migliore, non nel senso togliattiano del termine.
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Vannacci tra Crosetto e Borghezio
 A Ventimiglia il gen. Vannacci è stato accolto festosamente  da Borghezio e dal sindaco della cittadina ligure. Sembra che il generale si stia mettendo in proprio con un nuovo movimento di estrema destra  e l’accoglienza di Borghezio è un sintomo significativo. Dare spazio a Vannacci nel centro – destra fu un grave errore perché le sue posizioni sono sempre state estremiste.
Un tizio che fece il vigile urbano nel Ponente ligure e che si atteggia a politico almirantiano (sic!) invitò subito a Garlenda il generale per presentare il suo libro. Aveva ragione Crosetto che da ministro della Difesa prese subito le distanze dal generale della “Folgore”: una posizione molto coraggiosa e difficile da assumere. Adesso la Lega si troverà ad avere un vicesegretario ingovernabile anche dal “capitano“ Salvini.
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Un Giolitti privato e il suo medico
In un bel libro di di memorie famigliari , opera di Riccardo  Mattòli, che verrà presentato al Senato della Repubblica,  viene ricordato Agostino  Mattòli, il medico personale di Giovanni  Giolitti,  divenuto suo segretario nel suo quinto ed ultimo governo e anche deputato tra il ‘21 e il ‘24. E’ un libro che ha l’intento di mettere a nudo un Giolitti segreto o almeno poco conosciuto attraverso carteggi inediti importanti . Pensando al medico diventato deputato, viene  spontaneo dire che già allora, negli anni Venti, anche il presidente del Consiglio, che Salvemini giudicò ingiustamente il “ministro della malavita”, non era indifferente a promuovere gli amici in Parlamento.
Giovanni Giolitti
Non tutti i giolittiani erano statisti come Soleri e Peano, ma Mattòli fu certamente una personalità di spicco, al di là dell’amicizia con Giolitti. Il libro ha dei meriti storici indiscutibili  perché ci  consente  di conoscere un Giolitti che finora gli storici non avevano mai indagato. Riccardo Mattòli con un lungo e metodico lavoro ha contribuito alla storicizzazione  dello statista  di Dronero, di  cui nel 2028 ricorderemo il centenario della morte.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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La casa tartassata
Dopo il disastro di Niscemi dovuto a noncuranza e complicità  pubblica  di tanti anni, torna l’ipotesi della assicurazione obbligatoria sulle case. Cosa ne pensa?   Felice Ghio
Sono contrarissimo ad un obbligo che ha costi alti per fatti che sono ascrivibili a chi ha concesso licenze edilizie illecite per non dire folli . La casa è già gravata da mille tasse e balzelli . Semmai la casa va sgravata dalle imposizioni fiscali volute dal governo Monti.
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I Savoia
Ho letto che insieme a personaggi un po’ “irregolari“ come Luxuria verrà invitato a Torino anche Emanuele Filiberto di Savoia. Questa politica- spettacolo alla Signorini  è del tutto  negativa e significa la fine ingloriosa di una dinastia che  cade nel ridicolo dopo aver portato l’Italia nel dramma del fascismo, delle leggi razziali e della seconda guerra mondiale.  Filippo De Carico
La storia dei Savoia e ‘ molto più complessa di quella che lei sostiene. Certo esistono errori e complicità , ma il Risorgimento è opera dei Savoia. L’ultimo discendente fa ciò che può  dopo tanti anni di esilio e senza studi regolari. Aveva scelto saggiamente  una vita borghese, come anche suo padre, sposando una attrice francese con cui ebbe due figlie . Adesso vuole fare l’erede ad un trono che non c’è. Liberissimo di farlo in una Repubblica democratica che ha eliminato la pena dell’esilio del tutto incostituzionale. Il ramo Aosta oggi è l’unico che tiene alto il nome e la storia del Casato. Non sia così severo con Luxuria che giudico negativamente solo perché ha voluto fare la parlamentare senza averne le competenze. La vita privata è altra cosa.
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Askatasuna
L’annuncio dei Verdi – Sinistra italiana  di scendere in piazza con i vari Grimaldi, Ravinale, Dieni  con Askatasuna  appare incompatibile con la permanenza in giunta a Torino di esponenti di AVS. O si sta con la legge o con l’eversione. Non ci sono mezze misure.  Franca Giuli
Concordo con lei. In Italia non esiste la presunta repressione denunciata da Grimaldi, contro cui urlavano i contestatori nel ‘68. Ci fu invece l’eversione del terrorismo che cominciò sfasciando le vetrine in via Roma. Non ci possono essere ambiguità sull’ordine democratico e sulla legalità repubblicana.
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Foglianti
Sono trent’anni che esce il “Foglio “ di Ferrara e Cerasa, una lettura per pochi. Il giornale continua ad uscire solo perché ha un finanziamento pubblico cospicuo?  E’ giusto?
Biagio Novelli Bordighera
Leggo saltuariamente quel giornale graficamente di difficile lettura . I “Foglianti“ si considerano quasi come il nuovo “Mondo“ di Pannunzio, ma sono anni luce lontani, sia con Ferrara che con Cerasa che appare molto ambiguo. Spesso non condivido i suoi articoli. Finché c’è un finanziamento pubblico è  giusto che lo abbiano tutti gli aventi diritto, anche  le qualità del giornale non sono certo eccezionali. Io non ne  festeggio il trentennale, come non festeggio i 50 anni di “Repubblica“ , un giornale in via di estinzione tra i lettori.

Pronto? Ci sei?

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Quante volte ci è capitato di parlare di lavoro o, tra amici, di chiacchierare amabilmente notando che uno dei presenti sembra distratto, assente, quasi non capisse di cosa si stia parlando.

In virtù del pensiero unico, ormai imperante, diamo per scontato che quella persona a) si dia arie e si ritenga superiore agli altri, b) non stia capendo il discorso, sicuramente per limiti suoi, c) è timido e non riesce ad inserirsi nel discorso.

Quasi nessuno, complice il QI in caduta libera almeno nei Paesi occidentali, pensa che quella persona preferisca ascoltare prima di parlare, che voglia acquisire elementi per poter giudicare oggettivamente, che stia valutando tutte le persone coinvolte.

Al QI in coma si aggiunge l’ormai consolidata prassi del pensiero unico: il primo che sui social lancia un commento, critica o approva un post, viene preso inconsciamente a modello di perfezione, a guru indiscusso dell’argomento e chiunque osi dissentire o anche solo astenersi dal commentare viene indicato come fallito, incapace, boomer o peggio.

Un adagio orientale dice “Il saggio parla poco e pensa molto” a indicare che se vuoi esprimere concetti attendibili devi avere tempo e modo di valutare tutti gli elementi, anche quelli meno evidenti.

Chi mi conosce bene sa che io non sbaglio quasi mai l’impressione che ho di una persona, già al primo contatto, a condizione che mi sia dato il tempo per studiarlo; il che avviene anche parlandogli insieme, proponendo temi di conversazione apparentemente banali, informandomi sui suoi gusti, hobbies, ecc.

Quando vedo una persona che ascolta come se faticasse a comprendere il senso del discorso, per mia forma mentis penso stia valutando il senso delle parole, formandosi un’idea del contesto, valutando la propria posizione rispetto alle tesi emerse e la cosa non può che farmi piacere perché personalmente preferisco una persona riflessiva, che magari fornisca una risposta in ritardo ma dopo averla ponderata, piuttosto che un soggetto impulsivo che cambia idea dieci volte, che parla solo per sentire la sua voce o per dimostrare la sua attività neuronale in un raro momento di lucidità.

I social hanno incancrenito un problema preesistente, specie nel nostro Paese; il nostro triathlon è composto da lancio delle accuse, sollevamento delle polemiche e tiro del sasso nascondendo poi la mano; giudicare senza conoscere, esprimere pareri non avendo competenza in merito e alzando la voce per sostenere la propria tesi sono quanto di peggio un cervello umano possa partorire.

Partiamo dalla considerazione che il nostro giudizio su un determinato fatto dipende da alcuni fattori come esperienza, cultura, carattere e convenienza: se consideriamo che l’ignoranza (non solo a livello scolastico) sta dilagando a macchia d’olio, diventa facile comprendere come la maggior parte delle persone siano sempre più ignoranti, più litigiose, più superficiali, più venali e che, dunque, rispondono positivamente ad un numero esiguo di messaggi, eventi, discorsi ritenendo che tutto il resto non sia meritevole di esistere, sia dannoso per loro, sia censurabile a priori.

Il grosso pericolo che tutti noi corriamo è di venire trascinati in questo modus cogendi e, per non complicarci la vita, non soffrire, non stressarci, tralasciare ogni giudizio su un fatto diventando anche noi ignoranti.

Einstein sosteneva che la curiosità è sinonimo di intelligenza: se davvero è così la maggior parte delle persone che ci circondando ha il QI di un protozoo stante ciò che riescono a concepire.

A proposito di concepimento: speriamo che la riduzione del QI viaggi di pari passo con quella degli spermatozoi; sarebbe un segno incontrovertibile che la natura sa rimediare ai danni dell’uomo.

Sergio Motta