CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 26

Pagine di Omero che guardano al mondo di oggi

Sugli schermi “Itaca – Il ritorno” di Ubaldo Pasolini

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Un film che è la prova provata di quanto faccia bene di tanto in tanto la rilettura dei classici e di come quella classicità, guardata con occhi moderni e con quella quotidianità di stragi e sangue che vediamo e leggiamo, sia in grado di insegnarci ancora molto. Chi vedrà “Itaca – Il ritorno”, che Uberto Pasolini ha scritto e diretto con indubbia padronanza di dialoghi e d’immagini e di spirito – e scritto con l’aiuto di Edward Bond, scomparso lo scorso anno, già sceneggiatore di “Blow up” e teatrale autore di quei “War Plays” che acutamente Luca Ronconi mise in scena a Torino nel 2006, in tempo di Olimpiadi – dovrà inevitabilmente guardare alle pagine di Omero ma tenere ben sorvegliato quanto in filigrana passi dalle parole del protagonista e di chi gli sta intorno, dalla crudeltà e dal sangue che abbondante, nelle acque come mescolato e intriso nella terra della “petrosa” isola, dalla infelicità che può coabitare con quello stesso ritorno a casa, la sepoltura di ogni valore morale, la tristezza che può generare il ricordo della guerra, l’incapacità di riportare i propri uomini alle famiglie, il riandare con il ricordo ad una moglie e un figlio abbandonati. Chi vedrà “Itaca” dovrà anche cancellare gli esempi di Kirk Douglas e del televisivo Bekim Fehmiu per guardare all’Odisseo di Fiennes ombroso e piagato e battuto e stanco, non più campione d’astuzia capace di trascinare un cavallo di legno dentro le mura di Troia, modernamente riflessivo e piegato sul panorama di distruzione e di solitudine che si è lasciato alle spalle.

A Pasolini – mentre noi aspettiamo che Christopher Nolan ci dia nel prossimo futuro il suo Odisseo che già immaginiamo in tutt’altra grandezza – non interessano i tanti episodi che hanno cavalcato il “nostos” del protagonista, Polifemo e i Feaci, i Lestrigoni e Nausicaa, Circe e le sirene e il regno dell’Ade, in un terribile infrangersi di onde lascia approdare il suo uomo, in tutta le sua nudità (ne deriva nella storia il giusto peso del corpo e dei corpi), accolto dall’umanità e dalla saggezza del porcaro Eumeo (Claudio Santamaria), riconosciuto dal solo suo cane, il desiderio e la necessità d’avvicinarsi a quella corte dove i Proci da tempo si sono insediati in tutta la loro arroganza, dove un figlio (Charlie Plummer, che dovrebbe sprizzare ben altro vigore) non è all’altezza di fronteggiare la situazione preferendo allontanarsene, dove la moglie Penelope temporeggia alle richieste di matrimonio e tesse di giorno una tela, che forse sarà un sudario, per disfarla la notte, ultima a riconoscere il proprio sposo dopo che è stata sufficiente una sola cicatrice a mettere sulla buona strada la vecchia nutrice (Angela Molina). Ancora in quella casa, che dovrebbe essere soltanto ospitalità con un grande fuoco acceso, c’è la realtà della guerra che entra quindi ineluttabile, la sua necessità, la sfida di Odisseo e le dodici asce e il tiro con l’arco che dà inizio alla carneficina. Soltanto corpi inanimati e ancora sangue nell’attimo che precede un finale fatto di rassegnazione, di desiderio di dimenticare e di una vecchiaia che accomuna, con Penelope atteggiata alla Sonia di “Zio Vanja”, cecovianamente, sempre posticipando i tempi. L’intuizione dantesca lasciava già settecento anni fa guardare al rimpianto e alla svolta e al gran finale, al termine di un’esistenza ormai pienamente appagata, alla resurrezione che poneva l’Uomo ad inseguire “virtute e canoscenza”, caparbiamente.

Dialoghi mai banali, una tessitura encomiabile di sguardi e di conseguenze e d’azione, una forza visiva che non può non colpire lo spettatore, una scrittura che alterna il pieno panorama della natura e gli spazi angusti della casa, la libertà di sovrapporsi con grande rispetto alla pagina scritta, la secchezza del racconto, i messaggi che ne derivano, tutto concorre a fare di “Itaca” un’opera veramente compiuta, pienamente apprezzabile. Sincera, soprattutto. Merito altresì dell’interpretazione di Juliette Binoche, non solo più in fervida attesa, immagine di pazienza, ma attraversata giustamente da lampi di rabbia, e soprattutto di Ralph Fiennes (con un eccellente trucco e parrucco) che ha perso ogni traccia di epico e vive il suo Odisseo in maniera dolente e in ogni attimo conscio appieno della disperazione del suo ritorno. Con uno sguardo che attraversa ogni tempo e ogni spazio e ce lo pone davanti, ancora davanti a noi uomini di oggi, abitanti ciechi e incorreggibili di questo “atomo opaco del Male”.

La Torino di Napoleone

Breve storia di Torino


1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi

 

7 La Torino di Napoleone

Levento che più di ogni altro segna il XVIII secolo è senzaltro la Rivoluzione Francese.
Il movimento parigino che si batte per i diritti delluomo riecheggia in tutta Europa e anche la nostra bella Torino non ne rimane indifferente, e non solo per ciò che riguarda gli alti ideali proposti ma soprattutto per via delloccupazione militare francese che, nel 1798, porta limpeto rivoluzionario allinterno delle stesse mura cittadine.
Nello stesso anno Carlo Emanuele IV di Savoia abdica e si ritira con la sua corte in Sardegna, lasciando la cittadinanza ad affrontare un periodo di forti trasformazioni politiche e sociali: Torino è pronta ad un ulteriore mutamento che presto la porterà ad assumere la forma di una moderna città borghese ottocentesca.
Il nuovo governo repubblicano prende il posto della monarchia, abolisce molti privilegi aristocratici e ridimensiona non di poco linfluenza della Chiesa.
Tale situazione tuttavia non ha vita lunga, la parentesi repubblicana termina appena un anno dopo, nel 1799, quando le armate austro-russe invadono il Piemonte, sconfiggono i Francesi e occupano la città.
Sarà necessario attendere larrivo di Napoleone, nel giugno 1800, per assistere ad una nuova riorganizzazione politica della penisola italica, assetto che vede il Piemonte riannesso al Primo impero francese e costringe i Torinesi a sottoporsi al Codice napoleonico, accettando di conseguenza di sottostare al  sistema giuridico e amministrativo francese.
Torino non è più la città-fortezza dei Savoia, e per sottolineare tale circostanza il generale di origini corse, protagonista indiscusso della prima fase della storia contemporanea, ordina lo smantellamento delle fortificazioni cittadine, rendendo lurbe una città aperta, dallimpianto più similare a quello urbanistico francese, giocato su unimpostazione ad ampio raggio. Il regime governante impone ai costruttori ledificazione di nuove piazze, strade e ponti, come ad esempio quello realizzato tra il 1810 e il 1813 sul Po, viene poi abolita lantica divisione in isolati della città a favore di unamministrazione basata su quattro distretti denominati Po, Dora, Moncenisio e Monviso, corrispondenti alla circolazione dellandirivieni da e verso il centro abitato.

Ancora una volta, anche il potere ecclesiastico viene colpito duramente, nelle stessa Torino ben ventinove tra monasteri e conventi vengono chiusi, con conseguente confisca delle terre di cui disponevano gli stabilimenti.
La città pedemontana risponde ormai alle nuove procedure in voga nella Francia napoleonica: si introduce il concetto di uguaglianza tra cittadini, si esalta il valore dellautorità imperiale, del progresso razionale e del servizio pubblico.
La nuova legislatura torinese si basa sul Codice napoleonico, che riconferma labolizione dei privilegi della nobiltà, estende i diritti civili, amplia la tolleranza religiosa, specie nei confronti della comunità ebraica presente sul territorio piemontese e fatto che mi piace rimarcare in questi periodi così moderni–  considera il matrimonio più come un contratto civile di competenza statale che un sacramento religioso, logica che porta anche alla legalizzazione del divorzio.
Le nuove norme investono anche il campo amministrativo-commerciale. Napoleone ordina leliminazione delle corporazioni, cancella i dazi doganali e tutte le difficoltà che possono recare danno alle vendite, inoltre istituisce nuovi organi quali la Camera del commercio, la Borsa e il Tribunale commerciale, tutti enti appositamente pensati per promuovere rapporti di mercato tra i Torinesi e gli imprenditori francesi.
Questa generale spinta modernizzatrice investe le autorità di nuovi poteri, ad esempio il ruolo del sindaco acquisisce un maggior valore, si ampliano le mansioni dellamministrazione municipale, che ora si occupa anche del mantenimento dellordine pubblico, della sanità, dellassistenza ai bisognosi nonché della gestione degli ospedali.
Altro aspetto determinante del dominio napoleonico riguarda proprio lambito della cura alla persona, lassistenza medica rispecchia ora dei canoni moderni, in più gli stretti contatti  tra Torino e Parigi fanno sìche si crei una sorta di infrastruttura amministrativa interna che rende più veloci le mansioni burocratiche, snellendo il carico di lavoro che prima ricadeva su medici e infermieri, che ora possono dedicarsi quasi esclusivamente allo studio delle terapie. Il punto di riferimento per la sanità, nello specifico per le malattie non infettive e curabili, diviene lospedale San Giovanni, a cui è riconosciuto lo status di ospedale nazionale ed è posto sotto il diretto controllo del ministero degli interni di Parigi; si affiancano a tale struttura specifiche istituzioni con compiti precisi, ognuna appositamente dedicata ad una categoria di persone con criticità, quali orfani, poveri o donne che dovevano affrontare gravidanze indesiderate.
Lestrema attenzione alla questione sanitaria porta a due grandi vittorie: la prima riguarda limpedimento di consumare cibo avariato, attraverso controlli meticolosi e limposizione di rigide norme su mercati e macelli, la seconda invece concerne la (momentanea) sconfitta del vaiolo, una delle malattie più temute dellepoca, grazie ad una sorta di vaccinazione di massa attuata nei primi anni dellOttocento.
Lo Stato si impegna inoltre anche in campo sociale: vengono tutelati gli orfani, gli anziani e gli indigenti e anche le persone con disabilità.
Nondimeno Napoleone ha a cuore la diffusione della cultura allinterno della capitale piemontese. Diversi circoli letterari privati ricevono ingenti fondi monetari, come ad esempio accade allAccademia dei Concordi o ai Pastori della Dora. Anche alcuni personaggi ricevono lonore di essere sostenuti dal generale francese, come Prospero Balbo, diplomatico e intellettuale, nonché giovane rampollo di nobili origini, che, nel 1801, è nominato Rettore dellUniversità di Torino. Balbo, grazie a legami politici e a un innato atteggiamento avveduto, riesce a gestire non solo il polo universitario, ma anche lAccademia delle Scienze, lAccademia di Agricoltura, lOsservatorio astronomico e diversi Musei. Inoltre, il vero merito di Balbo e dei suoi collaboratori- sta nellessere riuscito a realizzare un primo effettivo progetto di collaborazione tra ricerca e istruzione a livello territoriale piemontese.
Tuttavia non è tutto ora ciò che luccica, infatti se da una parte il nuovo governo pare dare vita ad una città idilliaca, allinterno della quale vigono giustizia ed uguaglianza, dallaltra, limperatore teme di poter perdere il consenso nobiliare, motivo per il quale diverse famiglie illustri vengono favorite, attraverso lassegnazione di cariche pubbliche o ricoprendo ruoli di prima importanza allinterno delle diverse corti, come ad esempio quella assai ambita di Camillo Borghese, governatore francese di Piemonte, Parma, Liguria.
Si assiste dunque ad una lenta ma continua fusione tra aristocrazia e borghesia: si forma una nuova classe dirigente che occupa i piani alti del consiglio municipale e degli altri organi che reggono la città di Torino.

È poi opportuno sottolineare come agli immediati successi subentrino non poche difficoltà, legate a problemi economici, al brusco impatto dei repentini cambiamenti imposti dal regime francese alla cittadinanza e allapplicazione concreta delle riforme amministrative. Torino poi è certamente parte del generale rinnovamento, ma rimane in una posizione subordinata rispetto al resto dellimpero francese, fatto che implica diverse problematiche legate alla circolazione delle merci e alleconomia, anche landamento demografico riporta alcune criticità: nei primi ventanni dellOttocento la popolazione pare diminuire di un terzo rispetto al secolo precedente.
Torino si scopre dunque ad eseguire le nuove indicazioni in modo decisamente passivo e ben presto il malcontento si diffonde non solo tra la popolazione ma anche allinterno della classe nobiliare; chi partecipa alla vita pubblica lo fa senza esporsi eccessivamente, chi invece risente del taglio dei legami con la famiglia Savoia non puòche rimanere ostile al nuovo governo straniero. A livello lavorativo la modernizzazione non porta solo dati favorevoli, al contrario aumenta la disoccupazione e i nuovi ritmi di produzione si fanno ancora piùestenuanti senza la protezione delle corporazioni e dellatteggiamento paternalistico dellaristocrazia.
Quando l 8 maggio 1814 le truppe austriache entrano a Torino sotto la guida del del generale Ferdinand von Bubna-Littiz, la popolazione non si dimostra ostile nei confronti dei nuovi arrivati.
Non ci sono né giubili né azioni violente, solo un generale e livellato malcontento, perché il potere e il benessere sono di pochi, per i più la fame e la miseria rimangono sempre tali, indipendentemente dalle insegne che le ricoprono.
Nihil sub sole novum.

ALESSIA CAGNOTTO

Libri, la rassegna del mese

Il Libro del Mese – La Scelta dei Lettori

Il libro più discusso nel gruppo Un Libro Tira L’Altro Ovvero Il Passaparola Dei Libri nel mese appena trascorso è stato Conclave di Robert Harris, il romanzo ambientato in Vaticano recentemente riportato alla ribalta anche da un film di Hollywood.

 

Novità in libreria

Ecco l’immancabile appuntamento con le novità che ci aspettano sugli scaffali delle nostre librerie, fisiche o digitali, per garantirci ore felici in compagnia dei nostri amati libri.

Agli appassionati di cronaca nera segnaliamo Il Labirinto Del Mostro Di Firenze (Mimesis, 2025) a cura di Lorenzo Iovino e altri; un saggio che, come un prezioso filo di Arianna, guida il lettore attraverso i meandri più oscuri delle indagini sulla saga criminale più controversa della storia italiana , tra esoterismo e vita rurale toscana, voyeurismo ed eversione nera, offrendo una chiave per esplorare gli insondabili misteri che ancora la avvolgono.

 

 

Usciranno il 18 febbraio C’era La Luna (Einaudi, 2025) il nuovo libro di Serena Dandini , delicato romanzo di formazione ambientato negli anni Sessanta e Luna Comanche (Einaudi, 2025) di Larry McMurtry, quarto capitolo della saga di Lonesone Dove che finalmente vede una traduzione italiana dopo oltre trent’anni dalla sua pubblicazione negli Stati Uniti.

 

 

Consigli per gli acquisti

Questa è la rubrica nella quale diamo spazio agli scrittori emergenti, agli editori indipendenti e ai prodotti editoriali che rimangono fuori dal circuito della grande distribuzione e questo mese abbiamo selezionato:

Luciana Lo Sicco (Auto-pubblicazione, 2024) di Emiliano Castagna, un thriller che appassionerà i lettori di Appassionati di thriller ma anche chi è sensibile alle tematiche LGBTQ+, e desidera esplorare la complessità delle questioni di genere e diritti civili.

 

 

Il Sogno Contaminato (Auto-Pubblicazione, 2021) è un romanzo di formazione, esordio di Manuel Mazzola, che racconta la fatica di crescere e il bisogno di allargare i propri orizzonti, il dolore di un sogno che si infrange e la dolcezza della speranza che risorge.

 

 

Incontri con gli autori

Questo mese abbiamo incontrato Emilio Castagna esordiente che vive a Palermo e ha pubblicato da poco il romanzo Luciana Lo Sicco (Auto-pubblicazione, 2024), un thriller dalle forti connotazioni sociali, ambientato proprio in Sicilia.

Carlo Calabrò, scrittore e sceneggiatore, ha di recente tentato la via della narrativa con Meccanica Di Un Addio (Marsilio, 2024) un romanzo che unisce temi sociali a una solida trama da thriller, con il quale l’autore torna a parlare di Brasile.

 

Per rimanere aggiornati su novità e curiosità dal mondo dei libri, venite a trovarci sul sito www.ilpassaparoladeilibri.it

 

“Open Book Club”, il primo Club del “Libro Accessibile”

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Nasce a Torino nello spazio “Open”, promosso dalla “Fondazione Time2”

Un “tema” e un “libro”. Il primo scelto non a caso, in linea con gli obiettivi e i principi (ispirati alla piena inclusività sociale) della “Fondazione” promotrice; il secondo, come compagno concreto di viaggio per l’intero percorso calendarizzato fino al prossimo marzo e teso alla più rigorosa focalizzazione e comprensione del “tema”.

Nasce in un perfetto mix di tali elementi “Open Book Club”, il primo gruppo italiano di “lettura accessibile”, pensato per “accogliere ogni diversità e garantire risorse e modalità di partecipazione che possano rendere l’esperienza della lettura condivisa praticabile per chiunque”. L’iniziativa nasce nello spazio aperto di diversità “Open” (da cui prende il nome), sede torinese della “Fondazione Time2”, realtà, fondata e guidata dalle sorelle Manuela (presidente”, e Antonella Lavazza (vicepresidente), con lo scopo di promuovere una cultura che favorisca i diritti dei “giovani con disabilità” e permetta la costruzione di un “progetto di vita indipendente”.

 

Il “tema” che guiderà, infatti, questa prima esperienza dell’“Open Book Club” sarà “Passaggi di Vita: ovvero il passaggio all’età adulta, “affrontato e discusso in modo intersezionale”. In quest’ ottica, il “primo libro” selezionato per la lettura condivisa è “Intermezzo” (Einaudi, 2024), il quarto romanzo – i primi tre hanno venduto in Italia decine di migliaia di copie – dell’acclamata scrittrice irlandese Sally Rooney (Castlebar, 1991), lanciata in patria dal suo editore come la “Salinger della generazione Snapchal” o (appellativo probabilmente da lei preferito) come la “Jane Austen dei Millenial”. Alla discussione finale, che si terrà mercoledì 12 marzo (alle 18,30) nello spazio “Open” di Corso Stati Uniti 62/B a Torino, parteciperà il traduttore del volume Norman Gobetti.

“Il progetto vuole essere – sottolineano gli organizzatori – un appuntamento pensato per tutte le persone a prescindere dalla confidenza che si ha con la lettura”. E aggiungono: “Il ‘book club’ di ‘Fondazione Time2’ è ideato per essere fruibile e garantire gli strumenti di accessibilità che permettano la piena partecipazione di tutti, anche a chi trova barriere nella lettura”.

Qualche notizia “per l’uso”. L’iscrizione a “Open Book Club”  è gratuita: in fase iniziale ogni partecipante riceverà un “kit di lettura”, pensato appositamente dalla “Fondazione”, contenente una “tessera di partecipazione” e un “righello” per facilitare la lettura. L’iniziativa – cosa particolarmente interessante – è organizzata in collaborazione (collaborazione che dura da sempre) con la “Libreria Binaria” del “Gruppo Abele”, che offre alle persone iscritte al “Book Club” uno sconto del 5% sull’acquisto dei libri. Presso “Open” sono inoltre disponibili i libri cartacei dei gruppo di lettura e anche una selezione di libri dedicati ai temi della disabilità.

Durante il primo incontro verrà consegnata a ogni persona iscritta una scheda del libro facilitata, inoltre sarà possibile far parte di un gruppo “Whatsapp” dedicato alla discussione del volume in fase di lettura e volto a organizzare “incontri informali” nella “sede Open” di corso Stati Uniti per leggere e/o ascoltare insieme il libro in vista dell’incontro finale.

Questo ultimo appuntamento avverrà con una “cadenza bimestrale”, così da poter permettere a tutte le persone iscritte il tempo necessario per leggere o ascoltare il libro. L’incontro conclusivo sarà l’occasione per incontrare l’autore del volume o professionisti che hanno lavorato alla realizzazione del libro e discutere direttamente con loro le proprie impressioni o trovare lo spazio per le curiosità. Tutti i partecipanti del “Book Club” collaboreranno attivamente “per aiutare eventuali altri partecipanti che abbiano difficoltà nella lettura, nell’ascolto o nella comprensione della storia letta”.

Gli incontri, per quest’anno, saranno nel complesso cinque. Sul sito www.open.fondazionetime2.it saranno, a breve, disponibili le date e i titoli selezionati per i futuri appuntamenti.

g.m.

Nelle foto: immagini “Open book Club” e cover “Intermezzo” ( “Einaudi”, 2024) di Sally Rooney

“Penso di essermi perso senza di te”

Music Tales, la rubrica musicale 
“Penso di essermi perso senza di te
mi sento schiacciato senza di te
sono stato forte per così tanto tempo
che non ho mai pensato quanto ho bisogno di te
Penso di essermi perso senza di te”
Quando si è seduta al suo pianoforte, l’intera Storia mondiale del Tennis – insieme agli spettatori presenti e a quelli collegati da ogni parte del globo – ha trattenuto il respiro. In rigoroso silenzio, per immergersi nella sua musica e abbandonarsi alla sua voce. Un momento emozionante avvenuto durante i festeggiamenti organizzati per celebrare il centenario del prato verde più famoso del mondo, il campo principale dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club, nei pressi di Londra, dove si svolge ogni anno Wimbledon, il più antico torneo di tennis. Un santuario dello sport, per l’occasione diventato il palcoscenico per la passerella d’onore dei campioni di oggi e delle leggende di ieri che hanno scritto la storia di Wimbledon: da Novak Djokovic (vincitore dell’ultima edizione) a Roger Federer, vincitore di otto titoli tra il 2003 e il 2017, da Rafael Nadal ad Andre Agassi, Björn Borg, Stan Smith, Chris Evert e tanti altri ancora. È stato davanti a tutti questi leggendari tennisti, accolti da continue standing ovation, che è iniziata l’emozionante performance della cantante britannica.
Nata il 19 aprile 1994 a nord di Londra, Freya Ridings è la figlia dell’attore e musicista britannico Richard Ridings, che ha interpretato Alan Ashburn nel dramma televisivo Fat friends ed è la voce di Daddy Pig in Peppa Pig. Freya ha imparato fin da bambina a suonare la chitarra sulle orme del padre, ma contrariamente a quella di Richard, la sua carriera è stata sempre nel mondo della musica: dal singolo di debutto, Blackout, nel maggio 2017 a soli 23 anni, fino a Lost without you nel novembre 2017, il suo lavoro più rivoluzionario, che ha scalato i vertici della Top 10 della classifica dei singoli del Regno Unito, raccogliendo ben oltre 35 milioni di visualizzazioni su YouTube. Sebbene sia questa la sua canzone di maggior successo, anche Castles, nell’album eponimo sta ottenendo grandi risultati di ascolto con oltre 33 milioni di visualizzazioni su YouTube.
Abiti maestosi, voile di seta vaporoso e tanto colore, sono queste le tre peculiarità delle sue mise scelte nelle occasioni più importanti, dai concerti live al red carpet dei The BRIT Awards 2020. Rimane indimenticabile l’outfit scelto per intrattenere durante la London Fashion Week, creando un dolce sottofondo per la sfilata firmata Richard Quinn: per l’occasione ha sfoggiato un leggerissimo vestito dalla stampa bouquet, dal retrogusto retrò.
Mi piace assai questa ragazza….ascoltate il suo disco!!!
“Il bello non è ritrovarsi, è il non essersi mai persi veramente.”.
Ascoltatela bene ma bene proprio. Ve ne prego.
CHIARA DE CARLO
scrivete a musictales@libero.it se volete segnalare eventi o notizie musicali!
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Ecco a voi gli eventi da non perdere!
Vi invito a seguire le pagine sottostanti per far parte di una comunità che vuole cambiare le cose.
Che vuole più educazione al rispetto per le donne e lo fa con uno spettacolo chiamato “Respect” che, a breve, sarà nelle vostre piazze.
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Uno spettacolo intenso interamente cantato da uomini affinchè sia la voce maschile ad esortare al rispetto per le donne.
Oltre 30 artisti tra cantanti musicisti ballerini e performer, al lavoro per offrire un’esperienza immersiva che trasmette un grande senso di appartenenza e gruppo.
In aiuto all’associazione Scarpetta Rossa per un sostegno concreto a chi, dall’inferno della violenza, è già passato ed è riuscito a fuggire.
Vuoi far parte della rivoluzione? Seguici!
Prima data 05 aprile 2025 Parco Michelotti Torino

Giuseppe Scalco, baritono. Da Casale Monferrato a Teheran 

Il baritono Giuseppe Scalco (1933-1983) dalle eccellenti dote canore nato a Cittadella di Padova si stabilí a Casale con la famiglia, si dedicò allo studio del canto con il maestro Bruno Riboni scopritore di giovani talenti che lo indirizzò al conservatorio Verdi di Milano sotto la guida del maestro Ettore Campogalliani, pagandosi gli studi interpretando fumetti del cinema. Diplomatosi con lode, nel 1960 vinse i concorsi internazionali Voci Nuove di Milano, Voci Verdiane di Busseto, Achille Peri di Reggio Emilia, Lirico Sperimentale Beniamino Gigli di Macerata e Giovan Battista Viotti di Vercelli. Queste vittorie gli consentirono di debuttare nel 1961 con I Pagliacci al Teatro Nuovo di Milano e nel 1965 partecipò all’inaugurazione della stagione lirica di Busseto con Lucia di Lammermoor.

L’anno seguente a Reggio Emilia e Bologna avvenne il suo battesimo nella Bohème con un gruppo di giovani artisti, opera sempre pronta all’eccitazione dei sentimenti, guidati dalla sensibilità del maestro Gianandrea Gavazzeni e riproposta a Carpi, Modena e Bolzano. Nei giorni 8 e 10 settembre 1966 la Bohème fu rappresentata a Sarajevo da interpreti d’eccezione, Luciano Pavarotti nel ruolo di Rodolfo, Giuseppe Scalco in Marcello e Mirella Freni in Mimì diretti dal maestro Leone Madjera, segnando il lancio definitivo del baritono casalese.

Nel 1968 si esibì nella Traviata ad Ancona e nel Signor Bruschino a Pesaro e Reggio Emilia, terra della tradizione lirica. Il Don Pasquale ad Avignone e Reggio Emilia nel 1969 e le recite multiple del Ballo in Maschera ad Istanbul costituirono un ambìto traguardo ma le quattro recite del Nabucco al Gaiety Theatre di Dublino segnarono un evento sensazionale e determinante nella classifica dei baritoni all’altezza del biblico personaggio, la cui statura rappresentò un lancio decisivo nella ambiziosa carriera di Scalco. Con le successive e superlative esibizioni nell’Aida, Tosca e Andrea Chenier di Dublino fu richiesto dalla Scala di Milano, dove apparì nell’Ulisse di Luigi Dallapiccola. Nel cast stellare della Scala nella stagione lirica 1969-70 figuravano, oltre al nostro baritono monferrino, Placido Domingo, Mirella Freni, Luciano Pavarotti, i direttori d’orchestra Claudio Abbado e Riccardo Muti.

Il 1971 fu l’anno della definitiva affermazione con una ventina di rappresentazioni di Haensel e Gretel, il mondo delle fate di Himperdinck, Manon Lescaut e Capitan Spavento di Gian Francesco Malipiero. Nel 1973 ad Ankara apparve in Otello e Andrea Chenier, a Rouen nella Traviata e nel Teatro Roudaki di Teheran interpretò magistralmente l’Elisir d’Amore, i pucciniani Tabarro e Gianni Schicchi davanti allo Sciá di Persia, confermato per l’anno successivo con tre opere liriche. A Trieste fu interprete in Maria Golovin di Gian Carlo Menotti e a Brema nel Nabucco. Nel piazzale del Santuario di Crea fu protagonista di un concerto lirico, purtroppo molto disturbato dal pubblico, organizzato nel 1982 dal Teatro Nuovo di Torino e Regione Piemonte con il soprano Edda Piccinini e il tenore Franco Previdi dell’Associazione Lirica Alto Milanese. La Bohème fu l’opera pucciniana preferita da Scalco che da piccolo aveva provato la miseria e disse di Verdi “Il maestro di Busseto fu un grande imprenditore, ancora oggi ci permette di lavorare”.

Partecipò a foto e cineromanzi, incise per la Rai di Torino e per la Radio Svizzera Italiana. Giornali internazionali, tra cui Le Figaro, The Irish Times, Il Resto del Carlino, Gazzetta di Modena, Journal de Teheran, Gazzetta di Parma, Cronaca di Siena, Paris-Normandie, Rassegna Melodrammatica di Milano, gli attribuirono ottimi consensi. La piena maturità baritonale in un eclettico repertorio operistico dell’ottocento e novecento, la capacità di rilevare i contorni umani dei personaggi diabolici per i quali l’interpretazione è indispensabile, il volume e il colore di cantante moderno fecero di lui un interprete richiesto ad alto livello. Dalla moglie Lidia Radessich, conosciuta durante una tournée in Jugoslavia ebbe due figli, Raffaella e Andrea. Solo un male incurabile poteva segnare il tramonto delle illusioni e  fermare l’incredibile vertiginosa ascesa artistica di Giuseppe Scalco, antidivo e grande lavoratore dello spettacolo nel senso nobile dell’espressione, scomparso martedì 6 settembre 1983 e sepolto nella tomba di famiglia di Casale Popolo.
Armano Luigi Gozzano 

Torino sul podio: primati e particolarità del capoluogo pedemontano

 

Malinconica e borghese, Torino è una cartolina daltri tempi che non accetta di piegarsi allestetica della contemporaneità.
Il grattacielo San Paolo e quello sede della Regione sbirciano dallo skyline, eppure la loro altitudine viene zittita dalla moltitudine degli edifici barocchi e liberty che continuano a testimoniare la vera essenza della città, la metropolitana viaggia sommessa e non vista, mentre larancione dei tram storici continua a brillare ancorato ai cavi elettrici, me nel contempo le abitudini dei cittadini, segnate dalla nostalgia di un passato non così lontano, non si conformano allirruente modernità.
Torino persiste nel suo essere retrò, si preserva dalla frenesia delle metropoli e si conferma un capoluogo a misura duomo, con tutti i pro e i controche tale scelta comporta.
Il tempo trascorre ma lantica città dei Savoia si delinea unica nel suo genere, con le sue particolarità e contraddizioni, con i suoi caffè storici e le catene commerciali dei brand internazionali, con il traffico della tangenziale che la sfiora ed i pullman brulicanti di passeggeri sudaticci ma ben vestiti.
Numerosi sono gli aspetti che si possono approfondire della nostra bella Torino, molti vengono trattati spesso, altri invece rimangono argomenti meno noti: in questa serie di articoli ho deciso di soffermarmi sui primati che la città ha conquistato nel tempo, alcuni sono stati messi in dubbio, altri riconfermati ed altri ancora superati, eppure tutti hanno contribuito e lo fanno ancora- a rendere la remota Augusta Taurinorum così pregevole e singolare.

1. Torino capitale… anche del cinema!

2.La Mole e la sua altezza: quando Torino sfiorava il cielo

3.Torinesi golosi: le prelibatezze da gustare sotto i portici

4. Torino e le sue mummie: il Museo egizio

5.Torino sotto terra: come muoversi anche senza il conducente

6. Chi ce lha la piazza più grande dEuropa? Piazza Vittorio sotto accusa

7. Torino policulturale: Porta Palazzo

8.Torino, la città più magica

9. Il Turet: quando i simboli dissetano

10. Liberty torinese: quando leleganza si fa ferro

 

1-Torino capitale… anche del cinema!

Torino è grande! Torino è bella, lo gridava Sandro Replay alle serate Parhasar, e vediamo quanti di voi, cari lettori, sorridono continuando la cantilena che quasi tutti i veritorinesi hanno pronunciato goliardicamente almeno una volta, certo ormai un podi tempo fa.
Vi ho sbloccato un ricordoperché in questo articolo vorrei raccontarvi di Torino sotto veste di capitale, tuttavia non dItalia (1861 – 1865), ma della Settima Arte, che proprio qui vede i suoi natali, grazie a personalità come Vittorio Calcina e Arturo Ambrosio.
È il 1895, nel negozio di ottica di Arturo Ambrosio viene esposto il Kinetoscopio di Edison, parente prossimo del celeberrimo cinematografo Lumière, strumento che proietta immagini in movimento, creando quella magia immortale che illude losservatore e lo inganna, trasportandolo in luoghi e momenti inaspettati attraverso rappresentazioni fittizie.
Anche se alcuni attestano una prima proiezione nel mese di marzo 1896, presso il Caffè Romano di piazza 
Castello, la versione ufficiale vuole che tale avvenimento si fosse svolto il 7 novembre dello stesso anno, presso l’Ospizio di Carità di via Po 33.
Lasciamo stare i cavilli, la rivoluzione cinematografica è ormai nata e da subito stupisce e destabilizza gli osservatori increduli; le immagini scorrono su un formato di 1,60 mt per 1,29 mt -quasi quanto alcune televisioni odierne-, i filmati hanno breve durata, come attesta “La Bohémienne dei bébès”, una delle prime pellicole trasmesse, con protagoniste otto bambine con i grembiulini bianchi che ballavano la polca.
Limpatto è talmente sconvolgente che ad esso seguono altri due primati: la prima proiezione con un pubblico pagante qualche mese più tardi rispetto al primo evento gratuito- e decisamente diversi anni dopo, nel 1971- la nascita del primo cinema dessai in Italia, il Cinema Romano, situato nella Galleria Subalpina, oggi rinominato Lux. E siccome non c’è due senza tre, nel 1983, Torino si conferma città del cinema con linaugurazione del cinema Eliseo, il primo multisala della penisola.
Ma andiamo per ordine: il 30 aprile 1911 si svolge nel capoluogo piemontese l’Esposizione internazionale delle industrie e del lavoro, una manifestazione imponente che espone numerosi cinematografi nei diversi padiglioni, a dimostrazione del fatto che già nel 1908 a Torino si girava ben il 60% della produzione filmica italiana, senza tener conto che a partire dal 1910 la casa di produzione Ambrosio distribuisce su larga scala i noti film serie nera, una sorta di storie gialle impreziosite dai drammi personali dei personaggi.
Pare incredibile, ma lAmerica allepoca guardava verso lItalia con stupore ed invidia, non solo per la grande macchina dellindustria cinematografica, ma anche per i divi e le dive che il grande schermo rendeva idoli indiscussi.
Sono gli anni del bianco e nero e del cinema muto, tutto è incentrato sulle movenze degli attori, gli sguardi, la gestualità estremizzata e teatrale, gli attori divengono Stars, impongono mode, dettano regole non scritte, infrangono i cuori dei giovani.


È il caso della bella Mary Cléo Terlanini, nota per aver recitato in Spergiura!, o di Lydia Borrelli, particolarmente amata dal pubblico maschile torinese, che addirittura morivaper il suo fascino, mentre le donne la imitavano a tal punto da far nascere una moda basata su un atteggiamento di emulazione totalizzante nei confronti della bella attrice, ilBorellismo. Francesca Bertini, charmantee gracile, invece era lincarnazione della divaper eccellenza, si dice infatti che pretendesse un abito nuovo e diverso per ogni scena girata, ovviamente cucito su misura dalla sua sarta personale, e che terminasse di lavorare alle 17.00 del pomeriggio per prendere il té in un grande albergo. Notata addirittura dalla Fox, Francesca preferisce alla grossolana America un amorevole banchiere svizzero, Alfred Paul Cartier.
Dietro i volti iconici e ben truccati degli interpreti in primo piano, si svolge il duro lavoro dei macchinisti, dei truccatori, degli scenografi, dei musicisti e di tutti coloro che finiscono nel dimenticatoio dei titoli di coda, eppure Vittorio Calcina, indifferente al rischio di non passare alla gloria, non si arrende ed elabora le prime pellicole con regia torinese, tra di esse si annovera un filmato realizzato presso il Castello di Monza, con protagonisti re Umberto I e consorte, i quali dimostrano una discreta curiosità per questa nuova tecnologia. Il girato viene trasmesso nella Birraria in via Garibaldi 10, luogo in cui si svolgono numerosi spettacoli diurni e serali, anche se il primo locale effettivo e stabile, in cui i film verranno proiettati periodicamente, sarà l’Edison, in via delle Finanze ora via Cesare Battisti-.
Nel frattempo il lungimirante Arturo Ambrosio parte per una gita in montagna, carico di una macchina da presa donatagli da uno dei fratelli Pathé – i creatori dellomonima società cinematografica, nata a Varennes, in Francia- con la quale gira il primo film prodotto a Torino: La corsa automobilistica Susa-Moncenisio. È linizio del successo per Arturo, che grazie alla riuscita del suo operato, apre uno studio di posa nel giardino di casa sua via Nizza 187- dedicandosi alla realizzazione di film comici, drammatici e diversi documentari.
La nascita della Settima arte porta con sé lo sviluppo del sonoro e della comunicazione senza fili, è tutta una tecnologia brulicante di scoperte e sviluppi, che dun tratto portano alla realizzazione di Cabiria, un vero e proprio kolossal, sceneggiato da Gabriele DAnnunzio e passato alla storia per essere stato il film più lungo, costoso ed innovativo dei tempi del cinema muto.
Impossibile non temporeggiare su tale argomento, tanto più che il temibile dio Moloch ancora ci osserva, incatenato, dallinterno del Museo del Cinema, situato presso la Mole Antonelliana.
Tra il 1913 e il 1914 Torino non invidia nulla alla celebre Hollywood, la stessa pellicola di Cabiria è nota negli Stati Uniti come the daddy of spectacles, ossia il papà di tutti gli spettacoli: la vittoria è garantita.
Giovanni Pastrone, il regista, propone un modello di spettacolo innovativo, che si differenzia dal cinema prodotto in precedenza, sotto molteplici punti di vista come la durata (tre ore e dieci minuti), il budget esorbitante (un milione di lire-oro), gli effetti speciali, i movimenti di carrello e luso espressivo della luce, senza dimenticare la Sinfonia del fuoco composta da Ildebrando Pizzetti e laccompagnamento in sala di coro e orchestra, per le proiezioni più prestigiose. È lopera darte totale, non stupisce a questo punto la collaborazione con DAnnunzio, il quale provvede alla stesura delle didascalie letterarie ed inventa il nome Cabiria, ossia nata dal fuoco.
Le scene del kolossal vengono girate in molteplici zone tra Torino, Tunisia, Sicilia, le Alpi, i laghi di Avigliana, Valli di Lanzo e allinterno di Villa Pastrone di proprietà del regista-.
Della musica invece si occupa Manlio Mazza con la breve ma intensa Sinfonia del fuoco di Ildebrando Pizzetti.
La prima si svolge il 18 aprile 1914, al Teatro Vittorio Emanuele di Torino e in contemporanea al Teatro Lirico di Milano. Le innovazioni del film quali lampade elettriche per il chiaroscuro, scenografie ricostruite in cartapesta, il carrello per muovere la cinepresa sulla scena e la tecnica della sovrimpressione, donano fama immediata a Cabiria, la critica rimane benevolmente impressionata dallopera, così come il pubblico, tanto che il kolossal resterà in cartellone per sei mesi a Parigi e per quasi un anno a New York. È bene non dimenticarsi che proprio Cabiria è stato il primo lungometraggio della storia ad essere proiettato alla Casa Bianca.


Ben si collega a questi gloriosi inizi il progetto di costruzione di un museo del cinema italiano, idea portata avanti a partire dal 1941 da Maria Adriana Prolo, con il sostegno artistico dello stesso Giovanni Pastrone e con laiuto del giornalista Francesco Pasinetti.
Sarà tuttavia necessario attendere il 1995 affinché la Mole Antonelliana venga scelta come sede ultima della grande esposizione, proprio in occasione del centenario della nascita del cinema; per tale evento collaborano l’architetto torinese Gianfranco Gritella e lo scenografo svizzero François Confino, il progetto in seguito si amplia e si modifica, accrescendo di pari passo fama e apprezzamenti, tanto che nel 2000 il museo viene visitato da oltre due milioni di visitatori.
Già conosciuto a livello internazionale, nel 2004, con il film Dopo Mezzanottedi Davide Ferrario, il Museo del Cinema di Torino tocca lapice della notorietà, mentre due anni dopo viene ulteriormente restaurato e rinnovato in occasione dei XX Giochi Olimpici invernali; lallestimento si arricchisce di postazioni multimediali e interattive, tre nuovi ambienti dedicati al western, al musical e alla fantascienza.
È proprio negli anni 2000 che Torino festeggia il suo personale legame con il cinema, grazie allinaugurazione del suggestivo apprestamento già citato di François Confino, il 20 luglio dello stesso anno, ma anche perché nel medesimo giorno viene costituita la Film Commission Torino Piemonte, con lo scopo di promuovere Torino ed il Piemonte come locations cinematografiche e televisive.
Ventanni dopo il capoluogo è ufficialmente nominato Capitale del Cinema 2020. È in tale occasione che si sottolinea la numerosa varietà di enti, associazioni, istituti e laboratori che si contraddistinguono per eccellenza nel panorama cinematografico nazionale ed europeo e che hanno sede proprio qui, nella città attraversata dal Po e ombreggiata dal Monviso. Sempre nel 2020 si svolge Torino Città del Cinema 2020. Un film lungo un anno, un progetto ambizioso, sostenuto da Città di Torino, Museo Nazionale del Cinema e Film Commission Torino Piemonte, con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, in collaborazione con Regione Piemonte, Fondazione per la Cultura Torino, media partner Rai. Liniziativa continua a crescere e a coinvolgere ulteriori proposte, che nel tempo hanno contribuito a fondere linvenzione del grande schermo con il territorio torinese, a tal proposito è impossibile non citare lideazione de I luoghi del cinema, piano che prevedeva la realizzazione di allestimenti impattanti ed immersivi in alcuni specifici angoli della città.
È bene a questo punto fare i conti con il nostro snobismo torinese e riconoscere il ruolo più che rimarchevole che Torino ed il Piemonte hanno assunto nel mondo del cinema, nonché la loro notevole rilevanza dal punto di vista dello sviluppo dellindustria cinematografica, dello sviluppo di talenti e professionalità e delle ricadute in termini di promozione, anche internazionale, dellimmagine della città e dellintero territorio.
Vi invito dunque, cari lettori, a tornare ad andare più spesso al cinema, magari a vedere qualche produzione nostrana senza scetticismi o giudizi a priori, non solo per laria condizionata, ma perché siamo ormai talmente abituati alla comodità delle piattaforme da divano, che ci siamo scordati della meraviglia e della vera magia del grande schermo.
Daltronde è da tempo che il cinema ci insegna a guardare, ad ascoltare e a sentire, ci apre al confronto, ci fa affacciare su mondi distanti, ci racconta grandi storie, e anche se imparare costa fatica, sarà sempre meglio che restare inscatolati in una comoda e preconfezionata routine.

ALESSIA CAGNOTTO

 

 

L’isola del libro

RUBRICA SETTIMANALE A CURA DI LAURA GORIA

 

 

 

 

Shifra Horn “Figlie di Gerusalemme”

-Fazi Editore- euro 20,00

Shifra Horn, nata a Tel Aviv nel 1951, da madre sefardita e padre russo, ha trascorso maggior parte della sua vita a Gerusalemme, ed è scrittrice, giornalista, antropologa.

In questo romanzo riannoda i fili delle vite di 4 donne della sua famiglia, componendo un puzzle in cui le piccole vicende quotidiane incrociano la grande storia di Israele; avanti e indietro tra varie generazioni, dall’epoca ottomana fino a metà anni 90 del Novecento.

Voce narrante è quella di Alexandra Davidovitch, 40enne colta e sensibile; ogni giorno lascia a casa il marito appena pensionato (ha 15 anni più di lei) e si rintana nello studiolo che ha affittato per poter scrivere, in tutta tranquillità, le memorie familiari. Proprio nell’edificio in cui avevano vissuto le sue antenate, ora adibito a residenza per gli artisti.

A ispirarla è la foto sbiadita di una bambina che offre un mazzo di fiori al principe inglese in visita in Terra Santa. La piccola è sua bisnonna Victoria, che a 4 anni fu scelta dal console britannico per consegnare l’omaggio al principe d’Inghilterra, giunto in Israele nel 1862.

Quell’immagine è l’innesco del libro che prende forma grazie ai racconti tramandati dalla nonna Edwarda.

Un albero genealogico prevalentemente al femminile. Inizia con le vicissitudini di Gershon e Shoshana, poi della loro figlia Vittoria, e a seguire -di generazione in generazione- quelle di Edwarda e di Abigail, che è la madre di Alexandra.

Emerge una stirpe di donne forti, accomunate dall’aver incontrato uomini che le abbandonarono e, così facendo, ne segnarono le esistenze.

Tutte si dimostrarono capaci di: cavarsela da sole, affrontare grandi sfide in un mondo in via di rapido cambiamento, andare contro le regole dell’epoca in cui vissero, trasformare le difficoltà in forza. Denominatori comuni: resilienza e desiderio di indipendenza.

Un affresco che lascia incantato il lettore.

 

 

Joan Didion “Ultime interviste” -Il Saggiatore- euro 16,00

Questo libro è un altro importante tassello alla scoperta di Joan Didion, attraverso 8 conversazioni con giornalisti e scrittori, tra i quali Dave Eggers, Sara Davidson, Terry Gross.

Un caleidoscopio di domande e risposte che contribuiscono a svelarci ancora più a fondo la personalità di una delle più influenti scrittici del XX secolo; nata a Sacramento, in California, nel 1934, morta a New York nel 2021, all’età di 87 anni, per complicazioni del morbo di Parkinson di cui era affetta.

8 incontri in cui altrettanti personaggi del mondo culturale americano ripercorrono parte della vita della Didion e di come abbia raccontato un’intera generazione. La sua è stata una vasta produzione tra saggi, romanzi, memoir, articoli e interviste, sceneggiature cinematografiche e teatrali. Ha spaziato tra i vari generi e raccontato i fermenti culturali degli anni 60 e 70, i dinner party con stelle del calibro di Warren Beatty e Janis Joplin, i reportage su Cuba ed El Salvador, articoli di geopolitica, autobiografia e tanto altro.

La cifra più significativa della sua opera è stata la sovrana abilità nel trasformare il suo vissuto in opere letterarie di immenso spessore. Esperienze dolorose e universali, come la morte delle persone più care, sono traslate in memorie che toccano il cuore.

Nello straordinario “L’anno del pensiero magico” c’è il resoconto degli stati d’animo successivi alla morte del marito, lo scrittore John Gregory Dunne, fulminato da un infarto davanti a lei. Pagine immense che parlano di come abbia affrontato il lutto e il senso della fragilità umana.

Straziante, l’anno dopo, la morte prematura della figlia adottiva Quintana, precipitata nel tunnel del coma, ripresasi in un primo tempo, poi deceduta a neanche 40 anni.

Anche allora Didion seppe traghettare il dolore scrivendone; nei momenti peggiori metabolizzò la sofferenza aggrappandosi alla scrittura. E se volete entrare ancora di più nell’anima della scrittrice, il suggerimento è guardare il documentario girato dal nipote, Griffin Dunne, “Joan Didion: il centro non reggerà” da recuperare su Netflix.

 

 

Sally Rooney “Intermezzo” -Einaudi- euro 22,00

E’ il quarto romanzo della giovane scrittrice irlandese (nata nel 1991) considerata la voce dei “Millenial” e la Salinger della generazione di “Snapchat”, abile nel romanzare le complesse relazioni affettive dei suoi personaggi. In “Intermezzo”, l’autrice, si addentra in un nuovo territorio che ha a che fare con la morte, ed imbastisce una trama dove non ci sono solo bianco e nero nell’affrontare i marosi dell’esistenza.

L’intermezzo del titolo consiste nel momento in cui irrompe una morte e il periodo che ne segue, in cui chi rimane si trova a seppellire non solo il defunto, ma anche la sua vita di prima, per rimodellarla in uno spazio-tempo senza più quella persona.

Protagonisti due fratelli diversissimi tra loro, alle prese con la morte del padre, e avvolti nel marasma di emozioni profonde, complicate e conflittuali.

Peter Koubek ha 32 anni, è un brillante avvocato di successo, ha una giovane amante bellissima, ma è realizzato solo in apparenza. In realtà è in una fase della vita caratterizzata da una forte apatia. Dopo la dipartita paterna cerca faticosamente di far funzionare anche la vita privata, ed oscilla tra ansiolitici, alcol e pensieri suicidari.

Ivan Koubek ha 22 anni, scacchista di successo che dopo aver inanellato un bel po’ di vittorie, ora vive una fase di stallo ed indolenza. Da sempre è insicuro e timido col genere femminile. Ha patito moltissimo il decorso della malattia paterna, e la relazione con il fratello è difficile anche per il senso di inferiorità che vive nei suoi confronti.

Caratteri e traiettorie di vita opposti sono alla base del divario tra i due, e il conflitto, da sempre latente tra loro, esplode. Entrambi poi sono alle prese con relazioni amorose che aggiungono pathos alla trama.

 

 

Lidia Yuknavitch “L’impulso” -Nottetempo- euro 19,00

Sfugge ad una precisa definizione questo romanzo -visionario, affascinante, complesso e difficile da riassumere- dell’autrice; nata nel 1963, che è stata docente di Scrittura creativa e Studi femminili alla Eastern Oregon University.

Protagonista è Laisvé, una ragazzina che sa vivere l’acqua e da lei ha imparato ogni cosa. L’oceano le ha strappato la madre, ma in compenso le ha regalato un’esistenza incredibile, fuori dal comune. E’ l’unico elemento del globo che ha il potere di calmarla, trasformandola in una sorta di sirena con poteri straordinari.

Siamo in un futuro inimmaginabile in cui Laisvé è sopravvissuta al “Grande innalzamento delle acque”, che ha stravolto il globo. L’azione inizia in un futuristico 2079 in cui la Statua della Libertà sprofonda negli abissi. Laisvè è colei che visita la donna subacquea e fa incontri straordinari.

Ha la capacità di viaggiare dentro l’elemento primordiale come se si muovesse nel tempo infinito; soprattutto ha il potere di vivere resti del passato sotto forma di ricordi, oggetti e personaggi del tempo che fu.

Per esempio, resuscita gli operai che assemblarono la Statua della Libertà, mettendo insieme i 350 pezzi del suo corpo impacchettati in 214 imballaggi. E incontra lo scultore Frédéric Bartholdi che nel 1800 la disegnò. Lui e altre persone le vengono portate dalla corrente e poi di nuovo allontanate tra le onde.