CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 489

“Futures moves to piazza Carlina”

Ultime due mostre del progetto speciale di CAMERA, allestite da “Vanni” e da “Maredeiboschi” in piazza Carlina

Fino al 30 ottobre

Volge al termine, dopo due anni di felice percorso, il progetto speciale “Futures moves to piazza Carlina”, programma di esposizioni personali dedicato all’opera dei giovani talenti selezionati nel 2020 dalla torinese “CAMERA-Centro Italiano per la Fotografia” nell’ambito del programma europeo “Futures Photography”. Dopo le personali fototografiche di Marina Caneve, Camilla Ferrari e Camillo Pasquarelli, le ultime due mostre, come sempre curate da Giangavino Pazzola e, come sempre, ospitate in piazza Carlina negli showroom di “Maradeiboschi” (officina speciale di gusti e di gelato) e di “Vanni” (occhialeria di design a Torino) – entrambi partner del progetto – vedranno ospitate le installazioni “Suspended Tales” della romana Giovanna Petrocchi (classe ’88) e “Paesaggio Torinese” di Marco Schiavone, nato sotto la Mole nel ’90. Inaugurate mercoledì scorso 21 settembre, sarà possibile visionarle fino a domenica 30 ottobre prossimo.

La prima, “Suspended Tales” – esposta da “Vanni” (piazza Carlo Emanuele II, 15/A; dal mart. al ven. 10/19,30 , il sab. 10/13,13,30 e 15,30/19,30), a firma di Giovanna Petrocchi, nasce campionando diverse serie di lavori precedenti realizzati fra il 2019 e il 2022 e di recente esposti anche alla “Flatland Gallery” di Amsterdam, che collabora alla realizzazione del progetto. Partendo da immagini di collezioni museali scaricate da Internet, Petrocchi mescola elaborazione digitale, stampa 3d e collage, per elaborare soggetti di fantasia “che abitano una realtà arcaica senza spazio e tempo”, in cui trovano campo anche vecchi vetrini provenienti dalle collezioni della “Smithsonian Institution” e del “Princeton University Art Museum” dismessi dopo la loro digitalizzazione e trasformati in nuove immagini che “vanno ad arricchire un immaginario fantastico”.

“Paesaggio Torinese” (2022) è invece un progetto speciale ideato da Marco Schiavone su stimolo dello staff di “Maradeiboschi” (piazza Carlo Emanuele II, 21; dal lun. al merc. 8/21,30,giov. e ven. 8/23,30 sab. 9/23,30 e dom. 9/21,30)  che andrà ad aggiungersi alla collezione di installazioni permanenti e collaborazioni site-specific che, in passato, ha coinvolto artisti quali Alfredo Aceto, Piero Goria, Henri Plenge Jacobsen, Nico Vascellari e tanti altri. Muovendosi a cavallo tra fotografia e installazione fisica, con “Paesaggio Torinese”, Schiavone trasforma gli spazi di “Maradeiboschi” collocando nei soffitti cassettonati delle tessere di legno colorato che – concettualmente – formano l’immagine di un panorama cittadino. La decostruzione di tale paesaggio ha generato anche uno spin-off legato al gusto, e relativa immagine coordinata, presentata in anteprima durante la serata inaugurale.

Per info: “CAMERA-Centro Italiano per la Fotografia”, via delle Rosine 18, Torino; tel. 011/0881150 o www.camera.to

g. m.

Nelle foto:

–       Giovanna Petrocchi: “Suspended Tales”, 2022

–       Marco Schiavone: “Paesaggio Torinese”, 2022

Un castello da fiaba e la sua regina

Il castello sembra uscito da una favola che ha per protagonista una regina che amava le montagne, l’alpinismo, i ghiacciai di una volta, gli animali, la natura del Monte Rosa.

Il Castel Savoia a Gressoney è il castello che la Regina Margherita di Savoia, moglie di Re Umberto I, volle fortemente, ad ogni costo, per trascorrere i mesi estivi, godersi splendidi panorami e la bellezza della vallata del Monte Rosa fino al ghiacciaio del Lyskamm. Il maniero ha il fascino dei castelli della Loira anche se più che un castello è una villa di inizio Novecento, un palazzo protetto da cinque torri neogotiche che gli danno un aspetto da fortezza. Ecco perché ogni volta che poteva la regina lasciava Villa Reale a Monza e le altre residenze per trasferirsi in mezzo ai boschi di Gressoney. Un po’ come l’imperatrice Sissi che dopo ogni litigio con Cecco Beppe, fuggiva lontano dai suoi doveri di consorte dell’imperatore e si rifugiava a casa dei suoi genitori in aperta campagna. Ma la regina Margherita non era triste e inquieta come Sissi, tutt’altro. E così una parte dell’estate e dell’autunno la trascorreva tra le montagne della Valle d’Aosta. Fino al 1925, prima ospite del barone Luigi Beck Peccoz e dal 1904 nella sua nuova residenza, ultimata appunto in quell’anno. La regina era un’appassionata alpinista, interesse che condivideva con il suo amico Beck Peccoz nella cui villa la sovrana soggiornò alcuni anni. Furono anni di vere imprese alpinistiche per la regina, prima donna a scalare il Monte Rosa e a lei è dedicato il rifugio Capanna Regina Margherita, la baita più alta d’Europa. La sua passione per le alte vette si fermò nel 1894 con la morte improvvisa del barone Luigi Beck Peccoz stroncato da un infarto mentre scalava una montagna insieme alla regina. Margherita di Savoia era profondamente legata a Gressoney e la vista delle meravigliose montagne le ricordava i momenti felici trascorsi in compagnia del suo amico barone. Momenti solo felici o anche intimi? D’altronde suo marito Umberto, nonché cugino di primo grado, era legato a un’altra donna, molto bella e ammirata, quindi anche le voci sulle presunte relazioni della sovrana circolavano nei salotti aristocratici e si faceva, tra gli altri, anche il nome del barone valdostano Beck Peccoz. “Umberto accettò il matrimonio senza entusiasmo, ci informa lo storico dei Savoia Gianni Oliva, come un dovere che fa parte del suo mestiere di futuro re. Uniti in pubblico per recitare la parte degli eredi prima e dei sovrani poi ma in privato seguono ognuno la propria strada in un rapporto di reciproca indifferenza ma privo di rancori”. Molti furono gli omaggi tributati alla prima e più amata regina d’Italia, dalla celebre Ode “Alla regina d’Italia” che Carducci le dedicò, proprio lui fieramente repubblicano e anti-monarchico, alla più modesta ma sempre ottima pizza Margherita. La costruzione del palazzo cominciò nel 1899 per concludersi nel 1904. Alla cerimonia della posa della prima pietra del castello c’era Umberto I che, assassinato a Monza l’anno successivo, nel 1900, non fece in tempo a vederlo ultimato. La regina rimase vedova a 49 anni e trascorse i soggiorni estivi a Gressoney fino al 1925, senza Umberto. Lei, figlia di Ferdinando di Savoia, duca di Genova, morì l’anno successivo, il 4 gennaio 1926, a Bordighera, nella sua villa sulla strada romana. Curiosità, nello stesso anno a Londra nasceva la futura Regina Elisabetta II. A Bordighera Margherita era già stata altre volte: il primo soggiorno avvenne nel settembre 1879 quando, turbata dall’attentato contro Umberto avvenuto a Napoli, si rifugiò nella città del ponente ligure per riprendersi dallo spavento. Negli anni Trenta il castello fu venduto a un industriale milanese e dal 1981 è proprietà della Regione Autonoma Valle d’Aosta. L’edificio è strutturato su tre piani, gli arredi esposti sono tutti autentici come le tappezzerie in lino e seta che ornano le pareti. L’interno è un omaggio alla sovrana: decori, boiseries, addobbi, fotografie e ritratti di famiglia ricordano il gusto della regina. La splendida veranda semicircolare si affaccia sulla valle e un elegante scalone in legno decorato con grifoni e aquile porta agli appartamenti reali. Il Castel Savoia a Gressoney-Saint-Jean è aperto con visite guidate da aprile a settembre orario 9.00-19.00 tutti i giorni, da ottobre a marzo orario 10.00-13.00 e 14.00-17.00, chiuso lunedì.
Filippo Re
Nelle foto  Castel Savoia,  ritratto della Regina Margherita, la regina in montagna, il letto della regina al castello

“The Girls in the Magnesium Dress” in concerto nella Galleria Giapponese del “MAO”

“RŪTSU_ROOTS”

Sabato 24 settembre (ore 17,30)

Nome d’arte “The Girls in the Magnesium Dress”, preso a prestito da uno dei brani orchestrali più conosciuti firmato nell’’84 dal compositore Frank Zappa: al secolo sono due talentuose fanciulle trapiantate a Londra, che di nome e cognome fanno Valentina Ciardelli(toscana) e Anna Astesano (cuneese), formazione cameristica innovativa e minimale che ben s’addice al gusto dell’essenziale tipicamente giapponese e che si cimentano con esiti sicuramente di successo al contrabbasso e all’arpa. Saranno loro ad esibirsi, sabato prossimo (ore 17,30), nella Galleria Giapponese del “MAO-Museo d’Arte Orientale” di Torino, proponendo una selezione di brani dal loro primo album “Rūtsu” (dal giapponese radici), edito da “Vinci Classics”, e lavoro dedicato alla profonda correlazione (a partire soprattutto dalla seconda metà dell’Ottocento) fra la musica giapponese e quella occidentale europea. Partendo dalle creazioni del compositore giapponese Miyagi (1900), il disco esplora i mondi sonori di Ravel, Stravinsky e Puccini, per approdare infine alla musica contemporanea di Yoshihisa Hirano, compositore di brani per concerti, balletti, film, anime e videogiochi.

“The Girls in the Magnesium Dress” si sono incontrate a Londra nel 2018 al “Trinity Laban Conservatoire of Music and Dance”. Le due musiciste si muovono in un range di repertorio vastissimo che include più generi musicali con l’intento di focalizzare l’attenzione sul virtuosismo e le capacità sonore dell’arpa e del contrabbasso. In pochissimi anni si sono già confermate come duo innovativo e unico nella scena musicale classica contemporanea: il primo duo stabile mai concretizzato per questa combinazione strumentale. “The Girls” hanno suonato fra gli altri alla “Wigmore Hall”, a “St. James” in Piccadilly, a “St. Martin-in-the-Fields”, all’ “Old Royal Naval College”, alla “Verdi Hall” e alla “Royal Albert Hall”, collaborando inoltre con “Salvi Harps” e il “Museo Victor Salvi” di Cuneo.

Il duo collabora con compositori conosciuti a livello internazionale, quali Yoshihisa Hirano, John Alexander, Paul Patterson, Kurt Morgan.

“Rūtsu” (dal giapponese radici), edito da “Vinci Classics”, è il loro primo album.

Per info: “MAO-Museo d’Arte Orientale”, via San Domenico 11, Torino; tel. 011/4436932o www.maotorino.it

g.m.

Un nuovo sguardo su Palazzo Madama: la storia di Torino inizia qui

/

Attraverso i preziosi disegni a china di Francesco Corni

Uno sguardo e un percorso storici, una visione che abbraccia i duemila anni di storia di Palazzo Madama, da quel baluardo difensivo che fu la porta Decumana – poi Phibellona – sino al Novecento. Un allestimento proposto nella Corte Medioevale, al piano terreno, dove ai lati l’occhio con facilità individua i lati e gli angoli delle due torri, dove sotto l’ampio pavimento trasparente si contano scale, il pozzo, stanze, muri di delimitazione, passaggi, ogni cosa avvalorata da un sapiente gioco di luci, per scoprire al meglio le differenti parti. Dove ogni passaggio storico – dall’ampliarsi della città romana, la Julia Augusta Taurinorum, di età augustea, un’area di 670 x 760 metri, attorno al “decumanus maximus” (l’attuale via Garibaldi) e al “cardus maximus” (via Porta Palatina e via San Tommaso), a quella medioevale, agli interventi di Filippo (il nuovo rivestimento in cotto della corte interna) e Ludovico d’Acaia (che aggiunge altre due torri simmetriche a quelle romane); di Emanuele Filiberto di Savoia che, trasferendo la capitale del ducato da Chambéry a Torino, interviene con la creazione della cittadella, di Carlo Emanuele I, Carlo Emanuele II e Vittorio Amedeo II che, in poco meno di un secolo, dal 1619 al 1703, ampliano la città rispettivamente verso Porta Nuova, verso il Po e in direzione di Porta Susina;

di Cristina di Francia e Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, le due Madame Reali, con i loro “abbellimenti”, la prima con la copertura della corte per la creazione della sala superiore, oggi Sala del Senato (qui dal 13 ottobre verrà ospitata la mostra su Margherita di Savoia), la seconda con l’affidamento a Filippo Juvarra della facciata e dello scalone monumentale, capolavori della Torino e dell’arte barocca (1718 – 1721) – è splendidamente documentato dai disegni (in esposizioni sino al 9 gennaio 2023) di Francesco Corni, modenese di origine e spentosi a Stambino due anni fa, a china nera su carta da lucido, dove trovano spazio, con prevalenza, la conoscenza delle fonti storiche, documentarie e visive del castello e non soltanto, ma altresì, a scopo didattico, le suggestive intuizioni, le supposizioni, le scommesse nate attraverso gli studi quotidiani (da ricordare almeno la sua lunga collaborazione a “Bell’Italia” e a “Bell’Europa”) che sempre accompagnano ogni intervento moderno intorno al mondo dell’architettura antica e dell’archeologia.

 

“Scopo del progetto”, ha illustrato nei giorni scorsi Giovanni Carlo Federico Villa, direttore di Palazzo Madama, “è quello di restituire alla sensibilità dei visitatori il ruolo essenziale di Palazzo Madama nel suo essere il cuore di Torino, la cui crescita e sviluppo è riflessa nell’evoluzione della città medesima.” I disegni di Corni racchiusi nelle teche, i nove pannelli che con una descrizione essenziale passano da un’epoca all’altra, da un mutamento della struttura ad un altro, il prezioso intervento, già ricordavamo, di illuminazione che impreziosisce e arricchisce l’intero ambiente, fanno una guida intelligente per lo sguardo di chi, cittadino o turista, vorrà visitarlo: arricchito da una bella pubblicazione, “Palazzo Madama. La porta di Torino”, edita da Ink Line, che giunge sino al periodo napoleonico e alla prima capitale d’Italia, all’Osservatorio Astronomico poi smantellato e al Senato subalpino, ricca di illustrazioni, di approfondimenti, dell’intero lavoro di Corni a testimonianza dei tanti cambiamenti.

 

Con una visione più sabauda che nazionale, per l’antica abitudine a non liberarsi del salvabile e dell’ancora utilizzabile, alla lodevolissima insegna del risparmio, una volta terminata la mostra estiva su Pompei e l’allestimento intorno alla Veronica del Vaticano di Ugo da Carpi, si utilizzano di questo le teche mentre di quella si alzano lungo tutta la parete a destra di chi entra gli alti supporti a sorreggere oggi i pannelli posti ad illustrare, in italiano e in inglese, i vari passaggi storici e architettonici. Confessa ancora Villa di essersi trovato in questi ultimi mesi dinanzi a persone che conoscevano perfettamente le collezioni ospitate all’interno di Palazzo Madama ma “che erano all’oscuro della storia racchiusa tra queste mura. Ecco il perché della decisione di una mostra che ne ricordasse le tappe e gli sviluppi.” Contrariamente a quanto è accaduto sino ad oggi, la corte sarà l’autentica entrata al Palazzo, primo sguardo verso l’intero percorso di visita e necessaria del biglietto d’ingresso. “La casa dei secoli è il Palazzo Madama – scriveva Guido Gozzano, all’inizio del secolo scorso, in “L’altare del passato”,- nessun edificio racchiude tanta somma di tempo, di storia, di poesia nella sua decrepitudine varia”: perché il punto centrale della città è questo, è qui, è l’origine di una storia che non è ancora superata.

Elio Rabbione

Nelle immagini: Perottino, l’allestimento; Francesco Corni, “La Porta Decumana di Augusta Taurinorum”, inchiostro di china su carta da lucido, 26×25 cm, Strambino 1997; Francesco Corni, “Palazzo Madama all’epoca di Giovanna Battista di Nemours”, inchiostro di china su carta da lucido, 35×30 cm, Strambino 1997; Francesco Corni, “Palazzo Madama dopo il 1865 prima del restauro di D’Andrade”, inchiostro di china su carta da lucido, 35×30 cm, Strambino 1994.

“Emozioni d’Artista”. Collettiva a venti a “La Conchiglia” di Torino

 

Fino al 4 ottobre

Sono venti gli artisti – pittori e scultori di varia estrazione, tendenza e scrittura narrativa – assemblati nella vasta esposizione di opere (un’ottantina) accolte, in riapertura della nuova stagione espositiva, alla galleria d’arte “La Conchiglia” di via Zumaglia 13 bis a Torino, fino al prossimo 4 ottobre.

Collettiva di ampio respiro perfettamente fedele al titolo di presentazione (“Emozioni d’Artista”) e curata da Elio Rabbione, in collaborazione con l’Associazione “Amici di Palazzo Lomellini”di Carmagnola, la mostra vuole anche presentarsi come omaggio (doveroso!) agli 87 anni di recente compiuti dal grande Bruno Molinaro, i cui dipinti fanno da corposa entréealla collettiva. Rossi, gialli, bianchi, cespugli di fiori, distese di papaveri, macchie di glicine o angoli suggestivi di piccoli mercati: Molinaro gioca serioso fra fantasia e realtà creando con libero vigore sorprendenti mondi naturali affidati in toto alla forza e alla meravigliosa creatività di materia e colore Originali, di certosina, maniacale manualità (nell’intagliare, nel sovrapporre “legno a legno”, ritagli e profili di scarto) sono invece le sculture– architetture di Pippo Leocata.

 

In esse troviamo la classicità delle “cariatidi”, della “nike alata” e di “guerrieri a cavallo” magicamente scesi, a secoli di distanza e Fidia permettendo, dal cantiere del Partenone e così vicini ai mitici guerrieri in armi liberatori dell’Adrano (Adranon) di Pippo dalla dominazione siracusana. Di silenziosi e suggestivi paesaggi d’Africa, del deserto sahariano, con alte dune e carovane, cammelli e cammellieri dalle lunghe irreali ombre, ci parla poi  Guido Mannini, ultimamente attratto dal mistero di più intimi giochi astratti, al pari delle sculture e delle estrose armonie cromatiche di Giuseppe Manolio, seguite dalle geometrie (che bello “Forma e ruggine”, olio su lamiera del 2018!) di Paolo Pirrone. E, a seguire, i ricordi appesi al filo del tempo nelle “stanze vuote” di Eleonora Tranfo, dov’è la polvere a dominare vecchi pavimenti piastrellati, logori abiti appesi, pile di libri dimenticati a terra e sedie e assi abbandonati. Desolazione che sa di amara poesia. Tutt’altro rispetto alle luminose assolate, azzurro-vita bianchi travolgenti e verdastri marini, “giornate al mare” di Giacome Sampieri, dov’è trionfo di varia umanità in costume, borse a tracolla, asciugamani stesi sulla sabbia e ombrelloni aperti o chiusi e perfino la “vù cumprà” con vari cappelli (da rifilare o da far argine al sole) infilati in testa.

 

Dai  “Grandi caldi” ai “Grandi freddi”, di natura colta nelle proprie estreme variazioni climatiche ci parla anche Gian (Giancarlo) Laurenti. Ed è natura che invita a riflessioni. Le più varie. Ciascuno cerchi la sua. Per restare in tema, l’invito è di spostare lo sguardo alle larghe corpose campagne astigiane fermate da Claudio Fassio sotto la neve. Così come ai trasparenti acquerelli torinesi di Ines Daniela Bertolini o agli omaggi floreali, fra oli ed acquerelli, inni alla “joie de vivre” di Adelma Mapelli. Universi immaginifici trasfigurati e trasfiguranti, collocati in improbabili spazi dai forti colori accesi e inquietanti dominano, a seguire, le tele di Gabriella Malfatti che, pur in un linguaggio assolutamente personale, pare strizzare l’occhio ad un’onirica avvolgente gestualità d’impronta informale. La stessa, senza mezzi termini dichiarata, delle grumose policrome tavole di Martino Bissacco cui si contrappongono la narrazione astratta (di derivazione per certi versi futurista) dell’“aristocratica”pittura di Luciana Penna, così come i “vetri dipinti a gran fuoco” di Marina Monzeglio.

Magnifiche le donne- artiste celebrate da Andreina Bertolini e resuscitate dall’oblio “imposto” loro dai “grandi”: da Francoise Gilot (compagna di Picasso e l’unica donna ad aver avuto l’ardire di lasciare il Maestro e il suo “enorme ego”) alla giapponese Ya Yoi Kusama con i suoi “pois le zucche e il manicomio” dove Kusama vive dal ’77 per scelta personale. Deliziose altresì le bimbe, da favola felice, dipinte dallo scomparso Giacomo Gulloinsieme ai loro inseparabili fenicotteri rosa. Mistero e poesia, invece, nel volto femminile di rinascimentale bellezza che s’affaccia dalla cortina di pianeti sconosciuti o nelle calviniane“Città invisibili” di Angela Betta Casale. E, in chiusura, i fantasiosi immaginifici boschi e “pesci volanti” di Antonio Presti, contrapposti alla grezza impeccabile realtà scultorea di Maurizio Rinaudo, artefice di classici nudi femminili e di “rocciosi” busti, tormentati nel bronzo e concepiti fra sacro e laico. Autentiche, per l’appunto, “emozioni d’artista”.

Gianni Milani

“Emozioni d’Artista”

Galleria d’arte “La Conchiglia”, via Zumaglia 13 bis, Torino; tel. 011/6991415 o www.laconchiglia-to.com

Fino al 4 ottobre

Orari: dal mart. al ven. 15/19; sab. 10/12 – 15/19

Nelle foto:

–       Bruno Molinaro: “Mercato dei fiori di Nizza” olio su tela, 2011

–       Pippo Leocata: “Parata Cavalieri – Fidia, Partenone”, legni pallet recupero, 2022

–       Giacomo Sampieri: “Una giornata al mare”, olio su tela, 2022

–       Adelma Mapelli: “Nello stagno”, acquerello, 2011

 

 

Il castello di Moncucco Torinese si rifà il trucco

Ci vuole almeno un milione di euro per rilanciare lo storico castello di Moncucco Torinese in cui visse l’ultimo cavaliere templare d’Italia.

Bisogna restaurare l’ala sud-ovest del maniero che non fu interessata dalla prima ristrutturazione decisa dall’ex sindaco Gianpaolo Fassino che utilizzò i fondi delle Olimpiadi invernali del 2006. Con gli ultimi restauri nel 2007 erano state recuperate le parti più degradate dell’edificio. Ora il progetto del Comune, retto dal sindaco Daniele Bargetto, prevede di realizzare al primo piano una decina di stanze a tema, una foresteria nei piani più alti, un ristorante, una caffetteria, un parcheggio e un ascensore per i disabili. Il maniero, risalente a nove secoli fa, è già tuttora sede di diversi eventi, mostre, spettacoli teatrali e di danza. Il primo documento sull’esistenza del castello è rintracciabile in un diploma imperiale del 1164 in cui l’imperatore Federico I Barbarossa confermava al marchese di Monferrato Guglielmo V, suo alleato, diverse proprietà che già possedeva. Nel territorio che circonda l’attuale comune svettavano tre castelli. Oggi resta solo quello di Moncucco mentre gli altri due, Pogliano e Vergnano furono distrutti nel Medioevo e nell’Ottocento. Di proprietà inizialmente degli Avvocati del vescovo di Torino, il maniero venne annesso ai possedimenti del Marchesato del Monferrato all’inizio del Trecento e nel 1631 passò ai Savoia con la pace di Cherasco. Successivamente appartenne ai Grisella di Rosignano, agli Scarampi di Monale, ai Solaro di Govone e ai Melano di Portula. Tra le antiche mura del castello di Moncucco nacquero nel Duecento due cavalieri templari: i fratelli Jacopo e Nicolao. Il secondo fu arrestato e condannato nell’isola di Cipro mentre Jacopo, nato nel castello dei Grisella, è stato l’ultimo Gran Maestro d’Italia dell’Ordine dei Templari, una delle più importanti associazioni monastico-cavalleresche del Medioevo. Si sa poco della sua vita e le poche notizie sul personaggio sono tratte dagli interrogatori dei Templari processati in Italia e a Cipro. Fu condannato in contumacia per non essersi presentato al processo ai templari nello Stato Pontificio. Nel castello di Moncucco, acquistato a metà Ottocento dal Comune, si trova il Museo del Gesso in cui sono illustrate le fasi di lavorazione e l’utilizzo del gesso nell’architettura agricola del Basso Monferrato fra XVI e XIX secolo e la sua evoluzione in Italia e in Europa. Per informazioni sull’apertura del museo bisogna rivolgersi al Comune di Moncucco.
Filippo Re

Cosmofonie stellari a ritmo di Jazz

Domenica 18 settembre presso la chiesetta di San Luigi nel belvedere di Cantavenna, da cui si gode uno spettacolare panorama del Monferrato, si è svolto un incontro altamente culturale all’insegna dell’unione di musica e pittura.

Protagonista è stato il grande e bellissimo dipinto del famoso artista Rosario Tornatore dal titolo “Cosmofonie stellari”.

Dopo l’introduzione di Pasquino Sterza, presidente dell’Associazione J love Cantavenna, il critico d’arte Giuliana Romano Bussola ha sottolineato come le due discipline artistiche abbiano affinità e spesso si influenzino vicendevolmente.

La presenza di Rosario Tornatore è stata accolta da un folto pubblico che l’ha lungamente applaudito non appena l’opera è stata scoperta e, resa visibile, ha irradiato l’atmosfera di sprazzi luminosi.

Nato in Sicilia ad Aci Reale, l’artista ora vive in Monferrato dove, dopo anni trascorsi in importanti centri ottenendo successo internazionale, ha sentito la necessità di uscire dal clamore per dedicarsi alla meditazione e ad una continua sperimentazione senza distrazione.

E’ giunto in tal modo ad una assoluta perfezione grazie ad una indissolubile unione di idea e tecnica che non sempre si riscontra nell’arte contemporanea.

Giuliana Romano Bussola l’ha definito “Grande artista alla inesausta ricerca della Bellezza, pittore della armonia del cosmo infondendo nelle proprie opere un andamento musicale. Il suo singolare astrattismo è qualcosa di assolutamente nuovo, vero punto di riferimento che avvia a soluzioni mai viste. Non si fa emulo di Mondrian o Kandinskj ma crea uno stile che, attraverso linea, luce colore, suggerisce figurazioni che misteriosamente diventano forma  di mondi invisibili ma resi possibili sorgendo dalle proprie visioni interiori.”

Hanno concluso la serata, in modo entusiasmante, i due componenti di una prestigiosa formazione jazzistica americana Alessandro Fadini pianista e compositore monferrino vivente a New York e il sassofonista Josiah Boornaziane, improvvisando musicalmente le emozioni scaturite dalla visione del dipinto.

Elena Varaldo. L’artista fra poesia e comicità

Un’esigenza naturale quella di esprimere se stessi attraverso l’arte. La poesia, mezzo che per eccellenza conferisce voce ai sentimentitorna con tutta la sua potenza ad occupare la scena artistica mondiale evolvendosi ma traendo forza dalle radici del passato.

In un’epoca in cui tutto è molto diverso dai giorni de “Il cinque maggio” le rime oggi han ceduto il passo ad una poesia più prosaica e meno schematica.

Esempio di quest’evoluzione è la scrittrice Elena Varaldo, responsabile in Piemonte dell’associazione culturale Rinascimento Poetico fondata da Paolo Gambi. Un movimento che vede attivi moltissimi giovani impegnati nella divulgazione culturale in ogni comune italiano e non solo.

Con uno stile pungente e a tratti perforante, la poetica dell’autrice riesce a consegnare ai lettori emozioni comuni attraversoimmagini surreali.  

“Su un passaporto, per esempio, ci si può grigliare una bistecca”scrive l’autrice.

Versi lontani dai toni aulici della poesia classica di D’Annunzio e lontanissimi dal tumbrl dei social media dove vige il concetto – Deve star bene sulla maglietta-

La sua ultima pubblicazione “All’ordine del giorno” descriveuna riunione condominiale dove ogni inquilino è parte della medesima personalità.

 

 

In questo condominio non si è mai d’accordo su nulla.

la facciata da rifare

l’ascensore

i sentimenti che bramo

che uccido

che rifuggo

l’inquilino del quinto piano urla

l’altro brandisce cucchiai

l’altro minaccia di camparsi giù

 

Chi lancia frigoriferi

chi culla neonati

chi telefona alla polizia

e chi racconta

le indicibili complessità

di un domicilio interdipendente, sovraffollato.

il problematicissimo plurale

della parola

io

 

Tema centrale: il conflitto e l’ambivalenza, in una silloge che vuole riprodurre in versi il bello ma complicato rapporto con se stessi. Organizzato in capitoli giunge al termine con la domanda

“Siete ancora convinti di appartenere ad un nome soltanto?

 

 

Definita dai colleghi “Artista poliedricaElena Varaldo comica per vocazione, è fondatrice del progetto Verità Brutte. Nuova frontiera del giornalismo sul web il cui slogan recita “Giuro di dire la verità, nient’altro che la verità”. Con provocazioni, luoghi comuni, cenni storici e personaggi stereotipati conquista il cuore e il sorriso dei follower senza rinunciare a diffondere pillole dicultura.

Un progetto in ascesa nato su tiktok che non  risparmierà sorprese.

 

Noi dunque come Elena promettiamo di dire la verità, nient’altro che la verità: Un personaggio dissacrante che sa senza dubbiolasciare il segno.

 

Susanna: l’importanza di chiamarsi Agnelli

Torino e le sue donne

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce

Con la locuzione “sesso debole” si indica il genere femminile. Una differenza di genere quella insita nell’espressione “sesso debole” che presuppone la condizione subalterna della donna bisognosa della protezione del cosiddetto “sesso forte”, uno stereotipo che ne ha sancito l’esclusione sociale e culturale per secoli. Ma le donne hanno saputo via via conquistare importanti diritti, e farsi spazio in una società da sempre prepotentemente maschilista. A questa “categoria” appartengono  figure di rilievo come Giovanna D’arco, Elisabetta I d’Inghilterra, EmmelinePankhurst, colei  che ha combattuto la battaglia più dura in occidente per i diritti delle donne, Amelia Earhart, pioniera del volo e Valentina Tereskova, prima donna a viaggiare nello spazio. Anche Marie Curie, vincitrice del premio Nobel nel 1911 oltre che prima donna a insegnare alla Sorbona a Parigi, cade sotto tale definizione, così come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack. Rientrano nell’elenco anche Coco Chanel, l’orfana rivoluzionaria che ha stravolto il concetto di stile ed eleganza e Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, o ancora Patty Smith, indimenticabile cantante rock. Il repertorio è decisamente lungo e fitto di nomi di quel “sesso debole” che “non si è addomesticato”, per dirla alla Alda Merini. Donne che non si sono mai arrese, proprio come hanno fatto alcune iconiche figure cinematografiche quali Sarah Connor o Ellen Ripley o, se pensiamo alle più piccole, Mulan.  Coloro i quali sono soliti utilizzare tale perifrasi per intendere il “gentil sesso” sono invitati a cercare nel dizionario l’etimologia della parola “donna”: “domna”, forma sincopata dal latino “domina” = signora, padrona. Non c’è altro da aggiungere.  

.

3. Susanna: l’importanza di chiamarsi Agnelli

Difficile, se non impossibile, parlare di Torino e non della Fiat.  La vicenda della Fiat inizia l’11 luglio 1899, quando viene fondata la Società Anonima Fabbrica Italiana di Automobili-Torino su iniziativa del Cavalier Giovanni Agnelli. Passa davvero poco tempo e la ragione sociale diventa Fabbrica Italiana Automobili Torino, FIAT, (fortunato acronimo che in latino significa “che sia!”). Il primo stabilimento viene inaugurato nel 1900, nei primi anni la produzione è di poco più di venti automobili all’anno realizzate da circa una trentina di operai, nel 1903 arriva la quotazione in Borsa e inizia la grandezza della storia di una delle industrie più conosciute al mondo. Con il trascorrere del tempo la produzione aumenta, così come le esportazioni all’estero che arrivano fino in Australia e in America. Nel 1926 si avvia la costruzione della fabbrica del Lingotto e si fanno i primi passi verso la produzione di massa. Nel 1930 nasce la Littorina, la prima automotrice di tutto il mondo, nel 1937  viene inaugurato lo stabilimento Mirafiori. Nel 1943 Agnelli si ritira dall’azienda e suo nipote Gianni entra nel Consiglio di Amministrazione. Dopo la crisi della Seconda Guerra Mondiale il gruppo è protagonista del miracolo economico italiano con ben più di quattrocentomila macchine prodotte ogni anno. Nel 1955 viene lanciata la “600”, dopo due anni l’iconica “500”, a cui seguono la “850”, la “124” e la “128”. Negli anni Settanta la società viene convertita in “holding”. Il “boom economico” arriva negli anni Ottanta, segnato dalla mitica “Panda” e da altri successi come la “Uno” e la “Tipo”. Nel 1993 la FIAT accoglie il gruppo Maserati. Altri anni difficili arrivano con il Duemila, quando la crisi si fa sentire di nuovo dopo decenni. Viene avviata l’alleanza con la General Motors che però si conclude dopo poco, Con le morti di Gianni e di Umberto la situazione si complica ulteriormente. Il presidente diventa Luca Cordero di Montezemolo con Sergio Marchionne come Amministratore Delegato. È proprio quest’ultimo a seguire di persona l’accordo con Chrysler, (FCA, Fiat Chrysler Automobiles, nasce il 29 gennaio 2014). Lo stesso Montezemolo viene sostituito da John Elkann. Alla FIAT è legato un altro primato torinese, quello di Ernestina Prola, la prima donna patentata, nel 1907. La più grande industria d’automobili d’Italia segna il destino anche di un’altra donna, quello di Susanna, la quale da subito è conscia del fatto che non potrà mai trovarsi ai vertici della fabbrica del nonno. La chiave dell’esistenza di Susanna è anche legata all’affermazione che le rivolse l’austera istitutrice Miss Parker: “Non dimenticare di essere una Agnelli”, parole che le rammentano costantemente di far parte di una famiglia che decide le sorti di ogni suo componente, esattamente come una dinastia reale.  Susanna Agnelli nasce a Torino il 24 aprile del 1922, da Edoardo Agnelli e Virginia Bourbon del Monte. È la terza di sette figli; insieme ai fratelli Umberto e Gianni, Susanna è stata una esponente di spicco della famiglia torinese proprietaria della FIAT. A vent’anni, durante la Seconda Guerra Mondiale entra nella Croce Rossa per portare il suo aiuto sulle navi che trasportano soldati feriti. Alla fine della guerra sposa il Conte Urbano Rattazida cui avrà sei figli, l’amore però non dura e la coppia divorzia nel 1975 dopo aver vissuto per diverso tempo in Argentina. Dal 1974 al 1984 Susanna si dedica alla politica, diventando sindaco del comune di Monte Argentario (Grosseto). Nel 1976 viene eletta deputato e nel 1983 Senatore nelle liste del partito Repubblicano italiano. Durante la sua carriera politica parlamentare ha ricoperto la carriera di Sottosegretario agli Esteri dal 1983 al 1991 sotto varie Presidenze del Consiglio. Ricopre, inoltre, il ruolo di Ministro degli Esteri (prima e unica donna nella storia italiana ad accedere al Dicastero della Farnesina), durante il governo guidato da Lamberto Dini tra il 1995 1996. Susanna è già laureata in lettere ma nel 1984 riceve una seconda laurea honoris causa in Legge dalla Mount Holyoke University del Massachusetts USA. Nel 1979 viene eletta alle elezioni europee per le liste del PRI, in ambito comunitario è  membro della Commissione per le Relazioni Economiche Esterne. Aderisce al gruppo parlamentare liberal-democratico, rimanendo in carica fino all’ ottobre 1981. Negli anni Settanta è presidente del WWF, negli anni Ottanta è l’unico membro italiano all’ ONU della “Commissione Mondiale per l’ambiente e lo sviluppo” (rapporto Brundtland). Autrice di diversi libri come sc
rittrice e memorialista, tra le pubblicazioni particolarmente importante è la sua autobiografia intitolata “
Vestivamo alla marinara”, testo divenuto un best seller in Italia e all’estero. Il libro racconta della sua infanzia e della sua giovinezza, dalla nascita a Torino fino al matrimonio con Rattazzinel ’45, sono ventitré anni particolari, che coincidono con l’ascesa e la caduta di Mossolini. Cura l’edizione Cesare Garboni, che definisce il lavoro: “la storia di una ragazza e del suo nome”.  Per diversi anni Susanna continua a seguire una rubrica di posta intitolata “Risposte private” sul settimanale Oggi, ed è nominata Presidente del Comitato Direttivo di Telethon onlus sin dai primi anni Novanta, quando la maratona benefica è arrivata in Italia. Nel 1997 fa nascere la fondazione “Il Faro”, organizzazione che ha l’obbiettivo di insegnare un mestiere a giovani italiani e stranieri in difficoltà, consentendo loro di acquisire capacità professionali spendibili sul mercato. Susanna muore a Roma all’età di 87 anni, il 15 maggio 2009, all’ospedale Gemelli, dopo il ricovero per i postumi di un intervento traumatologico subito qualche settimana prima.  Di lei raccontano Thea Scognamiglio, sua nipote, Carlo Scognamiglio, presidente del Senato tra il 1994 e il 1996, Giorgio La Malfa, segretario del Partito Repubblicano dal 1987 al 2001, Ilaria Borletti Buitoni, sua amica dai tempi della prima campagna elettorale del 1976, già Sottosegretario al Ministero dei Beni Artistici e Culturali, Pasquale Terracciano, ambasciatore d’Italia per il Regno Unito, suo stretto collaboratore alla Farnesina, e molti altri. Di lei ha scritto il giornalista Enzo Biagi: “E’ una donna coraggiosa che ha soprattutto un merito, la sincerità”.

 

Alessia Cagnotto

La visione del futuro di Giulio Cesare Rattazzi

“La biografia di Rattazzi ci consegna il profilo di una personalità che ha saputo interpretare, con grande rigore intellettuale e passione civile, la dimensione etica della politica, servizio al bene comune e alla promozione della dignità e dei diritti delle persone”.

Le parole di Rosy Bindi, già ministra e presidente della Commissione parlamentare Antimafia, riassumono così la poliedrica figura di Giulio Cesare Rattazzi, intellettuale verbanese di nascita  e torinese d’azione, storico preside del prestigioso istituto Avogadro, proposta ai lettori nel libro “Giulio Cesare Rattazzi. Uomo e politico del nostro tempo”, curato da Tiziano Pera e recentemente pubblicato dalla casa editrice verbanese Tararà con l’introduzione dell’ex ministra della sanità. Poco più di duecento pagine ricche di testimonianze, foto, ricordi che raccontano a dieci anni dalla scomparsa la parabola politica di un uomo colto, arguto, ironico e dotato di uno stile e di una eleganza che sono sempre più merce rara in questi tempi. Giulio Cesare Rattazzi, “Gege” per gli amici, era nato a Verbania il 22 agosto del 1936 e per quasi mezzo secolo è stato uno dei protagonisti più vivaci e interessanti, dal punto di vista culturale, della scena non solo locale (fu più volte vicesindaco e assessore nella sua città, oltre che promotore e dirigente di importanti realtà intercomunali) ma anche piemontese e nazionale. Dagli anni ’60 ( dopo la laurea in fisica all’ateneo torinese) dove ricoprì l’incarico di dirigente nazionale dei giovani democristiani fino all’esperienza maturata negli anni ’70 con il Movimento Politico dei Lavoratori di Livio labor, dagli anni della sinistra indipendente e del rapporto dialettico con il Pci fino all’ approdo convinto e entusiasta nell’Ulivo di Romano Prodi e successivamente nel Partito Democratico, Rattazzi visse  con la politica un rapporto intenso e appassionato, intendendola come strumento di cambiamento, di miglioramento della vita delle persone. Una politica dove i valori, la tensione, la passione, l’ ispirazione  hanno saputo intrecciare la battaglia per un futuro migliore con la condivisione del dolore, delle ansie, dei problemi della vita di tutti i giorni. Nelle testimonianze raccolte da Tiziano Pera emerge il profilo di un uomo che incarnava la sua idea di militanza politica con l’attività di amministratore. A Verbania prima, a Torino poi, Rattazzi fu protagonista in tanti organismi dove lasciò il segno di un impegno fortemente sostenuto da una visione etica della politica. Per molti anni nel Consiglio di Amministrazione del CSI Piemonte in rappresentanza dei Comuni piemontesi mentre negli anni ’70 e ’80 fu Segretario Regionale e membro della Segreteria Nazionale della Lega per le Autonomie Locali, nonché nell’Anci e nel Consiglio dei Comuni d’Europa. A Torino, dove si era trasferito, venne eletto in Consiglio comunale come indipendente nell’Ulivo nel 2006, e riconfermato alle amministrative del 2011 nelle liste del Partito Democratico, diventando Vicepresidente dell’organismo che si riunisce in Sala Rossa. Si occupò anche di comunicazione e televisione dai tempi della nascita dell’emittente Tele Vco 2000, del circuito “Cinque stelle” (il consorzio costituito da 28 tv locali) e del “Terzo polo” come segretario nazionale dell’Associazionismo tra Tv locali e Vicepresidente di un Circuito televisivo nazionale, pubblicando con la prefazione di Leopoldo Elia il volume ”L’Antenna Negata” sulle anomale vicende dell’assetto televisivo italiano. Dal 2001 al 2006 ricoprì l’incarico di vicepresidente del Corecom, il Comitato regionale piemontese delle comunicazioni. L’attenzione ai media, all’associazionismo, all’importanza delle relazioni culturali è documentata in ogni pagina di questo ritratto senza mai incorrere nel rischio dell’agiografia. La scuola fu l’altra, grande passione di “Gege” Rattazzi. Dagli esordi all’istituto Cobianchi di Verbania all’Avogadro di Torino, da professore e dirigente scolastico contribuì alla costruzione di una scuola moderna e pronta a tradurre in progetti concreti le aspettative dei giovani. Per un lunghissimo arco temporale, dal 1979 al 2006, svolgendo l’incarico di preside dell’ istituto torinese di corso San Maurizio, una delle scuole più prestigiose e storiche di tutto il paese, introdusse tra i primi in Italia la specializzazione di informatica, il liceo scientifico tecnologico nei corsi diurni, il progetto Sirio nei corsi serali per studenti lavoratori, contribuendo alla nascita degli istituti tecnici di Mirafiori “Primo Levi” e “Enzo Ferrari”. Rattazzi era molto amato dagli studenti e da dirigente appassionato e lungimirante, seppe dare alla scuola un ruolo nell’evoluzione sociale ed economica del paese con lo scopo di farne un luogo di preparazione civile alle responsabilità della democrazia. Nel racconto della sua vita che compone l’ossatura di “Giulio Cesare Rattazzi. Uomo e politico del nostro tempo” sono moltissimi gli episodi, gli spunti di riflessione, le intuizioni che costituiscono una ricca eredità da raccogliere, testimoniando la modernità e l’attualità del lascito culturale di quest’uomo “brillante e operoso”.

Marco Travaglini