Ultime due mostre del progetto speciale di CAMERA, allestite da “Vanni” e da “Maredeiboschi” in piazza Carlina
Fino al 30 ottobre
Volge al termine, dopo due anni di felice percorso, il progetto speciale “Futures moves to piazza Carlina”, programma di esposizioni personali dedicato all’opera dei giovani talenti selezionati nel 2020 dalla torinese “CAMERA-Centro Italiano per la Fotografia” nell’ambito del programma europeo “Futures Photography”. Dopo le personali fototografiche di Marina Caneve, Camilla Ferrari e Camillo Pasquarelli, le ultime due mostre, come sempre curate da Giangavino Pazzola e, come sempre, ospitate in piazza Carlina negli showroom di “Maradeiboschi” (officina speciale di gusti e di gelato) e di “Vanni” (occhialeria di design a Torino) – entrambi partner del progetto – vedranno ospitate le installazioni “Suspended Tales” della romana Giovanna Petrocchi (classe ’88) e “Paesaggio Torinese” di Marco Schiavone, nato sotto la Mole nel ’90. Inaugurate mercoledì scorso 21 settembre, sarà possibile visionarle fino a domenica 30 ottobre prossimo.
La prima, “Suspended Tales” – esposta da “Vanni” (piazza Carlo Emanuele II, 15/A; dal mart. al ven. 10/19,30 , il sab. 10/13,13,30 e 15,30/19,30), a firma di Giovanna Petrocchi, nasce campionando diverse serie di lavori precedenti realizzati fra il 2019 e il 2022 e di recente esposti anche alla “Flatland Gallery” di Amsterdam, che collabora alla realizzazione del progetto. Partendo da immagini di collezioni museali scaricate da Internet, Petrocchi mescola elaborazione digitale, stampa 3d e collage, per elaborare soggetti di fantasia “che abitano una realtà arcaica senza spazio e tempo”, in cui trovano campo anche vecchi vetrini provenienti dalle collezioni della “Smithsonian Institution” e del “Princeton University Art Museum” dismessi dopo la loro digitalizzazione e trasformati in nuove immagini che “vanno ad arricchire un immaginario fantastico”.

“Paesaggio Torinese” (2022) è invece un progetto speciale ideato da Marco Schiavone su stimolo dello staff di “Maradeiboschi” (piazza Carlo Emanuele II, 21; dal lun. al merc. 8/21,30,giov. e ven. 8/23,30 sab. 9/23,30 e dom. 9/21,30) che andrà ad aggiungersi alla collezione di installazioni permanenti e collaborazioni site-specific che, in passato, ha coinvolto artisti quali Alfredo Aceto, Piero Goria, Henri Plenge Jacobsen, Nico Vascellari e tanti altri. Muovendosi a cavallo tra fotografia e installazione fisica, con “Paesaggio Torinese”, Schiavone trasforma gli spazi di “Maradeiboschi” collocando nei soffitti cassettonati delle tessere di legno colorato che – concettualmente – formano l’immagine di un panorama cittadino. La decostruzione di tale paesaggio ha generato anche uno spin-off legato al gusto, e relativa immagine coordinata, presentata in anteprima durante la serata inaugurale.
Per info: “CAMERA-Centro Italiano per la Fotografia”, via delle Rosine 18, Torino; tel. 011/0881150 o www.camera.to
g. m.
Nelle foto:
– Giovanna Petrocchi: “Suspended Tales”, 2022
– Marco Schiavone: “Paesaggio Torinese”, 2022
Il Castel Savoia a Gressoney è il castello che la Regina Margherita di Savoia, moglie di Re Umberto I, volle fortemente, ad ogni costo, per trascorrere i mesi estivi, godersi splendidi panorami e la bellezza della vallata del Monte Rosa fino al ghiacciaio del Lyskamm. Il maniero ha il fascino dei castelli della Loira anche se più che un castello è una villa di inizio Novecento, un palazzo protetto da cinque torri neogotiche che gli danno un aspetto da fortezza. Ecco perché ogni volta che poteva la regina lasciava Villa Reale a Monza e le altre residenze per trasferirsi in mezzo ai boschi di Gressoney. Un po’ come l’imperatrice Sissi che dopo ogni litigio con Cecco Beppe, fuggiva lontano dai suoi doveri di consorte dell’imperatore e si rifugiava a casa dei suoi genitori in aperta campagna. Ma la regina Margherita non era triste e inquieta come Sissi, tutt’altro. E così una parte dell’estate e dell’autunno la trascorreva tra le montagne della Valle d’Aosta. Fino al 1925, prima ospite del barone Luigi Beck Peccoz e dal 1904 nella sua nuova residenza, ultimata appunto in quell’anno. La regina era un’appassionata alpinista, interesse che condivideva con il suo amico Beck Peccoz nella cui villa la sovrana soggiornò alcuni anni. Furono anni di vere imprese alpinistiche per la regina, prima donna a scalare il Monte Rosa e a lei è dedicato il rifugio Capanna Regina Margherita, la baita più alta d’Europa. La sua passione per le alte vette si fermò nel 1894 con la morte improvvisa del barone Luigi Beck Peccoz stroncato da un infarto mentre scalava una montagna insieme alla regina. Margherita di Savoia era profondamente legata a Gressoney e la vista delle meravigliose montagne le ricordava i momenti felici trascorsi in compagnia del suo amico barone. Momenti solo felici o anche intimi? D’altronde suo marito Umberto, nonché cugino di primo grado, era
legato a un’altra donna, molto bella e ammirata, quindi anche le voci sulle presunte relazioni della sovrana circolavano nei salotti aristocratici e si faceva, tra gli altri, anche il nome del barone valdostano Beck Peccoz. “Umberto accettò il matrimonio senza entusiasmo, ci informa lo storico dei Savoia Gianni Oliva, come un dovere che fa parte del suo mestiere di futuro re. Uniti in pubblico per recitare la parte degli eredi prima e dei sovrani poi ma in privato seguono ognuno la propria strada in un rapporto di reciproca indifferenza ma privo di rancori”. Molti furono gli omaggi tributati alla prima e più amata regina d’Italia, dalla celebre Ode “Alla regina d’Italia” che Carducci le dedicò, proprio lui fieramente repubblicano e anti-monarchico, alla più modesta ma sempre ottima pizza Margherita. La costruzione del palazzo cominciò nel 1899 per concludersi nel 1904. Alla cerimonia della posa della prima pietra del castello c’era Umberto I che, assassinato a Monza l’anno successivo, nel 1900, non fece in tempo a vederlo ultimato. La regina rimase vedova a 49 anni e trascorse i soggiorni estivi a Gressoney fino al 1925, senza Umberto. Lei, figlia di Ferdinando di Savoia, duca di Genova, morì l’anno successivo, il 4 gennaio 1926, a Bordighera, nella sua villa sulla strada romana. Curiosità, nello stesso anno a Londra nasceva la futura Regina Elisabetta II. A Bordighera Margherita era già stata altre volte: il primo soggiorno avvenne nel settembre 1879 quando, turbata dall’attentato
contro Umberto avvenuto a Napoli, si rifugiò nella città del ponente ligure per riprendersi dallo spavento. Negli anni Trenta il castello fu venduto a un industriale milanese e dal 1981 è proprietà della Regione Autonoma Valle d’Aosta. L’edificio è strutturato su tre piani, gli arredi esposti sono tutti autentici come le tappezzerie in lino e seta che ornano le pareti. L’interno è un omaggio alla sovrana: decori, boiseries, addobbi, fotografie e ritratti di famiglia ricordano il gusto della regina. La splendida veranda semicircolare si affaccia sulla valle e un elegante scalone in legno decorato con grifoni e aquile porta agli appartamenti reali. Il Castel Savoia a Gressoney-Saint-Jean è aperto con visite guidate da aprile a settembre orario 9.00-19.00 tutti i giorni, da ottobre a marzo orario 10.00-13.00 e 14.00-17.00, chiuso lunedì.




Collettiva di ampio respiro perfettamente fedele al titolo di presentazione (“Emozioni d’Artista”) e curata da Elio Rabbione, in collaborazione con l’Associazione “Amici di Palazzo Lomellini”di Carmagnola, la mostra vuole anche presentarsi come omaggio (doveroso!) agli 87 anni di recente compiuti dal grande Bruno Molinaro, i cui dipinti fanno da corposa entréealla collettiva. Rossi, gialli, bianchi, cespugli di fiori, distese di papaveri, macchie di glicine o angoli suggestivi di piccoli mercati: Molinaro gioca serioso fra fantasia e realtà creando con libero vigore sorprendenti mondi naturali affidati in toto alla forza e alla meravigliosa creatività di materia e colore Originali, di certosina, maniacale manualità (nell’intagliare, nel sovrapporre “legno a legno”, ritagli e profili di scarto) sono invece le sculture– architetture di Pippo Leocata.


Bisogna restaurare l’ala sud-ovest del maniero che non fu interessata dalla prima ristrutturazione decisa dall’ex sindaco Gianpaolo Fassino che utilizzò i fondi delle Olimpiadi invernali del 2006. Con gli ultimi restauri nel 2007 erano state recuperate le parti più degradate dell’edificio. Ora il progetto del Comune, retto dal sindaco Daniele Bargetto, prevede di realizzare al primo piano una decina di stanze a tema, una foresteria nei piani più alti, un ristorante, una caffetteria, un parcheggio e un ascensore per i disabili. Il maniero, risalente a nove secoli fa, è già tuttora sede di diversi eventi, mostre, spettacoli teatrali e di danza. Il primo documento sull’esistenza del castello è rintracciabile in un diploma imperiale del 1164 in cui l’imperatore Federico I Barbarossa confermava al marchese di Monferrato Guglielmo V, suo alleato, diverse proprietà che già possedeva. Nel territorio che circonda l’attuale comune svettavano tre castelli. Oggi resta solo quello di Moncucco mentre gli altri due, Pogliano e Vergnano furono distrutti nel Medioevo e nell’Ottocento. Di proprietà inizialmente degli Avvocati del vescovo di Torino, il maniero venne annesso ai possedimenti del Marchesato del Monferrato all’inizio del Trecento e nel 1631 passò ai Savoia con la pace di Cherasco. Successivamente appartenne ai Grisella di Rosignano, agli Scarampi di Monale, ai Solaro di Govone e ai Melano di Portula. Tra le antiche mura del castello di Moncucco nacquero nel Duecento due cavalieri templari: i fratelli Jacopo e Nicolao. Il secondo fu arrestato e condannato nell’isola di Cipro mentre Jacopo, nato nel castello dei Grisella, è stato l’ultimo Gran Maestro d’Italia dell’Ordine dei Templari, una delle più importanti associazioni monastico-cavalleresche del Medioevo. Si sa poco della sua vita e le poche notizie sul personaggio sono tratte dagli interrogatori dei Templari processati in Italia e a Cipro. Fu condannato in contumacia per non essersi presentato al processo ai templari nello Stato Pontificio. Nel castello di Moncucco, acquistato a metà Ottocento dal Comune, si trova il Museo del Gesso in cui sono illustrate le fasi di lavorazione e l’utilizzo del gesso nell’architettura agricola del Basso Monferrato fra XVI e XIX secolo e la sua evoluzione in Italia e in Europa. Per informazioni sull’apertura del museo bisogna rivolgersi al Comune di Moncucco.
La presenza di Rosario Tornatore è stata accolta da un folto pubblico che l’ha lungamente applaudito non appena l’opera è stata scoperta e, resa visibile, ha irradiato l’atmosfera di sprazzi luminosi.




