CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 227

Legro di Orta, dove il cinema è stato “messo al muro”

Dal 1998 è diventata un’interessante meta turistica grazie a dei bellissimi affreschi che ne colorano il centro storico

Legro è una piccola frazione di Orta San Giulio. A differenza del capoluogo, che s’affaccia sul lago che ne porta il nome e sull’omonima isola, Legro è a monte, all’inizio della strada che sale verso Miasino e Ameno, in corrispondenza della stazione ferroviaria. Dal 1998 è diventata un’interessante meta turistica grazie a dei bellissimi affreschi che ne colorano il centro storico.

Con il titolo “Il Cinema messo al muro”, è entrato con buon diritto  a far parte del circuito nazionale dei “paesi dipinti” che ha censito quasi duecento località italiane con i muri delle case affrescati da artisti di fama nazionale o da sconosciuti amanti di questa tecnica pittorica. Unico esempio tra i tanti, Legro propone una straordinaria galleria d’arte a cielo aperto, dedicata ai film che utilizzarono come set i paesi attorno  al lago d’Orta e le località del Piemonte in genere. I “murales” sono 45 e adornano buona parte dei muri della frazione. Passeggiando per le viuzze di Legro  si possono rivivere, attraverso i fotogrammi dipinti, scene di famosi film che videro il Lago d’Orta e il Verbano come cornice: “Il balordo”, “L’amante segreta”, “Una spina nel cuore”, “La voglia di vincere”, “Il piatto piange” e “La stanza del Vescovo”.

Oltre a questi si possono ammirare la “Freccia Azzurra” di Gianni Rodari che il resista Enzo D’Alò ha trasformato in un film d’animazione o  “Addio alle armi” di Charles Vidor , “La spia del lago” o “I racconti del maresciallo”, di Mario Soldati, con Turi Ferro e Nino Buazzelli. Per non parlare poi dell’immagine fiera e indolente della mondina di “Riso Amaro”, con la sua  maglietta attillata e le calze nere a metà coscia, che hanno fatto diventare Silvana Mangano un’icona del cinema italiano. Legro, durante una gita sul lago d’Orta, val bene una visita. Ma la “mappa” dei paesi dipinti in Piemonte, propone altre 21 località che si fregiano di questo titolo.  Tra queste le cuneesi Bagnasco ( la località del “Bal do Sabre”, le danze degli spadonari ), Roccaforte Mondovì e Vernante ( con le immagini di Pinocchio, omaggio al grande disegnatore Attilio Mussino, forse il più grande illustratore delle avventure del burattino di Collodi) e Gavazzana, nell’alessandrino, con le sue poche case lungo il crinale delle prime colline tortonesi.

In ultimo, vale la pena ricordare l’iniziativa unica e certamente irripetibile che ha coinvolto Torre Canavese,  dove tanti artisti dell’ex Unione Sovietica, con lo scopo di far conoscere l’arte e la cultura dell’Europa orientale: ottantotto opere murali russe, oltre ad alcuni pannelli ceramici ed opere di pittori canavesi, hanno abbellito il suo incantevole borgo, raccolto attorno allo storico castello.

Marco Travaglini

 

(foto: Architempore)

Atteso ritorno di Arturo Brachetti al teatro Alfieri con “Cabaret” 

 

 

Dal 9 al 19 gennaio prossimi il teatro Alfieri di Torino ospiterà il Kit Kat Club con lo show musicale Cabaret, condotto dal trasformista Arturo Brachetti. Il musical, tratto dal romanzo “Goodbye to Berlin” di Christopher Isherwod e ispirato all’omonimo musical ideato nella Broadway inglese, narra le gesta di un giovane scrittore americano, Cliff Bradshaw, che si muove nella Weimar tedesca degli anni Trenta, in cerca di ispirazione, e dove incontra una protagonista del club Sally Bowles e l’Emcee, che invita a lasciare le varie preoccupazioni al di fuori, concentrandosi sulla bella musica, le belle donne, la bella vita, mentre al di fuori dilaga la pericolosa influenza nazista. I personaggi presenti sul palco sono Herr Schultz, fruttivendolo ebreo e spasimante dell’anziana affittuario dell’appartamento in cui il protagonista potrà cogliere una Berlino in cambiamento, Fraulein Schneider, e Ernest Ludwig, il primo tedesco che il giovane scrittore protagonista incontra al suo arrivo.

La trasposizione italiana nel 2023 aveva ottenuto un grande successo da parte del pubblico, che ha definito il musical sorprendente, anche grazie alla versatilità del trasformismo di Brachetti, un vero e proprio mago nel cambio degli abiti e nelle arti delle varie performance musicali.

Molto valida la costumista Maria Filippi, che anche questa volta vestirà attori e ballerine, ricreando quell’atmosfera che richiamerà l’ambientazione dei tavolini del Kit Kat Club.

Cabaret cambia ad ogni finale e soltanto gli spettatori che assisteranno allo spettacolo potranno scoprire quale finale decideranno di adottare Arturo Brachetti e il coregista Luciano Cannito. Solo allora gli spettatori scopriranno se i protagonisti che prima ignoravano l’insidiosità dei nazisti ne risulteranno vittime o vincitori.

 

Mara Martellotta

La grande performance di Angelina tra canto e Oscar, la prevedibile debolezza di Alba

Sugli schermi dei cinema torinesi

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Si apre e si chiude, in un cerchio perfetto di arte e d’amore, di realtà e di sospiri che si sono poco a poco spenti, di malinconia, di una alta sensibilità e di una cruda solitudine, la mattina del 16 settembre 1977, nell’appartamento parigino al 36 di avenue George Mandel – una curiosità che tutti conoscono, abitava al piano di sopra il nostro Mastroianni con la figlia Chiara che di tanto in tanto orecchiava quella splendida voce -, la vita di madame Callas, all’età di 53 anni, una vita ormai ripudiata, e non sarà neppur bello chiedersi ancora se si sia trattato di suicidio, subito allora smentito, o di un infarto risultato inevitabile dello sfinimento e di tante concause, non ultima l’abuso di quel Mandrax che si procurava illegalmente e che con parecchio altro nascondeva per la casa, nei cassetti e nelle tasche degli abiti: il corpo disteso sul pavimento, i due domestici affranti, le sporte della spesa lasciate cadere e una sola telefonata, il medico tante volte allontanato, due poliziotti e due barellieri, la macchina da presa che osserva ogni cosa di lontano, quando ormai ha esposto ogni cosa e non ha più nulla da raccontare. L’inizio e la fine di “Maria”, dentro cui Pablo Larraìn, altalenante regista cileno che ha raggiunto ormai la cinquantina giungendo al suo undicesimo titolo – lo avevamo entusiasticamente conosciuto al Torino Film Festival nel 2008 con “Tony Manero” -, ha raccolto e raccontato con appassionata vicinanza l’ultima settimana di vita della Callas, affidando la propria “inchiesta” alla presenza di un giovane giornalista, attento a non turbare ma altresì capace ad azzardare ricordi e un passato che possono far riaffiorare dolori antichi (“La posso chiamare Maria o la Callas?”, ottenendo una opposta risposta secondo l’umore e i desideri della giornata; e ancora lei: “Voi non sapete quanto è difficile far passare la musica dalla pancia in platea!”), attraverso la sceneggiatura dovuta a Steven Knight e chiudendo (ma siamo davvero sicuri che in prossime prove non scoprirà altri ritratti a cui dare vita?) quella trilogia (al) femminile che era iniziata con “Jackie” (la vedova Kennedy) e “Spencer” (Lady Diana): con la soddisfazione che il terzo tassello risulti assai migliore dei precedenti, concreto, significativo, emozionante, di una scrittura che agisce in profondità e con estrema intelligenza.

 

Dentro un film sulla Callas non possono mancare i brani famosi e Larraìn li sparge attraverso quella settimana e in un passato che ha visto la cantante nascere a New York e crescere ad Atene, dove la madre in periodo bellico esponeva lei e la sorella Yakinthī (Valeria Golino, in un fugacissimo incontro) ai militari tedeschi, offrendone voce e movimenti di ballo, l’incontro a Venezia nel ’47 con Meneghini che non avrebbe mai amato e con il brutto Aristotele che sarebbe stato il grande amore di una vita, predatore capace di spostarsi con grande libertà tra nuovi passioni e camere da letto e appuntamenti galanti, pronto a spodestarla chiamando sul podio Jacqueline Bouvier (ad Ari la coppia Knight/Larraìn affida una delle battute più succose, e sono tante, del film: “Ci si sposa perché un giorno non si ha niente da fare”): da “Gianni Schicchi” ai “Puritanti”, da “Tosca” all’”Ave Maria” dall’”Otello, da “Anna Bolena” alla “Traviata”, con un piccolo capolavoro tecnico laddove alle registrazioni originali s’è unita la voce di Angelina Jolie, accanita studiosa e fervida reinterpretatrice. Sino a che tutto esplode nel “Vissi d’arte” in quel mattino di morte, con il pubblico sotto le finestre dell’appartamento, attonito e in adorazione come lo fu quello della Scala e dei tanti altri teatri, lei lassù tra accanimento e spasimi. Tutto si è concluso, il pubblico e il privato, Maria ha finito di aggirarsi tra le stanze della casa, anche lì come una diva, di giocare a carte (paiono le atmosfere dello “Scopone scientifico” di Comencini) con i suoi fedeli angeli custodi, Marta – una Alba Rohrwacher ingrigita e indaffarata a prepararle le omelette che tanto le piacevano – e Ferruccio – Pierfrancesco Favino, più convincente in quel muoversi colpito dai dolori alla schiena, “Fatti vedere dal medico che sei tutto storto”, nel muovere e rimuovere il pianoforte di casa, nell’inchinarsi, nel pronunciare “madame” e nel disporre rose nei grandi vasi.

Si è concluso il privato della sofferenza, del bruciare i vecchi abiti di scena (“Non c’è vita fuori del palco”), delle ultime fiammate (“Decido io cosa è reale e cosa no”), delle ultime prove con il pianista a saggiare una voce che non è più la stessa (“Scusami, sono in ritardo”, “Non sei mai in ritardo, sono gli altri ad essere sempre in anticipo”), del trovare rifugio nel caffè davanti a un alcolico ordinando di zittire quel disco che ancora una volta le riporta una voce perfetta e sublime. Immagini in bianco e nero si alternano al colore, sui titoli di coda altre che sono autentici documenti, diversità di formati dal quadrato al grandangolo che abbraccia panorami e platee e i viali ingialliti di Parigi (la eccellente fotografia è di Edward Lachman), tutto ruota attorno alla Maria che Angelina Jolie ha saputo costruire. Forse gioca anche lei sul suo privato e pubblico di grande diva e offre una performance del tutto convincente, recita e soprattutto vive in maniera autentica con gli occhi al riparo degli inconfondibili occhiali, con le mani che hanno un qualcosa di scheletrico, con il corpo che si muove in tutta la propria fragilità, con il passo maestoso o stanco, con l’autorità o la remissione: ogni gesto in previsione – forse? – di quell’Oscar che qualcuno ha già detto essere suo di diritto.

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“Le cose della vita” le avrebbe chiamate Claude Sautet, grande indagatore di sentimenti, pur con quei racconti intimi che paiono sparati con il cannone avrebbe sottolineato il tutto Lelouch con lo sguardo fissato su un uomo e una donna. Stéphane Brizé, conoscitore attendo del mondo del lavoro (“La legge del mercato”, “In guerra”) sposta adesso la macchina da presa sulla coppia, spiata tra le case sbarrate di un inverno nella penisola di Quiberon, nel nord della Francia – “Hors saison” suona il titolo originale del suo ultimo “Le occasioni dell’amore”. Mathieu, attore di cinema che gode di un buon successo e di un buon pubblico, fugge a gambe levate dalla sua prima esperienza teatrale ritenendosi del tutto inadeguato, a quattro settimane dal debutto, lasciando compagni e regista a leccarsi le ferite chissà come. Lui lo fa rifugiandosi in un elegante centro di talassoterapia, non avendo fatto i conti che a due passi ci abita, stancamente coniugata e con una figlia, una vecchia che non rispolvera da una quindicina d’anni. Tutto pare previsto. Riassunto dei rispettivi passati, un po’ di colpa a me e un po’ a te, passeggiate davanti alle onde alte del mare, silenzi e sguardi, transitamento per la camera da letto di lui, qualche spiegazione, lasciamoci così senza rancor. Tutto elegante, tutto sussurrato, tutto incredibilmente déjà vu, tutto condito di tempi lunghi e di momenti altrui che hanno proprio la sembianza di dover riempire e slungare una storiella a tutti i costi, con il vuoto della anemica vicenda che si fa sempre più vuoto e con i dialoghi messi sulla pagina dal regista che li sparpaglia qua e là al colmo dell’avarizia.

Senza partecipazione, troppo in punta di piedi, a un risparmio che non costruisce, che non s’insinua, che non spiega mai. E tutto resta asfittamente in superficie, con una disarmante inutilità. Se Guillaume Canet tenta di variare tra pianto e sorrisi il suo Mathieu, Alba Rohrwacher mantiene su suolo d’oltralpe quella eterna sbiaditezza che le conosciamo da noi, la debolezza e il passo indietro nel porsi di fronte ai suoi personaggi, prevedibile di voce e di gesti, di quegli sguardi che rimangono eguali e bloccati davanti a un panorama che dovrebbe suggerirle un pensiero e un ricordo, davanti a un uomo che dovrebbe ispirarle un sentimento.

L’isola del libro

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RUBRICA SETTIMANALE A CURA DI LAURA GORIA

 

Jane Smiley “Erediterai la terra” -La nuova frontiera- euro 22,00

Con questo romanzo, pubblicato in patria nel 1991, Jane Smiley (nata a Los Angeles nel 1949), autrice di una ventina di opere di narrativa e saggistica, ha vinto il Premio Pulitzer nel 1992;

il libro ha anche ispirato il film con Michelle Pfeiffer e Jessica Lange.

Dopo generazioni che hanno sudato fatica e duro lavoro, la famiglia Cook è riuscita nell’ardua impresa di trasformare una terra inospitale in una delle tenute più floride della contea di Zebulon, nell’Iowa.

Il romanzo racconta cosa accade dopo che l’anziano proprietario decide improvvisamente di dividere il terreno tra le figlie. E’ l’innesco perfetto che fa esplodere rivalità, segreti, tradimenti e violenze che tornano a galla.

Il corposo testo, ambientato in pieno Midwest, è il resoconto della battaglia ingaggiata da Ginny, Rose e Caroline nel momento in cui il padre Larry Cook, vedovo da decenni, divide tra loro tre i mille acri della sua fattoria. Le sorelle si amano e si odiano allo stesso tempo, ed hanno con il genitore rapporti grevi e conflittuali.

L’io narrante è quello della 36enne primogenita Ginny: la più remissiva, con la vita segnata dal padre-padrone e da 5 aborti spontanei, dei quali due taciuti a tutti, marito compreso.

Poi c’è Rose, che da sempre ha cercato di ribellarsi al genitore violento; è moglie di un uomo affascinante e madre di due figlie.

L’ultima, Caroline, è l’unica che, pur di non restare impigliata nella ragnatela familiare, è andata lontano, in città, dove fa l’avvocato ed ha sposato un collega senza neanche dirlo in famiglia.

Un romanzo strepitoso che corre nel solco di quelli di Faulkner, in cui la terra è il fulcro di tutto, con corollario di sentimenti contrastanti ed imperiosi.

 

 

Andrea De Carlo “La geografia del danno” -La nave di Teseo” euro 18,00

Siamo padroni del nostro destino? Quello che siamo, pensiamo, scegliamo, il nostro carattere, affondano radici profonde nella famiglia e alla latitudine del globo in cui nasciamo?

Il timone della nostra vita lo prendiamo a un certo punto, ma più che altro conta da dove arriviamo.

Sembra essere questa la risposta di Andrea De Carlo nel 23esimo libro della sua carriera di scrittore, lunga 43 anni. Il testo, più che un romanzo, è la biografia della sua famiglia, una vera e propria indagine che lo conduce a rivelazioni sorprendenti.

L’albero genealogico che ricompone è la mappa della geografia del danno, e descrive soprattutto la ricerca di sé.

Inizia dalla scoperta che la nonna paterna sarebbe vissuta due volte….e via a seguire altre ricerche sugli antenati. Un passato in cui si sono incrociati i destini di migranti siciliani in Tunisia e di migranti cilene a Genova; tra teatranti, ingegneri navali e un fattaccio che stravolge il destino delle persone. La scoperta è che la realtà supera l’immaginazione.

L’eredità più profonda è quella del sangue, di cosa ci è stato trasmesso; scopriamo che le nostre predisposizioni sono solo in parte il risultato dell’ambiente e dell’educazione ricevuta. La verità è che, se indaghiamo i tratti del nostro carattere o le nostre doti, scopriamo che appartenevano a qualche nostro antenato, magari saltando una o più generazioni.

E questo vale per ogni famiglia, tutte hanno molto da raccontare se si scava nella notte dei tempi. Ognuno di noi è figlio, nipote, pronipote di storie straordinarie….cercare per credere.

 

 

Angela Frenda “Una torta per dirti addio. Vita (e ricette) di Nora Ephron” -Guido Tommasi Editore- euro 18,00

A 13 anni dalla scomparsa (nel 2012) della brillante scrittrice e sceneggiatrice newyorkese Nora Ephron, stroncata da leucemia fulminante, questo libro è la prima biografia italiana che ne ripercorre la vita in modo anomalo, ovvero attraverso un ricettario. Scritta dalla responsabile editoriale di Cook, Angela Frenda, ci racconta l’esistenza, i tormenti e le delusioni, ma anche i piatti tanto apprezzati dalla scrittrice.

Nata a New York nel 1941 e lì morta nel 2012, Nora Ephron è stata regista, produttrice cinematografica, sceneggiatrice, commediografa, giornalista e scrittrice. Tra i fiori all’occhiello della sua poliedrica genialità ci sono le sceneggiature di film cult come “Harry ti presento Sally” e “Affari cuore”; ha diretto commedie romantiche tra le quali “Insonnia d’amore” e “C’è posta per te”.

Una vita entusiasmante, le parole erano il suo mestiere, la cucina la sua passione e il modo di condividere pensieri e vita con chi amava.

Tra egg salade, biscotti, polpettoni e timballi, il cibo per lei era anche il collante che teneva insieme il tutto.

Scrittura e piaceri della tavola hanno sempre accompagnato le fasi più salienti della sua vita; per esempio scrisse il suo primo romanzo “Affari di cuore” dopo ave scoperto che il secondo marito (lei si sposò tre volte), il giornalista investigativo Carl Bernstein (che contribuì a scoperchiare lo scandalo Watergate) la tradiva mentre lei era incinta.

Quando ebbe la nefasta diagnosi del male che l’avrebbe portata via nel pieno degli anni, decise di preparare il suo funerale fin nei minimi dettagli. Ideò un ricettario personalizzato da consegnare agli amici più intimi a fine funzione, con le istruzioni di tutti i piatti che aveva cucinato per ognuno di loro….e quale viatico potrebbe rappresentarla meglio…..?

 

 

Sveva Casati Modignani “Lui, lei e il Paradiso” -Sperling&Kupfer- euro 21,00

Non avremmo mai pensato che un testo come questo fosse nelle corde della scrittrice da 12 milioni di copie vendute, Sveva Casati Modignani; nom de plume di Bice Cairati, classe 1938 e da sempre in vetta alle classifiche con la sua narrativa spesso snobbata dalla critica.

Questo romanzo è ambientato in Paradiso dove avviene l’incontro tra Dino Solbiati, grande imprenditore geniale che ha costruito la sua fortuna dal nulla e la scrittrice Stella Recalcati.

Solbiati rimanda a Silvio Berlusconi e l’idea di ispirarsi a lui ha solleticato l’immaginazione di Sveva Casati Modignani quando ha assistito ai suoi fastosi funerali in tv. Allora ha pensato che le sarebbe piaciuto intervistare il magnate per scoprirne soprattutto il profilo psicologico.

Ed ecco l’escamotage di incontrarlo (nei panni di Stella, suo alter ego) tra nuvole e meraviglie di un Paradiso da spot pubblicitario Lavazza. Solbiati si ritrova sospeso nel nulla a raccontare di se, riannodando i fili della sua vita intensa e vissuta a mille. Balzano tra ricordi delle mogli, tradimenti, la genialità e la sete smoderata di vita, ma anche qualche segretuccio. Insomma le contraddizioni dell’esistenza terrena.

 

I concerti di inizio anno. Rock Jazz e dintorni a Torino: Roberto Vecchioni e Luca Barbarossa

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Gli appuntamenti musicali della settimana

Martedì. Al Jazz Club si esibisce Davide Alemanni.

Mercoledì. Sempre al Jazz Club performance dei The Chicago Blues Jam!

Giovedì. Al teatro Colosseo è di scena Roberto Vecchioni. Al Jazz Club si esibiscono i Perchè Concato. Alla Divina commedia suonano i So What Jazz Ensemble.

Venerdì. Al teatro Colosseo si esibisce Luca Barbarossa. All’Hiroshima Mon Amour  è di scena Dottor Lo Sapio e Trio Marciano. Al Jazz Club suonano i Bella Mbriana. Al Folk Club si esibisce Jesper Lindell & Scarlet Rivera. Al Magazzino sul Po è di scena il cantautore Marco Castello con 2 concerti (alle 20 e alle 22.30). Al Blah Blah è di scena Claudia Buzzetti.

Sabato. All’Hiroshima suona La SAD. Al Jazz Club si esibisce il Marco Betti Trio. Al Blah Blah suonano i Dievel.

Domenica. Alla Divina Commedia è di scena la Alchemya City Band. Al Jazz Club suonano gli Only Pop- e De Gruttola Duo. Allo Ziggy si esibisce Aux Animaux.

Pier Luigi Fuggetta

Le ricerche internazionali di Peter Mallat sui Paleologi 

Da Vienna a Casale Monferrato 

Alla fine di ottobre abbiamo ricevuto la gradita visita di Peter Mallat, docente di chimica e maestro onorario dell’Università di Vienna, importante genealogista e membro della Società Bizantina Austriaca. La presidenza assunta da Mallat nel club Skybird dei turisti viennesi gli ha offerto l’opportunità di viaggiare in tutto il mondo e ricercare informazioni utili sui Paleologi, la stirpe bizantina che governò l’impero d’Oriente Mediterraneo e il Monferrato. Nel 1983 l’Accademia di Santa Sofia di Malta gli ha conferito il dottorato honoris causa per le ricerche sulla storia bizantina.
Oltre ad aver scritto in diverse lingue sull’impero di Costantinopoli, a Vienna nel 1984 ha pubblicato in tedesco “I cristiani siro-ortodossi in Austria” e la storia di Costantino Paleologo, nobile del XVI° secolo di origine greca morto nel 1508 che prestò servizio militare allo Stato Pontificio fino a diventare comandante della Guardia papale. Era figlio di Andrea, nipote dell’ultimo imperatore bizantino Costantino IX° Paleologo, famoso regnante in esilio.
Indubbiamente il lavoro più importante di Mallat è “The Palaeologos Family”, pubblicato nel 1985 a Malta dopo due decenni di ricerche in Grecia, Italia, Vaticano, Serbia, Brasile, Malta, Polonia, Inghilterra e Barbados in collaborazione con Charles A.Gauci, medico maltese. Gauci, maggiore della Royal Army, laureato sia alla Royal University di Malta sia in Inghilterra è conosciuto per la pubblicazione araldica delle nobili famiglie maltesi.
Mallat ha raccolto importanti informazioni nell’abitazione veneziana di Carlo Paleologo tramite i manoscritti del 1903 di Arnaldo, bisnonno di Andrea Paleologo che ha visitato Casale nel novembre 2023 con la moglie Gisella. Peter Mallat, nato nel 1944, vive a Vienna con la moglie Sonia Martinu e si è convertito alla fede greco-ortodossa, scelta alquanto insolita nonostante l’essere nato e cresciuto in Austria. Gli antichi legami tra la città imperiale di Costantinopoli e il Marchesato di Monferrato di Teodoro I° Paleologo rappresentano un attuale parallelismo tra Oriente ortodosso ed Occidente latino tramite la visita del prof. Mallat in Monferrato e l’incontro ad Istanbul tra il patriarca Bartolomeo I° ed il vescovo Sacchi di Casale per i 550 anni di istituzione della Diocesi casalese, avvenuti entrambi lunedì 28-10-2024. Il cortile del palazzo San Giorgio Gozzani, ora municipio, è stato intitolato a Flaminio Paleologo (1518-1571) antenato di Andrea e le armi del gonfalone casalese rappresentano i blasoni di Bisanzio e del Monferrato.
Armano Luigi Gozzano

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Paolo Vitelli un grande italiano – “Abbiamo consegnato noi l’Italia al fascismo” – Lettere

Paolo Vitelli un grande italiano
Parlare di Paolo Vitelli come di un grande torinese ci impedisce di cogliere la portata internazionale dell’industriale più importante al mondo nel campo della nautica da diporto, messa su, si può dire, partendo dal nulla ad Avigliana. L’Azimut venne da lui fondata quando era ancora studente e già al liceo dimostrava spirito d’impresa, vendendo sci e cravatte agli amici. In qualche armadio ho ancora qualche sua cravatta vendutami in piazza Carignano dove posteggiava la macchina con il baule diventato una vetrina. Apparteneva ad una famiglia di ricchi imprenditori. Il padre era a capo della “Venchi” e poi di un’azienda tessile; fu presidente della Camera di Commercio di Torino da cui l’arroganza ignorante di un ministro socialdemocratico avrebbe voluto estrometterlo per piazzare un modesto personaggino senza titoli.
L’avv. Vitelli, assistito dall’avv. Bachi altro grande gentiluomo di quegli anni straordinari di Torino, ricorse al TAR e riebbe il suo posto. In quell’epoca i piccoli politicanti erano banditi. Paolo Vitelli si era formato in quell’ambiente torinese della Facoltà di Economia ,del miracolo economico, del lavorare con onestà, della serietà assoluta ereditata dal vecchio Piemonte. Egli ha portato nel mondo quello stile Torino ed il marchio del Made in Italy che ha reso grande un Paese manifatturiero totalmente privo di una politica industriale. Vitelli ha fatto di più, ha preservato la sua azienda dalle ondate demagogiche sindacali, anzi la ha ampliata, accorpando il prestigioso marchio in crisi di Benetti. Non hai mai pensato di vendere agli stranieri – i suoi maggiori clienti – l’azienda , come tanti imprenditori italiani hanno fatto. E non si è mai lasciato invischiare nel piccolo cabotaggio della torinesità  come tanti destinati a galleggiare nella mediocrità metropolitana. Lui  che in cuor suo, penso, non tenesse in grande considerazione la politica perchè era un uomo del progettare e del fare, accettò anche di candidarsi in Parlamento, riuscendo eletto senza bisogno di particolari appoggi perché il suo nome era una garanzia assoluta. Dopo due anni tornò ad occuparsi delle aziende deluso da un mondo politico parolaio e inconsistente. Lo stesso Monti non era certo un nuovo Einaudi. Se penso come e dove è finita la più grande fabbrica torinese, ho ancora di più l’idea che Paolo sia stato un fuoriclasse. Ha avuto una figlia che ha portato ai vertici aziendali quasi fosse presago di  dover preparare  con adeguato anticipo un ricambio. E così è stato. Torino dovrà rendere omaggio ad uno dei suoi cittadini migliori tra i due secoli, magari ricacciando nell’oblio quelli che, portati avanti  da meriti inesistenti, oggi continuano a detenere posizioni che non hanno mai meritato.
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“Abbiamo consegnato noi l’Italia al fascismo”
Il 3 gennaio 1925, cent’anni fa, ci fu un discorso di Mussolini alla Camera che segnò il superamento della crisi provocata dal delitto Matteotti e l’inizio della dittatura fascista paradossalmente annunciata con  un discorso in Parlamento. Quel discorso merita di essere letto per capire compiutamente cosa sia stato il fascismo anche nelle sue ambiguità che gli consentirono di avere appoggi impensabili. La vicenda del delitto Matteotti fu affrontata dal fronte, quasi subito diviso, degli antifascisti in modo superficiale e contraddittorio.
L’ Aventino fu un grave errore che consentì al duce di riorganizzarsi.  E’ sbagliato concentrare tutta l’attenzione sul discorso del 3 gennaio perché andrebbe indagato senza indulgenze l’Aventino che fu  anche una fuga rispetto all’impegno di opporsi al fascismo. Filippo Turati scrisse anni dopo :”Abbiamo consegnato noi l’Italia al fascismo”. E’ una confessione dell’impotenza dell’opposizione e degli errori commessi vedendo nel fascismo un qualcosa che non corrispondeva alla realtà. Liberali, socialisti, comunisti, popolari non furono in grado di capire la realtà e di porre fine alla loro litigiosità. Mussolini prima e dopo il delitto Matteotti trovò antifascisti pronti allo scontro di piazza, ma incapaci di agire politicamente in modo lucido. Anche delle vecchie volpi della politica come Giolitti stentarono a capire cosa fosse il fascismo. Sarà il 1925 /26 ad aprire loro gli occhi.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

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Codice Salvini
Il nuovo Codice della strada firmato Salvini suscita molte perplessità. Esso tra l’altro azzera la privacy del conducente. Che le Forze dell’Ordine possano accedere al cellulare e leggere i numeri di telefono chiamati e soprattutto i messaggi appare illegittimo. Cosa ne pensa? Io sono contraria.  Enrica Cais
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Le cose targate Salvini peccano quasi sempre di eccessi,  a partire dall’esibizione a suo tempo di rosari e crocifissi fuori luogo, tanto per citare un solo esempio. Anche il Codice risente di un protagonismo legislativo fuori luogo, ad esempio, in materia di etilometro. E’ giusto combattere gli abusi, appare sacrosanto garantire al massimo una guida sicura a tutela di sé stessi e degli altri utenti della strada, ma il controllo dei cellulari come lei indica mi sembra una violazione della privacy evidente. Il testo di un messaggio è ad ogni effetto  una forma di comunicazione epistolare tutelata dall’ articolo 15 della Costituzione che parla di inviolabilità che può essere limitata  solo da un provvedimento motivato dell’ Autorità giudiziaria. Ancora una volta l’abc del liberalismo appare del tutto sconosciuto. I messaggi non servono solo a scambiarsi auguri ed amenità varie. Sono un mezzo di comunicazione che a volte sostituisce il telefono.
Ciò detto va anche riconosciuto che l’uso del cellulare in auto sia diventato un comportamento non tollerabile perché causa di incidenti. L’esistenza del viva voce dovrebbe essere il modo corretto di usare  il cellulare in auto, evitando assolutamente  di digitare messaggi e numeri telefonici.
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L’assessore Sestero
Ho visto  ben due intere pagine de “La Stampa “ dedicate ad un ex assessore comunale di Torino, irriducibile comunista. Mi è sembrato un  esagerato culto della personalità che i vecchi comunisti rimasti tali- malgrado l’apparente ravvedimento- hanno dedicato alla loro compagna mancata. Il segno di un ritorno al passato. Neppure a Carpanini hanno dedicato questo spazio.   Ettore Bietti  
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Credo che si possa e si debba ricordare la prof. Maria Grazia Sestero che ha saputo mantenere una coerenza assoluta fino alla fine. Comunista era e comunista è rimasta. L’ho conosciuta in più occasioni e quasi mai ho potuto consentire con lei. A chi muore va sempre portato il massimo rispetto, anche se sinceramente non credo molto  alla  statura politica di chi non ha voluto comprendere che il comunismo è stato una delle più grandi tragedie dell’umanità. Posso giustificare un operaio poco scolarizzato, ma non chi ha diretto anche un liceo. Maurizio Ferrara, direttore de “L’ Unità” vissuto anche a Mosca disse che non leggeva certi libri perché altrimenti avrebbe dovuto cambiare la sua vita. L’assessore e anche parlamentare Sestero non credo che si sia posta questi problemi perché le sue convinzioni erano talmente radicate da non avere mai un dubbio ideologico. Tanti che oggi dimenticano il loro granitico passato comunista dovrebbero imparare dalla sua onestà.

Cara vecchia Rai: il 3 gennaio 1954 nasceva la Tv

La RAI Radiotelevisione Italiana inizia oggi il suo regolare servizio di trasmissioni televisive”. Erano le 11 di mattina del 3 gennaio 1954 quando, con voce cinguettante, Fulvia Colombo – la prima “signorina buonasera”- fece lo storico annuncio

 Di Marco Travaglini

Domenica è sempre domenica. Si sveglia la città con le campane”. Evaristo Sgancia, come è solito fare, entra fischiettando nel bar in Piazza Salera, a Omegna. La melodia è sempre la stessa da cinquant’anni, da quando rimase folgorato davanti alla televisione che trasmetteva Il Musichiere.

Un’aria orecchiabile che al vecchio operaio della Cobianchi è rimasta indelebilmente impressa nella memoria. Più invecchia e più vive di ricordi. E di abitudini che ormai non si scrolla più da dosso. Tra queste, quella di portarsi la sedia da casa quando va a vedere le partire al bar o al Circolo. Come un tempo, quando la gente si radunava davanti ai pochi apparecchi televisivi per vedere Lascia o raddoppia?, Campanile Sera o, appunto, Il Musichiere. Quando poi incrociava Gino Denti, coscritto e compagno di lavoro nel far tondi e laminati al tempo della ferriera, erano scintille. Divisi su tutto, litigavano che era un piacere. Ogni pretesto era buono, dalla passione per la pesca allo sport, dalle donne alla televisione. Anzi, “alla Tv di una volta, non quella robaccia che si vede adesso”.

Parola del Denti che, pur non portandosi appresso la sedia, in quel caso non solo evitava di contraddire l’amico (una rara eccezione) ma lo comprendeva, rammentando i bei tempi andati. Dopo di ché, rimessa in moto la memoria, infuriava la polemica. “ Il Mario sì che era un ganzo. Conduceva il Musichiere alla grande”, asseriva Evaristo con voce possente. “Tutte balle. Il migliore è sempre stato il Mike e già ai tempi si vedeva di che stoffa era fatto”, ribatteva Dino, rosso in viso. La discussione, per quanto fosse concitata, s’incanalava immancabilmente sull’onda dei ricordi. Su un punto concordavano: la superiorità della “tele” degli anni ruggenti, quando iniziarono le trasmissioni del “Programma Nazionale”. “La RAI Radiotelevisione Italiana inizia oggi il suo regolare servizio di trasmissioni televisive”. Erano le 11 di mattina del 3 gennaio 1954 quando, con voce cinguettante, Fulvia Colombo – la prima “signorina buonasera”- fece lo storico annuncio.  E alla sera prese  il via la prima puntata ufficiale de“La Domenica Sportiva”, con le immagini della partita Inter-Palermo ( per la cronaca, vinsero i nerazzurri per 4-0 e il campionato li vide poi conquistare il settimo scudetto mentre i rosanero siciliani retrocedettero in serie B). Fin qui, tutto liscio. L’intesa era solida. Ma da lì in poi, apriti cielo: le trasmissioni erano il loro muro di Berlino. Uno per l’altra e l’altro per l’una, ardentemente critici e polemici. Evaristo era un fans de Il Musichiere, un gioco a quiz basato sulle canzoni, condotto da Mario Riva- pseudonimo di Mariuccio Bonavolontà dove  i concorrenti, seduti su di una sedia a dondolo, dovevano ascoltare l’attacco di un brano musicale e, una volta riconosciuto, precipitarsi a suonare una campanella a dieci metri di distanza per avere diritto a dare la propria risposta, accumulando gettoni d’oro per il monte premi finale.

A eseguire i  motivi musicali ci pensava l’orchestra di Gorni Kramer , affiancata da due cantanti: Nuccia Bongiovanni e un giovane alle prime armi, un tal Johnny Dorelli. La trasmissione andò in onda il sabato sera per novanta puntate, dal 7 dicembre 1957 al 7 maggio 1960 e ben presto diventò il contraltare di Lascia o raddoppia? ( per la quale stravedeva Dino Denti ). Lascia o raddoppia? , condotto da Mike Buongiorno, andò in onda a partire dal 26 novembre 1955 ogni sabato sera, alle ore 21,00, fino all’ 11 febbraio 1956 e ogni giovedì sera dal 16 febbraio1956 al 16 luglio 1959. Il primo, e più famoso, programma a quiz della RAI, ipnotizzava i telespettatori, incollandoli davanti allo schermo in bianco e nero. Nel corso della prima serata il concorrente doveva rispondere ad otto domande, nel tempo massimo di trenta secondi per ciascuna. Il montepremi iniziale era di 2.500 lire. Ad ogni risposta esatta il montepremi raddoppiava, ma se sbagliava non c’era pietà: veniva eliminato. Se invece rispondeva esattamente a tutte le otto domande, raggiungendo così la quota di 320.000 lire, aveva diritto a ritornare alla settimana successiva. Al ritorno, il conduttore rivolgeva al concorrente la domanda: Lascia o raddoppia? Se il concorrente “lasciava” intascava la somma vinta fino a quel momento, altrimenti doveva entrare in una cabina, con una cuffia attraverso la quale poteva sentire solo la voce di Mike. Di domanda in domanda, con il tempo scandito da un orologio e da una musica d’archi a far da sottofondo, cresceva la suspence. Rispondeva esattamente? Il montepremi raddoppiava e tornava la settimana successiva. Ma se la risposta era sbagliata il suo montepremi andava in fumo ed era eliminato dal gioco.

A dire il vero non andava via a mani vuote. Le poteva stringere attorno al volante di una Fiat 600 che rappresentava la “consolazione “ ( e buttala via! ). Di raddoppio in raddoppio, la somma che il concorrente poteva vincere era di 5.120.000 lire (al massimo poteva partecipare a cinque puntate consecutive). Se intascava il premio passava alla storia del quiz altrimenti “raddoppiava” la consolazione, portandosi a casa una Fiat 1200. La popolarità della trasmissione fu tale che la RAI, nel 1956, dovette spostarne la programmazione dal sabato al giovedì a seguito delle proteste dei gestori delle sale cinematografiche, che avevano visto assottigliarsi vistosamente i loro incassi proprio nella serata settimanale tradizionalmente più redditizia. Ma le cose non andarono per il verso giusto e il rimedio si rivelò, paradossalmente, peggiore del male, quando la serata del sabato, rimasta libera, fu occupata dal Il Musichiere, a sua volta popolarissimo, tanto da costringere molti cinema, ad installare televisori in sala per non perdere la  clientela. Così capitava che i militari in libera uscita erano costretti a vedere i film a metà, poiché dopo il primo tempo “andava in onda” il quiz televisivo e, ad una certa ora, dovevano per forza ritornarsene in caserma. La concorrenza tra il conduttore italoamericano e il cantante romano si mostrò anche sul versante del “gentil sesso” e dei concorrenti famosi.

A Lascia o raddoppia venne inventata la figura della valletta, dove spopolò Edy Campagnoli, diventando una delle beniamine del grande pubblico (accrebbe la sua popolarità sposando il portiere del Milan e della Nazionale, Lorenzo Buffon ). E qui il ricordo si fa languido: “Ah, la Edy! Che donna. Aveva una grazia ed un’eleganza che oggi se la sognano quelle lì, pronte a far vedere la mercanzia quasi fossero al mercato”, sospirava, sognante, il Denti. Evaristo, per non essere da meno, ricorda che al fianco di Mario Riva di vallette ce n’erano addirittura due, le “Simpatiche“. “ Altro che “letterine”, “figurine”, “plastichine” e balle varie: in quel ruolo si sono avvicendate delle donne bellissime come Carla Gravina e Marilù Tolo”, sottolineava stirandosi i baffetti. E i concorrenti,eh? Al Musichiere le vincite erano più magre e l’unico campione che emerse dall’anonimato, con una vincita di otto milioni di lire circa, fu  un cameriere di Roma, Spartaco D’Itri, che con il premio vinto aprì un’attività in proprio. “ La nostra, caro il mio Gino, era una trasmissione per i proletari”, sottolineava con malizia lo Sgancia. Il quale, di rimando, tesseva le lodi del torinese Gianluigi Mariannini che, in cinque puntate, rispondendo esattamente a domande sulla storia del costume,  mise “ in cascina” la cifra-record di cinque milioni e 120 mila lire (poco più di 60 mila euro attuali).

Stravagante, dai modi eccentrici, con gli occhialini tondi e spessi e la barbetta cavouriana, il filosofo-dandy era stato uno dei più pittoreschi personaggi della Tv di quel periodo. I due amici con il gusto della polemica, prima di comandare un litro di barbera per farsi compagnia ( anzi: “un mezzo a testa, così non litighiamo”), ricordano una famosa puntata del 1959 de Il Musichiere, quando  i due nemici Fausto Coppi e Gino Bartali (annunciati dal roboante “nientepopodimenoché” di Mario Riva) fecero la pace sulle note di “Come pioveva”, trasformata per l’occasione in “Come perdevi”. “Erano come noi, eh Gino. Peccato che io non mi chiamo fausto, altrimenti pensa un po’ che roba: uguali in tutto e in tutto differenti, come cani e gatti”. Evaristo scoppia a ridere . La risata contagia anche Gino. Si alzano, salutano e se ne vanno a casa. Ognuno per la sua strada. Evaristo portando in spalla la sua sedia impagliata.

Inizio d’anno a Cesana Torinese con le foto in bianconero tra 800 e 900

CESANA TORINESE – Quest’anno Cesana Torinese per le vacanze natalizie e di inizio anno, accanto agli eventi legati alla neve, ha voluto puntare forte sulla cultura.

Appuntamento quindi da non perdere, sabato 4 gennaio, per un viaggio nel tempo. Infatti alle ore 21 presso la Sala Formont in via Pinerolo 0, l’Associazione Museo Monte Chaberton di Claviere, in collaborazione con l’Ufficio del Turismo di Cesana e con il patrocinio del Comune di Cesana Torinese, organizza una serata informativa ad ingresso gratuito e aperta a tutti “Cesana in bianco e nero” sulla storia di Cesana e del Monte Chaberton attraverso le immagini in bianco e nero del passato. Un viaggio per immagini tra XIX° e XX Secolo quando Cesana è passata da borgo alpino a presidio militare ai confini del Regno d’Italia.

Sino a domenica 5 gennaio è poi visitabile presso la sala polivalente dell’Ufficio del Turismo la mostra personale dell’architetto Massimo Rasero “Montagna e Territorio” con ingresso libero dalle ore 10 alle ore 12.30 e dalle 15.30 alle 19.

Ultimi giorni anche per visitare la mostra “I Sapori tramandati dalle Donne” che è ospitata presso il “Museo Casa delle Lapidi” di Bousson sino a martedì 7 gennaio. Sempre a Bousson, grazie all’impegno dell’Associazione Contempora, resterà aperta alle visite sino al 31 gennaio la Natività con figure a grandezza naturale dipinte a mano dall’artista Valeria Tommasi con la grande novità dei grandi Angeli che dalla via del “Museo Casa delle Lapidi” indicheranno la via alla Natività.

Si conclude poi il 30 gennaio la seconda edizione dell’iniziativa “Scatta e Post@” a cura dall’Ufficio del Turismo. La partecipazione è libera e tutti ed è sufficiente scattare una foto o girare un video e pubblicarli sul social istagram taggando la pagina ufficiale del Comune @comunecesanatorinese. I primi 100 partecipanti saranno premiati con un simpatici gadget da ritirare presso l’Ufficio del Turismo di piazza Vittorio Amedeo.

Questa sera, venerdì 3 gennaio, a Sansicario “Sansi on fire”: fiaccolata per la solidarietà con dj set e ospiti a sorpresa. La discesa è prevista per le ore 18 con partenza dal Rifugio Madia per livello spazzaneve e dal Rifugio Soleil Beuf per livello sci paralleli/esperti. Una iniziativa promossa dalla Scuola Sci “Sansicario Action” e “Non solo neve” che si concluderà con una festa in piazza.

Domani, sabato 4 gennaio alle ore 21, sempre a Sansicario “Concerto Sansicario Vibes” “La Montagna che suona”: un gruppo di giovani talentuosi musicisti cresciuti a Sansicario. Una serata di grande musica e atmosfera perfetta per concludere le vacanze in bellezza.

Fondazione Amendola inaugura l’installazione multimediale del Telero Lucania ’61

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Giovedì 9 l’inaugurazione dell’installazione multimediale del Telero Lucania ’61 con il Presidente Alberto Cirio, lunedì 20 conferenza stampa del progetto “Fiumi di culture” con l’Assessora Carlotta Salerno. Poi presentazione dei libri “Geopolitica dell’intelligenza artificiale” e “Il ministero Brodolini” e seminario sul pensiero politico medievale

L’inaugurazione dell’installazione multimediale del Telero Lucania ’61, in programma giovedì 9 gennaio 2025 con la presenza del Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e dell’Assessore del Comune di Torino Mimmo Carretta, aprirà un gennaio 2025 ricco di appuntamenti per la Fondazione Giorgio Amendola, da sempre protagonista nei percorsi di riqualificazione urbana e nella promozione di manifestazioni artistiche e culturali nel quartiere Barriera di Milano, a Torino. Tutti gli eventi, ospitati nella sede di via Tollegno 52, sono ad accesso gratuito.

9 gennaio 2025 – Installazione multimediale del Telero Lucania ’61 – Il Telero Lucania ’61, opera pittorica in cui Carlo Levi trasferì su tela i drammi e i volti narrati nel romanzo “Cristo si è fermato a Eboli”, rappresenta un vero e proprio viaggio nella questione meridionale. La sede della Fondazione Amendola ospita una copia del Telero, il cui originale è conservato a Palazzo Lanfranchi di Matera. Il 9 gennaio alle ore 18, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Carlo Levi, sarà presentata un’inedita traduzione del Telero in formato multimediale realizzata da Olo Creative Farm su commissione della Fondazione Giorgio Amendola, all’interno di un progetto finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del PNRR, Next Generation EU.

10 gennaio 2025 – Presentazione del libro “Geopolitica dell’intelligenza artificiale” – Come sono nate e come funzionano le macchine “pensanti”? E quali saranno le ripercussioni sugli equilibri mondiali? A queste domande di estrema attualità prova a rispondere Alessandro Aresu nel libro “Geopolitica dell’intelligenza artificiale” (Feltrinelli, 2024). Venerdì 10 gennaio alle ore 18.30, l’autore ne parla con Nicolo Carboni, responsabile rapporti con il PSE del Partito Democratico, Juan Carlos De Martin, Professore ordinario del Politecnico di Torino, e Chiara Foglietta Assessora all’Innovazione della Città di Torino.

20 gennaio 2025 – Conferenza stampa del progetto “Fiumi di culture” – Conferenza stampa conclusiva del progetto “Fiumi di culture. Affluenze – Influenze – Confluenze”, che ha promosso il dialogo interculturale nella Città di Torino, in particolare con le comunità asiatiche e nordafricane di nuovi residenti, attraverso il riconoscimento e la valorizzazione del patrimonio multiculturale, con un approccio partecipativo che coinvolga attivamente la cittadinanza. Nell’occasione, ci sarà il lancio ufficiale della pagina web, in collaborazione con Vivo Interculturale. Il progetto ha come capofila Vol.To ETS – Centro Servizi Volontariato Torino, in collaborazione con i partner Associazione Mio MAO, Associazione Volontari Mio MAO, Fondazione Salvemini, Bocciofila Vanchiglietta Rami Secchi, Fondazione Giorgio Amendola e Associazione culturale Vera Nocentini. Appuntamento lunedì 20 gennaio alle ore 11, interverrà Carlotta Salerno, Assessora alle periferie e progetti di rigenerazione urbana della Città di Torino

23 gennaio – Seminario “Il pensiero politico medioevale” – A cura del Professor Luigino De Francesco, il seminario intitolato “Il pensiero politico medievale” è in programma giovedì 23 gennaio alle ore 17.30.

30 gennaio – Presentazione del libro “Il ministero Brodolini” – Frutto di lunghi studi su socialismo e welfare europeo, “Il ministero Brodolini. Poteri pubblici, welfare e Statuto dei lavoratori” di Paolo Borioni (Biblion, 2023) sarà presentato giovedì 30 gennaio alle 18. Dialogano con l’autore Annamaria Simonazzi, Presidente della Fondazione Brodolini, e Dimitri Buzio, Presidente LegaCoop Piemonte.