Giovedì 16 gennaio alle ore 18.30 presso la libreria Acquario Studios a Torino (via Ormea, 2e) si terrà la presentazione del libro, edito Einaudi, Il carteggio con Heinz Riedt di Primo Levi. Interverranno la curatrice Martina Mengoni oltre a Walter Barberis, Maurizio Crosetti e Fabio Levi. Il libro racconta la storia di Heinz Riedt era un tedesco molto diverso da quelli che Primo Levi conobbe ad Auschwitz: fu soldato nella Wehrmacht e poi partigiano nella Resistenza veneta; lavorò con Brecht e tradusse Goldoni, Calvino e Pinocchio; visse a Berlino Est e poi fuggí in Germania Ovest con la famiglia. E fu lui a tradurre in tedesco Se questo è un uomo e Storie naturali. Ai quesiti lessicali che Riedt gli pone, Levi risponde rievocando il gergo e le espressioni del Lager. La ricerca della parola piú adatta costringe Levi a rituffarsi nella sua drammatica esperienza per riportarla nella lingua in cui l’ha vissuta: il tedesco. Ma le loro lettere non riguardano solo il lavoro tecnico della traduzione: a poco a poco diventano un dialogo fra amici che si scambiano opinioni sulla letteratura, sulla politica, sul mondo editoriale, e sulle rispettive vite. Questo con Heinz Riedt è il primo carteggio di Levi pubblicato in volume.
MUSIC TALES
“La sera è nostra e (anche) la primavera nella foresta Vagla,
stiamo per accamparci nei campi di bacche verdi.
Guidami, amico/a, al boschetto di ieri,
lì (dove) la primavera sussurra e crescono le betulle.”
L’album è “A/B” e porta la firma inconfondibile di Kaleo.
E’ un mix di molteplici generi musicali discostanti tra di loro, si passa dal Hard rock, al Blues, al Country fino ad arrivare a melodie Pop Rock più “rilassanti”.
È un concentrato di stati d’animo.
Per chi non lo sapesse, I Kaleo sono un gruppo rock islandese formatosi nel 2012 a Mosfellsbær.
Il loro album di debutto A/B è uscito nel giugno 2016. Il brano Way Down We Go, uscito come secondo singolo nel 2016, ha ricevuto ai Grammy Awards 2018 la candidatura nella categoria miglior interpretazione rock.
Qualche settimana fa, guardando una serie TV su Sky, mi imbatto in queste sonorità bellissime e voilà, una shazammata ed eccomi volare nei cieli islandesi inaspettatamente.
“Vor í Vaglaskógi” è l’unica canzone dell’album sopra citato cantata in islandese, la lingua madre dei Kaleo. Inizia con una lenta melodia di chitarra arpeggiata che ci trasporta nelle lande islandesi e che ci fa capire come questa lingua considerata da molti dura e poco melodica riesca a creare una canzone perfetta sotto ogni punto di vista. Secondo me i Kaleo hanno fatto un azzardo a mettere un brano in islandese, ma un azzardo ben riuscito che ha dato maggior visibilità a questa lingua che non conoscevo affatto e che sarebbe bello che sempre più persone riuscissero ad apprezzare a pieno.
““Se un uomo non intende correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui.””.
(Ezra Pound)
Ascoltatela bene ma bene proprio. Ve ne prego.
CHIARA DE CARLO

KALEO – Vor í Vaglaskógi (official video)
scrivete a musictales@libero.it se volete segnalare eventi o notizie musicali!
Ecco a voi gli eventi da non perdere!

Vi invito a seguire le pagine sottostanti per far parte di una comunità che vuole cambiare le cose.
Che vuole più educazione al rispetto per le donne e lo fa con uno spettacolo chiamato “Respect” che, a breve, sarà nelle vostre piazze.
Uno spettacolo intenso interamente cantato da uomini affinchè sia la voce maschile ad esortare al rispetto per le donne.
Oltre 30 artisti tra cantanti musicisti ballerini e performer, al lavoro per offrire un’esperienza immersiva che trasmette un grande senso di appartenenza e gruppo.
In aiuto all’associazione Scarpetta Rossa per un sostegno concreto a chi, dall’inferno della violenza, è già passato ed è riuscito a fuggire.
https://www.instagram.com/respect_lo_spettacolo?igsh=MTU2dTY0M3kwMnJu&utm_source=qr
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Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica di Torino è lieto di annunciare che, grazie alla straordinaria generosità di 742 piccoli e grandi donatori, ha superato l’obiettivo di 50.000 € nella sua campagna di crowdfunding, lanciata dal 28 marzo al 31 dicembre 2024 per acquisire cinque ornamenti in smalto di Limoges provenienti dal cofano di Guala Bicchieri, capolavoro identitario della sua collezione.
I cinque ornamenti – elementi metallici con decoro floreale in smalto champlevé – che decoravano originariamente il cofano del cardinale vercellese Guala Bicchieri (1160-1227), saranno acquisiti grazie all’eccezionale contributo di un ampio pubblico di appassionati e sostenitori del patrimonio storico e artistico dei Musei Civici di Torino.
Una raccolta fondi inaugurata dalla generosa donazione di Sir Paul Ruddock, grande collezionista di arte medievale ed estimatore del Museo Civico torinese, e quindi conclusa grazie al significativo sostegno della Fondazione CRT, che da sempre è accanto a Palazzo Madama in tutti i suoi progetti.
Il cofano del cardinale Bicchieri, realizzato in legno e decorato con smalti e oreficeria, è uno degli esempi più importanti dell’arte medievale e rappresenta un unicum nella storia dell’arte di Limoges.
Originariamente impreziosito da quaranta medaglioni e numerosi elementi decorativi in rame sbalzato e smalto champlevé, ha visto la perdita di diversi componenti durante la suo lungo e travagliato passato.
A marzo 2024 Palazzo Madama ha lanciato la campagna di crowdfunding con l’obiettivo di acquistare i cinque preziosi frammenti, che per secoli sono stati parte di questo capolavoro della storia, e di riportare il cofano alla sua originaria bellezza. Tali smalti furono verosimilmente trafugati a fine Settecento nel periodo delle guerre napoleoniche – quando il cofano era conservato nella chiesa di Sant’Andrea di Vercelli – e successivamente confluirono nella collezione di Jules Chappée, industriale ed erudito di Le Mans, quindi vennero dispersi dagli eredi e infine approdarono presso l’antiquario parigino che li ha ora messi in vendita.
Con l’acquisizione di queste cinque opere, il museo è ora in grado di restituire una ulteriore parte del decoro originario all’opera, ricollocandole sul retro del cofano, che oggi risulta privo di queste decorazioni.
“Il successo di questa campagna è una commovente e profondamente significativa testimonianza della forza e dell’impegno della comunità che sostiene Palazzo Madama e i Musei Civici di Torino“, ha dichiarato Giovanni Carlo Federico Villa, Direttore di Palazzo Madama. “Grazie alla generosità di centinaia di donatori, non solo aggiungiamo parti essenziali al cosiddetto ‘cofano di Guala Bicchieri’, ma poniamo nuovamente l’attenzione su un momento fondamentale della storia e del farsi d’Europa per il tramite di uno dei suoi grandi protagonisti. Sincera è la gratitudine per i numerosissimi che hanno voluto prendersi il tempo di contribuire a questo importante progetto, dando un senso al concetto di cittadinanza attiva e di memoria”.
“I cinque smalti che ora riusciremo ad acquisire considerati da soli sono semplici frammenti della raffinata arte di Limoges nel Duecento, ma la loro importanza risiede nell’appartenere ad un capolavoro, cui ora possiamo ricongiungerli. Il loro riposizionamento sul cofano, a distanza di più di duecento anni, è un’operazione filologica importante che permetterà – come avviene in pittura quando una predella perduta torna accanto alla tavola cui era associata – di poter ammirare il cofano completo di alcune delle sue parti mancanti, così come esso doveva apparire a Guala Bicchieri nel 1220” – dichiara Simonetta Castronovo, conservatrice di Palazzo Madama, che fu già protagonista dello studio e acquisizione del cofano del cardinale da parte della Città di Torino e della Regione Piemonte nel 2004.
Durante tutto il corso del 2024 Palazzo Madama ha organizzato un intenso programma di sensibilizzazione, con incontri, conferenze, laboratori, visite guidate e dibattiti che si sono svolti non solo in museo ma in diverse sedi del territorio piemontese. Un ringraziamento particolare anche allo storico Alessandro Barbero, che ha unito la sua voce a quella di Palazzo Madama per sostenere la campagna.
Il risultato è stato ottenuto attraverso la piattaforma online di crowdfunding Rete del Dono, che ha permesso ai numerosissimi donatori – singoli, gruppi, famiglie, fondazioni e associazioni – di partecipare all’iniziativa.
Nella primavera 2025 Palazzo Madama offrirà a tutti i donatori l’opportunità di vedere in anteprima gli smalti appena acquisiti, in una presentazione in museo riservata ed esclusiva.
Palazzo Madama dimostra ancora una volta di essere un punto di riferimento fondamentale per la cultura italiana ed europea, e il successo di questa campagna di crowdfunding conferma l’importanza di collaborazioni e partecipazione per garantire la conservazione e la valorizzazione del patrimonio dei Musei Civici di Torino. Un patrimonio comunitario. Un patrimonio di tutti.
Tutte le info qui: https://www.palazzomadamatorino.it/it/evento/ritorno-a-casa-il-cofano-ritrova-smalto
Torna sul podio dell’OSN Rai l’americano John Axelrod, protagonista del concerto in programma all’Auditorium Arturo Toscanini di Torino giovedì 16 gennaio alle 20.30, con replica in diretta su Radio 3. La replica di venerdì 17 gennaio, alle 20, è trasmessa in live streaming sul portale di Rai Cultura.
Attuale direttore Principale Ospite della Kyoto Symphony e direttore Principale della Real Orchestra Sinfonica de Sevilla, Axelrod è apprezzato in tutto il mondo per la sua versatilità ed energia. Con la compagine Rai è stato protagonista di una tournée nel sud Italia nell’estate del 2022, che ha toccato Catania, Catanzaro, Salerno, Matera, Brindisi. Ad aprire la serata sarà il “Rendering”, il restauro realizzato da Luciano Berio tra il 1988 e il 1990 sugli schizzi lasciti da Schubert a proposito della sua Decima Sinfonia, mai completata.
“Erano anni che mi veniva chiesto da varie parti di fare ‘qualcosa con Schubert’- spiegò Berio nelle note alla partitura – e non ho mai avuto difficoltà a resistere a quell’invito tanto gentile quanto ingombrante, fino al momento in cui ricevetti copia degli appunti che il trentunenne Franz andava accumulando nelle ultime settimane di vita, in vista di una Decima Sinfonia in Re maggiore D 936 A. Si tratta di appunti di notevole complessità e di grande bellezza, che costituiscono un segno interiore di nuove strade, non più beethoveniane, che lo Schubert delle sinfonie stava già percorrendo. Sedotto da questi schizzi, decise dunque di restaurarli e non ricostruirli”.
Nella seconda parte del concerto, Axelrod interpreta “The planets”, la suite opera 32 per coro femminile e orchestra scritta da Gustav Holst tra il 1914 e il 1915. In quegli anni il compositore britannico, di mente aperta e curiosa, era particolarmente influenzato dal wagnerismo e dall’espressionismo, e venne introdotto all’astrologia dallo scrittore Clifford Bax durante una vacanza sull’isola di Maiorca. Nacque così la partitura che lo rese celebre e che infuse di mirabile maestria coloristica oltre che di visionaria fantasia. Il successo del lavoro fu tale da rendere una sorta di modello per la musica cinematografica successiva, specie per le pellicole di ispirazione fantascientifica. L’opera, composta da sette movimenti ispirati al significato astrologico dei pianeti del sistema solare, vede impegnato un organico orchestrale enorme che include strumenti come il flauto basso, l’oboe basso, l’eufonio e l’organo.
Nell’ultimo movimento interviene anche il coro femminile del Teatro Regio di Torino preparato da Ulisse Trabacchin. L’ultima esecuzione di “The planets” da l’arte di una compagine Rai a Torino risale al 1957, con Sir John Barbirolli alla testa dell’OSN di Torino della Radiotelevisione Italiana.
Mara Martellotta
Sullo schermo l’ultimo controverso film di Robert Zemekis
PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione
Un vulcano che erutta e la natura che riprende a fiorire, un terreno su cui il magma esplode e gli incendi improvvisi divampano, una corsa di dinosauri e i nativi indiani che cacciano nella foresta vergine. I calessi del Settecento e la figura di Benjamin Franklin, la casa inconfondibile in stile georgiano costruita sul fondo dello stretto sentiero e una piccola casa, accogliente e confortevole, che le cresce accanto, una grande finestra per guardare il mondo che le si snoda davanti. E con lui i secoli e le decadi, incorniciati da una macchina da presa stabilmente poggiata, uno sguardo fisso sul salotto bello, che raccoglie e che accoglie, dove si festeggia il giorno del Ringraziamento o dove per maggiore comodità s’alloggia il padre malato, a riprendere i tanti cambi di divani più o meno antichi più o meno attuali, gli apparecchi tivù e il caminetto, gli alberi di natale e gli addobbi, i paraventi e i tappeti da spolverare e le lampade, le persone soprattutto che passano e s’avvicendano, in special modo tra le ultime generazioni, sino alle soglie del Covid, quelle che l’attraversano con visi e gesti tutti diversi, con amarezze e attimi felici, con aspirazioni e con sogni ormai buttati in fonda a un cassetto, dentro la grande Depressione e gli anni Quaranta dove un aspirante aviatore può dare vita al suo sogno (vedrà lo spettatore con quali esiti) e una coppia bohémien e desiderosa di successo può inventare una comodissima poltrona girevole e ribaltabile o più vicino a noi, dove un padre afroamericano catechizza con grande consapevolezza il figlio alla perfetta obbedienza al poliziotto se fermato ad un controllo di documenti e patente.

Questo e altro ancora passa dinanzi all’obiettivo ristretto di “Here” che Robert Zemeckis ha tratto dalla omonima graphic novel di Richard McGuire del 2014, riunendo ancora una volta attorno a sé – dopo il successo planetario di “Forrest Gump” trent’anni fa – l’amorevole cura dello sceneggiatore Eric Roth, delle musiche di Alan Silvestri, della coppia Tom Hanks e Robin Wright. Sono questi ultimi a vivere la storia del signore e della signora Young e della storia che vivono il regista ci fa sapere qualcosa di più, la passione della gioventù e l’amore sul divano sotto lo sguardo divertito del fratello di lui, il matrimonio celebrato proprio in quello stesso salotto e la nascita di una bambina, il lavoro di lui e i festeggiamenti per i cinquant’anni di lei: lei che passerà quasi l’intera esistenza recalcitrante tra quelle mura, a mugugnare, a sognare un luogo diverso, fatto di emancipazione e di completa padronanza. Ricordate la mamma di Forrest? la vita è come una bella scatola di cioccolatini e non sai mai quello che ti capita.
Libertà da quell’altra coppia Young, con le loro manie e loro premure invadenti, i genitori di lui (Paul Bettany, il più convincente di tutti, e Kelly Reilly), Al e Rose, che incrociano una guerra e un Vietnam per il quale l’altro figlio non vede l’ora di partire. Accadimenti e piccole e grandi imprese che sono una manna per un regista come Zemekis che da sempre è stato bravo a intessere nel suo Cinema quelle nuove tecniche che possono fare miracoli. Non soltanto il suo attore feticcio stringeva mani e riceveva onorificenze da presidenti degli Stati Uniti che avevano terminato la loro permanenza alla Casa Bianca oppure languiva nell’isola di “Cast Away” o entusiasmava grazie alla “permormance” o “motion capture” di “Beowulf” e di “Polar Express”: altresì – e siamo già giunti qui al tempo della autocitazione – la terna di “Ritorno al futuro”, Jessica Rabbit o il pilota di “Flight” mostravano un regista che precorreva e di parecchio i tempi. Tutti i processi tecnologici riempiono le facce di Hanks e di Wright, le rendono vive in ogni momento, li guardiamo giovanissimi e li ritroviamo con i tratti invecchiati, dentro una stanza e uno schermo che il regista spezzetta in innumerevoli quanto diversissimi – per posizioni e grandezze – riquadri, in quelle tante occasioni che potrebbero far diventare “Here” il film scoperta dell’anno. Dicevo di miracoli, se la tecnica non arrivasse ad affievolire la Storia, sovrapponendosi ad essa, imbrogliandola, anche impoverendola.
Dicevo potrebbero. È chiaro che il saggezza dell’espediente, la tecnica perfettissima, la ricerca del particolare, l’immagine spezzettata, la frammentazione del Tempo che è il grande protagonista del film, in tutta la sua costruzione e nella sua de-costruzione, possono avvincere, interessare, essere guardati con grande curiosità: ma le tante sottotrame non hanno mai sviluppo – e capiamo benissimo che a Zemeckis non interessa che le abbiano: ma a noi quegli sviluppi mancano -, anche la coppia principale si alimenta di flash, di piccole se non deboli, stringate emozioni, fatte nel momento in cui essi vivono e non oltre, di fatti che potrebbero raddoppiarsi o scomparire e il risultato non cambierebbe. Non è per risollevarci il morale: ma in “Here” resta bella davvero quell’aria di malinconia che circola, quella poesia che già ha commosso altrove e che qui siamo obbligati a ricercarla e a stringercela ben stretta. Pur se claudicante, se “imperfetto” nella sua costruzione, “Here” merita di essere visto, forse soltanto per riuscire a intravedere quel che sarà il Cinema negli anni che verranno (o forse ci stiamo già dentro): merita per quel finale d’emozioni, per quell’attimo che vola alto, con la macchina da presa che finalmente girando su se stessa inquadra ciò che sinora è stato alle sue spalle, permettendosi di uscire da quell’unico spazio, con il piccolo colibrì, che abbiamo visto qua e là nei 100 e poco più minuti, arrestarsi per spiccare di lì a un attimo un volo più deciso. Come faceva la piuma bianca sotto gli occhi buoni di Forrest.
Le origini piemontesi di Giuseppe Verdi



TORINO TRA LE RIGHE

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Un Pigmalione atroce dei nostri decenni
“La forma delle cose” al Gobetti sino a domenica 19 gennaio
Come un piccolo granello di sabbia che viene a frapporsi tra gli ingranaggi della vita è questa Evelyn Thompson, un accadimento dirompente nelle esistenze altrui: che scalza, che scoordina, che sconvolge. La ragazza viene sorpresa da Adam, un ragazzo che per arrotondare le entrate utili a proseguire gli studi universitari s’è trovato un’occupazione in qualità di sorvegliante in una delle sale di un ricco museo della California d’inizio millennio, mentre supera un cordone di divisione con la sua bella bomboletta spray in mano. Un atto di piccola smania rivoluzionaria a infrangere le convenzioni sociali ma anche a superare quella al momento – o sempre – insormontabile frontiera che esiste tra vita reale e area artistica, tra quelle norme credute imposizioni e una pretesa libertà d’espressione. E poi, un vistoso pene da colorare sulla statua che le sta di fronte: ovvero, abbasso la censura. Neil LaBute, ormai sessantenne, discusso quanto talentuoso drammaturgo americano ma anche sceneggiatore e regista abituato a portare sullo schermo con riconosciuti successi opere dapprima pensate per il palcoscenico (“Nella società degli uomini” è stato il primo esempio una trentina d’anni fa), accompagna nella “Forma delle cose”, scritto nel 2001, il suo deflagrante personaggio – una donna, a esprimere l’incisività di una parte del genere umano – ad affrontare nelle scene successive il cambiamento del povero Adam, il cesellamento dello spirito e del corpo. Venti e più anni prima che i social di oggi spingessero nel quotidiano e nell’immediato al mutamento anche funesto di certe esistenze.

Perché Adam, nella mente di Evelyn, Pigmalione atroce dei nostri decenni, va cambiato. Sapremo alla fine perché. Rivoltato come un calzino da un deus ex machina contemporaneo, guardato nella sua forza e nella sua fragilità, nell’aspetto fisico e nei comportamenti, nelle azioni di tutti i giorni, nei contatti sociali sino a quel momento sicuri. Il taglio di capelli, il modo di vestire, i chili che sono di troppo, anche quel viso all’improvviso inaccettabile dove dovrà essere fatto un intervento di rinoplastica, tutto è là da modificare, come un artista farebbe con l’opera che le sta tra le mani. Un blocco di marmo in cui già individuare una nuova sembianza. Vedendoci già con un piccolo quanto simbolico scalpello in mano un accattivante “restyling metodico”. Anche gli amici che circondano Adam, il loro mondo di abitudini e sicurezze, dovrà essere affrontato e mutato, si dovrà lavorare all’interno (come faceva decenni fa il visitatore del “Teorema” pasoliniano dentro la famiglia del grande industriale), creare delle fessure e degli squarci difficilmente risanabili. Tutti a convivere e a sbranarsi in quella scatola di specchi realissimi e deformanti al tempo stesso, che osservano e dentro cui è facile controllare, a riflettere immagini di noi insicure, bugiarde, ingannevoli. È lento il cammino che LaBute percorre in questa sua parabola dell’oggi, è più che convincente la costruzione che avviene attraverso i dialoghi, fatti di stringatezza e di finte dolcezze e di ferocia – mentre si cerca di mantenere le apparenze con educati brindisi, quasi si fosse dalle parti di quelli verdiani. Nella scrittura s’abbandonano poco a poco i riferimenti artistici, l’autore li lascia più sul fondo, per far esplodere quelli comportamentali (“trasferire le proprie idee o sentimenti nelle menti altrui: questo è potere”, è stato scritto), per studiare appieno i caratteri, i gesti e le ribellioni e i soprusi di quanti occupano la scena: e la sua è una scrittura che lascia davvero il segno.
“La forma delle cose” è sino a domenica 19 gennaio sul palcoscenico del Gobetti per la stagione dello Stabile torinese, affidata nella sua realizzazione (e con la traduzione di Masolino D’Amico) alla giovane Marta Cortellazzo Wiel, attrice cresciuta nel vivaio della Scuola dello Stabile e già trasmigrata in altre preziose produzioni (l’abbiamo vista e apprezzata di recente nella “Locandiera” di Latella): che oggi torna a casa e vince questa sua scommessa di regista. Strapazza come più non potrebbe i dialoghi di LaBute, ne mantiene la frammentazione, li insegue e immediatamente li rimanda attraverso le voci dei suoi attori, metallici e fendenti, sanguinosi su quel ring, lavora con giusti sguardi sullo sfaldamento di Adam, di Jenny (Celeste Gugliandolo) e di Philip (Christian Di Filippo), mantiene ogni momento con mano ben ferma, senza compiacimenti, senza sbavature, senza fastidiose ripetizioni. Insomma, ha ben visto chi ha deciso di credere in lei. Come lei allieva della stessa Scuola di recitazione, Beatrice Vecchione è Evelyn, perfetta nel dare nuova forma alle proprie vittime, ancor più di lei convincente l’Adam di Marcello Spinetta, sicurezza e annientamento, su quel cammino di distruzione in cui lo pone lo sfrontato disegno altrui.
Elio Rabbione
Le immagini dello spettacolo sono di Luigi De Palma.
Arsenio Lupin … eccolo di nuovo!
Doppia replica, al torinese “Spazio Kairòs”, per lo spettacolo firmato “Onda Larsen” e dedicato al celebre “ladro gentiluomo” creato da Leblanc
Venerdì e sabato 17 e 18 gennaio.
Nuova data, domenica 19 gennaio, anche per “Tekken Drama”
Per i tanti aficionados (il gruppo è davvero folto!) del leggendario Arsenio Lupin (Arsèn Lupin), creatura letteraria ideata da Maurice Leblanc nel 1905, la notizia penso sia davvero ghiotta. Udite udite, oh irriducibili “Lupiniani”! Il vostro mitico “ladro gentiluomo” che ruba per sé ma anche per i più bisognosi e sempre e solo ai più facoltosi, protagonista di numerosi romanzi dai quali, negli anni, sono state tratte numerose trasposizioni cinematografiche e televisive, nonché magico ispiratore del famoso manga ed anime “Lupin III” creato dal fumettista giapponese Monkey Punch, è tornato! E non solo. Con lui, e, perennemente, al suo fianco, potrete nuovamente imbattervi nelle innumerevoli peripezie del suo migliore amico e tiratore scelto (dai folti capelli neri e l’indisciplinata barba che va dal basso verso l’alto), il taciturno bevitore e accanito fumatore Jigen (Daisuke Jigen), insieme al collega Goemon Ishikawa XIII e alla superseducente e, anch’essa, abile “artista della truffa”, Fujiko Mine o Margot. Che bellezza! Di nuovo insieme il “magnifico poker”, che ha sempre a che vedersela, almeno nelle pagine di Leblanc, con l’ispettore Justin Ganimard della polizia francese e con il detective inglese Herloch Sholmes, personaggio ovviamente ispirato allo “Sherlock Holmes” di Sir Arthur Conan Doyle. Di nuovo insieme. A vostra completa disposizione. Sì, ma questa volta non in un racconto di Leblanc, o in un fumetto di “Mangaka”, o in un film o un cartone animato: tutto accade a teatro in “Io, me e Lupin” prodotto dalla torinese Compagnia Teatrale “Onda Larsen” e in scena venerdì 17 e sabato 18 gennaio prossimi, alle 21, allo “Spazio Kairòs” di via Mottalciata 7, a Torino, per la stagione “Interferenze”.
Doppia replica, lo spettacolo, scritto e diretto da Lia Tomatis, con in scena Riccardo De Leo, Luciano Faia, Gianluca Guastella e la stessa Tomatis si rivolge soprattutto a un pubblico giovane, ma non solo. E lo fa attraverso una “storia contemporanea”, che racconta, come spesso oggi accade, di “ragazzi qualificati” e “super formati” alla ricerca di lavoro e dignitose opportunità: quando però si trovano con muri invalicabili davanti e porte sbattute in faccia e a loro paiono non restare altre via d’uscita, può anche nascere l’idea “non bella” di mettere su una banda, senza tralasciare una certa classe e una certa “esigenza artistica” per farlo. Pertanto, perché non ispirarsi a uno dei propri “eroi d’infanzia”: lui, Lupin? “La cosa – dicono gli interpreti – sembra funzionare bene, anzi forse fin troppo bene, fino a sfuggire loro di mano: e così il gioco alla sopravvivenza di quattro sprovveduti diventa una moda così diffusa tanto da costruire una sorta di realtà alternativa. Come uscirne? Ma soprattutto: occorre uscirne? Si aprono, dunque, una serie di interrogativi che riguardano tutti, banda e pubblico: quanto siamo condizionati nelle nostre azioni, ciò che ci piace, ci piace davvero o ce lo facciamo piacere? E le nostre identità, noi stessi, siamo ciò che siamo oppure diventiamo ciò che è necessario? E cosa altro potremmo essere? E quanta consapevolezza c’è, e quanta ne serve per riconoscere i condizionamenti che subiamo?”. Queste, e altre, le domande che sottendono questa nuova commedia di “Onda Larsen” che, come al solito, fa ridere “affondando però un po’ il coltello nella carne viva della nostra società, svelandone le falle e le contraddizioni”. Senza troppo infierire. Con le dovute maniere.
Come accade per la seconda pièce, anch’essa in replica, dopo il sold out dell’anteprima nazionale in dicembre. Titolo: “Tekkendrama – Come farsi amici i mostri”, di e con Francesca Becchetti (attrice e formatrice della Compagnia “Anomalia Teatro”) per la regia di Alice Conti. Inserito in “Interferenze”, la stagione di “Onda Larsen”, lo spettacolo è in programma, sempre allo “Spazio Kairòs” di via Mottalciata, domenica 19 gennaio, alle 18,30. La storia racconta di Eveline, una giovane di trent’anni impegnata a portare il pubblico nei meandri della sua psiche, partendo da un pretesto banale: la fine di una relazione amorosa. “Tekken”, perché è una “lotta fatta di pugni e pugnalate”. “Drama” perché “luogo di tragedia e satira”.Il lavoro comincia dalla collaborazione con “Educadora Onlus”, realtà educativa nella zona Nord di Torino, che lavora con pre-adolescenti e adolescenti del territorio, dove la maggior parte di abitanti é di origine straniera e migrante.
L’autrice ha ideato e condotto per tre anni il Laboratorio “Sistar!” per “sole ragazze adolescenti” sul tema della sessualità e l’affettività. Questa indagine laboratoriale insieme ad altre pone il seme alla drammaturgia che inizierà a prendere forma durante il “Festival Montagne Racconta” condotto dal drammaturgo e sceneggiatore aretino Francesco Niccolini.
Il lavoro inizia la sua indagine registica insieme alla collaborazione con l’attrice, autrice e regista Alice Conti del Collettivo Nomade “Ortika”.
Per info: “Spazio Kairòs”, via Mottalciata 7, Torino; tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org
Gianni Milani
Nelle foto: Immagini da “Io, me e Lupin” e da “Tekken Drama”
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