Natale è da sempre accostato all’idea di pace, eppure in ogni angolo di mondo anche questa ricorrenza della Natività vedrà cruenti conflitti di vario genere. E anche in Italia si è vissuta, in molte occasioni, la situazione che può essere descritta con un ossimoro: “Natale di guerra”.
Un secolo fa il nostro paese era impegnato nel sanguinoso conflitto mondiale a fianco delle potenze dell’Intesa, Francia e Inghilterra, contro i cosiddetti Imperi centrali, ovvero Germania e Austria-Ungheria. In occasione del Natale 1914, quando l’Italia non aveva ancora deciso di partecipare al conflitto, sul fronte franco-tedesco si verificarono fenomeni spontanei di tregua tra le truppe contrapposte, che uscirono dalle rispettive trincee per fraternizzare con il nemico. Per evitare episodi analoghi, che si riteneva potessero indebolire lo spirito combattente, negli anni successivi i comandi ordinarono offensive proprio nei giorni delle festività natalizie.

Ma come si viveva questo “Natale di guerra” nelle retrovie, cioè nella società civile, nelle famiglie che erano in ansia per i loro cari al fronte? Mediante l’archivio online www.giornalidelpiemonte.it abbiamo accesso a decine di testate locali piemontesi pubblicate all’epoca. Il maggior risalto viene dato dai periodici di matrice cattolica che lanciano chiari richiami alla necessità di avviare un percorso di pacificazione, tanto da essere in diversi casi censurati. Avviene così per il Corriere di Saluzzo del 23 dicembre 1916 che nell’editoriale intitolato “Speranze di pace”, reso monco dall’intervento della censura, sottolinea le difficoltà di interrompere il conflitto perché le iniziative di pace provengono dagli Imperi centrali che, in quel momento, stanno prevalendo sui campi di battaglia e hanno conquistato ampi territori europei, per cui “il punto di vista dei due belligeranti si trova agli antipodi… Tuttavia la buona parola è stata pronunziata, ed è già qualche cosa, perché la guerra non può protrarsi indefinitamente, e la pace è precisamente la meta e il risultato finale d’ogni conflitto armato”.

La censura interviene anche sull’editoriale de Il Biellese del 29 dicembre 1916, dal titolo “Verso la pace?”, lasciando pubblicare solamente una rassegna di posizioni espresse da paesi neutrali, come Stati Uniti – non ancora entrati nel conflitto – e Svizzera, dal Papa Benedetto XV, e riportando i commenti espressi dai principali quotidiani. Si può immaginare che le considerazioni dell’articolista censurate fossero connotate da un convinto spirito pacifista, tanto più che all’editoriale segue un nutrito elenco di caduti, originari di diversi centri del Biellese. Lo stesso periodico, un anno dopo, nel dicembre 1917, forse per sfuggire alle forbici del censore, si limita a pubblicare con grande risalto l’appello del Pontefice, con il significativo titolo “L’allocuzione natalizia del Papa ‘Tornino gli uomini a Dio e avranno la Pace!’” Accenti analoghi si trovano già, alla vigilia del Natale 1916, nell’intervento pubblicato da Il Monferrato, che ricorda il triste contrasto di una festa di gioia e di speranza con la situazione in cui versa l’intera Europa, e rivolge un forte auspicio perché “ritorni presto questa desiderata pace, ridoni il ritmo della vita ai popoli, la tranquillità alle famiglie, agli animi di tutti; ma ritorni vittoriosa, salda e sicura per tutti affinché le guerre sterminatrici, terribili ed orribili fra i popoli non abbiano a sconquassare il mondo un’altra volta”.
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Tra questi toni alti e mesti suscita un sorriso retrospettivo la notizia, riportata negli stessi giorni di fine 1916 dal Giornale di Pallanza, che il sindaco della città ha inviato al concittadino generale Luigi Cadorna, all’epoca ai vertici dell’esercito italiano, un telegramma di questo tenore. “Con l’Augurio che nel Natale 1917 Sua Eccellenza possa trovarsi nell’intimità della famiglia, compiuta la Patria nei suoi gloriosi destini”. Fu buon profeta il sindaco Pirola, perché a distanza di dodici mesi Cadorna avrebbe effettivamente passato il Natale in famiglia, essendo stato destituito dal comando dopo il disastro di Caporetto! Dall’insieme dei settimanali cattolici traspare, anche oltre la peculiarità delle feste natalizie, un forte sentimento e richiamo verso la pace, e ciò non deve stupire perché gli ambienti cattolici italiani non furono mai, nel complesso, schierati per l’interventismo, seguendo il magistero di Benedetto XV, di cui resta famosa la definizione della guerra come “inutile strage”.

Tuttavia anche in ambito cattolico non si difetta certo per patriottismo. Lo ricorda ancora il Corriere di Saluzzo che già nel dicembre 1915 pubblica un articolo intitolato “I nostri Seminaristi e la guerra”, segnalando che molti sacerdoti compiono il dovere di soldati “distinguendosi per il valore e per le loro virtù militari”. Tra gli altri si cita il caso del seminarista Michele Geuna, originario di Bagnolo Piemonte, arruolato come sottotenente degli Alpini, che ha ottenuto una medaglia d’argento per aver partecipato “alla presa di Montenero, cui partecipò alla testa dei suoi eroici soldati, ferito per ben sette volte durante la cruenta scalata di quel monte ritenuto imprendibile ed ora salda posizione dei nostri valorosi alpini”. E così anche la Gazzetta di Mondovì, nel primo numero del gennaio 1918 – siamo a poche settimane dalla ritirata di Caporetto – dà ampio risalto all’ordine del giorno approvato da un comitato cittadino per la “mobilitazione civile”, nel quale gli aderenti si impegnano a intensificare “l’azione collettiva sia allo scopo di rendersi utile al nostro valoroso Esercito … sia allo scopo di assicurargli le spalle dai nemici interni”. Con un richiamo neppure troppo velato al malcontento e al disagio sociale che serpeggiava ormai largamente tra la popolazione, soprattutto dopo il negativo andamento della campagna militare nell’autunno del 1917.
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Un altro aspetto dell’impegno civile messo in campo dai cattolici è nelle opere di solidarietà destinate ai soldati, agli orfani, ai profughi, ai feriti ricoverati negli ospedali militari, opere che si manifestano con raccolta di fondi, di coperte di lana, di pacchi-viveri, e con l’organizzazione di numerosi eventi collaterali, ai quali i giornali danno ampio risalto, accanto all’elenco sempre più lungo dei caduti “sul campo dell’onore”. Molti soldati dal fronte inviano saluti pubblici e collettivi che i periodici pubblicano, e forse uno dei più simpatici e quello espresso su Il Biellese per il Natale del 1916 in un verace piemontese. “D’an mes la fioca can da fina ai ginui, e n’ partenza par andè deie l’ cambe ai nos alpin, a circa 4000 meter sal livel dal mar, n’ dua la fioca le auta parei d’un pal telegrafich”. Seguono i nomi del “Sargent Givun Steo e Capural Cosa Giuvan (Magnan)” e di numerosi altri alpini e “bocia” della zona.

Da ultimo La Fedeltà, settimanale cattolico di Fossano, sempre nel dicembre 1916 – mentre con un trafiletto pubblicitario ricorda che presso la tipografia Eguzzone si eseguono “le splendide immagini ricordo con ritratto dei militari caduti in guerra” – dà notizia che “la penna gentile di una nostra concittadina, l’egregia Signorina Camilla Bonardi… in mezzo alle cure dedicate come Dama infermiera ai baldi combattenti rimasti feriti o caduti ammalati sul campo di gloria” ha prodotto un “libricino di preghiere e di santi pensieri tutto adatto per i nostri bravi soldati”. Il titolo, manco a dirlo, è “Natale di guerra” e sarà inviato in molteplici copie al fronte, insieme a coperte e generi di conforto.
Domenico Tomatis



Per Oreste del Buono aveva “una voce dal tono educato ma non remissivo”. Salvatore Quasimodo scrisse che partecipò “non da osservatore ai movimenti letterari e culturali del nostro tempo”. Enrico Emanuelli, scrittore e giornalista novarese, è stato uno dei protagonisti più importanti e interessanti del panorama letterario nel trentennio che va dagli anni ’30 ai ’60
miracoli di un uomo, per le edizioni della rivista novarese “La Libra”, fondata da Mario Bonfantini in quello stesso anno, il 1928. Letterato e giornalista di vaglia, diventò uno degli inviati speciali italiani di maggiore prestigio, prima per “La Stampa”, quindi per il “Corriere della Sera”, dove assunse la carica di redattore della pagina letteraria. Il Pianeta Russia del 1952 e La Cina è vicina del 1957 sono alcuni libri tratti dalle sue corrispondenze giornalistiche, di assoluto valore letterario. Enrico Emanuelli era un giornalista che amava
molto la letteratura. Sul Corriere della Sera del 2 luglio 1967, Eugenio Montale scrisse in suo ricordo che a “Emanuelli non passò mai per la testa l’idea che scrivere “corrispondenze”, servizi da “inviato speciale” o scrivere un romanzo fossero due operazioni diverse. Il criterio da seguire era lo stesso: la leggibilità e l’onestà del prodotto”. Una scrittura colta e chiara, dove si coglie – come ha scritto Roberto Cicala – “la fine analisi interiore che caratterizza anche i personaggi dei suoi romanzi, come “La congiura dei sentimenti” del 1943, con la rivolta dell’individuo contro la società”. Il suo romanzo più conosciuto “Uno di New York”, uscito nel 1959, è invece un amaro esame di coscienza attraverso la vicenda di un celebre pittore che torna casualmente nella città dove è nato (riconoscibilissima in Novara) non ritrovando più i suoi ideali giovanili. Enrico Emanuelli era legato alla città dov’era nato e , come scrive Giancarlo Vigorelli, “era un nostalgico in fuga”. Il destino lo portò a girare per il mondo ma quando tornava alla sua residenza milanese non mancava mai di fare una “scappata”
all’ombra della cupola di San Gaudenzio che svetta su Novara. Il suo libro-testamento “Curriculum mortis” venne pubblicato postumo l’anno dopo la morte avvenuta a Milano nel luglio del 1967. La rivista Microprovincia, nata su quattro fogli, nell’autunno di trentasette anni fa, con una veste grafica assolutamente sobria, è oggi una delle più prestigiose pubblicazioni della cultura e della poesia italiana. Da un quarto di secolo, la sua uscita , con le sue monografie e raccolte,è un appuntamento atteso. E anche questo numero ( Interlinea edizioni, 25 euro), dedicato all’illustre letterato novarese, ne conferma qualità e prestigio.
San Secondo di Pinerolo (Torino)
Fondazione : suoneranno insieme senza vedersi, ma la loro esecuzione sarà unica e udibile ovunque, grazie a un sistema di diffusione multicanale, studiato appositamente per la location e sincronizzato con le differenti scenografie – video in ogni sala. Questa molteplicità di possibili punti di vista consentirà al pubblico di essere protagonista privilegiato: potrà fruire dell’ascolto ravvicinato dei singoli strumenti e godere dell’intera partitura in una cornice storica ricca di fascino, muovendosi fra le grandi scenografie e l’oscurità delle sale. Nel finale del Concerto, i visitatori potranno accendere delle piccole torce per creare giochi di luci e ombre, ideale trasfigurazione delle immagini in bianco e nero che, fino a quel momento, avranno accompagnato l’esecuzione.


tournée con oltre 400.000 spettatori e 13 puntate di VUUAALÀ! CHE MAGIA!, attualmente in onda su Boing tutti i venerdì alle 20.00. Dimenticate il classico mago con cilindro, bacchetta e frac, perché Luca Bono è sì uno straordinario illusionista, ma soprattutto un ragazzo normale in grado di fare cose eccezionali. In scena assisteremo ad un percorso spettacolare e tecnologico tra illusioni di grande effetto scenico ed emotivo, manipolazione di oggetti, close up, mentalismo e apparizioni spettacolari. Per lo show risultano venduti già 2000 biglietti e le prime repliche sono già sold out.
Luca Bono passa così dal sottoscala del circolo magico torinese alle grandi platee internazionali. “Sono davvero emozionato dall’idea di calcare questo palcoscenico da solo, dopo diversi anni in cui ho proposto i miei numeri al fianco di altri artisti. Sarà una vera e propria sfida che ho intrapreso con me stesso, vincendo le mie timidezze, ma con l’intenzione e la volontà di portare davanti al pubblico il meglio del mio repertorio: dai numeri più amati dal pubblico, come quello con le colombe che mi ha portato alla notorietà, ad altre performance nuove che proporrò per la prima volta esclusivamente per questa occasione”. In scena, dunque andranno non solo l’Artista, ma anche il ragazzo, con tutte le sue debolezze, le sue paure e la sua proverbiale riservatezza in grado di sciogliersi davanti al pubblico con la stessa disinvoltura con cui l’insospettabile Clark Kent sapeva, in una frazione di secondo, trasformarsi in Superman; all’apertura del sipario le arti magiche trasformeranno la sua normalità in una grande dimostrazione di talento e in un caleidoscopio di sorprendenti effetti conditi con lo stile personale ed accattivante proprio di Luca Bono. Al suo fianco Sabrina Iannece, l’artista-assistente che da cinque anni lavora al fianco di Luca Bono e che in questo occasione è co-protagonista.
Natale è alle porte e I Concerti del Lingotto faranno gli auguri al pubblico come meglio non si potrebbe, con una delle composizioni sacre più amate in assoluto: il magnifico Oratorio di Natale di Johann Sebastian Bach.
Tom Joad è il protagonista del romanzo più famoso di John Steinbeck, “The Grapes of Wrath”, uscito negli Stati Uniti nel 1939 e conosciuto in Italia con il titolo Furore.
della lotta di classe più aspra, dei sogni che s’infrangevano a contatto con la realtà. Ma non è quella la storia che Springsteen scelse di raccontare nella sua straordinaria canzone dedicata al fantasma di Tom Joad. O, almeno, non è “solo” quella poichè quel fantasma è ben presente nell’America di oggi, come se quasi ottant’anni dopo ben poco fosse cambiato. “
Joad ” è stato l’undicesimo album in studio di Springsteen, pubblicato nel 1995 dalla CBS Records. Presidente degli “states” era il democratico Bill Clinton che, di lì a poco, sarebbe stato rieletto alla guida della nazzione a stelle e strisce. Un anno dopo, nel 1996,
anni ’90“. E, possiamo aggiungere, su quella odierna al tempo di Donald Trump. Nella canzone si parla dell’autostrada, luogo simbolo del sogno americano, esaltato dalla generazione beat. Un immaginario ancora ben vivo ma popolato da gente senza speranza, il cui destino è un fuoco acceso sotto un ponte per scaldarsi. I Tom Joad di oggi sono
Le poesie di Alessia Savoini