ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 199

Torino torna alla ribalta internazionale con gli ST Star Awards di Londra

Il gruppo Scuola Leonardo da Vinci compie 45 anni e viene riconosciuto per la seconda volta come miglior organizzatore di soggiorni linguistici in Italia.

Il 3 settembre scorso, nella prestigiosa sede di Grosvenor House a Londra, alla presenza di migliaia di professionisti del settore delle vacanze studio nel mondo, si è svolta la cerimonia di assegnazione degli STAR AWARDS. Il gruppo Scuola Leonardo da Vinci, rappresentato da Chiara Avidano e Wolfango Poggi – rispettivamente Direttori delle scuole di Torino e Milano – ha conseguito per la seconda volta consecutiva l’ambito premio, che ne decreta il riconoscimento di miglior gruppo di scuole per l’organizzazione dei soggiorni linguistici in Italia da parte degli operatori internazionali di questo settore turistico.

Come ogni anno la rivista internazionale Study Travel Magazine(https://studytravel.network/magazine/overview) ha organizzato un sondaggio per premiare le organizzazioni educative che nel mondo si dedicano ai soggiorni linguistici e alle vacanze studio. Grazie alle preferenze espresse da operatori e esperti del settore il prestigioso premio STAR AWARDS (https://studytravel.network/star-awards/past-winners/2022) quest’anno è stato di nuovo assegnato al gruppo Scuola Leonardo da Vinci, che proprio in questi giorni sta festeggiando i suoi 45 anni di attività.

“La premiazione – afferma Chiara Avidano, Direttrice della Scuola di Torino è stata un’esperienza incredibilmente emozionante. Sembrava di essere alla notte degli Oscar con tanto di conduttore che annunciava «The winner is…». Quando ci hanno nominati e il pubblico ha iniziato ad applaudirci mi sono venuti i brividi. Sono stati ripagati tutti gli sforzi che negli ultimi due anni abbiamo fatto per resistere. Fra l’altro non capita tutti i giorni di partecipare ad un evento così prestigioso e elegante: ci siamo davvero sentiti ambasciatori dell’Italia e dello stile italiano nel mondo”.

Davvero un importante traguardo raggiunto dal gruppo che, dal 1977, ha portato in Italia più di 200.000 studenti internazionali, provenienti da oltre ottanta Paesi del mondo e che quest’anno ha registrato un grande incremento di presenze in tutte le scuole del gruppo: Firenze, Milano, Roma, Torino e Viareggio.

“Si tratta di un importante risultato non solo per le nostre scuole – dice Chiara Poggi, fondatrice insieme al marito Hans Gedeon Villiger del gruppo – ma per l’Italia intera perché questo prestigioso premio focalizza sul nostro Paese l’attenzione di migliaia di tour operator internazionali emè un forte segnale di ripresa per un settore che è stato martoriato dalla pandemia e che ora vede finalmente la luce”.

“In questi quasi 45 anni di attività – aggiunge Hans Gedeon Villiger – abbiamo portato in Italia più di 200.000 studenti internazionali interessati ad imparare la lingua italiana e a conoscere lo straordinario patrimonio culturale ed artistico del nostro Paese. Siamo stati innovativi perché ci siamo rivolti a tutti, ai giovani e agli studenti più maturi attraverso il nostro programma Dolce Vita”.

Il settore delle vacanze studio è stato messo duramente alla prova dalla pandemia, ma la capacità di innovazione e sperimentazione delle nuove generazioni ha permesso al gruppo Scuola Leonardo da Vinci di trasformare la crisi in un’opportunità di crescita.

“All’inizio della pandemia – afferma Wolfango Poggi, direttore della scuola di Milano – abbiamo temuto il peggio perché i nostri studenti non potevano arrivare in Italia e avevamo grandi responsabilità verso gli oltre 100 dipendenti che lavorano nelle nostre scuole. Grazie alla creazione di un nuovo format per la didattica online non solo siamo sopravvissuti, ma abbiamo anche di fatto una buona campagna di branding e, non appena è stato possibile, i nostri studenti sono ritornati a riempire le nostre aule. Così adesso la formazione che offriamo è doppia: in sede e online!”.

Prima della pandemia il gruppo Scuola Leonardo da Vinci portava in Italia una media di 5.000 studenti all’anno provenienti da oltre ottanta Paesi del mondo e ora che si può di nuovo viaggiare le scuole del gruppo sono letteralmente esplose. “Alcuni importanti mercati, come la Russia e la Cina, sono per il momento spariti – dice Guido Poggi, Direttore della scuola di Roma e Viareggio – ma sono stati compensati da altri ed i segnali di ripresa ci sono perché la voglia di Italia non manca. Dalla riapertura, infatti, il nostro programma di maggior successo è l’Italian tour che permette ai nostri allievi di organizzare un itinerario nelle nostre bellissime destinazioni trovando una didattica e una struttura organizzativa uniformi”.

È stato molto bello e produttivo – conclude Chiara Avidano – partecipare alla fiera internazionale che fa da cornice alla premiazione. C’era un’atmosfera di grande gioia perché finalmente si ritornava a fare il nostro lavoro di promozione in presenza. Abbiamo potuto conoscere nuove agenzie e incontrare di nuovo colleghi e amici che non vedevamo da tempo e vi assicuriamo che l’amore che gli stranieri hanno per il nostro Paese è immenso”.

Agricoltura nel parco della Vauda

La  posizione di Coldiretti Torino in seguito all’annuncio che il Demanio potrebbe cedere i terreni della Vauda alla Regione che, a sua volta, vorrebbe cederli ai Comuni.

Coldiretti Torino chiede che nel parco, accanto alla fruizione naturalistica, si possa tornare a coltivare e pascolare, in armonia con le esigenze di preservazione ambientale.

“Per il futuro della Riserva della Vauda vogliamo un progetto per il turismo naturalistico che non escluda l’agricoltura”

Un’area naturale ritrovata ma gestita in modo attivo dagli agricoltori. Coldiretti Torino accoglie con soddisfazione la notizia che presto sarà avviata la bonifica delle zone della Riserva naturale della Vauda che un tempo ospitavano il poligono militare. Importante anche l’annuncio che il Demanio intenderebbe cedere la proprietà alla Regione che, a sua volta, la potrebbe cederla ai Comuni.

I Comuni potrebbero, così, insieme all’ente parco, avviare un grande progetto di fruizione naturalistica per un territorio che potrebbe rivelarsi di forte interesse per il turismo di benessere praticato a piedi, in bicicletta o a cavallo.

«Siamo assolutamente favorevoli a un passaggio dei terreni della Riserva della Vauda dal Demanio ai Comuni – afferma Bruno Mecca Cici, presidente di Coldiretti Torino – Siamo anche favorevoli a un rilancio di questa area protetta che potrebbe portare uno sviluppo turistico dolce con un pieno coinvolgimento degli agriturismi e della fattorie didattiche. Ma è fondamentale che la Vauda non rimanga la boscaglia rinselvatichita che osserviamo oggi. La Vauda è sempre stata utilizzata per l’agricoltura prima che fosse interdetta dal Demanio. Vogliamo che, accanto alle aree a bosco, siano ripristinati i campi e i prati dove gli agricoltori possano tornare a coltivare e pascolare gli animali. Pensiamo che la Vauda possa essere oggetto di un progetto di salvaguardia ambientale, fruizione naturalistica e ricreativa in armonia con l’agricoltura, la forestazione e la produzione di prodotti tipici. Gli agricoltori e gli agriturismi del territorio sono disposti a offrire il meglio dell’ospitalità e della ristorazione piemontese, la manutenzione della Riserva accanto alla conduzione dei terreni per un’agricoltura sostenibile e integrata nel parco».

La Vauda, in passato, è stata interessata da un progetto di grande campo fotovoltaico. «Oggi come allora – conclude Mecca Cici – siamo contrari allo spreco di suolo della Vauda per installare pannelli fotovoltaici. Al contrario pensiamo che la convivenza tra spazi naturali e spazi agricoli sia il migliore modo per conservare quest’angolo così peculiare della fascia pedemontana piemontese dove animali, campi, bosco e brughiera hanno sempre costituito un mosaico agronaturale armonioso e dove i contadini e i pastori hanno sempre rappresentato un presidio di rispetto e manutenzione».

Europei sì, ma l’Europa non esiste…

“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani” è una notissima frase, attribuita (erroneamente), a Massimo D’Azeglio, che indica come, una volta creata l’unità del Paese, bisognava amalgamare i diversi popoli che erano stati uniti dopo la spedizione dei Mille.

Oggi, parafrasando quella frase, dovremmo diree: “Fatti gli europei, bisogna fare l’Europa!”

 

 

 

 

Il grande sogno di creare, nel Vecchio continente, un’unica entità politica in grado di dare stabilità e pace a decine di Paesi che,storicamente, avevano purtroppo lottato per secoli l’una contro l’altro, ha compiuto un lungo percorso e, grazie ad un pugno di politici illuminati, è stato assimilato dai cittadini europei.

Oggi la stragrande maggioranza degli italiani, dei francesi, dei tedeschi tende a considerarsi europeo; certo, rimangono differenzeculturali, linguistiche, comportamentali ma non molto dissimili rispetto a quelle esistenti fra un piemontese e un pugliese, tra un friulano e un toscano e così via.

A parte frange di nostalgici “sovranisti” i popoli si sono avvicinati e, soprattutto fra i più giovani, non si fa differenza nei confronti della lingua, dell’aspetto, delll’abbigliamento, e ci si mescola allegramente. Non è strano chiudere l’anno scolastico prendendo un Interrail per girare liberamente l’Europa, conoscere altri giovani, stringere amicizie.

Insomma, gli europei ci sono.

Ma l’Europa?

L’Europa non c’è, è un flatus voci, come direbbe il filosofo Roscellino di Compiègne (morto intorno al 1120), massimo rappresentante del nominalismo medievale, secondo il quale i concetti universali non hanno alcuna realtà oggettiva e sono soltanto semplici nomi (cioè, appunto, dei flatus vocis).

Purtroppo, l’Europa non c’è, ci sono pallide parvenze di un’istituzione unica, fantasmi impalpabili di un’unità statuale che, dopo trent’anni, è ancora di là da venire.

Ricordiamo che l’Unione Europea viene da lontano: il primo embrione fu rappresentato dal “Piano per una nuova cooperazione politica in Europa” pubblicato dal primo ministro francese Robert Schuman il 9 maggio 1950 (da allora il 9 maggio è ufficialmente la “Giornata dell’Europa”).

Il 18 aprile 1951 fu costituita la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), da Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo e, sull’onda del successo di questa iniziativa, nacque nel 1957 la “Comunità economica europea” (CEE) ampliando a molti settori la cooperazione economica.

Un passo importante fu la successiva Unione doganale (luglio 1968), con la quale i sei Paesi della CEE eliminarono i dazi doganali sui beni importati da ognuno di essi, rendendo liberi per la prima volta gli scambi transfrontalieri. Inoltre applicarono gli stessi dazi sulle loro importazioni dai Paesi esterni.

Nel 1974 un primo segnale di unità: la costituzione del Fondo europeo di sviluppo regionale per ridurre le disparità economiche tra le diverse aree dell’Unione e, nel 1979, le prime elezioni europee.

Nel 1987 un importante provvedimento: il lancio del programma Erasmus, che consente a tutti gli studenti europei di seguire corsi di studio in qualunque altro paese dell’Unione, con finanziamentipersonali offerti dall’UE.

Il 7 febbraio 1992 è una data storica, con la firma del Trattato di Maastricht, che fissa regole sui bilanci statali e apre la strada alla moneta unica, l’euro (creato nel gennaio 1999 e circolante, sotto forma di moneta legale, dal gennaio 2002).

E qui, praticamente, finisce la costruzione dell’Europa…

Sembra quasi che i politici che lavorano a Bruxelles abbiano deciso che, avendo creato una moneta unica che circola in tutti i Paesi, il loro compito si sia esaurito.

Invece no, se veramente il sogno dell’Europa deve realizzarsi, si tratta solo di un primo (e neppure primario) passo, cui tanti altri debbono seguire!

Certo, è bello sentirsi europei cenando con gli amici a Saint Tropez o a Knokke le zout con gli stessi euro utilizzati per cenare a Portovenere o a Sirmione; ma poi?

Durante la cena, parlando della propria vita, si scopre che Ragnar di Stoccolma, andrà in pensione a 62 anni, così come Charles di Lyon oppure Jerome di La Valletta, mentre Alvaro di Barcellonadovrà attendere i 65 anni come Kurt di Frankfurt e Philippe di Anversa, e noi addirittura aspetteremo fino a 67 anni!

Poi iniziamo a lamentarci delle tasse, e anche lì scopriamo una jungla: Charles in Francia è soggetto ad una delle 5 aliquote previste dall’Impȏt sur le revenu (e gode delle riduzioni previste per i nuclei familiari avendo moglie e figli), Kurt è soggetto ad una delle quattro aliquote previste dall’Einkommensteuer, Alvaro paga imposte sia allo Stato sia alle Comunità Autonome su cinquescaglioni di reddito.

Dulcis in fundo scopriamo che anche le imprese commerciali pagano imposte totalmente difformi da un Paese all’altro: chi ha sede in Ungheria paga il 9%, chi opera in Irlanda il 13%, Italia, Francia e Germania hanno aliquote rispettivamente del 24, 34 e 30 per cento. E così ci rendiamo conto del perché la Stellantis (quella che era la nostra cara FIAT, ormai un “ferrovecchio dell’economia” …) ha trasferito la propria sede ad Amsterdam: paga metà delle tasse che pagherebbe a Torino!

Insomma, Paese che vai, normative (diverse) che trovi; e cominciamo ad avere dubbi sull’esistenza dell’Europa unita.

Dubbi che aumentano quando scopriamo che, di fronte a queste macroscopiche differenze, esiste una miriade di leggi, regolamenti, direttive che uniformano piccoli settori disciplinando con precisione millimetrica comportamenti in tutti i Paesi europei!

Esiste una direttiva stringente che regola l’etichettatura della carne suina, una che prescrive con decine di articoli e commi le informazioni sulle proprietà nutritive negli alimenti preimballati, ed una corposa serie di norme regolamenta la transumanza di animali biologici su terreni non biologici…

Per fortuna è stata abolita, ma fino al 2008 un’ordinanza varata nel 1988 si prendeva la briga di stabilire dimensioni e caratteristiche di base dei cetrioli, andando a sindacare perfino sulla curvatura. L’ordinanza numero 1677 della Commissione Europea stabiliva infatti che un cetriolo, per essere commercializzato, doveva avere una curvatura massima di 10 millimetri su una lunghezza di 10 centimetri. Agricoltori, commercianti e consumatori, tutto con righello e goniometro in mano

Ma gli eurocrati di Bruxelles non hanno abolito tutta quella direttiva, perché per dieci prodotti agricoli certe imposizioni tipiche di un libro umoristico sono rimaste: nel regolamento 543 del 2011 si legge che Le mele devono avere 3/4 della superficie totale di colorazione rossa per le mele del gruppo di colorazione A, 1/2 per le B e 1/3 per le C. Quanto alle dimensioni, minimo servono 60 mm di diametro o 90 di peso.

E, quel che è peggio, si disciplina perfino la “variabilità”.

La natura concepita come una produzione in serie di prodotti tutti uguali. “Per garantire un calibro omogeneo in ciascun imballaggio, la differenza di calibro tra i frutti di uno stesso imballaggio non deve superare i 5 mm per le mele di qualità extra.Si precisa, a scanso di equivoci, che “Il calibro è determinato dal diametro massimo della sezione equatoriale all’asse del frutto, in funzione del peso; fare il contadino in Europa è diventata un’impresa eroica…

 

 

Torniamo a discorsi seri e cerchiamo di impegnarci tutti per far capire ai politici che l’Europa non può ridursi a far circolare l’euro ed a misurare il calibro delle mele: deve avere un’unica legislazione su tutti i temi che caratterizzano la vita sociale di una collettività: pensioni, tassazione delle persone e delle imprese, istruzione obbligatoria, trasporti, protezione dell’ambiente, sistema bancario, politiche familiari, diritti civili eccetera.

Siamo tutti convinti europei! Ma vorremmo che l’Europa si facesse viva….

Gianluigi De Marchi 

Se la crescita urbana si fa paradosso

A Piossasco, nel giardino a tre gradoni di “Casa Lajolo”, Paolo Verri presenta il suo nuovo libro

Domenica 25 settembre, ore 17

Piossasco (Torino)

Torinese, classe ’66, Paolo Verri è innanzitutto “uomo di libri”. E oggi uno dei manager culturali più importanti d’Italia, impegnato da oltre vent’anni nello studio e nella progettazione di spazi urbani. Una “specializzazione” che, domenica prossima 25 settembre (ore 17) lo porterà – nell’ambito della terza edizione di “Bellezza tra le righe” , organizzata da “Fondazione Casa Lajolo” e “Fondazione Cosso”– a Piossasco, nel giardino di “Casa Lajolo” (dimora storica del Piemonte) proprio per disquisire su “Le città e il loro futuro, per una libertà ‘costruttiva’”. Occasione: la recente uscita del suo nuovo libro “Il paradosso urbano” edito da “Egea”.

“Crescita, crescita, crescita: che sia economica, tecnologica o demografica, l’importante – si legge – è che il futuro punti sempre al rialzo. Vale per gli individui e i loro desideri personali, per le imprese, per gli Stati. E, oggi più che mai, per le città. Eppure lo sviluppo – fondamentale per un’evoluzione degli ecosistemi cittadini – può anche innescare meccaniche insidiose, talvolta perfino distruttive. Soprattutto se risulta fine a sé stesso”. Di qui il “paradosso urbano” che dà il titolo al libro di Verri, in cui si raccontano le “metamorfosi emblematiche” di “Nove città in cerca di futuro”, capaci di sconfiggere crisi, creare strategie alternative e raggiungere risultati concreti per il benessere delle proprie comunità non attraverso perdenti competizioni, quanto piuttosto collaborando con tutti gli interlocutori in campo nella ricerca vincente di un reciproco scambio, di buoni progetti e buone informazioni. Barcellona, Torino, Pittsburgh, Lione, Milano, Istanbul, Tokyo, Wrocław, Matera: sono queste le città al centro di un viaggio che Verri ha compiuto di persona nelle vesti di “urban practitioner”. Alla luce della sua esperienza pluridecennale, quindi, l’autore “cerca di riflettere su come le città stiano diventando sempre di più i luoghi in cui si elaborerà il futuro del pianeta, in cui si sperimenteranno nuovi modelli sociali e tentativi di pace permanente, in cui si svilupperanno una ricerca di frontiera e insieme modelli di cooperazione culturale inediti”. Viaggi non privi di difficoltà, contraddizioni e paradossi, “ma in cui sarà fondamentale – si sottolinea – la capacità di dialogare, talvolta reinventarsi, perfino tornare sui propri passi e ricominciare da capo, alla ricerca di un delicato equilibrio tra crescita, valorizzazione della propria identità storico-culturale e il rispetto, se non rinnovamento, dei processi democratici”.

Paolo Verri è stato direttore del “Salone Internazionale del Libro di Torino” dal 1993 al 1997, oggi vanta un’esperienza pluriennale nell’ambito dello “sviluppo urbano”. Come “urban practitioner” ha diretto il Piano Strategico di Torino fino al 2006, i festeggiamenti per il 150° dell’Unità d’Italia nel 2011, gli eventi del Padiglione Italia di “Expo Milano 2015” e “Matera 2019 Capitale europea della cultura”. È consulente per numerose amministrazioni italiane e straniere in materia di progettazione culturale ed è docente di “Place attractiveness & Big events” allo “IULM” di Milano, nonché di “Organizzazione di grandi eventi” al “Master Comunicare lo Sport” dell’“Università Cattolica di Milano” e coordinatore del Diploma magistrale in “Transdisciplinary Design” allo “IED” di Milano.

Incontro con l’autore compreso nel biglietto d’ingresso: 8 Euro. Prenotazione obbligatoria: Casa Lajolo”, via San Vito 23, Piossasco (Torino); tel. 333/3270586 o info@casalajolo.it

g. m.

Nelle foto:

–       Paolo Verri

–       Cover libro

Caro energia, guerra e logistica: ombre sulla tenuta delle imprese

Rapporto PMI 2022 realizzato da Confindustria e Cerved, in collaborazione con UniCredit e Gruppo24Ore

Il commento del presidente di Confindustria Piemonte, Marco Gay, a proposito  dell’indagine Cerved-Confindustria sulle Pmi italiane.

“L’analisi sulle Pmi contiene alcuni spunti di estrema attualità. Seppur relativa al periodo immediatamente successivo alla pandemia, cui è seguito un 2021 in Piemonte di ripresa maggiore rispetto alla media nazionale, guardando allo scenario i rischi sono gli stessi di due anni fa. La guerra in Ucraina, l’aumento di gas ed energia, lo shortage di materie prime e componenti, i costi di logistica hanno un’incidenza paragonabile al 2020. Di conseguenza le imprese definite “sicure” già a fine 2021 in Piemonte erano il 17% in meno rispetto al 2019 e conseguentemente erano in aumento quelle solvibili, le vulnerabili e le rischiose stando al Cerved Group Score. Ecco perché come Confindustria, nell’attuale contesto abbiamo richiesto interventi straordinari in tutto simili a quelli post-pandemia, condividendo 18 punti che per noi costituiscono le priorità, tra cui chiaramente c’è il Pnrr da portare a compimento con le sue riforme. Chi fa impresa ha bisogno di stabilità e serve anche una visione di politica industriale chiara e condivisa tra istituzioni e imprese. Oggi soprattutto, tutto questo va a vantaggio dell’intero Paese per superare la contingenza e costruire la strada per il futuro”.

Il presidente della Piccola Industria di Confindustria Piemonte, Alberto Biraghi, a commento dell’indagine Cerved-Confindustria sulle Pmi italiane osserva:

“L’analisi sulle Pmi piemontesi evidenzia una capacità di reazione e ripresa da parte delle nostre imprese migliore rispetto alla media nazionale. E’ una conferma statistica alla percezione personale che ho avuto da quando sono presidente della piccole industria regionale. Tale capacità di resistenza ha anche impedito, fino ad ora, che gli aumenti di energia e materie prime, arrivassero fino al prezzo finale dei prodotti, anche grazie alle risorse di capitale delle imprese. Ora però, la strada si è fatta stretta, sempre più colleghi si trovano in difficoltà e si mettono così a rischio le intere filiere, dall’agroalimentare all’automotive, dal tessile ai servizi. E’ da oltre un anno che segnaliamo l’escalation dei prezzi dell’energia e del gas, ben prima dell’avvio della tragica guerra scatenata dalla Russia. Le risposte però sono arrivate in ritardo e hanno avuto un ‘taglio’ solo nazionale, invece che europeo come sarebbe stato auspicabile. Senza contare che molti imprenditori, si trovano ora nella paradossale condizione di dover iniziare a restituire gli aiuti avuti durante la pandemia, e hanno da pagare bollette quintuplicate, se non decuplicate in alcuni casi”.


I dati del
 Piemonte

 

Il sistema delle PMI, 2007-2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2007

2008

2009

2017

2018

2019

2020

Var.

2020/2019

Var. 2020/2007

Italia

149.932

154.893

157.894

156.754

158.688

159.925

153.627

-3,9%

2,5%

Nord-Est

38.736

39.812

39.998

39.924

40.372

40.628

39.306

-3,3%

1,5%

Nord-Ovest

50.407

51.981

52.370

53.455

53.907

54.481

52.991

-2,7%

5,1%

Piemonte

10.651

10.878

10.832

10.812

10.864

11.034  

10.720  

-2,8%

0,7%

Centro

32.037

32.797

33.953

32.344

32.838

32.917

30.736

-6,6%

-4,1%

Mezzogiorno

28.751

30.303

31.574

31.031

31.571

31.899

30.594

-4,1%

6,4%

Dopo cinque anni consecutivi di crescita, la pandemia ha determinato una contrazione del numero di PMI. In base agli ultimi dati demografici e di bilancio disponibili, nel 2020 il numero stimato di PMI che operano nel nostro sistema produttivo si attesta a quota 153.627, un dato in flessione del 3,9% rispetto al 2019 ma ancora superiore del 2,5% rispetto ai valori del 2007. L’area geografica che fa registrare il calo più marcato di PMI è il Centro (-6,6%), seguito dal Mezzogiorno (-4,1%), mentre risultano più contenute le perdite nel Nord-Est e Nord- Ovest (rispettivamente -2,7% e -3,3%).

Il calo di numerosità di piccole e medie imprese si estende a tutte le regioni eccetto il Molise (+0,6%). Gli impatti più severi si verificano in Abruzzo (-8,7%) e nel Lazio (-8,6%), mentre risultano meno colpite la Basilicata (-0,6%), le Marche (-2,4%), la Lombardia (-2,6%) e il Friuli-Venezia Giulia (-2,6%).

Rispetto ai valori del 2007, invece, le regioni che evidenziano i maggiori incrementi sono Trentino-Alto Adige (+22,4%), Lombardia (+7,7%) e Campania (+13,9%).

Addetti impiegati nelle PMI 2019

 

Piccole

Medie

PMI

% Piccole

% Medie

Italia

   2.418.916  

   2.110.171  

   4.529.087  

53,4%

46,6%

Nord-Est

       612.051  

       565.505  

   1.177.556  

52,0%

48,0%

Nord-Ovest

       778.189  

       803.964  

   1.582.153  

49,2%

50,8%

Piemonte

161.416

163.057

324.473

49,7%

50,3%

Centro

       509.153  

       391.296  

       900.449  

56,5%

43,5%

Mezzogiorno

       519.164  

       349.110  

       868.274  

59,8%

40,2%

 

Le PMI italiane impiegano 4,5 milioni di addetti, occupati per il 53,4% nelle piccole imprese e per il 46,6% nelle imprese di media dimensione. Il Nord-Ovest è l’area che fornisce il maggior contributo occupazionale, con più di 1,5 milioni di occupati (34,9% del totale della forza lavoro impiegata nelle PMI), seguito dal Nord-Est con 1,1 milioni di addetti (25,9%). Le PMI di Centro e Sud Italia impiegano un minor numero di addetti, rispettivamente 900 mila (19,8%) e 868 mila unità (19,1%).​​​

Il Nord-Ovest si conferma l’unica area del Paese in cui gli addetti impiegati nelle medie imprese (803mila) superano quelli delle piccole (778mila). Tra gli addetti delle PMI del Nord-Est, il 52% (512mila) lavora in imprese di piccole dimensioni, con la quota che aumenta nel Centro (56,5%) e nel Sud del Paese(59,8%).​​​

A livello territoriale, in termini numerici, sono Lombardia (1,1 milioni), Veneto (521 mila) ed Emilia-Romagna (445 mila) le regioni che impiegano più addetti nel sistema di PMI. Molise (62,9%), Sicilia (61,8%) e Marche (60,8%) sono le regioni con la distribuzione dell’impiego nelle piccole imprese più elevata

Score economico-finanziario delle PMI attive sul mercato nell’anno

Per area di rischio, in valori assoluti e in percentuale

 

2007

2019

2020

Solv.

Vuln.

Rischio

totale PMI

Solv.

Vuln.

Rischio

totale PMI

Solv.

Vuln.

Rischio

totale PMI

Italia

39,8%

35,5%

24,7%

149.932

59,5%

30,3%

10,2%

159.925

53,9%

31,6%

14,4%

153.627

Nord-Est

43,7%

33,3%

23,0%

38.736

64,8%

27,1%

8,1%

40.628

59,1%

29,3%

11,6%

39.306

Nord-Ovest

43,9%

33,5%

22,6%

50.407

61,4%

28,8%

9,8%

54.481

55,5%

30,6%

13,9%

52.991

Piemonte

42,7%

33,9%

23,4%

10.651  

61,7%

29,0%

9,3%

11.034  

58,0%

29,8%

12,2%

10.720  

Centro

35,3%

36,3%

28,5%

32.037

54,9%

32,8%

12,3%

32.917

47,7%

33,6%

18,7%

30.736

Mezzogiorno

31,4%

41,1%

27,5%

28.751

54,3%

34,2%

11,5%

31.899

50,7%

34,5%

14,8%

30.594

Nel 2007, prima della crisi finanziaria, le PMI italiane erano caratterizzate da profili più rischiosi rispetto a quelli attuali. Negli ultimi anni il tessuto di piccole e medie imprese si è infatti rafforzato sotto il profilo patrimoniale, anche in seguito all’uscita dal mercato delle società più fragili e indebitate. ​

Prima della recessione in Italia operavano circa 150 mila PMI. Di queste, secondo il CeBi Score 4, poco meno del 40% erano considerate solvibili, a fronte del 24,7% con fondamentali rischiosi, mentre il rimanente 35,5% delle società era classificato in un’area di vulnerabilità. Nonostante il peggioramento dovuto agli effetti del Covid, l’incidenza della rischiosità in base al CeBiScore 4 rimane su livelli non preoccupanti. Nel 2020, su un totale di 153 mila PMI, la percentuale di imprese a rischio è aumentata passando dal 10,2% al 14,4% del 2019; in parallelo la quota di solvibili si è ristretta dal 59,5% al 53,9% ​​​​​​

A livello territoriale la quota più alta di PMI in area di rischio si osserva nel Centro (18,7% nel 2020, dal 12,3% del 2019), seguito dal Mezzogiorno (14,8% nel 2020, dall’11,5%), mentre il Nord-Ovest si porta dal 9,8% al 13,9% e il Nord-Est si conferma l’area a minor rischio passando dall’8,1% all’11,6%.

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Impatto del Covid sul rischio di default delle PMI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Distribuzione delle imprese per Cerved Group Score

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SICURE

SOLVIBILI

VULNERABILI

RISCHIOSE

 

2019

2020

2021

2019

2020

2021

2019

2020

2021

2019

2020

2021

Italia

32,6%

17,4%

21,0%

37,8%

39,3%

37,1%

21,2%

30,1%

30,5%

8,4%

13,2%

11,4%

Nord-Est

42,6%

21,8%

28,0%

36,2%

42,5%

38,2%

15,4%

25,8%

25,7%

5,8%

9,9%

8,1%

Nord-Ovest

41,3%

20,8%

25,7%

36,0%

40,7%

36,6%

16,3%

27,2%

27,9%

6,4%

11,3%

9,8%

Piemonte

44,1%

21,9%

27,0%

35,6%

42,5%

37,7%

15,0%

26,1%

27,0%

5,3%

9,6%

8,4%

Centro

23,0%

13,8%

14,3%

40,5%

37,6%

36,2%

26,1%

33,5%

34,5%

10,4%

15,1%

15,0%

Mezzogiorno

14,6%

9,5%

11,0%

40,3%

34,7%

37,3%

32,1%

37,1%

37,1%

12,9%

18,7%

14,6%

 

Attraverso il Cerved Group Score (CGS) è possibile monitorare l’evoluzione del rischio in chiave prospettica valutando l’impatto dell’emergenza Covid nel 2020 e della ripresa del 2021 sui profili di rischio delle PMI.

I dati di fine 2020 mettono in evidenza una forte riduzione delle PMI in area di sicurezza (dal 32,6% del 2019 al 17,3%) e un consistente aumento delle PMI rischiose (dall’8,4% al 13,2%). Nel 2021, per effetto del graduale rallentamento delle restrizioni e della ripresa dell’attività economica l’indice fa registrare un netto miglioramento: la quota in area di sicurezza ritorna a crescere (21,2%) e nello stesso tempo si riduce la percentuale di PMI a rischio (dal 13,2% all’11,4%), restando tuttavia su livelli più elevati rispetto al 2019.

A livello territoriale, nel 2021 tutte le aree fanno registrare una riduzione della quota di PMI a rischio, non riportandosi tuttavia sui valori registrati prima del Covid. Nel Mezzogiorno si osserva il miglioramento più marcato (dal 18,7% al 14,6% di PMI a rischio) che porta l’area alla minor distanza rispetto ai livelli del 2019 (+1,7 punti percentuali). Nel Nord-Est si passa dal 9,9% all’8,1% di PMI a rischio (contro il 5,8% pre-Covid, mentre nel Nord-Ovest la quota di rischiose si porta al 9,8% dall’11,3%, un valore, che supera di 3,4 punti percentuali il dato del 2019. Il Centro Italia, dove si osserva il miglioramento più lieve (dal 15,1% al 15,0%), diventa la macroarea con la maggiore incidenza di imprese a rischio (+4,6 p.p. rispetto al 2019).

Tra le regioni italiane, Lazio (18,9% PMI a rischio nel 2021; + 5,7 p.p. rispetto al 2019), Toscana (12,3%; +4,3 p.p.) e Sicilia (16,8%; +3,6 p.p.) sono quelle che fanno registrare i peggioramenti più significativi rispetto allo scenario pre-Covid, mentre tengono meglio Abruzzo (12,8%; +0,3 p.p.), Sardegna (15,0%; +0,8 p.p.) e Basilicata (12,1%; +0,9 p.p.).

Esposizione alle tre componenti del rischio fisico per regione

 

 

 

PMI a rischio alto e molto alto nelle macroaree

 

 

 

 

 

 

Totale

Rischio alluvioni

Rischio frane

Rischio terremoti

 

Sedi locali

Addetti

% sedi locali

% addetti

% sedi locali

% addetti

% sedi locali

% addetti

Italia

  359.544

  4.350.727

11,8%

11,5%

1,8%

1,5%

6,4%

6,6%

Nord-Est

    92.619

  1.159.710

22,2%

21,9%

0,4%

0,3%

10,4%

10,1%

Nord-Ovest

  118.468

  1.477.863

5,3%

4,9%

2,5%

2,0%

0,0%

0,0%

Piemonte

26.725

325.452

3,5%

4,1%

1,0%

0,7%

0,0%

0,0%

Centro

    72.839

     844.791

16,9%

16,1%

2,2%

1,8%

3,7%

3,8%

Mezzogiorno

    75.618

     868.363

2,9%

3,0%

2,6%

2,7%

13,7%

14,6%

La distribuzione geografica delle tre diverse componenti del rischio fisico riflette l’eterogeneità del territorio italiano, con forti differenze a livello regionale.

L’area che presenta una maggiore quota di addetti di PMI in zone ad alto rischio di alluvione è il Nord-Est (21,9% del totale), con una forte incidenza registrata in Emilia Romagna (43,9%), seguito dal Centro (16,1%), dove è significativa l’esposizione della Toscana (39,2%), e dal Nord-Ovest (4,9%), trainato dal dato della Liguria (21,2%), mentre nelle regioni del Sud si osservano incidenze più basse negli addetti a rischio (3,0%). In termini di rischio frane la Valle d’Aosta evidenzia i livelli di rischiosità più alti (32,9% addetti in classi di rischio alta o molto alta), seguita dalla Liguria (15,3%), mentre le altre regioni fanno registrare incidenze inferiori al 10%. Anche l’incidenza del rischio sismico si diversifica molto a livello territoriale, con quote più alte di addetti in zone a rischio in Calabria (77,4% degli addetti) e Molise (68,6%).

Scuola vs famiglia

 

Quando leggiamo sui media che un’insegnante è stata insultata dai genitori di un suo allievo, il pensiero corre subito agli insegnamenti che questi avrebbe dovuto ricevere dalla famiglia e, parallelamente, dalla scuola.

Il mondo della scuola, negli ultimi 30-40 anni (cioè per le ultime due generazioni) è cambiato in modo totale, non soltanto per quanto concerne i programmi didattici ma anche, e soprattutto, per le modalità di approccio, da parte dei discenti, verso l’istituzione scuola, il corpo docente, le finalità didattiche proprie della scuola.
Complice una politica che non ha saputo gestire le innovazioni inevitabili che il tempo porta con sé (nuovi media, cambio di linguaggio, mode, ecc) la scuola ha perso, agli occhi dei discenti e delle loro famiglie, quel ruolo autorevole che dovrebbe avere quale trampolino di lancio verso la cultura, il mondo del lavoro e la società civile anziché, come lo si considera troppo spesso, un deposito dei figli quando si è al lavoro, una seccatura e un luogo dove, obtorto collo, si assolve l’obbligo scolastico.
Genitori ai quali andrebbe richiesta una licenza per poter generare altri essere umani che scaricano sui docenti le proprie frustrazioni e le proprie incapacità non soltanto sono un pessimo esempio per i propri figli, ma dimostrano come la società si stia involvendo pretendendo di insegnare ad altri e di controllare il loro operato quando non si hanno né gli strumenti culturali né le capacità per farlo.
Ed è proprio da qui che nasce il problema: i genitori attribuiscono alla scuola la colpa di molti disagi dei propri figli, dell’abbandono scolastico e della maleducazione in generale.
Viaggiando vi sarà sicuramente capitato di soggiornare presso strutture internazionali; a tavola come altrove gli unici bambini (ed adolescenti) indisciplinati sono gli italiani: vorrà dire qualcosa?
Se in parte è riconducibile ai docenti il compito di far apprezzare la scuola e le materia d’insegnamento, seducendoli (dal latino secum ducere, condurre a sé) è altrettanto vero che sta ai genitori insegnare ai figli il rispetto verso gli altri, verso l’autorità in primo luogo (un insegnante è sempre un pubblico ufficiale, anche terminato l’orario di lezione) non soltanto scolastico ma anche a quella delle FF.OO.
D’altra parte, i bambini iniziano il percorso scolastico all’età di 6 anni e fino ad allora è compito dei genitori impartire ogni lezione di vita; successivamente, trascorrono a scuola al massimo un terzo del loro tempo (8 ore su 24) e nelle rimanenti 16 ore vanno conteggiate anche quelle dedicate al sonno: se mentre dorme viene svegliato dai litigi dei genitori sicuramente crescerà con un concetto della vita e della società non propriamente positivo.
Ritengo perciò necessario dividere nettamente i compiti tra famiglia e istituzione scolastica, dove la prima deve impartire alcuni concetti fondamentali ai figli (educazione, onestà, affidabilità, rispetto verso i più deboli, uguaglianza senza distinzioni di sesso, razza, fede religiosa) mentre la seconda insegnerà materie stabilite dal Ministero (Ministero che periodicamente dovrebbe verificare l’idoneità delle materie con le esigenze della società) per le quali i genitori possono non essere qualificati.
La nostra scuola, purtroppo, ha da sempre omesso alcune materie fondamentali per lo sviluppo di un individuo e ne ha eliminate altre in tempi recenti: educazione sessuale, educazioni civica, codice della strada sono solo un esempio.
Come possiamo pensare che un individuo cresca nel rispetto dell’altro genere, di chi professa una fede diversa o di chi parla un idioma diverso dal nostro se a casa per primi sentiamo denigrare il diverso, l’extracomunitario (ricordate che anche i cittadini svizzeri, della Repubblica di San Marino e dello Stato Città del Vaticano sono extracomunitari) o se fin dalle elementari un disabile viene bullizzato senza che gli insegnanti intervengano?
Ritengo, perciò, che tanto i genitori (e di riflesso anche nonni e zii) quanto la scuola debbano contribuire, ognuno per la propria parte di competenza, affinché un individuo cresca nel rispetto di sé e degli altri, inserito nella società in cui vive e cresce e che, fin dalla più tenera età, gli venga inculcato il desiderio di evolversi, di riscattarsi da una situazione disagiata di partenza, di affermarsi del mondo perché a nessuno deve essere preclusa tale opportunità.
Usare i media e i dispositivi elettronici come moderne babysitter, anziché dialogare e confrontarsi con i figli è sicuramente dannoso per il loro sviluppo, e migliaia di esempi ovunque intorno a noi lo confermano.
Ma è anche compito della politica, cioè coloro ai quali è affidata la promulgazione delle leggi, rimuovere gli ostacoli alla realizzazione di quanto sopra, consentire la realizzazione di tali diritti e, soprattutto, sanzionare ogni tentativo di agire in senso diverso, dall’incapacità degli insegnanti alla carente idoneità genitoriale, dal bullismo all’abbandono scolastico.

Sergio Motta

Uncem: “Festival dell’acqua senza montagna”

È sorprendente come gli Organizzatori del Festival dell’Acqua, iniziato ieri a Torino, non abbiano previsto di avere sul palco del Lingotto uno o più Sindaci dei Comuni montani

 

Le multiutilities, anche le migliori e più solide in Italia, quelle pubbliche che sono preziose e decisive per il futuro del Paese, forse non sanno ancora tutte bene che senza forza di gravità si farebbe niente. Né per scopi idropotabili, né per l’idroelettrico. E purtroppo, anche nelle emergenze, la forza di gravità è dissesto e danni. La forza di gravità è della montagna. L’acqua è di tutti, ma la forza di gravità è dei territori montani. E così, un Sindaco di un Comune montano, o due, avrebbero potuto rilanciare dal palco del Festival sul tema degli invasi idrici da fare insieme, con le multiutilities, e avremmo dato sponda a iniziative per stare nelle transizioni energetica, ecologica, digitale partendo dal bene pubblico acqua. Ci auguriamo che la dimenticanza nel programma del Festival sia occasionale e frutto di una distrazione. Perché i Sindaci in platea al Lingotto  c’erano, ma averne uno o più sul palco a intervenire, accanto al Sindaco Lo Russo, sarebbe stato molto importante anche nel riconoscere il ruolo metromontano della città che ospita il Festival, che sull’essere ‘Capitale alpina’ deve ancora svegliarsi, senza perdere ulteriore tempo, e attivare processi politici, istituzionali, economici di interazione e di scambio con le valli”.

Lo affermano Roberto Colombero, Presidente Uncem Piemonte, e Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem.

Marazzato, in un libro 70 anni di storia

Un volume che ripercorre le tappe principali dell’evoluzionedell’impresa ambientale vercellese dalle origini sino ai giorni nostri.

Un libro per celebrare i settant’anni del ‘Gruppo Marazzato’. Un’iniziativa tesa a coniugare passato, presente e futuro attraverso la scansione cronologica dei principali avvenimenti che hanno accompagnato la storia dell’azienda vercellese leader nelle soluzioni ambientali dal 1952 sino a oggi.

È questo, in sintesi, il contenuto di “Dal Trasporto all’Ambiente: il senso è nel viaggio”, opera che già nel titolo annovera l’aforisma coniato anni fa da Lucillo Marazzato, l’indimenticato Fondatore che pose la prima pietra. Inaugurando così per sé, per i figli Carlo e Giorgio e per i nipoti Alberto, Luca e Davide, oggi terza generazione alla guida dell’impresa di famiglia, un futuro roseo denso di opportunità di crescita, consolidamento e sviluppo.

Raccontare sé stessi è sempre un’arte difficile che richiede equilibrio e altrettanta umiltà”, esordisce Alberto Marazzato, Direttore Generale del Gruppo che porta il suo cognome. “Abbiamo cercato di farlo al meglio lasciando spazio ai fatti, agli episodi, agli aneddoti preziosi condivisi con chi fa parte della nostra vita quotidiana. Offrendo anche ampio spazio alla memoria di chi ci ha permesso, con impegno indefesso e altrettanto entusiasmo, di arrivare sino a qui. Valorizzando le nostre risorse umane, celebrandone il valore con uninedita sperimentazione che passa attraverso specifiche a tema sparse nei vari capitoli del libro. Dando così, con l’ausilio della tecnologia, testimonianza visibile di quanto, in ‘Marazzato’, la forza del gioco di squadra sia uno degli elementi chiave nella vitadell’azienda sia sotto il profilo umano che professionale”.

Il volume porta la firma del giornalista radiotelevisivo e saggista Maurizio Scandurra. “Ringrazio la Governance del Gruppo per avermi offerto l’onore di fare anche un po’ mio il loro lungo ed eclettico percorso, che dimostra come lungimiranza, passione, impegno e talento costituiscano l’ossatura portante di un’equazione sempre producente. Tanto nella vita, quanto nel lavoro: che, per la Famiglia Marazzato, fa altresì rima con coraggio e successo”, afferma l’autore. Dedico di vero cuore quest’opera al Fondatore Lucillo e altresì al ricordo vivo di Carlo Marazzato, straordinario imprenditore, amico e maestro che conobbi per via della condivisa passione per i mezzi storici: i cui medesimi, preziosi valori ritrovo eguali nella moglie Mara e nei Fratelli Alberto, Luca e Davide, cui vanno i miei migliori e sinceriauguri per questo meraviglioso compleanno, con una menzione speciale per tutti i professionisti interni ed esterni al Gruppo che hanno contribuito alla realizzazione di questa avvincente opera editoriale”.

Coldiretti Torino a Terra Madre per parlare di giovani e innovazione in agricoltura

La scelta dei giovani verso il settore agroalimentare e l’innovazione in agricoltura sono i temi protagonisti degli incontri organizzati da Coldiretti Torino per sostenere il tema della Rigenerazione che è il filo conduttore di Terra Madre – Salone del Gusto 2022. Il più rappresentativo sindacato agricolo del Torinese partecipa così all’evento con due appuntamenti che si svolgono nell’area incontri dello spazio della Camera di Commercio di Torino, ente di cui fa parte anche Coldiretti Torino.

Venerdì 23 settembre, ore 10.30, il talk “Produrre il cibo, la Rigenerazione passa dai giovani” con i ragazzi dell’Istituto d’istruzione superiore per l’enogastronomia e l’ospitalità alberghiera “Arturo Prever” di Pinerolo e Osasco e la loro preside Roberta Martino. I ragazzi spiegheranno perché hanno scelto di studiare per un lavoro nel settore agroalimentare e la dirigente spiegherà il percorso formativo. Con loro ci sarà Tiziana Merlo vice presidente di Coldiretti Torino a raccontare come ha deciso di continuare il lavoro di allevatrice nell’azienda di famiglia.

Lunedì 26 settembre, ore 12.30 un altro talk, questa volta, dedicato alla grande frontiera dell’innovazione nel mondo agricolo, un universo di idee e realizzazioni verso la sostenibilità. “L’innovazione in agricoltura,  cibi innovativi e nuove funzioni della fattoria del futuro” il titolo dell’incontro con Marinella Abbà, allevatrice che produce energia rinnovabile nella Cascina Impero a Favria, Erica Bussolino, che conduce una fattoria didattica a Leinì e produce funghi Shiitake, Giorgina Somale, che a Usseglio, con il marchio Melvi, coltiva rabarbaro da cui ricava caramelle e liquori.

Ad entrambi gli incontri seguiranno degustazioni di prodotti innovativi del Torinese.

«Non potevamo mancare a un avvenimento come Terra Madre che si svolge nel nostro capoluogo e di cui condividiamo in pieno lo spirito e le finalità – commenta il presidente di Coldiretti Torino, Bruno Mecca Cici – Penso che i primi che possano portare il loro contributo sul tema di questa edizione, la “Rigenerazione”, siano proprio i nostri agricoltori che tutti i giorni lavorano per la loro terra, la fertilità dei suoli, le energie rinnovabili, il benessere dei loro animali, per la giusta remunerazione per i loro prodotti, la legalità e l’equità del sistema alimentare. Con questo spirito vogliamo anche creare occasioni di dialogo con le nuove generazioni, che sempre più spesso scelgono di lavorare con la terra e con gli animali».

Terra Madre – Salone del Gusto si svolge per la prima volta nell’area ex industriale del Parco Dora. Tutta la kermesse e gli eventi di Coldiretti Torino sono a ingresso libero.

Alzheimer, gli interventi della Regione

In Piemonte, la stima aggiornata al primo gennaio di quest’anno indica 90 mila casi prevalenti di demenza. In Italia, si calcola che il numero totale dei pazienti con demenza possa superare il milione (di questi, circa 600.000 presenterebbero demenza di Alzheimer) e che siano circa tre milioni le persone direttamente o indirettamente coinvolte nella loro assistenza. Un fenomeno che tenderà inevitabilmente ad aumentare a causa dell’invecchiamento della popolazione.

Sono i dati che l’assessore regionale alla Sanità del Piemonte  Luigi Icardi ricorda  in occasione della Giornata mondiale dell’Alzheimer, una malattia che rappresenta ormai un’emergenza sanitaria sempre più rilevante.

A livello regionale, su proposta dell’assessore regionale alla Sanità, lo scorso luglio la Giunta ha approvato il Piano triennale per l’utilizzo del Fondo per l’Alzheimer e le demenze per gli anni 2021-2023, elaborato in conformità alle “linee guida alla redazione dei progetti del Centro nazionale per la prevenzione ed il controllo delle malattie”.

Il Piano si propone di strutturare, programmare e standardizzare programmi di riattivazione e riabilitazione cognitiva e funzionale non farmacologica, nonché di inclusione sociale degli utenti presi in carico, con la tendenza ad omogeneizzare le attività per area omogenea allargandole a tutto il territorio regionale.

L’assessore sottolinea come le terapie psicosociali/non farmacologiche abbiano una dignità propria ed indipendente dalla terapia farmacologica e possano avere un impatto positivo sulla qualità di vita delle persone e delle famiglie nei diversi setting di cura (domicilio, residenzialità e semi-residenzialità, day hospital).

I trattamenti proposti per il raggiungimento degli obiettivi sono la stimolazione cognitiva e reminescenza, la terapia occupazionale volta a migliorare l’autonomia e la funzionalità nel quotidiano, i gruppi di supporto psicologico per migliorare le capacità adattive all’ambiente e alla malattia, le attività motorie e i trattamenti psicoeducazionali e psicosociali rivolti ai caregiver.

Le risorse stanziate dalla Regione Piemonte per il Piano Alzheimer triennale ammontano complessivamente a 949.786 euro.

Sulla base delle manifestazioni d’interesse, è prevista l’individuazione di 19 unità operative coinvolte nella realizzazione del Piano, comprendenti le 18 Aziende sanitarie regionali e il Presidio ospedaliero Beata Vergine della Consolata di San Maurizio Canavese. Ciascuna unità operativa deve indicare il responsabile del Piano, il referente scientifico, il referente amministrativo e i referenti tecnico-amministrativi e dovrà periodicamente relazionare sulla propria attività e rendicontare le spese sostenute.

Il Piano, come ha sottolineato l’assessore alla Sanità, ha, di fatto, creato una rete regionale di aziende sanitarie che si occupa di malati di demenza e Alzheimer e dei loro familiari.

A livello nazionale, l’Osservatorio Demenze dell’Istituto Superiorità di Sanità, in collaborazione con l’Associazione Alzheimer Uniti Italia, ha avviato un’indagine sulle condizioni sociali ed economiche dei circa 10 mila familiari dei pazienti con demenza. Un’iniziativa svolta in collaborazione con Regioni e Province Autonome, società scientifiche e associazioni dei pazienti.

Il programma prevede anche l’elaborazione di una stima della prevalenza dei 12 fattori di rischio prevenibili per la demenza (diabete, ipertensione, obesità, scarse relazioni sociali, sedentarietà, problemi di udito, traumi cerebrali, bassa scolarità, inquinamento atmosferico, depressione, eccessivo consumo di alcol, fumo) in tutte le Regioni e le Province Autonome.

Con questa stima, osserva l’assessore alla Sanità del Piemonte, sarà possibile calcolare il numero di casi evitabili di Alzheimer e demenza vascolare in ogni Regione, fornendo, per la prima volta, ai Dipartimenti di Epidemiologia, la reale entità del fenomeno.