Dal 9 al 17 settembre torna l’unica rassegna teatrale in Italia sulla sostenibilità ambientale. Quattro prime nazionali, due produzioni internazionali, circo, danza, performance collettive all’aperto e talk, la maggior parte portate in scena da artisti U35, per esplorare la natura e i suoi ecosistemi in modo autentico e interattivo.
Tutto è pronto per l’XI edizione di Earthink Festival, il primo festival in Italia e che dal 2012 usa il teatro per parlare di ambiente, ecologia e natura, di nuovo a Torino da venerdì 9 a sabato 17 settembre.
Earthink Festival, nato nel 2011 da un’idea di Serena Bavo dell’associazione Tékhné, per l’edizione 2022 ha in programma un ricco calendario di eventi che animeranno Torino per nove giorni con spettacoli di teatro, danza, circo, performance immersive e itineranti, conferenze musicali e talk. La riflessione sul rapporto uomo-natura, da sempre caratteristica di Earthink, si concentra quest’anno sulle azioni e sulle strategie da mettere in campo nel futuro prossimo: filrouge di molti spettacoli è l’urgenza di ripensare subito la nostra esistenza sulla terra in sinergia e sincronia con gli altri ecosistemi. Sedici gli spettacoli in programma di ETHF22 tra cui quattro prime nazionali, due produzioni internazionali, sei produzioni U35 e l’intera giornata di venerdì 16 dedicata al Goal 5 dell’Agenda2030 con tre appuntamenti per riflettere e confrontarsi sul gender equality.
Gli spettacoli, tutti a ingresso libero e pensati per un pubblico di grandi e piccoli, vedranno arrivare a Torino tanti giovani artisti da tutta Italia e dall’estero.
Si parte venerdì 9 settembre alle 21 allo Spazio Atelier Teatro Fisico con “Apocalisse tascabile” produzione U35 della compagnia Fettarappa-Guerrieri di Roma. Un atto unico eroicomico in cui Dio compare all’improvviso in un supermercato della periferia di Roma annunciando la fine del mondo. L’Apocalisse, affrontata dal punto di vista dei protagonisti, due giovani “scartati”, diviene per loro occasione di vendetta e rivincita. Un lavoro che con grande autoironia porta sulla scena la rabbia di una generazione esclusa.
Tra gli appuntamenti più attesi, il debutto di “Secret Life – Vita segreta degli umani” in programma mercoledì 14 alle 21 presso il Salone delle Arti del Cecchi Point. Dal testo di David Byrne fino a oggi mai tradotto né portato in scena in Italia, prodotto da LST – Teatro di Montepulciano per la regia di Manfredi Rutelli in coproduzione con Tékhné, è nato lo spettacolo che parte da un fatto realmente accaduto, il ritrovamento di documenti segreti dello scienziato, matematico e filosofo Jacob Bronowski, per ragionare su una serie di quesiti fondamentali: cosa significa essere umani? La nostra è realmente un’ evoluzione? O stiamo distruggendo la nostra specie e l’intero pianeta?
Grande fibrillazione anche per le due produzioni internazionali. Sabato 10 settembre alle 20 presso lo Spazio Kairòs andrà in scena “2071 – Una visita guidata al pianeta terra” di LAC Lugano Arte e Cultura, una mostra spettacolo che pone l’attenzione sul tema del surriscaldamento globale mescolando narrazione e fotografia d’autore. Domenica 11 alle 16:50 e alle 18 presso Cascina Filanda sarà la volta invece di “Users’ guide for planet heart” prima nazionale della produzione U35 nata dalla collaborazione tra Eunemesi (Milano) e la compagnia LUIT (Francia). Una performance itinerante in cui il pubblico verrà catapultato nel 2050 e, alla stregua di un gruppo di archeologi, visiterà la terra del futuro. Nel corso della visita saranno gli spettatori a ipotizzare la società dei prossimi decenni, scrivendo collettivamente il Manuale di istruzioni per il pianeta terra.
Domenica 11 alle 11 presso il Cecchi Point sarà invece il turno di “Ciclonica – monologo per donna in bicicletta” spettacolo di circo e clownerie della Compagnia Stradevarie e Campsirago Residenza. Liberamente ispirato alla Critical Mass e a Don Chisciotte, Ciclonica è la storia di una donna che sogna di mettersi in sella alla sua “velocipede Ronzina” per raddrizzare il mondo. Un’eroina indomita, moderna e visionaria che lotta contro il popolo delle auto, dei motori e dei rumori.
Sempre domenica 11 alle 16,30 in Cascina Filanda andrà in scena “EffettoSerra” di Tecnologia Filosofica, una performance di danza che racconta la parabola dello sradicamento dell’uomo dalla natura, indagando come lo sfruttamento dell’ambiente influenzi l’esistenza umana. Alle 17 sempre in Cascina Filanda un appuntamento per tutta la famiglia con “Hanà e Momò” produzione U35 della compagnia Principio Attivo (Lecce). Liberamente ispirato a “Favola d’amore” di Hermann Hesse, le due protagoniste Hanà e Momò dopo un allegro scontro incontro, danno vita a una coinvolgente sfida tra bambini, per raccontare l’importanza del far insieme e dell’accogliere l’altro.
Martedì 13 alle 21 presso lo Spazio Kairòs “Blue revolution – L’economia ai tempi dell’usa e getta getta” del collettivo PopEconomix. Uno spettacolo che usa il giornalismo d’inchiesta per spiegare alcuni grandi temi dei nostri tempi. Un one man show che unisce tre storie (l’economia dell’usa e getta, l’inquinamento da plastica dei mari e la vicenda del giovane imprenditore Tom Szaky) per proporre una nuova visione del rapporto tra produzione, consumo e ambiente.
Giovedì 15 presso l’Atelier Teatro Fisico alle 21 “Cambiare il clima” conferenza spettacolo con musica dal vivo di Faber teatro. Un viaggio a tappe, condotto dai due attori-ingegneri della compagnia, per raccontare in un’ottica positiva e non catastrofista il tema del cambiamento climatico, lasciandosi guidare dal linguaggio semplice e coinvolgente della divulgazione scientifica.
Venerdì 16 settembre sarà la giornata interamente dedicata al Goal 5 dell’Agenda2030 sulla parità di genere.
Si parte alle 11 presso il Cubo Teatro con “Cenerentola” di Zaches teatro Firenze (in replica dopo il debutto di giovedì 15 alle 17 presso il Cubo teatro). Una rivisitazione della celebre favola che recupera anche le versioni orali più antiche, per mettere in scena una fiaba iniziatica in cui la difficile strada per la maturità parte dal distacco con il passato. Si prosegue al pomeriggio con il talk “Culture e sociale, il ruolo delle donne e la parità di genere” e con la performance multimediale “La stanza” di Asterlizze, un’esperienza in realtà virtuale in cui ripercorrere il Coordinamento Femminista di Enna del 1975 e il movimento di emancipazione femminile degli anni ’70 vestendo i panni di una bambina degli anni ’90 che impara a conoscere sua madre e il proprio passato. Alle 21 infine, sempre al Cubo Teatro, sarà il turno di “Madres. Racconti da Plaza de Mayo” di Monica Luccisano con Olivia Manescalchi. Due donne, una Madre di Plaza de Mayo e la giovane figlia: la prima racconta lo strazio del sequestro e della tortura subiti dalla figlia infine “desaparecida”, uccisa in uno dei terribili “voli della morte” e che in quelle condizioni terribili e disumane è diventata a sua volta madre.
Gran finale sabato 17 al Valentino per una giornata di spettacoli immersi nella natura. In tripla replica (ore 11:30, 15 e 17) presso l’Imbarchino “In Natura” una produzione di Tékhné dedicata al benessere per la quale sono stati selezionati e coinvolti artisti U35. Un percorso partecipato di wellness culturale realizzata da un gruppo misto di professionisti e non, per riconnettere il pubblico con la parte più intima e sincera di sé, immersi nel verde del parco. In tripla replica (ore 11:30, 15 e 17) “Experia – La natura si fa maestra attraverso i suoi colori” prima nazionale della Compagnia Eminia. Una performance per uno spettatore alla volta della durata di 5 minuti in cui, partendo da una situazione di isolamento, si troverà la strada per il ritorno a una vita più agevole, seguendo il ritmo della Natura immersi in una stanza piena di colori, forme e immagini. Alle 21 sarà la volta di “Fire Charmers – L’ammaliafuoco” produzione U35 di Fossik Project. Uno spettacolo di musica e animazione analogica che racconta l’incendio di un bosco e del gruppo di animali che vanno alla ricerca dell’origine del fuoco.
Tutti gli spettacoli saranno a ingresso libero fino a esaurimento posti. Per prenotazioni andare sul sito earthinkfestival.it
Earthink Festival è un progetto di Tékhné realizzato con il sostegno di Lavazza, TAP Città di Torino, Fondazione CRT, Circoscrizione Sette, Cooperativa ASTRA, Le Erbe di Brillor con la collaborazione di Imbarchino del Valentino, Radio Banda Larga, Co Abitare Impresa Sociale, TYC, OffTopic, Cecchi Point, Atelier Teatro fisico, Spazio Kairòs, ARCI, C.Ar.Pe, GreenTo, La Piattaforma. La Città Nuova. Natura, paesaggio e riti nella danza contemporanea di comunità.
E’ “Manon Lescaut” a segnare la nascita della collaborazione che legò il drammaturgo piemontese Giuseppe Giacosa e il compositore toscano Giacomo Puccini. L’opera fu caratterizzata da una complessa gestazione e il libretto passò nelle mani di diversi scrittori fino ad arrivare in quelle di Giacosa e di Illica, anche se si preferì, in un primo momento, lasciare nell’anonimato gli autori.
“Bohéme”, l’opera più vicina al suo mondo. La sua spiccata sensibilità venne profondamente toccata dalla storia di un amore che nasce e muore in una soffitta di Montmartre, una vicenda comune e per nulla originale alla quale l’arte riuscì, tuttavia, a regalare fama e immortalità. Le atmosfere parigine evocate in “Bohème”, la lotta per affermare il proprio talento contro tutto e tutti, il sacrificio per amore e quel mondo dove, come avrebbe scritto parecchi anni più tardi Charles Aznavour nell’omonima canzone: “Nous recitions des vers groupes autour du poele en oubliant l’hiver”, trovarono nella musica di Puccini la perfetta consacrazione lirica. Nonostante questo, più volte il librettista si lamentò con Giulio Ricordi per le difficoltà che incontrava nel proprio lavoro, tanto che giunse a scrivere: “Vi confesso che di questo continuo rifare, ritoccare, aggiungere, correggere, tagliare, riappiccicare, gonfiare a destra, per smagrire a sinistra, sono stanco morto… Vi giuro che a far libretti non mi colgono mai più…”. E, invece, soltanto pochi mesi dopo la fine di “Bohéme”, il drammaturgo cedeva e accettava di realizzare il libretto di “Tosca”.
musica: era un personaggio che viveva di vita propria. Dopo “Bohéme” e “Tosca”, nel 1901 Giacosa affrontò un’altra fatica, cimentandosi con il libretto della “Madama Butterfly” e, come era inevitabile, ripresero i confronti con Puccini, tanto che Giacosa, esasperato arrivò a scrivere al maestro: “Avevo messo a questo libretto più amore che agli altri, ci avevo lavorato più di voglia e ne ero più contento…” e a precisare “… Avrai ragione tu, e sarà per te il meglio e te lo auguro di tutto cuore; ma data una così assoluta divergenza di vedute, io devo astenermi dall’intervenire più [pur rimanendo integri, ci s’intende, i miei diritti d’autore sull’opera]. Già, quando pure mi ci mettessi, il lavoro mi verrebbe stentato, scucito e scolorito. E a tutela della mia integrità artistica e anche per non usurpare un merito che non mi appartiene, dovrò far sapere, al pubblico, a che si ridusse la mia collaborazione, con riserva di pubblicare le scene mie, tutte mie, già da te, dall’Illica, dal signor Giulio entusiasticamente approvate”. Puccini era consapevole di non poter rinunciare al talento di Giacosa e, poco tempo dopo, invitò il suo librettista a raggiungerlo a Torre del Lago, il suo “buen ritiro”, dove poteva dedicarsi alla composizione e alla caccia, l’altra grande passione.
“Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944”: questo il celebre incipit de “I 23 giorni della Città di Alba”, la suggestiva raccolta di racconti che segnò l’esordio letterario di Beppe Fenoglio (Alba, 1 marzo 1922 – 18 febbraio 1963, Torino) e che dà il titolo – dopo i molti ed eclettici eventi estivi titolati “Un giorno di fuoco” – alla nuova stagione di celebrazioni dei cento anni della nascita del celebre scrittore-partigiano di Langa. Tantissimi ancora e sempre di varia natura gli eventi promossi per l’occasione dal “Centro Studi Beppe Fenoglio” e da una fitta rete di partner pubblici e privati. Si inizia giovedì 8 settembre (ore 18,45) con un importante incontro alla “Chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo” di Santo Stefano Belbo dal titolo “From C. to C. Poems by Cesare Pavese translated by Beppe Fenoglio”. In occasione del “Pavese Festival”, nella serata che ospita anche il reading musicale con Neri Marcorè, Valter Boggione approfondirà le figure di Pavese e Fenoglio quali appassionati traduttori dalla lingua inglese. “Sono circa cento – sottolinea Bianca Roagna, direttrice del “Centro Studi” di piazza Rossetti ad Alba – gli appuntamenti su tutto il territorio nazionale a cui abbiamo partecipato attivamente. Ora abbiamo davanti a noi altri sei mesi impegnativi fatti di collaborazioni importanti, ricchi di offerta culturale, di approfondimento e scoperta”. E Margherita Fenoglio, figlia di Beppe: “Da sempre penso che mio padre sia un autore particolarmente amato, ma l’accoglienza che il pubblico mi ha riservato ad ogni evento cui ho potuto partecipare personalmente è stata così appassionata e calorosa da darmene la certezza; gli incontri si sono susseguiti in molte parti d’Italia, da Alba e dalle Langhe sino a Palermo, ed in ogni occasione ho potuto constatare che mio padre è uno scrittore che ha ancora molto da dire, soprattutto alle nuove generazioni”. Tantissimi, si diceva, gli eventi progettati in un calendario in continuo divenire e sempre aggiornato sul sito del “Centenario Fenogliano”, consultabile su:
documenti autografi (originali o in riproduzione), immagini fotografiche e audiovisive, opere d’arte, manifesti e materiali diversi (da libri a cimeli e ad oggetti fra i più vari). Sabato 24 settembre (ore 17) il “Centro Studi” presenterà la prima fase del progetto “Atlante Fenogliano” che mira alla realizzazione di un percorso digitale tale da permettere un nuovo modo di relazionarsi con le opere di Fenoglio. L’obiettivo è di proporre a studiosi, lettori e appassionati, uno strumento che possa permettere di “visitare i luoghi delle opere di Fenoglio e conoscere i suoi personaggi in un modo interattivo e alternativo rispetto alla sola lettura dei suoi testi”. E non mancherà pur anche un interessante connubio con l’alta gastronomia: in occasione, infatti, della “Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba”, domenica 9 ottobre (ore 20,30), l’eccezionalità del “Tuber magnatum Pico” sarà associata alla letteratura grazie alla “cena insolita” organizzata dallo chef Ugo Alciati, proprio in occasione del “Centenario” dello scrittore, presso la Sala Beppe Fenoglio nel “Cortile della Maddalena”. Un lungo treno di appuntamenti che, mercoledì 19 ottobre si sposterà addirittura oltralpe, arrivando all’“Istituto Italiano di Cultura” di Parigi. In occasione del “Centenario Fenogliano”, infatti, i “Cahiers de l’Hôtel de Galliffet” gli rendono omaggio pubblicando una raccolta dei suoi racconti finora sconosciuta al pubblico francese: “L’herbe brille encore et autres nouvelles” con la traduzione di Frédéric Sicamois e la prefazione di Luca Bufano.
E con un’altra scusa sono di nuovo a fare due passi in centro a Torino, questa volta per visitare il Museo Nazionale del Cinema, uno tra i più importanti e peculiari del mondo, grazie alla ricchezza del patrimonio, alla molteplicità delle attività scientifiche e divulgative e, infine, per il particolarissimo allestimento espositivo. Per raggiungere il Museo allungo leggermente la strada e passo davanti al mio Liceo, il Gioberti, subito respiro l’ansia delle interrogazioni, mi ricordo dei compiti a casa che qualche volta si copiavano sulle panchine lì dietro e penso a quegli anni così essenziali che lì per lì si vivono sperando che passino in fretta. Il problema è che in effetti succede per davvero.
Salgo ancora verso la Galleria dei Manifesti e qui mi prendo tutto il tempo necessario per guardarli uno per uno. Le locandine sono disposte in ordine cronologico e ripercorrono la storia del cinema e degli autori più importanti, da tutto ciò si evince l’evoluzione del gusto figurativo, della grafica e della cartellonistica pubblicitaria. Solo per portarvi un esempio, di fronte al manifesto di un classico degli anni Ottanta e Novanta, “E.T l’extra-terrestre”, film di fantascienza del 1982, diretto da Steven Spielberg, spero che nessuno mi abbia sentito canticchiare la colonna sonora che immediatamente mi è saltata alla mente, accompagnata dall’iconica scena dei ragazzini in bicicletta che prendono il volo verso una luna gigante. Ammetto che anche adesso mi stanno venendo gli occhi lucidi, ripensando a quella che è una tra le pellicole di Spielberg più personali, incentrata sulle emozioni umane, come possono essere anche “Il colore viola” e “Schindler’s List”. Una favola senza tempo che fa sognare da bambini e che è obbligatorio rivedere da adulti per reimparare a non avere paura della diversità e ricordarsi il valore eterno dell’amicizia.
Fu una bella amicizia quella tra Sam Shaw e Marilyn Monroe, un’amicizia che si srotola autentica lungo gli anni di un decennio e poco più, lungo i Cinquanta, lui sui quaranta lei di venticinque anni quando si conobbero, lui che s’interessa alla musica e al teatro, alla pittura e alla scultura (in gioventù, senza soldi, se n’è anche andato per le strade di New York a raccogliere catrame per realizzare le sue prime opere) alla letteratura, all’attivismo politico; lei dal ’47 gira per gli studios, con particine di nessuna importanza, non accreditata, sino a tre anni dopo quando fa compagnia per poco meno di un minuto ai fratelli Marx per “Una notte sui tetti”, per poi incamminarsi verso la “Giungla d’asfalto” di Huston ed “Eva contro Eva” di Mankiewicz. L’anno successivo Shaw lavora alla 20th Century Fox al film “Viva Zapata”, Marilyn è pur la fidanzata del regista Elia Kazan ma i ruoli scarseggiano e per arrotondare si propone all’amico Sam come autista, tutti i giorni della lavorazione del film, nel tragitto casa lavoro.
dall’infanzia. La bellezza del bianco e nero e la gioia del colore, una giornata al mare in un costume bianco intero o la scommessa della “grande interpretazione”, seduta sulla panchina di un parco, a fingere di orecchiare le parole di una giovane coppia che non la riconosce; a bersi una tazza di tè o nel momento del trucco tra le luci e lo specchio, a ripassarsi la matita sulle labbra, avvolta in una canottierina nera, spalline sottilissime, a scappare dal St. Regis Hotel di New York per andare a girare la scena immortale di “Quando la moglie è in vacanza”, dove l’abito bianco della svampita “the girl” del piano di sopra, all’uscita della sala cinematografica, viene sollevato, attraverso la griglia d’aerazione, dallo spostamento d’aria causato dal passaggio di un treno della metropolitana: sotto lo sguardo di un disincantato Tom Ewell e di un inviperito Joe Di Maggio, poco propenso a vedere la moglie a gambe scoperte sotto gli occhi di decine di curiosi che assistevano alle riprese sulla 51a strada (tali il trambusto e la calca che Billy Wilder decise di rifare la scena in studio poi). Con grande felicità, al contrario (le cronache ci hanno riportato il suo viso), del tipo incaricato dì azionare la macchina del vento al piano di sotto.
messo a disposizione della mostra. Un patrimonio ricavato da case d’asta, archivi di studi cinematografici e da collezioni private, più di 1500 originali, attualmente il più grande e importante del suo genere. Si allineano nelle teche illuminate i guanti indossati il giorno del matrimonio, i suoi occhiali scuri e i biglietti d’aereo, la lettera d’amore a Miller, gli oggetti per il trucco, un paio di bigodini (e qualcuno avverte che, a guardar bene, si può ancora intravedere un capello dell’attrice), il tubetto di colla che usava per applicarsi le ciglia finte, l’abito rosso di “Come sposare un milionario”. Ogni cosa è lì a ricreare un’aura di leggenda, un lampo di ricordi, a riportarci a certi sorrisi come a questo piuttosto che a quel titolo di una filmografia dove si contano poco più di una trentina di opere, dalle prime apparizioni ai momenti di ineguagliabile maturità. Ogni cosa è lì, anche nel proprio mistero, a distanza di decenni, a rivelarci ancora una volta il fascino di un’attrice e la solitudine di una donna (“trova qualcuno che ti rovini il rossetto non il mascara”), il suo desiderio di amare e di essere amata (“vorrei essere felice, ma chi lo è? chi è felice”), la ricerca di sicurezza, la consapevolezza che il suo successo arrivava dal pubblico e non alle “costruzioni” di una casa cinematografica (“Hollywood è un posto dove ti pagano mille dollari per un bacio e cinquanta centesimi per la tua anima”), il suo innegabile humour (“dicono che il denaro non faccia la felicità, ma se devo piangere preferisco farlo sul sedile posteriore di una Rolls Royce piuttosto che su quelli di un vagone del metrò”).

A presentazione della mostra, le parole illuminanti (che ben introducono al complessivo significato dell’esposizione) dello scrittore e poeta americano John Updike: “L’arte moderna è una religione assemblata con i frammenti delle nostre vite quotidiane”. Parole lucide pur nella loro voluta complessità, sulla scorta delle quali possiamo addentrarci con maggiore serenità negli spazi ospitanti, fino al prossimo 18 settembre, le grandiose sculture (alcune superano i tre metri d’altezza) in acciaio a specchio lucidato a mano collocate ai 1.159 metri di altitudine del complesso monumentale (sito UNESCO) del Santuario di Oropa. Creature d’arte piena che raccontano quelle “pieghe dell’anima” (come suggerisce il titolo) che quotidianamente ci portano a ragionare sul senso mistico del Creato, sui sottintesi, i dubbi, le paure che “piegano” la linearità dei nostri giorni: “espressione fisica del cambiamento, del movimento, della vita”. Così racconta lo stesso artista, Daniele Basso. Origini moncalieresi ma assolutamente biellese d’adozione (palmarés di tutto rispetto, tre Biennali di Venezia, mostre in Italia e all’estero, opere in alcune delle più importanti istituzioni museali, pubbliche e private, internazionali), Basso presenta a Oropa nove opere, in un percorso (curato da Irene Finiguerra) che coinvolge prevalentemente lo spazio esterno al Santuario, ma anche altre parti della struttura aperte al pubblico proprio in occasione della mostra. Rassegna che ci pone di fronte a cifre stilistiche di convinta e meditata contemporaneità – artigiana e singolare in quei lavori in metallo lucidato a specchio – in dialogo con la solenne sacralità del luogo, circondato dall’anfiteatro naturale delle montagne: l’effetto e il contrasto seducono. Fin dall’entrata al Santuario Mariano.
Posizionati nel piazzale basso e in quello antistante la Basilica Superiore, ecco “Boogyeman” (la paura – “L’uomo nero” delle favole) affrontato da “Ikaros” (il coraggio, l’aspirazione al volo): metafore fra le debolezze e le aspirazioni di ognuno, “le due sculture definiscono l’intero percorso della mostra come alfa e omega, principio e fine di questo viaggio”. Opere di grande, industriale maestria. In cui la materia si piega a giochi figurali di imponente surreale creatività (Henry Moore docet?) perennemente in bilico fra casualità ed intelletto. L’iter prosegue nella Basilica Antica, con il blu“Cristo Ritorto”, di plastica lineare bellezza, mentre sotto al colonnato, mirabile è il falco “Achill” dal “mistico volo”, che per certi versi e con uno sforzo di fantasia, che pure non mi pare del tutto fuori luogo, ci riporta alla celebre “Maiastra”, l’uccello mitico ossessione di Constantin Brancusi, senza però concedersi alla pura essenzialità della forma raggiunta invece dall’artista rumeno. La realtà non cede ancora il passo all’astrazione. Che invece troviamo abbozzata nelle opere “Frame” allocate nella Biblioteca, aperta al pubblico in occasione della mostra; opere volutamente incompiute (fra cui una versione in acciaio della “Venere di Milo”) che ci obbligano ad un processo di astrazione e fantasia creativa per dare forma completa alle immagini.
Da segnalare anche il “Re Leone” e la “Blue Vierge” nelle stanze del “Museo dei Tesori” e nella “Manica di Sant’Eusebio”, espressione di (vera?) “regalità e potere” il primo e reinterpretazione dell’“ex-voto” come sentimento potente di riconoscenza, la seconda. In un continuo variegare di forme “specchianti” che sono “riflessioni sulla contemporaneità”, dal Santuario la mostra di Basso scende nella città di Biella, dove prosegue in varie sedi: nel “Palazzo del Governo” (Prefettura) con l’esposizione di “Bimbo Faber” (omaggio al mondo dell’eccellenza artigiana e industriale italiana), in “Biblioteca Civica” e presso il “Museo del Territorio Biellese” con le opere “Aureo” e “Aureo jr” (realizzate nel 2016 quale simbolo di “Officina della Scrittura-Museo del Segno e della Scrittura” di Torino). Nel cortile interno di “Palazzo Ferrero” e in “Palazzo Gromo Losa”, la rassegna si chiude con l’opera di straordinario vigore plastico “Hic Sunt Leones”, mai esposta prima, così come le opere della serie “Ironman Frame”, ispirate al supereroe della “Marvel Comics”.