
COMPLESSO MONUMENTALE DELLA PILOTTA
Voltoni del Guazzatoio Piazzale della Pilotta 15 – Parma
Con una modalità nuova, basata sulla condivisione di un linguaggio artistico che si fa portatore di contenuti educativi e di altro valore sociale, la mostra spalanca una porta su un tema purtroppo di forte attualità: l’omicidio di genere, meglio conosciuto come femminicidio. L’arte in questo caso si fa strumento affinché l’onda emotiva generata dal tema sia utile e si trasformi in azioni concrete, non esaurendosi nelle reazioni istintive di sdegno e condanna.
Diego Testolin, disegnatore di identikit e analista della scena del crimine della Polizia scientifica del Triveneto, scava in vicende umane che la sua vita professionale gli ha posto di fronte, rileggendo la realtà con sguardo intimo e atteggiamento rispettoso, nell’intento di restituire attraverso le sue tele, quell’umanità e quella dignità estetica che la brutalità dell’uomo ha strappato via. Ecco quindi che alcune figure femminili prese dall’iconografia artistica del passato vengono rivisitate in chiave moderna secondo il principio di bellezza assoluta e spirituale, diventando portatrici di un messaggio di speranza: “la bellezza salverà il mondo”.
Parte integrante della mostra, la videostallazione Il silenzio del dolore, di e con Elena Ruzza. Il cortometraggio, presentato al 36° Torino Film Festival e tratto da una storia realmente accaduta, restituisce il punto di vista umano e professionale di Katia Ferraguzzi, poliziotta della Squadra Mobile e psicoterapeuta, che porterà con sé per sempre il ricordo degli occhi di un bambino che, suo malgrado, ha assistito al “femminicidio” della madre da parte del padre.
Il progetto è promosso da Legal@rte Onlus, associazione che nasce dalla volontà di un gruppo di appartenenti alla Polizia di Stato, con lo scopo di promuovere la legalità attraverso gli strumenti che la cultura mette a disposizione, nell’intima ambizione di contribuire alla nascita di nuove resilienze.






l’ultima fatica della sua esistenza, donate dall’artista al governo francese ed esposte al Museo dell’Orangerie di Parigi. Giverny divenne il luogo dove la fantasia si concretizzò nella realtà e dove la realtà si trasformò in immagine, raggiungendo, attraverso il colore e l’arte, l’immortalità. Claude Monet creò intorno ad una grande casa rosa il Clos Normand, un giardino nel quale mescolò specie innumerevoli di fiori, iris, papaveri, rose, peonie, verbene, campanule, tulipani, narcisi che, ancora oggi, convivono, si intersecano, si fondono in una sorta di disordine ordinato. Accanto ad essi venne collocato anche uno stagno perché potesse ospitare quelle che Proust definì “i fiori sbocciati in cielo”, le ninfee, delicate e tenaci, che sembrano scivolare sullo specchio lacustre e catturare e riflettere la luce in un caleidoscopio di colori. Il giardino, la casa, lo stagno, il
ponticello giapponese divennero la fonte di ispirazione per molti dei quadri che Monet dipinse fino al 1926, anno della sua morte, e il luogo incantato che aveva creato a Giverny fu il suo locus amoenus, il suo rifugio ma, al tempo stesso, rappresentò un tormento per la difficoltà, anche causata da una malattia agli occhi, di riprodurre sulla tela in modo per lui soddisfacente quello che lo circondava, in particolare le ninfee che sembravano inafferrabili, incoglibili. L’ossessione per la luce aveva accompagnato Monet fin dalla realizzazione delle sue prime opere tanto da spingerlo a dipingere lo stesso
soggetto in ore diverse della giornata, tentando di cogliere i modi diversi con i quali la luce lo illuminava, ora cruda e tagliente, ora morbida e ovattata, ora debole e fioca ed erano nate così le serie: i covoni, le cattedrali, i pioppi, le falesie, le ninfee dove sono soltanto i colori a mutare in un lotta disperata contro il tempo per fermare l’attimo come se l’occhio del pittore potesse diventare simile all’obiettivo di una macchina fotografica che imprigiona ed eternizza il soggetto in uno spazio temporale ben definito. A Giverny questo bisogno di fissare sulla tela ciò che vedeva divenne ancora più forte tanto da spingere l’artista a dipingere tutto il giorno e a sognare di dipingere durante la notte. Riferendosi ai dipinti delle Ninfee, Monet scrisse: “Non dormo più per colpa loro. Di notte sono
continuamente ossessionato da ciò che sto cercando di realizzare. Mi alzo rotto dalla fatica […] dipingere è così difficile e torturante. L’autunno scorso ho bruciato sei tele insieme con le foglie morte del giardino. Ce né abbastanza per disperarsi. Ma non vorrei morire prima di aver detto tutto quel che avevo da dire; o almeno aver tentato. E i miei giorni sono contati”. L’insoddisfazione accompagnò Claude Monet fino alla morte. Questo artista visionario, infatti, non riuscì mai a fissare il mondo che si presentava davanti ai suoi occhi e trascorse la vita a cercare di fermare un’impressione, ad attendere il “domani”, il giorno nel quale sarebbe riuscito a dipingere il suo quadro più bello.


