LIFESTYLE- Pagina 71

L’Altro Campagnolo. Il gusto autentico di Monica e Flavio a Candiolo

/
SCOPRI-To Alla scoperta di Torino 
Tra le colline che fanno da corona a Torino, in una cornice calda e familiare, sorge L’Altro Campagnolo, ristorante condotto con passione da Monica Sbaragli e Flavio Ponzo, coppia nella vita e nel lavoro. Qui, l’eredità lasciata dai genitori di Flavio si rinnova ogni giorno, mettendo al centro materie prime d’eccellenza, piatti dal sapore radicato e un’ospitalità che ti fa sentire subito a casa.
Il locale ha saputo conquistare negli anni una clientela affezionata, grazie a una cucina che parla piemontese ma sa anche sorprendere, un servizio attento senza rigidità e un ambiente accogliente che fa della semplicità il suo tratto distintivo. D’estate, poi, la bella area esterna regala uno spazio verde perfetto per pranzi e cene all’aperto, lontani dal rumore della città.
3
Antipasti che aprono il viaggio: fassone, uovo poke e aromi di stagione.
L’esperienza gastronomica inizia con una scelta mirata di antipasti: il fassone piemontese si declina in tre versioni – battuta al coltello, vitello tonnato e girello marinato – esaltando la qualità della carne e il rispetto per la materia prima. Ogni assaggio è calibrato, sincero, con il sapore protagonista senza sovrastrutture.
Tra le proposte più originali c’è l’uovo poke, una preparazione che mette insieme la cremosità dell’uovo, la dolcezza sapida della toma e il tocco fresco degli asparagi. È un piatto moderno ma perfettamente coerente con l’identità del ristorante: legato al territorio ma aperto alla sperimentazione.
Completano l’offerta altri antipasti stagionali, pensati in base alla disponibilità degli ingredienti e alla creatività dello chef, con una sensibilità particolare per il bilanciamento dei sapori e la leggerezza.
Una sinfonia di primi e secondi: tajarin, risotto e carni selezionate
I primi piatti sono un vero punto di forza: imperdibili i tajarin ai tre ragù, pasta fatta in casa condita con sughi diversi, dal classico ragù di carne a varianti più delicate o rustiche per un’esplosione di gusto che resta impressa. La pasta sottile, saporita, cattura perfettamente ogni salsa, e trasmette subito l’idea di una cucina curata, concreta.
Tra le proposte più sorprendenti c’è il risotto con pesche e funghi, un accostamento fuori dagli schemi che però convince grazie al gioco tra dolce e umami. È il classico piatto che incuriosisce sulla carta e conquista al primo assaggio, dimostrando che si può innovare senza strafare.
I secondi ruotano principalmente attorno alle carni, protagoniste indiscusse del menù: tagli selezionati, cotture attente, abbinamenti pensati per valorizzare il gusto naturale. Ogni piatto riflette la filosofia del ristorante: pochi elementi ma scelti con cura e portati al massimo della loro espressione.
Il gran finale: gelato artigianale e dolci d’eccellenza.
Il momento del dolce è tutt’altro che un semplice “di più”. Qui, il gelato viene preparato artigianalmente poco prima di essere servito, direttamente da Monica e Flavio. Il risultato è un prodotto cremoso, freschissimo, che cambia completamente l’esperienza rispetto ai classici dessert da freezer.
Le versioni con caramello salato e amarene sono tra le più amate, ma d’estate conquista anche l’abbinamento con la pesca fresca, in un connubio che sa di sole e semplicità. Accanto al gelato, la carta dei dolci offre anche altre proposte più strutturate, tutte accomunate dallo stesso principio: ingredienti veri, lavorati con passione.
Monica e Flavio hanno realizzato un ristorante che va oltre il semplice mangiare bene. L’Altro Campagnolo è un posto dove si respira la cura quotidiana, la passione per le cose fatte bene, la voglia di offrire un’esperienza che rimanga nel ricordo. Un ristorante che ha saputo crescere senza perdere il suo cuore e che continua ogni giorno a raccontare una storia fatta di sapori, famiglia e ospitalità autentica.
Un posto da provare almeno una volta, ma dove si finisce sempre per tornare.
NOEMI GARIANO

Estate in Piazza d’Armi

Ieri sera giovedì 12 giugno 2025 è stata inaugurata la stagione estiva in Piazza d’Armi: tra le varie proposte ecco la consueta risposta dei tanti ballerini che da ben 17 anni seguono l’iniziativa del giovedì sera “Old Wild West”, a cura di Mapi Gualdi, oramai diventata nel corso del tempo un vero e proprio “must” del Country. Tra le realtà presenti, i Wild Angel, da anni è la scuola più grande d’italia presente in 9 regioni e da quasi un anno  anche sul territorio piemontese.
Il prossimo appuntamento è per giovedì 19 giugno, sempre in piazza d’Armi.

Igino Macagno

Sauze d’Oulx, ritorna la festa patronale di San Giovanni Battista

Torna la festa patronale di San Giovanni Battista  a Sauze d’Oulx e si arricchisce  di novità.  Dal 21 giugno al 5 luglio la festa patronale torna alle sue antiche origini.

Ad organizzare i festeggiamenti patronali saranno anche quest’anno il Consorzio Turistico Fortur, insieme al Comune di Sauze d’Oulx, ed i giovani di Sauze d’Oulx, i SanGiovannini,  il comitato spontaneo di giovani di Sauze che si tramanda di generazione in generazione.

“Siamo veramente soddisfatti per essere riusciti anche quest’anno ad organizzare i festeggiamenti patronali di San Giovanni. Organizzare eventi è sempre più  complicato – spiega l’assessore al Turismo Davide Allemand – ma con il concorso di tutti si riesce ad offrire anche qualcosa di nuovo alla cittadinanza e ai turisti come è nel programma di quest’anno.  Un grazie di cuore va quindi al Consorzio Fortur e ai Sangiovannini  che sono il cuore pulsante della festa. Diamo a tutti appuntamento agli eventi di San Giovanni e in particolare alla festa del farò con i fuochi artificiali, che rimangono l’elemento più tradizionale della festa. Un invito anche a partecipare alla Processione, che è un momento di fede importante per la nostra comunità “.

Primo appuntamento dei festeggiamenti patronali sarà sabato 21 giugno  con la serata danzante con l’orchestra ‘Gli Smeraldi’ dalle 20.30 presso il parco giochi “Vincent Hawkins”.

Domenica 22 giugno all’Adventure Village alle ore 18 Serata Adrenalina e Agriburgher e dalle 20 Dj set con Alain Dj.

Lunedì 23 giugno ecco il tradizionale falò di San Giovanni in località Cramayons con lo spettacolo pirotecnico e intrattenimento intorno al fuoco con gofres, vino e bevande. La serata proseguirà con le serenate per le vie del paese. Martedì  24 giugno celebrazione della festività di San Giovanni, alle ore 10.30 presso la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, processione e Santa Messa con rinfresco e intrattenimento al termine della celebrazione.

I festeggiamenti proseguiranno poi giovedì 26 giugno all’Adventure Village con una “Serata di defaticamento” alle ore 18 e dalle 20 djset con rinfresco e premiazioni con classifica à sorpresa.

I festeggiamenti patronali proseguiranno, secondo tradizione, mercoledì 2 luglio con una processione che, alle  ore 11, partendo dalla Cappella di Santa Elisabetta in via Dolmaire, raggiungerà  Richardette  con Santa Festa e Festa delle Famiglie di Sauze d’Oulx, con giochi e intrattenimenti.

L’altra novità di quest’anno chiuderà i festeggiamenti patronali sabato 5 luglio. Dalle ore 17 il parco giochi “Vincent Hawkins” ospiterà  “Aperitractor” in occasione del Tractor Day, con gofres per tutti e djset. I SanGiovannini ringraziano il Comune di Sauze d’Oulx, il Consorzio Turistico Fortur, la Pubblica Assistenza, il parroco don Giovanni Nervo , i Volontari della Protezione Civile, il servizio antincendio e tutti i sostenitori che hanno reso possibile questa manifestazione.

Mara Martellotta

“Crossa a sinistra, boia di un mondo…”

Sullo spelacchiato rettangolo  del campo sportivo di Torre Beretti, come ogni inizio d’estate, andava in scena la sfida calcistica tra le formazioni delle sezioni comuniste della Lomellina. Carletto Ramenghini, titolare di una ditta impegnata nell’ecologia  ( “un compagno che si era fatto un nome con il sudore della fronte”), era il principale sponsor della competizione sportiva. Aggiudicarsi il trofeo “Carletto Spurghi”, era l’ ambito obiettivo  di ogni squadra che, per essere più competitiva, cercava di rafforzare la propria “rosa” con i migliori calciatori in circolazione.

 

Se la Dinamo Gambolò e il Rapid Mortara si potevano avvalere dell’apporto del miglior portiere l’una ( Duilio Saracineschi che, sin da piccolo e già dal nome, era un predestinato)  e del più prolifico attaccante l’altra ( l’Azeglio Fromboli, detto anche “Kalashnikov”, ormai quasi quarantenne segretario della locale sezione ma con l’esperienza calcistica di un decennio tra i semiprofessionisti lombardi), la Torpedo di Robbio puntava tutto sui giovani e il “Grido del Popolo” di Vigevano sui fratelli Taccoletti, ex giocatori del Pavia in serie C. Il Sartirana e lo Scaldasole faticarono a mettere in campo due formazioni e non sfuggirono ad un certo anonimato. Le altre due squadre  erano l’Idraulica Bodoni ( Vladimiro “Lenin” Bodoni  era di Groppello Cairoli) nella quale militava Evaristo Trepassi, vecchia gloria del Brescia, e i padroni di casa del Torre Beretti , allenati da Liborio Venticelli, indimenticata mezz’alta del Monza negli anni sessanta che, avendo sposato la signora Clelia Fortini, zia del sindaco comunista, era imparentato con la massima autorità locale. Il Torre Beretti, con la tradizionale divisa giallo-blu, aveva i suoi punti di forza in “mastino” De Rulli, delegato della CGIL, di mestiere carpentiere e mediano di vocazione come del resto l’altro pilastro del centrocampo, Tommaso Sgnaffoli, detto “cagnaccio” per la tenacia e il mordente con cui affrontava gli avversari. Gli altri due degni di nota erano Vincenzo Gasparotti,  terzino in campo e falegname fuori, ribattezzato dal pubblico “il piallatore” poiché tendeva ad applicare al diretto avversario la stessa tecnica riservata nel trattamento del legname, e Leolpoldo Leopoldini ( per tutti Poldo), che di soprannomi ne vantava ben due. La scelta era indotta dalla necessità. essendo difficile riassumere doti e caratteristiche in un solo soprannome: “poiana”, in quanto predatore d’area, e “fondoschiena” per l’incredibile fortuna che accompagnava il più delle volte  le sue prestazioni. Poi, ovviamente, c’era lui, il centrattacco di sfondamento, l’uomo-goal del Torre Beretti, Palmiro Taglietti. Soprannominato dai critici “Il vitellone”, si era fatto ricamare sulla maglia, all’altezza del cuore, un umile e modesto “il Migliore”. Il torneo, ad eliminazione diretta, dimezzati dopo il primo turno i contendenti ( il Torre Beretti “regolò” lo Scaldasole per tre a zero, con una doppietta del “poiana” e un contestatissimo goal del Taglietti che, imitando Maradona contro l’Inghilterra, infilò la sfera alle spalle dell’allibito estremo difensore avversario colpendola con il pugno chiuso), stabilì le semifinaliste. La Dinamo Gambolò travolse sei a zero l’inconsistente Sartirana mentre i padroni di casa faticarono sette camicie per aver ragione con il minimo scarto dei bianco-viola groppellesi dell’Idraulica Bodoni. La sera della finalissima si scatenò il putiferio. Già nel pomeriggio la pioggia, caduta copiosamente, aveva trasformato il campo in un acquitrino. Il pallone rimbalzava a malapena e, di tanto in tanto, incontrando una pozzanghera, s’impantanava tristemente. Il temporale, con uno sfolgorio di saette e grancassa di tuoni, non scoraggiò le due tifoserie che gremirono gli spalti, incuranti della pioggia, in un tripudio di bandiere rosse e slogan. Su quel terreno pesante la tecnica del centrocampo del Gambolò risultava evidentemente penalizzata , lasciando spazio alla foga muscolare di Taglietti e dei suoi. Liborio Venticelli, il trainer del Torre Beretti che non avevano mai vinto il torneo in precedenza, era stato chiaro: “Questa volta non si va in bianco, eh ragazzi?! Bisogna portare palla senza buttarla via, tenere la testa a posto, non far passare la metà campo a quelli là e cercare Palmiro per lo sfondamento. Ci siamo capiti? E tu, cagnaccio,ricordati: crossa a sinistra, boia di un mondo!”. Dopo i primi quarantacinque minuti i quattordici giocatori ( sette per parte) erano delle maschere di fango dopo essersele date di santa ragione, correndo a perdifiato su e giù per le fasce, randellandosi in epici scontri a centrocampo senza quasi mai affacciarsi nelle due aree piccole. Il risultato vedeva in vantaggio il Gambolò di una segnatura, frutto di un missile calciato da venticinque metri dall’ala sinistra dei gambolesi, tal Martinelli Eugenio, detto “Molotov”. La ripresa vide però la riscossa del Torre Beretti con uno scatenato Taglietti che urlava, sotto la pioggia battente, “Compagni, che lotta. Esaltiamoci, attacchiamoli, schiantiamoli. Facciamo venir fuori gli spiriti animali. Siamo come la Guardia Rossa che marcia alla riscossa!!”. Ululava il centrattacco, sbracciandosi per dare la carica. Il pubblico locale sosteneva la sua compagine cantando a squarciagola l’Internazionale..”compagni, avanti il gran partito…”, inanellando una rima dietro l’altra. Quando un lungo lancio del “piallatore” scodellò la sfera sul sinistro del centravanti,Palmiro  fulminò Saracineschi. Sull’uno pari la battaglia in campo divenne durissima e, grazie a un fallo un po’ dubbio in area, i padroni di casa si trovarono tra i piedi un bel rigore per passare in vantaggio. Taglietti ululò che, essendo “il Migliore”, toccava a lui tirare il penalty ma l’allenatore non volle sentir ragioni  e, nonostante la cascata d’insulti che lo investì, ordinò a “poiana” Leopoldini di battere dal dischetto. Detto e fatto, il Torre Beretti rovesciò il risultato e resistette fino allo scadere, non senza fatica , agli assalti all’arma bianca dei furibondi gambolesi. Nel tripudio generale, placati gli animi e accettato da tutti il risultato che assegnava il trofeo “Carletto Spurghi” ai locali, l’unico che brontolava era proprio Palmiro Taglietti: “’Va là che dovevo tirarlo io il rigore. Se segnavo, boia cane, impazzivano tutti per me e potevo fare un po’ il gallo in giro. Ma andate tutti a …..!”. Nessuno si fece intimorire, ovviamente. E nemmeno se la presero più di tanto. In fondo, quello che contava, era vincere il torneo e vedere la notizia pubblicata sulle pagine lombarde de L’Unità. Per tutta onestà, però, va precisata una cosa, a difesa della scelta, rivelatasi comunque vincente, di Liborio Venticelli: nei precedenti tornei, per dieci volte dieci, il Taglietti aveva “ciccato” altrettanti rigori, dimostrando che la sua mira dai sedici metri era oltremodo sciagurata. Tant’è che “cagnaccio”, arrabbiandosi, gli aveva gridato più di una volta: “ Di un po’, Migliore delle balle. Non pensi che sia ora di raddrizzare quelle piantane che hai al posto dei piedi?”.

Marco Travaglini

Se si parla di quattrini, i numeri sono più chiari di indicatori o giri di parole

A cura di lineaitaliapiemonte.it

Di Carlo Manacorda

Riferendosi alla situazione economica, la politica usa forme astratte e termini piuttosto fumosi quando sarebbe meglio, giacchè si tratta di soldi dei cittadini, usare i numeri, in modo che tutti possano facilmente capire di cosa si parla. Ad esempio ci si riferisce spesso agli “indicatori” che sono strumenti complessi ben difficilmente comprensibili ai comuni cittadini. E, per la verità, capita che spesso inciampino anche i politici. Ecco un sintetico vademecum e il caso dell’aumento delle spese per la difesa…

Leggi l’articolo completo👇

https://www.lineaitaliapiemonte.it/2025/06/04/leggi-notizia/argomenti/editoriali/articolo/se-si-parla-di-quattrini-i-numeri-sono-piu-chiari-di-indicatori-o-giri-di-parole-di-carlo-manacor.html

La Source: quando la passione trasforma i vigneti delle terre di montagna in opere d’arte

Lui è Stefano Celi, come tutti i figli di questa terra è un testardo e gran lavoratore,
inarrestabile fino al raggiungimento dei suoi obbiettivi. Non a caso fa parte di quella
categoria di vignaioli chiamati “eroici”

A Saint Pierre, nel cuore della Valle d’Aosta, dove la maestosità del castello è
dominante e dà quel tocco di romanticismo, insieme alla moglie Gabriella ha creato
l’azienda agricola La Source, che porta nel mondo i Grandi Vini di questa magnifica
regione.

La produzione si può quantificare in circa 40.000 bottiglie all’anno e le etichette di
riferimento sono Chardonnay, Petit Arvine, Ensamblo, Valle d’Aosta tra i bianchi e
Torrette, Torrette Superiore, Cornalin, Gamay e Syrah come rossi. Una chicca è il
passito ricavato con uve Moscato Gewuztraminer e Sauvignon, dove le uve vengono
appassite in fruttara.

Ma La Source non è solo vino. Stefano Celi ha anche creato una stupenda Wine Farm,
rivolta a chi non si accontenta di eccellenti vini e squisiti assaggi, ma vuole usufruire
anche di tutte quelle caratteristiche di comodità e classe che la struttura è capace di
offrire. Nella calda atmosfera del ristorante ogni vino della produzione potrà abbinarsi
ai migliori piatti della tradizione valdostana. Le camere sono curate in ogni dettaglio,
e dispongono di tv satellitare, e bagno privato.

La posizione invidiabile di La Source rende facilmente raggiungibili il capoluogo
Aosta e le stazioni sciistiche più rinomate, quali Courmayeur, Pila, La Thuile. Inoltre
una speciale convenzione con le Terme di Prè Saint Didier garantisce un mondo di
coccole.

Allora cosa aspettare per tuffarsi in questa inebriante esperienza? Visita il sito
www.agriturismolasource.it e prenota il tuo arrivo contattando i numeri 0165.903669
o 335.6613179. L’indirizzo email è info@lasource.it

“La Bella e la Voce”, contest nazionale con finale a Vietri sul Mare (costiera
amalfitana) si fregia di avere al proprio fianco come partner ufficiale l’Azienda
Agricola La Source

“Il mio posto nel mondo” con Fondazione CRT

Oltre 10.000 bambini e ragazzi in situazione di fragilità socio-economica potranno vivere un’estate all’insegna della crescita, dell’inclusione e del benessere, grazie a un ampio programma di attività educative, ludiche e sociali

 

Torino, 9 giugno 2025 – Un’estate all’insegna della crescita, dell’inclusione e del benessere per oltre 10.000 bambini e ragazzi provenienti da contesti caratterizzati da fragilità socio-economica, con bisogni educativi speciali o con disabilità, grazie al progetto “Il mio posto nel mondo” della Fondazione CRT.

 

È online l’elenco dei 61 enti selezionati in Piemonte e Valle d’Aosta attraverso la prima tranche del bando. Gli esiti relativi alle attività di pre-scuola e doposcuola saranno invece comunicati entro luglio 2025.

 

L’iniziativa mira a contrastare le disuguaglianze, offrendo spazi educativi di qualità, favorendo la socializzazione e supportando le famiglie, in particolare quelle che vivono in aree con fragilità, e quelle con bambini con difficoltà e disabilità. “Il mio posto nel mondo” si conferma come un progetto di grande impatto sociale, capace di attivare reti educative sui territori e restituire a ogni bambino, indipendentemente dal contesto di provenienza, il diritto a un’estate fatta di crescita, scoperta e relazioni.

 

I centri estivi selezionati – il 74% dei quali coinvolgeranno bambini e ragazzi con disabilità, bisogni educativi speciali o disturbi dell’apprendimento – proporranno un ricco programma di attività.

 

Si va dal potenziamento della lingua italiana per bambini e ragazzi non madrelingua a percorsi didattici dedicati alle materie STEM, con l’obiettivo di avvicinare i partecipanti al mondo della scienza e della tecnologia. Non mancheranno attività a contatto con la natura, come escursioni e cura di orti botanici, per rafforzare il legame con l’ambiente, insieme a laboratori artistici e musicali che stimoleranno la creatività e l’espressione individuale. Ampio spazio sarà riservato anche al benessere psicologico, con momenti dedicati alla gestione dello stress, allo sviluppo delle competenze emotive e alla cittadinanza attiva, accanto a incontri volti a creare reti tra educatori, famiglie e comunità.

 

Con il progetto ‘Il mio posto nel mondo’ la Fondazione CRT, da sempre impegnata sul fronte della formazione, dell’inclusione e nel contrasto alle fragilità, intende offrire a ogni bambina e a ogni bambino, ragazza e ragazzo, la possibilità di vivere un’estate ricca di esperienze inclusive, educative e di relazione, a prescindere dalle condizioni sociali o personali di partenza – afferma la Presidente della Fondazione CRT Anna Maria Poggi -. Sostenere e rafforzare la rete di chi si prende cura dei più giovani, soprattutto di quelli più fragili, significa contribuire a prendersi cura della comunità”.

 

Un’altra occasione preziosa per offrire a tanti bambini e ragazzi un’estate stimolante sarà l’iniziativa “Magia in Scena: eventi per educare, coinvolgere e prevenire” della Fondazione della Felicità ETS. L’iniziativa prevede tre spettacoli di magia formativa gratuiti, destinati a circa 1.200 bambini tra i 6 e i 14 anni, programmati nella giornata del 14 luglio 2025 in occasione dell’apertura del Campionato Mondiale di Magia. 200 bambine e bambini potranno essere protagonisti della cerimonia di apertura come “ambasciatori di magia”.

Le ragioni del pappagallo

/

Arsenio era un pappagallo cinerino dal piumaggio prevalentemente grigio, con tonalità più scure sulla testa e sulle ali, e un bel becco nero e ricurvo.

Giorgio lo ricevette in regalo dallo zio Arialdo che a sua volta l’aveva portato con se a Torino al termine di un lungo viaggio in Africa equatoriale. Il piccolo pennuto, originario delle foreste pluviali nel cuore del continente nero, aveva una caratteristica particolare che lo distingueva dagli altri volatili e da gran parte degli animali: l’eccezionale intelligenza, secondo alcuni esperti paragonabile a quella di un bambino di tre anni. Perfettamente in grado di associare alle parole ripetute l’esatto significato, con gli anni e adeguatamente istruito, aveva imparato ad esprimersi con brevi frasi compiute, interloquendo nelle conversazioni. Ghiotto di frutta e semi, Arsenio era diventato a tutti gli effetti un membro della famiglia di Giorgio, scapolo impenitente. La strana coppia filava d’amore e d’accordo, condividendo l’appartamento in Corso Casale che offriva una suggestiva vista sul verde del parco Michelotti e sul Po. Giorgio, progettista di una nota azienda, si era formato al dipartimento di ingegneria meccanica e aerospaziale del Politecnico torinese. La sua attività gli consentiva di passare buona parte del tempo lavorando da casa, condividendo le giornate con il fedele Arsenio. Appassionato di calcio, era cresciuto nel mito del Grande Torino, la compagine degli “invincibili” capitanati da Valentino Mazzola che persero tragicamente la vita nell’incidente aereo del 4 maggio 1949, schiantandosi sulla collina di Superga. Trasmettere quel sentimento d’affetto al pappagallo non fu per nulla difficile, tant’è che Arsenio imparò a ripetere con infallibile memoria l’esatta sequenza della storica formazione, imitando la voce del suo padrone con un lieve timbro nasale: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Un bel giorno l’azienda chiese a Giorgio la disponibilità  di recarsi per un periodo di sei mesi all’estero, in America del Sud, allo scopo di contribuire all’avvio di un nuovo sito produttivo a Montevideo, la capitale dell’Uruguay. Era un’occasione davvero importante e quasi unica per la sua carriera ma occorreva risolvere il problema del pappagallo, abituato a convivere con il suo padrone. Tra l’altro a Montevideo avrebbe dovuto dividere l’appartamento con un collega.

Erano due locali più i servizi nel quartiere della città vecchia, a poca distanza dalla piazza dell’Indipendenza. Uno spazio abbastanza angusto e per di più l’altro tecnico pareva fosse allergico al piumaggio degli uccelli. Non vi era dubbio sul fatto che Arsenio non potesse seguirlo nella missione. A chi lasciarlo in custodia, allora? Parenti non ne aveva più, avendo perso i genitori in tenera età e morto da un anno anche il vecchio zio Arialdo. Era un cruccio enorme, un tormento da togliere il sonno. Ad un certo punto maturò un’idea. L’unico vero amico che aveva, un compagno di università con il quale trascorreva talvolta le serate e qualche fine settimana, era stato sfrattato e stava cercando una sistemazione. Lo chiamò spiegando il suo problema e chiedendogli la cortesia di occupare il suo alloggio per il tempo della missione. Non avrebbe avuto nessuna spesa e l’unico obbligo di prestare cura al ciarliero pappagallo. L’amico, che si chiamava Giulio, invitato a cena accettò con entusiasmo la proposta. Arsenio, con le sue spiccate capacità intuitive, colse dai discorsi dei due amici seduti a tavola nell’alloggio di corso Casale dei frammenti di discorso che non gli piacquero,  e si chiuse in un ostinato mutismo. Ma ben presto dovette fare buon viso alla situazione che si venne a creare con la partenza del padrone di casa, accettando la novità. Il pennuto, superato l’imbarazzo delle prime giornate dove prevalse una lieve malinconia, considerando che il nuovo inquilino gli dava regolarmente da mangiare, gli parlava e qualche volta canticchiava dei motivi di suo gradimento, al punto che ne ripeteva qualche parola, accettò la presenza di Giulio. Anzi, con il passare dei giorni, gli si affezionò. L’uomo raccontava all’uccello storie e confidenze quasi avesse a che fare con una persona e decise anche  di fare un piccolo scherzo all’amico. Tifoso sfegatato della Juventus, la vecchia signora antagonista del Torino, oltre a insegnare al pappagallo parole e proverbi in piemontese, gli ripeté una frase che avrebbe certamente fatto colpo su Giorgio: “Viva la  goeba”. Ai bianconeri juventini era stato incollato addosso   anche questo curioso soprannome, riservato tanto ai giocatori quanto ai tifosi, di “gobbi”. Pareva che il termine risalisse a un curioso episodio degli anni ’50 quando per una intera stagione, durante le corse dei giocatori, le loro maglie trattenendo l’aria,  si gonfiavano creando una specie di gobba. Una malignità, probabilmente creata ad arte dai rivali, tifosi dei granata. Fatto sta che quel “viva la Gobba” in piemontese piacque molto ad Arsenio che lo ripeteva di continuo come un mantra, accompagnandolo con altri spezzoni del dialetto subalpino.

Un giorno, dopo l’uscita di Giulio per delle compere, un fattorino si presentò sull’uscio per consegnare un pacco. Dopo aver suonato il campanello udì una voce gracchiante rispondere dall’interno: “Chi è?”. “Devo farle una consegna, signore!”, disse l’uomo. “Chi è?” rispose Arsenio, ripetendo l’invito più volte. “Sono il fattorino. Ho qui un pacco per lei. Mi può aprire, per favore?”, replicò il dipendente della ditta spedizioniera, tradendo un certo fastidio. Il pappagallo, per tutta risposta, inanellò una serie di frasi mescolando il piemontese con l’italiano: “Cosa fai daré ëd la pòrta?”, “Va via, fafioché d’un fafioché” ( in pratica dandogli del buono a nulla, di colui che parla tanto e non conclude niente), “Gavte la nata, balengo” (l’equivalente dell’invito a togliersi il tappo, un modo come un altro per suggerire di farsi furbo). Spazientito, il fattorino rispose con un epiteto che provocò la furibonda reazione di Arsenio che alzò ancor di più la sua stridula voce. Offeso l’uomo ridiscese le scale, visibilmente infuriato. Incontrando il portiere dello stabile gli chiese chi fosse quel maleducato che abitava al terzo piano. L’addetto alla custodia, stupito, rispose a sua volta non gli risultava nessuno in casa, avendo visto uscire una mezz’ora prima il signor Giulio. Bastò questa risposta perché il fattorino gli sbattesse tra le braccia il pacco urlandogli un seccatissimo “Visto che ci sono i fantasmi, allora a consegnare questo ci pensi lei!!”, infilando il portone e andandosene per la sua strada con un diavolo per capello. Passarono i giorni, le settimane, i mesi e il pappagallo sviluppò un attaccamento morboso nei confronti di Giulio, manifestando episodi sempre più costanti di gelosia.

Uno dei casi più frequenti si manifestava quando Giulio era costretto a uscire. Era sufficiente che indossasse la giacca o un cappotto perché Arsenio strillasse con sofferenza, roso dal tormento: “Non andare via! Stai qui! Non uscire!”. Per ingannare l’intelligentissimo volatile era arrivato al punto di calare dalla finestra, con la complicità del portinaio, la giacca o il soprabito, fugando il sospetto di una imminente fuga. Al termine dei sei mesi, al ritorno di Giorgio, il pappagallo raggiunse l’apice della possessività gridando disperatamente: “Giulio non andare via.. A l’è mej n’amis che des parent (è meglio un amico che dieci parenti).. Non mi lasciare, non abbandonarmi.. A basta ‘n to soris! (basta un tuo sorriso). Erano scenate davvero strazianti, a riprova di un amore che spezzava il cuore. Un diluvio di parole che Arsenio, rifiutandosi di mangiare, emetteva con una voce acuta e stridente che pareva sul punto di spezzarsi in pianto. I due amici, non potendo restare indifferenti davanti a tanta sofferenza, considerato che l’appartamento era abbastanza grande e che Giulio un alloggio per se non l’avevo ancora trovato, decisero di condividere l’abitazione di corso Casale. Il pappagallo ascoltò con attenzione il discorso che gli fecero, quasi si stessero rivolgendo a un bambino. E come un marmocchio davanti ai doni trovati sotto l’abete la mattina di Natale, Arsenio dimostrò tutta la sua felicità svolazzando per le stanze, pur senza rinunciare ad avere l’ultima parola: “I papagal l’an sempre rason”. I pappagalli hanno sempre ragione. E come si poteva dargli torto?

Marco Travaglini

Roddi, da 500 anni legati alla famiglia Pico della Mirandola

Domenica 8 giugno 2025 l’Associazione Internazionale Regina Elena Odv ha organizzato a Roddi (CN) una commemorazione del 500° anniversario del legame del Comune con la Nobile famiglia Pico della Mirandola.

Hanno concesso il patrocinio all’evento: il Consiglio Regionale del Piemonte, la Regione Emilia Romagna, la Provincia di Cuneo ed i Comuni di Roddi (CN), Maddaloni (CE) e Mirandola (MO).
Il 5 dicembre 1525 la Marchesa Anna d’Alençon, reggente al trono del Monferrato per il figlio il Marchese Bonifacio IV, per far fronte alle ingenti risorse economiche richieste dall’Imperatore dei Romani Carlo V ai feudatari che come lei avevano appoggiato il suo avversario il Re di Francia Francesco I, sconfitto nella Battaglia di Pavia, cedette il feudo e il Castello di Roddi, citato per la prima volta nel X secolo come casaforte di proprietà dell’Abbazia di San Pietro di Breme, a Giovanna Carafa, consorte di Gianfrancesco II Pico, Signore di Mirandola e Conte di Concordia, nonché nipote del celebre filosofo Giovanni Pico della Mirandola, dalla prodigiosa memoria.
La commemorazione di questo importante atto, che segnò la storia del Comune langarolo, è iniziata alle ore 11 con una Santa Messa celebrata da Don Massimo Scotto nella Chiesa Parrocchiale di Maria Vergine Assunta.


Successivamente i numerosi partecipanti e i gruppi storici hanno raggiunto in corteo il castello, dove nel Salone d’onore si è tenuta una solenne cerimonia, aperta dai discorsi di Roberto Davico, Sindaco di Roddi; Flavio Borgna, Sindaco di Cerreto Langhe; Silvia Molino, Assessore alla Cultura di Castelvecchio di Rocca Barbena (SV); Alessandra Arlorio, Assessore alle Politiche Giovanili di La Morra (CN); Christian Rocco, Consigliere di Novello (CN); Pierangela Castellengo, Consigliere di Alba (CN) e del Senatore Marco Perosino.
In modo particolare, il Sindaco di Cerretto Langhe nel suo intervento ha annunciato l’ingresso del suo Comune nell’ Associazione Siti storici Grimaldi di Monaco in Italia, reso possibile grazie alle ricerche storiche effettuate dallo scrivente, il quale, nella sua qualità di Vice Segretario Amministrativo Nazionale dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv nel 2025 con la sua consulenza ha permesso l’ingresso nella sopraccitata associazione legata ai Grimaldi anche dei Comuni di Novello e Zuccarello (SV).
Riccardo Corino, Presidente del Centro Studi Beppe Fenoglio di Alba, insieme alla Dott.sa Laura Della Valle, Presidente dell’Associazione Culturale Premio Roddi, ha fatto scoprire al pubblico il legame tra Roddi e la Nobile famiglia Pico della Mirandola, iniziato, come sopraccitato, il 5 dicembre 1525, quando Giovanna Carafa, figlia di Giovanni Tommaso, Conte di Maddaloni e moglie del sopraccitato Gianfrancesco II Pico, acquistò con fondi propri il feudo dalla Marchesa reggente del Monferrato.


Nel 1533, Gianfrancesco II e il suo settimogenito Alberto vennero assassinati nel Castello di Mirandola dal nipote Galeotto II e così Giovanna Carafa insieme agli altri figli si trasferì a Roddi, dove morì il 4 agosto 1536. Suo figlio Paolo fu il primo Conte di Roddi; gli succedette la figlia Eleonora, avuta dalla seconda moglie Costanza Del Carretto di Millesimo, che sposò il nobile mantovano Ascanio Andreasi, dei Conti di Ripalta, portandogli in dote il feudo paterno. Il loro figlio Paolo ottenne il titolo marchionale e alla sua morte senza eredi nel 1630 i suoi beni passarono alla sorellastra Costanza Biandrate di San Giorgio, la quale aveva sposato Antonio Maria Tizzone, Conte di Desana.
Roddi diventò quindi feudo dei Tizzone, i quali dimoravano raramente nel maniero, preferendo alloggiare nel loro palazzo di Torino e nel Castello di Desana, dove era attiva una zecca. Nel 1675

Maria Camilla Tizzone sposò Francesco Filippo Della Chiesa, portandogli in dote Roddi. Il loro discendente Saverio cedette il maniero nel 1836 a Re Carlo Alberto, il cui figlio Re Vittorio Emanuele II lo alienò a sua volta al Regio Economato Generale Apostolico. Dal 2001 il castello è di proprietà del Comune.
Lo scrivente nel suo discorso ha illustrato il legame tra i Savoia e le tre dinastie che si succedettero per via ereditaria alla guida del Marchesato del Monferrato: gli Aleramici, che vi regnarono dalla sua fondazione nell’XI secolo fino al 1305, quando alla morte di Giovanni I, che dalla consorte Margherita di Savoia, figlia del Conte di Savoia Amedeo V non aveva avuto figli, il trono passò al nipote Teodoro I Paleologo, figlio di sua sorella Violante e dell’Imperatore di Bisanzio Andronico II; i Paleologi, i quali vi  regnarono dal 1305 fino al 1533, quando al decesso senza figli del Marchese Giangiorgio il trono andò al Duca Federico II Gonzaga di Mantova, che aveva sposato sua nipote Margherita Paleologa e i Gonzaga, i quali governarono queste terre con il loro ramo principale fino al 1627 e poi fino al 1708 con ramo cadetto dei “Nevers”.


Ha quindi preso la parola Manuela Massola, del “Filo della Memoria” de “Il Colibrì Aps” di Buttigliera Alta, la quale ha illustrato il legame tra Roddi e il suo paese, attraverso le nozze nel 1698 tra Carlo Giuseppe Antonio Della Chiesa e Delfina Carron di San Tommaso, figlia di Carlo Giuseppe Vittorio, terzo Marchese di San Tommaso e Conte di Buttigliera Alta. Manuela ha annunciato una sua scoperta storica: Gaspare Della Chiesa, Marchese di Roddi, rimasto vedovo di Seyssel d’Aix intorno al 1754, nel 1755 si risposò con Maria Maddalena Ruffino dei Conti Diano D’Alba e dalla loro unione nacquero tre figlie, tra le quali Luigia che nel 1781 sposò il Marchese Paolo Luigi Guasco di Bisio di Alessandria e fu madre di Enrichetta Guasco di Bisio, colei che nel 1806 impalmò Alessandro Carron, Marchese di San Tommaso e Conte di Buttigliera Alta.

Il Comitato per la tutela del patrimonio e delle tradizioni piemontesi dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv ha conferito uno speciale attestato di benemerenza al Comune di Roddi e all’Associazione Culturale “Premio Roddi” e lo speciale attestato creato in occasione del Giubileo 2025 a Don Massimo Scotto e Don Renato Oggero Norchi.
L’Associazione Internazionale Regina Elena Odv è stata rappresentata dal Vice Segretario Nazionale Amministrativo, dal Fiduciario di Chivasso Silvano Borca con la consorte e dalla Dama Maria Vittoria Pelazza.
La giornata è stata impreziosita dalla presenza dei seguenti gruppi storici:
“La Corte del Conte Rosso” di Avigliana; “Conte Occelli” di Nichelino; “Il Filo della Memoria” de “Il Colibrì Aps” di Buttigliera Alta e “I Signori di Rivalba” di Castelnuovo Don Bosco.
Nel maniero di Roddi fino al 29 giugno sarà allestita la 32ª Esposizione del Maestro Francesco Paula Palumbo dal titolo: “Vintage 70s collection by Francesco Paula Palumbo at Roddi Castle” visitabile ogni sabato e domenica con orario continuato dalle 10 alle 19.

ANDREA CARNINO