Era il 14 febbraio 1958, l’ultimo giorno in cui Mario Giliberti, ventisettenne, dipendente Fiat che abitava in quel di Vanchiglia, storico quartiere di Torino, venne visto al bar del piccolo borgo ordinare due caffè. Undici giorni dopo si scoprì il suo cadavere, nella sistemazione trovata per lui da uno zio, nel retrobottega di un vecchio calzolaio, in via Fontanesi 20 Perché venne scelto proprio lui come vittima? Chi era Mario Giliberti? La risposta è sempre stata più o meno unanime: Mario Giliberti era un meridionale, arrivato a Torino l’anno prima. Aveva svolto qualche impiego saltuario per poi finalmente aver realizzato il sogno di molti dell’epoca: essere assunto in fabbrica.
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Schivo, silenzioso, un uomo che non amava l’attenzione su di sé. Con il proseguire delle
indagini,però, la sua figura si colorerà di mistero. Ma andiamo avanti con i fatti. Il corpo fu ritrovato il 25 febbraio, quando un dirigente della Fiat, preoccupato delle ripetute assenze sul posto di lavoro,si recò a casa del giovane per accertarsi che non fosse successo nulla di grave. Qualcosa di grave, invece, era successo: Mario giaceva sul letto in una pozza di sangue, con il segno di diciotto coltellate al petto. Con la scoperta del cadavere, cominciarono a delinearsi i pezzi di quel puzzle, la cui soluzione,per mesi e anni, assillò la polizia, i giornalisti, le strade, gli angoli dei bar, i ballatoi di periferia, le piazze e di cui, ancora oggi, si vocifera. Eh già, perché accanto al corpo, ormai maleodorante, fu ritrovato un biglietto con su scritto: “Troverete l’ASSINO”. Non è un errore di battitura, l’omicida aveva davvero scritto ASSINO. Altro pezzo di questo puzzle misterioso fu la telefonata arrivata, il giorno prima il ritrovamento del corpo, al quotidiano “Stampa Sera”. Una voce, con chiaro accento del Sud Italia, diceva:“Ho ucciso un uomo sulla via di Po”. I giornalisti non diedero peso a quella voce, troppo confusa, troppo vaga. Ma, fortunatamente, l’assassino era un tipo impaziente e quindi lo stesso 25 febbraio fece recapitare una lettera sia al giornale che al Commissariato di Borgo Po.
Nel biglietto, fu proprio lui a fornire, nascosto tra le parole, l’indirizzo per il ritrovamento del corpo, firmandosi con il nome Diabolich. Di questa vicenda se n’è parlato a lungo. Il killer spietato di Via Fontanesi ha ispirato il famoso fumetto Diabolik, probabilmente ha ispirato anche il “collega” d’oltreoceano Zodiac, ma, soprattutto l’omicida ha fatto tanto parlare di sé per la bravura con cui si è preso gioco delle Forze dell’Ordine. Ma è stata davvero tutta bravura? Se Diabolich avesse compiuto oggi il suo “delitto perfetto” probabilmente non sarebbe stato così bravo.
Gli investigatori dell’epoca non avevano gli strumenti tecnici per poter analizzare accuratamente le prove, avevano sì l’intuito, ma se questo si plasma all’interno di una cultura chiusa e perbenista, diventa difficile seguirlo. On line ci sono molti articoli che parlano di questo delitto; Maurizio Ternavasio ha scritto anche un libro interessantissimo su questa vicenda. In questa sede proviamo a farci una semplice domanda: perché l’assassino non è mai stato catturato? Aldo Cugini fu arrestato e per ben quattro mesi e mezzo rimase in prigione come presunto colpevole di questa brutale uccisione. La sua colpa fu quella di aver fatto il militare con la vittima, e di avergli scritto una dedica su di una foto che li ritraeva entrambi sorridenti e che fu ritrovata nel portafogli di Mario Giliberti. Si è supposta una relazione omosessuale tra i due avvalorata anche dalla scoperta di un vasetto di vasellina sulla scena del crimine e dal soprannome con cui i due, più una terza persona mai identificata, venivano chiamati dai compagni d’armi: le tre monachelle. Ma mentre Cugini era in carcere, Diabolich continuò a spedire lettere, in cui non solo cercava di scagionare l’uomo che avevano arrestato, ma attraverso le quali voleva farsi scoprire. Ma, facciamo un piccolo passo indietro. La vittima. Chi era? Mario Giliberti aveva “firmato”un bel po’ di volte. I ragazzi dell’epoca, senza occupazione, giravano di caserma in caserma e nel frattempo, oltre a dare il proprio Servizio alla Nazione, avevano pure vitto e alloggio gratuito. Fu scoperto, però, che il ragazzo di origini foggiane, aveva un bel gruzzoletto da parte e sulla scena del crimine vennero ritrovati dei buoni postali tagliuzzati e gettati sul pavimento, il cui ammontare era di circa 200 mila lire. Il ragazzo schivo e riservato aveva sempre una catenina al collo, mai più ritrovata e una fidanzata, residente a Lodi, di cui nessuno ha mai parlato se non con un accenno. L’assassino, nella sua prima lettera, parla di un torto subito. Con molta probabilità i due si conoscevano molto bene e di sicuro non è da escludere che avessero anche una relazione amorosa. Ma se il torto fosse stato non legato alla gelosia? La pista seguita dagli inquirenti dell’epoca e il movente attribuito ad Aldo Cugini fu, appunto, quello di un diverbio finito “molto”male perché il presunto assassino non voleva che la vittima raccontasse della loro tresca. Inoltre Aldo Cugini era una persona benestante, quindi con molta probabilità era anche ricattato economicamente dalla vittima. Le conoscenze odierne in ambito psico-criminologico ci suggeriscono che i delitti d’impeto, dettati dalla rabbia, dal tentativo di rivalsa sull’altro non hanno un modus operandi così lucido. Per quanto Aldo Cugini fosse stato in grado di premeditare il tutto, il grado di coinvolgimento nella storia e la preoccupazione dettata dagli scheletri che continuavano a popolare il suo armadio nonostante l’ingombrante presenza di un morto, non gli avrebbero permesso di essere così sprezzante e temerario tanto da instaurare un gioco con la polizia ed i giornali. Il killer è estremamente lucido, narcisista. Sente il bisogno inconscio di dire “Ci sono, e mi sto prendendo gioco di voi”. L’unica impronta non appartenente alla vittima ritrovata sulla scena del crimine, con molta probabilità seppur inserita nei database odierni della Polizia, non troverebbe nessun riscontro, perché una personalità come quella di Diabolich è poco ipotizzabile abbia ucciso nuovamente. In una sua lettera è proprio lui a dirlo: “Il mio delitto non è un gioco da ripetersi”. Come molti colleghi ed esperti hanno precisato, di sicuro l’intero piano delittuoso si è ispirato al libro di Italo Fasan, Uccidevano di Notte, pubblicato nel 1957. Ma dalla semplice riproduzione di una trama ispiratrice, l’intera vicenda si è trasformata in qualcosa di più grande. Diabolich non è più l’uomo vendicativo che cerca di dissetare la propria sete di sangue. I crimini, il cui movente è la vendetta, solitamente rappresentano il culmine, il punto finale in cui si vuole arrivare. Ma il delitto di via Fontanesi ha rappresentato per Diabolich il punto di partenza. Ci troviamo di fronte ad un uomo fortemente comunicativo che, attraverso le sue missive, racconta al mondo della sua bravura, della sua audacia. Questo ricalcare continuamente la “perfezione” dell’intero piano omicida attuato, potrebbe far pensare ad un uomo le cui potenzialità non sono mai state espresse o riconosciute nella quotidianità della vita. Un uomo che necessita di ribadire più volte quanto sia intelligente. Un uomo che di sicuro è intelligente e furbo, ma che ha bisogno di dirlo, probabilmente perché nessuno glielo ha mai detto. E probabilmente il primo a non averlo fatto è stato proprio Mario Giliberti. Analizzando il primo biglietto da lui inviato (riportato nell’immagine) si evince dal suo modo di scrivere che l’estetismo, il modo in cui “si appare” è un aspetto da lui molto curato. La tendenza a distaccare le lettere (con molta probabilità dettata anche dal fatto di voler essere chiaro agli occhi di chi leggeva) potrebbe nascondere un alto grado di diffidenza verso il prossimo, nonché precisione maniacale. L’ulteriore sottolineatura al proprio ego si evince dall’aver voluto scrivere le parole “Mio Delitto” entrambe con lettera maiuscola. Sono numerose le indicazioni che l’occhio attento e critico può riscontrare leggendo semplicemente i suoi scritti , acquisendo così ulteriori elementi al fine di delineare un profilo dell’omicida che, all’epoca, avrebbe permesso di prevedere le sue mosse. Uno dei motivi per cui, con molta probabilità, Diabolich non è mai stato catturato è perché in lui ha vinto la voglia di perfezione al gioco, ha vinto l’ombra alla luce e si è fermato. Inizialmente, dall’iter messo in atto, è visibile il desiderio di essere catturato per dimostrare al mondo chi era e cosa era in grado di fare, ma resta comunque l’uomo che sulla scena del crimine ha gettato sul pavimento molte foto della vittima con accanto una persona senza volto. Gli inquirenti dedussero che quell’uomo senza volto era Diabolich. Probabilmente sì, quasi certamente il motivo principale di quei tagli era il non farsi scoprire, ma la scelta di evidenziare la sua figura in quel modo nasconde il bisogno di farsi riconoscere come un’identità esistente. I poliziotti dell’epoca non hanno mai identificato il terzo uomo, l’altra figura delle “tre monachelle”. Strano, Aldo Cugini ed il resto del commilitone avrebbero dovuto averlo un nome. La domanda, alla luce di quanto detto fin ora, sorge in automatico: e quella persona nell’ombra? Chi era? Non si vuole trovare qui un colpevole, ma si vuole porre un dubbio. All’epoca non si avevano le conoscenze criminologiche adatte per effettuare indagini adeguate. Avere un profilo del criminale permette agli investigatori di non cadere nell’errore di seguire strade chiuse. Di strada chiuse questo caso ne è stato pieno.
Teresa De Magistris
Da sabato 6 novembre prossimo dalle 18 si aprirà una nuova mostra retrospettiva digitale dedicata allo scultore Osvaldo Moi, dal titolo “From the world’s rooftop/ dal tetto del mondo”, opere scelte dal 2003 al 2021, a cura di Monica Nucera Mantelli.
su qualsiasi dispositivo, quali smartphone, tablet e PC, connessi alla rete, le oltre ottanta opere in rassegna, prodotte in poco più di un ventennio dallo scultore originario di Silius, in provincia di Cagliari. La mostra è suddivisa in tre sezioni, di cui la prima è dedicata alle opere ispirate alle “Religioni, difese e Superstizioni”; la seconda illustra i lavori che rappresentano denunce, fughe e abbandoni; la terza è dedicata al tema delle bellezze e delle elevazioni.
Osvaldo Moi, che ha svolto la professione di elicotterista come Sottoufficiale, sin dall’infanzia ha mostrato una propensione per l’arte della scultura e per la performing art. La sua vena creativa ha preso avvio a scuola, quando, lontano dagli occhi della maestra, utilizzava i temperini per intagliare le matite, creando così piccole sculture.
In questo ambito ha realizzato numerosi progetti benefici, tra cui il Trofeo per la gara di Golf del Monte Carlo Golf Club organizzato da Helga Piaget per la Fondazione Passion Sea. L’organizzazione no profit sostiene temi molto cari all’artista, quali la sfida umanitaria volta a ripristinare la qualità dell’acqua sul pianeta, a favore di un approccio più consapevole dell’importanza di proteggere i mari, gli oceani, i laghi e i fiumi. Molti anche i ritratti da lui realizzati, tra cui quello di Giorgio Napolitano, Emanuele Filiberto di Savoia, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, il principe Alberto II di Monaco, Renato Zero, Silvio Berlusconi, Walter Veltroni e Vittorio Sgarbi.

“Platone diceva che la musica è per l’anima ciò che la ginnastica e per il corpo”.
Ospite di casa, la talentuosa illustratrice Elisa Seitzinger, che da anni vive e lavora a Torino e le cui immagini appaiono fortemente ispirate all’arte classica, in un mix di segni e colori di assoluta e rigorosa perfezione linguistica, che richiamano a gran voce anche le icone russe così come i mosaici bizantini. E’ lei, con il suo nitido disegno in cui la filiera agricola è immaginata come una divina figura femminile “che fa maturare con amore e passione il grano attraverso molteplici azioni”, a fare, in certo senso, gli onori di casa ad altri dieci colleghi, illustratrici ed illustratori provenienti da varie regioni italiane, che hanno voluto raccontare per “Barilla” il faticoso ma nobile percorso fra i valori e l’arte della pasta fatta con grano duro selezionato e tutto italiano. Dunque, 11 illustratori per un’ode all’italica verace pasta. E le loro opere si presentano in Palazzo Madama, da giovedì 28 ottobre a lunedì primo novembre, con un titolo che migliore non poteva essere: “Grani D’Autore”. Dopo il successo dell’esordio milanese, con la doppia esposizione alla “Biblioteca degli Alberi” e in “Triennale Milano” e dopo la versione en plein air ospitata a Parma nel mese di settembre, approda per cinque giorni sotto la Mole l’originale mostra “Grani D’Autore: dalla semina al raccolto del grano duro Barilla”, inserendosi all’interno della manifestazione “Buonissima 2021”– che intreccia gastronomia, cultura e creatività – con il sostegno del “Mipaaf” (il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali) e la curatela della giovane critica d’arte Maria Vittoria Baravelli. La mostra, vera e propria rassegna esperienziale e immersiva, “vuole essere – dicono gli organizzatori – un dono artistico alla città di Torino, ai suoi abitanti e a tutta l’Italia e omaggiare al contempo un prodotto iconico, divenuto sinonimo della cucina italiana nel mondo: la pasta, in particolare la pasta ‘Grano Duro 100% Italiano’”. Punto di partenza e ispirazione del progetto artistico è l’innovativa visione di prodotto e di filiera riassunta nel cosiddetto “Manifesto del Grano Duro”, un prospetto in dieci punti che contiene gli impegni dell’azienda, e i suoi valori guida. “Manifesto” cui hanno fatto riferimento, a loro modo e con i loro strumenti del mestiere, 11 artisti italiani,
professionisti di calibro internazionale e talenti emergenti, che ne hanno raccontato in illustrazioni uniche e originali la loro visione, attraverso l’utilizzo di linee, forme, simboli e colori ispirati alla nuova pasta. “E sono proprio i colori caldi, dell’azzurro, del giallo e del rosso, ad essere il fil rouge che collega tutte le illustrazioni. I colori del sole che fa maturare il grano, del cielo azzurro d’Italia sotto cui è nata la nuova pasta, e della passione degli oltre 8000 agricoltori e delle numerose persone che rendono possibile produrre la pasta Barilla classica fatta con grano duro 100% italiano”. Capofila, come detto, la torinese Elisa Seitzinger. Con lei, la romana Irene Rinaldi, la palermitana Giulia Conoscenti e la napoletana Andrea Boatta, per continuare con Celina Elmi da Firenze, Emiliano Ponzi da Ferrara, Cristian Grossi (fra i fondatori del laboratorio creativo “Kreativehouse”) da Parma, Ale Giorgini da Vicenza (autore di illustrazioni che cavalcano fumettistica e neofuturismo in chiave pop anni ’80 e ’90) e Massimiliano di Lauro da Lecce, oltre al lirico e talentuoso Alessandro Baronciani da Pesaro e al milanese Francesco Poroli. Ciascuno degli 11 ha rappresentato un punto del “Manifesto” ed i valori che ne stanno alla base: dalla sostenibilità al territorio, dalla sicurezza alla condivisione, e ancora innovazione, tradizione, filiera, responsabilità, collaborazione e molto altro ancora. La mostra potrà essere visitata anche in versione digitale, sul sito Barilla, per offrire agli utenti, ovunque si trovino, una fruizione virtuale e aumentata del progetto: oltre alle opere, online è possibile scoprire le storie degli artisti, il loro pensiero, i grandi temi che stanno dietro al “Manifesto Artistico”. Il sito offre inoltre la possibilità di partecipare a un “tour guidato” virtuale e di scaricare i “wallpaper” delle opere per stampa e riproduzione: