Il 14 luglio e l’identità nazionale
IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

La Francia celebra la sua festa nazionale a Parigi e in tutti i centri, anche i più piccoli, con cerimonie e ricordi della Presa della Bastiglia, un evento più simbolico che realmente rivoluzionario. La Rivoluzione arrivò dopo e portò il terrore, che fu la fine dell’era della ragione per cui la Francia fu benemerita. Il giacobinismo cercò di sdradicare la storia stessa della Francia, innalzando insieme la ghigliottina e l’albero della libertà, un ossimoro. Ma la bufera, alla fine, venne fatta cessare da Napoleone, che pure continuò alcune idee della Rivoluzione.
Dal 1789 sono passati oltre due secoli e l’acqua che è passata nella Senna ha cancellato le forme più estreme a cui giunse la Rivoluzione. Ma certi valori iniziali di fondo sono rimasti. La libertà e l’eguaglianza si sono fuse nella fraternità, o fratellanza, un concetto assai diverso, forse utopistico, che ha anche una lontana radice cristiana.
L’unità nazionale uscì rafforzata da una scelta repubblicana che, salvo i due periodi bonapartisti, rimase una scelta di non ritorno. Anche l’anticlericalismo rivoluzionario lasciò come sedimento un laicismo quasi assoluto, che ebbe il suo trionfo nella III Repubblica.
Va aggiunto che il pensiero liberale di Tocqueville non ebbe seguaci e che la storia francese non conobbe mai un’età liberale, ma ricadde nel 1848 e nel 1871, con la Comune, nella demagogia complottarda della gauche, che resta una costante della storia francese.
Pur con queste esperienze storiche alle spalle, la Francia oggi vive una passione civile nazionale rafforzata nei decenni. Che ci sia al potere De Gaulle, un grande, o Macron, un piccolo, i francesi non rinunciano a sentirsi orgogliosamente francesi. Uno dei motivi è aver riconosciuto come riferimento comune la Grande Rivoluzione, che aprì l’Europa tutta alla contemporaneità.
In Italia è impossibile trovare una data identitaria comune per tutti gli italiani. Certo non può essere il 25 aprile, che segnò anche la fine – solo apparente – di una guerra civile sanguinosa, lasciando odi e morti che ancora oggi evocano un passato che non è passato, come diceva Bobbio.
Non parliamo del 2 giugno, che vide gli italiani divisi quasi a metà, i quali forse si sarebbero ricacciati in un’altra guerra civile se il buon senso di un Re, che partì per l’esilio, non lo avesse impedito, potendo fare affidamento sulla statura politica di De Gasperi. Le divisioni del 2 giugno oggi sono storicamente e politicamente superate, ma quelle del 25 aprile non sono archiviate, perché il dualismo fascismo e antifascismo non appare archiviato.
Le uniche date che restano sono quella del 4 novembre (non più festa della Vittoria, ma delle Forze Armate) e il 17 marzo 1861, che però segnò la proclamazione del Regno e non dell’Unità nazionale. Sono due date che non hanno a che fare con la storia della Repubblica. Un piccolo politico cercò di confondere le acque, “republicanizzando” il 17 marzo, definito festa della bandiera e della Costituzione e persino dell’inno, un pastrocchio privo di senso storico che non piacque a nessuno e non ebbe seguito.
Per questo motivo gli italiani, che hanno comunque una storia molto diversa dai francesi, non potranno per ora scendere in piazza a sventolare il tricolore come simbolo di unità nazionale. L’Italia dei mille campanili, l’Italia a cui fu impedito di unificarsi e che fu condannata alla perdita dell’autonomia politica, non potrà mai essere come la Francia, che ha una storia unitaria di secoli, precedente alla Rivoluzione, che ha consentito ai francesi di formarsi un’identità nazionale che neppure oggi possediamo, perché restiamo il Paese dei Guelfi e dei Ghibellini, comunque denominati. La Francia ha trovato perfino nel volto di una famosa attrice l’occasione per sentirsi francese. Le attricette italiane prestano il loro volto per le manifestazioni di partito, mai per quelle della Nazione, idea trascurata di cui scrisse il grande storico Federico Chabod.










Recentemente è stato organizzato all’Istituto Sturzo a Roma un incontro fra alcune associazioni cattoliche sul tema importante e decisivo della democrazia, della rappresentanza democratica e anche, e soprattutto, sulla riforma della legge elettorale. Un’iniziativa degna di nota che, però, è stata conclusa da due leader dell’attuale sinistra italiana. Il capo del partito populista dei 5 stelle, Giuseppe Conte e la segretaria del Pd, Elly Schlein. Nulla in contrario, come ovvio ed evidente. Ma è curioso, nonchè singolare, che una importante e significativa iniziativa di un segmento rappresentativo del mondo cattolico italiano venga conclusa da due leader politici che, al di là di ogni polemica od osservazione critica, sono quasi antropologicamente alternativi rispetto alla storia, al pensiero, alla cultura e alla tradizione del cattolicesimo politico italiano, seppur variegato e composito al suo interno. Perchè quello che stupisce, e che inquieta, è che si corre il concreto rischio che in una fase politica dove vige un radicato ed inequivocabile pluralismo politico ed elettorale dei cattolici, dove la tesi dell’unità politica fa parte di un passato ormai improponibile – anche se nella Dc nessuno, ripeto nessuno per 50 anni, ha mai sostenuto il dogma dell’unità politica dei cattolici perchè si votava la Dc per ragioni esclusivamente politiche e perchè si era in un determinato contesto storico – e dove i cattolici si distribuiscono in modo equo ed omogeneo lungo l’intero scenario politico, si riaffermi un nuovo ed inedito neo collateralismo. Un collateralismo che non parte più dal partito – o dai partiti – nei confronti del mondo associazionistico ma si manifesta al contrario. E cioè, dai movimenti verso i partiti. Che, nel caso specifico, sono anche partiti la cui ragione sociale – e del tutto legittimamente – è lontanissima da tutto ciò che è anche solo genericamente riconducibile al cattolicesimo democratico, popolare e sociale. Ora, e senza alimentare ulteriori polemiche, credo che almeno su un punto non si può non concordare. Movimenti, gruppi, laici impegnati nel sociale e cattolici direttamente presenti nell’agone politico. E cioè, nessuno, ma proprio nessuno, può intestarsi in modo arrogante ed esclusivo la rappresentanza politica del mondo cattolico. O, peggio ancora, la parte che qualcuno ritene essere più responsabile, più accorta, più coerente e più matura come sostengono i cosiddetti “cattolici adulti” di prodiana memoria. Perchè i cosiddetti ed intramontabili “catto comunisti” – una categoria che esiste da sempre, addirittura era già presente prima della fine della dittatura fascista – non esauriscono affatto l’universo cattolico nel nostro paese. E questo perchè le molteplici sensibilità religiose, spirituali, etiche, culturali, sociali e politiche presenti nella galassia cattolica vanno rispettate rigorosamente e quasi dogmaticamente tutte. Insomma, per dirla in breve, nessuno può vantare di essere “più cattolico degli altri” e nè, tantomeno, di essere più titolato per ragioni misteriose e sconosciute sul terreno della coerenza nella dimensione pubblica e quindi politica. I “sepolcri imbiancati” per dirla con Carlo Donat-Cattin nella prima repubblica o i ”cattolici professionisti”, per usare una felice espressione di Mino Martinazzoli nella seconda repubblica, sono categorie che oggi non hanno semplicemente più cittadinanza. Nè attiva e nè passiva. Con buona pace di chi continua a sentirsi o a ritenersi tale.