LIFESTYLE- Pagina 9

Piemonte a Birra dell’Anno 2026 conquista 7 ori

Il Piemonte si conferma tra i grandi protagonisti della birra artigianale italiana.
Alla  XXI edizione di “Birra dell’Anno”, il concorso organizzato da Unionbirrai, associazione di categoria di piccoli birrifici artigianali indipendenti, e svoltosi a Rimini durante Beer & Food Attraction, la regione Piemonte ha conquistato 28 riconoscimenti  complessivi, di cui sette medaglie d’oro, cinque d’argento, quattro di bronzo e dodici menzioni.
Al medagliere si aggiunge inoltre un premio speciale, che conferma la vitalità e la capacità di innovare tipiche del comparto regionale.
Le medaglie piemontesi coprono un ampio spettro di stili, dalle basse formazioni alle IPA, dalle belgian strong alle produzioni con cereali speciali e agli affinamenti, confermando la qualità tecnica e la solidità della scena craft piemontese.

A coronare il risultato arriva anche un riconoscimento speciale, il premio Best Collaboration Brew 2026, assegnato a Panaté Saison del Birrificio La Piazza di Torino, realizzata in collaborazione con Granda di Lagnasco in provincia di Cuneo. Si tratta di un premio che va oltre la singola categoria e valorizza la capacità di fare sistema, mettendo in rete competenze e identità territoriali.
Salgono sul podio, accanto al birrificio La Piazza, anche Soralamà di Borgone di Susa, Birra 100 Venti di Borgomanero, Croce di Malto di Trecate, Birrificio Balabiòtt di Domodossola, Birrificio Troll di Vernante, De Lab Fermentazioni di Diano d’Alba, Birrificio Elvo di Graglia, Birrificio Artigianale Alba di Canelli, Beer in di Portula, protagonisti con medaglie tra ori, argenti e bronzi.
Completano il quadro le menzioni che confermano la qualità diffusa del territorio, coinvolgendo anche Baladin a Barolo e ulteriori birrifici già presenti a medagliere.

“Birra dell’Anno rappresenta la fotografia più autentica del nostro movimento, in cui non contano le mode, ma il lavoro, la cura e la coerenza – ha dichiarato Vittorio Ferraris, direttore generale di Unionbirrai – In un periodo complesso, con i consumi fuori casa in calo che si riflettono sull’intera filiera, questi risultati raccontano di una comunità che non arretra. Il taglio delle accise, frutto di un impegno costante portato avanti da Unionbirrai a tutela dei piccoli produttori, ha dato ossigeno al comparto e dimostra che, quando le istituzioni ascoltano il settore, le misure possono avere un impatto concreto. Trent’anni dopo il primo fermento del 1996 celebriamo un comparto maturo, piu consapevole e competitivo. Proprio per questo ‘Birra dell’Anno’ continua a fondarsi sulla degustazione rigorosamente alla cieca. È il metodo che garantisce imparzialità, tutela il merito e rafforza la credibilità del premio, assicurando che  a vincere sia solo la qualità “.

Mara Martellotta

Il Mercoledì delle Ceneri

Con il Mercoledì delle Ceneri, la cui data è variabile, inizia la Quaresima, un periodo di penitenza e redenzione in attesa della Santa Pasqua.
Si tratta di una giornata di digiuno ed astinenza dalle carni, che segna l’inizio del lungo cammino penitenziale, quasi un deserto, che ci condurrà all’ambita meta: Pasqua.
Il Mercoledì delle Ceneri pone fine al Carnevale, il cui nome deriva da latino
carnem levare, ossia eliminare la carne, in riferimento al banchetto che si teneva il Martedì grasso. Le origini del Carnevale sono antichissime, già gli egizi celebravano la Dea Iside, in onore della quale si esibivano gruppi mascherati, mentre nelle Dionisiache greche e nei Saturnali romani lo scherzo e il divertimento erano all’ordine del giorno e venivano sciolte le formalità che solitamente contraddistinguevano e governavano la vita sociale. In occasione di quelle festività il caos sostituiva l’ordine e si lasciava spazio al divertimento e al rinnovamento simbolico.
Il giovedì di apertura del Carnevale ed il martedì successivo di chiusura si definiscono “grasso” perché si festeggia e si mangiano cibi grassi in vista del periodo di magro della Quaresima.
La celebrazione delle Ceneri nasce dall’esigenza di una pubblica penitenza dei fedeli, i quali sarebbero stati assolti dai loro peccati la mattina del Giovedì Santo.
In questa giornata il sacerdote impone ai credenti le ceneri, ottenute bruciando i rami d’ulivo benedetti la Domenica delle Palme dell’anno precedente.
Fino al Concilio Vaticano II la frase pronunciata era: “
ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai”. Dopo il Concilio è stata modificata nel modo seguente: “convertitevi e credete al Vangelo”. Questo per sottolineare i due aspetti della Quaresima: quello penitenziale e quello di conversione, preghiera assidua e ritorno a Dio.
La cenere con cui ci si cosparge il capo oggi, ricorre spesso nella Bibbia ed indica la fragile condizione dell’uomo di fronte al Signore ed un segno di pentimento.
Nelle Chiese cattoliche di Rito ambrosiano non c’è il rito del Mercoledì delle Ceneri e la Quaresima inizia la domenica immediatamente successiva; il Carnevale termina quindi con il Sabato grasso.
L’imposizione delle ceneri avviene il lunedì seguente ed il giorno di digiuno e astinenza è posticipato al primo venerdì di Quaresima.
Siccome il capo del Rito ambrosiano è l’arcivescovo di Milano, la tradizione fa risalire questa differenza di giorni al fatto che Sant’Ambrogio, nel IV secolo d.C., essendo impegnato in un pellegrinaggio, tornò in città più tardi.
In antichità la cerimonia prevedeva l’imposizione delle ceneri sul capo del Papa per mano del cardinale protovescovo, si teneva nella Basilica di Sant’Anastasia al Palatino ed era seguita dalla processione penitenziale, che saliva fino alla prima stazione quaresimale della Basilica di Santa Sabina all’Aventino. Qui i pontefici celebravano la S. Messa e pronunciavano la loro omelia. Questa tradizione, interrotta nel Settecento, è stata ripresa da Papa Giovanni XXXIII nel 1962.
I riti oggi prendono il via dalla Chiesa benedettina di Sant’Anselmo.
In molte parti d’Italia, dopo la S. Messa delle Ceneri, si purificava con il fuoco la grattugia per prepararsi alla penitenza seguendo un’antica usanza pagana: in questo modo ci si preparava infatti all’assoluto divieto di mangiare carne e tutti quegli alimenti di derivazione animale come formaggio e latte. La grattugia, una volta purificata, era pronta per passarvi il pane raffermo che, sfarinato, costituiva la base principale per la preparazione dell’unico condimento consentito nel periodo quaresimale. Il pangrattato, fritto in olio di oliva, lo si mescolava con acciughe salate, soffritte a parte.
Negli anni passati, in un recipiente si seminavano grano, orzo e lenticchie, che tenuti in penombra ed annaffiati regolarmente, germogliavano prendendo un colore giallastro; da qui il nome di piante vergini, che significa non contaminate dalla luce. Il Giovedì Santo venivano portate in chiesa e posizionate sull’altare.
Un’altra usanza è quella di preparare un fantoccio di stoffa con i caratteri di una donna anziana, unito ad una patata nella quale sono infilzate sette penne di gallina vecchia che non fa più uova.
Il burattino viene posizionato all’esterno delle abitazioni e ogni venerdì di Quaresima una penna viene estratta e bruciata. Il Venerdì Santo la vecchietta viene arsa con l’ultima penna rimasta conficcata nella patata. Quest’usanza è legata ai simboli della morte e della non prolificità.
Secondo un proverbio, se il giorno delle Ceneri il tempo è bello, l’inverno è terminato, se piove il freddo proseguirà.

ANDREA CARNINO

Valle d’Aosta, cuore verde con un patrimonio naturale vivo

Il patrimonio vivo valdostano, quello silenzioso, forte e verticale, quello radicato, protettore naturale e infrastruttura dell’ossigeno. Dal pioppo tremulo all’abete bianco, coerente sempre, saliamo in quota nella regione più alta d’Italia, dove il verde dei boschi è delle foreste smette di dominare il paesaggio.

Una passeggiata nel bosco, lo scricchiolio dei rami secchi ad ogni passo, tutto intorno timide primule, il viola della fioritura dell’erba trinità, in compagni delle violette. Spiccano nel verde profumato del sottobosco, potente e vivace, fieramente protetto dall’ombra di chiome e cime avide di raggi solari: è subito primavera, ci riempiamo il petto d’ossigeno e l’energia pervade il tutto. Si, perché c’è chi associa la montagna alla neve, alle sciate su e giù per i pendii, e chi invece la riscopra all’annuncio della primavera, e non vede l’ora di apprezzarla tra passeggiate nei boschi ed immergersi nella potenza silenziosa degli alberi.

La Valle d’Aosta ha davvero molto da raccontare in quanto flora e specie arboree. Circa duemila specie diverse di piante e alberi su un totale di 5.600 varietà catalogate per l’intera flora italiana, e il 33% della superficie è ricoperta da boschi, circa 1080 km² su 3261 totali. La quasi totalità dei boschi si trova nei piccoli Comuni, la vera anima della Regione, dove natura e comunità convivono in equilibrio. Il Parco Nazionale del Gran Paradiso, fondato nel 1922, offre un affresco completo alla flora alpina: nel fondo valle crescono betulle, frassini, pioppi tremolio e sorbi degli uccellatori, mentre sopra i 1200 metri dominano pini cembri e abeti bianchi. Particolarmente suggestiva la visita al giardino alpino “Paradisia”, situato a oltre 1700 metri di quota, a Val Non Tey, dove centinaia di specie alpine, tra cui il fiore che dà il nome al giardino stesso, offrono una biodiversità che rendo omaggio alla ricchezza vegetale del parco. A Cogne, il bosco di Sylvenoire è un altopiano boscoso che sembra uscito da un racconto di montagna. Tra abeti bianchi e maestosi larici, il sentiero serpeggia come un nastro nel verde, invitando a un passeggiata lenta e rigenerante attraverso atmosfere che cambiano con la luce del giorno.

La varietà vegetale crea habitat ideali per stambecchi, camosci e marmotte, e per il ritorno dei lupi. Oltre ai parchi molti boschi hanno funzione di protezione: difendono piccoli villaggi da valanghe e frane. Esempi millenari sono il bosco di larici di Artalle a Rhêmes-Notre Dame, che protegge il paese dalle valanghe da oltre quattro secoli, e la flotta di Bien in Balsavarenche, che custodisce esemplari secolari in un equilibrio perfetto tra natura e uomo. Se il Gran Paradiso è il cuore della tutela alpina, il Parco Naturale del Mont Avic è la sua anima più segreta e intatta, il primo parco naturale della  Valle d’Aosta e si stende su 7300 ettari tra Champ de Praz, Champorcher e Fénis, abbracciando paesaggi che paiono scolpiti da mani antiche e silenziose. Mont Avic non è solo un nome, ma una promessa di spazi aperti, acqua che racconta il tempo. Qui i boschi dominano i pendii, dando vita alla più estesa foresta di pino uncinat9 della Valle d’Aosta, una formazione che non ha eguali per estensione e suggestione. L’elemento caratteristico del parco sono le zone umide alpine: un equilibrio raro e delicato tra selvatico e domestico, dove la natura mantiene il suo respiro più autentico, e dove il visitatore è chiamato a sentire, e non solo vedere, le storie che il paesaggio vuole raccontare.  Molto note sono anche le riserve naturali del Mont Mars, alla testata del Vallone del torrente Pacoula, nei dintorni di Fontainemore; a Bressan la riserva naturale Côte de Gargantua, piccolo scrigno di natura steppica, in pieno cuore valdostano.

Per chiunque voglia alloggiare in Valle d’Aosta, il portale Booking Valle d’Aosta rappressnta lo strumento di prenotazione dei soggiorni, gestiti direttamente dall’ufficio regionale del turismo, e offre l’elenco delle strutture ricettive della Valle d’Aosta ( alberghi, rta,  B&B, agriturismi, appartamenti), con la possibilità di prenotare direttamente online senza intermediari e senza alcun costo di prenotazione, selezionando in base al comprensorio o al tipo di esperienza desiderata.

Mara Martellotta

Grande successo di pubblico per il Carnevale di Rivoli

Il sole e una grande partecipazione di pubblico hanno accompagnato domenica 15 febbraio scorso la sfilata della 72esima edizione del Carnevale di Rivoli, trasformando corso Susa e corso Francia in un lungo percorso di festa, colori e tradizioni. Fin dal mattino, famiglie, bambini e cittadini hanno riempito le vie della città per assistere a carri allegorici e gruppi partecipanti, confermando il Carnevale come uno degli appuntamenti più sentiti della comunità.

La sfilata si è svolta all’interno dell’ottava edizione del Carnevale delle Due Province, realizzato grazie alla collaborazione della Fondazione Amleto Bertoni di Saluzzo e la partecipazione di cinque carri allegorici provenienti dal territorio. A conquistare il primo posto è stato il carro di Cavour, con “La foresta delle illusioni”, seguito dai gruppi di Nichelino, Carmagnola, Piobesi e Pinerolo. Creatività, impegno e passione hanno caratterizzato tutte le parti del concorso, contribuendo al successo della manifestazione. Determinante il lavoro organizzativo della Pro Loco di Rivoli, affiancata dalla Polizia Locale di Rivoli, dalle Forze dell’Ordine, dai gruppi locali, dalle associazioni cittadine e dai numerosi volontari che hanno garantito lo svolgimento in sicurezza e con grande attenzione al pubblico. Un impegno condiviso che rende ogni anno possibile la realizzazione  di una manifestazione capace di unire tradizione, collaborazione tra i territori e partecipazione popolare.

“Il Carnevale di Rivoli è una tradizione che continua a rinnovarsi grazie alla partecipazione della comunità e al lavoro prezioso di associazioni e volontari – dichiara il Sindaco di Rivoli Alessandro Errigo – la grande presenza di famiglie lungo il percorso della sfilata dimostra quanto questi momenti siano importanti per la città. Ringrazio la Pro Loco, le Forze dell’Ordine, la Polizia Locale e tutte le realtà coinvolte per l’impegno e la collaborazione che hanno reso possibile questa giornata di festa”.

Anche quest’anno il Carnevale si conferma un’occasione importante di socialità e identità collettiva, capace di coinvolgere cittadini, associazioni e realtà del territorio in un lavoro comune che valorizza la città e le sue tradizioni.

Mara Martellotta

Che Bolle in Pentola: un angolo di Toscana che profuma di casa

SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO
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Nel cuore di Torino, in Via Rivara, c’è un luogo che sembra essere stato trasportato di peso dalle colline toscane e collocato con delicatezza nel Borgo Campidoglio. Il suo nome è Che Bolle in Pentola, un ristorante piccolo ma ricercato, curato nei dettagli con una passione che si percepisce già dal primo passo oltre la porta. Qui la tradizione non è solo un concetto astratto, è un modo di accogliere, di cucinare, di raccontare. È l’anima stessa del locale, resa viva ogni sera dal suo titolare, Dario, figura carismatica e simpatica, capace di trasformare una cena in un incontro, un pasto in un’esperienza che profuma di autenticità. Dario non è il cuoco, ma è il cuore pulsante del ristorante, è lui che dà vita al locale, che accoglie gli ospiti come se fossero amici di vecchia data, che intrattiene, che sorride, che suggerisce un piatto, una bottiglia, una storia. La sua presenza riempie il ristorante tanto quanto il profumo delle pietanze e nel locale c’è addirittura un dettaglio che racconta quanto lui sia parte integrante di questo piccolo mondo, perché sul soffitto campeggia un disegno che raffigura il suo volto, una piccola opera che cattura lo spirito del posto, un mix di ironia, familiarità e personalità.
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La cucina toscana che conquista Torino
La proposta culinaria è totalmente dedicata alla Toscana vera, quella delle ricette tramandate, dei sapori intensi ma sinceri, delle materie prime scelte con attenzione. La carta degli antipasti apre le danze con una serie di proposte che parlano la lingua della tradizione, dai crostoni ai fegatini ricchi e saporiti al tagliere di salumi e formaggi che riporta subito al profumo delle botteghe senesi, dalla panzanella fresca e aromatica all’insalata di farro con verdure croccanti, fino ai funghi porcini fritti quando la stagione lo permette e alla finocchiona accompagnata dal pecorino, una combinazione capace di raccontare la Toscana in un solo morso. Ogni antipasto è una porta d’ingresso che conduce a un mondo di sapori chiari, riconoscibili e autentici. I primi piatti rappresentano un altro grande motivo per cui i clienti tornano volentieri, perché le tagliatelle al ragù di cinghiale sono probabilmente il simbolo del ristorante, una pasta che profuma di bosco e cattura l’essenza della tradizione toscana. Accanto a loro si trovano i pici cacio e pepe, corposi e avvolgenti, la pasta ai funghi porcini che conquista con il suo profumo intenso, gli gnocchi con zucca e guanciale che uniscono dolcezza e sapidità e alcune varianti stagionali che seguono il mercato e l’ispirazione dello chef. Sono piatti che non cercano di stupire con artifici moderni, ma con la verità delle ricette di una volta, quelle che scaldano e rassicurano.
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Il dolce che è diventato un mito
E poi c’è lei, la panna cotta, il dolce che da solo merita una visita al ristorante. Non si tratta di una panna cotta qualunque, ma del cavallo di battaglia del locale, un dessert così apprezzato da aver attirato negli anni clienti da tutto il Piemonte, persone che attraversano chilometri solo per ritrovare quella consistenza morbida e vellutata che non ha nulla della rigidità di un budino, ma si scioglie dolcemente al palato lasciando una cremosità elegante e un gusto sublime. È un dolce semplice, ma reso speciale da un equilibrio perfetto e dalla cura con cui viene preparato, diventato una piccola leggenda per gli affezionati che considerano la sua presenza in carta un appuntamento irrinunciabile a fine pasto.
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Un’esperienza che scalda il cuore
Che Bolle in Pentola non è un ristorante che si visita distrattamente, è un luogo che si vive, grazie alla sua atmosfera raccolta e all’accoglienza genuina che lo pervade. È un posto piccolo ma pieno di carattere, dove ogni dettaglio sembra raccontare una storia, dalle luci calde al sorriso di Dario, dai piatti che parlano di Toscana ai tavoli vicini che favoriscono la socialità, le risate, il clima di casa. Aperto solo a cena, dal lunedì al sabato, offre l’occasione perfetta per concedersi una serata diversa, un viaggio culinario senza allontanarsi dalla città. E forse è proprio questo il segreto di Che Bolle in Pentola, un posto che non ha bisogno di grandi insegne o di mille coperti per lasciare il segno, perché ciò che conquista è la naturalezza con cui si entra a far parte della loro storia, una storia fatta di sorrisi, di piatti che parlano da soli, di serate che scorrono leggere come se si fosse davvero in una casa toscana lontano dal caos cittadino. Chi sceglie di cenare qui scopre un angolo autentico in cui tornare diventa quasi inevitabile, un rifugio di sapori e di umanità che difficilmente si dimentica quando si lascia il locale e si esce nella notte torinese con la promessa di tornare presto.
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Noemi Gariano

Fondazione Paideia a Cioccolatò: Coriandoli di cioccolato

Martedì 17 febbraio prossimo, alle ore 16, la biblioteca della Fondazione Paideia si trasformerà in un laboratorio goloso, creativo e inclusivo per bambini e bambine. Il pomeriggio avrà il titolo “Coriandoli di cioccolato. Che delizia il Carnevale!”. Sarà un pomeriggio di storie, maschere e fantasia  pensato per rispettare i tempi e le esigenze di ogni piccolo partecipante. Per concludere, in dolcezza, una merenda semplice ma irresistibile, pane e cioccolato.

Fondazione Paideia da oltre trent’anni si prende cura dei bambini con disabilità e delle loro famiglie, promuovendo inclusione, benessere e creatività attraverso attività educative, culturali e di supporto concreto. L’appuntamento è aperto a tutti I bambini e alle loro famiglie, un’occasione per divertirsi insieme, condividere sorrisi e lasciar volare la fantasia.
Come parte della collaborazione con Cioccolatò 2026 Fondazione Paideia è anche Charity Partner della manifestazione,  un modo speciale per unire il piacere del cioccolato a un gesto concreto di sostegno alle attività della Fondazione, nata nel 1993 per iniziativa delle famiglie torinesi Giubergia e Argentero. Si tratta di un ente filantropico che opera per offrire un aiuto concreto ai bambini con disabilità e alle loro famiglie.
È  stato scelto il termine “paideia”  che in greco significa infanzia, crescita, educazione, formazione. Paideia offre accoglienza, sostegno e momenti felici ai bambini con disabilità e alle loro famiglie, prendendosi cura di genitori, fratelli, sorelle e nonni, affinché ognuno possa esprimere al meglio le proprie potenzialità. L’obiettivo è sostenere la crescita dei bambini e di chi si cura di loro, partecipando alla costruzione di una società più inclusiva e responsabile.

Mara Martellotta

La fonduta di caciocavallo è perfetta sui paccheri

I Paccheri sono un formato di pasta molto versatile e i modi per gustarli sono infiniti. Ve li propongo accompagnati da una setosa e avvolgente fonduta di Caciocavallo. Un primo piatto sostanzioso, gustosissimo e particolare. 
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Ingredienti 

350gr. di pasta “Paccheri” 
100gr.di formaggio Caciocavallo 
100ml. di panna liquida 
4 cucchiai di granella di pistacchi 
2 pomodorini secchi 
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Grattugiare il Caciocavallo con una grattugia a fori grandi. Scaldare la panna, sciogliere mescolando il formaggio sino ad ottenere una crema liscia. Nel frattempo cuocere la pasta in acqua salata. Quando cotta versare in una terrina, condire con la fonduta e cospargere con la granella di pistacchi ed un trito di pomodorini secchi. Servire subito. 

 

Paperita Patty 

Gli antipasti più golosi di Torino

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SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO
Torino è una città che ama la tavola e che custodisce una tradizione culinaria ricca, elegante e allo stesso tempo popolare. Tra tutte le sue specialità gli antipasti occupano un posto centrale perché rappresentano il modo in cui i torinesi aprono il pasto e introducono l’ospite alla loro storia gastronomica. Gli antipasti torinesi sono un insieme di sapori antichi, spesso legati alla cucina contadina o alle case nobili, e mostrano un equilibrio molto caratteristico tra sapidità, delicatezza e rispetto degli ingredienti. Raccontare questi piatti significa raccontare una parte della città e del suo modo di vivere la convivialità.
foto A. Pisano
Vitello tonnato e tonno di coniglio
Il vitello tonnato è forse il più conosciuto degli antipasti torinesi e uno dei più rappresentativi. La sua presenza sulle tavole piemontesi è quasi inevitabile nelle occasioni importanti. La ricetta tradizionale prevede un taglio di carne come il girello, cotto lentamente in un brodo aromatico con verdure, vino e spezie. Una volta raffreddato viene affettato sottilmente e coperto con una salsa ottenuta frullando tonno, uova sode, acciughe, capperi e un poco del fondo di cottura. La cremosità della salsa deve essere equilibrata, senza risultare troppo pesante, e il sapore del tonno deve fondersi con la delicatezza della carne senza sovrastarla. Ogni famiglia ha la sua variante ma la struttura del piatto resta sempre la stessa. Esiste anche una versione moderna, spesso preparata con carne appena scottata e una salsa più leggera, ma a Torino la preferenza resta quasi sempre per la versione classica.
Accanto al vitello tonnato c’è il tonno di coniglio, un altro antipasto tipico che porta un nome curioso. Qui il tonno non c’entra nulla perché il protagonista è il coniglio che, dopo essere stato disossato e cotto in acqua aromatizzata con erbe e vino bianco, viene conservato sott’olio proprio come fosse un pesce. Il risultato è una carne morbida e saporita che si serve fredda, accompagnata da cipolle, carote o semplicemente da alcune foglie di insalata. La preparazione richiede pazienza perché il coniglio deve riposare almeno un giorno immerso nell’olio aromatizzato che ne esalta il sapore. Questo piatto nasce dalla necessità di conservare la carne e oggi è diventato un simbolo della cucina rustica piemontese, semplice e raffinata allo stesso tempo.
Insalata russa e acciughe al verde
L’insalata russa è presente in molte regioni italiane, ma a Torino ha sempre trovato una collocazione particolare negli antipasti. La preparazione tradizionale prevede patate, carote e piselli tagliati a piccoli cubetti e cotti in modo da restare compatti. Le verdure vengono poi mescolate con una maionese fatta in casa che deve risultare vellutata ma sostenuta, così da avvolgere gli ingredienti senza sfaldarli. In alcune case si aggiunge anche il tonno, in altre le uova sode, ma la versione più diffusa è quella più semplice, in cui la freschezza delle verdure e la morbidezza della salsa bastano da sole. A Torino l’insalata russa è un antipasto senza tempo, servito nelle feste, nei pranzi domenicali e persino nelle trattorie storiche della città.
Un altro grande classico sono le acciughe al verde, una preparazione profondamente piemontese che unisce la sapidità delle acciughe alla freschezza del prezzemolo. La salsa verde si prepara tritando finemente prezzemolo, aglio, capperi, pane ammorbidito in aceto e olio extravergine di oliva. Il composto deve essere omogeneo, brillante e profumato. Le acciughe conservate sotto sale vengono pulite con cura, sciacquate e asciugate, poi immerse nella salsa e lasciate riposare per qualche ora. Il risultato è un antipasto deciso ma equilibrato che racconta la storia della città, un luogo dove la cucina povera ha sempre saputo trasformarsi in sapore autentico.
Peperoni con bagna cauda e giardiniera piemontese
Tra gli antipasti che rappresentano più da vicino il territorio non possono mancare i peperoni con bagna cauda, una delle combinazioni più apprezzate dai torinesi. I peperoni vengono solitamente arrostiti interi finché la pelle non si stacca con facilità, poi tagliati in falde e disposti a strati. La bagna cauda è una salsa calda a base di aglio, acciughe e olio, tradizionalmente servita come piatto conviviale ma utilizzata anche come condimento per gli antipasti. La sua intensità si sposa perfettamente con la dolcezza naturale dei peperoni. Nelle famiglie torinesi è un antipasto diffusissimo nei mesi freddi, mentre in estate si preferisce servire i peperoni arrostiti con olio, sale e acciughe fredde, una versione più leggera ma sempre legata alla tradizione.
La giardiniera piemontese merita un posto speciale perché rappresenta un piccolo ritratto dell’orto. Carote, sedano, cavolfiori, cipolline e peperoni vengono tagliati e sbollentati in acqua e aceto, poi lasciati riposare in barattoli colmi di verdure e liquido di conservazione. Il risultato è un insieme di sapori vivaci e leggermente aciduli che accompagnano perfettamente salumi e formaggi ma che a Torino vengono serviti anche come antipasto autonomo. La giardiniera è un piatto legato alla stagionalità e alla tradizione del conservare, un gesto che appartiene ancora oggi alle famiglie che tramandano le ricette di generazione in generazione.
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La tradizione torinese
Gli antipasti torinesi raccontano una città che ha sempre saputo unire eleganza e concretezza. Ogni ricetta porta con sé una storia e un legame con il territorio. Non si tratta soltanto di piatti da assaggiare ma di piccole testimonianze culturali che mostrano quanto la cucina piemontese sia varia e ricca pur partendo da ingredienti semplici. Torino non offre soltanto una tradizione culinaria solida, ma anche un modo di vivere la tavola che privilegia il tempo condiviso e il piacere di gustare cibi preparati con cura.
Chi visita la città resta spesso sorpreso dalla quantità di antipasti proposti nei ristoranti e nelle trattorie. È un rituale che introduce al pasto e che esprime la filosofia gastronomica torinese, basata sulla lentezza e sulla qualità. La varietà degli antipasti permette di scoprire diversi aspetti della cucina locale, dai sapori decisi della bagna cauda alla delicatezza del vitello tonnato. Ogni piatto ha una sua identità precisa e insieme formano un mosaico che rappresenta bene il carattere della città.
Torino non ha mai abbandonato la sua tradizione, anzi l’ha resa un punto di forza. Gli antipasti continuano a essere la porta d’ingresso ideale per chi desidera conoscere la cultura gastronomica piemontese. Preparazioni come il tonno di coniglio, le acciughe al verde, i peperoni arrostiti e l’insalata russa resistono al passare del tempo grazie alla loro semplicità e alla loro autenticità. Sono piatti che non seguono soltanto la moda del momento ma che rimangono, anno dopo anno, parte fondamentale delle tavole torinesi.
Gli antipasti di Torino sono molto più di un inizio del pasto. Rappresentano un patrimonio, un modo di raccontare la città attraverso sapori che hanno radici profonde. Chiunque si sieda a una tavola torinese scoprirà che questi piatti non sono semplici ricette ma frammenti di storia, conservati e tramandati con cura. È proprio questa continuità a rendere la cucina torinese così affascinante e a fare degli antipasti una delle sue espressioni più autentiche.
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NOEMI GARIANO