ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 436

Bambini reclusi: la scuola a distanza genera disuguaglianze

Nessuno si occupa dei 10 milioni di bambini e ragazzi italiani chiusi in casa da settimane.

Già dal Dpcm dell’11 marzo non era inclusa alcuna attenzione specifica circa la condizione di alcuni minori, se non per confermare la chiusura di scuole e attività educative, avviando così formalmente la didattica a distanza.

Si tratta di una svista molto grave dal momento che in altre deroghe sono state tenute in considerazione categorie specifiche come i padroni di cani e gli amanti dello jogging…

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Bambini reclusi e la scuola a distanza genera disuguaglianze

Presto il Bonus a fondo perduto per ristoranti, bar, tassisti e parrucchieri

Un Bonus Piemonte per la Fase 2 dell’emergenza Coronavirus arriva dalla Regione a sostegno dell’economia.

La nuova misura, annunciata dal governatore Alberto Cirio,  prevede un contributo a fondo perduto per aiutare le aziende a riaprire.

L’importo è di  2.500 euro per ristoranti, gelaterie, catering, bar, estetiste, parrucchieri, sale da ballo e discoteche. La ristorazione senza somministrazione (gastronomie, piadinerie e pizza al taglio, e per le spa)  otterrà un  bonus di 2.000 euro. L’intervento ammonta a 88 milioni di euro complessivi e prevede l’accredito della somma direttamente sul conto corrente delle aziende, senza troppi passaggi burocratici. Altra iniziativa è rivolta ai tassisti e e alle auto a noleggio. Anche loro avranno un bonus, in questo caso di mille euro. In tutto sono 2280  i soggetti ai quali viene riconosciuto un aiuto, ha spiegato il governatore, poichè dovranno attrezzare le auto con separazioni di plexiglass. Presto più informazioni sul sito della Regione: www.regione.piemonte.it

 

La nota della Regione Piemonte

RIPARTI PIEMONTE: BONUS A FONDO PERDUTO DI 2500 EURO PER PUBBLICI ESERCIZI, PARRUCCHIERI E CENTRI ESTETICI
Il presidente della Regione Cirio:  “Questa misura è uno dei principali pilastri del nostro Piano  da 800 milioni per sostenere le famiglie e le imprese”  
Un contributo a fondo perduto alle categorie commerciali e artigianali maggiormente penalizzate dalla sospensione dell’attività per l’emergenza Coronavirus: è il  “Bonus Piemonte” , misura che costituirà uno dei pilastri di  Riparti Piemonte.
Il  Piano da 800 milioni di euro  con cui la Regione sosterrà la ripartenza di imprese e famiglie sarà presentato nel suo complesso lunedì prossimo.
A beneficiare del Bonus Piemonte, per un valore complessivo di  oltre 88 milioni di euro ,saranno più di  37 mila aziende  piemontesi che riceveranno un  contributo a fondo perduto tra i 1.000 e i 2.500 euro  in base alla tipologia di attività.
In particolare Bonus da  2500 euro  per  bar, gelaterie, pasticcerie, catering, ristoranti e agriturismi ; da  2000 euro  per la  ristorazione da asporto  e da  1300 euro  per la  ristorazione non in sede fissa.
Bonus da  2500 euro  anche per i  centri estetici e i saloni di barbieri e parrucchieri  e da  2000 euro per i centri benessere.
Bonus da  2500 euro , inoltre, per le  sale da ballo  e le  discoteche  e da  1000 euro  per i  taxi  e i servizi di  noleggio con conducente.
Per regolarne la modalità di assegnazione, questa mattina, è stato siglato un accordo tra la  Regione Piemonte  e le  Associazioni di categoria . A firmare il documento insieme al presidente della Regione  Alberto Cirio  e gli assessori al Commercio  Vittoria Poggio  e alle Attività produttive  Andrea Tronzano , erano presenti anche il presidente di CasArtigiani Piemonte  Francesca Coalova , CNA Piemonte  Fabrizio Actis , Confartigianato Piemonte  Giorgio Felici , Confcommercio Piemonte  Maria Luisa Coppa , Confesercenti Piemonte  Gian Carlo Banchieri.
La Regione, inoltre, abbatterà gli oneri e semplificherà le procedure di autorizzazione su suolo pubblico per la  creazione o  l’ ampliamento  dei  dehor , in modo da sostenere i pubblici esercizi nell’affrontare le misure di contenimento e distanziamento sociale previste per la Fase 2.
Un  Bonus semplice, concreto ed immediato : da metà di maggio  tutti gli interessati riceveranno da Finpiemonte una comunicazione via pec  per indicare il conto corrente su cui ricevere il contributo a fondo perduto, che verrà accreditato nell’arco di qualche giorno.
«Erogheremo queste risorse subito  – spiega il presidente Cirio –.  Abbiamo eliminato tutta la burocrazia perché il danno c’è stato ed evidente, così come è evidente che dobbiamo aiutare le nostre imprese a ripartire. E nel Bonus Piemonte la garanzia sei tu. Cioè i nostri imprenditori, in particolare quelli colpiti più duramente dalla crisi che stiamo vivendo e per cui la riapertura rischia di tardare ancora diverse settimane. La nostra priorità è intervenire per evitare la perdita di posti di lavoro e aiutare il nostro Piemonte a ripartire».
«È stato fatto un grande lavoro di squadra tra la Regione e le associazioni di categoria  – sottolinea l’assessore al Commercio Poggio –  che oggi ci permette di dare risposta al bisogno di sostegno e liquidità delle attività più compromesse dalla chiusura di questi mesi.  Conosco e lavoro per le imprese del commercio da oltre 30 anni e mai come oggi è fondamentale essere al loro fianco, perché in gioco c’è il futuro di uno dei pilastri del nostro tessuto economico e sociale».
«I contenuti dell’accordo  – aggiunge l’assessore alle Attività Produttive Tronzano –  rappresentano il frutto del dialogo intercorso, nelle scorse settimane, con le categorie che rappresentano quasi 40 mila aziende del nostro territorio e migliaia di famiglie di tutto il Piemonte».

Coronavirus, il gruppo di lavoro: “misure differenziate in Piemonte”

Adottare misure differenziate per aree omogenee e non per il Piemonte intero. E’ il suggerimento di maggiore attualità contenuto nel primo report del Gruppo di lavoro Fazio consegnato ieri all’assessore regionale alla Sanità del Piemonte, Luigi Genesio Icardi, che ha immediatamente provveduto a sottoporlo  all’Unità di crisi per la predisposizione dei piani operativi consequenziali.

AREE DI CONTAGIO

L’applicazione della strategia preventiva che verrà individuata per la Fase 2 dell’emergenza coronavirus, si legge nel documento, “dovrà necessariamente basarsi sull’analisi della distribuzione delle intensità di contagio sul territorio del Piemonte”.

In analogia terminologica con altri contesti di controllo delle malattie da infezione (ad esempio, la malaria), verrebbero quindi individuati diversi “strati” od aree, assimilabili e classificabili per omogeneità dei parametri considerati e/o della natura ed intensità degli interventi.

“In tal senso, è prevedibile che, ad esempio, l’area urbana di Torino rappresenterà uno strato autonomo, così come, per motivi diversi, potrà essere considerato uno strato unico quello comprensivo delle valli del Piemonte. La divisione in strati o aree omogenee avrà evidentemente anche lo scopo della destinazione selettiva e commisurata delle opportune risorse umane, materiali ed organizzative, che si svilupperà in funzione del volume e dell’intensità degli interventi previsti, quindi tarata in funzione della popolazione, dell’intensità di trasmissione dell’infezione e delle articolazioni logistiche necessarie”.

TRACCIAMENTO DEI CONTATTI

Quanto al tracciamento dei contatti, la relazione del Gruppo Fazio osserva che “la strategia necessaria per una fase di uscita dal lockdown deve prevedere obbligatoriamente la previsione di un rimbalzo generale dei contagi, numericamente diverso rispetto al tipo di riaperture e di scalabilità nell’uscire dal lockdown, con le necessarie predisposizioni di sicurezza messe a sistema e con la possibilità che si creino dei nuovi macro-focolai o “cluster”: occorre pertanto che il sistema di risposta della Sanità Regionale si collochi in modalità di “tracciamento attivo” dei contagi, senza attendere il peggioramento o il ricovero in ospedale, ma intercettandoli all’inizio per impedire che si diffondano ulteriormente su altri loro contatti, oppure che diventino più gravemente malati e prevalentemente ospedalizzabili”.

DISPONIBILITA’ DEI TAMPONI

Fondamentale, a questo proposito, la disponibilità dei tamponi: “Al momento attuale – si legge nella relazione – la produttività massima teorica realizzabile (calcolata imputando per ciascun laboratorio la produzione massima realizzata) è pari a circa 9.000 tamponi al giorno. Considerato che non è ipotizzabile che ogni laboratorio realizzi ogni giorno il suo massimo teorico (per problemi tecnici e di approvvigionamento di reagenti), si sottolinea che la produzione massima ottenuta (realizzata il 23 aprile 2020) pari a 7.330 tamponi (81% del massimo teorico) appare un’ottima performance”.

Considerando che “le iniziative presentate a mezzo di relazione dall’Unità di crisi, recentemente annunciate, porteranno a raggiungere un numero massimo teorico di 13.000 test al giorno, pari a circa 9.000-10.000 test al giorno effettivamente realizzabili (70-80% del teorico), il sistema, a regime nel mese di maggio, permetterebbe quindi di attuare una strategia di “contact tracing and testing” se un nuovo picco epidemico sarà inferiore o al massimo uguale a quello che il Piemonte ha sperimentato”, tenendo conto che “sono comunque pianificabili ulteriori iniziative che permetterebbero di raggiungere un numero massimo teorico di circa 20.000 test al giorno, pari a circa 14.000-16.000 test al giorno effettivamente realizzabili (70-80% del teorico)”.

TEST SIEROLOGICI

Sull’impiego dei test sierologici, il Gruppo di lavoro Fazio rileva che “l’interpretazione a fini diagnostici, clinici ed epidemiologici, deve avvenire in un contesto specialistico, senza il quale la lettura di qualsiasi risultato rischia di esporre il soggetto ad incauti provvedimenti, come l’incongrua attestazione di guarigione”.

In particolare, la raccomandazione è che l’eventuale applicazione dei test in ambiti aziendali “sia effettuata sotto la supervisione di un medico competente”, cosi come si raccomanda la supervisione e/o l’autorizzazione da parte delle Asl per i test sulla popolazione.

MODELLO MEDICINA TERRITORIALE

Sulla base di queste prime constatazioni e considerazioni, il Gruppo di lavoro Fazio si propone, come obiettivo prioritario, di “predisporre un modello di assistenza sanitaria territoriale che trovi il proprio fulcro nei medici del territorio, in primis i medici di medicina generale, valorizzando, al contempo, tutte le risorse che, in ambito sanitario sul territorio già operano (ad es. le farmacie), ovvero che potrebbero essere opportunamente attivate (ad es. l’infermiere di comunità e altri operatori sanitari) al fine di migliorare la qualità dell’assistenza territoriale anche per la gestione delle cronicità, in un rapporto integrato con la rete ospedaliera, sfruttando altresì le potenzialità delle nuove tecnologie negli ambiti della telemedicina”.

Tutto ciò che non è donato è perduto

IL COMMENTO  di Paolo Girola / La vera Fase2. Che cosa ci deve insegnare la pandemia

C’è un proverbio indiano che dice “Tutto ciò che non è donato, è perduto”. Mi è tornato in mente in questi tristi giorni, come una luce nel buio di troppe cose andate storte, polemiche politiche, virologi incerti per certezze scientifiche spesso superate da intuizioni empiriche che loro non sapevano spiegare ( …e quindi cure ritardate), imprevidenza, troppa sicurezza andata presto in fumo, poca saggezza e buon senso.

Tutto un “male” che rifiuto di credere prevarrà e spero che ci insegni qualcosa. Troppo il bene fatto da molti che si sono “donati” con abnegazione.  Mi lascia perplesso la caccia alle streghe, e la sensazione che siano ancora una volta solo  “gli stracci ad andare per aria”. Il luogo comune sono diventate le RSA , al centro di una moderna caccia all’untore alimentata da troppa informazione superficiale e scontata. Non credo alla giustizia che cede alla piazza di parenti urlanti , anche giustamente affranti (…spero tutti sinceramente affranti). Non cerchiamo un colpevole a qualunque costo, da portare in tribunale, naturalmente, e buttargli addosso gli errori di tutti gli altri. Errori ce ne sono stati, ma non tutti gli errori sono reati. Cerco di riassumere quanto, secondo me, una informazione meno superficiale e sensazionalistica dovrebbe invece raccontare. In ambito sanitario tanti sono rimasti inizialmente intontiti dallo “tsunami” che gli è piombato addosso, quando non c’erano le mascherine, i guanti di lattice, i camici usa e getta e non c’erano i reagenti e i tamponi per distinguere i positivi dai negativi.

Si è capito perfettamente come, quel poco che c’era, è stato dato solo agli ospedali. Medici di famiglia e RSA escluse. In queste strutture in Piemonte, come mi pare anche altrove, sono scarseggiati subito i dispositivi di sicurezza (di difficile reperimento sul mercato anche internazionale), non sono stati fatti dalle ASL ( le uniche ad averne competenza) gli esami richiesti  I famosi tamponi) per distinguere chi era positivo e chi no. Si è iniziato a farli 40 giorni dopo l’inizio della epidemia. E oggi ancora solo al 50% degli ospiti o del personale sanitario. Difficile se non impossibile separare i sani dai malati asintomatici. Ai medici di famiglia non sono state date inizialmente, oltre ai DPI, direttive chiare su come trattare i malati a casa o nelle RSA ( dove gli ospiti sono curati dai medici di famiglia) . Così si è dilatato il numero di ricoveri in ospedale, di cui una parte è finita nelle terapie d’urgenza. Molti di quelli con patologie pregresse sono morti. Né si sono potuti trasportare subito dalle RSA negli ospedali i casi sintomatici sospetti , pur segnalati. Gli ospedali erano intasati. Troppa informazione finisce per non considerare le carenze di ASL e servizio pubblico, quasi come se i responsabili della RSA volessero liberarsi di fastidiosi ospiti vecchi e malati. Basta una semplice e bieca considerazione per capire l’assurdità di tale accusa: tutti gli ospiti pagano le rette … finchè sono in vita.

Ora tutti dicono che bisogna tornare a una sanità di territorio. Condivido. Ma che cosa significa? Provo a dire che cosa penso io. Significa non chiudere piccoli presidi sanitari, tenere medici, infermieri e oss anche negli ambulatori dei consorzi di paesi. Significa che il personale sanitario deve tornare a visitare anche a domicilio. Io ricordo i “ medici condotti” che andavano di casa in casa tutto il giorno. Oggi spesso, troppo spesso, anche con la febbre ti devi recare negli ambulatori dei medici: con una grave conseguenza che potrebbe essere una delle concause iniziali del contagio, che un malato viene a contatto nelle sale di attesa con molte altre persone. I medici devono tornare a visitare a domicilio, naturalmente adeguatamente riforniti di strumenti di protezione (che dovranno usare sempre anche nei loro studi). Non voglio scatenare una polemica, ma è noto che taluni abbandonano il lavoro di medico ospedaliero, perchè si guadagna lo stesso (o forse di più) facendo il “ medico della mutua”, con orari meno impegnativi: anche solo15 ore di studio alla settimana. Insomma, riconosciuto il valore di tanti medici di famiglia, non bisogna tacere le criticità di un sistema che finisce per trasformarli, troppo spesso, in scrittori di ricette a richiesta. Questa è anche una delle cause dell’affollamento dei pronti soccorso. Ne è una dimostrazione che siano stati svuotati dalla pandemia (per i casi non covid).  Non facciamo che, ancora una volta, tutto in Italia torni come prima, nelle spire della burocrazia, che alla fine fa anche comodo a tanti.

Quali sono i confini della libertà?

Riceviamo e pubblichiamo la seguente lettera aperta, indirizzata al governatore del Piemonte

Egregio Presidente, Le scrivo da Torino, dalla mia abitazione, nella quale vivo “confinata” dal 9 marzo scorso.
Ho ritenuto, per gran parte di questo periodo, di dovermi conformare alle indicazioni di varia natura che mi imponevano di stare a casa, più che per spirito di incondizionata obbedienza, per un personale senso civico di solidarietà e di responsabilità, nella convinzione che il mio sacrificio, come quello della stragrande maggioranza dei miei concittadini, fosse utile e necessario per contribuire a fronteggiare l’emergenza sanitaria. Quando parlo di sacrificio, mi esprimo in termini assoluti, dal momento che ognuno ha il diritto di valutarne la misura in rapporto alla propria persona e non in termini relativi, evitando, in questa sede, di stabilire una scala di valori fra le condizioni di ciascuno. Oggi devo assistere al perdurare della mia condizione di “sostanziale reclusa”, interrogandomi sulle ragioni che mi trattengono ancora dentro le mura domestiche e interrogando Lei che detiene, metaforicamente parlando, “le chiavi della mia cella”.

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Mi permetto di formulare un punto di partenza elementare per le mie riflessioni: la situazione di radicale emergenza che aveva legittimato tutte le rinunce delle settimane passate è di fatto venuta
meno, sostituita da una ben diversa forma di allarme sanitario, che è stata resa evidente alla popolazione come (positivo) risultato delle restrizioni adottate, con la precisazione che quel risultato
deve ora essere mantenuto. A fronte di ciò è stato individuato un unico ed assoluto prototipo di comportamento: il distanziamento  sociale. Conseguentemente, ogni disposizione che consente determinate iniziative e ne proibisce o ne limita altre, trova la propria essenziale ragione nella dichiarata necessità di tenere le persone, in tutti gli ambiti della vita sociale, a distanza di sicurezza. Il senso di responsabilità cui ho fatto riferimento in precedenza mi impone oggi di adeguarmi a questo comportamento, ma la mia coscienza non è più in grado di accettare limitazioni “tout court” della mia libertà di movimento senza poter neppure rendere il principio del distanziamento sociale utile a me e agli altri. In altre parole, Lei mi deve spiegare per quale ragione io non possa circolare liberamente, nel rispetto di questa regola e quindi senza di fatto creare quelle condizioni di pericolo che le disposizioni intendono prevenire. A puro titolo di esempio, non posso capire e non posso accettare, di non potere uscire di casa, mettermi in macchina e recarmi in un qualsiasi posto dove possa diversamente, ma liberamente, recludermi, senza intercettare anima viva o, al più, entrando in contatto con altri soggetti con le stesse modalità di quando esco a fare la spesa.

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Converrà con me, Sig. Presidente, che l’Autorità non possa discriminare i motivi per cui l’individuo esercita un proprio diritto, autorizzando comportamenti classificati come inderogabili e negandone altri ritenuti voluttuari e pertanto sacrificabili. Non è mia intenzione entrare in un dibattito sui diritti costituzionalmente garantiti, perchè non è questa la sede, ma vorrei che fosse chiaro che non è più il tempo di accettare limitazioni immotivate della libertà personale, perchè quel tempo l’abbiamo superato e, prima di farlo, abbiamo tutti abdicato volontariamente a rivendicarla. Adesso che ci è stato detto chiaramente quali sono i comportamenti doverosi e necessari, rivendico il diritto di muovermi liberamente, nel rispetto di quei comportamenti, ma non delle condizioni che le attuali disposizioni presuppongono affinchè sia raggiunto l’obbiettivo. Le libertà possono essere condizionate dalla necessità di esercitarle con determinate modalità, ma non potranno MAI essere compresse fino al punto di escluderle perchè in tal modo non si ponga il problema di come verranno esercitate. Come ho detto, a Lei chiedo delle risposte. Non le chiedo al Governo Nazionale, ma al Presidente della mia Regione, affinchè mi dica, non in nome di quale legge, non in nome di quale autorità, ma in nome di quale idea, di quale logica, di quale ragionamento, diverso dal mio, devo ancora giustificare a me stessa di non poter uscire di casa senza dover spendere una motivazione che posso non avere, ma confidando in un diritto che tutti quanti abbiamo. Con osservanza

Roberta Musso Bona

Coronavirus: virologia e salute mentale

Oggi  proviamo a passare da una spiegazione di VIROLOGIA ad una sulla NOSTRA SALUTE MENTALE in FASE 2.

 

VIROLOGIA

 

Un vaccino è contro una precisa parte del virus, quella che lo fa entrare nelle nostre cellule. In questo modo non può entrare e se tutti facciamo il vaccino, siccome è solo a trasmissione umana, il virus si estingue.

L’immunità naturale, cioè la casuale presenza di anticorpi contro il virus in soggetti che mai lo avevano incrociato, si è invece visto che non esiste per il Coronavirus, per cui saremo costretti a mascherine e distanza sociale fino all’avvento di Terapie e Vaccino.

L’immunità cosiddetta “da guarigione”, che sarebbe oggi a sua volta una terapia estratta dai guariti e data ai malati, è fatta di molti anticorpi diversi verso varie parti del virus, alcune delle quali hanno salvato i pazienti, ma con l’ausilio dei farmaci. Questa è una immunità troppo generica e può assopirsi nel tempo. Inoltre è generica e può essere verso parti del virus che non impediscono l’ingresso nella cellula e quindi la malattia…

Le Terapie sono fondamentali per guarire le persone ammalate, ma non rappresentano affatto una forma di prevenzione. Prendere farmaci in assenza di indicazione medica inoltre può causare gravi effetti collaterali, anche mortali.

In attesa del vaccino dobbiamo allora solo limitare i nuovi focolai. Purtroppo è sicuro che ci saranno nuovi focolai. Bisogna aspettare di fermare del tutto la prima ondata, sapendo che ce ne possono essere altre. Inoltre questa è una pandemia ed il virus non guarda in faccia alle frontiere inventate dall’uomo e neanche al razzismo.

Solo la App IMMUNI ci permetterà di chiudere di nuovo in quarantena solo un centinaio di persone per ogni focolaio, invece di chiudere di nuovo intere città o regioni. Doveva essere la stessa in tutto il Pianeta Terra, ma siccome siamo complicati e c’rocoronè bisogno che sia in italiano la nostra sarà IMMUNI, ma se andremo di nuovo all’estero, dovremo usare quella dei Paesi dove ci rechiamo. La App IMMUNI servirà tutti quelli che vivono in Italia, incluso migranti e turisti.

 

PASSIAMO ALLA NOSTRA SALUTE MENTALE

Se avete capito il discorso precedente, dovrete capire che se chiudere è facile, aprire sarà difficile anche emotivamente e potrà portare ad una serie di scompensi psicologici o psichiatrici, già iniziati durante la quarantena:

 

  • Dal 4 maggio dovremo curare la paranoia da quarantena…

Ok ? puoi restare a casa come l’ultimo giapponese scoperto vent’anni dopo la fine della guerra mondiale ancora armato contro gli USA

Oppure se non sei in Piemonte  Lombardia e altre province ad alta mortalità ancora oggi,  puoi scendere con mascherina, distanza sociale e gioia di vivere.

Se sei in zone dove ancora c’è elevato contagio allora non è paranoia, ma paura che il sistema industriale imponga una apertura precoce.

 

  • Dopo il 4 maggio dovremo curare anche l’ansia da quarantena…

Sicuramente ci saranno nuovi focolai…  Sono inevitabili… Finché non avremo il vaccino…

Se però useremo distanza sociale, mascherine e la App IMMUNI,  verranno messe ogni tanto in quarantena solo gruppi di persone per centinaia e non più intere città o regioni.

 

  • Dopo il 4 maggio avremo vittime della depressione economica da quarantena…

soprattutto se maschio, se separato, se gay oppure se con basso livello di studi,  può decidere di non essere più degno di questa vita e suicidarsi.

Se conoscete persone in queste condizioni aiutatele subito economicamente ma anche portandole in psicoterapia!

 

  • Dopo il 4 maggio scopriremo le vittime di violenza domestica da quarantena…

Soprattutto se donne,  adolescenti LGBTI o adolescenti in crisi.

Se ne conoscete, date loro un tetto dove stare, la forza di denunciare e accompagnatele in psicoterapia.

 

  • L’irritabilità o la persistenza dell’insonnia sono sintomi gravi da quarantena…

Se li avete in casa o conoscete chi li abbia, pur essendo persone fastidiose, aiutatele, accompagnandole in psicoterapia o al CSM.

 

  • L’abuso di disinfettanti, psicofarmaci, antinfiammatori e antidolorifici è un problema grave durante e dopo la quarantena…

Se hai uno psichiatra, chiedi pure subito di farti aiutare, in tutti gli altri casi non assumere mai farmaci di testa tua ed evita abuso anche di disinfettante. L’alcool a 90 gradi sulla pelle, ad esempio, fa entrare meglio virus e batteri! Si può usare quello dai 70 agli 85 gradi, ma senza esagerare e senza MAI ingerire o peggio iniettare disinfettanti!

 

Questi sono i consigli che vi possiamo dare, adatti alla vostra serenità in Fase 2…

Vi consigliamo anche di vedere un’opera teatrale o leggerla Waiting For Godot.

Che potrete tradurre con “Aspettando il Vaccino”.

 

Manlio Converti
Psichiatra

Voci dal carcere

Enza Colavito proprio non ci sta e manda una lettera al suo avvocato, dall’eloquente titolo: voci dal carcere. La manda al suo legale Alessandro Paolini. Una lettera carica di rabbia e delusione per essere state lasciate sole, alle Vallette,  lei e le altre detenute

Dalle firme delle detenute si evince che molte non sono solo italiane. Provenienti dai paesi slavi e Nord Africa ed anche una francese. Nessun tampone è stato fatto e le distanze non possono essere rispettate. Gli arresti domiciliari sarebbero l’ unica soluzione. Respinte tutte le istanze presentate dall’avvocato Paolini con l’udienza del 15 aprile saltata per il coronavirus.

Per lei l’alternativa del 22 giugno, quando scadono i tempi per la carcerazione preventiva. Una lettera sicuramente dai toni duri che, mi sembra, stia nei limiti del civismo di una protesta comunque contenuta. Eppure la loro situazione appare preoccupante. Una delle firmatarie  ha la febbre,  è preoccupatissima e ha chiamato la guardia medica. Notizia preoccupante come  lo è, ancora  la lentezza nella nostra Regione nel fare i tamponi. Il Garante dei diritti dei detenuti del Piemonte ammonisce. Stanno aumentando i contagi in tutte le carceri piemontesi. Fuori controllo Alessandria, Saluzzo e soprattutto Torino. Concretamente: o intervenite subito, cioè oggi, o sarà troppo tardi domani. E francamente non si capisce perchè la macchina della giustizia perché non intervenga .Sempre Enza Colavito cerca di trasformare la sua disperazione in speranza appellandosi alla Costituzione: la presunzione d’ innocenza è, per l’appunto un diritto fondamentale. Essere arrestati perché si è indagati non è indice di colpevolezza. Purtroppo siamo un paese di forcaioli che vedono, anzi il più delle volte vogliono vedere la colpevolezza nell’arresto. Va bene tutto fin tanto che non ci riguarda da vicino. Se riguarda gli altri peggio per loro. Ma i diritti sono di tutti e per tutti. La Colavito  – incarcerata per le presunte connivenze con la criminalità organizzata che hanno portato alle Vallette anche l’ex assessore regionale Rosso – potrebbe inquinare le prove o fuggire? La vedo dura, viste le condizioni generali e la meticolosità delle indagini. Poi l’ ultima richiesta (respinta) degli arresti domiciliari era esclusivamente motivata per problemi di salute aggravati dal pericolo del coronavirus. Un atto umanitario che nulla ha che vedere con la colpevolezza. Verissimo che i reati contestati sono gravissimi. Ma è altrettanto vero che i diritti si applicano a chiunque. L’ umanità fa (o dovrebbe fare) parte della giustizia. Altra cosa è la cosiddetta clemenza della corte. Battuta sentita in più film degli anni cinquanta, fatta da difensori d’ufficio svogliati e distratti. Altra cosa è il diritto alla difesa. Ho avuto modo di sentire il Presidente dell’ Ordine degli avvocati quando mia figlia è diventata avvocato. Significando questo diritto ha raccontato un fatto storico a me totalmente sconosciuto. Un importante e famoso avvocato francese ha accettato la difesa di Luigi XVI nel processo che lo condannava alla ghigliottina. Ha accettato pur sapendo che sarebbe stato a sua volta ghigliottinato. Paradossi? Forse, probabile, ma serve a spiegare che nessuno, appunto, deve soprassedere ai fondamentali diritti degli individui.

Patrizio Tosetto

Il regionalismo alla prova del coronavirus

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / Tra le tante cose che scricchiolano in Italia di fronte al virus che non arretra, quella che appare più inadeguata (oltre al Governo centrale) è la struttura regionale che compie proprio quest’anno cinquant’anni che forse non sarà il caso di festeggiare, ma semmai per riflettere criticamente sul regionalismo

Durante le elezioni politiche del 1968 non venne discusso abbastanza il progetto di istituire le Regioni a Statuto ordinario, che vennero varate nel 1970 con le prime elezioni regionali abbinate a quelle amministrative. Le Regioni erano un dettato costituzionale da rendere operativo  e come tali erano considerate dai partiti di centro-sinistra. La loro realizzazione fu uno dei momenti qualificanti dell’incontro tra democristiani e socialisti.

Anche i repubblicani, Ugo La Malfa in testa, erano convinti regionalisti sull’onda della tradizione federalista di Carlo Cattaneo che era favorevole ad unire l’Italia e non  a dividerla come altri avrebbero voluto da Finocchiaro Aprile in Sicilia dopo la II Guerra Mondiale a Miglio e Bossi tra la fine del secolo scorso e i primi anni del nuovo. Solo i missini, i monarchici e i liberali si opposero. I primi due essenzialmente per ragioni di principio perché ostili al federalismo in quanto tale. I liberali con Malagodi in particolare avanzarono delle serie  ed articolate obiezioni sulle ripercussioni possibili anche in base al non  entusiasmante funzionamento delle Regioni a Statuto speciale già istituite. Bilanciare le competenze tra Stato e Regioni  si rivelò subito un problema difficile da risolvere e la spinta negativa del secessionismo bossiano portò alla riforma del titolo V della Costituzione che creò di per sé ,in tempi “normali”, un contenzioso tra Stato e  Regioni affidato al giudizio della Corte Costituzionale. Malagodi vedeva il pericolo di spezzare il Paese che non aveva una grande storia unitaria alle spalle,ma era ancora afflitto dal forte divario tra Nord e Sud. Inoltre, vedeva le Regioni con dei “confini” delineati da una sommatoria di province,come un qualcosa di obsoleto. La vera struttura portante della storia italiana erano le Province la cui eliminazione parziale ha solo creato nuovi problemi senza risolvere quelli vecchi.  Per fare un esempio, ci sono delle Province che gravitano oltre i confini regionali: Novara e il VCO gravita su Milano  e non su Torino, Biella su Milano e Pavia, Alessandria e parte della provincia di Cuneo sulle Province di Genova, Savona e Imperia. Malagodi sosteneva che bisognava almeno riaggiornare in base a criteri economici e sociali (non solo storici) le Regioni che nascevano in un’Italia totalmente diversa rispetto a quella del passato. Il regionalismo imperfetto è balzato fuori in modo evidente in questi mesi con un conflitto quasi costante fra Regioni e Stato. La figura dei “governatori,” una invenzione all’americana non esistente nel nostro ordinamento, ha rimarcato anche fisicamente questo confronto-scontro.

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Ma la cosa che appare evidente è che le Regioni che vantavano una sanità di eccellenza hanno dimostrato difficoltà ad affrontare la pandemia, smentendo un motivo di vanto che si è rivelato non rispondente alla realtà. Una grande delusione che deve far meditare  perché solo in parte spiegabile con i tagli selvaggi subiti dai bilanci regionali  della Salute. Ma anche nei divieti a spostarsi dopo il 4 maggio  il ragionare in base a confini regionali si manifesta un errore grossolano. Ci sono paesi del basso Piemonte, ad esempio, che hanno rapporti  continui e ravvicinati con la Liguria che sono proibiti.  Si potrebbero fare analoghi esempi, in altre Regioni con il Friuli e il Veneto. Modellare i divieti su base regionale appare inoltre una scelta  non meditata perché ci sono delle aree all’interno delle Regioni che hanno delle specificità rispetto alla pandemia diverse da quelle di altre aree. L’entità  regionale non fotografa una realtà a macchia di leopardo all’interno delle singole regioni. In ogni caso, una lezione che si trae da questa tragica esperienza che stiamo vivendo, è quella che, così come sono, le Regioni non rispondono alle esigenze del Paese. Se poi consideriamo il costo aggiuntivo che esse provocano a carico del contribuente,forse sarebbe più ragionevole riattivare la Provincie ed abolire le Regioni. Anche quelle che storicamente avevano una ragion d’essere come la Sicilia e la Sardegna, istituite con un ordinamento speciale ,non hanno dato buona prova. Neppure la Valle d’Aosta ha brillato e i problemi del bilinguismo si possono risolvere in altro modo. Forse solo il Trentino – Alto Adige e il Friuli – Venezia Giulia hanno dato esiti migliori. Davvero troppo poco. In un Paese come l’Italia c’è bisogno di uno Stato efficiente e ciò si rivela in modo inoppugnabile nelle grandi e terribili occasioni della storia in cui decidere in modo tempestivo rappresenta l’imperativo categorico a cui guardare. Guardando al passato, aveva ragione Mazzini che voleva una Repubblica unitaria e non Cattaneo che la voleva federale. Guardando alla odierna, preminente necessità di decidere,  non servono dei Governi regionali che si sono autonominati tali perché ufficialmente sono Giunte regionali. La smania dell’autonomismo e delle spinte centrifughe ha fatto il suo tempo :la politica esige oggi  altre scelte con meno figuranti in azione, specie se inadeguati o addirittura incapaci. Il mito regionale a cui guardavano, ad esempio, uomini come Aldo Viglione e, in tempi più recenti,  Enzo Ghigo, appare oggi davvero logoro e sbiadito, non più in grado di entusiasmare nessuno.

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“Smantellare una ferrovia è un fallimento politico”

Riceviamo e pubblichiamo / In un momento in cui la cittadinanza è chiusa in casa e non può manifestare il proprio dissenso, sono cominciate le operazioni per lo smantellamento della linea ferroviaria in Val Pellice, sospesa dal 2012. Legambiente: “Scelta sbagliata nella forma e nei contenuti. Nessun confronto con il territorio”

 

La linea ferroviaria Pinerolo-Torre Pellice è sospesa dal 2012. Come in molte altre realtà, il fermo è stato preceduto da un esercizio misto treno-bus, con corse sempre più limitate. La linea, in tali condizioni, ha patito la concorrenza con i bus diretti e con le auto private, perdendo progressivamente utenti sino alla sospensione. Da allora il Comitato Trenovivo, a cui i circoli locali di Legambiente partecipano, si batte per la sua riapertura.

Sebbene la linea sia stata indicata come tratta da ripristinare nella recente proposta di servizio ferroviario metropolitano elaborata da Trenitalia, l’attuale Giunta regionale ad inizi 2020 si è detta non interessata al ripristino. Gli amministratori locali non hanno ottenuto altro che la promessa di uno studio di fattibilità per un mezzo “ecologico” su gomma che potrebbe correre sul sedime trasformato in pista ciclabile.

Dal 23 aprile RFI sta procedendo allo smontaggio della linea elettrica aerea. L’Assessore regionale Gabusi ha dichiarato che si tratta della mera rimozione del cavo di contatto a causa di continui furti. In realtà, si sta procedendo con l’asportazione di tutta la catenaria, compresi i supporti, nonostante gli elementi siano recenti e in buone condizioni a detta degli stessi operatori.

È evidente di come si tratti di un’operazione radicale, senza ritorno, finalizzata sostanzialmente alla dismissione della linea.

Legambiente chiede che la Regione blocchi immediatamente lo smantellamento operato da RFI. I Sindaci agiscano direttamente per fermare i lavori, dal momento che non può essere sostenuto che si tratti di un intervento di manutenzione urgente che deroga alle limitazioni COVID-19. Il dibattito consiliare previsto in Regione per martedì 28 corre il rischio di avvenire a operazione pressoché compiuta. Inoltre si chiede che le Amministrazioni locali creino un tavolo di lavoro, stabile e partecipativo, sulla mobilità di valle con l’obiettivo non di discutere dell’una o dell’altra soluzione tecnologica di trasporto, ma di analizzare i flussi di spostamento locali, mettere a fuoco esigenze e potenzialità, evidenziare gli spostamenti più significativi e tracciare linee di azione a livello territoriale. Solo coordinandosi il territorio potrà essere in grado di avanzare richieste robuste alla Regione, avere contezza delle necessità e, in sostanza, poter attuare una vera politica della mobilità locale.

“Le amministrazioni locali, in questi anni, non hanno saputo ragionare su una proposta congiunta per la mobilità di valle – dichiara Fabrizio Cogno, presidente del Circolo Legambiente Valle Pellice – e su azioni territoriali per favorire la domanda di mobilità collettiva. È mancato un solido coordinamento volto allo studio dei flussi di mobilità del territorio e sulle esigenze da intercettare per promuovere il trasporto pubblico. In sostanza si è accettato l’incremento del trasporto privato senza neppur conoscere realmente l’entità degli spostamenti. L’Amministrazione regionale pare non cogliere del tutto le opportunità che ferrovie locali efficienti garantirebbero in termini sia di transizione energetica, sia di qualità dell’aria, peraltro in una delle aree più inquinate d’Europa. L’approccio ragionieristico sui costi di gestione funziona solamente se si finge di non conoscere i costi economici (per i singoli cittadini), ambientali, sociali e sanitari legati all’incremento del trasporto privato.”

“Si blocchi il lavoro di smantellamento della linea elettrica aerea – dichiara il Circolo Legambiente Pinerolo in un comunicato del suo direttivo – Si crei un tavolo di lavoro a cui partecipino le Amministrazioni Comunali interessate alla linea ferroviaria, con la presenza dei Comitati locali e delle Associazioni che sulla questione sono impegnate da anni. Un tavolo che dovrà avere il compito di studiare, definire e comunicare i dati relativi alla mobilità su questo territorio e di fare proposte attuabili e sostenibili, finalizzate a ridurre l’inquinamento atmosferico e a dare soluzioni adeguate alle esigenze di mobilità della popolazione”.

“Smantellare una linea di trasporto pubblico esistente è un’azione improvvida – dichiara Giorgio Prino, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta – Farlo in tempo di lockdown, senza comunicazioni preventive non è un esercizio di stile. Stanno cancellando la possibilità di riattivare (come Legambiente chiede da tempo) un servizio essenziale per studenti e lavoratori, economico e a basso impatto ambientale, ad oggi sostituito da una linea bus, impattante sia dal punto di vista ambientale che da quello della qualità di vita. La giustificazione degli alti costi di esercizio è figlia di una mancata pianificazione, di un servizio che nel corso degli anni è stato reso sempre meno efficiente da scelte industriali e non supportato da scelte politiche. Si fermino finché sono in tempo e dialoghino con il territorio”.

Lagambiente Piemonte

Riflessioni sulla vita in epoca di Coronavirus

È scoppiata un’emergenza epocale, che sarà ricordata nei libri di storia, e ho capito cosa stava succedendo tardi, forse troppo tardi.

È stato come ricevere una botta in testa, sono rimasto stordito ed ho avuto bisogno di un po’ di tempo per riprendermi, riflettendo e meditando su che cosa stesse succedendo.

In sintesi:

  • Il Coronavirus ha dimostrato in modo evidente a tutti la fragilità dell’uomo. Siamo sulla Terra da ben poco tempo in rapporto alla vita del nostro pianeta e, ancor più, dell’Universo. La natura esisteva ben prima di noi ed esisterà molto dopo di noi. Siamo molto arroganti a pensare di essere in grado di governare la natura; è vero, ahimè, l’esatto contrario. Il Coronavirus potrebbe essere letto come un avvertimento, un segnale che la natura ci manda, e che sta a noi cogliere o meno. Passata l’emergenza e ripresa una sorta di “normalità”, dovremo adottare comportamenti adeguati, in modo da accompagnare la natura, non sfruttarla, ed essere consapevoli della nostra piccolezza. Se non faremo così, prima o poi subiremo conseguenze peggiori di una pandemia.
  • Si è molto discusso su come e dove sia nato il virus. Secondo me i complottisti a tutti i costi fanno un pessimo servizio all’umanità. La risposta più logica e semplice è che il virus sia nato da uno “spillover” dagli animali. Ce lo dice la scienza e ce lo ha detto, già tanti anni fa, la teoria dell’evoluzione di Darwin. Voler incolpare i cinesi, gli americani, le multinazionali, la Spectre o l’ONU, è pericoloso perché svia dall’individuare il problema per cercare di risolverlo. Negli ultimi venti anni si sono già verificati molti casi simili, questa volta la combinazione contagiosità / letalità del virus ha innalzato la pericolosità dell’epidemia. Vivere in promiscuità con gli animali, in certe aree del mondo, porta a facilitare i salti di specie dei virus, e di questo aspetto dovremo tener conto se non vogliamo che, un giorno, possa arrivare anche un virus peggiore di questo.
  • Nella gestione iniziale dell’epidemia nel mondo ci sono stati tanti errori, capiremo col tempo se alcuni fossero voluti oppure no. La Cina ha sicuramente sottaciuto molte cose, ad esempio la mortalità, ma anche la pericolosità del virus. Quando è arrivato in Europa i nostri medici virologi sono stati colti di sorpresa dalla contagiosità e dalla mortalità del virus. In questo i cinesi hanno una grave colpa, perché loro l’avevano vissuto in prima persona e avevano l’obbligo morale di avvertire il resto dell’umanità. La comunità scientifica cinese ha messo a disposizione le informazioni scientifiche, è vero, ma ciò che è mancato nello specifico è stata l’informazione sul modo migliore di gestire la malattia.
  • Il resto del mondo extra Cina è stato colto di sorpresa, nonostante alcuni segnali ben evidenti fossero forti e chiari. Alcuni scienziati da gennaio gridavano che il pericolo era grande, ma non sono stati ascoltati per nulla, un po’ come il pastorello che grida “Al lupo al lupo”, dato che le ultime pandemie si erano risolte senza grossi danni. Era necessario chiudere la Cina subito, bloccare i voli per tutto il resto del mondo ed adottare isolamento e quarantena, anche quando non c’erano ancora casi. Un po’ come ha fatto, a Prato, la comunità dei cinesi, che ha messo in quarantena chi arrivava dalla Cina e non ha importato neanche un virus. Oggi dovremmo ringraziare ed ascoltare chi allora ci avvertiva (faccio due nomi, Burioni e Galli tra tutti), invece di prenderli in giro. Purtroppo, anche tra i medici scienziati, c’erano quelli che minimizzavano (la famosa frase “è poco più di un’influenza”, che all’epoca confesso di aver detto anch’io, si è rivelata il peggiore killer, permettendo al virus di propagarsi indisturbato) e ci sono quelli che, ancor oggi, dicono sciocchezze (o che il virus sparirà, speranza di tutti, ma ben lontana dalla realtà, o che i vaccini non serviranno a niente, nelle pericolosissime tesi novax). In una pandemia come questa sono gli scienziati a dover guidare, con buona pace di coloro che gridano allo scandalo della dittatura degli scienziati, perché sono gli unici che possono indicare le soluzioni, almeno dal punto di vista sanitario.
  • L’Italia è stata sfortunata, perché è stato il primo Paese extra asiatico ad essere colpito ed è stato colpito duramente. Noi italiani abbiamo preso un cazzotto da KO. L’ipotesi più accreditata, che personalmente mi convince, è che nel mese di gennaio vi siano stati numerosi ingressi del virus nel nord Italia, e che questo abbia permesso al virus stesso di girare indisturbato per settimane, forse per più di un mese, creando così una sorta di bomba epidemiologica. Tra l’altro l’area più colpita (area produttiva della Lombardia sud orientale), oltre ad avere un clima che probabilmente si adatta perfettamente alla contagiosità del virus, è anche una di quelle più interconnesse con le aree circostanti per l’elevata propensione agli scambi commerciali e sociali. Quindi il posto perfetto per una rapida diffusione dell’epidemia. Potevamo accorgercene prima? Con le informazioni in possesso dei medici lombardi probabilmente no, ci sarebbe voluto un allarme mondiale di alto livello, ma solo i cinesi (e l’OMS) potevano lanciarlo.
  • La reazione italiana è stata tardiva? Secondo me no, in due giorni le aree di focolaio (le famose zone rosse) erano state chiuse e blindate. Il problema è che il virus aveva già circolato molto anche in altre zone e, nel giro di una settimana, il numero di casi è comunque esploso. Siamo stati presi alla sprovvista e qualunque misura epidemiologica in quel momento non avrebbe potuto fermare l’epidemia. Come dire, la frittata era fatta.
  • Il problema, secondo me, è stato dopo. Se vi ricordate, a fine febbraio, i casi erano tutto sommato limitati e molti politici volevano riaprire tutto, chi invitava alla prudenza erano i soliti scienziati poco ascoltati e molto presi in giro (Burioni, Galli e pochi altri). Lì il governo centrale e le Regioni più colpite hanno perso 10-15 giorni che si sono rivelati fatali per la diffusione del virus. Il lockdown nazionale, che è arrivato l’11 marzo, avrebbe dovuto essere varato a fine febbraio o al massimo ai primi di marzo. Avremmo avuto molti meno morti. Certo, col senno di poi, è molto facile emettere sentenze, in quel momento capisco che sarebbe stato molto difficile ed impopolare una chiusura nazionale, ma avrebbe potuto limitare molto la diffusione del contagio.
  • Il resto del mondo ha reagito in ritardo come l’Italia, con l’aggravante che aveva il nostro esempio sotto gli occhi. Per non parlare delle sciocchezze dette da due dei capi di Stato più importanti al mondo, Boris Johnson (che ha pagato personalmente i suoi ritardi, finendo in ospedale con un casco ad ossigeno in testa) e Donald Trump. E hanno pagato anche loro uno scotto di vite umane molto alto. Tutti tranne la Germania. E non è un caso: i tedeschi hanno saputo tracciare i casi, limitare i contagi, averli tutti sotto controllo, e limitare il numero di morti. Perché il numero di morti in Germania è così basso rispetto al resto del mondo? Semplicemente perché, con la mentalità organizzativa propria del popolo tedesco, hanno capito subito qual era il modo migliore per contrastare l’epidemia e l’hanno applicato molto in fretta. Sostanzialmente hanno applicato i manuali epidemiologici senza titubanze, anche se erano più di cento anni (101 per la precisione) che non si vedeva una pandemia di questa portata. Opinione personale, e lo dico da anni, i miei amici ne sono testimoni, la Germania oggi è il miglior posto in cui vivere, almeno dal punto di vista socio-economico.
  • Le immagini dei reparti di Terapia intensiva in subbuglio con persone che non respiravano e che i medici non potevano intubare, quelle dei camion militari che portavano via le bare da Bergamo perché non c’era più posto nei cimiteri, le immagini delle fosse comuni a New York, in cui sono stati buttati i cadaveri delle persone povere o senza tetto, che non hanno fatto in tempo a curare negli ospedali, beh tutte queste immagini mi hanno commosso fino alle lacrime. Non pensavo, in vita mia, di arrivare a vedere immagini così terribili riprese dietro casa nostra. Pensavo che nell’Occidente “civilizzato” certe cose non succedessero. Invece sono successe. Ho in mente anche un filmato che ha scosso la mia coscienza; il presidente della Regione Emilia Romagna, una di quelle più colpite, rispondeva ad un cittadino che gli diceva che non ce la faceva più a stare in casa; gli proponeva di uscire di casa, di togliersi dalle mura domestiche, ma solo per fare un giro all’ospedale di Piacenza nel reparto di Terapia intensiva, dove la gente moriva da sola, senza neanche il conforto della vicinanza di una persona cara. Ecco quel filmato è stato per me come un pugno diretto in faccia; insieme alle altre immagini di cui parlavo, non lo dimenticherò più.
  • Il governo bene ha fatto a istituire il lockdown. In effetti con questa misura, così estrema e mai utilizzata nella storia dell’umanità, ha salvato tante vite umane. Quante non lo sapremo mai probabilmente, anche se sono convinto che siano molte. Forse i messaggi avrebbero dovuto essere un po’ più chiari, si può fare footing sì o no, ginnastica sì o no, portare il cane a fare i bisogni ma solo in prossimità dell’abitazione, ma prossimità quanto? Altri Paesi, in particolare la Germania, sono stati più chiari nelle norme, anche perché la differenziazione per regione non ha aiutato. Secondo me, l’accanimento relativo al footing o alla ginnastica (particolarmente spinto in alcune regioni) è stato esagerato, era sufficiente vietare gli assembramenti permettendo lo sport individuale. Ma a parte questo aspetto, il sacrificio richiesto ai cittadini è stato accettabile, soprattutto in rapporto allo scopo, che era quello come detto di salvare vite umane. La tecnologia ci ha molto aiutato e, anche stando a casa, siamo potuti restare in contatto con amici e parenti.
  • Ovviamente il sacrificio molto più pesante chiesto agli italiani è stato quello economico. Purtroppo, in questa occasione, è emersa ancora una volta la conflittualità salute / lavoro: per la salute pubblica e per sconfiggere il virus dovremmo stare isolati in casa ancora dei mesi, ma è ovviamente impossibile prolungare così tanto il lockdown. Allo stesso modo, per permettere alle famiglie di mantenere il tenore di vita in corso, non si sarebbero dovute interrompere le attività produttive, ma anche questo era impossibile. La soluzione non può che essere quella di trovare un difficile equilibrio tra due esigenze primarie, entrambe prioritarie. Lo Stato deve aiutare chi si trova in difficoltà, a costo di ingrandire il già enorme debito pubblico. Ma, in questo caso, il debito che lasceremo alle generazioni future è strumento indispensabile. E l’Europa deve fare la sua parte; oggi non stiamo parlando di sovvenzionare debito a chi ha truccato i bilanci (come per la Grecia qualche anno fa), ma di venire incontro a chi ha dovuto chiudere attività economiche per bloccare il propagarsi dell’epidemia. Secondo me si tratta di solidarietà minimale.
  • Un’ultima considerazione sull’Europa: ma vi immaginate cosa sarebbe potuto succedere se non fossimo parte dell’euro e dell’Unione Europea? La nostra liretta sarebbe stata spazzata via, i nostri titoli di Stato non li avrebbe voluti più nessuno, l’inflazione avrebbe galoppato (perchè immagino avremmo dovuto stampare moneta) e il Paese sarebbe piombato vicino al baratro di un default. Invece di inveire contro l’Europa, ringraziamo a mani giunte chi ci ha fatto entrare in Europa e nell’euro.
  • Permettetemi solo una parola a favore della cultura. Nessuno ne parla, ma l’industria della cultura è totalmente a terra e si risolleverà con molte difficoltà. Lo Stato deve pensare anche alle migliaia di lavoratori in questo campo, che sono stati colpiti più duramente di altri (un esempio: quando potranno ripartire i concerti musicali? Difficile dire, forse solo nel 2021). Invece questo governo, per non parlare delle Regioni, non si occupa mai di questo settore, lo considera l’ultimo dei problemi. Un presidente di Regione a proposito della querelle sulla riapertura delle librerie, ha detto che non ha capito perché il governo abbia voluto riaprire proprio le librerie. Ecco un presidente così non avrà mai la sensibilità per favorire lo sviluppo della cultura.
  • Solo una riflessione sui governi regionali. Premetto che in tutte le mie considerazioni non ho mai tirato in ballo le beghe politiche interne italiane, e anche quello che sto per dire è del tutto neutro rispetto al colore politico delle regioni. In primo luogo chi ha lavorato bene: il Veneto ha bloccato l’epidemia prima degli altri, complimenti al presidente Zaia e ai suoi consiglieri che hanno fatto le scelte giuste, a volte anche andando coraggiosamente contro le indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità. Poi l’Emilia Romagna ha contenuto in modo egregio l’epidemia, anche se alcune province sono state colpite ancora più duramente di alcune province lombarde. Poi la Lombardia. Certo sono stati fatti molti errori, però la situazione è stata talmente grave che ben difficilmente si sarebbero potuti limitare i contagi in modo più significativo con interventi locali. Forse si sarebbero dovute chiudere le province di Bergamo e di Brescia prima, ma l’intervento doveva essere del governo e rientra nei ritardi nazionali di cui parlavo più sopra. Grave invece la gestione delle RSA, dove si sono accese micce in una polveriera, creando qualche scoppio, ossia la diffusione del virus in tutta la struttura. Ma, ahimè, ancora più grave è stata la gestione nella mia regione, il Piemonte. E‘ stato sbagliato tutto, l’approccio nel fare i tamponi (troppo pochi per troppo tempo), la gestione dei laboratori che facevano i tamponi (non si è capito che dovevano essere potenziati immediatamente, era una priorità assoluta), la gestione domiciliare dei contagiati e di chi era in quarantena, totalmente abbandonati, la gestione dei medici e degli operatori sanitari in prima linea, totalmente abbandonati anche loro in termini di aiuti e protezioni, e la gestione delle RSA, che sono diventate importanti focolai oggi non ancora spenti. Secondo me l’assessore e il responsabile dell’emergenza hanno sulla coscienza un po’ di morti in Piemonte; forse è un’affermazione un po’ forte, ma se si fosse gestita meglio l’emergenza, i contagi sarebbero stati molti di meno e di conseguenza anche i morti. Secondo me l’assessore, se avesse un po’ di dignità, dovrebbe dare le dimissioni immediatamente.
  • Il futuro è incerto. Partiremo con una fase 2 (a proposito, in Piemonte vista la pessima gestione non è troppo presto? Non ce ne dovremo pentire con una repentina chiusura?) i cui contorni non sono ancora chiari. Certo, a leggere quanto affermano gli scienziati, dovremo convivere con le tre T: tracciamento, trattamento e test. Il tracciamento dovrà servire ad avvisare chi è venuto in contatto con un contagiato, strumento indispensabile per limitare l’espandersi del contagio. Per questo servirà l’App, che dovremo scaricare sui nostri telefonini. A tal proposito esprimo la mia opinione personale: l’App dovrebbe essere obbligatoria, perché la salute pubblica deve venire prima di qualunque considerazione sulla privacy. E’ più importante la segretezza dei miei dati o la vita umana di centinaia di persone? Io non ho dubbi a rispondere. Trattamento vuol dire che i contagiati dovranno essere seguiti a casa in modo adeguato e che gli ammalati gravi dovranno essere curati al meglio in ospedali attrezzati (separando ospedali solo COVID da ospedali no COVID). Test saranno gli esami sierologici massivi nella popolazione per individuare i contagiati. Aggiungendo le mascherine da portare, soprattutto nei luoghi chiusi, e il distanziamento sociale nei luoghi pubblici (si dice almeno un metro e mezzo), tutto ciò fa sì che non sarà certo un periodo facile. Però starà ai comportamenti di tutti noi impedire che il contagio riparta. In attesa di cure o vaccini che probabilmente potranno arrivare nel prossimo inverno o prossima primavera, sarà la maturità della popolazione a fare la differenza.
  • Un’ultima riflessione, relativa alla vita privata. In questo lungo periodo di lockdown credo che abbiamo avuto tutti più tempo del solito per riflettere su noi stessi e la vita che conduciamo. Anch’io l’ho fatto e sono giunto a due conclusioni molto importanti: la prima è che non vale la pena avere una vita frenetica in cui si passa da un’attività all’altra senza fermarsi mai. Credo che sia necessario per tutti avere ritmi più tranquilli, dedicare un po’di tempo a se stessi, godersi di più l’intimità familiare o comunque le mura domestiche. Socializzare è importante, mi verrebbe da dire indispensabile, ma non a tutti i costi. Imparare a gestire se stessi, interrogarsi e imparare a conoscersi credo che sia un modo per crescere interiormente e in consapevolezza, per essere più sicuri di se stessi. E poi, nelle meditazioni personali di questi giorni, ho scoperto (o forse per meglio dire ri-scoperto) che tutti noi abbiamo bisogno di spiritualità. Intendo dire che dobbiamo ascoltare i nostri bisogni interiori e dobbiamo darci delle risposte, che non possono essere solo materiali, solo razionali. Per me è stato importante riscoprire valori forse in parte perduti, o forse solo assopiti, che aiutano a orientare la propria vita e ad agire sentendosi responsabili delle proprie scelte.

Pietro Romano