ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 435

Anziani malati non autosufficienti: “La Regione li dimentica”

Riceviamo e pubblichiamo / Sono passati due mesi dal sit-in dei parenti delle vittime nelle Rsa nel periodo di massima diffusione del Coronavirus il 18 giugno scorso. Finora, dalla Giunta regionale e dal Presidente Alberto Cirio, nessun atto concreto rispetto alle richieste avanzate dai tanti che hanno perso uno o più cari nella drammatica strage delle Residenze sanitarie assistenziali e dalle associazioni di tutela dei loro diritti.

– Non è stata revocata la controversa e contestata delibera 14-1150 del 20 marzo
2020 che permetteva (e permette ancora!) il trasferimento di malati contagiosi
dagli ospedali alle Rsa e che ha determinato una diffusione della patologia nelle
Rsa, con conseguenze letali su molti degenti. In caso di nuova pandemia, con
l’attuale delibera sarà possibile operare nuovi trasferimenti, infettando i
degenti ricoverati. Tanti morti non hanno insegnato niente?

– L’Assessore alla Sanità, Luigi Icardi, ha incontrato i Sindacati e i Gestori privati
delle Rsa, ma non ha trovato il tempo di incontrare i famigliari dei malati morti
nelle Rsa e le associazioni che difendono i diritti dei malati non autosufficienti.
– Gli anziani malati non autosufficienti non sono scomparsi! Restano 30 mila
malati in lista d’attesa che hanno diritto alle cure sanitarie e socio-sanitarie in
convenzione con l’Asl (dati 2016-2019). Nessuna azione della Sanità
piemontese è stata messa in atto per dare priorità alle cure domiciliari ed
erogare gli «assegni di cura» previsti dalla legge regionale 10/2010 con parte
sanitaria.

Devono seguire subito ai decessi 4.000 nuove convenzioni per sostituire i posti
liberatisi nel periodo Covid e almeno altre 6.000 per coprire le quote sanitarie
di chi sta pagando da anni la degenza privatamente in Rsa. Spesa stimata: 60
milioni da erogare subito (sui circa 250 all’anno di spesa storica per i ricoveri in
Rsa). La Regione non ha attivato ingressi in Rsa per molti mesi, risparmiando le
risorse che ora deve rimettere in blocco. Quei soldi non devono sparire, ma
servire per un abbattimento secco delle liste di attesa.

– Non ci sono atti della Giunta regionale verso il Governo per rendere più umane
le visite ai propri parenti in Rsa. Si tratta di una mancanza aggravata dal fatto
che l’assessore alla sanità Icardi è il coordinatore nazionale degli assessori alla
sanità nella Conferenza Stato-Regioni e quindi avrebbe tutti gli strumenti per
porre la questione a livello nazionale.

La mobilitazione della Fondazione promozione sociale, delle associazioni del
Csa – Coordinamento sanità e assistenza tra i movimenti di base, del Comitato
vittime nelle Rsa hanno ottenuto la delibera 2-1821 del 5 agosto in cui vengono
definite le “Linee di indirizzo per la gestione, nella fase di emergenza Covid-19,
delle attività sul territorio della Regione Piemonte, delle strutture residenziali e
semi-residenziali” che comprendono il tema delle visite, delle uscite, dei rientri
a casa per brevi periodi e affermano finalmente le responsabilità della Regione
e delle Asl. Si tratta di un passo avanti, che fissa criteri generali, ma non è ancora
abbastanza. C’è bisogno di una presa di posizione nazionale, che la Regione
Piemonte deve sollecitare in rappresentanza dei suoi cittadini più deboli.

Al Presidente Cirio e alla Giunta della Regione Piemonte chiediamo di confrontarsi
sulle proposte (allegate, già inviate il 22 giugno scorso al Presidente Cirio) e di
prevedere un confronto istituzionale urgente. Le associazioni scriventi hanno
contribuito a scrivere le delibere e le leggi (compresa la legge 10/2010) che hanno
consentito a migliaia di malati non autosufficienti di ricevere le cure, la continuità
terapeutica, la presa in carico definitiva dei servizi. Non ci stiamo ad essere ignorati.
Come ha scritto recentemente Francesco Pallante, docente di diritto Costituzionale
all’Università di Torino: «Di fronte a ogni questione tecnico-scientifica permane un
margine, più o meno ampio, di apprezzamento discrezionale che il governo,
nell’esercizio delle proprie prerogative, ha tutto il diritto di utilizzare. Ciò comporta,
però, l’assunzione di una responsabilità e, in un ordinamento democratico, il dovere
di motivare politicamente le ragioni delle decisioni adottate».

È quindi fondamentale che ogni provvedimento di riforma del sistema di presa in
carico sanitaria e socio-sanitaria non sia assunto come una scelta calata dall’alto,
senza confronto con i cittadini, ma passi dal Consiglio regionale e dall’ascolto delle
associazioni che difendono i diritti dei malati non autosufficienti.

CSA – Coordinamento Sanità e Assistenza fra i movimenti di base

 

Uncem: “Banda ultralarga, Piemonte fanalino di coda”

Il Piano banda ultralarga vedrà il Piemonte fanalino di coda.

 

Secondo quanto comunicato alla Regione, Anci e Uncem, da Infratel e Open Fiber, i lavori negli oltre 1.100 Comuni si completeranno solo nel 2023. Due anni di ritardo rispetto alla tabella di marcia annunciata nel 2017. Un quadro che preoccupa fortemente le Associazioni degli Enti locali, tra le prime a credere nel Piano ma anche le prime a denunciare errori, tempi troppo lunghi, complicazioni per gli Enti locali, eccessivi ritardi e mancanza di efficacia nel raggiungere le valli. Per ogni Comune sono previsti due progetti e due cantieri, uno per la fibra e un secondo per l’FWA, i sistemi wireless. E mentre operatori privati come Tim ed Eolo stanno intervenendo autonomamente, con loro risorse, al di fuori del Piano nazionale BUL, Anci e Uncem non accettano, con tutti i Sindaci, di rimanere con il cerino in mano.

I Sindaci sono molto arrabbiati per i ritardi del Piano BUL – spiega Lido Riba, Presidente Uncem Piemonte – La Regione nella recente Cabina di Regia di luglio ha chiesto chiarimenti e tempi certi. Lo abbiamo scritto anche nell’importante dossier ‘La Montagna in rete’. Serve un’azione più incisiva che le Associazioni locali sono pronte a supportare. I Sindaci sono pronti anche a scendere in piazza se il Piano banda ultralarga non viene sbloccato e accelerato. Per ora è dormiente. Ed è gravissimo”.

“Il lavoro che stiamo facendo per costruire con i Comuni soluzioni per ridurre il digital divide, è complesso ma necessario – evidenzia il Vicepresidente Anci con delega all’innovazione, Michele Pianetta – Occorre agire sulle competenze, e lo stiamo facendo con Anfov, Asstel, le associazioni delle imprese, le Telco stesse. Dobbiamo intervenire per ridurre il digital divide e sbloccare con urgenza il Piano BUL. Poi vogliamo premiare i Comuni, le Unioni, tutti gli Enti che stanno facendo di più e meglio sul fronte dei servizi. E per questo, il Premio Piemonte Innovazione è strumento di crescita e di condivisione. Permette anche emulazione oltre a una conoscenza di quanto sta avvenendo nella nostra regione. Non certo poco, ma grazie alla spinta di Sindaci, dirigenti, Amministratori illuminati. Che sosteniamo con tutte le nostre forze”.

“Rispetto alle infrastrutture digitali, occorre unire il Piano BUL con quello che stanno facendo le Telco. Penso all’importante lavoro di Eolo, BBBell ovvero al Piano di TIM per cablare tutta l’Italia. Un lavoro importantissimo quello di TIM. È urgente un percorso più virtuoso rispetto al passato. Cambiamo rotta. Andiamo verso una rete unicaChe integri Piano BUL e 5G. I ritardi sono gravissimi – sottolinea Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem – e come abbiamo detto con il Ministro Pisano due settimane fa, la Montagna in rete deve essere tale grazie a un lavoro congiunto di imprese e soggetti pubblici. Su questo stiamo lavorando intensamente”.

Allegato il file con tutti i dati del Piano nazionale Banda ultrlarga per il Piemonte, Comune per Comune

Scarica qui il dossier “La Montagna in rete”

Scuolabus, come organizzare i trasporti?

L’organizzazione del trasporto scolastico sta creando notevoli problematiche ai Sindaci e alle Amministrazioni, in particolare nei Comuni piccoli e montani.

Come previsto dall’ultimo Decreto del Presidente del Consiglio, del 7 agosto, gli Enti stanno ripensando l’organizzazione, sia diretta, in economia, visto che tanti Comuni si occupano dei “pullman gialli” per bambini e ragazzi che devono andare a scuola, sia con le aziende che hanno in appalto i servizi, ma anche a livello sovracomunale ove sono Unioni montane e Comunità montane a organizzare i servizi. Uncem sta raccogliendo notevoli preoccupazioni dei Sindaci, sui quali cade la responsabilità dell’organizzazione del trasporto per evitare che siano questi dei vettori non adeguati per contenere e azzerare il contagio da covid-19. Non basteranno solo risorse economiche in più, da trasferire dallo Stato e dalle Regioni ai Comuni e agli Enti territoriali ad esempio per igienizzazione e sanificazione dei mezzi una volta al giorno. Uncem ha scritto ai Ministri dei Trasporti e dell’Istruzione di poter fare un approfondimento urgente: nelle linee guida statali per il trasporto scolastico ci sono alcune questioni troppo gravose per i Comuni. Come la durata del viaggio, fino a 15 minuti, che permetterebbe, secondo le attuali regole, di non rispettare il distanziamento. “Se il trasporto pubblico urbano viaggerà senza distanziamento, indipendentemente dal tempo, è necessario che anche sugli scuolabus, su tutto il trasporto scolastico si viaggi a pieno carico“, evidenzia il Presidente nazionale Uncem. Dunque si seguano regole uguali per tutti. E il Ministero accolga la proposta Uncem di un tavolo specifico per i territori montani, per i piccoli Comuni, nei quali l’organizzazione del trasporto è funzionale al contenimento dello spopolamento e dell’abbandono. Occorre riconoscere le peculiarità organizzative, stanziare risorse aggiuntive, supportare i Sindaci nell’organizzazione del trasporto, con flessibilità di regole che finora però non sono ste riscontrare nell’interlocuzione con gli Uffici scolastici regionali per definire classi e modalità di costruzione del sistema scolastico.

Gli asili nido pronti per la riapertura a fine agosto

L’assessorato regionale all’Istruzione ha già inviato una lettera ai Comuni piemontesi per annunciare che asili nido, micro nidi, sezioni primavera, centri di custodia oraria e nidi familiari potranno riaprire lunedì 31 agosto.

 

La data è stata decisa. In Piemonte la riapertura dei servizi destinati all’infanzia è stata fissata lunedì 31 agosto. La decisione è stata presa dopo aver analizzato il documento di indirizzo e orientamento per la ripresa delle attività in presenza dei servizi educativi e delle scuole dell’infanzia inviato pochi giorni fa dal governo e che ha ottenuto parere favorevole da parte della Conferenza delle Regioni.

E anche se è soltanto di questi giorni l’adeguamento della normativa nazionale, finalizzata al contenimento del contagio sull’intero territorio nazionale, la Regione Piemonte, vista la necessità delle famiglie e dei gestori dei servizi stessi di avere certezze sulle date di riapertura, ha ritenuto fondamentale non perdere altro tempo e di stabilire la data.

Ragion per cui è partita nei giorni scorsi  dall’assessorato regionale all’Istruzione una lettera indirizzata a tutti i Comuni in cui viene annunciato che i servizi educativi 0-3 anni (asili nido, micro nidi, sezioni primavera, centri di custodia oraria e nidi familiari) potranno ripartire con l’attività ordinaria a partire dall’ultimo giorno del mese di agosto.

«Si tratta di un passo molto importante – spiega l’assessore regionale all’Istruzione  Elena Chiorino – dopo mesi di chiusure che, causa emergenza Covid-19 – hanno negato ai bambini il diritto alla socialità e messo in difficoltà le famiglie, specie da quando sono ripartite le attività produttive. Per tale ragione abbiamo voluto anticipare il più possibile la data di riapertura dei servizi 0-3 anni, confidando che questa scelta sia davvero il primo passo per un ritorno alla normalità che i nostri figli e le famiglie meritano, dopo mesi di immensi disagi».

Lavoro e agricoltura: la Regione vuole rivedere il nuovo voucher

Gli assessori regionali al Lavoro e all’Agricoltura hanno scritto ai loro colleghi di tutta Italia per ribadire l’attenzione nei confronti dell’utilizzo delle prestazioni occasionali in agricoltura e della loro efficacia sul sistema agricolo. La richiesta: estendere l’attuale strumento alle imprese con più di 5 addetti.

L’assessore regionale al Lavoro e l’assessore regionale all’Agricoltura del Piemonte hanno scritto ai colleghi di tutte le Regioni italiane per ribadire l’attenzione nei confronti dell’utilizzo delle prestazioni occasionali in agricoltura e della loro efficacia sul sistema agricolo.

Si tratta di un tema molto sentito dal mondo lavorativo e imprenditoriale agricolo, non solo piemontese ma anche nazionale, in questo anno 2020 in cui le aziende hanno incontrato grande difficoltà nel reperimento dei lavoratori stagionali provenienti dall’estero a causa dell’emergenza Covid 19.

In alcuni casi, tali lavoratori provengono da zone che attualmente registrano un aumento dei contagi costringendo gli stessi a periodi di quarantena preliminari prima di iniziare il lavoro, provocando dannose perdite di tempo per le imprese.

L’attivazione di contratti di natura occasionale si ripropone ogni anno ed è legato ai tempi dell’agricoltura.

L’attuale strumento, attivabile attraverso la piattaforma «PrestO» è infatti meno agile rispetto al vecchio voucher agricolo cartaceo, abolito nel 2017 e, secondo i due esponenti della giunta regionale piemontese, rende difficoltoso e farraginoso il reclutamento del personale nel settore agricolo, oltre a limitare la possibilità per molti cittadini in difficoltà economiche di fruire di forme di integrazione al reddito familiare.

Tra gli aspetti che l’assessore regionale al Lavoro e l’assessore regionale all’Agricoltura ritengono debbano essere rivisti c’è, in particolare, il numero di dipendenti a tempo indeterminato che segna il discrimine fra aziende che possono fruire dello strumento e aziende escluse.

Non si comprende la ragione per cui il ricorso alla prestazione occasionale sia limitato alle microimprese con meno di 5 dipendenti. Per i due esponenti di giunta, quindi, non si può escludere a priori una fetta del mondo imprenditoriale dalla platea dei soggetti utilizzatori, ma occorre invece garantire che venga svolta una puntuale attività di controllo sul rispetto della normativa in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro nonché sul rispetto dei contratti collettivi applicati.

Da qui la richiesta alle altre Regioni di sostenere questa «battaglia» del Piemonte, per una revisione dell’attuale sistema, sollecitando, con una missiva, il governo in modo da chiedere un intervento efficace e tempestivo.

Vendemmia, sarà un’ottima annata

Il Piemonte si prepara alla vendemmia. Confagricoltura: produzione sana e abbondante, qualità elevata. Dal 22 agosto si raccolgono le uve per l’Alta Langa docg, poi toccherà a moscato, brachetto e dolcetto. Si chiuderà con i nebbioli dell’Alto Piemonte e il Caluso Passito.

Il prossimo mese sarà cruciale per l’esito della vendemmia. “Confagricoltura Piemonte – dichiara il direttore regionale dell’organizzazione Ercole Zuccaro –  con una rete di 40 tecnici sul territorio sta seguendo l’evoluzione dell’annata che per il momento si presenta molto buona, con punte di eccellenza: il quantitativo di uva che sta giungendo a maturazione è nella media, paragonabile  al 2018, ma in aumento del 10% circa sulla campagna 2019, decisamente scarsa dal punto di vista produttivo. La qualità delle uve è buona e le gradazioni dovrebbero essere in aumento rispetto a quelle dello scorso anno”.
 
Le date di vendemmia
“Le prossime quattro settimane – afferma Alessandro Bottallo, esperto vitivinicolo della Confagricoltura di Alba – saranno fondamentali per capire come si presenteranno i grandi rossi del Piemonte. A partire dalla seconda decade di agosto – chiarisce Bottallo – intensificheremo i prelievi di uve nei vigneti perseguire le curve di maturazione e consigliare ai viticoltori il periodo migliore per avviare lo stacco dei grappoli, quando l’equilibrio acidi zuccheri avrà raggiunto il suo punto ottimale. Pur essendo molto cauti nelle previsioni possiamo esprimere una valutazione moderatamente ottimistica. Se l’andamento climatico ci accompagnerà la vendemmia 2020 potrà riservarci grandi soddisfazioni”.
Le prime uve a essere vendemmiate – spiegano i tecnici di Confagricoltura –  saranno pinot nero e chardonnay per la produzione dello spumante a denominazione d’origine controllata e garantita Alta Langa: la raccolta partirà attorno al 22 – 23 di agosto, nei vigneti con le migliori esposizioni. Per fine mese è previsto l’avvio della raccolta delle uve moscato per la produzione di Moscato d’Asti e Asti a denominazione d’origine controllata e garantita.
Nell’Acquese e nell’Astigiano, anche a causa di alcune grandinate, la produzione di uva moscato è data in leggero calo rispetto allo scorso anno, mentre in provincia di Cuneo il raccolto si presenta con un livello soddisfacente.
Subito dopo il moscato sarà la volta delle uve brachetto per la produzione di Acqui docg.
Attorno al 10 settembre, tempo permettendo, dovrebbe iniziare la raccolta delle uve dolcetto: qualora le temperature notturne dovessero però scendere sensibilmente verso la fine del mese di agosato la raccolta potrebbe essere anticipata di qualche giorno, per evitare problemi di cascola. Il vitigno dolcetto, infatti, a maturazione medio precoce, quando la fase di completamento del grappolo avviene molto celermente, accompagnata da importanti escursioni termiche, va soggetto a un fenomeno di caduta degli acini; per questo motivo i viticoltori potrebbero decidere di anticipare di qualche giorno lo stacco dei grappoli.
Verso metà settembre, o più probabilmente all’inizio della terza decade del mese, è previsto l’avvio della raccolta delle uve cortese per la produzione di Cortese dell’Alto Monferrato doc e di Gavi docg: il vitigno a bacca bianca è tra i più tardivi nella maturazione e i viticoltori, per la produzione di vini fermi, preferiscono non anticipare troppo la raccolta per consentire all’uva di sprigionare tutte le proprie caratteristiche.
Nello stesso periodo è prevista la vendemmia dell’Erbaluce in Canavese: la raccolta, per la produzione di vino spumante metodo classico, verrà probabilmente anticipata di una settimana, mentre le uve destinate al Passito di Caluso docg non verranno staccate prima della metà di ottobre.
Per quanto riguarda le uve per la produzione di vini rossi la vendemmia inizierà attorno al 20 settembre per l’uva barbera, per proseguire con i nebbioli, in Roero, Langa e nell’Alto Piemonte, verso la fine del mese.

L’annata 2020
L’annata – chiarisce Confagricoltura Piemonte – era iniziata con abbondanti piogge in primavera. A seguire il caldo ha fatto partire velocemente il germogliamento delle viti: oggi l’anticipo vegetativo, rispetto all’anno scorso, è di circa una settimana.
Il maltempo primaverile, con un’elevata umidità, ha impegnato non poco gli agricoltori a contenere peronospora e oidio. Oggi le uve si presentano in buone-ottime condizioni sanitarie e le produzioni di alcune varietà, che potrebbero rivelarsi abbondanti, unite alla riduzione dei volumi commercializzati a causa del mercato non favorevole per la pandemia, stanno orientando più di un consorzio di tutela (organismi espressione di produttori, vinificatori e imbottigliatori) a valutare l’opportunità di attivare la “riserva vendemmiale”. Si tratta, spiegano i tecnici di Confagricoltura, di tenere da parte un certo quantitativo della produzione per renderlo disponibile qualora si aprissero interessanti sbocchi commerciali.
“Una delle preoccupazioni che angustiano i viticoltori in questo periodo, aldilà delle condizioni climatiche, è quello della raccolta, in quanto – dichiara il presidente di Confagricoltura Piemonte Enrico Allasia – a causa del delle misure sanitarie  imposte e della scarsa presenza di lavoratori extracomunitari sul nostro territorio, potrebbero esserci difficoltà a reperire manodopera per la raccolta, soprattutto se le operazioni dovessero concentrarsi in pochi giorni per avversità meteorologiche”.

I NUMERI DEL VINO PIEMONTESE 
 

Elaborazioni Confagricoltura su dati Regione Piemonte

10.862 aziende viticole
41.800 ettari di vigneto
20 vini docg e 41 vini doc
2,4 milioni di ettolitri di vino (produzione stimata annata 2020) per volume complessivo di 320 milioni di bottiglie
54 cantine cooperative con circa 12.000 soci
280 imprese industriali produttrici di vini e distillati con circa 3.300 addetti
14 consorzi di tutela
Export vini piemontesi: circa 195 milioni di bottiglie (60% della produzione) per un valore stimato di 1 miliardo di euro (22% del valore complessivo dell’export agroalimentare piemontese)

Elaborazioni Confagricoltura su dati Regione Piemonte

Innovazione e tradizione. Il CAAT al centro della filiera agroalimentare 

La qualità dei prodotti ortofrutticoli che approdano nelle nostre tavole parte da lontano e risponde alla stessa eccellenza di quel variegato sistema rappresentato dalla filiera che coinvolge molti soggetti, a partire dai produttori, passando attraverso Centri Agroalimentari che costituiscono un anello di congiunzione fondamentale tra produttori e consumatori. Il CAAT, Centro Agroalimentare di Torino, è uno degli esempi italiani di eccellenza.

“Esiste a livello nazionale una rete – spiega il Direttore generale del CAAT, l’avvocato Gianluca Cornelio Meglio – che riunisce i sedici Centri Agroalimentari e Agromercati più grandi d’Italia, tra cui figura anche il CAAT di Torino. Questa rete si chiama Italmercati ed avoca a sé un comparto di eccellenza del Nord Italia, che necessita, oggi, di un sostegno per una ripartenza post Covid, contemplato dal Decreto Agosto del Governo e dagli sforzi da parte del Ministro per le Politiche Agricole Teresa Bellanova”.

“Una delle filiere – prosegue il Direttore generale del CAAT, Gianluca Cornelio Meglio – su cui si deve assolutamente puntare in questa fase temporale post pandemia è quella agroalimentare,  che è risultata in grado di contenere gli effetti negativi della crisi seguita al lockdown ed è ora capace di favorirne uno sviluppo. Il comparto risulta assolutamente variegato, in quanto si compone di molti attori, tra i quali figurano il settore agricolo, l’industria alimentare, il settore della logistica e quello dei trasporti, il commercio dall’ingrosso e quello al dettaglio”.

“Il comparto agroalimentare – aggiunge il Direttore generale del CAAT Cornelio Meglio – è  tra l’altro quello in cui maggiormente, in Italia, si sono conservate e tramandate le tradizioni, attraverso passaggi generazionali, che hanno significato e sono coincisi con la trasmissione di conoscenze pratiche sul campo, nel settore agricolo e della coltivazione, unite ad una comune passione per la terra. Il settore agroalimentare è stato, inoltre, uno dei pochi che, in epoca Covid, non si è mai arrestato e, con lui, ovviamente, i Centri Agroalimentari italiani, tra cui il CAAT, che ha consentito, con la sua operatività, il continuo approvvigionamento di prodotti ortofrutticoli freschi, capaci di raggiungere le nostre tavole, anche durante il periodo del lockdown “.

“Il CAAT – precisa il suo Direttore generale Gianluca Cornelio Meglio – ha fatto poi, da sempre, della sicurezza il punto di forza del suo operato, anche e soprattutto durante il periodo del lockdown, attraverso l’applicazione dei principi previsti dai protocolli dell’emergenza Covid 19, salvaguardando al massimo la salute di tutti quanti quotidianamente hanno fruito degli spazi del Centro Agroalimentare di Torino, e procedendo ad una costante sanificazione dei locali a tutela, anche, del consumatore finale. In tutto questo periodo, peraltro, non sono mai state interrotte le attività di rilevamento prezzi all’interno del Centro; attività che hanno contribuito a connotare il Centro quale “termometro” dell’economia locale, e non solo, all’interno del settore agroalimentare”.

“Proprio alla luce delle migliorate condizioni sono riprese – aggiunge l’avvocato Gianluca Cornelio Meglio – talune visite che concorrono ad aprire le “porte” del Centro Agroalimentare, con l’intento di mostrare – a quanti non conoscano questa realtà – l’attività che ogni notte dalle 3.30 a.m., attraverso il lavoro di quasi duemila persone – anima questa piccola “Città” alle porte di Torino.

La conoscenza di un anello fondamentale di questa filiera, quale è il CAAT, certamente non potrà che aumentare la consapevolezza dei consumatori durante l’acquisto di prodotti ortofrutticoli”.

Mara Martellotta

Un postamat nel piccolo comune di 54 abitanti

La presenza di Poste Italiane si estende ai piccoli Comuni senza Ufficio Postale

Poste Italiane ha installato un nuovo sportello automatico ATM Postamat nel Comune di Massello, nella provincia di Torino, presso il quale risiedono circa 54 abitanti.
Le installazioni sono parte di un più ampio progetto che ha l’obiettivo di estendere la presenza capillare di Poste Italiane nei territori non direttamente serviti da un Ufficio Postale per meglio soddisfare le esigenze delle comunità locali come promesso nei “dieci impegni” per i piccoli Comuni presentati dall’Amministratore Delegato, Matteo Del Fante, in occasione dell’incontro con i “Sindaci d’Italia” dello scorso 28 ottobre a Roma. L’effettiva realizzazione di tali impegni è consultabile sul nuovo portale web all’indirizzo www.posteitaliane.it/piccoli-comuni.

Disponibili sette giorni su sette ed in funzione 24 ore su 24, gli ATM Postamat consentono di effettuare operazioni di prelievo di denaro contante, interrogazioni su saldo e lista dei movimenti, ricariche telefoniche e di carte Postepay, accanto al pagamento delle principali utenze e dei bollettini di conto corrente postale.
I nuovi Postamat di ultima generazione possono essere utilizzati dai correntisti BancoPosta titolari di carta Postamat-Maestro e dai titolari di carte di credito dei maggiori circuiti internazionali, oltre che dai possessori di carte Postepay. Gli sportelli sono anche dotati di monitor digitale ad elevata luminosità e di dispositivi di sicurezza innovativi, tra i quali una soluzione anti-skimming capace di prevenire la clonazione di carte di credito e un sistema di macchiatura delle banconote.

L’iniziativa è coerente con i principi ESG sull’ambiente, il sociale e il governo di impresa, rispettati dalle aziende socialmente responsabili, che contribuiscono allo sviluppo sostenibile del Paese.

Noi siamo con Santa Sofia

Noi siamo con Santa Sofia, perché non solo le persone ma anche i simboli e i luoghi sacri possono diventare vittime di decisioni ispirate da ragioni di potere

A Istanbul, l’antica Costantinopoli, la basilica dedicata a Santa Sofia, la divina Sapienza, è stata per quasi mille anni sede del Patriarcato di Costantinopoli, con un’importanza quindi per la Cristianità d’Oriente paragonabile a quella rivestita da San Pietro in Occidente. Poi, nel 1453, a seguito della conquista ottomana, è stata trasformata in moschea. Nel Novecento, con la nascita della Turchia moderna, sotto l’influsso di un’ideologia laicista, la si era sottratta al culto religioso e trasformata in museo; ma oggi, nel contesto dell’Islam politico del Presidente Erdogan, viene nuovamente adibita a moschea.

Si tratta di una decisione su cui è doveroso esprimere perplessità. Rende giustizia solo a una parte della storia, e non a quella più lunga e originaria. Di conseguenza introduce una ferita in ciò di cui in ogni modo ci si sta prendendo cura, cioè il rapporto tra Islam e Cristianesimo.

Per questo è importante la posizione assunta dall’Imam Yahyah Pallvicini, presidente della Coreis (Comunità Religiosa Islamica):Santa Sofia dovrebbe tornare a essere chiesa cristiana. Con ciò si intende affermare che la destinazione di un luogo sacro non devedipendere da finalità politiche e ancor meno con l’uso della forza. Il fatto che tante volte sia avvenuto, e non certo solo ad opera dell’Islam, non può esimere oggi dall’affermare un principio fondamentale per la convivenza tra le fedi.

Interessante è anche la proposta di esponenti cristiani del Pakistan: che Santa Sofia possa ospitare tanto il culto religioso islamico quanto quello cristiano. Può apparire una soluzione al momento inattuabile, che però ne farebbe un simbolo, anziché del conflittostorico tra le due grandi religioni, della loro comune professione di fede nell’unico Dio.

Ben difficilmente queste due proposte potranno mutare la decisione presa, ma il loro valore va al di là degli interessi immediati. In quel che oggi può apparire utile a cementare un’identità sociale non è difficile vedere un danno ben più grande nelle relazioni tra le fedi e le culture.

Giampiero Leo, Claudio Torrero, Ermis Segatti, Younis Tawfik, Idris Abd Al Razaq Bergia, Walter Nuzzo, a nome del Coordinamento interconfessionale del Piemonte “Noi siamo con voi”

Borgo Vittoria, il volontariato non si ferma mai

Riceviamo e pubblichiamo / La quarantena è ormai un ricordo come dopo ogni calamità si cerca faticosamente di tornare alla normalità, 
ma anche in questa fase intermedia il volontariato non va in vacanza.

Infatti, grazie alla comune collaborazione con il Tavolo di Borgo Vittoria, varie associazioni proseguono il loro impegno.

Ogni settimana, ad esempio, il gruppo torinese di Ministri Volontari della Comunità di Scientology – movimento umanitario 
internazionale avviato da L. Ron Hubbard negli anni ’70 – collabora con l’associazione NAIM nelle operazioni 
di carico scarico di quintali di alimentari raccolti ai mercati generali, consegnati gratuitamente persone famiglie 
messe in ginocchio dalla chiusura forzata.

questo si aggiunge, ogni lunedì venerdì, il turno di consegna dei pasti persone senza fissa dimora supporto del 
Progetto Leonardo, mentre al mattino, in settimana, una squadra si dedica al monitoraggio di sette tende allestite davanti ai pronto 
soccorso di altrettanti ospedali cittadini, come parte della Sezione Comunale di Protezione Civile.

Se la società deve ripartire, il volontariato non si è mai fermato non si ferma nemmeno in agosto