CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 540

L’isola del libro

Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

Alexandra Lapierre “Belle Greene” – Edizioni e/o- euro 19,00
L’autrice è figlia del grande scrittore francese Dominique Lapierre –filantropo e autore di libri di enorme successo tra i quali “La città della gioia”- ed è una maestra nello scrivere biografie e romanzi su grandi personaggi della storia, spesso messi un po’ da parte. Tra le sue opere più riuscite “Fanny Stevenson” e “Artemisia”.
Ora ci regala quasi 500 pagine in cui ripercorre l’incredibile vita della famosa e chiacchierata bibliotecaria afroamericana del magnate J.P Morgan; l’anima, l’ideatrice e curatrice della favolosa Morgan Library di New York, autentico tempio di sapere, erudizione e bellezza.
La sua vita è stata davvero degna di un romanzo, unica e affascinante.
Nella New York di inizi Novecento si muove la 18enne Belle che costruisce il suo glorioso futuro nascondendo un segreto indicibile. La società all’epoca è profondamente razzista e alle persone di colore concede poco-nulla. Belle sembra bianca a tutti gli effetti, in realtà discende da ex schiavi e per la legge di allora è nera. In più il padre è un famoso attivista che si vede tradito da quella figlia che rinnega le sue origini.
Belle, con la complicità di madre (abbandonata dal marito) fratelli e sorelle, si inventa una discendenza diversa. Diventa l’affascinante Belle Greene discendente dall’aristocratica famiglia van Vliet da Costa Greene e inizia l’avventura della sua ascesa ai massimi livelli. Sempre sul filo del rasoio, con il timore di venire smascherata e colta a trasgredire le leggi razziali severissime: impongono la segregazione di chi possiede anche solo una stilla di sangue nero (e tali saranno fino al 1964 con la firma del Civil Rights Act).

Belle è intelligente, colta, gran lavoratrice ed ha una passione profonda per i libri, soprattutto quelli antichi, dei quali diventa esperta conoscitrice. Dopo uno stage alla biblioteca universitaria di Princeton finisce a lavorare per il potente banchiere J.P.Morgan, che all’acume per gli affari unisce una passione da bibliofilo.
Belle diventa il suo braccio destro, imbattibile nello scovare e assicurarsi il meglio del mercato antiquario.
Il loro legame sarà profondo, anche se con qualche asperità. Il banchiere fagocita la vita di Belle, non tollera divagazioni o altri legami che non siano con lui e la biblioteca. Lei gli è devota e fedele fino al sacrificio della sua vita privata. Tra i due correrà sempre e solo un casto affetto e grande stima reciproca.

In pochi anni, con abnegazione e tenacia Belle diventa icona dell’establishment newyorkese, si impone con la sua bravura e forza in una società radicalmente maschilista; diventa direttrice della prestigiosa Morgan Library e la donna più pagata degli Stati Uniti. Non era amata da tutti e le dicerie sulla presunta «puttana nera del banchiere John Pierpont Morgan» circolavano tra gli invidiosi.
Sul versante della vita affettiva avrà una relazione importante e fuori dagli schemi con Bernard Berenson, storico e mercante d’arte nella sua fantastica villa dei Tatti sulle colline di Fiesole. Tra i due (lui era sposato) nasce una passione non solo per i libri, una fitta corrispondenza e un legame tenuto nascosto a J.P. Morgan che l’avrebbe visto come alto tradimento.

La vita però sa essere beffarda e quando Belle era ormai convinta che il suo segreto fosse ben celato, ecco invece la tragedia: il suicidio dell’adorato nipote che aveva adottato e che finì per schiantare la sua coraggiosa giovane vita contro lo spettro dell’infamia.
Belle brucerà tutte le carte che racchiudevano la sua vita e che avrebbero potuto condurre i posteri alla scoperta del suo segreto. Imponente dunque la mole delle ricerche che Alexandra Lapierre ha svolto per raccontarci così a fondo la storia di Belle Greene.

 

Rachel Cohen “Bernard Berenson. Da Boston a Firenze” -Adelphi- euro 32,00
Rachel Cohen è docente alla University of Chicago e in queste pagine ha ricostruito la biografia del controverso storico dell’arte ed esperto di Rinascimento italiano, Bernard Berenson.
Un uomo tormentato e in crisi di identità per tutta la vita, preso dal tentativo di smarcarsi dalle sue origini e di essere annoverato tra i più prestigiosi e autorevoli intellettuali dell’epoca; cosa che però si scontra con il veniale mestiere di mercante d’arte.
Era figlio di un venditore ambulante di stoviglie emigrato con la famiglia dalla Lituania a Boston; fu un brillante studente di Harvard, nonostante il forte antisemitismo dell’epoca, imperante anche in ambito accademico.
Berenson è stato uno dei maggiori esperti d’arte, soprattutto, strenuo sostenitore del Rinascimento italiano che era ancora poco apprezzato. Abilissimo autenticatore di dipinti e autore di cataloghi tra i più importanti e consultati tutt’oggi dagli addetti ai lavori.
Si occupò anche di compravendita e dovette fare i conti con il passato familiare.

Rachel Cohen -tra romanzo e saggio- ricostruisce in modo approfondito, minuziosamente e con dovizia di particolari, la vita di quest’uomo, da Boston a Firenze.
La sua cultura, i viaggi, la vita quotidiana nella meravigliosa villa “I Tatti” sulle colline di Firenze che acquistò con la moglie, ristrutturò e rese grandiosa. I suoi rapporti con i principali collezionisti e intellettuali, il suo anticonformismo di studioso disposto ad amare più donne, instaurando una sorta di matrimonio aperto con la moglie Mary, che era a sua volta traditrice seriale.
Una biografia imprescindibile se si vuole capire più a fondo questo complesso intellettuale, senza tralasciare difetti, debolezze e limiti. Una piacevole immersione nel mondo di uno dei più importanti critici d’arte e abilissimo mercante affarista, con tutta la bellezza che lo circondava, opere magnifiche, rapporti con artisti e miliardari per i quali le opere d’arte erano importantissimi beni finanziari.
Non sempre il suo rapporto con il mercato dell’arte fu limpido, perché era sedotto dalla vita agiata e dalle bellissime donne con le quali divise parti della sua vita, tra incontri semiclandestini, ampiamente noti alla consorte.
Questo dandy di profonda cultura ebbe una tormentata relazione con Belle Greene, che però non rivide più dopo il 1936 a Salisburgo.
Assistette la moglie malata fino alla sua morte nel 1945 e poi trascorse l’ultima tranche della sua lunga esistenza con Nicky, più giovane di lui di 22 anni, che descrisse come compagna ideale perché «..lavora con me, pensa con me, sente come me…», ovvero l’alchimia che non gli era riuscita con la bibliotecaria di J.P.Morgan.
Berenson morì a 94 anni nel 1959 e lasciò la villa “I Tatti”, la biblioteca e le sue collezioni all’Università di Harvard dalla quale era partita la sua incredibile vita.

 

Elizabeth Jane Howard “La ragazza giusta” -Fazi Editore- euro 20,00

L’autrice della “Saga dei Cazalet” questa volta si concentra su una storia che è commedia intrisa di ironia sullo sfondo della Londra di fine anni 70.
Protagonista è l’impacciato e timido 31enne Gavin che di mestiere fa il parrucchiere in un salone il cui proprietario è assai stizzoso e poco amato. Gavin viene da una famiglia modesta, vive ancora con i genitori e ubbidisce a una madre maniaca di ordine e controllo la cui debolezza è una passione sconfinata per i reali e persone titolate in generale.
Gavin, più che assaporare la vita, si lascia vivere, assorbito dal tranquillo tran tran quotidiano al servizio di clienti di tutti i tipi, che tra una messa in piega e una tinta si raccontano, confidano, chiedono consigli e pettinature in grado di abbellire le loro figure e perché no, anche un po’ le loro esistenze.
Oltre al lavoro Gavin ha ben poco: minimi svaghi, piatte cene con i genitori, qualche disco, libri e il tempo trascorso con il suo migliore amico Harry che è omosessuale e con molta più verve di lui. Una vita senza scossoni alla quale manca soprattutto una ragazza giusta. Trovarla non è impresa facile per Gavin, ragazzo all’antica che sogna un amore per tutta la vita; ideale difficile da concretizzare in un’epoca in cui più che l’impegno a lungo termine in voga c’ è la recente libertà dei costumi sessuali.

Poi una svolta, quando Harry riesce a trascinarlo ad una festa in un ambiente assai diverso dal suo. E’ il suo ingresso in una casa aristocratica e nella mondanità. Ad affascinare Gavin in quel mondo per lui nuovo è la padrona di casa, Jane; donna raffinata, colta, affascinante, moglie innamorata di un uomo che la fa soffrire. Joan instaura subito un feeling con il giovane parrucchiere e lo costringe a fare un gioco intrigante in cui devono svelarsi e raccontarsi a suon di battute.

Sempre alla festa incontra anche la giovanissima Minerva, ragazza bizzarra, a tratti disperata, infelice e con una fantasia inarrestabile.
E’ lei che gli si accolla, praticamente lo insegue e lo supplica di ospitarla per la notte. E qui pagine particolarmente divertenti perché Gavin vive ancora con mamma e papà e quindi la cosa scatena timori e panico. Gustatevi la scena della colazione in cui la madre di Gavin va letteralmente in visibilio quando le viene presentata Lady Minerva Munday, rampolla di ricchissima famiglia che racconta di castelli e vita ai massimi livelli. La verità è che è poco amata dai genitori e alla spasmodica ricerca di affetto….

Due donne totalmente diverse che però finiscono per coinvolgere Gavin in sviluppi che non vi anticipo. E non ci saranno solo loro all’orizzonte del cambiamento, ma anche la giovane collega apprendista Jenny, ragazza madre di grande tempra, che poco a poco si rivelerà agli occhi di Gavin…
Quale sarà quella giusta?

Agnès Poirier “Rive Gauche. Arte, passione e rinascita a Parigi 1940-1959” -Einaudi- euro 21,00

Queste pagine sono un piacevole e dotto viaggio letterario nel cuore di un’epoca eccezionale, raccontato attraverso le vite di chi l’ha vissuta e resa indimenticabile. E’ il frutto di anni di ricerche della giornalista francese Agnès Poirier attraverso diari, cronache e scritti dei diretti interessati; non un romanzo -anche se come tale può essere letto- in realtà tutto è rigorosamente documentato ed avvenuto davvero.
Ricostruisce idee, correnti di pensiero, vite e amori di artisti e intellettuali che, nel dopoguerra, seduti in mitici caffè e bistrot, trasformarono Parigi nella capitale d’Europa.

La Rive Gauche Parigina con la Sorbona, Les Deux Magot e il Café de Flore dove bere, fumare, dialogare ed esprimere idee, l’hotel La Louisiane: tutti luoghi avvolti da un alone leggendario.
Qui tra gli anni Quaranta e Cinquanta hanno assistito all’orrore della guerra e dell’occupazione tedesca artisti e intellettuali che hanno creato, pensato, combattuto, vissuto e amato, partecipando alla rinascita di una città ferita.

A fare la parte dei leoni fin dal 1939 sono soprattutto Jean Paul Sartre e Simone De Beauvoir che in quegli anni si destreggiarono tra insegnamento, fascino esercitato sui loro studenti e relazioni aperte con vari amanti e pretendenti. Furono motore importante della febbrile rinascita della cultura parigina dopo la liberazione dall’occupazione nazista. Una nuova ventata di idee e un modo inedito di vivere i rapporti affettivi e sessuali.
Poi c’è la storia importante del direttore del Museo del Louvre, Jacques Jaujard, che con lungimiranza comprese l’imminente arrivo dei tedeschi e iniziò ad orchestrare l’esodo delle principali opere. Le farà nascondere in castelli e cantine sparsi in tutto il paese, lasciando ai tedeschi lo smacco di un museo quasi vuoto.

Questi solo alcuni spunti del libro che narra molto di più, grazie alla curiosità di Agnès Poirier che, con cura certosina, è andata alla ricerca di ciò che i protagonisti di quell’epoca fumavano, mangiavano, bevevano, come si vestivano e con che penne scrivevano. Una ricerca che li rende più vivi che mai e penetra nelle pieghe più nascoste delle loro esistenze.
Tra i tanti personaggi raccontati nel libro anche Juliette Greco e le famose libraie Sylvia Beach e Adrìenne Monnier della storica “Shakespeare and Company”, ritrovo di artisti europei di avanguardia ed espatriati americani negli anni Venti.

Rock Jazz e dintorni: Loredana Bertè e Pippo Pollina

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA 

Martedì. Al Jazz Club suona il pianista Massimo Danilo Ilardo. Al Folk Club è di scena Pippo Pollina con il Palermo Acoustic Quintet.

Mercoledì. All’Osteria Rabezzana suona il Trio de Janeiro con la cantante Sabrina Mogentale, Gilson Siveira e Fabrizio Forte. Al Jazz Club jam session con Big Harp e Vinny Petrone.

Giovedì. Al Cafè Neruda suona il quartetto del sassofonista Luca Biggio mentre al Dash si esibisce il quartetto di Fuat Sunay. Al Teatro Colosseo recital di Loredana Bertè. Al Jazz Club sono di scena i Dipinti di Blues.

Venerdì. Al Jazz Club suona il trio del pianista Emanuele Sartoris. All’Arteficio si esibiscono Dodo &Charlie. Al Teatro Colosseo arrivano i Tiromancino. Al Magazzino sul Po suona il quintetto del sassofonista Pietro Santangelo. Al Blah Blah si esibiscono gli Estetica Noir.

Sabato. Al Capolinea 8 è di scena il quartetto Black Inside. Al Teatro Colosseo suona Jimmy Sax con la Symphonic Dance Orchestra. Al Jazz Club si esibisce il quartetto di Gigi Venegoni e Roberta Bacciolo. Al Magazzino sul Po suonano i Baklava Klezmer Soul.

Domenica. Al Jazz Club è di scena il quartetto Tchelegooro.

Pier Luigi Fuggetta

La figura del Duca d’Aosta a Palazzo Cisterna con Oliva e il Pannunzio

Giovedì 3 marzo alle ore 17,30 il Centro “Pannunzio” organizza a Palazzo Cisterna, sede della Città Metropolitana di Torino (via Maria Vittoria 12), un ricordo dell’eroica figura di AMEDEO DI SAVOIA DUCA D’AOSTA, L’EROE DELL’AMBA ALAGI, AD OTTANT’ANNI DALLA SUA MORTE AVVENUTA A NAIROBI NEL 1942 CONDIVIDENDO LA PRIGIONIA CON I SUOI SOLDATI. Lo storico Gianni Oliva parlerà del Duca dopo che Albina Malerba avrà letto la poesia di Nino Costa “Per la mort del Duca d’Aosta”.Presiederà Pier Franco Quaglieni. Il ricordo si tiene nel Palazzo dove abitarono i Duchi d’Aosta e nacque il principe Amedeo nel 1896. La Città Metropolitana ha allestito per l’occasione una mostra di cimeli storici dei Duchi d’Aosta.

Il Carnevale nel Medioevo Visita guidata alla Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Domenica 27 febbraio, dalle ore 14,30camminata in maschera lungo la via Francigena alla scoperta della simbologia degli animali

 

La Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso per Carnevale unisce la tradizione sacra a quella profana, l’arte e la cura attraverso un percorso iniziato il 23 gennaio, nel giorno di Sant’Antonio Abate dedicato per tradizione alla benedizione degli animali, che si conclude il 27 febbraio con una visita guidata, dalla 14,30, alla scoperta dei temi del Carnevale nel Medioevo alla Precettoria e una camminata in maschera, alle 16, lungo un tratto della via Francigena.

Le maschere, ispirate agli animali e alla natura, sono state realizzate nel corso del laboratorio online di creazione contemporanea e arteterapia, a cura di Serena Fumero ed Elena Maria Olivero, organizzato dai servizi didattici di Ranverso in collaborazione con “È, arte, formazione e cura”.

Una maschera nasconde per rivelare: inventando la propria si possono esprimere parti profonde di noi stessi. Artificio, stranezza, rovesciamento delle consuetudini: una maschera può mostrare l’anima più autentica di ciascuno proprio grazie alla sua eccezionalità e alla sua capacità di comunicare simbolicamente in modo immediato ed accessibile.

 

INFO

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Località Sant’Antonio di Ranverso, Buttigliera Alta (TO)

Costo: 5 euro + biglietto di ingresso (intero 5 euro, ridotto 4 euro)

Ridotto per under 18, over 65, gruppi (min. 15 persone)

Gratuito per under 6 e possessori di Abbonamento Musei

Info: 011 9367450 ranverso@ordinemauriziano.it

www.ordinemauriziano.it

L’aula che vorrei: un’alleanza tra scuola e museo

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Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica e l’Istituto Comprensivo Gaetano Salvemini di Torino hanno avviato il primo progetto in Italia, che coinvolge classi del primo ciclo di istruzione, per sperimentare un nuovo modo di fare scuola.

Per tutto il mese di marzo 2022, nelle giornate di mercoledì giovedìdalle 9 alle 13, due classi prime della secondaria di I grado dell’Istituto Comprensivo Gaetano Salvemini vivranno Palazzo Madama come ambiente didattico di riferimento: l’aula si trasferirà in museo, dove gli insegnanti saranno chiamati a servirsi delle collezioni e degli ambienti del palazzo per consolidare competenze e attivare nuovi percorsi di apprendimento.

La classe avrà a disposizione un ambiente riservato, ma svolgerà molti momenti dell’attività didattica anche negli spazi del museo che gli insegnanti avranno individuato come imprescindibili per le loro lezioni.

Nel progettare i contenuti si è volutamente deciso di non concentrare l’attenzione sulle arti figurative, uno degli elementi identitari e più espliciti del palazzo, ma di utilizzare il contesto artistico per affrontare, quasi in una dissonanza cognitiva assai più stimolante e interdisciplinare, argomenti come il calcolo e lo spazio (aritmetica, geometria e geografia), il ritmo (musica e lingua)  e la vita animale e vegetale (scienze), che potrà essere studiata attraverso le opere del museo e il Giardino Botanico Medievale, collocato nel fossato del castello. Percorsi storico-letterari avvicineranno gli allievi alla quotidianità contestualizzata in epoche molto lontane, affinché la storia non sia solo eventi e date, ma sia la storia di uomini e donne chiamati ad affrontare le sfide e difficoltà di ogni giorno e a sviluppare, contemporaneamente, nuove abilità e idee.

La classe 1A lavorerà sulle discipline di Italiano, Storia e Musica, attraverso un modulo didattico incentrato sul Viaggio nel Tempo che prenderà spunto dalle ceramiche, per accompagnare gli alunni in un percorso di conoscenza dei viaggi mercantili delle popolazioni orientali e degli incontri culturali, sottolineando come da sempre gli uomini siano disposti al reciproco arricchimento e scambio di conoscenze e idee. Il docente di musica darà poi vita a un’attività di sensibilizzazione ed espressione corporea, in un viaggio che diventa un percorso attraverso le proprie emozioni.

La classe 1F affronterà le discipline di Italiano, Storia, Scienze, Tecnologia, attraverso il modulo didattico intitolato Castelli e Castellani. Il percorso proposto a questa classe riguarda il poema cavalleresco, la sua evoluzione nel corso del Quattro-Cinquecento e il contesto storico, architettonico e ambientale in cui è inserito. Tale percorso si snoderà attraverso le sale, gli oggetti in esse custoditi e il Giardino Botanico, che faranno da cornice e contemporaneamente da supporto ai contenuti didattici e agli obiettivi previsti. Attraverso attività di osservazione del contesto e dei materiali, di ascolto e di lettura espressiva,  gli alunni saranno accompagnati a individuare le caratteristiche della società in cui è nato il poema epico, ad analizzare la tipologia architettonica e strutturale dell’edificio e la sua stratificazione temporale e a riconoscere e imparare a prendersi cura degli spazi verdi adiacenti alla struttura stessa e del giardino botanico di Palazzo Madama.

Attraverso questa esperienza innovativa di apprendimento di contenuti didattici, i docenti intendono valorizzare le conoscenze degli alunni per ancorarvi nuovi contenuti, favorire l’esplorazione e la scoperta, al fine di promuovere il gusto per la ricerca anche attraverso interventi adeguati nei riguardi della diversità.

Oltre all’ospitalità e alla co-progettazione dei contenuti, Palazzo Madama interagirà con la classe attraverso un laboratorio tematico gestito dai suoi Servizi Educativi, che andrà a rafforzare gli argomenti condotti dagli insegnanti in aula; a seconda delle tematiche che saranno trattate nelle settimane di permanenza in museo, i conservatori potranno mettere a disposizione alcune opere normalmente a deposito, in modo da consentire una osservazione diretta e favorire una comprensione globale della materialità dell’oggetto – molto utile per l’ambito disciplinare della Tecnologia – con le spiegazioni del personale scientifico, che quotidianamente si prende cura delle collezioni.

Il progetto ha preso avvio nell’autunno del 2021, individuando nella formazione docenti il nucleo prioritario per affrontare le sfide legate alle modalità di apprendimento e ai nuovi e impellenti bisogni di studenti e studentesse: 54 insegnanti della scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado hanno partecipato tra ottobre e dicembre 2021 a cinque moduli formativi, che sono stati sviluppati attraverso incontri in digitale e in presenza a scuola, esercitazioni pratiche con visita al museo e al Giardino Botanico Medievale di Palazzo Madama. L’obiettivo era invitare i docenti a riscoprire Palazzo Madama come nucleo fondante della città e a valutarlo come possibile scenario educativo dalle numerose e variegate sfaccettature.

Nell’ambito del progetto Dirittibus del Museo Diffuso della Resistenza, i Servizi Educativi di Palazzo Madama hanno inoltre sperimentato con una classe della primaria e con la cittadinanza un’attività fuori dalle mura del museo, che si è svolta il 30 ottobre 2021 nei giardini Emilio Pugno, a pochi passi dalla scuola Salvemini: una prima emozionante occasione di incontro con il territorio della Circoscrizione 2.

A seguito di questa fase preparatoria, nei mesi successivi si è inteso attuare le indicazioni del Ministero dell’Istruzione che, fin dal Piano Scuola del 26 giugno 2020, ha individuato nel “Patto Educativo di Comunità” una manifestazione dei principi costituzionali di solidarietà (articolo 2), comunanza di interessi (articolo 43) e sussidiarietà orizzontale (articolo 118, comma 4) e ha invitato le scuole ad avvalersi del capitale sociale espresso da realtà presenti sul territorio – culturali, educative, artistiche, ricreative, sportive, parti sociali, produttive, terzo settore – per arricchirsi dal punto di vista formativo ed educativo e per applicare tutte le misure di prevenzione, contenimento e contrasto alla diffusione del SARS-CoV-2.

Anche i 9 chilometri circa, che separano la scuola da Palazzo Madama e che le classi percorreranno ogni mattina utilizzando i mezzi pubblici, saranno occasione di riflessione per indagare la struttura e le trasformazioni della città.

Il progetto ha ottenuto il Patrocinio della Circoscrizione 2, nella quale l’istituto scolastico ha sede e con la quale collabora attivamente per rendere la scuola sempre più aperta al territorio e attenta alle sue esigenze.

Calendario e classi coinvolte (mercoledì e giovedì): tutti studenti minori di 12 anni
Classe 1a A plesso Colombo: 2, 3, 9, 10 marzo 2022
Classe 1F plesso Castello di Mirafiori: 16, 17, 23, 24 marzo 2022

Orario svolgimento attività
ore 8.00 partenza da scuola
ore 9-13 scuola in museo
ore 13 rientro a scuola (arrivo previsto ore 14)

Vincenzo Agnetti. L’arte come filosofico, defaticante esercizio sul linguaggio

In mostra alla “VideotecaGAM” di Torino “poche, irrinunciabili” opere dell’artista milanese

Fino al 12 giugno

Artista, scrittore, poeta, saggista, fra gli esponenti più singolari dell’arte concettuale italiana (collabora con Enrico Castellani e Piero Manzoni alle attività della Galleria “Azimut” aperta nel 1959 a Milano), a Vincenzo Agnetti (Milano, 1926 – 1981) la “GAM-Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea” di Torino dedica, negli spazi della “Videoteca”, il quinto appuntamento del ciclo espositivo nato dalla collaborazione con l’“Archivio Storico della Biennale di Venezia” e volto a testimoniare la stagione iniziale del video d’artista italiano fra gli anni Sessanta e Settanta. A cura di Elena Volpato, l’esposizione affronta attraverso poche ma “irrinunciabili” opere, il rapporto assai complesso e complicato dell’artista con il “mestiere del fare arte” nonché un aspetto centrale del suo lavoro: “la sostituzione tra parola e numero – spiega la Volpato – come ultimo grado di analisi critica e azzeramento del linguaggio”. Tema rompicapo che emerge nei suoi lavori a partire dal 1968 con la realizzazione della “Macchina drogata”, una calcolatrice che traduce i numeri digitati in sequenze di lettere che vanno liberamente a combinarsi fra loro senza alcun significato. Del resto, bisogna dire che tutta la sua produzione “manifesta” si è sviluppata in poco di quindici anni, dal 1967 al 1981, sperimentando vari “media”, dalla fotografia al video, dalla performance alle registrazioni vocali via via fino ai testi a stampa. Delle opere precedenti, quelle che Agnetti definiva “pre-artistiche” non s’ha conoscenza; sparite, in quel periodo di “liquidazionismo” o “arte no” (rifiuto di dipingere) che va dal 1962 al 1967 (anno della sua prima personale, “Principia”, al “Palazzo dei Diamanti” a Ferrara) quando l’artista si trasferisce in Argentina per lavorare nel campo dell’automazione elettronica. Dal ’67-‘68 in poi, al ritorno a Milano, la sua ricerca – sulla via dell’azzeramento di ogni strutturato sistema culturale e nella convinzione di un’univoca, similare ambiguità di parole e numeri –  si volgerà caparbiamente alla tentata utopica acquisizione di un linguaggio universale. Nell’esposizione di un’opera della serie “Assiomi”, realizzata nel 1969, Agnetti mostra sotto una sequenza di lettere rovesciate ed elevate a diversi valori numerici, una frase incisa, ben chiara: “Quando le parole si elevano a valori di numeri i numeri valgono le parole”. Come dire: l’uno e l’altro codice, lettere e numeri, si trovano in posizione di simmetrico rispecchiamento, visivo e concettuale. “Se sussiste – sottolinea la Volpato – una promessa di intensità, un sentore di dimenticato fondamento, può trovarsi solo nello spazio tra di loro, in quel nero compatto della bachelite che sembra arretrare nel tempo, come volesse sottrarsi alla funzione di supporto agli instabili segni bianchi. Il nero che occupa il centro e la maggior estensione dell’opera è una delle molteplici forme di quel vuoto attorno al quale si raduna tutta l’intelligenza dell’opera di Agnetti. Un vuoto nato dal voluto collasso di tutti i linguaggi e tuttavia aperto alla ricerca di qualcosa, forse un’eco, un rimbombo sonoro che abbia a che fare con l’interiorità del senso e non con la formulazione di un significato”. Il tema della permutabilità di parole e numeri giunge a compiuta espressione nel 1973, anno di realizzazione del video presentato in mostra, “Documentario N.2”, dove, nell’arco di pochi minuti si assiste al passaggio dalla messa in scena dei più tipici e scolastici codici del linguaggio documentario all’ermetico prodursi della voce dell’artista che pronuncia un discorso fatto unicamente di numeri e diverse intonazioni espressive, mentre le immagini passano dalla ripresa fissa di una sequenza numerica trasformata in pattern visivo allo schermo nero, al buio che è anche interruzione-azzeramento di suoni.  Il 1973 è pure l’anno di realizzazione di “Frammento di Tavola di Dario tradotto in tutte le lingue”, dove si trova l’evocazione di un passato remoto presentato con i caratteri della scrittura cuneiforme per confrontarsi con una sequenza numerica, linguaggio del presente tecnologico. “La linea di confine tra l’una e l’altra immagine è uno iato nel tempo che rende ancor più profondo l’evidente tradimento che si nasconde nella promessa di una traduzione universale. L’opera nella sua semplice ieraticità è la rovesciata ‘Stele di Rosetta’ che l’artista ci consegna per scardinare di ogni passato e futuro linguaggio la presunzione illusoria di possedere le chiavi del significato”.

Gianni Milani

Vincenzo Agnetti

“VideotecaGAM”, via Magenta 31, Torino; tel. 011/4429518 o www.gamtorino.it

Fino al 12 giugno

Orari: dal mart. alla dom. 10/18. Chiuso il lunedì

Nelle foto:

–         “Assiomi”, 1969

–         “Documentario N. 2”, video b/n, mono, 8’24’’

–         “Frammento di Tavola di Diario tradotto in tutte le lingue”, fotografie su pannello e scrittura a china, 1973

Esperienza immersiva a Porta Nuova tra i murales di Banksy

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La mostra ospitata nella Sala degli Stemmi della stazione di Porta Nuova, protagonisti i murales dell’artista

 

Nella stazione di Porta Nuova è  stata inaugurata una mostra dal titolo  significativo “The world of Banksy – The immersive experience”, che presenta oltre novanta celebri riproduzioni dell’artista britannico noto per la sua arte dei murales. In mostra sono esposti anche trenta esemplari di murales a grandezza naturale realizzati  da giovani street artist internazionali.

Alcune delle novanta opere esposte sono quelle intitolate “Girl with balooon”, “Rat and champagne”  “Christ with shopping bag”, “Queen Guard Pissing “ e The umbrella girl”; non sono altro che opere realizzate da giovani street artist internazionali che riproducono quelle del misterioso artista britannico.

L’arte di Banksy approda  a Torino dopo essere stata esposta alla stazione centrale di Milano a dicembre e, sempre nel capoluogo lombardo, al teatro Nuovo, e aver poi transitato per alcuni centri di rilievo quali Dubai, Barcellona, Praga, Parigi e Bruxelles.

La mostra è  ospitata nella sala degli Stemmi, che prende il nome dalla presenza di oltre cento stemmi  che ne decorano l’ampia volte a botte.

“Apre al pubblico la Sala degli Stemmi – spiega l’ Amministratore delegato di Grandi Stazioni Retail, Alberto Baldan – chiusa ormai da anni, con una mostra sicuramente interessante,  pochi mesi di distanza dall’inaugurazione, avvenuta lo scorso dicembre,  del Terrazzo con la nuova food lounge”.

“Siamo i primi – spiega il curatore della mostra Manu De Ros – ad aver proposto una mostra all’interno di una stazione. Bansky, che non autorizza mostre non da lui organizzate, tuttavia  non le impedisce, incoraggiando, invece, chiunque desideri copiare il suo lavoro o a prenderlo  in prestito. Le opere esposte sono di immediato impatto visivo e sono state realizzate dallo street artist su strade, ponti e muri provenienti da geografie diverse, da Israele alla Francia, dagli Stati Uniti a Cuba. Si tratta di lavori che invitano alla riflessione sulla società  contemporanea,  attraverso l’utilizzo di immagini provocatorie, metaforiche e percorse da una profonda vena poetica”.

Nessuno lo ha mai visto, nessuno conosce il suo volto, eppure Banksy è considerato tra i più  grandi artisti del nuovo millennio, merito delle sue opere satiriche e di denuncia, eseguite con la tecnica dello stencil, capaci di toccare temi di grande attualità.

Nato a Bristol nel 1974, ora Banksy è  un marchio registrato. A controllare e tutelare l’utilizzo del nome e l’immagine dell’artista è  la Pest Control  Office Limited. Le sue opere sono apparse in tutto il mondo, in Italia a Napoli, Venezia, dove ha rischiato di svelare la sua identità.

Considerato uno dei maggiori artisti esponenti della street art, a renderlo interessante è sicuramente, oltre alla forza delle sue opere, il fatto che nessuno conosca la sua vera identità, anche se circolano alcune ipotesi sulla medesima. Sebbene alcuni critici lo accusino di essere troppo commerciale, rimane un attivista impegnato non soltanto dal punto di vista politico; le sue opere presentano, infatti, uno sfondo satirico, e riguardano argomenti di grande sensibilità quali la politica, la cultura e l’etica. Le sue immagini inducono alla riflessione,  compito fondamentale cui è chiamata la vera arte.

Mara Martellotta 

Al DF Talk condotto da Andrea Donna ospite di eccezione lo scrittore Younis Tawfik

Ospite d’eccezione del  DF Talk di venerdì  25 febbraio 2022 alle ore 19 presso il Centro Servizi Vol.To, in via Giolitti 21, sarà  Younis Tawfik.

Nel corso dell’incontro lo scrittore iracheno dialogherà con Andrea Donna, presidente dell’Associazione “ Difendiamo il Futuro” e presenterà il suo volume “La sponda oltre l’inferno”.

Tawfik, scrittore e traduttore iracheno nativo di Mossul,naturalizzato italiano,  ha pubblicato diverse poesie su varie riviste irachene, vincendo il Premio di Poesia nazionale nel 1978 e conseguendo la laurea in Lettere presso l’Università di Torino nel 1986. Da allora si è dedicato  alla divulgazione della letteratura araba, traducendo e curando testi di autori mediorientali quali Gibran, e scrivendo numerosi romanzi.

In questo nuovo avvincente romanzo, dal titolo “La sponda oltre l’inferno”, tema del dialogo tra lo scrittore e Andrea Donna, Tawfik pone al lettore alcune domande cruciali, quali quelle sul numero di vite che si perderanno ancora nel Mediteranneo, quale sarà  il destino dei migranti giunti sulla sponda oltre l’Inferno. E lo fa attraverso cinque destini e cinque vite di uomini superstiti di un naufragio avvenuto al largo della Libia, che si incontrano sotto la luna di Lampedusa.

L’appuntamento sarà alle 19 presso il Centro  Servizi  VolToin via Giolitti 21, a Torino.

Mara Martellotta 

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Gassmann e i rapporti familiari fatti di parole mai dette

“Il silenzio grande” di Maurizio De Giovanni al Carignano per la stagione dello Stabile

 

Il primo incontro tra i due avvenne sette anni fa allorché Maurizio De Giovanni adattò per il palcoscenico “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Kesey, poi arrivò il successo del commissario Lojacono e dell’avamposto poliziesco dei “Bastardi di Pizzofalcone” (una sorta di 87° distretto newyorkese con stanza a Napoli), con le sue facce, con i drammi personali, con i casi da risolvere. Una collaborazione, fatta di amicizia e di desiderio di sperimentare su più fronti, quella nata tra Alessandro Gassmann e il giallista più acclamato di casa nostra (il pubblico che corre in libreria o punta gli occhi sulla tivù di casa per i casi del commissario Ricciardi, di Mina Settembre o dell’ex agente segreto Sara), da cui è nato “Il silenzio grande”, visto al cinema e giunto finalmente al Carignano per la stagione dello Stabile torinese.

In un’antica villa, poco sopra Posillipo, nella Napoli della fine degli anni Sessanta, vivono Valerio Primič, un acclamato scrittore già vincitore di tre Premi Strega, di un Bancarella e di un Campiello, lontano da ogni contatto esterno (la finestra che dà sul golfo è l’unico sguardo, ma “chiudila perché fa freddo”), appartato nella sua ampia biblioteca, dove ogni volume ha uno suo spazio religiosamente codificato, davanti alla macchina da scrivere che da un po’ di tempo non fa sentire il ticchettio dei tasti: un uomo che alla propria famiglia non ha mai fatto mancare nulla e che il successo fatto di tanti titoli e i diritti d’autore hanno brillantemente e agiatamente supportato. Con lui la moglie Rose, pratica, decisa, attenta a far quadrare i conti di casa, i due figli Adele e Massimiliano e la cameriera Bettina, una donna che lo rimprovera di aver taciuto troppi accadimenti del passato, fatta allo stesso tempo di saggezza e di ignoranza (per lei “pragmatica” è una parolaccia), un po’ l’anima della casa e soprattutto punto d’appoggio per lo scrittore, la sola con cui confrontarsi.  L’unica capace di ristabilire con il padrone di casa un quadro esatto dell’esistenza. Un quadro domestico in apparenza come tanti, rassicurante. Sembrerebbe, perché così non è. Il vecchio tenore di vita non è più sostenibile e la decisione di vendere la casa (il bell’ordine del primo tempo, i libri, il tappeto, il vogatore per i momenti di relax, ogni cosa verrà squinternata, imballata nel secondo negli scatoloni che i facchini verranno a ritirare: la scena, davvero bella, è di Gianluca Amodio) risveglia in quanti la occupano il desiderio e il coraggio di confrontarsi con il padre, formandosi all’interno della stanza un intreccio di rapporti familiari, di parole mai dette (“tanti piccoli silenzi danno vita a un silenzio grande”, dice Bettina), della cognizione del dolore e del tempo che se ne è pacatamente scivolato via; uno spazio chiuso dove il figlio, una gioventù a inventarsi professioni affatto interessanti e a sottrarsi ad un nome prestigioso e sempre imbarazzante, confessa la sua omosessualità e la figlia, che del padre ha fatto un supereroe, scegliendo avventure con uomini molto più maturi di lei che gliene ricordassero la figura e l’importanza, prende la decisione di confessare di aspettare un bambino. Si scalfisce quel grande silenzio che ha sempre ricoperto quei rapporti, dando l’opportunità all’autore di dare vita ai sentimenti, alle tante voci di ieri, alle speranze verso il futuro che sono il perno di una commedia che convince pienamente.

Da buon giallista, anche in quella biblioteca che parrebbe immersa nella vivace linearità del racconto, De Giovanni trova modo di costruire inaspettatamente l’essere e l’apparenza, di unire il mondo dei vivi e quello dei morti (ma più non si può dire, scoprirà felicemente ogni cosa lo spettatore). La regia di Gassmann srotola a poco a poco lo svolgersi della vicenda, le cose mai dette, gli angoli dei sentimenti negati, a volte con piccoli particolari, con gesti o con giochi di luci, con gli attimi di un tempo impressi nel velo che divide il pubblico e la scena. Il teatro mette ancora più a fuoco l’ambiente claustrofobico che il cinema poteva spezzare in qualche respiro all’esterno, forse qui spinge il pedale della comicità ma senza mai interrompere il clima di drammaticità sottile che riempie il palcoscenico. Ha un prezioso alleato in Massimiliano Gallo, chiuso saldamente nel bozzolo di Valerio, nella sua moderna misantropia, nella propria ingenuità, nella volontà di voler rimanere intimamente ancorato al passato, e pronto a esplodere nelle verità che gli si concretizzano davanti, dialogo dopo dialogo, una prova davvero matura, giocata tra mille sfumature, dove l’attore attinge, nella parola e nei gesti, nel modo di muoversi attraverso la scena, al panorama eduardiano o a certi dialoghi spezzettati che ricordano da vicino il compianto Troisi. Accanto a lui, Stefania Rocca, Pina Giarmanà dalla schietta umanità, e i figli Paola Senatore e Jacopo Sorbini, capaci di costruire nei loro interventi due personaggi pieni di precisi, apprezzati  chiaroscuri. Un vero successo alla prima. Repliche sino a domenica 6 marzo.

 

Elio Rabbione

 

Le immagini dello spettacolo sono di Manuela Giusto

“Mezz’ora con…” Conversazioni d’autore, al Castello di Miradolo

Intorno alla mostra “Oltre il giardino” di Paolo Pejrone

Da sabato 26 febbraio

Conversazioni d’autore (sette per sei incontri): esperti d’arte, artisti, storici e collezionisti. Saranno loro i protagonisti degli appuntamenti di approfondimento sulle tematiche e sulle opere esposte nella rassegna “Oltre il giardino. L’abbecedario di Paolo Pejrone” al Castello di Miradolo di San Secondo di Pinerolo, sede della “Fondazione Cosso” promotrice della mostra e degli incontri, a cura di Paola Eynard e Roberto Galimberti, in collaborazione con Enrica Melossi. Della rassegna dedicata a Pejrone – grande papà di “giardini felici” – già si è trattato in occasione dell’inaugurazione, nel maggio dell’anno scorso. Si tratta, come ribadiscono gli organizzatori, di un progetto espositivo immaginato come un cammino ideale lungo un anno (fino al 15 maggio prossimo), che “segue il corso delle stagioni e accompagna il trascorrere del tempo con le opere in mostra che cambiano con il variare delle stesse stagioni”. Intorno al concetto di “abbecedario”, in rigoroso “dis-ordine alfabetico”, si trovano i pensieri, i riferimenti, i dubbi e le speranze che hanno segnato gli oltre 50 anni di carriera dell’architetto paesaggista Paolo Pejrone in dialogo con opere d’arte, oggetti, fotografie, acquerelli, progetti, memorabilia, video e installazioni provenienti, per la maggior parte, da collezioni private e distribuite nelle sale storiche del settecentesco Castello e nei sei ettari di “Parco all’inglese” che lo circondano. In questo suggestivo e ben articolato scenario natural-artistico si terranno le sei “Conversazioni”, programmate dal prossimo sabato 26 febbraio fino al 2 giugnosempre il sabato pomeriggio alle ore 15. Tutti gli incontri sono gratuiti, compresi nel biglietto di ingresso alla mostra ed aperti a visitatori, appassionati d’arte ed insegnanti (gli incontri sono infatti inseriti nel calendario del corso docenti del “Progetto Ulisse”, accreditato dal “MIUR” a livello regionale). Ad ogni appuntamento, alle 16,30, segue una visita guidata con i curatori della mostra  e per renderne il più possibile accessibile i contenuti è prevista una registrazione audio e la successiva pubblicazione sul canale “Spotify” del Castello di Miradolo. Ad aprire il ciclo di appuntamenti, sabato 26 febbraio, saranno Francesco Poli (docente di “Storia dell’arte contemporanea” all “Accademia di Brera” a Milano e “Chargé de cours” all’“Université Paris 8”) ed Oscar Chiantore (docente di “Conservazione e Restauro dei Beni Culturali” all’Università di Torino). I due dialogheranno con il pubblico su: “Materiali naturali e materiali artificiali. Problemi di conservazione”. A seguirli, nei sabati successivi (programma dettagliato su www.fondazionecosso.com), il pittore Giovanni FrangiEnrico Carlo Bonanate (direttore del “PAV-Parco Arte Vivente”, Centro Sperimentale di Arte Contemporanea di Torino, ideato da Piero Gilardi), il giornalista Giulio Caresio, la “signora della piccola editoria” Rosellina Archinto e lo storico Daniele Jalla. Parole che s’accompagneranno alle immagini davvero importanti raccolte nella “veste invernale” della mostra e che serviranno a costruire un curioso dialogo immaginario con l’“abbecedario” di Pejrone “intessendo riferimenti e suggestioni e suggerendo letture e possibili interpretazioni del percorso di visita per costruire un cammino, oltre il giardino”. Dal “Concetto spaziale” di Lucio Fontana,  al “Cardo e pesche” di Piero Gilardi, l’iter espositivo propone la messa in scena di opere di Giovanni Frangi (con quella delizia di “Urpflanze” del 2020) in cui l’artista milanese affronta il tema delle “ninfee” – magnifica ossessione di Monet – per proseguire con l’installazione “Venti Frammenti” di Giorgio Griffa, con il poster di Robert Rauschenberg dedicato alle celebrazioni della “Prima Giornata Mondiale della Terra” “Earth Day 22 April” (Anni ’70) e con la “Foglia”(Anni ’80) di Arrigo Lora Totino, fra i maggiori interpreti del movimento della “Poesia Concreta”. A ruota, i suggestivi “Erbari” di Mario Merz e Giuseppe Penone, indiscussi protagonisti dell’Arte Povera, i “116 Particolari visibili e misurabili di infinito” di Giovanni Anselmo, il “Senza titolo” (Anni ’70 – Oriente racchiuso in un fiore proveniente dalla Cina) del re della Pop Art Andy Warhol e la scultura sospesa “Verticale” creata appositamente per il Castello da Paola Anziché. Autentici grandiosi messaggi di arte contemporanea. Mostra nella mostra. In un contesto naturale e di storica ambientazione da far perdere il fiato. A completare l’esposizione, un’installazione sonora a cura del progetto artistico “Avant-dernière pensée”, con musiche di Rossini, Beethoven e una riscrittura di “Apartment House 1776” di John Cage.

Per infoCastello di Miradolo, via Cardonata 2, San Secondo di Pinerolo (Torino): tel. 0121/502761 o www.fondazionecosso.com

Gianni Milani

Nelle foto:

–         Paolo Pejrone

–         Giorgio Griffa: “Venti Frammenti”, acrilico, 1980

–         Giovanni Frangi: “Urpflanze”, olio su velluto, 2020