






IL GHINOTTO DELLA DOMENICA
Un’altra battaglia che questa élite sazia – fin troppo sazia – cerca di imporre alla restante parte del pianeta, in genere più affamata, è quella contro gli organismi geneticamente modificati. Ora, una cosa è tutelare la qualità e la tipicità del riso vercellese, del vino delle Langhe, e di tutta la sequela dei prodotti agroalimentari piemontesi (o italiani), altro è vietare che nei paesi in via di sviluppo si utilizzino colture destinate all’alimentazione primaria
Correva l’anno 1215, in Inghilterra, quando il re Giovanni Senzaterra fu costretto dai riottosi suoi baroni a concedere la Magna Carta, un documento che poneva limiti alle decisioni arbitrarie del sovrano, ad esempio sulle tasse, e riconosceva la libertà personale (solo dei baroni, mica dei loro servitori). Sono passati giusto 800 anni e dalla Magna Carta siamo passati alla “carta del magna magna”, ovvero alla Carta di Milano, pomposamente definita “un documento partecipato e condiviso che richiama ogni cittadino, associazione, impresa o istituzione ad assumersi le proprie responsabilità per garantire alle generazioni future di poter godere del diritto al cibo”. Insomma, dall’habeas corpus all’habeas cibus.
Expo 2015, la kermesse apertasi venerdì a Rho, peraltro con alcuni padiglioni incompleti, ha come tema conduttore il cibo. Alla stesura della Carta meneghina, dedicata all’alimentazione – naturalmente “sana, equa e sostenibile” – si sono impegnate, per mesi e mesi, menti eccelse, tra le quali spicca una folta pattuglia di piemontesi. Il sindaco Fassino – visto all’inaugurazione, con cappello e soprabito, interpretava inconsapevolmente la figura dello spaventapasseri – non poteva certo sottrarsi, ma è stato affiancato da personaggi come don Luigi Ciotti, Giancarlo Caselli, Evelina Christillin, Oscar Farinetti e, dulcis in fundo, Carlin Petrini – non a caso citato nei discorsi inaugurali – il vero guru di questa filosofia del mangiar poco-ma bene. Insomma il fior fiore della “gauche caviar” nostrana, di quella sinistra salottiera che da anni ama pontificare sui piatti più prelibati, i vini più biologici, le cucine più dietetiche. E’ questo il movimento di pensiero che ha dato la propria impronta ecologista all’esposizione milanese, puntando su temi come la decrescita felice, la frugalità eretta a sistema, la contrapposizione tra il modello attuale, considerato irrecuperabilmente “capitalistico”, e un fantomatico mondo ideale dove la generosità e l’altruismo dovrebbero governare il sentimento di ciascuno. Non diciamo che ciò non sia auspicabile, ma lo possiamo senz’altro ritenere irrealistico. Già Adam Smith, padre dell’economia moderna, ricordava che “non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del panettiere che dobbiamo aspettarci la cena, ma dal riguardo che essi hanno per il loro interesse”. Sono passati due secoli e mezzo, ma non pare che la natura umana sia mutata a tal punto da smentire questa massima.
Un’altra battaglia che questa élite sazia – fin troppo sazia – cerca di imporre alla restante parte del pianeta, in genere più affamata, è quella contro gli organismi geneticamente modificati. Ora, una cosa è tutelare la qualità e la tipicità del riso vercellese, del vino delle Langhe, e di tutta la sequela dei prodotti agroalimentari piemontesi (o italiani), altro è vietare che nei paesi in via di sviluppo si utilizzino colture destinate all’alimentazione primaria, in grado di resistere più facilmente ai parassiti e meno bisognose di trattamenti chimici, come appunto sono i prodotti Ogm. Si tratta di piani completamente diversi: nel primo caso è giusto qualificare un’offerta di nicchia destinata a una clientela “ricca”; nel secondo, si deve puntare alla quantità per dare sostentamento a chi non riesce spesso a mettere insieme il pranzo con la cena. Ovviamente, questo ragionamento vale quando sia appurata – come è già avvenuto per molti prodotti Ogm – la non pericolosità per l’organismo umano. Non è un caso che molti paesi, come ad esempio l’Afghanistan, facciano ricorso massicciamente a programmi Ogm sorretti dal governo, perché, come insegnavano gli antichi, “Primum vivere, deinde philosophari”. Ma la pattuglia degli apostoli del “sano e solidale” non demorde e per qualche mese, dai padiglioni di un’Expo di cartone, cercherà di diffondere la propria ideologia finto-pauperista. Rigorosamente con una tartina in bocca e il calice di champagne in mano.
Ghinotto
(Foto: il Torinese, al Salone del Gusto 2014)









“Tutti uniti sui temi del lavoro” hanno detto in coro i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil che vogliono guardare al futuro. Un futuro sottolineato durante il corteo dalle note dell’Internazionale, di Bella Ciao e dalla voce di una brava vocalist che inneggiava al Che Guevara
Il Governatore: “Chiudere le pendenze con il passato e mettere a posto i conti, anche quelli pregressi e fuori bilancio, non è cosa da poco”
AVVISTAMENTI
mercati e l’Unione Europea, come si farebbe con un Varufakis qualsiasi. Intanto, la realtà del sindacato si è convertita in un apparato che organizza turismo per anziani, concerti e fiere, consulenza fiscale, e soprattutto lobbying politico, e non soltanto per lanciare carriere in Parlamento o creare partiti-non partiti alla Landini. Giacché a Torino vige una peculiare regola secondo cui nelle aziende pubbliche (partecipate municipali, ASL, ma soprattutto tra il personale degli Enti), i dirigenti provengono quasi tutti dal sindacato, cioè dall’altra parte del tavolo. Un esito esemplare di una carriera in un sindacato che si vorrebbe ancora unico interprete di salariati metalmeccanici in tuta blu; e che è diventato un’altra cosa: un arto fantasma.


“In Italia si legge sempre meno, qui aumenta il numero degli editori – dice il presidente del Salone, Rolando Picchioni – e passa sempre più per il Salone di Torino il confine futuro fra libro cartaceo e tecnologie digitali”

Chi ha provato uno dei piatti del menù di Manarello ha senza dubbio potuto gustare i sapori di stagione esaltati dagli abbinamenti tradizionali e tipici del territorio, ma anche rinnovati dai metodi e da moderne correnti e influenze degli chef più quotati in Europa e nel mondo

“E’ necessario mandare, con criterio di proporzionalità in base alla popolazione, i profughi in molti comuni. L’Italia ne conta 8000, finora, sono state coinvolte solo poche città”