Tolochenaz è un piccolo comune svizzero del Canton Vaud sul lago Lemàno con meno di duemila abitanti, a pochi chilometri da Morges e a un quarto d’ora d’auto da Losanna. Appena fuori dal centro abitato, in un angolo di quiete nella ordinatissima campagna elvetica, c’è il cimitero. Poche decine di tombe, ben curate.Tra queste, a ridosso del muro di cinta c’è l’ultima dimora di Audrey Hepburn, indimenticabile attrice, simbolo di stile e raffinatezza. Lo sguardo dolce e stupito, il fisico esile e flessuoso avvolto nel famoso tubino nero di “Colazione da Tiffany”, inventato da Coco Chanel e ripensato appositamente per lei da
Givenchy ne hanno reso celebre e immortale la fragile bellezza. Non a caso fu proprio lei a dire che “l’eleganza è la sola bellezza che non sfiorisce mai“. Una carriera ricca di successi sul grande schermo, la sua: da “Vacanze romane” che le valse a soli ventidue anni l’Oscar nel 1954 a pellicole come “Sabrina”, “Guerra e Pace”, “Arianna”, “Cenerentola a Parigi”, “Sciarada”, “My Fair Lady” , fino al suo ultimo lavoro dove, diretta da Steven Spielberg in “Always-Per sempre”, interpretò un angelo. Questa donna intelligente, elegante e bella (“ un mix unico di fascino, innocenza e talento”, disse di lei il regista William Wyler), descritta come un “ grissino dall’anima d’acciaio”, ritiratasi dalle scene si dedicò con grande passione al volontariato,diventando ambasciatrice dell’Unicef. Una scelta motivata dalla grande sensibilità che l’accompagnò in tutta la sua vita. Disse, in una intervista che se si desiderano degli
occhi belli “occorre cercare la bontà negli altri; per delle labbra belle, pronuncia solo parole gentili; per una figura snella, dividi il tuo cibo con le persone affamate; per dei capelli belli lascia che un bambino vi passi le sue dita una volta al giorno; e per l’ atteggiamento, cammina con la consapevolezza che non sei mai sola”. Dedicò le sue ultime energie ai bambini che, come era toccato a lei da piccola, vivevano la tragedia della fame e della guerra, dimostrando di avere oltre all’impeccabile stile la generosità di chi non rinuncia a lottare per un mondo migliore. La Hepburn , nata 90 anni fa, il 4 maggio del 1929 a Ixelles in Belgio,morì a sessantaquattro anni il 20 gennaio del 1993.La sua tomba sobria e semplice nel camposanto di Tolochenaz rappresenta l’ultima, estrema dimostrazione della straordinaria classe di questa grande donna.
Marco Travaglini






















Juno e Sword– nel tratto di costa normanna che si estende per circa un centinaio di chilometri,tra Le Havre e Cherbourg. I nazisti del Terzo Reich avevano costruito , dalla Norvegia al sud della Francia, un sistema di bunker e fortificazioni conosciuto come il “Vallo Atlantico” ed erano convinti che un’eventuale sbarco alleato sarebbe avvenuto nel Pas de Calais, nel punto in cui la costa inglese e quella francese sono più vicine. E lì avevano concentrato gran parte delle loro forze. L’operazione “Overlord” avvenne invece più a sud, sulle spiagge di Nomandia e la battaglia divampò violentissima. Nel primo giorno dello sbarco
furono più di diecimila le perdite alleate tra morti – oltre un terzo del totale – , feriti, prigionieri e dispersi. Oltre novemila quelle tedesche. Sul litorale della Côte de Nacre, la splendida costa di madreperla, da Deauville a Cherbourg, da Arromanches al promotorio della Pointe du Hoc, si consumò una delle vicende più drammatiche e sanguinose della storia del ‘900. Il panorama
stupendo che domina e s’affaccia sull’oceano rende quasi impossibile immaginare tanta violenza e dolore. Eppure basta guardarsi attorno per vedere ancora le ferite prodotte dai campi di battaglia: voragini aperte nel terreno dalle bombe piovute dal cielo e dal mare, resti delle casematte e dei pontoni sulle spiagge, bunker e postazioni d’artiglieria pesante,i tanti cimiteri e musei di guerra disseminati un po’ ovunque a testimoniare ciò che accadde più di settant’anni fa. Lo sbarco in Normandia fu decisivo per la vittoria degli alleati che ad un prezzo altissimo riuscirono a conquistare una testa di ponte, combattendo per altri due mesi prima che l’esercito tedesco cedesse e cominciasse una ritirata che sarebbe finita soltanto ai confini della Germania. La battaglia di Normandia durò dal 6 giugno al 25 agosto del 1944, con la liberazione di Parigi, e fu una delle più cruente tra quelle combattute sul fronte occidentale, costando più di
70mila morti fra gli alleati e oltre 200mila fra i tedeschi. Altri 20mila furono i morti fra i civili. Moltissimi di quei soldati caduti riposano oggi nei 30 cimiteri distribuiti in tutta la regione, dei quali 22 nel solo dipartimento del Calvados. Ci sono quelli canadesi di Bretteville-sur-Laize e Bény-Reviers e quelli britannici ( ben sedici), a partire da Bayeux, una delle prime città ad essere liberate dai nazisti dove, il 16 giugno 1944, il Generale De Gaulle tenne il suo primo discorso sul suolo francese libero. Il cimitero di Bayeux raccoglie le spoglie di quasi quattromila combattenti britannici e un memoriale che ricorda i 1809 soldati del Commonwealth che non hanno ricevuto una sepoltura. Senza nulla togliere a questi luoghi di memoria, ce ne sono almeno due tra i tanti che meritano un’attenzione particolare. Il primo è quello di Colleville-sur-Mer, il più famoso
cimitero americano della seconda guerra mondiale in Europa, che ospita – allineate sotto le croci bianche – le tombe di 9387 soldati caduti durante lo sbarco e i combattimenti che seguirono.
Situato sulle alture che sovrastano la spiaggia ribattezzatabloody Omaha, la sanguinosa Omaha, è meta ogni anno di un milione di visitatori. All’entrata del cimitero c’è un moderno centro visite e l’intero memoriale è gestito dall’American Battle Monuments Commission (ABMC), un’agenzia indipendente creata dal Congresso degli Stati Uniti nel 1923 allo scopo di conservare la memoria dei cimiteri militari americani. Le croci di Colleville-sur-Mer spiccano nel loro candore sul curatissimo prato all’inglese. Una grande bandiera a stelle e strisce sventola sospinta dalle folate di vento che soffiano dall’Atlantico portando con se una pioggia fine e intensa. “Croci candide, luminose, erette, protette da centinaia di uomini, circondate da felpato silenzio”, scrisse tempo fa Paolo Rumiz. Al punto d’apparire come “croci della causa giusta, il simbolo di una guerra pulita. Croci di prima linea. Vicine al cielo, in cima alla collina, con vista mare”. Quindici chilometri più a sud, quasi sperduto nella campagna, c’è il piccolo abitato di La Cambe. Siamo sempre nel dipartimento del Calvados e non distante dal paese c’è il cimitero dove riposano i corpi di 21.222 soldati tedeschi. Il doppio di quelli sepolti a Coleville, in uno spazio che più o meno è la metà. Qui l’immagine è del tutto diversa. Ciascuna delle pietre tombali, di un’estrema semplicità, porta inciso i nomi di due soldati. Su una piccola e verde collina al centro del cimitero, svetta una croce di pietra che pare voler proteggere l’uomo e
la donna raccolti in preghiera che gli stanno a fianco. Inizialmente era anche questo un cimitero militare americano. I caduti dello sbarco furono sepolti su un lato e quelli tedeschi sull’altro. Quando, nel 1948, le salme dei soldati americani furono esumate e trasferite negli Stati Uniti, quello di La Cambe divenne interamente un cimitero militare tedesco. Non c’è nulla di spettacolare o scenografico. Più raccolto, al punto da indurre quasi naturalmente a riflettere, La Cambe si presenta più come un campo della pace che un cimitero di guerra. Anche lì la pioggia
sferzava le croci di pietra scura, quasi prostrate a terra, “schiacciate dal destino scuro che la storia, scritta dai vincitori,riserva agli sconfitti”.Non c’è vigilanza armata e nemmeno un religioso silenzio lì attorno, essendo quasi ai bordi dell’ autostrada Parigi-Cherbourg, dove rombano le auto e i Tir. Non è a ridosso della linea del fronte, affacciato sulle spiagge del “D-day”. Questa, a quel tempo, era una retrovia. Eppure, nonostante quello di La Cambe sia “un cimitero dei vinti” è più percepibile lì che altrove l’orrore, la violenza e l’incubo della guerra. Un orrore, parafrasando ancora Rumiz “più esplicito”, che non induce al rischio di “sdoganare altre guerre”. Una scritta in pietr