L’isola del libro
RUBRICA SETTIMANALE A CURA DI LAURA GORIA
Xochitl Gonzalez “Olga muore sognando” -Fazi Editore- euro 19,00
Tra rincorsa al successo, rivalsa e solitudine, questo romanzo di esordio della scrittrice (americana di origine portoricana e messicana) può essere letto anche come potente satira sociale. “Olga muore sognando” è stato proclamato miglior libro del 2022 da “New York Times”, “New York Post” ed altre prestigiose testate.
Protagonista è la brillante Olga Isabel Acevedo, nata a Brooklyn; lei e il fratello Prieto sono figli di genitori portoricani, attivisti in un movimento di estrema sinistra. Quando Olga aveva 13 anni, la madre Blanca aveva abbandonato la famiglia per consacrarsi alla lotta per l’indipendenza di Porto Rico e muoversi in clandestinità. Invece il padre tossicodipendente era morto di AIDS.
Diciamo che le vite di Olga e Prieto sono partite subito in ripida e faticosa salita; eppure loro due si sono sempre sostenuti a vicenda, riuscendo ad avanzare spavaldi sulla strada del successo.
Olga è diventata la wedding planner più richiesta dall’high society newyorkese ed ha uno spazio seguitissimo in una trasmissione televisiva, dai cui schermi dispensa i segreti delle buone maniere.
Invece Prieto si è dedicato alla politica; è deputato ed è definito l’Obama latino-americano. Due giovani che, nonostante tutto, ce l’hanno fatta a suon di intelligenza, impegno, forza di volontà e disciplina.
L’unico contatto con la madre è epistolare e a senso unico, dato che lei non è mai contattabile. Comunque segue i figli a distanza e le lettere che gli spedisce grondano contenuti ideologici e -peggio ancora- esprimono giudizi negativi sulle loro scelte. Blanca critica duramente il materialismo che permea le loro esistenze; tanto per dire, definisce la wedding planner una cameriera.
Olga, nonostante la vita brillante, glamour e sempre al top si ritrova avvitata su se stessa in una spirale di solitudine. In crisi finisce anche Prieto che si rifiuta di riconoscere la sua omosessualità. Condannato a una vita di finzione, in lui serpeggia la vergogna e l’angoscia di essere politicamente ricattabile.
Sullo sfondo c’è poi la complicata situazione di Portorico; paese caraibico storicamente flagellato da catastrofi naturali e politiche.
Kaveh Akbar “Martire” -La nave di Teseo-
Euro 22,00
Kaveh Akbar è un poeta iraniano-statunitense che con questo romanzo si affaccia alla prosa, e lo fa dimostrando un notevole talento; infatti “Martire” -finalista al National Book Award 2024- promette parecchio bene. Una storia in parte autobiografica e romanzo di formazione che tratta in modo personalissimo la morte, il martirio, il lutto e il senso di alcune vite.
Il protagonista, Koroosh Shams, per tutti Cyrus, è l’alter ego dell’autore; la sua vita è stata precocemente dilaniata dalla morte (poco dopo la sua nascita) della madre Roya, tra le vittime di un disastro aereo.
Era a bordo del velivolo civile iraniano che nel 1988 (nell’ambito di alcune manovre preventive di guerra) fu abbattuto da un missile statunitense. Tragedia che gli Stati Uniti negarono fosse un atto premeditato e dopo molto tempo la derubricarono a semplice incidente ed errore.
Per Cyrus è un trauma che gli scalpella l’anima e non lo lascerà mai più. Il padre decide di abbandonare l’Iran per andare a cercare fortuna proprio nel paese che gli ha strappato la moglie.
Cyrus, che all’epoca era troppo piccolo per metabolizzare quel lutto, cresce con un perenne vuoto interiore che ne condizionerà la vita di ragazzo iraniano –statunitense.
Riempie la voragine con disperazione, droghe, alcool, farmaci e notti insonni.
Studente mancato all’Università dell’Indiana, si mantiene con sporadici lavoretti, profondamento segnato dalla morte della madre, si dedica a un progetto letterario sul martirio, e cerca costantemente una risposta alla domanda: per che cosa si muore?
Il romanzo arriva fino al 2017, nel frattempo Cyrus è cresciuto e sullo sfondo scorrono anche avvenimenti storici; dalla guerra Iran e Iraq a riferimenti all’11 settembre, fino alla prima presidenza Trump… ed altro.
Scopriamo un Cyrus preda dell’ossessione per il martirio e affascinato da tutti i martiri; da quelli di fede islamica che si fanno esplodere in nome di Allah, a quelli che si danno la morte per la patria in guerra, o ancora, quelli per motivi politici. Cyrus è attratto anche da chi ne ha fatto una scelta di vita o artistica in virtù di un valore ritenuto superiore all’esistenza stessa.
Punto di svolta del romanzo è l’incontro con Orkideh, famosa e quotata artista iraniana, omosessuale e malata terminale di cancro, che a Brooklyn realizza l’installazione Morte-Parla (performance alla Marina Abrahamovic). Sarà l’artista a confermargli che l’arte resta, senza essere deteriorata dal tempo che passa; un valore supremo al quale dedicarsi. Tutto accompagnato da un’enorme sorpresa finale.
Fred Vargas “Sulla pietra” -Einaudi- euro 20
E’ il ritorno di Fred Vargas al giallo dopo 6 anni; ma anche il riaffacciarsi sulla scena di uno dei suoi protagonista di maggior successo; l’eccentrico detective Jean Baptiste Adamsberg, visionario commissario della squadra anticrimine del XIII arrondissement di Parigi.
L’azione avviene in Bretagna, nell’immaginario villaggio di Louviec, funestato da una serie di misteriosi delitti.
Il borgo è nei pressi dell’antico Castello di Combourg; era stato la residenza del visconte François René de Chateaubriand (1768- 1848) autore delle “Memorie d’oltretomba”, opera postuma in 12 volumi.
E’ lì che si svolge la decima indagine di Adamsberg; classico eroe anticonformista, apparentemente sempre svagato, in realtà sottilmente perspicace. Nel paesino bretone pare aggirarsi un killer, inoltre circola la leggenda di un fantasma che si aggirerebbe tra le case. Gli abitanti sostengono che il suo arrivo venga annunciato da inquietanti colpi che anticipano due omicidi.
Una vicenda che si dipana tra spettri e menhir, sui quali Adamsberg si sdraia per riflettere. E tra le pieghe del giallo ci sono anche precisi riferimenti storici sciorinati con cognizione di causa perché la Vargas è anche archeologa e medievalista.
Sabato 8 marzo
In occasione della Giornata Internazionale della Donna, sabato 8 marzo prossimo, è in programma alla precettoria di Sant’Antonio di Ranverso una visita alla scoperta delle figure femminili ritratte nei dipinti dell’abbazia. Partendo dai cicli di affreschi, uno dei più alti esempi di gotico piemontese, si scopriranno le storie di queste sante, in bilico tra avventura e fiaba, da Barbara a Marta, da Margherita a Maddalena.
Info: precettoria di Sant’Antonio di Ranverso – località Sant’Antonio di Ranverso, Buttigliera alta, Torino
Sabato 8 marzo, ore 15 – costo:Oltre al prezzo del biglietto/ intero 5 euro – ridotto 4 euro – abbonamento musei prevede l’ingresso gratuito
Info e prenotazioni: da mercoledì a domenica 011 6200603 mail: ranverso@biglietteria.ordinemauriziano.it
Mara Martellotta
GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA
Martedì. Al Blah Blah suona la Matsumoto Zoku Band.
Mercoledì. All’Osteria Rabezzana si esibisce Federica Gerotto Quintet. Al Vinile è di scena Paolo Antonelli.
Giovedì. All’Hiroshima Mon Amour si esibisce Alberto Bianco. Al Capolinea 8 suonano Skulla & Gianluca Bargis. Al Vinile è di scena Defector. A Piazza Dei Mestieri suona la band Le Storie Sbagliate, per un omaggio a Fabrizio De Andrè. Al Blah Blah si esibisce il Babajack Duo.
Venerdì. Al Magazzino di Gilgamesh suona Lebron Johnson & Andy Pitt Band. Al Circolo Sud sono di scena i Varylem. Al Peocio di Trofarello suona David Ellefson. All’Hiroshima Mon Amour si esibisce Emma Nolde. Alla Divina Commedia è di scena Dario Lombardo & The Blues Gang. Al Folk Club suona il Renato Borghetti Quartet. Al Magazzino sul PO si esibisce Lorenzo Kruger. Al Blah Blah sono di scena i The Sick Rose. Allo Ziggy suonano i Distorsione Armonica Totale +Fangosberla.
Sabato. Alla Divina Commedia si esibiscono gli Italian Graffiti. Allo Spazio 211 è di scena Francesco Di Bella. Al Blah Blah si esibiscono i Fiori + Calantha. Allo Ziggy suonano i Fucktotum +Bone Rattler.
Domenica. Alla Divina Commedia è di scena il trio Girinsoliti. Allo Ziggy suonano gli Infected+ Hedonic Lust.
Pier Luigi Fuggetta

SOMMARIO: Trump: non ci sono parole – Gentile e il mafioso Messina Denaro – Mimmo Fogola – Lettere

Tutta la storia dimostra che uomini come lui sono dei potenziali disastri per i governati, dei disastri che si rivelano una rovina anche per tutti i popoli coinvolti: la globalizzazione infatti abbatte i confini soprattutto del male e rende ogni malattia politica una epidemia. Pensiamo al presidente Reagan, un liberale, liberista capace di tenere alto il nome degli USA a livello internazionale dopo i fallimenti democratici da Kennedy in poi, partendo dalla guerra in Viet Nam. Trump è anni luce diverso da Reagan. I conservatori non hanno nulla da spartire con le megalomanie le arroganze, la sregolatezza, la totale mancanza di quella “discrezione” che Guicciardini riteneva la virtù necessaria ad un politico. Governare significa saper dimostrare senso della misura, equilibrio, diplomazia, realismo politico. Questo arricchito secondo modalità poco limpide, che si ritiene unto da Dio, non ha mai letto nulla. Non sa chi siano stati i padri fondatori degli Stati Uniti, Tocqueville e Popper, per non parlare di Dahrendorf, studioso acuto della crisi della democrazia. Non sa neppure chi siano i liberisti della Scuola Austriaca. Nicola Matteucci e Lorenzo Infantino che li introdussero in Italia , sarebbero stupefatti da questo avventuriero a cui l’età non dà neppure un quid di saggezza in più, ma induce anzi un velleitarismo visionario proprio dei vecchi che hanno perso il senno. La regola del mondo libero è quella fondata sul libero scambio da opporre al bieco protezionismo. Dove circolano le merci liberamente circolano anche liberamente le idee. I dazi danneggiano tutti e impoveriscono anche chi si illude di poterli imporre per trarne vantaggi. La politica delle sanzioni e dei dazi ha solo creato danni e tensioni.



LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
Sul palcoscenico del Carignano, sino al 9 marzo
Testo intriso di autobiografia più che ogni altro tra le opere di Eugene O’Neill, “Lungo viaggio verso la notte” è il ritratto che impietosamente l’autore dipinge della propria famiglia: del padre attore di successo fossilizzato in quella interpretazione del “Conte di Montecristo” che portò avanti per più di seimila repliche, rimanendone come soffocato, della madre infatuata della religione, con un passato di permanenza in un college dell’Indiana e persa nell’abuso della morfina, di suo fratello che dovette combattere per una vita intera contro l’alcolismo (il successivo “Una luna per i bastardi” ne avrebbe spiegato gli sviluppi), con grande verità anche di se stesso affetto da tubercolosi e costretto a essere ricoverato per un paio d’anni in sanatorio, mentre quella stessa casa dei Tyrone raccontata nel dramma, a tutti invisa e da tutti osteggiata, altro non è che la casa degli O’Neill nel Connecticut. “Lungo viaggio” vide la fine della stesura nel 1942, in pieno conflitto mondiale, e l’autore, nel consegnarlo all’editore, espresse la volontà che venisse rappresentato soltanto 25 anni dopo la sua morte: ma alla sua morte nel 1953) la vedova, trasferendo i diritti all’Università di Yale cancellò quel primo obbligo, l’opera si aggiudicò il Premio Pulitzer per la drammaturgia e vide la prima rappresentazione a Stoccolma nel febbraio del ’56.

È una prigione quella che contiene la famiglia Tyrone – Gabriele Lavia, che interpreta e dirige il dramma, sino a domenica 9 marzo, al Carignano per la stagione dello Stabile torinese, la definisce “famigliaccia” -, la circonda una più che visibile inferriata, onnipresente e obliqua, da cui sarà possibile un’unica uscita di mamma Mary e di cui gli attori si libereranno soltanto per gli applausi finali, mentre all’interno stanno tavoli e seggiole e angoli di conversazione, mentre all’esterno tutto è avvolto nel buio entro cui gli attori scompaiono (la scena è di Alessandro Camera, i costumi di Andrea Viotti) – all’interno della quale i personaggi, offuscate vittime e carnefici allo stesso tempo, impiegano la loro giornata con briciole di tenerezza, con momenti dove passato e presente devono essere rinfacciati a qualunque costo, dove in diversa misura si corre verso l’autodistruzione, dove liquori e droga annebbiano i cuori e i sentimenti e riempiono il tempo interminabile, dove circolano sospetti e sussurri e grida, dove le illusioni sbiadiscono, dove impera la grettezza e l’attaccamento al denaro e il rimpianto del padre, impossibile grande attore shakespeariano, le debolezze e le accuse dei figli e la madre che continua a narrare di una esistenza infelice e sola, dove si gioca drammaticamente a scarnificarsi senza risparmio di colpi di scure. Non si tira indietro l’autore, neppure per un attimo, in quella descrizione familiare, disposto a mettere in piazza ogni ferita, ogni possibile conseguenza, con grande infelicità e palpabile crudezza, con una asprezza e una sincerità personale che forse mai cosi hanno attraversato un palcoscenico.

E Lavia certo non si sottrae a quella ragnatela di rabbiosa, quanto pietosa, infelicità che è al centro del dramma. Lo fa dando corpo e anima, in modo autentico (dove ci si allontana dalla “recitazione” per essere sempre più “veri”) ai quattro personaggi e con un vigore che espone tutto il realismo del testo. Fotografa, delinea, accentua, tratteggia, muove in quello spazio che si fa sempre più angusto e soffocante, riempie dell’esattezza di gesti e parole frantumate e lasciate a metà, di espressioni che vogliono dire e non diranno mai. Del suo James esprime non solo i tratti dei ricordi e delle incomprensioni e della dolorosità del vivere ma pure quelli più caparbiamente infantili: e riempie immediatamente la scena. Gli sono accanto Federica Di Martino, che è una perfetta mater dolorosa e folle, forte padrona di un frastagliato itinerario di drammaticità, capace di sfruttare appieno, con grande convincimento, gli ultimi attimi vestita dell’abito da sposa, Jacopo Venturiero (Jamie) e Ian Gualdani (Edmund), credo scelti dopo parecchi provini, forse ancora qua e là in cerca di eccessi che si smorzeranno e di una giusta appropriazione in un percorso che s’è iniziato da un paio di settimane soltanto. Beatrice Ceccherini è la cameriera Cathleen. Applausi incondizionati al termine, resi da un pubblico completamente agguantato da una resa che è agli occhi di chi guarda una delle concretezze teatrali della stagione.
Elio Rabbione
Foto Tommaso Le Pera
Fondazione Garuzzo, ente culturale senza fini di lucro con sede a Torino nata nel 2005 da un’idea di Rosalba e Giorgio Garuzzo, porta per la prima volta in Cina l’arte del grande fotografo bolognese Nino Migliori, 99 anni di cui 77 passati dietro la macchina fotografica.
Nino Migliori è uno dei capisaldi della fotografia italiana, nonché uno degli esponenti più autorevoli della scena internazionale. Per celebrare il lavoro dell’artista che ha contribuito a scrivere con la luce un pezzo della storia del nostro Paese ed è entrato a far parte dell’immaginario collettivo attraverso alcuni scatti iconici ed esemplari, Fondazione Garuzzo ha ideato la mostra dal titolo “Nino Migliori: una storia della fotografia italiana” curata da Alessandro Carrer e Clemente Micciché. L’esposizione aprirà il 7 marzo prossimo fino al 20 aprile all’Art Museum di Xi’an, uno dei più grandi spazi destinati a ospitare arte internazionale e contemporanea in Cina, che accoglie quasi un milione di visitatori ogni anno, e farà parte della rassegna Internazionale che celebra i quindici anni della nascita del Museo.
Il progetto rappresenta la prima grande retrospettiva del fotografo bolognese in Cina ed è stata resa possibile grazie ai rapporti tra la Fondazione Garruzzo che, dal 2005, si occupa di valorizzare l’arte contemporanea italiana nel mondo, e la Fondazione Nino Migliori , impegnata nella tutela del profilo e dell’identità artistica del fotografo. È anche stata resa possibile grazie ai decennali rapporti della Fondazione Garruzzo, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, l’Ambasciata d’Italia in Cina, l’Istituto Italiano di Cultura di Pechino e le istituzioni cinesi.
A Xi’an, una delle metropoli più celebri e visitate del Paese grazie alle molteplici architetture storiche e al millenario esercito in terracotta, la mostra su Nino Migliori presenta 194 opere che abbracciano grande parte della carriera dell’artista, dagli esordi ai giorni nostri, dalle serie realiste passando per le sperimentazioni e le ricerche connesse all’informale europeo, fino agli esiti più recenti.
Il fotografo bolognese, alchimista dell’immagine con una profonda e radicata fede nell’etica antica della fotografia, ha contribuito con la sua opera a spingere sempre più a fondo le possibilità espressive del linguaggio fotografico, mostrandone tutte le sfaccettature attraverso una ricerca prolifica quanto stupefacente. I suoi lavori sono da sempre il frutto di una costante e continua riflessione sulla fotografia, tanto dal punto di vista tecnico quanto teorico, con risultati innovativi e sperimentali che hanno cambiato nel corso del tempo l’idea e le potenzialità stesse del mezzo fotografico. Anche le immagini cosiddette “sperimentali” sono frutto di una serie di tecniche spesso ideate dallo stesso Migliori con risultati incredibili, in cui il gesto dell’autore e la materia sono predominanti rispetto all’immagine.
In settantasette anni di carriera Nino Migliori ha perpetuamente sconfinato tra fotografia e arte, scrivendo con le sue opere un vero e proprio poema sull’umanità, e firmando quello che senza dubbio può essere considerato uno dei percorsi più dinamici e interessanti dell’intera cultura fotografica occidentale.
X’ian Art Museum- X’ian
Dal 7 marzo al 20 aprile 2025
Mara Martellotta
Grande affluenza di pubblico e un notevole riscontro di giudizi positivi per la mostra “Fari nella Città” da poco conclusasi presso la sede dell’ “ACI” torinese
Settantotto (dicasi settantotto!). Un grande sforzo e un encomiabile impegno per gli organizzatori, che hanno saputo mettere insieme un così nutrito drappello di artisti per dare spazio a immagini, a idee, sogni e speranze legate a un nuovo (da ricercare) modo di vivere e di intendere la “città” – la nostra, insieme a tante altre – come spazio non di singola “pertinenza” ma luogo in cui intrecciare, in modo saldo e convinto, culture, passioni, affetti e tradizioni che siano base necessaria ad un vivere più umano e aperto, a visioni future meno bieche e meno povere di speranze. Su questo non facile tema si sono cimentati gli intrepidi 78 (di cui sopra), operanti nell’ambito della pittura, della fotografia, della scultura e pur anche della poesia, partecipanti all’esposizione “Fari nella città. Riflessi di vita ” conclusasi, nei giorni scorsi presso i prestigiosi Saloni della nuova sede di “CASA ACI”, in piazzale “San Gabriele di Gorizia” a Torino. Ormai giunta alla sua quinta edizione, la mostra è stata organizzata con passione ed encomiabile competenza da Anna Sciarrillo, da quarant’anni “delegata ACI” e lei stessa affermata pittrice, in collaborazione con il subalpino “Circolo degli Artisti”.
E’ lei stessa ad affermare, a conclusione della “Mostra”, anche quest’anno concepita come “
Mostra – Premio Arti Visive”: “I Saloni della nuova ‘CASA ACI’ hanno rappresentato , ancora una volta, il palcoscenico di un sogno, dove ogni artista ha interpretato in pittura, scultura, poesia e fotografia il suo personale sentire e ha donato un pezzettino della sua anima”. “Le opere – prosegue la Sciarrillo – meritevoli tutte di attenzione, sia per la qualità del lavoro sia per il soggetto rappresentato, hanno riscontrato un alto gradimento da parte dei visitatori, della Direzione dell’ ‘ACI’ e dei critici che, insieme al voto del pubblico, hanno premiato le opere più gradite”.
Giuria di critici e pubblico, insieme. Scelta non facile per la premiazione di lavori che, nel complesso e nella loro originalità (pur se spesso occhieggianti a “grandi” prove del “passato” o del “contemporaneo” più o meno attuale) hanno comunque dimostrato d’aver inteso a fondo l’invito e la proposta concettuale dell’evento, che riassumo con mie (spero centrate) parole: Guardati intorno, osserva con gli occhi dell’anima la tua città, quel groviglio di case, monumenti, antichi palazzi, la gente che ti sfiora e cerca il tuo sguardo, un tuo cenno, quel passaggio lento o veloce di un’auto, dei suoi fari che stropicciano il buio… e poi fermati, osservati, dentro e fuori, cerca di capire chi sei, chi vuoi essere, chi mai vorresti essere. Accendi i fari! Come ci ricordano i versi di Marisa Bordiga, autrice di “Fari nella città”, fra le poesie portate in mostra: “E domani forse/ci vorranno fari …/fari in tutte le città/ O sopra le città/ A rischiarare nebbie/ di uomini accecati/dalla grigia polvere/ di un frettoloso andare …”.

Fermiamoci allora ad osservare, nel contrastante blu, scuro e luminoso, di una notte, che s’apre (quasi fosse la prima volta) alle sagome scultoree di una “nuova” monumentale Torino, rappresentata da Pippo Leocata – in un continuo frenetico girovagare fra temi di arcaica classicità e segni gestuali di rapida incisiva grafia – attraverso legni di recupero e acrilici, agli splendori della Cupola del Duomo o della sommità della Mole così come a quei virtuosi Dioscuri, (opera di Abbondio Sangiorgio), posti, in segno di buon auspicio, all’entrata della centrale Piazzetta Reale. La notte, sembra ricordarci l’artista siciliano (torinesissimo d’adozione e allievo dell’indimenticato Mollino), è fatta anche per perderci nel gioco suggestivo delle emozioni.

“Di notte un ateo crede quasi in un Dio” diceva, tre secoli or sono, il poeta e prelato britannico Edward Young. E, a pensarlo, è anche Leocata. E, di sicuro, anche noi. Fra le più “votate”, la sua opera, “Omaggio a Torino”, del 2019. Così come “La voce della città”, pittura su vetro, della stessa Sciarrillo, di tutt’altra atmosfera, racconto di Cupole, Chiese, Santuari, antiche e nuove architetture urbane, tutte unite in un unico gioco dialettico, gestuale e cromatico, che è voce luminosa ed illuminante di benedetta “inclusività”, di culture diverse che si riconoscono e si danno la mano nel vociare festante di luci che sono speranza, serenità e amore. Sul podio anche la sfocata, notturna e informale “visione” di Giancarlo Galizio, dove quanto resta di un’ormai sfaldata “sfera di fuoco” incrocia gli impercettibili fanali (che poco possono) di un’auto che timidamente varca il muro della notte, per addentrarsi a fatica in un mondo di cui ben poco riuscirà a far parte viva. Di tutt’altra tempra la foto di Mirco Saletti. Nitida! Qui la città, la città ambientalista scende in piazza. E’ protesta. Anche questa è città. Filtrata attraverso i segni della più spicciola cronaca. Ricca di voci. Di gesti. Di attese in un domani … che sia altro! Ma … che sia!
Gianni Milani
Nelle foto: “Fari nella città”, immagine-guida e opere di Anna Sciarrillo, Pippo Leocata, Giancarlo Galizio e Mirco Saletti
“Gauguin – il diario di Noa Noa e altre avventure” visitabile fino al 29 giugno prossimo.
“Il percorso di questa mostra intende raccontare l’avventura umana e artistica di Paul Gauguin – ha dichiarato il curatore Vincenzo Sanfo – uno dei grandi protagonisti dell’arte moderna, un artista che ha cambiato il volto dell’arte ispirando pittori come Munch, Matilde, Picasso e gli espressionisti tedeschi da Nolde a Heckel”.
L’esposizione, che è ospitata al Mastio della Cittadella – Museo storico nazionale di artiglieria di Torino, è prodotta da Navigare srl, con il patrocinio della Regione Piemonte e della Città di Torino. La rassegna prende le mosse da un libro scritto da Gauguin durante il suo primo soggiorno nella Polinesia francese, “Il diario di Noa Noa”(1893-1894) arricchito da splendide xilografie stampate dal suo amico Daniel de Monfreid, realizzate con l’antica tecnica dell’incisione su legno. La mostra si compone di oltre 160 opere, tutte provenienti da collezioni private italiane, francesi e belghe, e da alcune collezioni museali francesi e italiane. Presenta oltre cento tra xilografie, disegni e litografie realizzate da Gauguin, insieme a due opere a lui attribuite: l’olio su tela “Femme de Tahiti”, del 1891, e l’acquerello “Paysage Tahitien”.
All’antica Polinesia, guardata con curiosità e sospetto dai contemporanei francesi per la sua cultura primitiva, ma luogo di elezione per l’irrequieto outsider Gauguin, che vi si trasferì negli ultimi 10 anni della sua vita, nell’ultimo decennio dell’Ottocento, fanno riferimento anche le 16 litografie a colori della serie “Ancien culte Mahorie” del 1892, due sculture del 1893, di cui una in bronzo e l’altra in terracotta, e la pregiata maschera di donna tahitiana “Tehura”, in bronzo patinato, proveniente dal Musée Despiau-Wlérick in Francia, oltre al carnet di 38 disegni con bozzetti raffiguranti studi su ritratti, dettagli del colpo umano e del mondo animale. Importanti anche le stampe litografiche, in fax simile, contenute nell’ultimo libro scritto da Gauguin, dal titolo “Avant et après”, terminato due mesi prima di morire, nel 1903, e pubblicato postumo. Si tratta di una sorta di manifesto-diario con appunti e considerazioni sull’arte, sui rapporti di amicizia e su altri argomenti cari all’artista. Se la cultura e il quotidiano vissuti a Tahiti ebbero su di lui una grande influenza, non meno importanti furono i suoi rapporti con il mondo occidentale, con la Francia, con i suoi colleghi e amici artisti.
La mostra ospita anche 45 opere, disegni, incisioni e dipinti realizzati da 13 nomi illustri dell’arte francese dell’Ottocento, tra cui un’opera dell’amico-nemico Vincent Van Gogh, del quale sono presenti 12 litografie a colori, a Jean-François Millet, con la splendida acqueforte “L’Angelus”, fino ad Adolphe Beaufrère, presente con 4 acquaforti, e Louis Anquetin. Non potevano mancare artisti del gruppo Nabis di Pont – Aven, in Bretagna, altro luogo determinante per la vita di Gauguin. Del gruppo Nabis si ricordano Maurice Denis, autore in questa mostra di litografie a tema religioso, Émile Bernard, qui con una serie di 6 litografie acquerellate “Bretonnières”, in esposizione insieme a un suo olio su cartone, e Paul Sérusier, autore di un olio su tela “L’adieu a Gauguin”, in prestito dal museo francese di Quimper. È inoltre presente uno schizzo realizzato da Gauguin ad Arles, in cui ritrae Van Gogh nell’atto di dipingere i girasoli. Da segnalare anche il disegno “Studio di braccia, mani e piedi”, opera che si salvò miracolosamente da un incendio che distrusse la casa di Gauguin dopo la sua morte, sull’isola della Polinesia dove viveva.
La mostra aprirà al pubblico dall’1 marzo al 29 giugno 2025
Orari: martedì-venerdì 9.30-18.30 / sabato, domenica e festivi 9.30-19.30 / lunedì chiuso
Biglietteria in sede e su Ticketone
Mara Martellotta