REPORTAGE DI MARCO TRAVAGLINI
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Il premio Nobel Orhan Pamuk ha definito l’opera di De Amicis “il miglior libro scritto su Istanbul nel diciannovesimo secolo”, mentre Umberto Eco ha più volte sottolineato come la descrizione offerta da De Amicis della città sia la più cinematografica
“L’emozione che provai entrando in Costantinopoli…”
“L’emozione che provai entrando in Costantinopoli mi fece quasi dimenticare tutto quello che vidi in dieci giorni di navigazione dallo stretto di Messina all’imboccatura del Bosforo”. Così iniziò il suo “Costantinopoli” Edmondo De Amicis, pubblicato a Milano dai Fratelli Treves nel 1877, nove anni prima del suo più grande successo, il libro “Cuore”. Il premio Nobel Orhan Pamuk ha definito l’opera di De Amicis “il miglior libro scritto su Istanbul nel diciannovesimo secolo”, mentre Umberto Eco ha più volte sottolineato come la descrizione offerta da De Amicis della città sia la più cinematografica. E come dar torto a De Amicis quando i suoi ricordi sbiadiscono nella mente dopo visto il Corno d’oro, al punto “ che se ora li volessi descrivere, dovrei lavorare più d’immaginazione che di memoria”. “Perché la prima pagina del mio libro m’esca viva e calda dall’anima – aggiungeva – debbo cominciare dall’ultima notte del viaggio, in mezzo al mare di Marmara, nel punto che il capitano del bastimento s’avvicinò a me e al mio amico Yunk, e mettendoci le mani sulle spalle, disse col suo schietto accento palermitano: – Signori! Domattina all’alba vedremo i primi minareti di Stambul”. Istanbul, approdo dell’Occidente e punto di partenza per l’Oriente, è l’incrocio di culture millenarie: la Bisanzio dei greci, la Costantinopoli dei romani, unica città al mondo a cavallo di due continenti. Città straordinaria, somma di scontri e fusioni di culture raffinate ed opposte, è stata capitale di tre imperi: quello romano, quello bizantino e quello ottomano. E già questo sarebbe sufficiente per descrivere i mille volti di una metropoli di 14 milioni di abitanti ( la più grande d’Europa, la terza al mondo) traboccante di storia, multietnica per vocazione e cultura, in bilico tra passato e futuro.
Sultanahmet, la città vecchia
A Sultanahmet, la città vecchia, bastano pochi passi per incontrare la storia. Si staglia la bizantina Ayasofya, considerata la chiesa più grande del mondo per la sua poderosa mole fino a quando ( nove secoli dopo) non fu costruita la cattedrale di Siviglia, trasformata in moschea da Maometto II a metà del 1400 e , nel 1935, in museo per volontà del fondatore della Repubblica di Turchia, Mustafa Kemal Atatürk. Di fronte si erge l’elegante, Sultanahmet camii , meglio conosciuta come la Moschea Blu, che deve il suo nome dalle 21.043 piastrelle di ceramica turchese inserite nelle pareti e nella cupola, facendone il colore dominante nel tempio. Pareti, colonne e archi sono ricoperti dalle maioliche di İznik (l’antica Nicea), con toni che variano dal blu al verde. La Moschea Blu, che risale ai primi anni del 1600, è anche l’unica a poter vantare ben sei minareti, superata in questo solo dalla moschea della Ka’ba, alla Mecca, che ne ha sette. Secondo una leggenda popolare, questa particolarità è stata il frutto di un fraintendimento: l’espressione delle manie di grandezza del sultano Ahmed I, non potendo eguagliare la magnificenza della moschea di Solimano né quella della prospiciente Santa Sofia, non trovò soluzione migliore per cercare di distinguerla che i minareti in oro; ma l’architetto interpretò male le parole del sultano, capendo “altı” (in turco “sei”) anziché “altın” (oro). E poi l’Ippodromo, con l’obelisco di Teodosio e la colonna Serpentina in bronzo e la bizantina Basilica Cisterna, la Yerebatan Sarnici. Scoperta sul finire del XIX secolo, la cisterna fu costruita sotto il regno Giustiniano I, il periodo più prospero dell’Impero romano d’Oriente, nel 532. Oggi , millecinquecento anni dopo, si presenta come un ambiente incredibile, suggestivo, unico; un enorme spazio sotterraneo, in cui si trovano dodici file di 28 colonne alte 9 metri e distanziate di quasi cinque metri l’una dall’altra.
L’Occidente e il sogno dell’Oriente
Istanbul , com’è stata chiamata fin dalla conquista ottomana del 1453, ma com’è denominata ufficialmente solo all’indomani della Prima guerra
mondiale, è una sorpresa continua. “Nèa Ryme”, Nuova Roma, secondo il suo nome ufficiale, per gli amanti della storia. Costantinopoli, il suo vero nome, da sempre e per sempre. Un nome che evoca immagini mirabili: il sogno dell’Oriente, le lontananze raggiungibili attraverso il Bosforo e l’Anatolia. Le moschee, gli harem, i sufi danzanti, gli aromi del bazar delle spezie, il caos dei commerci e delle contrattazioni ad alta voce del Gran Bazar, il cibo e le stoffe, le ceramiche colorate e l’artigianato che riserva mille sorprese. Si dice che da mezzo millennio l’Europa identifica in quella sola città il prezioso anello di congiunzione fra l’antichità perduta e la modernità mai davvero raggiunta, fra il Levante e l’Occidente. Ed oggi, dentro questa megalopoli brulicante di vita, piena di suoni e profumi, è normale e per certi versi inevitabile cercare le tracce d’un passato che in fondo appartiene a noi tutti e che tuttavia, come ha scritto uno storico famoso “inseguiamo nel sogno orientalistico attraverso il quale l’Occidente cerca da secoli di definire se stesso”.
Oltre il ponte di Galata
Se si attraversa il ponte di Galata si può raggiungere la celebre torre di pietra, alta più di sessanta metri, con mura spesse quasi quattro. Quando venne costruita, nel 1348 dai “ceneviz” , dai genovesi) che la battezzarono Christea Turris (Torre di Cristo). In origine la torre faceva parte delle fortificazioni che circondavano la cittadella di Galata e quando venne edificata era l’edificio più alto della città. Galata (o anche Pera) è il nucleo storico situato nella parte nord del Corno d’Oro, l’insenatura che lo separa dal centro storico cittadino. Il Corno d’Oro è attraversato da parecchi ponti e il più importante è proprio quello di Galata che, a differenza di quando pensano alcuni, non attraversa il Bosforo, ma collega solo le due parti della città vecchia (sul lato europeo) di Istanbul, scavalcando appunto il Corno d’Oro. Stando a quanto affermato dallo scrittore ottomano Evliya Çelebi, tra il 1630 e il 1632 ci fu chi ( pare si chiamasse Hezarfen Ahmet Çelebi), utilizzando delle ali artificiali, spiccò il volo dalla torre per sorvolare il Bosforo e atterrare a Üsküdar, quartiere che sorge a sei chilometri, nella zona asiatica della città. Vera o falsa che sia, quella dell’Icaro ottomano, resta comunque una bella storia.
La belle epoque del Pera Palace
Se si sale ancora non si può evitare una sosta al celeberrimo Pera Palas , storico hotel costruito tra il 1892 e il 1895 allo scopo di ospitare i passeggeri dell’Orient Express, garantendo loro, nell’ultima tappa del viaggio iniziato dalla parigina Gare de l’Est, un alloggio paragonabile in eleganza e confort a quanto erano abituati in Europa. Considerato “il più vecchio hotel europeo della Turchia”, dal taglio ibrido sospeso tra il neoclassico, l’art nouveau e lo stile orientale, tipico dell’architettura di Istanbul del diciannovesimo secolo, il Pera Palas si presentò all’epoca come una meraviglia tecnologica: il primo edificio con alimentazione elettrica, dotato di acqua calda e del primo ascensore di tutta la città. Nelle sue stanze hanno alloggiato personalità e celebrità del mondo della cultura e dello spettacolo come Ernest Hemingway, Greta Garbo e Alfred Hitchcock, teste coronate, personaggi del jet set e donne misteriose come Mata Hari. La stanza 101, in cui era solito alloggiare Atatürk , il padre della Turchia moderna, laica e repubblicana, è stata adibita a museo in occasione del centesimo compleanno dello statista. In un’altra, la “411”, Agatha Christie scrisse il suo celebre romanzo “Assassinio sull’Orient Express”. La “patisserie” del Pera Palace vale il prezzo del lusso di sedersi sui divanetti damascati, sorseggiare un tè nelle tazze di porcellana, accompagnandolo con prelibati dolci, dai macaron alla tarte tatin e alle varie leccornie della tradizione francese. E per sottofondo, musica d’altri tempi, soffusa, avvolgente come la nebbiolina sulla Senna nelle foto virate seppia d’inizio novecento.
I manifesti di Davutoğlu
Riattraversando il ponte di Galata, poco distante, c’è la stazione di Sirkeci, il terminale dell’Orient Express. “Istanbul Gar”, dice la scritta fuori all’ingresso. Dentro ci si può sedere nelle sale d’attesa con le loro panche di legno e le vetrate colorate attraverso le quali traspaiono le luci del porto; sulle pensiline di legno dipinto color crema si aspettava l’arrivo del treno più affascinante di tutti i tempi. Attesa che, oggigiorno, si protrae piuttosto a lungo, considerato che nell’arco dei dodici mesi c’è un’unica corsa tra Parigi e Istanbul, a costi proibitivi. La cosa che colpiva, nella frenesia della vita di questa metropoli, era l’invadente, ossessiva,dilagante propaganda elettorale del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Ovunque campeggiava il volto di Ahmet Davutoğlu, il primo ministro turco. La Turchia si preparava ( l’appuntamento era fissato per il 7 giugno) ad andare alle urne per il rinnovo della Grande assemblea nazionale, il parlamento unicamerale del paese formato da 550 deputati eletti ogni 4 anni con un sistema proporzionale. La campagna elettorale molto spinta e quasi univoca, rendeva chiara la posta in gioco in un voto cruciale per le aspirazioni di Erdoğan, che voleva imprimere al paese una “svolta presidenziale” attraverso una riforma costituzionale. Per avere i voti necessari a far approvare la riforma, l’Akp doveva puntare a guadagnare almeno i tre quinti dei seggi. Nel sistema parlamentare turco, il presidente della repubblica ha un ruolo di garante, super partes e neutrale. Nei progetti di Erdoğan c’era invece una riforma presidenzialista in cui la divisione dei poteri fosse ridotta al minimo con un accentramento nelle mani del capo dello stato.
Il tramonto dei sogni del “sultano”
Il voto dei cittadini ha però infranto i sogni autoritari del “sultano” Recep Tayyip Erdoğan . A sbarrare il passo al presidente turco è stato il quarantenne Selahattin Demirtas, leader dell’Hdp, il partito filocurdo, definito lo “Tsipras turco”, che è riuscito nell’ incredibile impresa di superare la soglia del 10% e sbarcare in Parlamento con una ottantina di deputati (12,9%). Per la prima volta dal 2002 il partito filoislamico ( che ha perso quasi il 10%) non è in grado di formare un governo monocolore. Erdoğan aveva trasformato la contesa elettorale in un referendum sulla sua riforma presidenziale , raccogliendo così un giudizio negativo. Se le elezioni del 7 giugno hanno riconfermato la vitalità della democrazia turca, la sua maturità democratica e un certo dinamismo della popolazione ( ha votato l’85 % degli aventi diritto) , chiudendo un’epoca , rimane l’incertezza della transizione che potrebbe rivelarsi un percorso accidentato. Ma questa è un’altra storia. Intanto, chi rischia il posto è proprio l’onnipresente primo ministro che, all’ombra del Presidente, non ha certo brillato e potrebbe essere “scaricato” quanto prima da Erdoğan.
Gallipoli,1915
Sui muri, campagna elettorale a parte,non era infrequente vedere affissi i manifesti che ricordavano una mostra (ancora visitabile) o una celebrazione (appena svolta) del centenario dell’inizio della battaglia di Gallipoli – il 25 aprile 1915 – in cui l’Impero ottomano respinse l’offensiva della Triplice Intesa che puntava al controllo dello Stretto dei Dardanelli. La battaglia di Gallipoli durò nove mesi e causò 130 mila morti. Nove mesi di carneficina che non portarono ad alcun risultato sul terreno, ma che contribuirono a forgiare le identità nazionali di vari Stati. Infatti, in Turchia, questa battaglia costituì una svolta nella storia nazionale. Respingendo l’invasione occidentale, l’esercito dell’Impero Ottomano, alleato degli Imperi Centrali, forgiò il mito di Mustafa Kemal Atatürk, all’epoca giovane ufficiale, che pochi anni dopo fondò la Turchia moderna. Nessuno dubita che il secolare anniversario dello sbarco, ricordato come una delle peggiori sconfitte delle potenze occidentali durante il primo conflitto mondiale, è stato amplificata di molto anche per un altro scopo. Non occorre essere
maliziosi per immaginare l’intenzione, del governo turco, di “mettere in ombra l’anniversario del genocidio armeno” riferendosi al massacro di circa un milione e mezzo di persone. Il fatto d’aver anticipato di un giorno le celebrazioni di Gallipoli ( al 24 aprile, anziché al giorno seguente) non fa che confermare questa tesi.
L’altro centenario, “il grande crimine”
I massacri della popolazione cristiana avvenuti in Turchia tra il 1915 e il 1916 sono ricordati dagli armeni come il Medz yeghern, “il grande crimine”. Le uccisioni cominciarono nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915, quando furono eseguiti i primi arresti tra l’élite armena di Costantinopoli. L’operazione continuò nei giorni successivi. In un mese più di mille intellettuali armeni, tra cui giornalisti, scrittori, poeti e parlamentari furono deportati verso l’interno dell’Anatolia. Secondo lo storico polacco Raphael Lemkin ( l’uomo che ha coniato il termine genocidio) si è trattato del primo episodio in cui uno stato ha pianificato ed eseguito sistematicamente lo sterminio di un popolo. La Turchia però non ha mai accettato la definizione di genocidio, sostenendo che le uccisioni compiute dall’impero Ottomano erano una risposta all’insurrezione degli armeni e alla necessità di difendere le sue frontiere. Di fatto è la storia che non passa, anche se sono trascorsi cento anni. Lo si è visto dalle reazioni del Governo turco alle parole di papa Francesco sul “genocidio”, pronunciate a San Pietro. Lo si è visto, viceversa, nelle parole delle autorità armene. Due posizioni differenti, contrapposte,ostili: gli armeni rivendicano il genocidio e i turchi parlano di un dramma tra tanti altri drammi dell`Impero ottomano in guerra. Alle spalle ci sono decenni di negazione, polemiche, dolori. Intanto le frontiere tra Armenia e Turchia sono chiuse. Ma perché è così difficile parlare di genocidio armeno? “Perché fissa l’orrore dell’annientamento sistematico di un intero popolo, rende visibili gli scomparsi, oltre un milione di persone mandate a morire secondo un progetto preciso. E ha tutto il peso di un crimine che non cade in prescrizione”. Le parole usate in un’intervista da Antonia Arslan, scrittrice di origine armena, autrice de “La masseria delle allodole” cadono come pietre e l’atteggiamento stizzito e negazionista di Erdogan e del suo governo fanno intendere quanto sia ancora lungo e periglioso il cammino di riconciliazione tra popolo armeno e popolo turco.
Il punto di partenza di tutte le strade
Si dice, proverbialmente, che “tutte le strade portano a Roma” e precisamente in un punto, nel Foro Romano, dove nel 20 a.C. Augusto, con l’idea di organizzare e riordinare l’impero, fece costruire una colonna rivestita di bronzo dorato che indicava il punto di partenza di tutte le strade, il punto da cui ogni distanza da allora in poi si sarebbe misurata. Lo stesso vale per Costantinopoli-Istanbul dove, nei pressi della Cisterna e di Santa Sofia s’incontra un modesto pilastro di pietra sbrecciato, seminascosto, sul quale di solito le guide turistiche sorvolano. Quel pilastro è il Milion o Miliarium, il Milliario d’Oro, tutto quel che rimane del Tetrastoon, il quadriportico dell’Augusteion costantiniano dal quale, come a Roma, iniziavano le strade e si misuravano le distanze per tutto l’impero. Una moderna cartellonistica, a fianco, indica le distanze delle principali città del mondo e con un po’ di fantasia ci si sente davvero al centro del vecchio mondo, dove Oriente e Occidente si uniscono in un mosaico di civiltà. Come direbbe Paolo Rumiz, evocando il nostro immaginario, l’Occidente e l’Oriente intesi come “un portale che schiudeva mondi nuovi”, rimpiazzato frettolosamente oggigiorno con dei freddi monosillabi astronomici: “Ovest” e “Est”.
Eyüp, a nord del Corno d’Oro
Infine, Eyüp, il meraviglioso quartiere posizionato nella parte settentrionale del Corno d’Oro. Ci si arriva da Eminönü con l’autobus o in alternativa con un taxi ( è raccomandabile contrattare la tariffa, per evitare sorprese). Si respira un’aria del tutto particolare in questo quartiere religioso che reclama rispetto. E’ a Eyüp che s’incontra una delle moschee più suggestive di Istanbul: la più sacra di tutte, una di quelle che solitamente i turisti ignorano, intenti a visitare le altre, più note e celebrate. La moschea di Eyüp – per essere precisi, la Eyüp Sultan Camii – è tutt’altra cosa: una delle più antiche (se non la più antica, secondo molte fonti) della città, famosa perché sacra proprio in virtù della tomba di Eyyûb/Eyüp, porta-stendardo del Profeta Maometto morto durante l’assedio arabo del VII secolo e poi apparso in sogno per svelare il luogo della sua sepoltura e dare nuova carica nel corso dell’assedio vincente del 1453. Tutt’attorno si trovano le tombe di alti dignitari ottomani, ed era il luogo in cui i nuovi sultani venivano consacrati dal Gran maestro sufi. Da lì paret la teleferica che porta al Pierre Loti Cafè ( dedicato allo scrittore francese che amava Istanbul) da dove si può godere una meravigliosa vista sul Corno d’Oro e sulla città “delle mille e una notte”. Indimenticabile, unica, è una città che lascia il segno. Ci si può innamorare e Istanbul, a quel punto, rubata l’anima, non la lascerà più fuggire.
Marco Travaglini










REPORTAGE di Marco Travaglini
duro lavoro, uccisioni e torture. Nei primi tempi molti detenuti furono costretti a dormire all’aperto perché non erano ancora state completate le baracche. Per la mancanza d’acqua, in tantissimi bevvero l’acqua del fiume Sava e frequenti erano le epidemie di tifo, malaria, dissenteria e difterite. Le guardie permettevano ai prigionieri di lavare i loro pochi indumenti una volta al mese nel fiume. Solo chi aveva particolari abilità professionali, come medici, farmacisti, orefici e calzolai, aveva un trattamento un po’ più umano. Per tutti gli altri toccava subire le angherie degli ustascia. 

ciascuna delle quali venivano ristretti fino a sei prigionieri, Queste celle erano riservate ai partigiani, ai politici, agli ebrei, destinati all’esecuzione a distanza di giorni, talora settimane. Le due prime celle venivano usate a fini di tortura o di raccolta di materiale prelevato ai prigionieri: vi sono stati rinvenuti, fra l’altro, migliaia di documenti d’identità, sequestrati non solo ai detenuti e ai deportati, ma anche ai lavoratori inviati al lavoro coatto (tutti i documenti, prelevati dalle truppe jugoslave che per prime entrarono nella Risiera dopo la fuga dei tedeschi, furono trasferiti a Lubiana, dove sono attualmente conservati presso l’Archivio della Repubblica di Slovenia). Le porte e le pareti erano ricoperte di graffiti e scritte: l’occupazione dello stabilimento da parte delle truppe alleate, la successiva trasformazione in campo di raccolta di profughi, sia italiani che stranieri, l’umidità, la polvere, l’incuria – in definitiva – degli uomini hanno in gran parte fatto sparire graffiti e scritte. Ne restano a testimonianza i diari dello studioso e collezionista Diego de Henriquez (ora conservati dal “Civico Museo di guerra per la pace” a lui intitolato), ove se ne trova l’accurata trascrizione; alcune pagine sono riprodotte nel percorso della mostra storica. Nel successivo edificio a quattro piani venivano rinchiusi, in ampie camerate, gli ebrei e i prigionieri civili e militari destinati per lo più alla deportazione in Germania: uomini e donne di tutte le età e bambini anche di pochi mesi. Da qui finivano a Dachau, Auschwitz, Mauthausen, verso un tragico destino che solo pochi hanno potuto evitare. Nel cortile interno, proprio di fronte alle celle, sull’area oggi contrassegnata dalla piastra metallica, c’era l’edificio destinato alle eliminazioni – la cui sagoma è ancora visibile sul fabbricato centrale – con il forno crematorio. L’impianto, al quale si accedeva scendendo una scala, era interrato. Una canale sotterraneo, il cui percorso è pure segnato dalla piastra d’acciaio, univa il forno alla ciminiera. Sull’impronta metallica della ciminiera sorge oggi una simbolica Pietà costituita da tre profilati metallici a segno della spirale di fumo che usciva dal camino. L’edificio del forno crematorio e la connessa ciminiera vennero distrutti con la dinamite dai nazisti in fuga, nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, per eliminare le prove dei loro crimini, secondo la prassi seguita in altri campi al momento del loro abbandono. Tra le macerie furono rinvenute ossa e ceneri umane raccolte in tre sacchi di carta, di quelli usati per il cemento. Tra le macerie, fu inoltre rivenuta la mazza la cui copia, realizzata e donata da Giuseppe Novelli nel 2000, è ora esposta nel Museo (l’originale è stato trafugato nel 1981). Triestini, friulani, istriani, sloveni e croati, militari, ebrei: bruciarono nella Risiera alcuni dei migliori ”quadri” della Resistenza e dell’Antifascismo.
Riassume un po’ l’intero c


Ed ecco, in tarda mattinata Mostar, la perla dell’Erzegovina, a cui i croati distrussero il vecchio ponte il 9 novembre del 1993, nel quarto anniversario della caduta del muro di Berlino. Il suo centro storico racchiude un mondo intero, ricostruito completamente dopo che la guerra l’aveva quasi raso al suolo. Le vie acciottolate, lungo le quali spuntano i minareti delle moschee, il Kujundziluk, la via dei commercianti e degli artigiani, i mulini di pietra, le acque impetuose e verde smeraldo della Neretva che attraversa la città. E poi il ponte, simbolo dell’unità e del dialogo che i nazionalismi hanno tentato di spezzare. Quel ponte oggi ricostruito, con la ripida scalinata, da sempre rappresenta l’unione delle due anime di Mostar, quella orientale musulmana e quella occidentale cattolica, vissute insieme per secoli in armonia. Città multietnica dunque, ma con un’anima sola: quella che la guerra ha tentato di dividere con la forza, colpendo anche i suoi monumenti più significativi. Se si guarda con attenzione, i segni del conflitto sono ancora evidenti. Ma le ferite più profondi sono dentro il cuore e la testa dei mostarini, e sono le più difficili da risanare. Lasciata la città dello Stari Most, si raggiunge Sarajevo in meno di tre ore percorrendo per quasi 130 chilometri una delle più belle strade del paese, lungo la valle della Neretva, le cui sorgenti si trovano presso Jabuka , nelle Alpi Dinariche ad una ottantina di chilometri a sud della capitale bosniaca. Passiamo da Jablanica, dove sorge il museo dedicato alla seconda guerra mondiale e all’ultimo conflitto, a pochi passi dal ponte. Qui il maresciallo Tito condusse la battaglia della Neretva contro le forze dell’Asse. L’operazione, conosciuta come la “quarta offensiva nemica” (četvrta neprijateljska ofenziva/ofanziva) o “battaglia per i feriti” (bitka za ranjenike) costituì un successo strategico per le forze partigiane jugoslave che, nonostante la situazione apparentemente disperata e le gravi perdite, riuscirono a sfuggire alla manovra d’accerchiamento tedesca e ad infliggere una dura sconfitta ai reparti italiani e dei collaborazionisti cetnici schierati sul fiume. Tra gli appunti anche una nota di colore: a Jablanica è nato Hasan Salihamidžić , ex calciatore bosniaco, soprannominato “Brazzo” (“fratello”), che vestì per qualche anno anche la maglia della Juventus.
arajevo, la “Gerusalemme d’Europa”ci ha accolti con la luce livida di un tardo pomeriggio di pioggia battente. Chi sperava, a dispetto del meteo, in un tiepido tramonto riflesso sulle acque della Miljacka, nel cuore della città, si deve accontentare. Sarajevo è bella sempre, anche con la pioggia. Adagiata in una stretta valle circondata da montagne e aggrappata alle rive del fiume che scroscia spumeggiando nel suo ventre di città serraglio (Sarajevo dal turco saray, serraglio), e stata uno dei più importanti punti di sosta per le carovane lungo le antiche rotte commerciali tra est e ovest. Qui più che altrove Occidente e Oriente s’incontrano e s’abbracciano, confondendosi. E’ qui che gli imperi Bizantino e Ottomano da est, e gli imperi prima di Roma, poi di Venezia e infine di Vienna da ovest ,hanno portato le loro culture, le tradizioni, le religioni. Difficile trovare un altro posto che condivide, in poco spazio, nel cuore della città, i luoghi di culto delle principali religioni: la gotica cattedrale cattolica del Cuore di Cristo e le moschee di Gazi Husrev-beg, Ali Pasha e dell’Imperatore; la barocca cattedrale serbo ortodossa dedicata alla natività di Gesù insieme alla vecchia chiesa ortodossa degli arcangeli Gabriele e Michele, e la Sinagoga di Sarajevo, che s’affaccia sulla Miljacka mentre quella vecchia di mezzo millennio e ben piantata su solide mura nel Velika Avlija, il quartiere ebraico di Sarajevo. Qui si può, meglio che altrove, con tutte le contraddizioni fatte di affinità e diversità, capire il passato, il presente e immaginare il futuro di questa vecchia e un po’ malandata Europa. A Sarajevo la storia d’insinua attraverso la geometria di quartieri, palazzi, piazze, ponti, lapidi e cimiteri. Durante l’assedio della città un’agenzia matrimoniale del posto pubblicizzava cosi i suoi servizi:”In questo mondo di guerre e morte l’unica cosa che ha un senso è fare l’amore”. Puro distillato d’amaro spirito balcanico. Dopo essersi persi tra i vicoli della Bascarsija, il vecchio quartiere ottomano, eccoci di fronte alla biblioteca nazionale e universitaria di Sarajevo, la “Vijecnica”, uno dei simboli della città. A 120 anni dalla sua costruzione, ventidue anni dopo il rogo che la distrusse e dopo quasi 18 anni di complesso restauro, è tornata al suo antico splendore. Le tre facciate dell’edificio a base triangolare erano da tempo pronte, illuminate dai colori originari del 1894. Ora, non resta che sperare che tornino anche i libri e i lettori e che queste mura non racchiudano solo gli uffici della municipalità.Le granate serbe, lanciate dopo il tramonto del 25 agosto 1992 da postazioni occultate nelle fitte foreste di abeti che incombono sulla città, trasformarono in rogo l’edificio in stile neo-moresco costruito durante l’epoca austro-ungarica. L’incendio durò tutta la notte e per altre trenta ore almeno. Bruciò così la biblioteca di Sarajevo. E con essa un patrimonio immenso di un milione e mezzo di preziosissimi libri e incunaboli, giornali, riviste e mappe, memoria storica di una città multietnica da secoli e per questo invisa a quelli che volevano separare, dividere, cancellare storie e vicende comuni. Poco distante c’è la piazza della fontana ( o dei piccioni) e più in là inizia la Ferhadija, la più elegante strada di Sarajevo. Messi di traverso sulla Miljacka, come vertebre dell’immaginaria spina dorsale della città rappresentata dal letto del fiume, ci sono i ponti in
pietra grigia, erosi dal vento e dalle piogge, con l’erba che cresce nelle fessure, e quelli di ferro, tesi come fili vibranti da una sponda all’altra. Tra questi c’è il ponte Latino dove l’Arciduca Francesco Ferdinando e sua mogli Sofia furono assassinati dall’ultranazionalista Gavrilo Princip in quello che è passato alla storia come l’attentato di Sarajevo. Era il 28 giugno del 1914 e con quegli spari cambiò la storia. Ci sono tante cose da vedere in città, dalla “casa del dispetto” alla famosa Saraievska Pivara, una delle fabbriche di birra di famose dei Balcani, fino al museo del Tunnel, il “cordone ombelicale” scavato sotto la pista d’atterraggio dell’aeroporto che rappresentò l’unica via d’entrata e d’uscita nella città assediata.La Vječna Vatra , la “fiamma eterna”, è il memoriale alle vittime militari e civili della seconda guerra mondiale e ai partigiani. Si dice sia l’unica fiamma che non si è mai spenta nemmeno sotto l’assedio. La lapide ricorda una data, il 6 aprile del 1945. Il giorno della liberazione di Sarajevo dall’occupazione nazista e della vittoria di serbi , bosniaci e croati che, insieme, riconquistarono la liberta. La dimostrazione visiva di una lotta comune, segnata dall’antifascismo degli slavi del sud. La stessa data segnò, provocatoriamente, l’inizio dell’assedio più lungo della storia moderna, protrattosi dal 6 aprile del 1992 al 29 febbraio del 1996. I bombardamenti e i cecchini uccisero 11.541 persone e ne ferirono altre 50.000 durante i 44 mesi dell’assedio. Nei rapporti ufficiali s’indica una media di circa 329 bombardamenti al giorno, con un massimo di 3777 granate il 22 luglio 1993. Gli ordigni che cadevano sull’asfalto lasciavano dei segni che, dipinti con la vernice rossa, diventarono le “rose di Sarajevo”, i fiori della sofferenza e del dolore. La popolazione della città si ridusse di un terzo e da cosmopolita che era, oggi è perlopiù popolata da bosgnacchi, i bosniaci musulmani. Prossime tappe saranno, in terra bosniaca, Tuzla e Banja Luka. Ma prima di partire, una visita al vecchio e coloratissimo mercato austroungarico della frutta e della verdura, il “Markale”. Tra la gente che si aggira tra i banchi di ferro che espongono infinite varietà di ortaggi e frutta fresca e secca, proprio sulla parete in fondo, una lunga lapide rossiccia ricorda i caduti delle stragi di Markale. Stragi, al plurale, poiché per due volte le granate serbe hanno massacrato i civili in questo luogo, nel cuore di Sarajevo. La prima volta, il 5 febbraio del 1994:sessantasette morti e centoquarantadue feriti. La seconda, il 28 agosto del 1995,quando l’ultimo di cinque colpi di mortaio stroncò la vita di trentasette persone e il ferimento di altre novanta. I fiori delle corone, sul ciglio della strada, ancora freschi grazie al clima autunnale, ricordano la recente commemorazione di una delle tante ferite che rendono dolorosa la memoria.
Il viaggio verso Tuzla, sotto una insistente e fastidiosa pioggia che ha deciso di accompagnarci ovunque, è un’altra occasione per attraversare una terra dove le moschee convivono con i boschi di latifoglie e di conifere, le case più vecchie risentono del tratto urbanistico dell’impero viennese , il canto del Muezzin e il suono
A Banja Luka , seconda più grande città della Bosnia, di fatto il centro più importante dell’entità della Repubblica Serpska ( l’altra “entità” della nazione bosniaca), arriviamo sotto l’immancabile pioggia di questa pazza estate. Il capoluogo della storica regione della Bosanska Krajina, con i suoi 200.000 abitanti, ospita il governo della Bosnia serba abitanti al censimento ed è un importante centro economico e culturale con una storia importante che risale all’Alto Medioevo. Sviluppatasi su entrambe le sponde del fiume Vrbas che, l’intera città è punteggiata dal verde dei viali alberati, giardini e parchi. Durante l’occupazione Ottomana della Bosnia,Banja Luka conobbe lo sviluppo urbano ed economico che le consentì di diventare uno dei più importanti centri politici e commerciali della Bosnia. In seguito alle frequenti incursioni austriache si definì anche il suo profilo di centro militare strategico. La città, per conoscere una fase nuova e decisa di modernizzazione, dovette attendere la dominazione austroungarica della fine del XIX secolo. Durante la Seconda guerra mondiale gli Ustascia Croati, cattolici e filonazisti, occuparono la città deportando la maggior parte delle famiglie nobili sefardite e serbe presso i vicini campi di concentramento di Jasenovac e Stara Gradiška. Il 7 febbraio 1942 le forze ustascia, guidate da un monaco francescano, Miroslav Filipović, uccisero 2.500 serbi, tra cui 500 bambini, a Drakulići, Motike e Sargovac, località all’interno del comune di Banja Luka. La cattedrale ortodossa della città fu rasa al suolo dalle forze di occupazione naziste, prima che la città fu liberata il 22 aprile 1945 dai partigiani di Tito. Il 27 ottobre del 1969 ( alle 9,11 del mattino, di domenica, come si legge su di un orologio nel centro cittadino), un tremendo terremoto danneggiò molti degli edifici della città. Un grosso palazzo chiamato Titanik, situato nel centro della città, fu distrutto completamente e l’area dove si trovava è stata tramutata in una piazza. Con grandi sacrifici Banja Luka fu ricostruita ma molti dei piccoli palazzi e negozi dell’epoca ottomana e austroungarica che costituivano il centro della città, danneggiati irreparabilmente, furono demoliti.
