CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 36

“Sfavola. La non favola dei tre non supereroi”, il nuovo spettacolo di Onda Larsen

Sabato 15 e domenica 16 novembre alle 16 allo Spazio Kairos

Debutto nazionale sabato 15 e domenica 16 alle 16 per “Sfavola – La non favola dei tre non supereroi”, il nuovo spettacolo di Onda Larsen. La compagnia torinese, questa volta, mette in scena un testo, scritto da Lia Tomatis, per bambini dai 5 anni in avanti: firma la regia Paolo Carenzo, sul palco c’è la formazione al completo con Gianluca Guastella, Lia Tomatis e Riccardo De Leo.

Si tratta di uno spettacolo nella cifra di Onda Larsen: per tutte le età, con ironia e profondità, racconta il viaggio di una Fata, un Mago e un Principe verso la riscoperta di sé come “condividui”, superando la solitudine dell’eroe malinconico per abbracciare la forza della comunità.

Lo spettacolo

“Nessuno si salva da solo” – monito e pungolo che risuona ovunque dalla notte dei tempi tanto da sembrare incontestabile, quasi banale. E, si dice, quando tutti l’avranno capito ci sarà la salvezza. Eppure una voce contraria si alza da quella stessa notte dei tempi: “Sarà Uno che salverà tutti!”.  E, si  sostiene, che sia divino o superumano, è l’Uno che va cercato, perché è l’Uno che indicherà, condurrà sulla strada della salvezza.

Due visioni di mondo, due rappresentazioni di umanità messe da sempre a confronto che, ben lungi dall’essere soluzione, sono esse stesse il germe del conflitto. La terza voce sale dalle scoperte biologiche degli ultimi decenni e dalla moderna antropologia: “Nessuno è da solo”. Il verbo essere va qui inteso come esistere, realizzarsi, vivere.  Tecnicamente si usa il termine “condividuo”, per superare l’idea erronea dell’individuo a sé stante che può vivere/essere/svilupparsi da solo indipendentemente dal mondo. L’interdipendenza così evidente e ormai accettata dai più in campo biologico stenta, a volte, a prendere piede nelle scienze umane. Eppure è proprio qui il qualificante salto concettuale da “ognuno è e può dare il proprio contributo” a “ognuno è Uno solo in quanto persona”.

Il termine Persona implica l’essere fascio di relazioni con i simili e l’ambiente vicino e lontano, è costruzione ed evoluzione continua del sé.  Questa visione di mondo e di umanità, che si potrebbe anche riassumere con il motto della Gestalt: “Il tutto è più della somma delle parti”, è – se non vera in assoluto – sicuramente utile per trovare soluzioni efficaci ai problemi.

Questo è il percorso teorico e pratico che compiono Smemorina (la fata), Merlino (il mago) e Azzurro (il principe) che da super-eroi del passato, in piena crisi d’identità e in bolletta, nel tentativo di adattarsi ai moderni modelli di super eroi, infine si  riconoscono – felicemente – semplici condividui, comprendendo che convivere significa creare comunità, cioè collaborare e condividere. Azzurro abbandonerà la torre in cui si era volontariamente recluso non sentendosi adeguato e all’altezza del mondo fuori (proprio come troppi giovani oggi); Smemorina si spoglierà dei panni e dei ruoli fissi che le sono stati cuciti addosso per sostituirli con quelli che sente più adatti a sé; Merlino, alla ricorsa affannata – ma pasticciata e inconcludente – dell’intelligenza artificiale, affronterà il nuovo con più spirito critico e, essendo questa una “Sfavola”, il lieto fine ci sarà ma di fatto sarà un lieto inizio.

Sfavola non è solo uno spettacolo “per bambini”, ma per “condividui” di qualsiasi età, con un linguaggio comprensibile e coinvolgente per i più piccoli, ma costruito in modo da avere livelli di fruizione per permettere a tutti  di riflettere su questi temi. Quello che è certo è che  bambini “sentono” di essere condividui forse ancora più profondamente degli adulti, perché sperimentano quotidianamente il valore della socialità, hanno esperienza dell’impossibilità della vita stessa senza il rapporto con il mondo circostante.  Loro lo sanno che ci sono i Merlino, gli Azzurro e le Smemorina che a volte hanno paura, che si sentono soli, incompresi, svalutati, dimenticati e, per questo, sanno capire molto bene che ognuno va valorizzato per ciò che è e può diventare in relazione e all’interno del mondo circostante.

I personaggi dello spettacolo sono Una Fata, Un Mago e un Principe azzurro, personaggi iconici estremamente riconoscibili, provenienti dalle favole del passato, ma inseriti in un contesto che rompe con gli schemi delle favole classiche. I personaggi, infatti, hanno una loro profondità psicologica, paure, desideri e “fanno i conti” con le nuove mode e i nuovi schemi narrativi: i bambini si appassionano ormai a eroi e personaggi fantastici diversi, gli stessi modelli di cui sono portatori sono superati. Insomma: i nostri protagonisti non c’è più lavoro nelle nuove storie che vengono raccontate.  Per una serie di eventi i tre personaggi si ritrovano bloccati nella torre in cui il Principe vive ormai da tempo immemore segregato e in solitudine: devono capire come uscirne, ma soprattutto devono capire, una volta usciti, cosa fare delle loro vite. Tra un goffo tentativo di fuga e un altro rifletteranno sul loro posto/ruolo nel mondo e sull’irrealistico e anacronistico progetto di essere un eroe: “Uno Solo che salva tutti è impossibile”– dice il Principe – “tempo fa ne ho parlato anche con Superman, anche lui dice che sono tutti matti!”. Una delle peggiori minacce di oggi è la solitudine che il concetto stesso di “individuo” porta con sé, e da quella non ci si salva da soli, né tantomeno grazie ad un solo eroe.

Da Spazio Kairos, lo spettacolo è sempre anticipato da merenda, alle 16, offerta alle famiglie.
Biglietto unico 9 euro. Pacchetto famiglia (acquisto di minimo di 4 biglietti per lo stesso evento): 28 euro.   

Prato Nevoso accende l’inverno con l’Open Season più lungo di sempre

Sabato 6 e domenica 7 dicembre grandi show musicali, sci e divertimento a sostegno della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro e dell’Istituto di Candiolo IRCCS. Tra gli ospiti Fred De Palma.

Prato Nevoso si appresta a inaugurare ufficialmente la stagione invernale 2025/2026 con l’Open Season, il grande show che quest’anno si rinnova e si allunga, rendendo l’intero weekend del 6 e 7 dicembre una imperdibile “due giorni” sulla neve, che unisce musica, sci, spettacolo e solidarietà. Si comincerà alle 10 di sabato 6 dicembre con l’Open Season Village, una giornata di festa a Prato Nevoso Village, ricca di soprese anche per i più piccoli, che si concluderà sul palco centrale allestito in Conca. A seguire, dalle 18, a Stalle Lunghe, andrà in scena un imperdibile dj set, mentre alle 20 tornerà l’iniziativa benefica “Un notturno per Candiolo”. L’intero ricavato della vendita di Ski Pass per lo sci notturno sarà devoluto alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro. Il tutto, a l’ardire dalle 21, sarà accompagnato dallo show musicale “Prato Nevoso in Wonderland”, animato da Alo Vox.

Domenica 7 dicembre Prato Nevoso vivrà una notte unica, e mai vista prima, impreziosita dalla presenza di Sarah Castellana, giornalista di Sky Sport e TV8, aperta dalle note del dj set con Alo Vox. Successivamente sarà la volta di Fred De Palma, rapper che ha collezionato oltre trenta dischi di platino, e protagonista di una carriera costellata di successi e collaborazioni internazionali. Tra i suoi brani più celebri figurano “Una volta ancora”, “Extasy” e “D’estate non vale”. La festa proseguirà quindi con il dj set di Albert Marzinotto. L’ingresso all’evento del 7 dicembre, per ragioni di sicurezza e ordine pubblico, sarà a numero chiuso, fino a esaurimento posti. I biglietti sono in vendita sul sito di Ticketone, al costo di 10 euro. Una cifra simbolica, capace però di tramutarsi in concreta speranza. L’incasso sarà infatti devoluto alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, confermando la solita “charity partnership”, che lega Prato Nevoso a un’iniziativa dall’importante valore sociale, che mira a sostenere l’attività di cura e ricerca dell’Istituto di Candiolo.

“L’Open Season è un’occasione per dimostrare che anche la passione per la montagna può trasformarsi in solidarietà – afferma Alberto Oliva, amministratore di Prato Nevoso Spa – con soli 10 euro si può assistere a una serata straordinaria e contribuire a una causa per chi lotta quotidianamente contro il cancro. È un gesto minimo, ma dal valore enorme. Bastano pochi euro per fare la differenza”.

Peraltro l’Open Season rappresenta da sempre il semaforo verde per la stagione sciistica a Prato Nevoso, tuttavia laddove nelle settimane antecedenti si manifestassero condizioni meteorologiche favorevoli, l’apertura sarà anticipata. Ogni informazione sarà diffusa mediante i canali social di Prato Nevoso Ski (Instagram, Facebook, Tik Tok) e il sito www.pratonevoso.com.

Mara Martellotta

Lingotto Musica: Pierre-Laurent Aimard sostituisce Maria Joào Pires

La pianista Maria Joào Pires annuncia il ritiro dalle scene. Il maestro Pierre-Laurent Aimard la sostituirà nel concerto di Lingotto Musica del 27 gennaio 2026 con la Camerata Salzburg diretta dal suo violino concertatore Giovanni Guzzo. Il programma prevede l’esecuzione dell’Ouverture da L’anima del filosofo di Haydn. A seguire il Concerto n. 27 per pianoforte e Orchestra e i Minuetti KV 599 n. 1,2,5 e 6 di Mozart. In chiusura al posto della sinfonia n. 5 di Schubert, verrà eseguito sempre di Mozart il concerto per pianoforte e orchestra n. 17. I biglietti e gli abbonamenti già acquistati mantengono la loro validità.

Pier Luigi Fuggetta

“Ritorno a casa”, non sembra nemmeno Pinter, piuttosto una farsaccia

Sino al 16 novembre al Carignano, per la stagione dello Stabile torinese

È con fatica che si tenta di far propria quelle due parole, “recitazione trattenuta”, che sono citate nel foglio di sala, posto in bella vista a spiegare l’”Homecoming” pinteriano messo in scena e interpretato da Massimo Popolizio per il Teatro di Roma con la collaborazione e l’aiuto di altri lodevoli enti e compagnie teatrali. Difficile da mandar giù e digerire quel che – pur ancorato (con qualche digressione) al testo originale – vediamo svolgersi sulla scena, nell’ambientazione rosso fuoco di Maurizio Balò, un grande spazio – definito, nel suddetto mezzo, “claustrofobico” – che si vorrebbe d’accoglienza, una grande specchiera e il ritratto di Sua Maestà ai lati, sedie disseminate – di grande richiamo quella del padrone di casa in primo piano – e tavolo sul fondo, un frigo e una radio, una ampia scala che sale al piano alto. È l’apparizione notturna a Teddy e Ruth, professore di filosofia lui in qualche università d’America, affezionato e remissivo, lei bionda, abiti aderenti, un passato di modella – o qualcosa che gli somiglia -, sposati da sei anni, tre figli lasciati a casa, viaggio europeo e tappa a Venezia e poi un salto da papà Max, ex macellaio volgare e autoritario, e fratelli (Lenny incallito erotomane e magari ruffiano, e Joey, aspirante pugile), e zio Sam assai portato per le arti culinarie – la congrega tutta al maschile, tasso di libertà e linguaggio scurrile e ars amatoria e testosterone alle stelle, sistema patriarcale incluso e sbandierato, che abita lì – per far conoscere la sposina di cui nessuno è a conoscenza. Sorpresa sorpresa! e accoglienza che non ha proprio le radici nel bon ton, ai maschi non pare vero d’avere d’ora in poi una femmina a “pieno” servizio, lavaggio stiraggio e tutto il resto compreso: con il doppio panorama del finale, la dipartita di Teddy che accetta la situazione e la mutazione assoluta di Ruth, non più fragile e pronta a dire sì ma la donna manager che tutto dispone, di piena autorità, provocante, letteralmente spiazzante nel suo completo afferrare le redini, sino a farsi estremamente disponibile, oltre le mura domestiche (potrà mantenersi da sola e porterà a casa anche qualche sterlina), ed eccellente ballerina di lap dance.

Deve aver scombussolato mica male gli animi e gli stomaci degli impettiti inglese il trentacinquenne Harold Pinter quando nel giugno del ’65 all’Aldwych Theatre presentò “Il ritorno a casa”, l’ultima delle sue “commedie della minaccia”, riversandovi battute secche e silenzi che dicono più delle parole, la crudeltà che serpeggia tra i personaggi e la voglia di primeggiare, anche con la violenza, l’uno sull’altro, non ultimo il padre, le rivalità che deflagrano, il vivere quotidiano che si fa lotta, inquietudini, rozzezza, voglia di emergere all’unico scopo di annientare gli altri. Ma quei silenzi non paiono interessare granché a Popolizio (altresì diversamente giovane in quel giubbino giallo occhiali e cappellino, gigione di prim’ordine, confezionatore di definizioni spicce per chi gli sta accanto – “frocio” per il fratello – o gli è stato – “puttana” per la moglie), lui ci gioca per riempirli di grandi movimenti, di quelli che alleggeriscono quando dovrebbero scendere più in profondità, cadendo nel grottesco e nel volgare, nel gratuito soprattutto, nell’assolutamente fuoviante (il fine è l’acchiappapubblico?): lavorando soprattutto sul Lenny di Christian La Rosa, bravissimo per carità, che si dimena, che sale e scende da quella dormeuse rossa e sbrindellata, che usa la voce alterandola e alternandola a falsetti e smorfie e sberleffi, quasi un Jim Carrey piombato dalla old London sul palcoscenico del Carignano, che sbatte in faccia allo spettatore la sua zazzera giallognola, ma Pinter non ci risulta questo, portato sulla strada della farsa (sospiri e gridolini a gogò disseminati per la scena), dove l’umorismo nero prende la faccia della risata grassa. Deborda Popolizio, anche la sopraffazione che circola tra gli umani e attraverso le stanze della casa non si fa commedia nera ma risata inconcludente. Ha lavorato anche sulla Ruth di Giorgia Solari, senza obbligarla a uscire da certe linee d’obbligo, il personaggio cresce con senno a poco a poco lungo l’intero arco dei 100 minuti, dalla semplice ragazza della porta (americana) accanto per farsi oggetto sessuale che sa come far girare il mondo.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Claudia Pajewski alcuni momenti dello spettacolo.

“Domani il sole sorgerà comunque”

Con una mostra dedicata al giovane pittore ligure Gioele Sasha Staltari, la biellese Galleria d’Arte “BI-BOx Art Space” festeggia i suoi 14 anni di attività

Dal 15 novembre 2025 al 31 gennaio 2026

Biella

Il titolo è un invito speranzoso all’attesa di giorni migliori che comunque arriveranno. Ma sottende anche e rinvia a spazi di dolore e di più o meno pesante malinconia che, comunque, la vita riserva, di quando in quando, a tutti noi. Del resto, in un’intervista di qualche anno fa, ad ammetterlo era proprio lo stesso pittore: “L’emozione – sue parole – che credo di poter nominare maggiormente mentre lavoro è il dolore: la pittura per me è quell’arma con cui tirar fuori dal mio corpo tutte quelle emozioni negative che tento di inglobare dentro di me … Ogni volta che dipingo mi libero, tiro fuori ogni sofferenza … Dipingere è il mio modo per mostrare il mio lato più debole”. A parlare è Gioele Sasha Staltari, savonese (classe 2002), oggi residente fra Torino e Celle Ligure, studi all’“Accademia di Belle Arti di Brera” (dove si diploma, con lode e menzione, nel 2024) e formazione alla “Scuola di Grafica d’Arte” all’“Accademia Albertina” di Torino. Giovanissimo, ancora fresco di studi, ma già in grado di esprimere doti tecniche e narrative di singolare portata espressiva, a lui, da venerdì 15 novembre a sabato 31 gennaio 2026, la “BI-BOx Art Space” di Biella dedica una personale, “racconto intimo, che attraversa la fragilità e la speranza”, per festeggiare i 14 anni di attività della  Galleria, trascorsi sempre nel segno della curiosità e della scoperta del “contemporaneo”.

Curata da Irene Finiguerra, l’esposizione presenta poche ma suggestive opere, 14 in tutto (tante quanti gli anni della Galleria), dove il giovane Staltari dà prova di un eclettismo tecnico e di una capacità inventiva davvero sorprendenti, sia per quanto riguarda il materiale compositivo da lui prescelto che spazia dall’arte grafica al pastello al carboncino all’olio al mordente e al … caffè (sic!), sia per quanto concerne i supporti materici che vanno dalla tela alla ceramica all’argilla fino ad ampi … lenzuoli di recupero. Il tutto, attraverso una preferenziale scelta cromatica sulla “scala dei grigi”, più o meno accesi più o meno intrappolati in griglie chiaroscurali, dov’è spesso il giallo – un giallo fin troppo pacato – ad aprire spiragli di luce appena appena accennati. Quelle che Staltari ci invita a riconoscere anche nell’inquietudine prevalente dell’ombra. “Ancora un passo” nasce, in tal senso, una sua opera progettata su lenzuolo; “Ancora un passo” per toccare con mano quella luce di una buia stanza con un misero tavolo e una sedia che pare stare in piedi per miracolo, quasi cella carceraria separata dal mondo da quelle vecchie grate che chiudono la finestra al mondo esterno. Alla vita e alla voglia di vivere. Pochi metri, però, “ancora un passo” e la salvezza è vicina. “Staltari – si legge in nota – invita lo spettatore a rallentare, a riconoscere la luce che sopravvive anche nell’ombra … ‘Domani il sole sorgerà comunque’ è quindi più di un titolo: è una ‘dichiarazione poetica’, un invito a credere nella continuità del tempo e nella forza della luce che ritorna. Nel bianco e nero delle sue opere si percepisce una tensione sottile tra perdita e rinascita, tra silenzio e presenza. Il nero non è segno di tristezza, ma spazio dell’invisibile, grembo che accoglie e protegge; il bianco, suo contrappunto, è la soglia della rinascita, la promessa del giorno che verrà”.

In tal senso, il giovane pittore ci invita anche a riflettere sulle parole idealmente espresse da uno scrittore certamente a lui caro, il grande eternamente langarolo Cesare Pavese, che ne “Il mestiere di vivere” e in altre indimenticate pagine voleva ricordarci quanto “Ciò che è stato, non è mai perduto, se lo si conserva nel cuore”. Ecco allora quel garbato piacevolissimo “Memoria” – carboncino, mordente, pastello e olio su tela del 2025 – in cui Staltari, dalla grafia di un quasi “nulla”, fa emergere la sagoma seduta di un vecchina che ha perso il conto del tempo, ma che pare sorridere al faticoso continuo sopraggiungere di remoti pensieri che per lei sono oggi “vita” e quotidiana serenità. “Come Pavese, anche Staltari riconosce nella memoria un luogo vivo, non un archivio di nostalgia ma una sorgente da cui ripartire. Le sue opere abitano quella soglia fragile in cui il passato non è peso ma radice, sostegno silenzioso da cui può rinascere un domani. Domani il sole sorgerà comunque’ è dunque più di un titolo: è un approdo, una presa di coscienza. Nasce da un periodo di crisi personale, ma si trasforma in una dichiarazione universale di speranza”.

Gianni Milani

“Domani il sole sorgerà comunque”

BI-BOx Art Space, via Italia 38, Biella: tel. 349/7252121 o www.bi-boxartspace.com

Dal 15 novembre al 31 gennaio 2026

Orari: giov. e ven. 15/19,30; sab. 10/12,30 e 15/19,30

Nelle foto: Gioele Sasha Staltari “Ancora un passo”, china carboncino argilla, tempera caffè pastello e olio su lenzuolo; “Chiamate (distanze)”; “Memoria”

L’Orchestra Filarmonica di Torino accende i riflettori su Officina

Il 14 novembre prossimo la rassegna di musica da camera “Officina”, nel corso della quale giovani musicisti di talento animano il palco di Cascina Roccafranca, prevede un nuovo concerto. L’Orchestra Filarmonica di Torino accende i riflettori su “Officina”, che rappresenta uno degli orizzonti più dinamici e sperimentali del suo percorso artistico. Nata come naturale del progetto OFT Lab, “Officina” si propone oggi non più come semplice laboratorio, ma come una sorta di crocevia creativo, in cui la musica diventa terreno di scambio tra generazioni, stili, repertori e linguaggi. In questo spazio, in continua trasformazione, giovani interpreti e compositori si incontrano per dar vita a otto appuntamenti che, da ottobre a dicembre, il venerdì, alternando concerti pomeridiani e serali, animeranno il palcoscenico di Cascina Roccafranca, in via Rubino 45, la casa del quartiere di Mirafiori Nord che ospita l’iniziativa. Il programma di “Officina” intreccia classico, contemporaneo e jazz, con un’attenzione particolare alla nuova musica. Ogni concerto include una prima assoluta, commissionata a otto compositori emergenti provenienti dal Conservatorio Giovan Battista Martini di Bologna. Il 14 novembre sarà protagonista, in collaborazione con il Conservatorio Verdi di Torino, il quartetto Ipazia, composto da Mei Harabe e Samuele Leo ai violini, Fiamma Kamenchtchik alla viola e Elena Cavecchi al violoncello. I giovani musicisti proporranno il Quartetto op.18 n.1 in fa maggiore di Beethoven, il Quartetto in mi minore per archi di Giuseppe Verdi e il brano “Washi no yaiba”, di William Succi, classe 1995, in prima esecuzione assoluta.

“’Washi no yaiba’, che si traduce come ‘lame di carta’, è un brano per quartetto d’archi ispirato alla leggerezza del Washi, la tradizionale carta giapponese – ha dichiarato William Succi – qui immaginata come una lama sottile e affilata. La scrittura agile è tagliente degli archi richiama il gesto rapido e controllato del taglio, intrecciandosi con sonorità e armonie della musica giapponese contemporanea”.

L’appuntamento successivo sarà il 21 novembre alle ore 21, con il violino di Giulia Dainese e il pianoforte di Giorgia De Lorenzi, che proporranno brani di Beethoven, Amy Beach e la nuova pagina di Filippo Paris.

Biglietti: ingresso unico 5 euro – acquistabili presso la biglietteria dell’OFT, in via XX Settembre 58, Torino – oppure via mail a biglietteria@oft.it – 011 533387

Mara Martellotta

OFF Topic, “La più grande tragedia dell’umanità”

Per Iperspazi, la stagione 2025-2026 di Fertili Terreni Teatro , presso Off Topic, mercoledì 19 e giovedi 20 novembre alle ore 21 andrà in scena “La più grande tragedia dell’umanità”, uno spettacolo produzione Malmadur e Evoè! Teatro con i performer David Angeli e Theresa Maria Schlichtherle. Si tratta di un gioco di ruolo teatrale, adatto ad un pubblico di età superiore ai 14 anni, o, se si preferisce chiamato a decidere ed indirizzare il corso del racconto, “La più grande tragedia dell’umanità”,  presenta un meccanismo tanto spiazzante quanto in apparenza articolato , un impianto performativo in cui il pubblico è chiamato a dover scegliere tra due tragedie. Quella che viene votata come più grande rimane in gioco, per poi confrontarsi subito dopo con una nuova tragedia, mentre l’altra viene scartata.
Si tratta di una struttura ad eliminazione diretta, come si direbbe nel gergo sportivo , dove per alcune votazioni possono avere diritto di voto solo gli spettatori che hanno  vissuto la tragedia esaminata, per altre possono averlo solo gli spettatori  che non l’hanno vissuta, per altre ancora solo un numero  limitato di presenti.
Le tragedie oggetto di analisi e votazione verteranno su vari casi, dalla perdita di un cellulare a un amore tradito, da un parente malato a un’epidemia, passando per un genocidio come per l’esplosione del sole, ovvero la morte di un uomo solo in un paese di provincia, e molto altro ancora.
Il progetto originario ruota intorno a due temi principali, la spettacolarizzazione del dolore che viviamo quotidianamente su media e social network e la rappresentabilità del tragico.
Le tragedie da votare sono di volta in volta  portate in scena attraverso linguaggi espressivi, dalla recitazione alla musica, dalle immagini video ai documenti storici. Il numero complessivo delle stesse, sia che interessino  eventi storici o piccoli fatti privati, grandi personaggi o gente sconosciuta, sarà sconosciuto agli spettatori. A seconda del momento saranno presentate in un ordine stabilito o estratte a sorte. Il comune denominatore è sempre il diretto coinvolgimento con il pubblico, il mostrare il legame più stretto tra media e dolore, tra il fatto e i filtri attraverso cui siamo abituati a guardarlo. ”La più grande tragedia dell’umanità” rappresenta un impianto in continua evoluzione, work in  progress teatrale pronto a mutare a seconda del luogo in cui viene messo in scena e del tempo che vivono gli spettatori. Essa ri-crea e ri-scrive la realtà attraverso concetti universali  come la tragedia e il dolore, ammettendo di uscire sconfitto  da un eventuale confronto con la società che spettacolarizza il dolore. All’interno di un meccanismo-gioco l’obiettivo finale è  quello di turbare le coscienze, elencando le tragedie del quotidiano, mettendolo l’una con l’altra in competizione fra loro, tra serio e faceto, azzardando l’impossibile paragone tra dolori.
Il biglietto unico intero ha il costo di 13 euro se acquistato online, di 15 euro in cassa la sera dell’evento.
Resta la possibilità di lasciare il biglietto sospeso , tramite donazione online o con satispay, e di entrare gratuitamente per alcuni under 35 grazie ai biglietti messi a disposizione attraverso la collaborazione di Torino Giovani.
I biglietti si possono acquistare online sul sito www.fertiliterreniteatro.com

Mara Martellotta

Musical a Corte a Stupinigi: Wicked Musical

La storia delle streghe di Oz rappresenta un trionfo di Broadway, con musiche e liriche di valore straordinario del veterano Stephen Schwartz, capaci di mescolare il pop contemporaneo alla teatralità classica.

Domenica 16 novembre alle ore 19 si terrà un musical a corte alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, dal titolo Wicked Musical , basato sul romanzo di Gregory Maguire  che racconta gli eventi precedenti al classico “Il Mago di Oz”.
Brani iconici come Defying Gravity, con le sue potenti note acute che sfidano la gravità, proprio come il personaggio di Elphaba, e Popular, sciocca e ironica, riflettono perfettamente le personalità contrastanti delle protagoniste. Altri brani memorabili includono l’intenso duetto “For Good” e la complessa No Good Deed, che mostrano la profondità emotiva e la versatilità  vocale richieste dalle interpreti. La musica di Wiched non è solo un  accompagnamento della storia, ma un elemento narrativo essenziale capace di guidare lo spettatore attraverso la trasformazione dei personaggi, creando momenti di intensa drammaticità combinati a sequenze più  leggere e dando vita a un’esperienza teatrale e cinematografica indimenticabile.

Musical a Corte

Salone d’Onore della Palazzina di Caccia di Stupinigi

Nichelino (Torino)

Wicked Musical

Info 0116279789

biglietteria@teatrosuperga.it

Mara Martellotta

“Riccardo Ghilardi. Piano sequenza la Mole” alle Gallerie d’Italia

Intesa Sanpaolo apre al pubblico alle Gallerie d’Italia  di Torino dal 12 novembre al 1 marzo 2026 la mostra curata da Domenico De Gaetano  e intitolata “ Riccardo Ghilardi. Piano sequenza la Mole”

Realizzata dalla Banca insieme al Museo Nazionale del Cinema, uno dei più importanti al mondo per la molteplicità delle sue attività  e la ricchezza del suo patrimonio e lo spettacolare allestimento all’interno della Mole Antonelliana, l’esposizione vuole celebrare  i 25 anni del Museo Nazionale del Cinema e il connubio tra la magia del cinema e quella dell’architettura.
Nasce così il racconto fotografico creato da Riccardo Ghilardi e dal curatore Domenico De Gaetano, un racconto che, come un  lungo piano sequenza, racconta il cinema e la sua storia dall’origine ai giorni nostri, la Mole e le collezioni del Museo, coinvolgendo le maggiori personalità del cinema nazionale e internazionale.
Attori e registi hanno interpretato in chiave personale l’allestimento scenografico del Museo, compresi gli spazi non visibili al pubblico o quelli difficili, come l’esterno della grande cupola. Così  la Mole Antonelliana è stata trasformata in un grandioso set, un luogo dove il sogno può diventare realtà,  proprio come avviene nel cinema. Tanti gli artisti fotografati da Ghilardi, tra i quali figurano Mathieu Almaric, Artem, Bérénice Bejo, Monica Bellucci, Barbara Bourchet, Tim Burton, Matilda De Angelis, Tonino De Bernardi, Willem Defoe, Silvia d’Amico, Rupert Everett, Isabella Ferrari, Alessandro Gassmann, Giancarlo Giannini, Peter Greenway, Ron Howard, Luca Marinelli, Giovanna Mezzogiorno, Zoe Saldana, Greta Scarano, Martin Scorsese, Katia Smutniak, Kevin Spacey, Sharon Stone  e Carlo Verdone.
L’esposizione presenta 42 opere fotografiche realizzate da Riccardo Ghilardi. In sedici di queste sarà possibile accedere tramite Qr Code e l’App delle Gallerie d’Italia a contenuti multimediali esclusivi, clip di backstage dello scatto e dichiarazioni degli artisti coinvolti nel progetto.
Nelle didascalie tecniche di ogni opera sono indicati i materiali originali del patrimonio museale utilizzati durante la realizzazione delle fotografie, fatto che sottolinea il profondo legame tra il progetto artistico e le collezioni del Museo Nazionale del Cinema.

Molteplici sono i livelli di lettura delle fotografie poiché ogni protagonista ha vissuto l’avventura a proprio modo e ogni fotografia racchiude una storia diversa. Alcuni sono colti in momenti di vita quotidiana, come se la Mole fosse la loro abitazione, mentre sorseggiano un tè in vestaglia,  altri hanno voluto interpretare i sogni proibiti ballando sulla cupola, molti altri hanno curiosato tra le collezioni del Museo, leggendo sceneggiature o giocando con le lanterne magiche,  altri si sono concentrati sugli allestimenti del museo. Alcune fotografie sono chiari riferimenti a capolavori della storia del cinema, quali Mary Poppins, Roma Città Aperta, Arancia Meccanica e Scarpette Rosse, molte sembrano provenire da film ancora da girare. L’effetto finale è  quello di trovarsi di fronte a tanti fotogrammi di un unico film dedicato al cinema, a Torino, alla Mole Antonelliana.
Particolare rilievo è dato alla partecipazione di Giovanna Mezzogiorno che nel progetto veste i panni di Maria Adriana Prolo, fondatrice del Museo Nazionale del Cinema e presta la sua voce e la sua presenza come narratrice del documentario di backstage che sarà proiettato all’interno della mostra.
Un volume raccoglie l’intero progetto fotografico e narrativo, si intitola “Il Tempio del Cinema”, edito da Allemandi ed è curato da Carlo Chatrian, direttore del Museo Nazionale del Cinema, in occasione del venticinquesimo anniversario del Museo alla Mole Antonelliana,  una sorta di cerniera che unisce le due sezioni connesse e speculari che la compongono, la Mole Antonelliana e il Museo con le sue collezioni e la città che lo ospita.
Per tutto il periodo della mostra i visitatori potranno usufruire di una scontistica reciproca sui biglietti d’ingresso al Museo Nazionale del Cinema e alle Gallerie d’Italia. Con il biglietto del Museo Nazionale del Cinema si ha diritto al biglietto gratuito alla mostra alle Gallerie d’Italia, viceversa con il biglietto delle Gallerie d’Italia di Torino si ha diritto al biglietto ridotto al Museo Nazionale del Cinema.

Riccardo Ghilardi , nato a Roma nel 1971, ha partecipato a Roma alla mostra collettiva internazionale FotoLeggendo, presentando “Pensieri nel silenzio”, un reportage fotografico sulle esperienze di una squadra operativa dei vigili del fuoco nella quale lui stesso aveva prestato servizio per diversi anni. Il lavoro artistico del fotografo si estende al mondo del cinema a partire dal 2008 e, in occasione della III edizione della Festa Internazionale del Film di Roma, tenutasi all’Auditorium Parco della Musica di Roma, presenta “Lo sguardo non mente. Tutta la verità in 1/125 di secondo attraverso gli occhi del cinema italiano”. Ha partecipato anche alla Biennale del Cinema di Venezia, a Ca Zanardi, quale evento ufficiale della 68esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia.

Mara Martellotta

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