L’Associazione Il Tempo di Alice inaugura a Torino la prima Scuola di Meditazione Sonora, un metodo per imparare a stare bene e vivere felici. Nei primi 3 giorni di apertura (18-20 aprile) la scuola offre la possibilità di sperimentare gratuitamente il raggiungimento del benessere attraverso il potere educativo del suono

Nel cuore di Torino, nel cortile interno della Cavallerizza Reale (via Verdi 9), nasce la prima Sound Meditation School: la porta di ingresso ai benefici delle vibrazioni sonore prodotti da Gong, Campane Tibetane, Tamburo Sciamanico, Didjiridoo.Dal 18 al 20 aprile, dalle 10:00 alle 22:00, la scuola è aperta a tutti: 3 giorni per viaggiare nella parte silente del proprio io verso l’equilibrio psicofisico, attraverso le vibrazioni ancestrali del corpo. Per partecipare alle sessioni in programma basta prenotare (011 8136858 – 335 1048719).
Sound Meditation School, iniziativa promossa dall’Associazione Il Tempo di Alice*, ispirandosi all’antica Scienza Ayurvedica ha ideato un percorso educativo attraverso il potere del suono, declinato di volta in volta in uno dei cinque elementi fondamentali: Terra, Acqua, Fuoco, Aria, Etere.
La scuola, che si avvale di grandi maestri italiani e internazionali e istruttori qualificati per le discipline olistiche, propone: bagni di gong, sessioni con campane tibetane, sessioni di sciamanic gong oltre a lezioni di yoga, yoga del suono, yoga empatia, pilates, ginnastica, streching.
“Il suono e le vibrazioni sono quanto di meglio esista in natura per creare e mantenere l’armonia psicofisica – spiega Maria Pia Di Domenico, Presidente del Tempo di Alice e anima della Scuola di Meditazione Sonora -. Così, la purezza del suono armonico delle Campane Tibetane accompagna il sistema nervoso centrale verso un profondo rilassamento. Il suono del gong genera milioni di frequenze contemporaneamente in grado di sciogliere nodi energetici e blocchi dati dallo stress accumulato”.
La forza magica del suono è quella di rimettere in equilibrio le vibrazioni del nostro corpo. Circondati e attraversati da innumerevoli toni, frequenze, vibrazioni, i partecipanti sono quindi immersi in un oceano di suoni che generano un massaggio vibrante capace di smorzare il controllo razionale, lasciando emergere la voce dell’io più profondo e consentendo di separarsi dalle preoccupazioni e tensioni accumulate.
La sensazione di benessere che deriva dall’ascolto del suono e delle vibrazioni di Campane e Gong è un’esperienza da sperimentare in prima persona: il rilassamento e il recupero di energia sono immediati e duraturi. 18, 19 20 aprile. Per informazioni: www.soundmeditationschool.org.













La comunicazione tattile, che è quella che insieme alla comunicazione chimica viene utilizzata per prima dai cuccioli, avviene attraverso il cuscinetto nasale, le vibrisse (che compensano la vista a distanze molto ravvicinate e che sono composte da baffi, ciuffi sopraciliari, guanciali e labiali)
lingua nell’area genitale.
abbassatevi e aspettate che sia lui ad avvicinarsi ed eventualmente accarezzatelo sotto il muso.
zampe, la coda, il muso, la bocca per evitare che, nel caso in cui si dovesse rendere necessario, quando lo porterete ad esempio dal veterinario o dal toelettatore, sarà abituato a essere toccato in certe zone e non risponderà in modo pauroso o aggressivo.
dottore di ricerca in Scienza, tecnologia ed economia nell’industria del caffè, e da Maurizio Galiano, mastro tostatore della Pasticceria Gocce di Cioccolato di Torino. Il format “Io bevo caffè di qualità” è nato a a Firenze nel 2012 ed approdato a Torino scegliendo la pasticceria Gocce di Cioccolato, che sta diventando in città il luogo adatto per poter degustare uno speciality coffee, preparato in espresso e con altri metodi di estrazione, accompagnato da gustosi prodotti di pasticceria. Quest’anno verranno proposti il Pancito, muffin al caffè versione mignon, un bicchierino con crema al caffè ed un cioccolatino senza cacao a base di caffè, burro di cacao e zucchero. Al teatro Concordia di Venaria si terranno sessioni di assaggio di caffè specialty, abbinati alla pasticceria gourmet di Gocce di Cioccolato. I caffè saranno preparati da baristi in grado di dare tutte le informazioni per far vivere ai partecipanti una degustazione a 360 gradi, con nozioni sulla nascita del caffè nei Paesi di origine fino al prodotto in tazzina. “Io bevo caffè di qualità” è ideato ad Andrej Godina e Francesco Sanapo, in collaborazione con Umami Area e Sesamo Comunicazione Visiva, Main sponsor Gocce di cioccolato.
fessure i cunei di legno e le “livére”, le leve di ferro. I cunei, bagnandoli, si gonfiavano aprendo la vena del granito e poi con le leve si staccava il pezzo. Doveva essere un lavoro da bestie, duro come il sasso che ci si trovava davanti“. Poi vennero usate le mine. “Usavamo la mazza per battere lo stampo per i fori. Si batteva a turni di un’ora ciascuno ed era una gran fatica. I fori, spesso, superavano i dieci metri di profondità con un diametro di otto-dieci centimetri, e c’erano stampi che pesavano un quintale, un quintale e mezzo. Quando il foro era pronto infilavamo un tubo lungo una quarantina di centimetri, la “campana”, ancorato con una cordicella e poi la polvere da sparo e la lunga miccia per far “brillare” la mina. Che botti! Che lavori! Rimbombava tutta la cava e il colpo, come un tuono a ciel sereno, annunciato dal suono del corno, si sentiva su tutto il lago“. Per smuovere i massi fino a raggiungere le vie di “strùsa” e di “lizza”, vere e proprie canalizzazioni utili a far scivolare i blocchi di granito lungo la loro discesa a valle, si usavano i “curli” di legno di betulla, sui quali erano applicate le “vere”, anelli di ferro con dei fori passanti nei quali venivano infilate le leve per farli ruotare. Ma c’erano anche i macchinosi “cric”, in massiccio
legno d’olmo, dove un solo cavatore – grazie a marchingegni e ingranaggi – poteva smuovere blocchi oltre i cento quintali. “Ma quella era la vita di una volta, in cava. Adesso è tutto meccanizzato. Usano martelli pneumatici, trivelle. Fanno un decimo della nostra fatica; hanno le protezioni, le mascherine. Ai miei tempi si mangiava pane e polvere di granito e molti dei miei compagni si sono giocati la pelle con la silicosi“. Fino alla prima meta’ del Novecento l’abilità e la fama di questi scalpellini era diventata proverbiale, favorendone la migrazione in tutta Europa e nelle Americhe. “ Ho ancora a casa una cartolina postale che Lauro Mantegni scrisse a mio padre nel 1927 dall’Argentina e una foto di mio nonno, anche lui scalpellino, a Parigi, davanti alla torre Eiffel nel 1892, tre anni dopo l’inaugurazione del monumento più famoso della capitale francese“, confidò Giancarlo. Il granito più famoso è senz’altro quello rosa di
Baveno,estratto dal Monte Camoscio. Roccia pregiata, conosciuta e utilizzata già al tempo dei romani per essere impiegata un po’ ovunque. Giancarlo, di questo, era molto orgoglioso: “Il nostro granito ha fatto il giro del mondo. Da Buenos Aires a Nizza, da Bruxelles alla piazza Colonna di Roma. I tre monumenti equestri di Caracas dedicati a Simon Bolivar, le 180 colonne di via Roma a Torino, la stazione di S.Maria Novella a Firenze, la cupola centrale della Beata Vergine di Pompei. A Milano, Piazza del Duomo , è coperta da 17 mila metri quadrati del nostro “rosa”. C’è n’è dappertutto: persino al santuario dell’Annunciazione di Nazareth , nei cimiteri di Miami e di Hollywood, a Parigi, Ginevra, Praga, Berlino e nelle balaustre della passeggiata a mare di Rapallo”. Parlava delle grandi macine per il grano, dell’attenzione che andava prestata al suono del corno che, annunciando lo scoppio della mina, obbligava tutti a mettersi al riparo per non finire sotto qualche masso o rischiare incidenti come quello che era capitato a lui. Ci teneva a mostrare, sfogliando le pagine di un libro ormai logoro, i disegni dei barconi a vela quadrata che, sfruttando la via d’acqua che dal Lago Maggiore, navigando sul Ticino e sui Navigli , consentiva di trasportare gli enormi blocchi di pietra. Ricordava come nelle cave, oltre al prezioso granito
rosa, si possano trovare circa 60 specie di minerali diversi, ad alcuni dei quali questo nostro piccolo paese di lago aveva contribuito a definirne il nome, come nel caso della “Bavenite”. Giancarlo, una mattina come le altre, recatosi all’osteria di buon ora per il primo caffè della giornata e uno sguardo ai titoli del giornale, ha messo i soldi sul bancone e tirando un lungo e profondo respiro si è accasciato. Gli altri avventori non poterono far altro che constatarne il decesso. Così era venuto a mancare anche lui, un vero galantuomo e gran lavoratore che nella cava aveva lasciato non solo l’occhio destro ma tutti i suoi anni migliori. C’era da capirlo quando si soffermava a guardare, quasi mettendosi sull’attenti, il granitico monumento dedicato ai “picasass” sul lungolago. Era come se rendesse omaggio ai lavoratori della pietra che onorarono nel mondo il nome di Baveno. Lui stesso, con pieno diritto, riposa con loro nel paradiso dei giusti.
