CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 487

“PhotoAnsa 2021” Un anno di eventi in mostra al Forte di Bard

Fino al 1° maggio

Bard (Aosta)

Tutto il 2021. Narrato in oltre cento scatti fotografici selezionati nella 17^ edizione del volume  “PHOTOANSA” che raccoglie le immagini più significative dell’anno da poco trascorso, realizzate dai fotografi della prima Agenzia di informazione multimediale in Italia e quinta per importanza al mondo.

Le immagini – in cui si cristallizzano momenti di gioia estrema alternati ad altri, ahinoi più numerosi, che raccontano di dolorose tragedie umane – sono visibili, fino al prossimo 1° maggio, al “Forte di Bard” (principale polo culturale della Valle d’Aosta) all’interno delle sale dell’“Opera Mortai” della fortezza. Dodici le sezioni, per altrettanti temi trattati. Non più solo pandemia, ma tanti fatti nazionali ed internazionali, dalla cronaca alla politica, dallo sport al costume. Anche se sulla pandemia non si poteva certo (e purtroppo) tacere. Ma pandemia raccontata, per il procedere dei fatti ad essa  legati, sotto una prospettiva diversa rispetto al 2020; a due anni di distanza dagli esordi del Covid 19, alle foto dei malati nei reparti di terapia intensiva si sono via via sostituite quelle delle file dei cittadini in attesa d’essere vaccinati, delle tante riaperture dei luoghi della cultura, del lavoro e del turismo, accanto a quelle di chi esibisce il “Green Pass” e, per contrasto, alle manifestazioni di piazza dei negazionisti.

Ma Il 2021 è stato anche l’anno del ritorno dei grandi avvenimenti internazionali, con la pioggia di missili su Gaza e Israele e la vittoria dei talebani coronata dall’assalto all’aeroporto di Kabul. Nello scatto di John Gresbee, si fissa con lucida accorata immediatezza il momento in cui i militari della “Coalizione Internazionale” aiutano un bambino ad entrare nell’area dell’aeroporto. Ancora una volta, guerra e bambini. La dolorosa, ignobile mortificazione dell’innocenza. Ci sono poi le immagini della politica nazionale: del governo a guida Mario Draghi e dei sindaci delle maggiori città italiane, la cui elezione è stata dimezzata da un astensionismo senza precedenti. A seguire: fra una sezione dedicata al grande caldo che ha caratterizzato l’inizio estate, con temperature vicine ai 50 gradi, e una allo sbarco su Marte del “Rover Perseverance”, ad essere protagoniste sono le vittorie nello sport (iconica la foto scattata dall’argentino Diego Azubel che documenta l’esultanza di Marcel Jacobs dopo la vittoria nei 100 metri a Tokyo) e nella musica.

Immagini che raccontano un’Italia diversa che vince grazie ai propri talenti: i trionfi degli atleti tricolore alle “Olimpiadi” e “Paralimpiadi” di Tokyo, la conquista del titolo di campioni d’Europa nel calcio, le vittorie europee del volley e del gruppo musicale dei “Maneskin” all’“Eurovision Song Contest”. Le immagini di giovani vincenti, di folle in delirio nelle piazze d’Italia, sono però offuscate da un altro triste primato che il “PHOTOANSA 2021” non poteva non registrare, quello dell’escalation della violenza contro le donne (giovani, anziane, madri di famiglia, studentesse o lavoratrici) che, giorno dopo giorno, va ad aggiornare le drammatiche statistiche sul femminicidio. Nella foto di Tino Romano, la manifestazione a Torino della rete nazionale “Non una  di meno” contro le violenze di genere. Mentre già è certo il tema chiave su cui andranno a incentrarsi i primi mesi del 2022: la straziante vicenda dell’Ucraina, chiusa nella morsa (crudele e ancora ad oggi incerta) di una guerra  “fratricida” voluta dalla “madre-matrigna” Russia.

 

Gianni Milani

 

“PhotoAnsa 2021”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II 85, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Fino al 1° maggio

Orari: dal mart. al ven. 10/18; sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto:

–         John Rigsbee: “Kabul, Afghanistan, 20 agosto”

–         Mahmud Hams: “Jabalia, Striscia di Gaza, 17 maggio”

–         Diego Azubel: “Tokyo, Giappone, 1 agosto”

–         Tino Romano: “Torino, Italia, 1 luglio”

Amedeo d’Aosta, un grande italiano del 900 nato a Torino

Di Pier Franco Quaglieni 

Amedeo di Savoia – Aosta, il terzo duca d’ Aosta, era nato a Torino nel 1898 a Palazzo Cisterna, la residenza torinese dei Duchi d’ Aosta, come Palazzo Chiablese fu la residenza dei Duchi di Genova.

Gli 80 anni dalla morte del Duca Amedeo d’Aosta in prigionia cadono in un momento particolare, quello in cui sta divampando una guerra che potrebbe degenerare in una terza guerra mondiale. E la figura del Duca è stata spesso strumentalizzata per le ragioni dinastiche meschine sollevate dopo la morte del re Umberto II da piccoli personaggi che volevano decidere loro la discendenza della più antica casa regnante d’ Europa.


Ma questo ultimo elemento appare del tutto secondario e persino risibile.  Lo storico, scrivendo di un personaggio vissuto nella prima metà del secolo scorso dovrebbe freddamente prescindere dal momento in cui vive e dalle vicende contingenti. Ma, come sosteneva Croce,  la storia è sempre storia contemporanea, un’affermazione che ha costantemente suscitato in me qualche perplessità perché ritengo che lo storico non debba mai lasciarsi condizionare dal presente che sta vivendo, ma debba cercare di capire il passato ancor prima di giudicarlo come diceva il grande Bloch.

Ma oggi sto vivendo per la prima volta nella mia vita, dopo due anni di pandemia, il pericolo reale di una possibile guerra nucleare che ci travolgerebbe tutti e non sarebbe neppure confrontabile con le prime due guerre mondiali che provocarono milioni di morti. E allora, se penso al Duca d’Aosta che poco più che quindicenne chiese di partecipare come volontario alla Grande Guerra, non posso non vedere la distanza abissale dal nostro modo di pensare, a meno di accomunarlo ai giovani ucraini partiti dall’Italia per arruolarsi in difesa della loro Patirà, un esempio anni -luce distante dal comune sentire dei giovani d’oggi.

Davvero i giovani d’oggi non capirebbero il Duca, ammesso che sappiano chi sia stato. Il Duca d’Aosta ha dedicato tutta la sua vita alla Patria, servendola in armi con una dignità e un rigore che fanno pensare ai cavalieri antichi.  Carlo Delcroix, che lo conobbe di persona, mi racconto’ di questo principe sabaudo coraggioso che amava sfidare il pericolo anche come intrepido aviatore (consegui’ il brevetto di volo a Torino, come mi ha ricordato il mio amico Marco Papa appassionato storico dell’Arma azzurra): e che sull’Amba Alagi resistette al nemico inglese con sovrumano eroismo ed ebbe l’onore delle armi, quando rimasto senza munizioni, fu costretto alla resa.

Mori’ a Nairobi il 3 marzo 1942 in prigionia insieme ai suoi soldati, devastato dalla malaria. Era figlio del comandante della III Armata nella prima guerra mondiale , quell’Emanuele Filiberto che venne considerato il Duca invitto. Mentre scrivo questi ricordi, penso all’accusa che potrebbe essermi rivolta di voler rievocare fatti bellici che dovrebbero suscitare solo orrore e non consentirci di definirli eroici. Ma se penso al Duca d’Aosta che aveva studiato non solo sui libri i problemi africani (si laureo’ alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo in diritto coloniale)e diede un volto umano al colonialismo italiano in Africa Orientale, non posso considerare la sua vita come una manifestazione di angusto nazionalismo legato al fascismo, ma di autentico e sincero amor di Patria, la pace e’ il valore supremo a cui ispirarci, ma a volte guerra e pace non sono così distanti,  a prescindere dal libro di Tolstoj, perché la storia dei popoli sono un misto di contrasti inestricabili e la guerra resta a volte l’ultima ratio quando le diplomazie sono fallite.

 

La vita del Duca d’Aosta fu esemplare perché ispirata a valori e doveri che senti ‘ connaturati al suo essere principe senza privilegi .Da giovane si fece assumere per un anno come manovale sotto falso nome nel Congo belga, per conoscere da vicino come sarebbe potuta essere la sua vita se non fosse stato un Savoia. Un esempio su cui occorre riflettere se vogliamo cercare di comprendere un personaggio che merita il rispetto e la gratitudine di tutti gli Italiani. Il Duca nel 1940 fu decisamente ostile all’ingresso in guerra dell’Italia voluto da Mussolini.Il suo parere venne ignorato e come soldato,dichiarata la guerra, fece il suo dovere fino in fondo,pagando di persona la guerra sciagurata voluta dal dittatore. Il poeta piemontese Nino Costa ,all’annuncio della sua morte , scrisse una poesia che è degna di essere letta . Costa, che era un uomo che sentiva profondamente il valore della pace e della fratellanza umana e cristiana e che ebbe un figlio caduto nella Resistenza,si sentì toccato profondamente dalla morte ad appena 44 anni di questo principe che visse il dovere di servire l’Italia con una passione civile e patriottica che è solo dei grandi spiriti.  Il suo medico personale che lo segui’ in prigionia e che gli fu vicino fino alla fine, Edoardo Borra, albese, ci ha lasciato una biografia del Duca da cui emerge la sua esemplare figura morale, senza mai scadere nell’agiografia,  Gianni Oliva, scrivendo un libro sui Duchi d’Aosta, ha dedicato la sua particolare attenzione ad Amedeo, andando oltre certe vulgate antifasciste faziose e storicamente inconsistenti.


È importante che sia proprio Oliva a ricordare a Torino a Palazzo Cisterna domani il Duca nella sede della Citta’ Metropolitana che conserva cimeli che lo riguardano e che verranno esposti in questo anniversario.

“Belfast”. Pagine convincenti e debolezze tra i ricordi del regista

Sugli schermi il film di Kenneth Branagh, con sette candidature agli Oscar

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

All’inizio le immagini di oggi a colori, poi è sufficiente che la macchina da presa scavalchi un muretto perché la strada del quartiere, dove vivono in amicizia cattolici (in minoranza) e protestanti e dove tutti si salutano e si sorridono, le facce che s’incrociano e gli abbracci, le madri che corrono a recuperare i figli che non hanno ancora voglia di rientrare, le urla e i giochi del piccolo Buddy, gli innocenti diverbi e le pacche sulle spalle, tutto affonda nel bianco e nero bellissimo, che ci riporta con più facilità a quella fine degli anni Sessanta, di Haris Zambarloukos. Sono le prime immagini di “Belfast” che Kenneth Branagh, sceneggiatore e regista, dedica alla propria infanzia (come il nostro Sorrentino con “È stata la mano di Dio”), al suo amore per la propria città (ma i confini per lui sono tra quelle case di operai che arrancano per arrivare a fine mese), ai genitori (una madre che combatte con le rate da pagare e che ogni mese gioisce se è riuscita a farsene fuori una, ed un padre che lavora lontano e che torna a casa ogni quindici giorni esatti), ai nonni (lei più ruvida, il vecchio nonno pieno d’affetto e malato, gran filosofo della vita, che guida il ragazzino nei suoi compiti di aritmetica, così che il nipotino possa eccellere in classe e guadagnare i primi banchi, vicino alla cattedra, soprattutto vicino alla compagna Catherine per cui già stravede: e qui, diciamolo subito, Judi Dench e Ciaràn Hinds sono le chicche del film, capaci di portarsi a casa ad occhi chiusi quegli Oscar quali migliori attrice e attore non protagonisti – vivaddio a Hollywood fanno ancora una distinzione! – cui sono candidati). Al suo amore per il cinema, via di fuga domenicale dalla tragedia che sta per sopraggiungere, gli occhi sgranati e le bocche spalancate verso lo schermo grande (o su quello ridotto della tivù), che scorrano le immagini di “Mezzogiorno di fuoco” o di “Citty cittty bang bang” o di Raquel Welch in bikini preistorico in “Un milione di anni fa” è la stessa cosa: e visto che Buddy è Branagh, un alter ego biondo e già maturo, quel bambino sa, dentro quella sala, cosa farà da grande.

Poi, il 15 agosto 1969, i “troubles” tra Cattolici e Protestanti riducono in cenere la convivenza tra le persone, improvvisamente. La famiglia di Buddy ne è coinvolta, loro sono protestanti ma non sicuramente accesi, le invasioni e i saccheggi (certo la tentazione c’è, il fustino di polvere per lavare fa gola anche a lui ma ci pensa sua madre a farglielo restituire) li lasciano al teppistello che, tra macchine bruciate e barricate a difendere l’entrata della strada, cerca di imporre a tutti la propria legge. Il mondo in un attimo è cambiato, magari si buttano in un angolo i giochi con l’obbligo di scendere in strada. Ahimè, è anche il mondo in cui il film presenta delle crepe, accusa il “non tutto è perfetto”, diventa a tratti retorico o troppo sentimentale o anche furbetto e “facile”. E ancora: si rivela un susseguirsi di episodi, di momenti, alcuni eccellenti nel grande valore delle immagini, nella ricercatezza che è propria del regista (lo notavamo anche nel recente “Assassinio sul Nilo”), altri di tono minore. Vuol dire troppo e fa vedere troppo, in una realtà che a volte non sai se intendere come tale o rivoltarla in gioco o immaginazione del piccolo protagonista: la scena in cui il padre, da sempre considerato un eroe, colpisce il cattivo di turno con un sasso e gli toglie la pistola di mano, è un momento francamente non del tutto apprezzabile o credibile. Come, per alcuni tratti, ne soffre lo sguardo del Buddy del più che volenteroso ma ancora inesperto Jude Hill, con i suoi stupori, le sue ansie, i suoi pianti, la sua allegria, il suo dire sì alla decisione dei genitori di lasciare Belfast, un ragazzino di oggi che s’impegna a “costruire” il Branagh ragazzino di nove anni di ieri mentre lo stesso Branagh avrebbe dovuto avere il coraggio di lasciarlo andare a briglia sciolta, recuperando con maggior sincerità, con più efficace naturalezza i tanti diversi sentimenti secondo la sua “inesperienza”.

Il film è dedicato a coloro che sono partiti e a quanti sono rimasti, anche a quelli che si sono persi lungo il percorso: Branagh è ormai un beniamino di Hollywood (e una macchina per far soldi) e il suo “Belfast” non rimarrà a mani vuote nella notte degli Oscar (sono sette le candidature, oltre a quelle a cui già abbiamo accennato, quelle per migliori film e regia, miglior sceneggiatura originale, miglior sonoro e migliore canzone, “Down to Joy” di Van Morrison, ma tutta la colonna sonora è godibilissima). Chissà con quanta nostalgia guarda oggi a quella strada, a quella nonna lasciata sulla porta di casa ancora a sentenziare, a quel nonno sepolto e festeggiato subito dopo, a quella biondina che aveva giurato di voler sposare? Chissà.

Rassegna mensile dei libri: febbraio

I tre libri più letti e discussi in questo mese di febbraio nel gruppo FB Un libro tira l’altro, ovvero il passaparola dei libri sono Violeta, il nuovo romanzo di Isabel Allende (Feltrinelli); Le Ossa Parlano, (Sellerio), nuova avventura investigativa di Rocco Schiavone creata dalla penna di Antonio Manzini  e al terzo posto troviamo La Canzone di Achille, di Madeline Miller (Feltrinelli), romanzo che, pur essendo molto presente nelle discussioni, non sembra convincere del tutto i nostri lettori.

Andar per libri

E’ in corso il tour promozionale del libro Streghe D’Italia (NPS, 2021) che vedrà l’editore e i vari autori in giro per la penisola. Tra le tappe previste, la presentazione al festival “Lucca Città di Carta”, il 24 aprile 2022. Inoltre mercoledì 2 marzo alle 18.30 gli autori dei racconti saranno ospiti della rassegna letteraria virtuale “Culturalmentre”, in diretta sulla pagina Facebook “Nati per scrivere”.

Sulla stessa pagina la presentazione in diretta del nuovo romanzo di Mirko Tondi Era L’11 Settembre, prevista per mercoledì 16 marzo, alle 18,30.

 

Focus on: NPS edizioni

E’ il marchio editoriale dell’associazione Nati Per Scrivere, impegnata nel promuovere la cultura del libro in Toscana e ovunque trovi attenzione al tema,  mira a valorizzare gli scrittori italiani tramite prodotti letterari curati e di qualità e questo mese è la protagonista del nostro speciale letterario, dedicato alle case editrici indipendenti.

NPS ha in scuderia autori come Elisa Cordovani e Alessandro Ricci, ha numerose collane editoriali, nelle quali si distinguono particolarmente quella dedicata alla narrativa fantastica e quella dedicata ai piccoli lettori, NPS cura la collana Gli Straordinari, (In collaborazione con l’associazione e magazine L’Ordinario) e la rassegna  Culturalmentre reperibile tutti i mercoledì alle 18.30, sulla pagina FB dell’associazione, oltre che occuparsi di laboratori di scrittura creativa, workshop e incontri su scrittura e editoria.

Venite a conoscere gli autori di NPS e le ultime novità pubblicate seguendo i nostri articoli, sulla pagine del sito novitainlibreria.it

 

Incontri con gli autori

Se volete conoscere nuovi autori, magari indipendenti, non perdetevi le interviste della redazione del sito Novità in libreria. It: questo mese conosciamo meglio  Patrizia Bove, napoletana, autrice di Dodici Note- Storie Di Donne E Musica” (Iod Edizioni, 2021);  Valentina Milazzo che nella sua auto-pubblicazione  I Promessi Sposi Ai Minimi Termini racconta il popolare romanzo di Alessandro Manzoni con linguaggio semplice, organizzato in periodi brevi ad alta leggibilità; Matteo Cortesi, l’esordiente autore di Quando Tutto Si Fa Ombra (auto-pubblicazione) un’antologia di racconti che mettono in evidenza quanto sia labile il confine tra le luci e le ombre delle nostre esistenze; Daniela Santini è l’esordiente scrittrice del romanzo Bignè E Tacchi A Spillo (Bookabook 2021),  che lei stessa ha definito “una lettura fresca e spensierata”;Alessandro Niccoli, avvocato e scrittore di San Miniato (Pi) che nel 2021 Nafis E I Corridoi Colorati,  un romanzo a carattere ambientalista interamente auto-prodotto e illustrato da Sara Panicci.

 

redazione@unlibrotiralaltroovveroilpassaparoladeilibri.it

“Il Tempo Sospeso” di Martellotta in onda su Grp televisione

Intervista all’autrice, domani, mercoledì 2/3/22 h. 18.45  su GRP TELEVISIONE e in replica giovedì 3/3/22 h. 13.45 su 114TV

“Il Tempo Sospeso”, edito da Gian Giacomo Della Porta Editore, accosta le riflessioni elaborate in questi due ultimi anni dalla giornalista Mara Martellotta (a destra nella foto) alle opere pittoriche dell’artista fiorentino Andrea Granchi, nato a Firenze nel ’47, già docente all’Accademia di Belle Arti di Firenze, vincitore del premio Stibbert per la pittura nel ‘71 e proveniente da una famiglia di antica tradizione artistica e nel campo del restauro.

La contemporaneità dei temi trattati, quali il cambiamento della società e dei rapporti interpersonali, la comparsa di nuove angosce e dubbi, hanno trovato un perfetto parallelismo sia nella scrittura dell’autrice, sia nella pittura di Andrea Granchi, indicando e tracciando una possibile via di ancoraggio e salvezza, in questo “tempo sospeso”, nell’arte.

“Gli scritti di Mara Martellotta – spiega il professor Pier Franco Quaglieni, che ha scritto la prefazione del libro  – ci rivelano che nel grande naufragio c’è gente che ha salvato la sua anima attraverso la cultura, l’arte e la fiducia in una vita animata da valori che sembrano appannati. Questi scritti sono destinati a testimoniare il coraggio e l’intelligenza di chi ha saputo passare attraverso il fuoco senza bruciarsi, come diceva il mio amico Mario Soldati”

Vivian Maier in mostra nelle Sale Chiablese

Nelle Sale Chiablese è stata allestita la mostra su una delle più celebri esponenti della street photography.

Il volto inedito di una delle fotografe più  interessanti del Novecento è approdato ai Musei  Reali di Torino, in una mostra che rimarrà  aperta fino al 26 giugno prossimo. Si tratta della tappa italiana di un’esposizione  che è  stata ospitata al Musee’ du Luxembourg a Parigi dal 15 settembre 2021 al 16 gennaio scorso. La mostra, già a partire dal titolo “Inedita”, narra gli aspetti poco noti o  sconosciuti della misteriosa vicenda umana e artistica  di Vivian Maier, approfondendone vari capitoli e proponendo anche lavori finora rimasti inediti, come quella serie di scatti realizzati durante il suo viaggio in Italia, a Torino e Genova, in particolare, nell’estate del ’59. Gli scatti proposti in mostra  sono 250 e un aspetto  certamente curioso riguarda il fatto che il corpus fotografico di Vivian Maier sia stato scoperto soltanto negli anni immediatamente antecedenti la morte, avvenuta nel 2009. La sua fama a livello internazionale prese avvio dal 2007. L’esposizione si sviluppa intorno ai temi ricorrenti nella produzione della fotografa americana, in particolare la strada e la vita che animavano  i quartieri popolari in Europa e negli Stati Uniti, documentando i cambiamenti sociali del suo tempo. Nata a New York nel 1926 e vissuta tra New York e Chicago, Vivian Maier lavorava come tata dedicandosi nel tempo libero alla fotografia, utilizzando anche filmati e audio-cassette per catturare frammenti della realtà. Caduta in povertà  alla fine degli anni Novanta, è  mancata nell’aprile del 2009 in una casa di cura. Il suo percorso artistico non è  riconducibile a una corrente artistica specifica; la Maier ritraeva, infatti, ciò  che le pareva degno di nota, sviluppando solo in parte i negativi, come se volesse custodire per sé  le immagini catturate con la sua Rolleiflex 6×6. I suoi scatti sono stati scoperti nel 2007  dal regista John Maloof, che li acquistò per caso in una casa d’Aste. Coinvolto dal lavoro della fotografa, decise di ricostruirne la vita, compiendo un’indagine sulla sua personalità  artistica, attraverso gli oggetti a lei appartenuti e condividendone la scoperta realizzando un film documentario dal titolo “Finding  Vivian Maier”. La fotografa è stata in grado di riprodurre la cronaca emotiva della realtà quotidiana, esprimendo attraverso le sue opere una profonda sensibilità  nei confronti delle sue origini europee, oggi a noi tanto più  care, unita al sentimento di libertà e di emancipazione tipicamente americane. I soggetti delle sue fotografie sono persone incontrate dall’artista nei quartieri più  degradati della città,  frammenti di una realtà che pulsa di vita, istanti che Vivian Maier  è stata capace di catturare nella loro semplice spontaneità. Molte delle sue fotografie testimoniano  i viaggi dell’artista per il mondo e il suo sguardo sempre curioso nei confronti della società contemporanea. Sono celebri i suoi autoritratti, in cui Vivian Maier  si ritrae su superfici riflettenti, vetrine di negozi o specchi, sempre con la macchina fotografica al collo, con quella sua straordinaria capacità  di entrare a far parte del “mondo di strada” che cattura con i suoi scatti.  A partire dagli anni Settanta, Vivian Maier  sarebbe passata alla fotografia a colori; i protagonisti delle sue opere furono sostituiti da un nuovo interesse per elementi più astratti, giornali, oggetti e graffiti. Alla fine degli anni Novanta l’artista fu costretta a relegare tutte le sue opere fotografiche in un magazzino, prima che queste venissero vendute all’asta. L’esposizione, ospitata nelle Sale Chiablese,  è curata da Anne Morin e organizzata da dicotomia photography, in collaborazione con i Musei Reali e la società  Ares di Torino, la John Maloof Collection di Chicago e la Howard Greenberg Gallery di New York. L’esposizione è  sostenuta  da Women in Motion, un programma di Kering, che si propone di evidenziare il ruolo delle donne nelle arti e nella cultura. La mostra è visitabile nella Sala Chiablese, in piazzetta Reale 1, fino al 26 giugno prossimo, con orario dalle 10 alle 18. Dal martedì  al venerdì  dalle 10 alle 19; sabato e domenica dalle 10 alle 21.

Mara Martellotta

Pannunzio Magazine

I concerti di primavera dell’Orchestra Polledro, diretta dal maestro Federico Bisio

In programma al teatro Vittoria, si richiamano alla dicitura di una sinfonia di Haydn “Tempora mutantur”

Proseguirà con tre concerti di primavera la stagione 2021/2022 dell’orchestra Polledro, con Federico Bisio sul podio quale direttore stabile, nella cornice torinese del Teatro Vittoria.
I concerti , in programma rispettivamente martedì 1 marzo  alle 21, martedì 5 aprile, sempre alle 21 e martedì 17 maggio alle 21, prendono il titolo dal brano sinfonico che verrà eseguito nell’ultimo degli appuntamenti, “Tempora mutantur”, la Sinfonia n. 64 in La maggiore di Joseph Haydn, composta tra il 1773 e il 1775, quasi al termine del periodo dello Sturm und Drang, durante il quale Haydn produsse i brani più significativi del suo repertorio.
Il primo concerto di primavera, in programma martedì 1 marzo al teatro Vittoria, alle 21, vedrà l’Orchestra Polledro, diretta dal direttore stabile Federico Bisio, con il violino solista Tommaso Belli, impegnata nell’esecuzione del Concerto per Violino e Orchestra in Re maggiore n. 4 Kv 218 di Wolfgang Amadeus Mozart e in quella della Sinfonia in La maggiore n. 29 KV 201. Il primo concerto si richiama alla matrice della scuola italiana cui Mozart aggiunse il suo inconfondibile estro melodico; pare, infatti, che egli si sia ispirato a un concerto di Boccherini scritto nella stessa tonalità, presumibilmente nel 1768, e da lui stesso apprezzato dopo averlo ascoltato in Italia. La Sinfonia n. 29 in La maggiore K 201, completata a Salisburgo nell’aprile del 1774, rappresenta una tra le più note sinfonie giovanili mozartiane. Questo brano, insieme alla Sinfonia in do maggiore K 200 e a quella in sol minore K 183, rappresenta una svolta nel processo di affrancamento dall’influenza dominante del gusto italiano, anche grazie ai contatti proficui che la capitale imperiale viennese sviluppò con le tendenze contemporanee più significative. Mozart in questa sinfonia sicuramente si ispirò a Haydn, al carattere dialettico del suo bitematismo e alla sua solida costruzione, proseguendo la ricerca verso nuovi riferimenti stilistici. I risultati espressivi vanno in direzione di una rielaborazione del modello originale e di un’impronta che rende Mozart piuttosto vicino alla nascente poetica dello Sturm und Drang.
Il secondo concerto primaverile dell’orchestra, in programma martedì 5 aprile alle 21, per la direzione del maestro Federico Bisio e Carlo Romano quale primo oboe, sarà incentrato sull’esecuzione della Serenata in Si bemolle maggiore KV 361 di Mozart, detta “Gran partita”. Si tratta di una composizione considerata, per la sua scrittura innovativa, “un vero monumento della musica per strumenti a fiato”. Non si conosce esattamente quando Mozart compose questa serenata e una datazione certa di quest’opera rivestirebbe certamente una grande importanza, in quanto consentirebbe di chiarire alcuni particolari della stessa biografia mozartiana. Nel catalogo mozartiano, tuttavia, la “Gran Partita” occupa una posizione di particolare rilievo per la grandiosità della sua struttura formale, che conta sette movimenti, per la genialità dell’invenzione melodica e armonica e per l’originalità dell’organico strumentale. Mozart, al tradizionale complesso di due oboi, due clarinetti, due fagotti e due corni, aggiunse una seconda coppia di corni, il contrabbasso e due corni di bassetto, che qui fanno la loro prima comparsa nella sua opera, per poi riapparire nel primo atto del Ratto del Serraglio. Di rara bellezza è il terzo tempo di questa Serenata, l’Adagio, una pagina notturna e appassionata, contraddistinta da un canto di grande dolcezza e melanconia, introdotto da una coppia di corni.
Il terzo concerto, in programma martedì 17 maggio prossimo, alle 21 sempre al teatro Vittoria, e diretto dal maestro Federico Bisio, si articolerà in tre diversi ascolti. Di Joseph Myslivecek verrà eseguita la Sinfonia in Sol maggiore ED. 10:G10; di Luigi Boccherini la Sinfonia in re minore Op. 12 n. 4 G 506 intitolata “La casa del diavolo” e di Franz Joseph Haydn la Sinfonia in La maggiore n. 64 Hob I :64, dal titolo “ Tempora mutantur”.
Myslivecek è stato un compositore ceco, attivo in particolar modo in Italia, dedito soprattutto alla lirica e rimasto sempre fedele alle convenzioni dell’opera seria italiana. Come compositore spazio’ anche al di fuori dell’ambito lirico, componendo molteplici sinfonie, concerti, trii, quartetti, quintetto, ottetti, sonate per violino e musica per tastiera.
La Sinfonia in Re minore opera 12 n. 4 (G 506), detta “La casa del diavolo”, fu composta da Luigi Boccherini nel 1771 mentre il musicista era al servizio dell’Infante Don Luis di Spagna. Nel manoscritto è riportato, per quanto riguarda l’ultimo movimento, che “Chaconne rappresenta l’inferno ed è stato fatto a imitazione di quello di Mr Gluck nel Convitato di Pietra”.
Infine la Sinfonia n. 64 in La maggiore, nota anche come “Tempora mutantur”, di Franz Joseph Haydn, è stata composta tra il 1773 e il 1775, al termine di quel periodo dello Sturm und Drang durante il quale lo stesso Haydn compose i brani tra i più importanti del suo repertorio. Il soprannome “Tempora mutantur” è stato dato dallo stesso compositore. Si tratta di una dicitura che egli appose sulle partiture orchestrali preparate per la prima esecuzione di questa sinfonia al Castello Esterhazy. Questa dicitura proviene dalla popolare raccolta di Epigrammi di John Owen, pubblicata nel 1615.
La strumentazione prevede due oboi, due corni e archi. I movimenti della sinfonia sono quattro, coerentemente con i canoni della sinfonia del Classicismo.
Biglietti in prevendita presso www.ticket.it e la sera stessa del concerto presso il Teatro Vittoria, in via Gramsci 4, a Torino, a partire dalle ore 20.
Ente organizzatore Orchestra da Camera Giovanni Polledro

Mara Martellotta

La memoria di Sarajevo trent’anni dopo la guerra sull’uscio di casa

Oggi, in un’epoca segnata da tantissimi problemi e dalla lunga pandemia, mentre infuria la guerra in Ucraina, alle porte dell’Europa, con la capitale Kiev martellata dall’aviazione e dalle artiglierie russe, è difficile non pensare a cosa accadde trent’anni fa dall’altra parte dell’Adriatico, alle porte di casa.

Il 22 febbraio del 1992 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con la risoluzione 743, istituiva una forza di 14mila caschi blu provenienti da 31 Paesi, denominata United Nations Protection Force (Unprofor), con quartier generale Sarajevo e funzione di controllo delle zone demilitarizzate delle regioni serbe della Croazia: Krajina, Slavonia orientale e occidentale. Le condizioni di base per l’invio e l’operatività del contingente, come ha ricordato nei giorni scorsi lo scrittore e giornalista Luca Leone, uno dei più attenti conoscitori delle vicende balcaniche, “erano tre:il consenso delle parti; l’instaurazione di una tregua; l’uso delle armi limitato all’auto-difesa”. I soldati Onu andarono nei Balcani per proteggere i convogli umanitari e presidiare le aree contese tra le parti in conflitto. L’obiettivo doveva sostanziarsi nel creare le condizioni di pace e sicurezza necessarie per raggiungere una soluzione complessiva della crisi jugoslava. Nel mezzo della terra degli slavi del sud, dove s’incontrano l’Oriente e l’Occidente, le cose andarono diversamente, anche per l’indolenza, l’incertezza e persino la complicità di chi pensava fossero solo delle beghe locali e occorresse lavarsene le mani. Tutto precipitò in un’escalation che portò alla guerra con tutto il suo carico di orrori e tragedie. Fu la prima guerra in Europa dal 1945 e l’assedio di Sarajevo fu il più lungo della storia moderna: dal 5 aprile del 1992 al 29 febbraio del 1996. Quando tacquero le armi, venne la “terribile pace”, quella degli accordi di Dayton. Trent’anni dopo si allungano ancora le ombre della guerra in Europa con la crisi e l’invasione della Russia di Putin in Ucraina. Anche nel cuore dei Balcani le tensioni non sembrano mai sopite a causa della lunga e terribile scia di problemi che il conflitto si è trascinato dietro. Una guerra che rappresentò l’evento più cruento del lungo processo disgregativo che pose fine alla Jugoslavia. Trent’anni fa tornavano nel cuore dell’Europa, a poche centinaia di chilometri da casa nostra, i campi di concentramento, gli assedi alle città, il genocidio e i profughi. Sono passati sei lustri dagli anni più bui della “decade malefica” delle guerre che hanno insanguinato quella parte d’Europa a est del mar Adriatico.  La situazione si è solo complicata e i fili spezzati dalla guerra alla metà degli anni Novanta si sono solo riannodati malamente, senza risolvere i problemi di fondo. Anzi, ora la crisi è più dura, i rancori crescono e quel fuoco che non si è mai spento continua a covare sotto la cenere. Nella Repubblica Srpska, dopo aver più volte negato il genocidio avvenuto a Srebrenica, continua ad agitarsi lo spettro del separatismo e l’idea del ricongiungimento con la Serbia. Il negazionismo presenta il suo volto più scuro, qualificandosi come prassi e punta più avanzata di quel nazionalismo estremo che ha prodotto violenze, drammi e lutti. La crisi si è mangiata le vite di molti e ipoteca il futuro, soprattutto dei giovani. Persino la grande ondata di profughi sulla rotta balcanica passa da lì. Sono donne, bambini, uomini dalle “vite senza sponda”, quelle dei migranti che cercano rifugio in Europa, in fuga da bombardamenti e carestie, da cambi di regime, guerre e povertà, violenze tribali. La maggior parte di loro viene da Siria, Marocco, Algeria, Afganistan, Iran e Pakistan. A bloccarli in veri e propri lager a cielo aperto dove sono costretti sono stati i muri, i fili spinati, le ostilità e i rigurgiti di razzismo che hanno solo reso il loro viaggio più arduo, pericoloso,spesso impossibile. Lo si è detto più volte, ma vale la pena ripeterlo: le guerre nell’ex Jugoslavia non parlavano del loro passato nei Balcani, ma del futuro di noi tutti in Europa. Abdulah Sidran, drammaturgo e poeta sarajevese, in un’intervista rilasciata a Trieste nel gennaio del 1996, alla domanda “Che cosa succederà oggi in Bosnia?”, rispondeva: “Adesso a Sarajevo abbiamo la pace. Non abbiamo ancora la libertà, ma proveremo a conquistarla. Per la giustizia invece non nutro molte speranze. Da parte mia mi sforzerò d’essere leale. L’impegno è quello di lavorare per l’estensione della democrazia. Per fortuna anche in questi anni abbiamo salvato il nostro spirito di tolleranza”. A chi gli chiedeva dell’odio, affermava che “l’odio è un prodotto della politica, non appartiene alla gente comune. Neppure per un istante ho pensato che non avrei abbracciato il mio amico serbo che vive qui a Trieste”. Tre anni prima, nel luglio del 1993, in una Sarajevo stretta nella morsa dell’assedio, mandò a tutti un messaggio accorato: “Noi siamo Europa più di Madrid, Parigi e Londra. Qui c’è la culla della civiltà europea. Qui c’è Roma e la Grecia”. E aggiungeva: “Tenetevi forte, resistete, noi siamo con voi perché il fatto che l’Europa guardi e taccia è un crimine mostruoso nei confronti del nostro popolo, ma è anche un crac morale dell’Europa. Niente di buono può aspettarsi una simile Europa. Una simile Europa non ha destino futuro. E per quanto riguarda la morale e la democrazia noi non abbiamo da imparare nulla. L’Europa può venire qui a imparare qualcosa. Noi in qualche modo sopravviveremo. Cosa sarà invece dell’Europa, Dio solo lo sa!”. Una critica amara e severa, formulata da chi pensava al suo Paese come a un ponte fondamentale per l’intera Europa, capace di unire Occidente a Oriente. La critica di un uomo che si sentiva cittadino europeo malgrado l’Europa e che immaginava l’Europa come lo scrittore Ivo Andrić e il mostarino Predrag Matvejević, uno dei più lucidi e acuti intellettuali:“Con Roma e con Bisanzio, senza perdere di vista neppure l’Islam”. Erano consapevoli che il nazionalismo spinto oltre ogni limite produce solo danni irreparabili, conflitti, tragedie. Oggi, trent’anni dopo, c’è questa consapevolezza a ovest e a est di Sarajevo? In questi anni è scivolato via anche  il centenario della prima guerra mondiale che ebbe il suo tragico incipit proprio nella capitale di una terra dove le moschee convivono con i boschi di latifoglie e di conifere e i palazzi barocchi e liberty si perdono negli antichi mercati ottomani o alle soglie degli hammam; dove il canto del muezzin e il suono delle campane delle chiese ancora oggi, e nonostante tutto, trovano faticosamente il modo di convivere. Guardando con occhi critici al Novecento non si può evitare di considerare come il secolo scorso iniziò con l’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914 e terminò con le guerre balcaniche degli anni ’90. Come per tutti i conflitti, al netto dei fiumi di parole, restano i cimiteri, le tombe, i drammi umani, i contorni della tragedia. Solo che in Bosnia quella memoria è del tutto contemporanea e non cancella il ricordo di uccisioni, saccheggi, violenze, torture, sequestri, detenzione illegale e sterminio. Matvejević scrisse parole amare e sagge: “I tragici fatti dei Balcani continuano, non si esauriscono nel ricordo, come avviene per altri. Chi li ha vissuti, chi ne è stato vittima, non li dimentica facilmente. Chi per tanto tempo è stato immerso in essi non può cancellarli dalla memoria”. Soprattutto in un Paese che vive tempi difficili, stretto tra crisi economica, corruzione politica e incertezze istituzionali figlie del trattato di Dayton. La storia recente della Bosnia è segnata dal fallimento dell’Occidente e dell’Europa. I tentativi più o meno goffi di rimozione nascono anche dalla fatica di ammettere le responsabilità e l’indifferenza di allora nei confronti di un massacro costruito in laboratorio e sdoganato all’opinione pubblica come conflitto di civiltà, scontro tribale o generica barbarie. Ripetere quell’errore oggi e voltare la testa per non vedere sarebbe ben più che diabolico.

Marco Travaglini

I Pinguini Tattici Nucleari per la prima volta sul palco di Collisioni

Domenica 10 Luglio ad Alba.

FEAT. LA RAPPRESENTANTE DI LISTA

NELL’UNICA TAPPA PIEMONTESE DOPO IL SUCCESSO DI SANREMO

 Dopo il sold out in 20 minuti di Blanco, finalmente annunciati gli headliner della domenica di Collisioni: saranno i Pinguini Tattici Nucleari, reduci dal successo di Sanremo 2020 con Ringo Starr, e autori di pezzi diventati classici come Scrivile ScemoPastello Bianco e Ridere a salire per la prima volta sul palco di Collisioni.

DOVE ERAVAMO RIMASTI TOUR sintetizza tutta la voglia della band di andare avanti e ricominciare a vivere, lasciandosi alle spalle questi due anni di stop ai grandi eventi, una parentesi rubata da cancellare e dimenticare per ripartire -appunto- da dove si era rimasti. Se è vero che i PINGUINI TATTICI NUCLEARI non si sono mai fermati, con un’autentica collezione di Dischi d’Oro, di Platino, Doppio e Triplo Platino ad accompagnare il loro incredibile successo, è altrettanto vero che DOVE ERAVAMO RIMASTI TOUR è il modo più bello per tornare ai concerti all’aria aperta ed estendere l’abbraccio ai fan che non hanno mai smesso di sostenerli.

Ad aprire il concerto sul palco di Collisioni, avremo il piacere di ascoltare La Rappresentante di Listanell’unica tappa piemontese del suo MY MAMMA – CIAO CIAO EDITION dopo il successo a Sanremo con la canzone che già si annuncia un tormentone estivo. Un successo su tutti i livelli, con numeri in crescita sui social media, sin dall’inizio della settimana sanremese: i follower su Instagram sono più che raddoppiati, quelli su Tik Tok arrivati a 50mila, con più di 6 milioni di visualizzazioni, il brano è stato utilizzato in oltre 50mila video, rendendo “CIAO CIAO” il terzo brano sanremese più utilizzato sulla piattaforma.

Il festival è reso possibile dal sostegno di Comune di AlbaBanca D’AlbaRegione PiemonteEgeaConfederazione Italiana Agricoltori CuneoLatterie InalpiDistillerie Berta.

I biglietti per il concerto dei Pinguini Tattici Nucleari saranno disponibili in prevendita a partire dalle ore 14 di lunedì 28 Febbraio sui circuiti di Ticketone.itTicketmaster.it, e Ciaotickets.com

Pippo Pollina, canzoni e convegni. La mafia a 30 anni dalle stragi

Pippo Pollina in Italia.
“Canzoni segrete tour 2022” e Convegni sulla mafia a 30 anni dalle stragiLunedì 28 febbraio, ore 17.30
Convegno La mafia a 30 anni dalle stragi. Le verità nascoste e quelle rivelate.
Aula Magna G.Agnelli Politecnico di Torino
Prenotazioni canzonisegretetour@gmail.com
Informazioni 349/3855347

MARTEDÌ 1 MARZO ORE 21.30
Ingresso Intero 30 € | Ridotto Under 30 15 € | Live Streaming 6 €
PIPPO POLLINA & PALERMO ACOUSTIC QUINTET
Canzoni segrete
PRIMA DATA ITALIANA

Gli anni 1992 e 1993 rimarranno indelebili nella memoria degli italiani per le stragi di mafia che insanguinarono il paese, da Palermo a Milano, da Roma a Firenze. Il tentativo di destabilizzare l’assetto istituzionale fu compiuto con spettacolari attentati che misero alle corde lo stato. Morirono i giudici antimafia Falcone e Borsellino e quasi tutti gli agenti delle loro scorte. E anche casuali cittadini che si trovarono nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma c’è di più. La strategia del ricatto a cui Cosa Nostra aveva affidato le sue sorti future, prevedeva anche un attacco al patrimonio artistico della nazione. Colpendo non solo i protagonisti dell’antimafia. A distanza di trent’anni troppe domande sono ancora senza risposta e gli inquirenti faticano a trovare il bandolo della matassa, soprattutto quando la ricostruzione si addentra fra gli oscuri rapporti che la criminalità, il terrorismo stragista e parte delle istituzioni italiane hanno intessuto nel corso di decenni di vita repubblicana.

Il convegno del 28 febbraio a Torino, è il primo di una serie di appuntamenti che si terranno dal 28/2 al 6/3 in varie città italiane, intitolati La mafia a 30 anni dalle stragi. Le verità nascoste e quelle rivelate. Appuntamenti nati dall’idea del cantautore Pippo Pollina di abbinare lo spettacolo del suo nuovo album “Canzoni segrete” ad un convegno su queste tematiche, anche come occasione per rilanciare il ruolo dell’arte in quanto strumento di denuncia e di approfondimento.

Pippo Pollina, classe 1963, cantautore palermitano, ha vissuto di persona la stagione del primo grande movimento antimafia, nato nei primi anni ottanta quando Cosa nostra insanguinava le strade del capoluogo siciliano. Da sempre sensibile ai temi della criminalità organizzata e a tutto ciò che la concerne, è uno dei pochi artisti che ha portato questi argomenti al centro della sua attività musicale, dedicando celebri canzoni ad alcuni grandi interpreti della lotta antimafia, da Don Pino Puglisi a Paolo Borsellino e Peppino Impastato …. Ed ora Margherita Asta, a cui è dedicata la canzone del nuovo album “Pizzolungo”.

Il convegno a Torino si terrà presso l’Aula Magna del Politecnico torinese ed è realizzato in collaborazione con Libera Piemonte, Movimento Agende Rosse, Acli Torino e con il contributo dello stesso Politecnico.

Ne discuteranno in aula ospiti autorevoli di grande competenza in materia, introdotti dal saluto del Magnifico Rettore Prof. Guido Saracco e del Sindaco di Torino Stefano Lo Russo. Sarà moderatore dell’incontro Andrea Giambartolomei, giornalista de Lavialibera.
Mentre i relatori che interverranno insieme a Pippo Pollina, ideatore del progetto, saranno (in ordine alfabetico):
Margherita Asta referente del settore « Memoria » di Libera per l’ area Centro-nord
Giancarlo Caselli ex-magistrato, Presidente onorario di Libera
Maria Josè Fava referente di Libera Piemonte
Leoluca Orlando Sindaco di Palermo

Partecipazione straordinaria in videoconferenza
Salvatore Borsellino, fondatore Movimento Agende Rosse
Mario Vaudano, ex-magistrato

Intervento di Paola Caccia, figlia di Bruno Caccia, magistrato ucciso dalle mafie
Saluti di Raffaella Dispenza, Presidente ACLI Città Metropolitana di Torino

Il giorno seguente, martedì 1 marzo, allo storico Folkclub in Via Perrone 3/bis, Pippo Pollina terrà il suo concerto Canzoni Segrete, per presentare il suo ultimo album appena uscito per Jazzhaus e Storie di Note. Un album che, attraverso i suoi brani, racconta le riflessioni di un poeta, stati d’animo – a volte anche molto intimi –  messi in versi e melodie, dove il cantautore continua a narrare in musica sogni, speranze, delusioni, attraverso 14 brani che mostrano un artista maturo, nel bel mezzo di una ricerca personale e che continua ad affrontare nuove sfide.
Nell’ambito del concerto, oltre alle canzoni inedite del nuovo album, saranno proposte anche alcune fra le più significative del vastissimo canzoniere di Pippo Pollina, da sempre attento alle tematiche sociali, di libertà, contro le guerre, le dittature, le mafie….
A confermare questo suo impegno sempre vivo e rinnovato, tra le canzoni del nuovo album c’è anche “Pizzolungo”, dedicata a Margherita Asta.
Questa coraggiosa donna siciliana, che perse la mamma e due fratellini nel terribile attentato di mafia contro il giudice Carlo Palermo nel 1985, è da molti anni impegnata nella lotta per la legalità ed interverrà sul palco in tutti i concerti in Italia, prima della canzone a lei dedicata.

Ad accompagnare Pollina in questo concerto è un’eccellente formazione interamente italiana, il Palermo Acoustic Quintet.
Pippo Pollina, voce piano e chitarra
Fabrizio Giambanco, batteria
Mario Rivera, basso
Gianvito Di Maio, tastiere
Roberto Petroli, sax e clarinetto
Edoardo Musumeci, chitarra

Aprirà il concerto Giorgia Zangrossi, appassionata cantautrice torinese. Presenterà alcuni brani del suo nuovo e secondo album “Sono”, in uscita il 25/2/2022 per Storiedinote FR, un’opera ricca di contenuti umani e sociali.

Pippo Pollina Bio
Pippo Pollina nasce a Palermo nel 1963 da una famiglia borghese di origini contadine. Cresce e studia nel capoluogo siciliano frequentando negli anni ‘80 la facoltà di giurisprudenza e l’accademia Amici della Musica con studi di chitarra classica. Impegnato nell’allora nascente movimento antimafia, collabora al mensile catanese I siciliani fino all’assassinio mafioso del suo storico direttore, Giuseppe Fava.
Insieme ad altri musicisti palermitani fonda il gruppo Agricantus, con il quale lavora fino alla fine del 1985, in sei anni di intensa attività concertistica in Italia e all’estero e seminaristica nelle scuole medie e superiori della Sicilia. Pollina lascia l’Italia alla fine del 1985 per intraprendere un viaggio senza una meta precisa e dopo 3 anni in giro per il mondo approda in Svizzera, nella città di Zurigo, dove da allora vive con sua moglie Cristina e i suoi figli Julian e Madlaina.
Un canzoniere di circa 200 brani incisi nel solco di 24 album; oltre 4.000 concerti in Italia, Germania, Austria, Francia, Svizzera, Olanda, Svezia, Belgio, Egitto e U.S.A; innumerevoli collaborazioni artistiche fra cui notevoli quelle con Franco Battiato, Georges Moustaki, Inti-Illimani, Konstantin Wecker, Linard Bardill, Nada, Schmidbauer & Kälberer, Charlie Mariano, Patent Ochsner e Giorgio Conte; sono dati che fanno di Pollina un artista di grandissima caratura in perenne movimento creativo.
Svariati premi della critica in rinomate rassegne musicali sia in Italia che all’estero lo indicano come uno dei depositari della tradizione della grande canzone d’autore italiana.

 

Informazioni e prenotazioni
www.folkclub.it+39 011 19215162folkclub@folkclub.it