“L’ora del Vermut”, la terza edizione del Salone al Museo del Risorgimento

Ritorna ai “Natali”, per il suo 240° compleanno, il “Vermouth” di Torino

Sabato 21 e domenica 22 febbraio

“E come Parigi ha l’ora dell’assenzio, Torino ha l’ora del Vermut, l’ora in cui la sua faccia si colora e il suo sangue circola più rapido e più caldo”: parole davvero speciali (volte a ricordare tutta la “torinesità” del più nobile degli aperitivi) quelle datate 1911 (da “Speranze e glorie. Le tre capitali: Torino-Firenze-Roma”) a firma del celebre papà di “Cuore” (ligure di nascita ma piemontesissimo d’adozione) Edmondo De Amicis, fra i tanti estimatori, dal fine palato, di quel “Vermouth” (o “vermut”), vino aromatizzato e liquoroso “inventato” proprio a Torino nel lontano 1786, all’interno della bottega sita in piazza Castello dell’erborista Antonio Benedetto Carpano, miscelando del “Moscato” di Canelli con un infuso di erbe, principalmente “assenzio” o “artemisia maggiore”, in tedesco “Wermut”, per l’appunto. Invenzione geniale (sebbene vini aromatizzati esistessero già dai tempi degli antichi Greci e Romani) tanto che la liquoreria del “Carpano” diventò, in allora e per anni, luogo fra i più frequentati del capoluogo piemontese e meta ambita da tutta la nobiltà sabauda, in primis (e che pubblicità!) dalla stessa corte di Vittorio Amedeo III, cui quel “furbacchione” del Carpano fece subito recapitare a corte, da buon vicino di casa, una graditissima cassa del suo “Vermouth”. Da allora il successo della bevanda decollò resistendo nel tempo e a livello internazionale. Fra i grandi estimatori, mi piace ancora ricordare, mentre ne assapora il profumato aroma seduto al “solito suo tavolo” al “Cambio”, il ministro Camillo Benso di Cavour, affezionato soprattutto al celebre, “Punt e Mes”  o “Vermouth rosso con elisir di china”. Per arrivare, un bel po’ d’ anni dopo, al senatore Giovanni Agnelli che, si dice, amasse pasteggiare, anche lui, con un buon bicchiere di “Punt e Mes”, simboleggiato nel logo da quella “Sintesi 59”, scultura ideata da Armando Testa e donata nel 2015 alla “Città di Torino” per essere allocata nella piazza XVIII Dicembre, proprio davanti alla vecchia stazione di “Porta Susa”.

Quant’acqua da allora è passata sotto i ponti. 240 anni! Ancora ben portati, da “monsù Vermut”, dal 2017 registrato con l’“Indicazione Geografica – Vermut di Torino” e di certo anni degni d’essere ricordati, con tutti gli onori, nella terza edizione del “Salone del Vermouth”, ospitata per due giorni, sabato 21 e domenica 22 febbraio, nelle Sale del “Museo Nazionale del Risorgimento Italiano” (piazza Carlo Alberto, 8), visitabili durante il “Salone” con il percorso guidato “Un Museo, mille storie: il Risorgimento è servito!”Primo e unico appuntamento italiano dedicato a questa nostra “eccellenza” del buon bere – ideato e curato da Laura (Lalla) Carello, ideatrice di “MT Magazine”, con il patrocinio ed il sostegno di “Camera di Commercio”“Comune”“Regione” e “Turismo Torino e Provincia” – questa terza edizione del “Salone” vuole essere un grande “contenitore esperienziale e culturale”, capace di accogliere un folto numero di produttori, operatori del settore e pubblico per dare vita a un articolato “palinsesto di incontri”, “degustazioni” e “momenti di approfondimento”. Oltre 30 i produttori presenti, dai marchi storici alle realtà artigianali emergenti, riuniti per raccontare il “Vermouth” attraverso le sue diverse interpretazioni, dando vita a un dialogo unico tra le grandi eccellenze storiche del territorio e giovani produttori emergenti che stanno portando nuova linfa e creatività alla categoria. Basti pensare, come sottolineano Paolo Bongioanni e Claudia Porchietto, rispettivamente assessore regionale al “Commercio Agricoltura e Cibo” e sottosegretario alla “Presidenza” della “Regione”, che “a fronte della crisi che ha interessato altri prodotti alcoolici, il vermouth piemontese non segna il passo”. “Anzi – aggiungono – i numeri parlano di un vero e proprio boom: una produzione aumentata dal 2018 al 2024 da 2,4 a 6,8 milioni di bottiglie, un prezzo medio alla bottiglia passato dai 17,92 ai 25,20 euro e un fatturato salito da 32,6 ai 172,2 milioni di euro e realizzato per il 65% all’estero”. Cifre che giustificano le importanti novità di quest’anno: dalla “Giornata B2B esclusiva” riservata al “trade” (lunedì 23 gennaio) al “Fuori Salone” (dal 16 al 22 febbraio), un autentico “laboratorio del Vermouth a cielo aperto” che estenderà la manifestazione all’intera città, attraverso i migliori ristoranti subalpini.

A tagliare il nastro del “Salone” sarà una “tavola rotonda inaugurale” che si svolgerà nelle prestigiose sale di “Palazzo Birago”, sede istituzionale della “Camera di commercio di Torino”lunedì 16 febbraio alle ore 15, con l’incontro dal titolo “Cosa cambia perché nulla cambi – Capitolo 2”, moderato da Carlo A. Carnevale Maffé, docente di “Strategia Aziendale” alla “Bocconi”. La tavola rotonda riunirà istituzioni, produttori storici e nuovi artigiani per avviare un “confronto” sul futuro del Vermouth nei prossimi cinque anni, affrontando i temi della sostenibilità, dell’evoluzione dei mercati internazionali e delle strategie di esportazione del “brand Torino” nel mondo. Per sottolineare, fin da subito, che al “Salone del Vermouth” si guarda al futuro … perché “a Torino il Vermouth è nato, è diventato mito e non ha ancora smesso di stupire”.

Per ulteriori info sul programma nel dettaglio: www.salonedelvermouth.com

Gianni Milani

Nelle foto: Manifesto “Salone del Vermouth” e immagini di repertorio

Turymegazeppa: vi racconto il Supermarket

Venerdi 13 e sabato 14 febbraio lo storico Supermarket di Viale Madonna di Campagna 1 chiude i battenti. Ripercorriamo la sua storia con il mattatore indiscusso del locale.

 

Disclaimer: questa è un’intervista che non segue la consecutio temporum, le premesse spuntano dopo l’enunciazione dei fatti, e il discorso può improvvisamente virare su traiettorie inattese. E non è colpa mia.

Avete mai sentito parlare del concetto di serendipità? Si tratta di trovare inaspettatamente qualcosa, o qualcuno, mentre si è occupati a cercare tutt’altro. Quando io e quelli della mia generazione abbiamo iniziato a uscire la sera, verso metà degli anni ’90, sceglievamo i locali in base al tipo di musica che volevamo ascoltare. Sapevi che se volevi un determinato stile potevi andare in quel giorno della settimana, in quel determinato locale. Ci si muoveva tra i Docks Dora e l’Hiroshima, passando per Zona Castalia. E poi c’erano ovviamente i Murazzi, l’ultima tappa della serata. Non dico fosse tutto prevedibile, ma a grandi linee potevi scegliere in base a ciò che cercavi.

Poi c’era quello che i ragazzi oggi definirebbero il glitch nel Matrix, l’elemento imprevedibile e dissonante. Un personaggio flamboyant, ingestibile per sua stessa ammissione, in grado di farti ascoltare musica dark intervallata da brani di Raffaella Carrà: TURY-MEGA-ZEPPA.

Vi ricordate la prima volta che siete finiti al Supermarket? Perché molto probabilmente è lì che lo avete incontrato senza avere assolutamente idea di cosa avreste trovato. Sabato 14 febbraio il Supermarket chiude definitivamente e così se ne va un bel pezzo di storia torinese lunga trent’anni. Ed io sono andata a farmela raccontare da lui: Pier Paolo Bettinardi.

Innanzitutto, chi eri prima di diventare Turymegazeppa?

Andando a ritroso nel tempo, prima militavo nei centri sociali, facevo occupazioni, per cui avevo già un concetto molto blindato dell’anarchia. Ho passato tutto il periodo dei primi anni ’90, a fare occupazioni e a creare situazioni dentro i centri sociali, quando l’anarchia era un concetto molto forte, molto rigido. E da lì ho iniziato a creare del clubbing.

E la prima volta che sei finito dietro una console?

Nel 1986 ad Avigliana, esattamente… Terrazze lago, non me lo ricordo più. Nell’86 fu una delle mie prime serate e poi verso l’89 a Torino.

E lì hai detto: questo è il mio lavoro.

Allora, io avevo un lavoro “normale”. Però calcola che comunque nei primi anni ’90 avevo un gruppo e giravamo tutta l’Europa, quindi vivevo già un po’ di musica. La professionalità è poi arrivata nel ’95-’96, prendendo il Caffè Blu ai Docks Dora.

Sono andato a chiedere tiepidamente se si poteva fare una serata, e quello fu il primo locale più grande perché di solito stavo sempre in locali molto piccoli. Ed era ancora un locale molto grezzo, figurati: io arrivai con i miei due banchetti da scuola e i miei vinili e iniziai a mettere musica. Sono stato lì dal ’96 al ’99, tre anni. Fu un’esperienza…

Prendendolo in gestione o come DJ?

Come DJ e direzione artistica. Organizzai concerti, iniziai a muovermi in un ambito molto underground. Io ascolto tutta roba underground.

E se non avessi fatto il DJ, cosa avresti fatto?

Bella domanda. Se non avessi fatto il DJ avrei fatto il fotografo. Considera che tutta la mia esistenza è permeata dalla notte: ho sempre vissuto di notte, ho sempre lavorato di notte. Sono allergico alla luce.

Parliamo del Supermarket. Quando è che sei arrivato la prima volta?

Sono arrivato nel ’99. Esisteva già da un anno. C’era una direzione artistica un po’, diciamo, super alternativa. Io mi proposi, ma avevo già un anno… non so come dire, capito, da biricchino…

Credo di ricordare. Dunque siamo al ’99: arrivi al Supermarket.

Sì. Avevo appena tagliato il filo ombelicale con il Caffè Bleu, perché stava diventando una situazione troppo caotica. È stata una scelta sofferta. Così andai al Supermarket a chiedere se potevo fare una serata: al Caffè Bleu suonavo il giovedì e il venerdì, volevo il sabato. Ma mi hanno praticamente scomunicato. Mi dissero: “Lei è troppo… Too much”. Troppo, troppo.

E cosa ti colpisce? Perché vai proprio al Supermarket?

Ero andato all’inaugurazione. Mi era piaciuto moltissimo lo spazio: un ex cinema, molto essenziale, molto simile al Big. Dal punto di vista estetico mi aveva conquistato. All’inizio però non mi volevano. Poi ho fatto la prima serata e le cose sono cambiate: la gente mi seguiva, si spostava. Premesso che nell’estate del ’99 avevo anche ripreso il Caffè Blu e avevo tirato su un piccolo “impero” da solo, senza PR, senza niente. Erano altri tempi.

E come sei diventato resident? Perché sei quello più longevo: trent’anni di onorata carriera.

Quasi ventotto, in realtà. Dal ’99 a oggi fanno ventotto anni. Come ci sono riuscito? Facendo. Sono un faccendiere, in realtà. Mi rimbocco le maniche e faccio.

Ti ricordi la prima serata lì?

Sì, eccome. Era il 25 dicembre, un sabato. C’è stata un’affluenza incredibile, tanta gente che veniva dal Caffè Bleu. È stato emozionante, davvero. Io comunque sono sempre ansiolitico prima delle serate. Sempre. Voglio che tutto funzioni: sono meticoloso, professionale e anche un po’ rompiscatole. Gli strumenti devono funzionare perfettamente, perché solo così quello che faccio può arrivare agli altri.

Parliamo di come è cambiata la musica che hai suonato in questi trent’anni.

Io mi sono sempre considerato uno di quei DJ che, oltre a far divertire la gente, cercano di “destrutturare”. Uso spesso questa parola. Mi piace portare il pubblico in territori inconsueti, creare fratture: magari la pista esplode, ma intanto sto facendo ascoltare qualcosa di nuovo. Non ho mai reiterato sempre le stesse cose. Anzi, spesso anticipavo la musica che mi piaceva, anche di parecchio. Per questo nacque una rubrica che chiamai Perplessità collettiva.

Cos’era Perplessità collettiva?

Uno spazio dentro la serata tutto mio. Buttavo giù i muri musicali e mettevo quello che piaceva a me. Un’altalena sonora: potevi passare dalla traccia più stupida all’antitesi totale.

Io me lo ricordo: passavi dal metal a Raffaella Carrà. Io sono il risultato di quella roba.

Tu sei il risultato concreto di tutto questo, esatto. Mi piaceva portare la gente a spasso, come dovrebbe fare un DJ, come un vero mediatore culturale. Curavo sempre anche i visual, cercando di contestualizzare la musica con le immagini.

Spesso si parla del “sound” delle città: l’elettronica è Berlino, il jazz è New York… Torino?

La Torino che ho vissuto io, tra anni ’80 e ’90, aveva un fermento pazzesco. Negli anni ’80 la new wave e il dark erano un imperativo. C’erano due locali che portavano tutto quello che arrivava da Londra e Berlino. Poi gli anni ’90 sono stati importanti: c’era un apparato musicale e culturale molto versatile. Non tantissimi locali, ma una fruizione culturale molto più curiosa, meno standardizzata. Posti come lo Studio 2 o il Big proponevano cose incredibili.

Io lo Studio 2 non l’ho vissuto.

Era uno di quei locali alternativi con la A maiuscola. Ha dato alla città una grande versatilità.
Poi con gli anni ’90 e la cassa dritta sono arrivate house e dintorni. È stato bello relazionarsi con tante musiche diverse.

Ci sono generi, personaggi o gruppi che il Supermarket ha lanciato?

Sì. Abbiamo ospitato situazioni molto diverse: Tiziano Ferro, Elisa, Daniele Silvestri, ma anche realtà più pesanti e alternative come i Lacuna Coil. All’inizio Tiziano Ferro veniva da noi e facevamo 200-300 persone. Oggi, ogni volta che passa da Torino, ci saluta. Il Supermarket in realtà nasce proprio come contenitore di live: è sempre stato una grande vetrina.

Tu sei in console, vedi i ragazzi: oggi ballano diversamente?

Oggi più che ballare, deambulano. L’imperativo è “esserci”, mostrarsi, stare dentro un microcosmo, ostentare un’appartenenza. È anche una conseguenza di come si fruisce la musica: non crea più cortocircuiti. Una volta era un fatto aggregativo, ti spingeva verso territori nuovi. Adesso spesso si vive di nostalgia, di continuo “c’era una volta”. Ma il passato, se lo reiteri troppo, diventa il relitto di te stesso. Nel mezzo resta un vuoto pneumatico, e non si va avanti.

Non si rischia di fare la fine di quelli che dicono: “Eh, ai miei tempi…”?

Sì, certo, ma penso che serva sempre un punto di coesione tra passato e futuro: è lì che succedono le cose interessanti. Invece oggi vedo tanti format che nascono solo per alimentare il ricordo, la nostalgia. Ma musicalmente è sempre la stessa cosa, non c’è mai uno scarto, un’evoluzione.
Per me è un punto di stallo. E lo dico anche da cliente.

Facciamo un giochino: una mini-playlist. Una traccia che rappresenti gli anni 1990. Anzi, partiamo dagli ’80.

Oddio, devo aprire i chakra. Anni ’80, parli di pop o di roba mia personale?

Tua. Puoi spaziare. Per me, ad esempio, gli anni 1980 sono  “Video Killed the Radio Star”.

Sì, come tessuto sonoro anni ’80 ci sta tutto quell’electropop lì. Però io, in parallelo, oltre al pop e al synthpop, ascoltavo tanta dark wave. Quindi ti direi Siouxsie and the Banshees, Joy Division, Bauhaus, The Cure. Io nasco anche da lì, da quel lato più oscuro, contrapposto al pop super accessibile.

Anni 1990?

Tutto quello che mi ha scardinato la testa: The Prodigy, Daft Punk, Underworld. Siamo tra il ’96 e il ’97: roba che ti cambiava proprio la percezione del dancefloor. Poi rimanevo sempre anche su un versante più alternativo, tipo Sonic Youth. Ho sempre avuto quell’anima lì.

E i 2000? Dai, ci sarà stato qualcosa oltre Britney Spears.

(Ride)
Io ho sempre avuto simpatia per il pop, però nei 2000 ho iniziato a spingere molto sull’electro: Tiga, Felix da Housecat, Digitalism. E poi mi divertivo a contrapporre questa elettronica al pop più sfacciato, quasi “assassino”. Mettere il pezzo giusto e vedere tutti urlare era bellissimo.

2010?

Lì ho iniziato a spostarmi su dubstep e drum’n’bass, sempre mescolati al contenitore pop. Suonavo cose come Bloody Beetroots, che mettevo tantissimo. E spesso la gente mi guardava perplessa: “Ma che sta mettendo?”. Però a me piaceva anticipare.

E il vuoto cosmico dei 2020?

Resto sull’elettronica più emotiva: Rüfüs Du Sol, Monolink, cose così. Comunque considera che io sono cresciuto con i Kraftwerk: hanno inventato tutto loro. Da lì in poi i miei chakra sono rimasti aperti su qualsiasi cosa.

Che città era Torino di notte negli anni ’90 rispetto a oggi?

Si usciva molto di più. C’erano più riferimenti, più serate, più scelta. Magari il sabato lo evitavi, ma durante la settimana uscivi sempre: sapevi che il mercoledì c’era una cosa, il giovedì un’altra. Ti spostavi continuamente.

C’era più libertà, più rischio, più creatività?

Il clubbing era davvero aggregazione. Andavi per conoscere persone, per relazionarti. La musica era il collante: nascevano amicizie, punti di riferimento. Potevi anche andare da solo, tanto sapevi che avresti trovato qualcuno. Oggi questo si è un po’ perso, e dopo il Covid ancora di più.

Il club era un luogo di cultura, oltre che di divertimento?

Sì, per certi versi assolutamente sì. C’erano proposte diverse, stimoli diversi. Non era solo intrattenimento.

E il Supermarket in questa mappa come si inseriva?

Noi siamo sempre stati un locale trasversale e alternativo. Nei 2000 sono passati da lì tantissimi DJ che poi sono diventati enormi. Siamo stati una specie di pietra miliare, una palestra.

Hai visto nascere e morire tanti locali. Perché chiudono? Qual è il motivo più frequente?

La mancanza di cura. Se non curi i dettagli, il cliente, la qualità del bere, la sicurezza, i costi… crolla tutto. E poi l’inquinamento musicale: non esiste più la fidelizzazione. I locali non costruiscono più un’identità. La musica dovrebbe essere un elemento aggregativo. Dovresti dire: lì trovo i concerti fighi, lì trovo cose interessanti. Se perdi questo, perdi tutto.

Mi ha colpito una cosa sulla pagina del Supermarket: la gente che scrive aneddoti, tipo “mi avete salvato la vita”. Ti è mai capitato di vedere nascere amori, amicizie, carriere?

Assolutamente sì. L’amore, per quanto possa sembrare un concetto quasi atavico, lì dentro è successo davvero. Ho fatto una marea di matrimoni.

Aspetta, in che senso? Lì si conoscevano o andavi proprio ai matrimoni?

No, no, andavo proprio ai matrimoni. Andavo a suggellare le coppie che si erano conosciute al Supermarket. E tantissime storie sono nate a mia insaputa, molte più di quanto immaginassi. Gente che si è incontrata lì si è innamorata… ed è una cosa bellissima, un lato romantico che va salvaguardato. E dietro ci sono storie pazzesche.

Qual è l’episodio più assurdo che hai vissuto dietro la console? Quello che si può raccontare.

Lasciamo perdere tutta la parte politicamente scorretta…

Ma necessaria, secondo me.

Funzionale, diciamo. Io sono sempre stato un po’ birba, ne ho combinate tante. Sempre sotto l’insegna del divertimento, con un’ironia dissacrante, senza mai sconfinare nella volgarità. Mi sono sempre messo nei panni del cliente: volevo dare motivi per tornare. E per farlo facevo cose assurde, veramente inaudite. Alcune non si possono proprio raccontare.

Ma un episodio assurdo a cui hai assistito?

Uno che mi fa ancora ridere: una signora completamente fuori rotta, avrà avuto 55 anni, che pretendeva di fare sesso immediato con il DJ. Aveva una voce inquietantissima. Allora le ho lanciato addosso una coperta, ho messo la colonna sonora de L’esorcista, un mio amico ha preso una croce e le abbiamo fatto un esorcismo dal vivo, davanti a tutti.

Succedevano anche queste cose. E credo di averla pure filmata. Se avessimo avuto una telecamera fissa su tutto quello che è successo in quegli anni… altro che Jackass.

Da farci un documentario.

Infatti ci stiamo pensando. Anche un libro, perché ci sono situazioni emotivamente fortissime.

Se vuoi te ne racconto una davvero pesante. Un ragazzo stava per buttarsi da un ponte ad Alpignano. Non sto scherzando. Era stato lasciato dalla ragazza, era devastato. Era lì lì per farla finita.

Non so perché, ma gli è passato per la testa di venire da me. E pensa che non era mai venuto al locale. Mai. Gli è arrivato questo flash, è venuto al Supermarket, ha iniziato a frequentarlo… ed è rimasto con noi dieci anni. Mi ha detto chiaramente: “Mi avete salvato la vita”. E come lui, tante persone. Tantissime.

Io però non avevo la consapevolezza di quello che stavamo creando.
Pensavo solo a una cosa: costruire un collettivo, un’aggregazione. Un posto dove la gente stesse bene, si divertisse, comunicasse. Creare agio. Tutto lì. E invece, se ci pensi, è enorme. È quasi come studiare i comportamenti umani. Io sono molto empatico, mi viene naturale osservare le persone.

Forse è anche un bene che tu non ne avessi contezza: magari l’avresti vissuta con più pressione. Forse il fatto di essere rimasto genuino ti ha aiutato.

Sì, esatto. Restare autentico, nel bene e nel male, è sempre stata la mia prerogativa. Ma è una cosa che applico alla mia esistenza in generale, non solo al lavoro. Non sapendo davvero cosa stesse succedendo, ho continuato a fare tutto in modo spontaneo, senza sovrastrutture.

Qual è l’artista o l’ospite che ti ha emozionato di più?

Asia Argento, senza dubbio. La mia “Asietta”. Ho proprio un’ammirazione viscerale, somatica. Mi ha colpito tanto, davvero.

Poi, in generale, con tutti i gruppi e gli artisti che abbiamo ospitato si è sempre creata una grande empatia. Io e la mia socia Barbara (Zagami n.d.r) siamo maniacali del dettaglio: non può mancare niente, mai. Questa cura si sente, e gli artisti la percepiscono.

Ti è mai capitato di “salvare la serata”? Tipo: bordello totale, non è pronto niente… e arrivi tu, eroe nel vento?

(Ride)
Sì, parecchie volte. È successo spesso di arrivare e rimettere insieme tutto al volo. Fa parte del gioco.

Dopo trent’anni riconosci ancora le stesse facce sotto la console? Le stesse persone che tornano?

Io ho dei cali di personalità, ogni tanto vivo in un mondo parallelo… però sì, molte facce restano.
Adesso poi, per le ultime serate, ti puoi immaginare: arriveranno tutti, non si troverà posto.

Ti senti parte della vita delle persone? Oltre a celebrare matrimoni hai anche battezzato figli?

Sì! Ma io non mi rendo mai conto davvero della dimensione con cui sono arrivato agli altri.
Quello che vedo è che quando sono in giro le persone mi fermano, mi dimostrano stima. E per me quella è la cosa più bella. È come se proiettassero su di me i ricordi di un periodo della loro vita, le emozioni che hanno vissuto lì dentro. E pensi: “tanta roba”, no?

Quella col Supermarket è sempre stata una storia d’amore o hai anche pensato di andartene?

È stata continuamente una storia d’amore. Sempre. Certo, ogni tanto ho pensato “e se me ne andassi?”, perché io sono una persona poco gestibile, avrei potuto fare tante altre cose.

Se fossi stato più “arrivista”, magari avrei spinto di più sul mio talento e avrei fatto altro.
Ma non mi pento di niente. Ho sempre seguito la mia idea. E per me è stato funzionale così.

Il locale chiude. Quando l’hai saputo, qual è stato il primo pensiero?

Per me la cosa centrale era salvaguardare la stima e il ricordo delle persone. Che si ricordassero davvero di aver vissuto un contenitore culturale, non solo una discoteca. Noi ci siamo sempre definiti “un’isola felice”. Un posto dove stare bene.

C’è stata rabbia, nostalgia, gratitudine, rassegnazione… o liberazione?

Un po’ tutto. Una sintesi armoniosa di opposti. Sono passato dalla rabbia alla nostalgia, alla gratitudine… inevitabile attraversare tutti quegli stati d’animo.

Avete scritto sui social: “non potevamo più garantire la stessa qualità”. È una frase un po’ criptica.

Dopo il Covid è cambiato tutto. Abbiamo iniziato a fare fatica sul serio. Abbiamo perso i “paesi”.

Cioè?

Gente che arrivava da 20–30 chilometri. Era una colonna portante del locale. Dopo il Covid molte persone hanno cambiato abitudini, sono andate a convivere, hanno paura delle regole… insomma, si è rotto un meccanismo. E poi è cambiato proprio il modo di vivere il clubbing: i ragazzi tra i 28 e i 35 non lo codificano più come luogo aggregativo. Non gliene frega più niente.

Cosa si perderà adesso che chiude un club storico?

Secondo me si creerà un vuoto. La cosa incredibile è stata la reazione: in un giorno abbiamo fatto quasi 300.000 interazioni tra social, messaggi, stampa. Una roba assurda. Mai vista per un club.Io e Barbara eravamo increduli.

Questo potrebbe portare a una riapertura?

No. Portiamo i progetti altrove. Stiamo già facendo cose nuove. Avevamo già aperto un altro spazio, il Bauhaus, e ci hanno proposto altri locali. Per noi la qualità viene prima di tutto.

Come ti immagini l’ultima serata?

Bella domanda. Cercherò di viverla come sempre, come se non fosse “l’ultima”. Magari realizzerò tutto lì, e partirà l’emorragia di lacrime, non lo so. In realtà il filo ombelicale l’ho tagliato già un po’ due anni fa. Dopo il Covid è stata dura, si sono creati buchi economici, scelte non nostre… quindi emotivamente mi sono preparato.

Se dovessi chiudere con un brano, quale sarebbe?

Io e Barbara ci eravamo promessi Sweet Disposition dei The Temper Trap. È sognante, molto bella. Perfetta per salutare. Poi non so se succederà davvero. Vedremo.

Se uno oggi volesse fare il DJ, cosa gli consiglieresti?

Prima di tutto l’empatia. Sembra banale, ma non lo è. Devi saper leggere le persone, fare radiografie emotive di chi hai davanti. Poi la cultura musicale. Conoscere il passato, immaginare il futuro e trovare un punto di coesione tra i due. Reminiscenza e futurismo. Oggi tutti fanno i DJ per moda o trend, ma manca la storicità, la consapevolezza. E un’altra cosa fondamentale: il suono.
Per me è sempre stato un imperativo. L’impianto deve suonare bene, pulito, nitido. Questa cura manca tantissimo. Quante serate senti gracchiare, mix fatti male, pause imbarazzanti tra un pezzo e l’altro… Sono cose che andrebbero studiate seriamente anche da sociologo.

Dopotutto è una forma d’arte.
Sì, sì, assolutamente. E bisognerebbe salvaguardarla.

Ma la nightlife torinese ha ancora un futuro? Esiste una nightlife torinese?

C’è un vuoto pneumatico: grandi eventi ci sono, la musica elettronica è un imperativo a Torino e nascono tante realtà. Non ti so dire con certezza, ma credo che il ripristino della cultura musicale debba necessariamente passare dai posti piccoli. Sono proprio i locali più intimi che custodiscono la microcultura che da lì poi può espandersi. La sperimentazione nasce in questi spazi. È un po’ come tornare indietro, no?

Quindi adesso dove ti trovi, che serate stai facendo?
Sto facendo una serata molto alternativa in un posto da 100 persone: è bello ricominciare da capo, rieducare il pubblico a ballare cose nuove.

Mi hai bruciato l’ultima domanda, quindi dopo il 14 febbraio dove ti troveremo?
Sto facendo serate allo Ziggy, un posticino molto alternativo in via Madama Cristina. Poi ci sarà l’One con il progetto Vision Art, che è un altro “parto” nostro legato all’arte. Facciamo anche delle belle apericene per gente adulta: già il fatto che scelgono di venire lì, e si fidelizzano con quello che succede, è importante.

Ah, ma allora non è proprio un addio-addio, è più un arrivederci su spiagge diverse. Proprio come quelle dell’isola di Serendip, che è sempre lì, solo che oggi si chiama Sri Lanka.

Lori Barozzino

Arrestato in Barriera con 10mila euro e 2kg di droga

La Polizia di Stato ha arrestato a Torino un cittadino senegalese di ventidue anni per detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio.

Nelle scorse ore i poliziotti della squadra di Polizia Giudiziaria del Commissariato di P.S. Barriera di Milano hanno fatto accesso in uno stabile di via Monza, ove il continuo viavai di persone non residenti nello stesso, aveva fatto sorgere il sospetto che all’interno di un alloggio si svolgesse un’attività illecita.

Approfittando dell’accesso di un cliente nell’appartamento, i poliziotti procedevano al controllo dello stesso, trovando all’interno il ventiduenne e notando che alcune stanze erano state adibite ad un vero e proprio laboratorio per la produzione di sostanze stupefacenti: sui fornelli era tutto predisposto per la preparazione del crack, con pentole e tazzine in ceramica messe a bagnomaria, mentre sul tavolo del salotto la cocaina e il crack si presentavano nelle varie fasi della lavorazione e del confezionamento.

La perquisizione personale e locale consentiva di rinvenire quasi un chilo e mezzo di cocainaun chilo di crack e la somma di denaro contante pari a 9.445€, sequestrata poiché considerata provento della illecita attività.

Il giovane, ritenuto, per le modalità di confezionamento e suddivisione dell’ingente quantitativo di narcotico ritrovato, un fornitore degli spacciatori al dettaglio, è stato arrestato.

Il procedimento penale si trova attualmente nella fase delle indagini preliminari e vige, pertanto, la presunzione di non colpevolezza dell’indagato, sino alla sentenza definitiva.

Condizioni favorevoli ai giovani artigiani: il Piemonte quarto in Italia

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Indice Confartigianato dei territori “Youths friendly” 2025 (ICYF), punteggio di 673

Quarto posto per il Piemonte per l’indice Confartigianato dei territori “Youths friendly” 2025 (ICYF), con punteggio di 673, che va letto senza filtri: siamo al secondo posto per occupazione, e scendiamo al quarto posto per vitalità del sistema produttivo, solo al decimo posto come performance del sistema educativo e precipitiamo al sedicesimo posto per capacità amministrativa e inclusione territoriale.
L’indice elaborato da Confartigianato Imprese misura quanto le regioni italiane offrano condizioni favorevoli ai giovani, ed è calcolato a partire da 27 indicatori elaborati dall’ufficio studi di Confartigianato sulla base di dati INPS, ISTAT e Unioncamere, ognuno dei quali standardizzato su una scala compresa tra 100 e 1000 punti. Ai primi tre posti troviamo la Lombardia, con un indice pari a 709, il 22,5% superiore alla media nazionale, seguita dell’Emilia Romagna con indice pari a 687, il 18,6% rispetto alla media nazionale, e il Veneto, con indice pari a 680, il 17,4% superiore alla media nazionale.

Torino è la provincia più performante della regione, con indice ICYF a 657 punti, in quarta posizione nazionale. Analizzando i singoli pilastri emergono Cuneo per occupazione e dinamiche giovanili, e Torino, per struttura e vitalità del sistema produttivo, per capitale umano e istruzione, per capacità amministrativa e inclusione territoriale.

Per occupazione e dinamiche giovanili, siamo di di fronte a una categoria che riassume la capacità di offrire ai giovani opportunità lavorative di qualità, contratti stabili. In questa categoria si registrano condizioni migliori nel Veneto, prima in classifica, e a seguire Piemonte e Umbria. Quelle peggiori si registrano in Sardegna, Campania e Calabria.
Per struttura e vitalità del sistema produttivo, categoria che indica quanto un territorio sia capace di crescere e coinvolgere le nuove generazioni, e che comprende l’indicatore di presenza di imprese nuove giovanili e la loro capacità di sopravvivenza a livello retributivo di dipendenti, si registrano condizioni migliori, in ordine, in Lombardia, Campania, Lazio e Piemonte, e peggiori risultano quelle di Valle d’Aosta, Marche e Toscana. Il Veneto si ferma al nono posto.

Il Piemonte scende al decimo posto in classifica nella categoria “capitale umano e istruzione”, ambito che raccoglie la qualità e le performance del sistema educativo e formativo, la diffusione di competenze alfanumeriche trasversali fra i giovani, la quantità di laureati, nonché la capacità di valorizzare giovani ad alto titolo di studio. Il Piemonte è al sedicesimo posto per quanto riguarda il pilastro della capacità amministrativa e inclusione territoriale, categoria che valuta quanto l’Amministrazione Pubblica locale e i servizi territoriali siano efficienti, accessibili e di qualità, contribuendo a creare un contesto favorevole per i giovani e le famiglie, e che include l’indicatore relativo alla capacità di conciliare vita e lavoro alla diffusione dei servizi sociali ed educativi, alle condizioni abitativeq (affitti e equità abitativa), e alle relazioni digitali con con la Pubblica Amministrazione.

“Oggi il Piemonte è davanti a un bivio: continuare a vivere di rendita, contando su un mercato del lavoro altalenante, oppure elaborare una politica generazionale che rimetta al centro istruzione, servizi, qualità della vita e innovazione produttiva – afferma Giorgio Felici, presidente di Confartigianato Piemonte – in Italia, come in Piemonte, il numero legato alla crescita giovanile è crollato, per questo riteniamo fondamentale sostenere le imprese guidate da under 35 attraverso misure concrete che favoriscano l’accesso al credito, la semplificazione burocratica e il supporto alla formazione e all’innovazione. È fondamentale inoltre riconoscere un credito d’imposta per i giovani che vogliano rilevare l’azienda di famiglia, subentrare in un’azienda già avviata o creare una propria attività. Se da un lato i settori tradizionali soffrono maggiormente, dall’altro la crescita dei servizi alle imprese e la stabilità di altri settori dimostrano che, con le giuste competenze e opportunità, i giovani possono ancora costruire il proprio futuro da protagonisti”.

Mara Martellotta

Tentato furto e accoltellamento nella notte a Torino: ambulante in carcere

Nella notte in piazza Derna, un tentato furto a un furgone si è trasformato in una violenta aggressione. Due uomini di 45 e 40 anni avrebbero cercato di rubare generi alimentari dal mezzo, venendo sorpresi dal proprietario, un ambulante 39enne.

Durante la colluttazione, l’ambulante avrebbe colpito con una coltellata alla tempia uno dei due. Il ferito è stato trasportato all’Ospedale Giovanni Bosco: è grave ma non in pericolo di vita.

I due presunti ladri sono stati denunciati per tentato furto, mentre l’ambulante è stato arrestato per tentato omicidio e portato nel Carcere Lorusso e Cutugno.

Michele Mariotti primo Direttore principale italiano dell’OSN Rai

Michele Mariotti, a partire dall’ottobre 2026, mese in cui inizierà il suo mandato di durata triennale, sarà il nuovo Direttore principale dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Dopo Eliahu Inbal, Rafael Frühbeck de Burgos, Juraj Valčuha, James Conlon e Andrès Orozco-Estrada, Mariotti sarà il primo italiano a ricoprire l’incarico di Direttore sul podio della compagine dell’Orchestra Nazionale della Radiotelevisione Italiana, fondata nel 1994.

“È un piacere e un onore presentare Michele Mariotti come nuovo Direttore principale della nostra Orchestra Sinfonica Nazionale – afferma l’Amministratore Delegato della Rai, Giampaolo Rossi – La sua crescita di interprete lo ha portato sul podio delle istituzioni musicali più prestigiose in tutto il mondo e, da molti anni ormai, dirige regolarmente la nostra compagine, sia in stagione sia in altri contesti. Questo nuovo incarico è quindi l’evoluzione di un rapporto già molto proficuo, che viene
ora proiettato verso nuovi traguardi artistici. È una particolare gioia poi, nell’ormai più che trentennale storia dell’OSN Rai, accogliere il primo musicista italiano nel fondamentale ruolo di Direttore principale”.

Michele Mariotti, classe 1979, ha debuttato sul podio dell’OSN Rai il 7 gennaio 2011 a Reggio Emilia, in un concerto alla presenza dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che inaugurava i festeggiamenti per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, seguito nel 2012 da un concerto a Torino in piazza San Carlo per la Festa della Repubblica. Da allora è tornato regolarmente in veste di ospite: nel 2014 ancora per un concerto del 2 giugno e poi per un appuntamento in stagione in dicembre; nel 2017 per un concerto dedicato al 150esimo anniversario della nascita di Arturo Toscanini; nel 2019 ancora nel regolare cartellone stagionale; nel 2020 a Torino e Milano per l’inaugurazione di MITO Settembre Musica e per la stagione sinfonica, come anche poi nel 2021 e nel 2024. Ma ha diretto la compagine Rai anche al Festival Verdi di Parma, dove nel 2022 ha interpretato il *Requiem* del compositore di Busseto, e al Rossini Opera Festival di Pesaro sia nella *Semiramide* del 2019, sia nella *Petite Messe Solennelle* nel 2023, sia nell’*Ermione* del 2024, che si è aggiudicata il Premio Abbiati della Critica Musicale italiana come miglior spettacolo dell’anno. Dal 2008 è stato Direttore principale e poi Direttore musicale fino al 2018 del Teatro Comunale di Bologna. Direttore musicale dell’Opera di Roma dal 2022 e insignito del 36° Premio Abbiati come Miglior direttore d’orchestra, è ospite abituale nelle maggiori stagioni liriche di tutto il mondo.

Mara Martellotta

Galleria Malinpensa by La Telaccia, Massimiliano Gissi: “Prospettive luminose”

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L’artista Massimiliano Gissi è protagonista di una mostra personale presso la galleria Malinpensa by La Telaccia fino al 28 febbraio prossimo, dal titolo “Prospettiva luminose”.

Nato nel settembre del 1976 a Torino, fin dai primi anni d’età ha sempre dimostrato feeling con il colore e il disegno, diplomandosi successivamente a pieni voti allo IED, Istituto Europeo di Design di Torino. I suoi maestri sono stati gli artisti Alex Ognianoff, Gian Cravero e Marco D’Aponte, che lo hanno aiutato a crescere nella tecnica pittorica. Predilige la tecnica ad acquerello, anche se tende ad usare tecniche miste per ottenere il risultato prestabilito. In molte opere si constata un insieme di vari espedienti cromatici realizzati con acrilici, tempere, gessetti e matite colorate, con finiture scintillanti di glitters, vinavil e oggetti di recupero di varia natura. Il suo stile ricorda l’arte surrealista e metafisica, e il cromatismo così acceso è intriso di colori che fanno pensare alla pittura di Marc e Nolde, mantenendo un’originalità propria di Gissi. Fortemente simbolista nei dettagli, non lascia nulla al caso e, contemplando l’insieme delle sue opere, si ha un’impressione fantastica e magica, fiabesca, quasi che ogni cosa da lui dipinta sia lì per mandare un messaggio preciso.

“L’artista Massimiliano Gissi dà vita a mondi sospesi tra realtà e immaginazione – spiega l’art director e direttrice della galleria d’arte, Monia Malinpensa – le sue opere non si limitano a essere viste, ma sussurrano all’anima invitando chi osserva a vagare tra favole reinventate. Ogni scultura, nata da frammenti dimenticati e materiali riciclati, si trasforma in meraviglia, raccontando storie di metamorfosi e leggerezza. Il colore si fa melodia, la materia un canto e l’arte si apre come un universo segreto, personale e sorprendentemente libero, dalla cui fantasia nascono creature fatate, avvolte da un intreccio di materiali, di luci suggestive, di consistenze cromatiche che sembrano prendere vita”.

Galleria Malinpensa by La Telaccia – corso Inghilterra 51, Torino

Telefono: 011 5628220 – info@latelaccia.it

Mara Martellotta