Dalla fabbrica al precariato: il nuovo volto del lavoro torinese

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Primo Maggio a Torino è sempre qualcosa di più di una celebrazione simbolica: è un momento in cui la città guarda a se stessa e alla propria storia, profondamente intrecciata con il lavoro industriale. Qui, più che altrove, il tema dell’occupazione richiama un passato segnato dalla grande stagione della Fiat, che ha modellato identità, conflitti sociali e anche forme avanzate di mediazione tra impresa e operai.

Le parole dell’arcivescovo Roberto Repole si inseriscono proprio in questa tradizione. Il suo invito a far sì che “imprenditori e lavoratori devono comunicare apertamente” non è un richiamo astratto, ma nasce dalla consapevolezza che Torino ha già attraversato fasi di tensione profonda, riuscendo però, in alcuni momenti, a trovare equilibri condivisi. Oggi, in un contesto molto diverso, quel dialogo appare più difficile ma anche più necessario, perché il tessuto produttivo è meno compatto e più esposto alle incertezze.

Rispetto al passato, la trasformazione è evidente. La città non è più dominata dalla grande fabbrica, ma da una pluralità di attività, spesso nel terziario e nei servizi. Tuttavia, questa evoluzione non ha garantito la stessa solidità occupazionale: cresce il lavoro instabile, aumentano i contratti a termine e si diffonde una condizione in cui avere un impiego non significa automaticamente avere sicurezza economica. Il fenomeno del lavoro povero si è fatto più visibile, soprattutto tra i giovani, segnando una distanza netta rispetto alla Torino industriale del Novecento, dove l’occupazione, pur faticosa, offriva prospettive più stabili.

È in questo quadro che si inseriscono le preoccupazioni dei sindacati, che nel Primo Maggio insistono sul tema del “lavoro dignitoso”. La loro lettura sottolinea come precarietà, salari insufficienti e riduzione delle tutele stiano diventando elementi strutturali, non più eccezioni. A queste criticità si aggiungono le nuove sfide poste dall’innovazione tecnologica, in particolare dall’intelligenza artificiale, che rischia di trasformare profondamente l’organizzazione del lavoro senza che siano ancora definiti strumenti adeguati di protezione. Anche la sicurezza resta un nodo aperto, così come la crescente frammentazione delle forme contrattuali, che rende più difficile rappresentare e tutelare chi lavora.

Allargando lo sguardo al Piemonte, emerge una situazione ambivalente. Da un lato il sistema produttivo mostra ancora segnali di resilienza, con imprese capaci di restare competitive; dall’altro si registrano segnali di rallentamento, legati alla diminuzione della domanda internazionale, alla compressione dei margini e alla cautela negli investimenti. È un equilibrio delicato, che può reggere nel breve periodo ma che solleva interrogativi sul futuro.

A pesare in modo decisivo è anche il contesto geopolitico. Un territorio fortemente orientato all’export come quello torinese e piemontese risente in modo diretto delle tensioni internazionali: instabilità dei mercati, aumento dei costi energetici, incertezza nelle catene di approvvigionamento. Tutti fattori che incidono sulle strategie delle imprese e, di conseguenza, sull’occupazione.

“Plural Voices”: promuovere l’empowerment femminile

Chiude, con il concerto di “Sister Lb”, il Progetto di “Renken ETS” con artiste e attiviste under 30

Venerdì 8 maggio, ore 21

Figura centrale della scena musicale senegalese e artista che grintosamente sfida gli “standard” musicali del “Rap”, sarà Sister Lb (al secolo Selbe Diouf) a chiudere, a Torino, il Progetto “Plural Voices”.

Venerdì 8 maggioalle 21, è in calendario un suo concerto negli spazi del Circolo culturale “Jigeenyi”, in via Borgo Dora 3/0, a Torino. L’appuntamento é a ingresso gratuito che, per chi vuole, può essere anticipato da aperitivo o cena africana. L’artista è stata scelta per l’affinità delle sue tematiche con gli obiettivi di “Plural Voices”, Progetto firmato dalle Associazioni “Renken Ets”“Anomalia Teatro” e “Laki Aps” che ha previsto talk, dibattiti, incontri artistici e appuntamenti teatrali, quali “momenti di partecipazione femminile e di sensibilizzazione rispetto alle ‘tematiche di genere’ e di ‘educazione alla cittadinanza globale’, proposti nei quartieri di ‘Barriera di Milano’ e di ‘Aurora’, nonché  frutto di un intenso lavoro di coprogettazione”.

Riconosciuta tra gli otto “rapper” più influenti e celebri del Senegal, Sister Lb sfida gli “standard maschili” del “rap”, senza rinunciare alla propria femminilità. Collabora anche con l’“Onu” sul tema delle “migrazioni” ed è fortemente impegnata nel raccontare la ricca e viva storia del suo quartiere di Dakar, denunciando le diseguaglianze e difendendo quell’empowerment artistico – femminile che, negli ultimi anni, si è fortemente imposto al potere di un “patriarcato” con le radici ben affondate in ogni aspetto della società.

Nata in una famiglia di musicisti, a Sister LB la madre, coreografa, ha trasmesso l’amore per la cultura e per le melodie ispirate alla tradizione senegalese della cosiddetta “Teranga” (“Ospitalità” in lingua “wolof”), ispirata da figure come il Gruppo dei “Positive Black Soul” e “Missy Elliot”.

Ha rappresentato il Senegal al “Womex”, uno degli eventi culturali più influenti al mondo, e ha partecipato a vari Festival negli States, in Francia ed in Svizzera. È anche co-autrice di “Liees et Dèchaînées”, una raccolta di racconti che esplorano temi come la “resilienza” e l’“emancipazione”.

Nel febbraio 2025 ha ricevuto il “Music Impact Award” per il suo talento e la passione con cui contribuisce alle arti e alla cultura senegalesi.

Il Progetto “Plural Voices” in “Barriera di Milano” e ad “Aurora”

Dice Giulia Gozzellino, vice-presidente di “Renken Ets”“ ‘Plural Voices’ nasce dalla volontà di creare attività culturali nei quartieri di Aurora e Barriera di Milano insieme a donne arabe e afrodiscendenti. Abbiamo iniziato a incontrarci per condividere le nostre passioni, i nostri interessi e le competenze: insieme, poi, abbiamo costruito un percorso in cui ci formiamo e definiamo un calendario comune. In questo modo abbiamo attraversato diversi strumenti artistici e culturali per agire il nostro femminismo e l’antirazzismo nei quartieri che abitiamo”.

Obiettivo principale del “Progetto”, l’“empowerment femminile”.

“Il calendario di appuntamenti – ancora Gozzellino – è stato creato per valorizzare le diversità, creare spazi di parola, anche di lotta per una giustizia sociale e di genere, per i diritti umani, per la prevenzione dei conflitti, per l’educazione interculturale e l’antirazzismo. Punto di forza la ‘coprogettazione’. Tutti i momenti  sono nati da un gruppo di giovani – donne, artiste e attiviste – che hanno pensato alle iniziative tra Barriera di Milano e Aurora, parlando soprattutto agli ‘under 30’. Ha previsto tre moduli formativi con questo gruppo di donne che, così, hanno affinato competenze organizzative, di programmazione e gestione autonoma di eventi. Poi è nata la proposta di sei eventi culturali co-progettati e l’elaborazione di tre workshop intensivi di gruppo dove, attraverso la pratica teatrale, è stata concretizzata la sospensione del giudizio”.

Il “Progetto” ha lavorato anche sulle “diversità”.

“E proprio per questo – conclude Gozzellino – è stata fondamentale la presenza delle volontarie, delle operatrici e delle socie afrodiscendenti di ‘Renken’ e di ‘LAKI’, associazione di donne marocchine residenti a Torino, costituita, appunto, per lavorare sul tema dell’emancipazione femminile”.

Per info: “Renken Ets”, via Priocca 28, Torino; tel. 338/1416296 o info@renken.it

g.m.

Nelle foto: Sister Lb

Il lavoro deve ritornare l’obiettivo di partiti, sindacati e società civile

Caro Direttore,

Nella  nostra vita, a parte gli affetti famigliari,  il lavoro è senza dubbio la parte più importante. Ci mette alla prova, ci dà soddisfazioni, ci consente una vita famigliare, la cosa più bella e soddisfacente, ci consente di approfondire studi, di girare le parti del mondo che ci incuriosiscono, e la più grand Scuola di formazione che integra, completa, supera e sublima tutto ciò che abbiamo imparato, letto e scritto.
Ho vissuto le due fasi della vita economica e sociale del nostro Paese dopo la seconda Guerra mondiale. Ho visto il lavoro di mio papà, di mio nonno e dei miei zii. Nell’inverno del 59 con i miei fratellini per due mesi ci impegnammo in un lavoro che la Ferrero a Canale dava all’esterno, piegare e formare le scarole per i Mon Chery. Ci davano una lira a scatola. Con quel lavoro, che ci divertiva , i miei genitori acquistarono la lavatrice. Arrivato a Torino a fine 60 vidi ancora le ultime case bombardate da ristrutturare, vidi l’immigrazione di tante famiglie dal Veneto, dall’Emilia e dal Sud. Per molti fu sufficiente la presentazione del Parroco per essere assunto alla Fiat o nelle prime aziende dell’indotto . Doppi turni nelle Scuole che faticavano a ospitare i nuovi arrivi, straordinari nelle fabbriche. Torino non era bella come ora, la patina  di grigio del tempo e della guerra la ricopriva ma il lavoro c’era , con tutti i problemi della catena di montaggio , della forte divisione politica e sindacale. L’autunno del 69 fu reso caldo dalle carenze abitative, dall’aumento dei prezzi non pareggiato dai bassi salari dell’epoca che insieme alle autostrade, al Piano Marshall avevano aiutato il Boom economico frutto di politici e governanti veramente bravi. L’operaio, poi sindacalista, Sabatini giunto in Parlamento fece approvare una legge  che aiuto’ il finanziamento delle piccole aziende, scontando le cambiali , che dura tutt’oggi ovviamente con tante modifiche. Dove lo trovi oggi un Onorevole Sabatini che scrive e fa approvare una legge così importante per la nostra economia?  Nell’autunno caldo, reso ancor più caldo dalla prima bomba di piazza Fontana il più grande Ministro del Lavoro , Carlo Donat-Cattin, costrinse la Confindustria  a firmare contratti sostanziosi. Convocò nel suo Ufficio il mitico Presidente degli industriali, Angelo Costa, e gli disse “Presidente questa volta tocca a Voi pagare. Se incontri Pier Mario Cornaglia, patrono di una azienda storica dell’indotto ti dirà che a loro, Donat-Cattin, era costato molto. In quegli anni di grande crescita le diseguaglianze diminuirono perché a chi lavorava venne riconosciuto molto. E Donat-Cattin , l’ultimo grande Ministro della Scuola di Governo piemontese, il cui metodo di governo , andrebbe studiato nelle Scuole di formazione politica , oggi troppo sui generis, e nelle Università, al lavoro diede la Legge più importante, lo Statuto dei Lavoratori. Iniziai a frequentarlo a fine del 69, mi affascinò e seguii tutti gli scontri con gli Agnelli, con l’ala sinistra del sindacato che non capiva che dopo lo Statuto dei lavoratori bisognava consolidare le posizioni e che bisognava mantenere la competitività con le altre economie produttive. Bisognerebbe ritrovare i suoi discorsi alla inaugurazione del Salone dell’automobile, che Torino non avrebbe mai dovuto perdere, quando parlava dal palco guardando negli occhi l’Avvocato seduto di in prima fila di fronte a Lui. L’avvocato che uscendo dalla Sala o allo stadio , all’autista del Ministro juventino , che amava viaggiare in Alfa , gli suggeriva di far provare anche le auto Fiat.
Allora per i consiglieri comunali e per il sindacato la FIAT era il bene più importante per la Città e pur tra divisioni il Lavoro era centrale.
Da trent’anni lo è di meno e Torino ne paga le conseguenze con la minore crescita economica, con il forte calo del PIL procapite che pagano pesantemente cassa integrati, disoccupati, precari e periferie dimenticate e abbandonate.  Torino si riprenderà se il Lavoro diventerà la priorità per tutti, non un lavoro qualsiasi, precario. Un lavoro serio di cui la economia moderna h ancora bisogno se vuole essere competitiva. Non aver difeso il settore auto è la colpa più grave di chi ha amministrato Torino negli ultimi trent’anni e del sindacato che ha accettato il progressivo ridimensionamento che mi auguro FILOSA riesca a fermare. La mobilità non cala e non diminuirà’, sarà diversa , sarà cambiata dalle nuove tecnologie e dalla intelligenza artificiale ma Torino deve tentare di essere una delle Capitali della mobilità del futuro. Questa è la battaglia su cui si parrà la nobilitate della classe politica , sindacale e intellettuale torinese . Il Consiglio Comunale rilegga  i nomi dei grandi amministratori che hanno posato le chiappe dove ora si fanno battaglie meno importanti e qualificate . Il sindacato rialzi la testa a difesa del lavoro vero, quello della industria , quello di aziende come la Spea o la Prima Industrie e del futuro della Città ,  altrimenti il rischio è che la piazza del Primo Maggio a parte le violenze dei soliti noti siammeno partecipata e forte della nostra grande piazza Castello SITAV del 2018. Perché il ritorno alla Crescita della economia e del lavoro ci sarà avendo il coraggio di dire dei SI .Con i No a tutto Torino in questi anni ha avuto tanta decrescita. W il Primo Maggio, W il Lavoro.
Mino GIACHINO 
Responsabile torinese UDC

Luisa Levi: la signora medico

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Torino e le sue donne
Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce
Con la locuzione “sesso debole” si indica il genere femminile.Una differenza di genere quella insita nell’espressione “sesso debole” che presuppone la condizione subalterna della donna bisognosa della protezione del cosiddetto “sesso forte”, uno stereotipo che ne ha sancito l’esclusione sociale e culturale per secoli. Ma le donne hanno saputo via via conquistare importanti diritti, e farsi spazio in una società da sempre prepotentemente maschilista. A questa “categoria” appartengono  figure di rilievo come Giovanna D’arco, Elisabetta I d’Inghilterra, EmmelinePankhurst, colei  che ha combattuto la battaglia più dura in occidente per i diritti delle donne, Amelia Earhart, pioniera del volo e Valentina Tereskova, prima donna a viaggiare nello spazio. Anche Marie Curie, vincitrice del premio Nobel nel 1911 oltre che prima donna a insegnare alla Sorbona a Parigi, cade sotto tale definizione, così come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack. Rientrano nell’elenco anche Coco Chanel, l’orfana rivoluzionaria che ha stravolto il concetto di stile ed eleganza e Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, o ancora Patty Smith, indimenticabile cantante rock. Il repertorio è decisamente lungo e fitto di nomi di quel “sesso debole” che “non si è addomesticato”, per dirla alla Alda Merini. Donne che non si sono mai arrese, proprio come hanno fatto alcune iconiche figure cinematografiche quali Sarah Connor o Ellen Ripley o, se pensiamo alle più piccole, Mulan.  Coloro i quali sono soliti utilizzare tale perifrasi per intendere il “gentil sesso” sono invitati a cercare nel dizionario l’etimologia della parola “donna”: “domna”, forma sincopata dal latino “domina” = signora, padrona. Non c’è altro da aggiungere.

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7 Luisa Levi: la signora medico

Agli albori del mondo, le donne ricoprivano ruoli di guaritrici, curavano i mali dell’anima e del corpo al pari degli uomini, come testimoniano vari reperti delle popolazioni euroasiatiche, africane o azteche. Il brusco cambiamento arriva con l’Inquisizione, che trasforma le conoscenze curative femminili in osceni patti con il maligno e le donne guaritrici in temibili streghe. Da questo momento in poi, per molto tempo, solo gli uomini potevano frequentare le Università e solo i dottori in medicina potevano praticare le arti guaritorie. Unica eccezione fu la scuola di Salerno, all’interno della quale, nell’XI secolo, lavorava Trotula, “sapiens matrona” (“donna sapiente e saggia”), abilissima levatrice proveniente dalla ricca e nobile famiglia de Ruggiero di origine Longobarda. Le donne dovranno aspettare  secoli perché le porte delle Università vengano aperte anche a loro, il che accadrà soltanto tra la metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Se le Istituzioni aprono le porte, l’opinione comune resta serrata e le donne medico devono combattere più degli uomini per veder realizzati i propri obiettivi. Tra le tante “combattenti” ricordiamo Mary Putnam Jacobi: diplomatasi nel 1863 in Farmacia a New York, poco dopo ottiene la Laurea in Medicina al Woman’s Medical College della Pennsylvania; porta avanti la convinzione che per diventare validi medici sia fondamentale avere non solo una buona preparazione scientifica, ma anche una grande compassione per chi soffre. Diventerà portavoce del Movimento Medico Femminile a capo della Working Women’sSociety e dell’associazione per l’Advancement of the MedicalEducation for Women.  In Italia, troviamo Maria Dalle Donne, prima docente di Ostetricia nella Regia Università di Bologna, laureatasi in Filosofia e Medicina nel 1799, e dirigente, nel 1804, presso la Scuola delle Levatrici, e Maria Montessori, nata ad Ancona nel 1870: è lei la prima donna italiana a conseguire la Laurea in Medicina e Pedagogia (ma anche in Scienze Naturali e Filosofia). La nostra storia di oggi ha come protagonista una delle tante donne caparbie e preparate che non si è mai arresa di fronte agli ostacoli frapposti dalle ferree regole della  società: Luisa Levi.  Luisa Levi nasce a Torino il 4 gennaio 1898, diviene medico neuropsichiatra infantile, attenta studiosa di problemi riguardanti la sessualità dell’infanzia. E’ ricordata principalmente poiché è la prima donna medico italiana a pubblicare un lavoro sull’educazione sessuale, intitolato “L’educazione sessuale: orientamento per i genitori”. Scopo del libro è aiutare i genitori a dare un sano indirizzo alla vita sessuale dei loro figli, evitando errori comuni dovuti a pregiudizi. Luisa Levi è figlia di Ercole Raffaele e Annetta Treves, entrambi di religione ebraica. E’ lo zio materno Marco Treves, psichiatra e fratello del noto Claudio Treves, a suscitare in lei il desiderio di diventare medico. Luisa frequenta a Torino il liceo Vittorio Alfieri e in seguito si iscrive, nel 1914, alla tanto desiderata Facoltà di Medicina presso l’Università degli Studi di Torino. Nel suo primo anno di corso stringe amicizia con Maria Coda, l’unica altra donna frequentante. Luisa segue nel corso degli studi il laboratorio di Anatomia e Istologia Normale e quello di Clinica Medic
a, rispettivamente p
resso gli studi di Romeo Fusari e di Camillo Bozzolo e Ferdinando Micheli. La giovane donna riuscirà ad ottenere i premi “Pacchiotti” e “Sperino” per le massime votazioni conseguite negli esami speciali e nella discussione della tesi: “Sopra un caso di endocardite lenta”, con cui si laurea l’8 luglio 1920, conseguendo il massimo dei voti e la lode. Luisa è donna non solo di alta cultura ma anche molto coraggiosa: durante la prima guerra mondiale è infermiera volontaria presso l’ospedale territoriale della Croce Rossa Italiana di Torino, in cui presta servizio come aspirante ufficiale medico nel laboratorio psico-fisiologico dell’Aviazione, diretto da Amedeo Herlitzka. Dopo alcuni anni in qualità di assistente presso diverse cliniche, nel 1928 lavora con il titolo di medico per le malattie nervose dei bambini presso l’ospedale pediatrico Koelliker di Torino, dando così inizio alla sua carriera di neuropsichiatra infantile. Nel 1927 si reca a Parigi per perfezionarsi in malattie mentali e malattie nervose. Sebbene la sua formazione sia ricca di riconoscimenti e nonostante l’ottima preparazione, Luisa incontra non poche difficoltà ad essere assunta nelle diverse cliniche psichiatriche, dove, in caso di pari merito, le vengono preferiti i suoi colleghi maschi. La dottoressa non si arrende e nel 1928 vince un posto, dedicato a sole donne, bandito dai manicomi centrali veneti per la colonia medico-pedagogica di Marocco di Mogliano, fondata da Corrado Tummiati. Negli anni successivi pubblica diversi articoli sulla mente dei bambini e sulla loro rieducazione. Le peripezie di Luisa, però, non sono finite e dopo un anno dall’assunzione il direttore amministrativo la induce a dare le dimissioni. Nel 1932 viene accettata nella Casa di Grugliasco, dove rimane fino all’emanazione delle leggi razziali. Durante la seconda guerra mondiale, privata del lavoro, si ritira nella campagna di Alassio, di proprietà dei genitori, e qui si dedica a lavori agricoli. Dopo l’8 settembre 1943 si rifugia con la madre a Torrazzo Biellese, dove vive sotto falso nome. Qui, grazie al Comitato Femminile di Ivrea, collabora attivamente come medico della settatantaseiesima Brigata Garibaldi. Nel secondo dopoguerra, determinata a portare avanti il suo impegno scientifico e politico, Luisa Levi entra in Unità Popolare e fa parte della sezione PSI “Matteotti” di Torino;  diventa poi membro attivo dell’UDI (Unione Donne Italiane) e si iscrive alla Camera Confederale del Lavoro della città subalpina. Continua a dedicarsi alla neuropsichiatria infantile dopo aver conseguito la libera docenza con la tesi su “Infanzia anormale” nel 1955. Dopo una vita passata a lottare, trova finalmente riposo proprio nella città da cui era partita: si spegne, infatti, a Torino nel dicembre del 1983.

 

Alessia Cagnotto

Il turismo del sonno. Dove il riposo è la meta più importante

La vita odierna e’ pura frenesia. Il lavoro e’ fonte di soddisfazioni, ma anche di stress e stanchezza, cosi’ come la quotidianita’ familiare divisa tra doveri e abitudini logoranti. L’utilizzo eccessivo dei dispositivi elettronici, inoltre, ha creato tutta una serie di conseguenze che si vanno a sommare alla nostra impegnativa routine creando quella condizione oramai dilagante che e’ l’insonnia.

Non dormire abbastanza e’ snervante e porta con se’ conseguenze negative anche nella vita diurna come stanchezza cronica, irritabilita’ e difficolta’ a gestire la vita sociale e lavorativa.

Il sonno sta diventando un lusso, una dimensione determinante che garantisce una buona salute, sia fisica che mentale; ed e’ proprio per questo suo valore imprescindibile che ora anche le vacanze possono essere dedicate alla sua “pratica”. Il turismo del sonno e’ ora una tendenza, ma forse molto di piu’: una aspirazione; prenotare hotel che offrono condizioni perfette per il riposo, a cominciare da materassi di ottima qualita’, ambienti silenziosi, camere e vasche di deprivazione sensoriale, ipnoterapeuti e’ una realta’ che sta avendo molto consenso e questo perche’ il bisogno di dormire e’ cresciuto, il nostro corpo lo reclama.

Gli alberghi specializzati in questo settore del turismo hanno camere dai colori delicati, cuscini personalizzati, generatori di suoni ambientali, come i rumori bianchi, mascherine per dormire, massaggiatori specializzati, saune, aromaterapia, tisane rilassanti, illuminazione calibrata e docce all’eucalipto.

Sempre piu’ alberghi si stanno attrezzando per diventare rifugi del riposo perche’ questa necessita’ e’ destinata a crescere, dormire e’ diventata, infatti, una meta molto desiderata.

Possiamo immaginare queste strutture immerse nel verde, con piscine private, camere insonorizzate, biancheria in fibre naturali, in zone dal clima mite e indulgente.

I luoghi ideali per questa non-attivita’ possono essere casali immersi nella natura, alberghi lontani dalle mete turistiche affollate e troppo attive, posti dove, nei momenti liberi dal sonno, si possono visitare piccoli centri, gustare l’enogastronomia del luogo, fare passeggiate rilassanti in luoghi ovattati.

Dimentichiamo quindi file in macchina, spiagge gremite e afose, persone che urlano e si divertono rumorosamente, lo sleep turism ha bisogno di un suo galateo della tranquillita’, di un proprio cerimoniale della pigrizia.

All’estero questa vacanza all’insegna del relax e’ oramai una consuetudine che ha creato una vera e propria specializzazione turistica, nel nostro paese, siamo ancora agli albori, ma ci sono diverse proposte in zone come l’Umbria o la Toscana, basta fare una ricerca scrivendo “turismo del sonno in Italia”. Il Piemonte e’ una meta ideale per favorire il riposo, persi nei filari delle Langhe, nel silenzio delle montagne o nelle vicinanze dei bellissimi laghi. E’ una tendenza che ha un futuro concreto, abbiamo bisogno tutti di fare pause dall’inquietudine dei ritmi imposti dal trantran quotidiano che ci ha avvolge, abbiamo bisogno di dormire.

MARIA LA BARBERA

La tradizione del mughetto il Primo maggio

Il mughetto è una pianta perenne che produce profumatissimi fiorellini bianchi, molto utilizzata nei bouquet dalle spose, in quanto portatrice di felicità e fortuna.
Il suo nome scientifico è convallaria e deriva dal latino
convalis, che significa vallata.
Questo fiore, da sempre associato alla Festa Internazionale dei Lavoratori, cresce infatti spontaneo nelle piccole valli, nei boschi o sulle colline. L’appellativo mughetto deriva dal francese
moguete, che significa profumo di muschio.
Si tratta di un’erbacea perenne appartenente alla famiglia delle asparagaceae, che ha radici rizomatose striscianti, le quali generano piccoli cespugli alti circa 20 cm, composti da steli erbacei inguainati da foglie di colore verde brillante. Le foglie basali sono ovali-lanceolate, larghe 2-4 cm ed appuntite; quelle cauline sono invece prive di picciolo. La superficie della lamina fogliare è glabra, liscia, di colore verde chiaro, con numerose nervature parallele convergenti nell’apice appuntito. I fiori, campanulati e bianchi, sono riuniti in una piccola spiga pendula. Per ogni racemo si possono contare da 5 a7 fiorellini profumatissimi.
In Italia il mughetto cresce spontaneo nei boschi delle Prealpi e fiorisce tra la fine del mese di aprile e l’inizio di maggio.
Da sempre è considerato sinonimo di felicità che ritorna e portafortuna. Nella mitologia latina rappresentava la speranza e durante i riti sacri se ne regalavano tre rametti in segno di amicizia.
Secondo una leggenda San Leonardo dovette combattere contro il demonio, vinse, ma la lotta fu difficile e le gocce del suo sangue cadute sul terreno si trasformarono in bianchi campanellini.
Oggi nel linguaggio dei fiori il mughetto è simbolo di verginità, innocenza, buona fortuna e civetteria.
Ma perché è associato al Primo maggio?
Per i celti questa data rappresentava l’inizio della prima metà del loro anno ed in questo giorno si regalavano mughetti in segno di amicizia.
Nel medioevo il Primo maggio indicava l’inizio del mese dei fidanzamenti; venivano organizzati balli per tutte le giovani in età da marito e le donne si vestivano di bianco, mentre gli uomini portavano un mughetto all’occhiello del vestito.
Nel rinascimento questo fiore veniva regalato il primo giorno del mese di maggio come amuleto portafortuna.
In Francia la tradizione di regalare mughetti il Primo maggio venne introdotta nel 1561 da Re Carlo IX, penultimo sovrano della Dinastia Valois e fu rinnovata nel 1895, quando, il primo giorno del mese di maggio, il chansonnier Félix Mayol, giunto a Parigi alla stazione ferroviaria di Saint-Lazare, fu omaggiato con un mughetto dalla sua amica Jenny Cook. L’artista si presentò in scena col mughetto sulla lunga giacca e fu un successo.
Ad inizio Novecento nella capitale francese il Primo maggio gli stilisti offrivano un mazzetto di questo fiore alle proprie operaie ed ai clienti. Si diffuse quindi l’abitudine di andare a cogliere i mughetti nei boschi, per poi venderli nelle strade parigine senza pagare tasse. Dal 1889 questa giornata è universalmente riconosciuta come il Giorno della Festa del Lavoro e nel 1976 il mughetto ha rimpiazzato la rosa all’occhiello dei manifestanti.
In Francia e in molti Paesi francofoni il Primo maggio si celebra anche la Festa del Mughetto, il cui scopo è di celebrare la primavera; per le strade delle città e paesi chiunque può vendere questo fiore, l’importante è stare a 50 metri da un fioraio. Attualmente in Francia la città che ospita la maggior vendita e produzione di mughetto è Nantes.
Questo fiore è diventato ancor più popolare negli anni Cinquanta, quando lo stilista Christian Dior lo usò per adornare una sua linea di abiti da sera.
Il mughetto, insieme al fiordaliso, era molto amato dall’Imperatrice Elisabetta d’Austria, detta “Sissi”.
Secondo le antiche credenze popolari con il suo inebriante profumo si poteva rinforzare e migliorare la memoria ed il cervello
Questa pianta contiene infatti glicosidi cardioattivi, ovvero molecole che opportunamente preparate sono di aiuto in caso di debolezza del muscolo cardiaco.
Il mughetto può essere usato contro la pressione alta, il mal di testa e la tachicardia poiché svolge un’azione cardiotonica, antispasmodica, ma anche diuretica e purgativa.
Si tratta però di una pianta velenosa, da usare sotto stretto controllo medico e non deve mai essere oggetto di cure fai da te.

ANDREA CARNINO

Pronti per una nuova sfida verticale!

A VARESE LA SECONDA TAPPA DI COPPA ITALIA LEAD

Magnesite sulle mani, sguardo all’insù, imbrago pronto per far scorrere la corda fino al moschettone più alto, concentrazione unita alla giusta carica di tensione: sono solo alcuni degli ingredienti per la tappa di Coppa Italia Lead, che andrà in scena sabato 2 e domenica 3 maggio a Varese, presso il nuovissimo impianto Salewa Cube. A questo appuntamento parteciperanno 110 atleti, fra i migliori atleti di tutta la nazione. Si tratta della seconda prova del circuito, che ha avuto il suo esordio ad aprile alla Climbing District a Pero, e che avrà la sua conclusione a Campitello di Fassa, presso la palestra Adel Climbing Wall, il 13-14 giugno. Da non trascurare però l’appuntamento più atteso a livello nazionale: il Campionato Italiano Lead, che si disputerà il 16-17 maggio nel Centro Tecnico Federale di Arco (TN). Ad affiancare la FASI nell’organizzazione di questa competizione è l’ASD Rock Brescia, mentre la struttura ospitante, di recentissima apertura, vanta oltre 1000 m² di superficie, con 132 linee pensate per i vari livelli, e rappresenta uno scenario moderno e di altissima qualità per gli scalatori che saranno impegnati sulle sue pareti. Fra le 56 atlete che parteciperanno alla gara fari puntati su Claudia Ghisolfi (Fiamme Oro), argento nella prima tappa, su Valentina Arnoldi (Ragni di Lecco), bronzo a Pero, sulle atlete reduci dalla Coppa Europa Boulder di Kaunas, Matilda Liù Moar (AVS Brixen) e Federica Papetti (Rock Brescia), e sulle altre azzurre Savina Nicelli (Fiamme Oro) e Bettina Dorfmann (AVS Brixen). Fra i 54 esperti di moschettoni e imbraghi che scaleranno la parete varesina figurano i veterani Davide Colombo (Fiamme Oro) e Giorgio Tomatis (Centro Sportivo Esercito), e alcuni fra i più promettenti giovani azzurri, come Andrea Ludovico Chelleris (Fiamme Oro), vice Campione Italiano Giovanile, ed Ernesto Placci (Carchidio-Strocchi), 4° ai Trial Nazionali, che a breve competerà in Coppa del Mondo in Cina. Ad assistere alla gara e a premiare i vincitori interverranno il Sindaco di Varese, Davide Galimberti, e l’Assessore allo Sport, Stefano Malerba. Programma di gara Sabato 2 maggio ore 10.00 qualifiche maschili e femminili domenica 3 maggio ore 10,00 semifinali ore 16,00 finali ore 17,15 cerimonia di premiazione. Sarà possibile seguire la diretta streaming delle fasi di Semifinale e Finale della competizione sul canale ufficiale Climbing TV ai seguenti link: SportFace: https://tv.sportface.it/watch/0a0c0b00-b7f6-4227-83c3-0e06ca37dfd4 Link all’app: https://apps.apple.com/it/app/sportface/id6450705990

Oggi al cinema. Le trame dei film nelle sale di Torino

A cura di Elio Rabbione

A cena con il dittatore – Commedia. Regia di Manoel Gomez Perira, con Mario Casas, Oscar Lasarte e Nora Hernandez. Madrid, 1939. La Guerra Civile è finita da appena due settimane e il Generale Franco vuole organizzare una cena celebrativa presso il lussuoso Hotel Palace, simbolo della vittoria del nuovo regime. Manca però il personale; i cuochi migliori infatti sono repubblicani e stanno per essere fucilati. Genaro così ne ottiene il temporaneo rilascio per poter garantire un banchetto impeccabile. Quando il cuoco Antòn si rifiuta di cucinare per il Generale, viene ucciso senza pietà dal falangista Alonso. Al suo posto viene chiamata Juana, un’esperta cuoca che fa parte della CNT (Confederaciòn Nacional del Trabajo). Durata 106 minuti. (Eliseo, Nazionale sala 3)

Le aquile della repubblica – Drammatico. Regia di Tarik Saleh, con Fares Fares e Lyna Khoudri. George El-Nabawi è la star più famosa del cinema egiziano. Proprio per questa ragione gli viene chiesto con modalità ricattatorie di interpretare il Presidente Abdel Fatah al-Sisi in un film che inneggi alle sue gloriose gesta nella fase che ha preceduto il suo insediamento. George non può rifiutare anche perché metterebbe in pericolo la vita del figlio ma la sua accettazione non è destinata a semplificargli la vita, anche la relazione con la misteriosa moglie del generale che supervisiona il film complica non poco le cose. Durata 127 minuti. (Classico)

Il caso 137 – Drammatico. Regia di Dominik Moll, con Léa Drucker. Stéphanie è un’ispettrice dell’IGPN, l’organismo disciplinare che vigila sulla polizia francese. È lei che si ritrova a indagare sul caso di Guillaume, un ragazzo partito con la famiglia alla volta di Parigi per partecipare a una manifestazione e ferito gravemente da un proiettile antisommossa. Quando Stéphanie inizia a ricostruire l’accaduto capisce il caso la tocca anche a livello personale, ma malgrado l’ostilità di molti colleghi decide di andare fino in fondo. Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani con la seguente motivazione: “Dietro il solido impianto da film di genere, il film ribadisce il fervore politico del cinema francese più battagliero. Con uno sguardo più desolato che rabbioso, il regista racconta le tensioni sociali del presente e l’abuso sistematico del potere. Ma soprattutto, tra le righe, suggerisce una fondamentale riflessione sulle immagini contemporanee, sulla molteplicità dei punti di vista e sull’ambiguità delle interpretazioni”. Durata 115 minuti. (Fratelli Marx)

che Dio perdona a tutti – Commedia. Diretto e interpretato da Pif, con Giusy Buscemi, Francesco Scianna e Carlos Hipòlito. Arturo è un agente immobiliare siciliano, solo, goloso e disilluso. La sua vita monotona trova finalmente una scintilla grazie alla sua unica, vera, passione: la pasticceria siciliana. È proprio davanti a un vassoio di cannoli che incontra la sua anima gemella, Flora. Lei è tutto ciò che ha sempre sognato: bella, spiritosa e brillante. Come se non bastasse, è anche una pasticciera! Tuttavia, tra i due si frappone un ostacolo divino: Dio. Mentre Flora è una cattolica devota e fervente, Arturo ha abbandonato la fede quando era ancora un bambino. Nel disperato tentativo di non perdere la donna dei suoi sogni, decide di “fingere finché non diventa vero”, spacciandosi per un uomo dalle profonde convinzioni religiose. Ad accompagnare Arturo in questo caotico viaggio verso la verità, la fede e il cuore di Flora, ci sarà un mentore e amico d’eccezione: Papa Francesco in persona. Durata 114 minuti. (Eliseo)

Il diavolo veste Prada 2 – Commedia. Regia di David Frankel, con Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci e con Kenneth Branagh. Dolce&Gabbana con Donatella Versace e Lady Gaga coinvolti nell’operazione. A quasi vent’anni dalle loro iconiche interpretazioni nei panni di Miranda, Andrea, Emily e Nigel, i quattro attori tornano nelle eleganti strade di New York City e nei lussuosi uffici di Runway nel tanto atteso sequel del fenomeno datato 2006 che ha segnato una generazione. Andrea torna nella prestigiosa rivista di moda dopo vent’anni, ritrovando una Miranda se possibile ancor più cinica e cattiva, che vede attorno a sé un mondo del tutto cambiato. La carta stampata ha forse fatto il suo tempo, è il web ad aver impugnato il bastone del comando, difficile continuare a essere tanto bravi da anticipare quel che piacerà alla gente. Emily ha catturato un fidanzato che non le fa che gli occhi dolci, lavora per Dior, ma non è certo di quelle donne che amano arrendersi. E se in tempo di crisi il trio si riformasse, non esclusa l’anima prorompente di Nigel? Durata 109 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Ombrerosse, Eliseo Grande, Fratelli Marx anche V.O., Greenwich Village V.O., Ideal anche V.O:, Lux sala 2, Reposi anche V.O., Romano sala 2 anche V.O., The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri anche V.O.)

È l’ultima battuta? – Commedia. Regia di Bradley Cooper, con Will Arnett, Laura Dern e Bradley Cooper. Sono sposati da circa vent’anni Alex e Tess ma adesso stanno divorziando. Hanno due figli e pur nella drammaticità del momento cercano di mantenere dei corretti rapporti. Scoprono di avere delle qualità che non conoscevano o che avevano per anni messo da parte: lei proverà a fare l’allenatrice di pallacanestro, lui affronterà il pubblico diventando sempre più bravo come cabarettista. Durata 121 minuti. (Greenwich Village V.O. sala 1)

Kokuho – Il maestro di Kabuki – Drammatico. Regia di Sang-il Lee. Nagasaki, negli anni Sessanta. Kikuho – che significa “tesoro nazionale” – recita come “onnagata” (attore maschile in un ruolo femminile) in una rappresentazione kabuki di fronte al grande Hanjiro, quando suo padre – uno yakuza – è trucidato davanti ai suoi occhi. Hanjiro deciderà di accogliere il ragazzo sotto la sua protezione e di avvicinarlo al figlio Shunsuke, anche lui aspirante attore. La loro storia, nel lungo arco di mezzo secolo. Durata 174 minuti. (Nazionale sala 1)

Michael – Musicale, drammatico. Regia di Antoine Fuqua, con Jaafar Jackson. Il film racconta la vita di Michael Jackson oltre la musica, tracciando il suo viaggio dalla scoperta del suo straordinario talento come protagonista dei Jackson Five, all’artista visionario la cui ambizione creativa ha alimentato un’incessante ricerca per diventare il più grande intrattenitore del mondo. Evidenziando sia la sua vita fuori dal palco che alcune delle performance più iconiche degli inizi della sua carriera da solista, il film offre al pubblico un posto in prima fila per Michael Jackson come mai prima d’ora. È qui che inizia la sua storia. Durata 127 minuti. (Centrale V.O., Massaua, Due Giardini sala Nirvana, Greenwich Village V.O., Ideal, Lux sala 1, Reposi sala 2, The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri anche V.O.)

Nel tepore del ballo – Drammatico. Regia di Pupi Avati, con Massimo Ghini, Isabella Ferrari, Giuliana De Sio, Lina Sastri, Sebastiano Somma e Raoul Bova. Gianni Riccio è ora un applauditissimo conduttore televisivo, ma la sua infanzia è stata segnata dalla perdita di entrambi i genitori, in due diverse circostanze. Si ritrova però a essere coinvolto in un crack finanziario, venendo prelevato e rinviato a processo: ma forse il nuovo incontro con un antico amore gli darà la forza di ricominciare. Durata 92 minuti. (Romano sala 1)

Nino – Drammatico. Regia di Pauline Loquès, con Théodore Pellegrin. Alla vigilia di compiere i suoi ventinove anni, Nino Clavel è colpito da una notizia per lui devastante, tutto quanto – impegni e decisioni – in precedenza ha deciso con estrema tranquillità ora deve essere rimesso in questione con urgenza. Soltanto tre giorni per prendere decisioni sul proprio futuro, mentre ogni più piccolo particolare della propria esistenza è guardato con occhi nuovi, le chiacchiere con gli amici, un frettoloso incontro con una ex, un momento di intimità con la madre. Opera Prima già premiata a Cannes e ai César. Durata 92 minuti. (Massimo sala Cabiria anche V.O.)

La più piccola (La petite dernière) – Drammatico. Regia di Hafsia Herzi, con Nadia Melliti. Fatima, diciassette anni, è cresciuta nella banlieue parigina, ed è la più piccola di tre sorelle in una famiglia musulmana. Cresciuta tra affetto familiare e tradizioni, affronta il delicato equilibrio tra preghiere sussurrati e sogni proibiti. Studentessa di filosofia a Parigi, intraprende un viaggio intenso alla ricerca della propria identità nel tentativo di conciliare cuore, amore e devozione. Durata 112 minuti. (Romano sala 3)

Lo straniero – Drammatico. Regia di François Ozon, con Benjamin Voisin, Rebecca Marder e Pierre Lottin. Algeri, 1938. Meursault, un tranquillo e modesto impiegato sulla trentina, partecipa al funerale della madre senza versare una lacrima. Il giorno dopo inizia una relazione occasionale con Marie, una collega, e torna rapidamente alla solita routine. Ben presto, però, la sua vita quotidiana è sconvolta dal vicino, Raymond Santès, che lo trascina nei suoi loschi affari, finché su una spiaggia, in una giornata torrida, si abbatte la tragedia. Dal capolavoro di Albert Camus, già portato sullo schermo nel ’67 da Luchino Visconti con Marcello Mastroianni. Il film è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani: “Confrontandosi con uno dei testi più importanti e complessi del Novecento, Ozon lavora per sottrazione e per licenze poetiche che si fanno politiche. Un adattamento raffinato e stratificato, il cui il regista fa dello stile, sostanza: la superficie elegante e raggelata del film, corrisponde al vuoto morale ed emotivo che abita il suo protagonista.” Durata 120 minuti. (Nazionale sala 4)

Los Domigos – Drammatico. Regia di Alauda Ruiz de Azùa, con Bianca Soroa. Ainara è una ragazza di diciassette anni che sta vivendo un momento molto delicato.Ha perso sua madre, vive con il padre e le sorelle, ha un buon rapporto con sua nonna e sua zia. All’ultimo anno di liceo però, anziché pensare all’università, chiede di poter passare due settimane con le suore di clausura, perché è sempre più intenzionata a seguire quella strada. Dovrà affrontare sorpresa, stupore e sgomento non tanto degli amici quanto dei famigliari. Sua zia e suo padre soprattutto sulle prime appaiono piuttosto contrariati, specie quando la trovano a baciarsi in casa con un compagno di coro. Eppure Ainara è nel pieno della confusione, ma una cosa sente chiara, il desiderio di affidare la sua vita a qualcosa di più grande. Il film ha vinto in Spagna 5 Premi Goya. Durata 115 minuti. (Greenwich Village sala 1)

The drama – Commedia drammatica. Regia di Kristoffer Borgli, con Zendaya e Robert Pattinson. Emma e Charlie s’incontrano in un bar e si innamorano sin dal primo momento. La coppia arriva alla vigilia del matrimonio ma appena prima del grande evento ha l’infelice idea di partecipare, con una coppia di amici, a un gioco assai pericoloso: raccontarsi l’un l’altro la cosa peggiore che abbiano mai fatto nella loro vita fino a quel momento. Charlie inizierà a chiedersi se davvero sia opportuno legarsi per tutta la vita a quella giovane donna. Durata 106 minuti. (Centrale V.O., Eliseo anche V.O., Ideal, Lux sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., Uci Moncalieri)

The Long Walk – Horror. Regia di Francis Lawrence, con Cooper Hoffman. In un futuro più o meno lontano, gli Stati Uniti vivono sotto una dittatura e una forte crisi economica. Per tentare di sopravvivere e per trovare un guadagno molti partecipano a una “lunga marcia” che si svolge ogni anno, organizzata dal Maggiore, un potente militare che controlla gruppi di militari al suo servizio. La marcia consiste nel camminare per 300 miglia, senza mai fermarsi: fermarsi o anche soltanto rallentare significa la morte sicura. Tra i cento partecipanti c’è Ray, il cui padre è stato ucciso dal Maggiore, alla ricerca di un futuro sicuro per sé e per la madre. Durata 108 minuti. (Reposi sala 4, The Space Torino, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

L’ultima missione – Fantascienza. Regia di Phil Lord e Christopher Miller, con Ryan Gosling e Sandra Hüller. Basato sul romanzo “Project Hail Mary” di Andy Weir. Un uomo si risveglia a bordo di un’astronave, all’indomani di un lungo coma farmacologico, e a poco a poco inizia a ricordare. Il suo nome è Ryland Grace, insegna scienze in una scuola, è stato ricercatore universitario di biologia, inviso per le sue teorie al corpo accademico e per questo costretto a lasciare. Ma quando il sole non possiede più l’energia di un tempo, le teorie su una forma di vita alternativa che ha sempre professato iniziano a trovare l’attenzione di Eva Stratt. Gli offre l’occasione di studiare il fenomeno, lo prende nel suo gruppo di lavoro, gli affida il ruolo di astronauta scientifico in una missione dove troverà il successo e una forma di vita che lo ha preceduto. Durata156 minuti. (Reposi sala 5, Uci Moncalieri)

Yellows Letters – Drammatico. Regia di Ilker Çatak. Durata 127 minuti. A tre anni dall’apprezzato “La sala professori”, Çatak narra dell’accademico Aziz e dell’attrice Derya che perdono il loro lavoro per la messa in scena di uno spettacolo palesemente avverso al regime. Saranno costretti a trasferirsi a Istanbul, nel tentativo di dare un nuovo aspetto al loro stile di vita e nel confronto con il compromesso che inevitabilmente verrà a proporsi tra il loro impegno politico e la sopravvivenza di ogni giorno. Orso d’oro alla Berlinale. Durata 128 minuti. (Nazionale sala 2)

Ospedalizzazione a Domicilio della Città della Salute: 600 ricoveri

L’incremento della popolazione anziana, spesso affetta da pluripatologie e da gravi riacutizzazioni di malattie croniche, determina un sempre maggiore ricorso alle cure mediche e all’ospedalizzazione.

Tuttavia, la prolungata degenza in ospedale può determinare, soprattutto nel paziente anziano fragile, perdite funzionali e scompensi psicofisici legati all’allontanamento dal proprio abituale contesto di vita.

Numerose evidenze scientifiche dimostrano come il trattamento a domicilio, in particolare quando ad alta intensità assistenziale – come nel caso dell’ospedalizzazione a domicilio – rappresenti, per pazienti selezionati, un’alternativa sicura ed efficace al ricovero ospedaliero tradizionale. Tali modelli assistenziali, oltre a offrire benefici clinici, consentono una riduzione dei costi sanitari e un miglior utilizzo dei posti letto ospedalieri.

L’Ospedalizzazione a Domicilio (OAD) di Torino, avviata nel 1985 in Città della Salute e della Scienza di Torino (responsabile la dottoressa Renata Marinello), dipende dalla Geriatria universitaria dell’ospedale Molinette (diretta dal professor Mario Bo) ed è operativa tutti i giorni, dalle ore 8 alle ore 20.

L’attivazione del servizio può avvenire direttamente dal Pronto Soccorso dell’Azienda, o su richiesta dei medici dei reparti di degenza dell’AOU (dimissioni precoci, ma protette) o su diretta richiesta del Medico di Medicina Generale (MMG) in alternativa all’invio del paziente in Pronto Soccorso.

Nel marzo 2010 la Regione Piemonte ha prodotto una delibera che ha normato il servizio da un punto di vista organizzativo ed economico. L’attività è caratterizzata dalla totale presa in carico di tipo clinico del paziente da parte di una struttura ospedaliera ad opera di personale sanitario espressamente formato e con esperienza nella gestione del paziente in fase acuta al di fuori dello stretto ambito ospedaliero.

L’equipe di cura è attualmente costituita da 4 medici strutturati, da 11 infermieri ed 1 coordinatore infermieristico, collabora inoltre con il servizio un assistente sociale. L’OAD effettua circa 600 ricoveri all’anno: i pazienti seguiti sono prevalentemente anziani, con età media superiore agli 80 anni, fragili, polipatologici e polifarmacotrattati, ma non mancano pazienti di ogni età affetti da patologie ematologiche ed oncologiche (non in fase di palliazione, con elevato fabbisogno trasfusionale, ecc), pazienti con gravi insufficienze d’organo (insufficienze cardiache congestizie, insufficienze epatiche e respiratorie), patologie neurologiche degenerative (es. SLA o SM), patologie congenite, che necessitano di frequenti ricoveri ospedalieri, spesso di lunga durata.

La gestione clinica anche di fasi acute è garantita al domicilio grazie alle specifiche competenze acquisite dal personale medico ed infermieristico ed alla disponibilità di attrezzature e tecnologie facilmente trasferibili a domicilio che consentono l’esecuzione sia di prestazioni semplici che complesse, come ad esempio infusioni di farmaci citostatici, di antibiotici, posizionamento di cateteri venosi centrali e periferici, esecuzione di radiografie ed ecografie, tele-monitoraggi.

Il ricovero in OAD richiede la presenza costante di un caregiver (per il monitoraggio e la gestione condivisa della terapia e dei dispositivi medici), che assume un ruolo centrale per la gestione della cura. L’equipe svolge interventi di supporto e formazione dei familiari e nel corso degli anni ha testato alcune soluzioni di eHealth, quali tecnologie e dispositivi per supportare l’attività di caregiving.

Nel corso dei quarant’anni di attività, diversi studi clinici condotti su pazienti con ictus ischemico non complicato, scompenso cardiaco acuto, riacutizzazione di Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva, demenza e delirium hanno evidenziato come l’ospedalizzazione a domicilio sia associata, nei pazienti selezionati, ad una minore incidenza di complicanze, ad un miglioramento dell’umore e della qualità di vita, ad una riduzione dei ricoveri ripetuti e dell’istituzionalizzazione, nonché ad una diminuzione dello stress del caregiver. Inoltre, è stata rilevata un’elevata soddisfazione degli utenti ed un’ottimizzazione delle risorse economiche, con una riduzione dei costi fino al 20% rispetto al ricovero tradizionale.

«L’esperienza fin qui condotta e la disponibilità di tecnologie sempre più avanzate di e-Health e telemedicina supportano la convinzione che sia possibile e fondamentale ripensare all’organizzazione dei servizi sanitari attraverso l’adozione di modelli di cure domiciliari efficaci ed innovative per garantire la continuità delle cure per il numero crescente dei pazienti sempre più complessi e fragili», dichiara il direttore generale dell’AOU Città della Salute e della Scienza, Livio Tranchida.

«L’ospedalizzazione a domicilio rappresenta un modello concreto di innovazione organizzativa della sanità pubblica, capace di coniugare qualità clinica, appropriatezza e centralità della persona. L’esperienza della Città della Salute e della Scienza di Torino dimostra come sia possibile portare cure complesse direttamente a casa dei pazienti, garantendo sicurezza, continuità assistenziale e una migliore qualità di vita, soprattutto per le persone più fragili. È una direzione strategica su cui la Regione Piemonte crede fermamente, perché vede l’integrazione tra ospedale e territorio, valorizzando modelli che rendono il sistema sanitario più vicino ai bisogni reali dei cittadini», sottolinea l’assessore alla Sanità della Regione Piemonte Federico Riboldi.